H. P. GRICE E J. L. SPERANZA: LA CONVERSAZIONE -- I VERBALI: LA

 

Catalogue Raisonné of J. L. Speranza’s Publications – H. P. Grice e J. L. Speranza: La Conversazione – I Verbali: LA

 

 

Verbali: Labriola

 

Caro Labriola, tu dici che “se x lavora, x esiste”—ma non sarà che il lavoro, oltre a esistere, a volte preferisce prendersi una pausa? Io, ad Oxford, ho visto studenti lavorare… solo quando pioveva!

Labriola: Grice, in Italia il lavoro è quasi una filosofia di vita, ma confesso che anch’io, tra una dialettica socratica e un saggio su Vico, spesso ho scelto la pausa caffè. Il comune, però, non si ferma mai: che sia fatica o chiacchiera, si lavora sempre insieme!

Grice: Mi piace la tua idea, Labriola! Forse dovremmo istituire la “pausa dialettica”, dove la conversazione è lavoro, e il lavoro è sempre una scusa per filosofare. A Oxford la chiamano tea break, qui sarebbe la pausa Socrate—con biscotti, ovviamente.

Labriola: Grice, la filosofia della storia ci insegna che ogni grande rivoluzione nasce da una buona conversazione e magari da un caffè condiviso. Se il marxismo è ontologico, io propongo che il prossimo congresso sia a Napoli: lavoro, dialettica e una sfogliatella per tutti!

 

Verbali: Lagalla

 

Grice: Caro Lagalla, ho sempre trovato affascinante il tuo approccio aristotelico, soprattutto in un’epoca in cui a Firenze sembravano tutti platonici! Ma dimmi, come concili la teoria geo-centrica con le implicature conversazionali che emergono nel dibattito scientifico moderno?

Lagalla: Grice, la questione della terra al centro dell’universo, che ho sostenuto seguendo Aristotele, nasce proprio dalla necessità di un dialogo rigoroso e pragmatico. Le implicature, per me, sono strumenti attraverso cui possiamo sondare l’anima e il senso delle affermazioni, soprattutto quando si discute di ciò che è sotto la luna e ciò che è immortale.

Grice: Interessante! Mi colpisce il fatto che tu abbia dedicato tanti corsi all’anima e alla sua immortalità. Pensi che la conversazione filosofica, con le sue sfumature e implicature, possa davvero avvicinarci alla verità sull’anima, o rischiamo di essere sospettati di eterodossia?

Lagalla: Grice, la ricerca della verità è sempre rischiosa, ma senza dialogo non c’è progresso. Anche se talvolta la conversazione può farci apparire eretici agli occhi dei più ortodossi, credo che la coerenza aristotelica e l’apertura al confronto siano il vero spirare del pensiero. Roma mi ha insegnato che solo dialogando si può comprendere il mistero dell’animo umano.

 

Verbali: Lamanna

 

Grice: Caro Lamanna, quando parlo di dialettica ateniese a Firenze, c’è sempre qualcuno che mi ricorda che la vera dialettica è quella fiorentina. Dimmi la verità: tu davvero pensi che a Oxford non si possa imparare nulla dai lungarni?

Lamanna: Paul, se ti dicessi che a Firenze si filosofeggia meglio che sulle rive del Tamigi, rischierei di essere accusato di spirito di campanile! Ma certo, tra l’Arno e il caffè filosofico, qualche lezione di unità longitudinale la diamo anche noi.

Grice: E infatti ti chiamano il mio “doppelganger” italiano! Mentre tu insegni storia della filosofia come un viaggio tra essere e dover essere, io cerco ancora di spiegare perché i filosofi inglesi preferiscono il tè alla metafisica.

Lamanna: Paul, tra un tè e un manuale di storia della filosofia, la verità è che sia a Oxford che a Firenze ci si perde fra razionalità e caos. Forse la soluzione è semplice: un po’ più di spirito, un po’ meno di spirito accademico… e magari una passeggiata insieme sui lungarni a discutere di Dio e dell’unità della filosofia!

 

Verbali: Landi

 

Grice: Caro Landi, ogni volta che penso al principio di economia nella conversazione, mi chiedo se per caso tu non abbia nascosto qualche limone nel mio tè! In fondo, tra homo oeconomicus e ragione pratica, sembri proprio uno che non spreca mai una parola.

Landi: Paul, ti confido che in Italia, tra il limoncello e le chiacchiere da bar, applicare il risparmio conversazionale è quasi rivoluzionario! Ma guarda che anche tu, con le tue massime, sembri più lombardo che oxoniense: sempre attento a non spendere una vocale di troppo.

