H. P. GRICE E J. L. SPERANZA: LA CONVERSAZIONE -- I VERBALI: GR

 

Catalogue Raisonné of J. L. Speranza’s Publications – H. P. Grice e J. L. Speranza: La Conversazione – I Verbali: GR

 

Verbali: Grandi

Grice: Caro Grandi, ogni volta che sento parlare di infinito, mi viene in mente il mio tentativo di contare le stelle… Dopo tre, mi sono perso! Ma tu, con la tua rosa infinita, hai dato all’infinito persino una forma elegante. Come hai fatto? Grandi: Paul, ti confesso che l’infinito mi affascina proprio per la sua capacità di farsi gioco! Basta una curva, una serie alternata, e la matematica diventa una parodia: la rodonea sembra una rosa, ma in realtà nasconde mille paradossi… altro che contare le stelle! Grice: Allora, caro Grandi, dovremmo dire che la conversazione tra noi è un po’ come la tua serie infinita: va avanti tra implicature e sorrisi, senza mai realmente convergere. Mi piace l’idea che la filosofia, come la geometria, abbia sempre una rosa segreta pronta a sbocciare in ogni dialogo! Grandi: Ecco Paul, hai capito il trucco! In fondo, se la conversazione non fosse infinita, sarebbe noiosa. Ogni implicatura è un petalo; ogni battuta, una nuova curva. A volte, penso che la vera quadratura del cerchio sia riuscire a far ridere un filosofo inglese parlando di matematica italiana!

 

Verbali: Grassi

Grice: Caro Grassi, hai mai pensato che la metafora inaudita sia come una pizza margherita preparata con ingredienti segreti? Tutti la conoscono, ma nessuno sa davvero cosa ci sia dentro. Grassi: Paul, la metafora inaudita è proprio così! Anzi, direi che è come la mozzarella: si scioglie tra le parole e, se la usi bene, migliora anche il concetto di stato, persino quello di Machiavelli. E poi, Ovidio ci avrebbe fatto un poema solo per la salsa! Grice: Ah, se Heidegger avesse avuto la tua fantasia! Lui si limitava a coniugare “sein”, ma tu con “essere” ci fai almeno tre giri di giostra. A Oxford ridevano di Heidegger, ma credo che con la tua “potenza dell’immagine” avrebbero chiesto il bis. Grassi: Paul, se c’è una cosa che ho imparato, è che la filosofia è come una partita di calcio: si gioca meglio quando si ride! E poi, tra Platone, Vico e la metafisica, l’importante è non prendere troppo sul serio né il risultato né il rigore. In fondo, la metafora inaudita è il vero gol dell’umano pensare!

 

Verbali: Grataroli

Grice: Caro Grataroli, mi chiedo se la memoria sia davvero il filo che unisce tutto quel che pensiamo. Locke, per esempio, ne faceva quasi la spina dorsale dell’identità. Tu, invece, ce l’hai fatta diventare una vera arte, tra trattati e consigli! Ma dimmi, se mi dimentico dove ho messo il mio libro, posso sempre dare la colpa al vino? Grataroli: Paul, il vino aiuta la memoria, ma a volte la fa viaggiare troppo lontano! Io dico che la memoria è un po’ come un alambicco: quello che distilli oggi può tornare utile domani, anche se spesso è la peste a farci ricordare dove sono le erbe migliori. Grice: Ecco, caro Guglielmo, allora la conversazione è il bagno termale della mente! Tra una implicatura e una memoria, ci si rilassa e si fa filosofia. Secondo te, se un viaggiatore perde la strada, basta che abbia letto uno dei tuoi trattati per ritrovarsi? Grataroli: Paul, basta che abbia memoria e un po’ di buon senso: anche se si perde, può sempre inventare una nuova implicatura! D’altronde, il vero filosofo sa che, tra sogni, erboristeria e alchimia, il viaggio migliore è quello che comincia ogni giorno con una conversazione… e magari finisce con una bella risata!

 

Verbali: Grazia

Grice: Caro Grazia, devo confessarti che una delle fonti del mio concetto di "desideratum" nella benevolenza conversazionale deriva proprio dalla tua acuta indagine su questo tema, che raramente viene affrontato dagli “stranieri” nel Vadum Boum – così chiamo la mia università! Grazia: Grice, sono onorato di questa tua ammissione. Credo fermamente che la benevolenza sia il fondamento di ogni dialogo autentico; il principio che trasforma la parola in ponte tra le anime, e non in barriera. I tuoi lavori mi hanno aiutato a riflettere su come questa benevolenza si manifesti anche nell’architettura delle idee, non solo dei teatri. Grice: Ecco, Grazia, il tuo pensiero mi ha insegnato che la benevolenza conversazionale non è solo un imperativo morale, ma una tendenza naturale, un appetito quasi istintivo verso il piacere del dialogo e la fuga dal dolore della incomprensione. È grazie a filosofi come te che possiamo distinguere tra desiderio, speranza e benevolenza autentica. Grazia: Grice, la tua distinzione tra desideratum e principio mi ricorda che la conversazione è una danza di volontà e ragione. Solo quando il piacere e la dignità del dialogo si incontrano, nasce la vera benevolenza. E forse, come dicevano gli antichi, “la parola buona erompe dal cuore senza le leggi di Donato” – e porta con sé riconoscenza e speranza.