Grice: È vero! Ma se davvero il segno è lavoro, allora ogni conversazione andrebbe pagata a cottimo. Tu come faresti con chi parla troppo e ascolta poco? In Inghilterra, a uno così offriamo il tè... decaffeinato!

Landi: Qui, invece, lo spediamo a Milano a seguire una lezione di semiotica alle sei del mattino! Alla prossima, Paul: che la ragione conversazionale sia sempre col tuo tè… magari senza zucchero, per risparmiare davvero!

 

Verbali: Landini

 

Grice: Caro Landini, ogni volta che ascolto le tue melodie mi chiedo se, in fondo, la filosofia italiana non abbia una sua colonna sonora segreta – magari composta proprio da te! Ma dimmi, il tuo organo portativo del XV secolo non ti ha mai suggerito una teoria filosofica sulle implicature musicali?

Landini: Paul, ti assicuro che se la musica potesse parlare, avrebbe più implicature di un trattato di logica! In fondo, ogni nota è una piccola conversazione: a volte dice tutto, a volte lascia intendere, proprio come fanno i filosofi quando vogliono sembrare profondi e misteriosi.

Grice: Mi sa che il tuo Syrena syrenarum è più filosofo di molti miei colleghi: unisce liuto e salterio, come in una dialettica tra ragione e sentimento. Ma ora dimmi, ti capita mai di comporre una ballata pensando a Petrarca e alle sue implicature amorose?

Landini: Certamente, Paul! Per ogni implicatura amorosa c’è una musica che la accompagna… e se la filosofia italiana nasce a Firenze, allora la sua musica è la mia. Come diceva mio nonno, “chi canta non sbaglia mai, e se sbaglia… nessuno se ne accorge!” Così va la filosofia: meglio suonare che spiegare!

 

Verbali: Landucci

 

Grice: Caro Landucci, ogni volta che sento parlare del “delitto Gentile,” mi viene il dubbio che in Italia la filosofia sia materia ad alto rischio: qui non basta sbagliare un ragionamento, si rischia pure di finire nei misteri del delitto!

Landucci: Paul, hai ragione! Da noi il filosofo non è solo un pensatore, ma un vero e proprio avventuriero. Vespucci diceva che le bestie senza stato sono felici... Ma i filosofi italiani, senza protezione, rischiano di diventare bestie da mistero!

Grice: Forse dovremmo proporre un nuovo termine: “filosofo-delinquente,” che non ha trasgredito legge, ma ha osato pensare troppo! La radice latina non mente: chi lascia troppo il sentiero, rischia di essere abbandonato... o commentato nei libri di storia.

Landucci: Esatto, Paul! Delitto, delictum, delinquo... In Italia, chi pensa diverso è subito visto come qualcuno che “ha lasciato” la strada maestra. Ma almeno, così, abbiamo sempre qualche mistero da raccontare agli studenti: altro che bestie senza stato, qui abbiamo bestie senza cattedra!

 

Verbali: Lanzalone

 

Grice: Caro Lanzalone, ogni volta che sento parlare del pirotese, mi viene il dubbio che esista una versione per ogni tipo di pirot – come le varietà di pane in ogni paese d’Italia! Dimmi, davvero bisogna inventare un segno diverso per ogni sfumatura?

Lanzalone: Paul, ti assicuro che se avessimo un segno per ogni pane, verrebbe fuori un vocabolario universale e saremmo tutti panettieri filosofi! Basta un “o” per essere sazi, ma se aggiungi accenti e punti, puoi panificare pure il pensiero.

Grice: Interessante! Forse dovrei introdurre un operatore per giudicare se il pane è buono e uno per volerlo caldo: così la conversazione diventa davvero steno-grafica! E chi non capisce, almeno mangia.

Lanzalone: Esatto, Paul! In attesa della lingua universale, almeno ci intendiamo a tavola. Se il mio seme cade in terreno fertile, crescerà una pianta di pane piroteso: chi sa che non sia il vero spirito della filosofia, pane, onde e un po’ di umorismo!

 

Verbali: Latini

 

Grice: Caro Latini, devo confessare che è solo la natura un po’ barbari degli educatori al Vadum Boum, la mia università, che li ha portati a soffermarsi sulle ovvietà dei Greci. Si sono fermati alla superficie, senza affondare nei profondi abissi della filosofia latina. Ma ti ringrazio vivamente: sei stato tu a farmi scoprire quanto possa essere divertente e illuminante la saggezza dei tuoi connazionali. Mi hai strappato più di un sorriso! 

Latini: Paul, che piacere sentire queste parole! È vero, spesso si pensa che la filosofia abbia radici solo tra gli elleni, ma la profondità latina sa essere sottile, insinuante e pure ironica. Come diceva Cicerone, a volte basta un piccolo gioco di parole per cambiare il coruccio dell’uditore! Sono lieto che il mio Tesoretto ti abbia fatto ridere e pensare—che sarebbe la vera arte della conversazione. 

Grice: Ah, Latini, la tua “insinuazione” è proprio ciò che manca alla retorica inglese! Qui, spesso ci si accontenta della logica diretta, mentre voi sapete danzare tra le emozioni dell’uditore. È un piacere “latino”—quasi una commedia! Direi che l’arte del parlatore romano è più sottile di quanto sembri: all’inglese, sembra sacrilegio o furto di idee! 

Latini: Paul, forse è proprio questa la forza della retorica latina: mischiare serietà e leggerezza, profondità e sorriso. Come Ulisse, si vince non solo con il valore, ma col senno e la parola scelta. Spero che i tuoi barbari si lascino contagiare un po’ da questa “latinità”—e che almeno imparino a ridere di sé stessi, come facciamo noi!

 

Verbali: Laurino

 

Grice: Caro Laurino, ogni volta che sento parlare di “homo œconomicus”, mi viene da pensare che persino i longobardi, con quelle barbe lunghe, abbiano inventato il risparmio solo per evitare di comprare rasoi! Dimmi, secondo te, la razionalità conversazionale funziona meglio quando si tratta di scelte economiche?

Laurino: Paul, ti confesso che i miei concittadini erano maestri nell’arte di massimizzare il piacere con il minimo sforzo. Il principio della barba lunga era: “Se non puoi risparmiare, almeno fai sembrare che ci hai pensato!” L’implicatura conversazionale, in fondo, è come una moneta nascosta nella tasca: si usa solo quando serve davvero.

Grice: Ah, Laurino, mi hai dato una nuova visione della geometria economica! Forse la vera nobiltà sta proprio nel sapere quando tacere e quando parlare, come quei mercanti che, con una parola giusta, fanno sembrare d’oro una semplice barba! L’economia della parola, direi, è la prima virtù del filosofo.

Laurino: Paul, su questo siamo d’accordo! In fondo, la conversazione è come un mercato: si tratta sempre di scambiare idee al prezzo giusto. E se la barba dei longobardi fosse simbolo di saggezza, allora possiamo dire che ogni implicatura conversazionale è un affare… a volte anche più prezioso di una moneta!

 

Verbali: Lavagnini

 

Grice: Caro Lavagnini, sono sempre rimasto incuriosito dal tuo “Monario” e da questa idea di un deutero-esperanto. Dimmi, secondo te, davvero una lingua artificiale può superare le convenzioni arbitrarie che ancora limitano la comunicazione fra i popoli?

Lavagnini: Caro Paul, ottima domanda! Io credo proprio di sì: l’obiettivo del Monario era proprio questo, offrire una grammatica universale, logica e naturale, che imitasse le arti più semplici e accessibili a tutti. La lingua, se costruita con rigore, può diventare ponte vero, non barriera.

Grice: Mi affascina la tua scelta del nome “Monario”—ha un suono quasi mistico! Ma dimmi, perché proprio questo nome? C’è dietro un significato particolare o, come a volte succede nelle nostre discussioni, conta di più la funzione che il segno svolge?

Lavagnini: Ti confesso, Paul, che il nome nasce dal desiderio di evocare unità (“mon-”) e, forse, anche una certa musicalità, quasi un’armonia tra i popoli. Ma, proprio come suggerisci tu, ciò che importa è che la lingua sia strumento efficace e chiaro—più che la radice, conta che tutti possano comprendere e comunicare senza equivoci. Ecco il mio piccolo sogno di un nuovo latino universale!

 

Verbali: Lazzarelli

 

Grice: Caro Lazzarelli, ogni volta che sento parlare di ermetismo italiano, mi chiedo se la vera implicatura conversazionale sia tutta un gioco di specchi. Dimmi, quando scrivi “guerra è guerra”, pensi che anche gli dèi abbiano riso sotto i baffi?

Lazzarelli: Ah, Paul, se Marte ascoltasse le nostre tautologie, probabilmente si allenerebbe al Campo Marzio con una risata marziale! Sai, nei miei poemi preferisco lasciare impliciti i misteri: così anche gli dèi hanno qualcosa su cui meditare durante le battaglie.

Grice: E magari Apollo, tra una nota e l’altra della sua lira, ti rimprovererebbe: “Luigi, non essere così criptico, sennò qui nessuno capisce più nulla – nemmeno Prometeo con il fuoco in mano!”