 

Verbali: Gregorio

GRICEVS: Pius quidem, sed implicat etiam hoc: “oportet te Bedam legisse,” aliter ne ad limen quidem philologiae admittaris. Et tu, pontifex lusorius, iocas de angelis et Anglis quasi essent cognati. GREGORIVS: Ego autem dico: Ructat corde bonum sine lege Donati verbum. Verbum bonum ex corde prorumpit sine praeceptis Donati; et si columba cantus mihi dictat, angelus iam in ponte Sancti Angeli emendationem fecit.

 

Verbali: Gregory

Grice: Gregory, rifletto spesso sul confine tra ciò che è centrale e ciò che è periferico nella significazione filosofica. La tua ricerca sulle implicature clandestine mi incuriosisce: quanto pensi che il non detto, il celato, possa arricchire veramente la comunicazione? Gregory: Caro Grice, a mio avviso il valore dell’implicatura clandestina sta proprio nel gioco tra luce e ombra della parola: ciò che resta occulto invita all’interpretazione, stimola il pensiero critico, e crea una tensione tra il vero e il possibile. L’essenza filosofica, spesso, è tutta nell’oscillazione tra ciò che si mostra e ciò che si cela. Grice: È interessante! Da buon romano, hai indagato epoche e lessici che, direbbe Austin, sono “troppo filosofici”. Ma non credi che la terminologia filosofica rischi di diventare anch’essa una forma di implicatura clandestina, accessibile solo a pochi iniziati? Gregory: Hai colto un punto delicato, Grice. La filosofia, quando si chiude nel suo lessico, rischia la clandestinità della parola stessa. Tuttavia, credo che spetti a noi filosofi aprire quei segreti, far emergere dal celato una nuova chiarezza—proprio come la sobria ebbrezza del pensiero che trasforma l’occulto in occasione di dialogo autentico.

 

Verbali: Grimaldi

Grice: Mi incuriosisce molto la tua formazione, Grimaldi. Hai frequentato maestri illustri e discipline diverse, dalle belle lettere alla filosofia aristotelica, senza trascurare il diritto e persino la medicina. Come ti ha influenzato questo percorso nel concepire la filosofia? Grimaldi: Caro Grice, credo che la varietà degli studi sia stata la mia fortuna. Ho trovato nella contaminazione tra le discipline una ricchezza: la logica di Tommaso d’Aquino, la profondità di Cicerone e Quintiliano, e la modernità di Cartesio e Gassendi mi hanno insegnato a guardare la filosofia come un terreno vivo, sempre aperto al confronto. Grice: Questa apertura al dialogo e all’amicizia tra pensatori mi pare centrale anche nel tuo ambiente napoletano, dove il progetto di una storia universale della filosofia prendeva forma. Secondo te, qual è il valore di una storia universale rispetto alle visioni più ristrette? Grimaldi: Una storia universale ci permette di cogliere le radici comuni e le differenze che arricchiscono il pensiero umano. Non basta limitarsi a un solo autore o corrente: come dicevano i miei amici del circolo di Valletta, la filosofia è un mosaico di idee, e ogni tessera contribuisce alla bellezza dell’intero. È l’arte di mettere in relazione passato e presente, per capire meglio il futuro.

 

Verbali: Grimaldi

Grice: Grimaldi, ogni volta che penso a Romolo e Remo mi viene in mente che la conversazione, come la storia, può finire… con un colpo di scena! Ma dimmi, tu che hai scavato nel cinismo, credi che la compassione possa davvero salvarci dall’essere bruti? Grimaldi: Caro Grice, se Romolo avesse avuto un po’ più di compassione forse oggi avremmo la Repubblica dei Gemelli! Ma sai, la mia loggia massonica di Genova preferisce l’interazione vivace e un certo gusto per le differenze, che tra patrizi fa bene alla salute. Grice: Ah, l’inter-azione! In fondo, la filosofia romana insegna che fuori dalla società si rischia davvero di diventare bruti – come Romolo, appunto. Però tra una successione testamentaria e un tremuoto in Calabria, tu hai trovato il modo di rendere anche la disuguaglianza… quasi simpatica! Grimaldi: Grice, se la compassione fosse contagiosa come le malattie che descrivo nei miei saggi, avremmo tutti una loggia più allegra. Ma tu, con le tue implicature, riesci sempre a far riflettere: forse la vera aristocrazia sta nel sapere conversare… e nel fidarsi che, almeno tra noi, nessuno finisca come Remo!

 

Verbali: Gruppi

Grice: Caro Gruppi, mi sono sempre chiesto se la via italiana al socialismo passasse per la lingua o per il linguaggio. Da noi a Oxford il “tongue” si usa solo per il tè delle cinque! Gruppi: Paul, tu con la tua filosofia del linguaggio ordinario mi hai quasi convertito, ma ti confesso che tra egemonia gramsciana e scuola quadri, a Torino preferiamo discutere davanti a un piatto di agnolotti, piuttosto che davanti a una tazza di tè. Grice: A Oxford, invece, la filosofia sembra più una gara a chi trova l’implicatura nascosta sotto il tovagliolo. Ma ammetto che il tuo modo di mescolare politica e lingua è più saporito del mio tutorial sulla “ordinary language”. Gruppi: Caro Paul, la via italiana al socialismo ha bisogno di meno chiacchiere e più sostanza. Però, se vogliamo davvero cambiare, forse dovremmo fondare una nuova scuola: quella dei filosofi buongustai, dove egemonia e implicatura si discutono solo dopo il dolce!

 

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