Lazzarelli: Ma Paul, è il bello dell’ermetismo! Una conversazione troppo chiara sarebbe noiosa: meglio un po’ di nebbia, così anche sulla via per il Campo Marzio possiamo perderci chiacchierando… e magari trovare altri dèi curiosi lungo la strada!

 

Verbali: Lazzari

 

Grice: Caro Lazzari, devo confessarti che la tua attenzione ai precetti della rettorica prammatica mi affascina profondamente. Nel mio studio sulla conversazione, ho spesso riflettuto su come la pragmatica possa illuminare anche l’arte oratoria. Secondo te, quali sono i principi indispensabili per formare un oratore efficace?

Lazzari: Paul, che piacere! A mio avviso, l’oratore deve padroneggiare sia lo stile che la disposizione dell’orazione: conoscere le parti, la narrazione, la confutazione, la perorazione... Ma soprattutto, deve saper muovere gli affetti, creando benevolenza, fiducia e persino indignazione quando serve. Serra e Cavalcanti sono ottimi maestri in questo!

Grice: Interessante! Mi colpisce come tu insista sulla commozione degli affetti: in fondo, anche nella conversazione quotidiana, spesso ci affidiamo al tono, alla pronuncia e al modo di esprimere le emozioni per ottenere una risposta positiva. Come vedi il rapporto tra stile sublime e stile mediocre nella retorica?

Lazzari: Ah, Paul, è proprio qui che si vede l’arte: lo stile sublime eleva l’animo, quello mediocre accompagna con misura, e quello infimo va evitato. Ma ogni stile ha il suo momento, come diceva Cicerone. L’importante è saper adattare la parola alle circostanze e agli uditori, scegliendo sempre con saggezza e cuore. Questa, direi, è la vera conversazione!

 

Verbali: Lazzarini

 

Oxford, 1966. Morning. St John’s is doing its usual trick of looking as if it had always been waiting for him, when in fact it is quite capable of doing without him for centuries at a stretch. Grice is at his desk with a cup of tea that has already been reheated once, which means it is now the right temperature for philosophical work: barely alive. He has opened Lazzarini and, as usual, has been caught not by the thesis but by the typography of a title, the sort of small bait which the mind takes only when it wants an excuse to postpone the larger fish. He reads it again, aloud, in Italian, because he likes the mild indecency of doing Italian in Oxford before breakfast. Un’applicazione del calcolo delle probabilità. He looks up, as if someone has said something rude in chapel. Calcolo delle probabilità, he repeats, and then, dutifully, translates it back for himself and finds, to his annoyance, that the English does not quite preserve the offence. “I know I can be fastidious,” he says, to nobody in particular, “and by that I imply that I am about to be intolerable.” He taps the page. First point. The plural. Probabilità. Not probabilità in the singular, as if it were a property you either had or lacked, but probabilità in the plural, as if there were a small crowd of them milling about with different hats. “And by that I imply,” he adds, obediently ruining his own joke, “that our author is thinking of probability as a family of measures, not a single dignified notion. It is a tiny lexical tell.” He pauses, and the pause is itself a performance of what he is about to pretend to forget: that he is meant to be in a room with Pears in less than an hour, jointly conducting a class on the philosophy of action. A joint class is always a small miracle, because it requires two philosophers to coordinate their intentions in public without admitting that this is what they are doing. He reads again: del calcolo delle probabilità. Second point. The preposition-by-article business. Delle. Of the. Not of probability, but of the probabilities. And, worse, the whole thing sounds as if the probabilities are already there, waiting like objects, and the calcolo is the hero who will go and fetch them. “That ‘delle’,” he says, “makes it feel futurish. As if the probabilities are something one is going to produce, or uncover, or harvest. And by that I imply that he is not merely describing a static property; he is advertising a procedure. He is looking forward to the result as if the result were the point.” He turns a page, then turns it back, because turning the page would count as progress and he is not yet ready for that sort of responsibility. Third point. Lazzarini’s emphasis is on calcolo, not on what the calcolo is of. Grice knows the type. People fall in love with the machinery and forget what it is supposed to grind. “He is more interested in the calculating than in the calculated,” Grice says. “And by that I imply that the thing has the air of a tribute to method. A little hymn to technique.” He scribbles in the margin, in English, because his meta-language remains English even when his temptations are Italian. P(x) [0,1]. Then, more carefully, because the interval matters if one is going to be pedantic, and he has already confessed to that vice. For any proposition p: P(p) = 0 means no probability, P(p) = 1 means full probability. He looks at what he has written and frowns, not at the content but at the moral smell of it. P(p) is neat, which is always suspicious. Neatness encourages people to think they have understood something when they have merely abbreviated it. He writes, as if in self-defence. Cred(p) [0,1] Des(p) [0,1] Then he sits back, pleased, and immediately suspects that he has made it too tidy, which is another way of being pleased. “And by that I imply,” he says, “that I am trying to force an analogy into existence.” Now the big point arrives, because the big point has been waiting for him like a timetable, and timetables always win in Oxford. He thinks of Pears and the philosophy of action, and he thinks, inevitably, of the pair of attitudes any action talk smuggles in: how likely, and how wanted. He mutters the Italian words as if tasting them. Credibilità. Desiderabilità. He writes them down, and the handwriting comes out more English than he would like. “Credibilità would sound better,” he says, “as opposed to desiderabilità. And by that I imply that one should not talk as if probability’s natural partner is desirability in some vague sentimental sense. We want the pairing to match in grammatical dignity and in psychological category.” He pauses, then adds, because he cannot resist making the implicature explicit and thereby cancelling it. “And by that I imply that Lazzarini is creating an asymmetry.” He points at his own scribbles. Probability, as the mathematicians like it, attaches to a proposition, or to an event-description. It is, in the philosophical mouth, a kind of graded endorsement, or at least a graded measure of how things stand with p. Credibility sounds like a propositional attitude of the faculty of judgment, facoltà del giudizio, if one insists on being scholastic about it. One judges p credible to degree c. Desirability sounds like a propositional attitude of the will, facoltà della volontà: one wants p, or wants p to be the case, to degree d. Parallel. That is the whole charm. Two attitudes, one proposition. He underlines, and then regrets the underlining because it looks like emphasis. So he says it instead, to restore his preferred medium. “If we do it my way,” he says, “we can keep the same proposition p and assign two values, Cred(p) and Des(p), each between 0 and 1, and we avoid the gap Lazzarini is inviting.” He pauses again, and this time the pause has the feel of a name entering the room. “Cicero,” he says, as if Cicero were sitting in the armchair and had just coughed politely. Lazzarini, he suspects, is paying homage to Cicero. Probably paying homage. Probably. Grice likes probably because it gives him an escape route while sounding like a commitment. “Probably Cicero invented it,” he says, “or probably invented the habit. Credibilis has a decent Roman ring. And desirably, philosophers should not have followed the fashion of turning everything into a -bilitas and then behaving as if the suffix did the thinking.” He looks at his watch. He has not moved. This is his usual method of travelling to a class: stay still until the last moment and then arrive somehow. He adds one more line in the margin, because he cannot resist making the action connection explicit. In decision talk: choose act a to maximize something like E[Des(outcome)] subject to Credibility constraints. He stares at it, and the stare is part of the humour: the English don watching himself flirt with being a decision theorist. “By that I imply,” he says, “that I am flirting with the wrong crowd.” He hears, in his head, Hampshire’s voice, the Hampshire manner of taking action seriously without letting it become an exercise in calculus. He hears, too, Keynes, who is English enough but from the other place, and who wrote about probability as if probability were not merely a frequency but a relation of rational support. “Kneale would say something sensible here,” he says, “and by that I imply that I haven’t time to read him before 11 o’clock.” He gathers the papers into a pile that suggests order without achieving it. He stands. He forgets, briefly, what he is about to do, which is exactly why he always arrives at class slightly late but sounding as if he had intended it. He reaches the door, stops, and turns back to the desk, because he cannot leave a last implicature unspoiled. “If Pears asks why I’m late,” he says, “I shall tell him I was calculating the probabilities. And by that I imply that I was, of course, doing something quite different.”

 

Grice: Lazzarini, credo che tu abbia il record per le lingue inventate! Dimmi, quando hai pensato al “deutero-esperanto”, hai immaginato che un giorno potesse sostituire l’italiano nei salotti romani?

Lazzarini: Paul, non esageriamo! L’italiano resta la regina, ma la mia lingua perfetta sogna un mondo dove nessuno si confonde e tutti si capiscono. Immagina: niente più litigi per una virgola sbagliata!

Grice: Fantastico! Ma allora, se tutti parlano la stessa lingua, come facciamo a generare implicature e malintesi? Non rischiamo di rendere le conversazioni troppo… limpide?

Lazzarini: Tranquillo, Paul! Anche nella lingua più semplice, basta un po’ di fantasia (o una pausa strategica) e l’ambiguità salta fuori. Del resto, il più bel divertimento è proprio far sorridere l’altro con un gioco di parole, anche se è universale!

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