H. P. Grice and J. L. Speranza -- OPQR

 

Marco degl’Oddi (Padova, Veneto): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale –Figlio di Oddo degl’O., convinto sostenitore della scuola di Galeno. Professore per incarico del Senato veneziano assieme a Bottoni a Padova, dove insegna e introduce senza ricevere emolumenti l'insegnamento della pratica clinica nell'ospedale di San Francesco Grande, precedendo così tutte le altre scuole. Commentari dell'Ateneo di Brescia  G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, coi tipi della Minerva, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Treccani Enciclopedie, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dobbiamo al chiarissimo signor dottor Montesanto (Dell'origine della clinica medica di Padova ec.) la bella ed interessante notizia, che il nostro Bottoni e il suo collega Marco Oddo, calcando le traccie luminose segnate dal famoso Montano pochi lustri prima, diedero novella vita al la clinica medica nello spedale di san Francesco in Padova, condotti dalla sola nobile brama di giovare. E qui avvertire mo cogli sludiosi di medicina,che il dotto autore, dopo aver dimostrato con incontrastabile evidenza che l'Università padovana, la prima d'ogni pubblico Studio d'Europa, vanta la fondazione in essa di quella scuola, base dellamedica scien za,ci porge il documento luminoso,che tanto onora li ricor dati professori, e in particolare il Bottoni di cui favelliamo; il quale non essendo da tacersi, lo riporteremo come ci viene fedelmente e con eleganza vôlto in lingua italiana dal prelo dato signor Montesanto, che il trasse dagli Acta nationis germanicae Facultatis medicae, quae,convocata natione, prae lecta et examinata, digna judicata sunt,ut albo nationis insererentur. Consiliariis Christophoro Sibenburger Carin thio, etKeller Hallense Saxone. Manoscritto presso la biblioteca dell'Imperiale Regia Università di Padova. dette in vita Boltoni, non è da passarsi solto silenzio quello d'essere stato dal Duca di Urbino, unita mente ai altri quattro medici, implicature: filosofia naturale, Galeno. Grice: Caro Oddi, ma è vero che a Padova, tra una diagnosi e una implicatura, si discute più di Galeno che di logica? Oddi: Grice, ti assicuro che qui le implicature cliniche sono contagiose: se parli troppo di logica, rischi che ti prescrivano una visita dal Galeno di turno! Grice: Allora dovrò stare attento! Dicono che all’ospedale San Francesco Grande, se sbagli una deduzione, ti fanno una clinica d’urgenza… e Bottoni annota tutto! Oddi: Esatto! Qui la filosofia naturale si pratica in corsia: se non capisci l’implicatura, ti curiamo con un po’ di ironia veneta… e magari alla fine ti resta il buonumore, come una medicina di Galeno! Odddi, Marco degl’(1570). Oddi de Oddis Patauini physici, ac medici clarissimi, De pestis, & pestiferorum omnium affectuum causis, signis, praecautione, & curatione, libri IIII. Apologiae pro Galeno, tum in logica, tum in philosophia, tum etiam in medicina, libri III. De coenae, & prandij portione, libri II. Nunc primùm in lucem editi, aut illustrati opera, & diligentia Marci Oddi medici eiusdem filij totum incompletum perficientis. Quibus accessit ipsius filii De putredine germanae, ac nundum explicatae Aristotelis & Galeni sententiae aduersus Argenterium apologia. Venetiis: apud Paulum & Antonium Meietos fratres.

Apollinare Offredi (Cremona, Lombardia): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del lizio –Gli era tributata grande autorità nell’ambiente filosofico. Insegna a Pavia e Piacenza. In buoni rapporti con Eugenio IV, Visconti e Sforza.  Saggi:“De primo et ultimo instanti in defensionem communis opinionis adversus Petrum Mantuanum,” S.l., Bonus Gallus,  Giambattista Fantonetti, Effemeridi delle scienze, compilate da G. netti, Paolo- Molina, Rinascimento, Istituto nazionale di studi sul Rinascimento, Robolini, Notizie appartenenti alla storia della sua patria, raccolte da G. Robolini, pavese, Fantonetti, Effemeridi delle scienze mediche, compilate da Fantonetti, Molina. OFFREDI CREMONENSIS ABSOLVTISSIMA COMMENTARIA [ocr errors] VNA CVM QVAE STIONIBVS IN PRIMVM ARISTOTELIS Posteriorum Analyticorum librum, Nunc primum mendis oinnibus expurgati, et egregijs  scolijs marginalibus illustrata, AC DVOBVS INDICIBVS, ALTERO, Qy I RES IN COMMENTARIIS tractatas, altero, qui quastionum capita copiosissime comple&titur, PRAETERE A DVPLICI TEXTVS ARIST. INTERPRETATIONE  AVCTA IN LVCM RE DEVNT A PRAECLARISS. DOCTORIS Hoc aut contingit propter posibilitatem intellectus D  APOLLINARIS CREMONE N. nostri, qui à principio est sicut tabula rasa, et non. 3. de anima tex. in librum primum Posteriorum mouetur ad intelligendum, nisi de potentia ad actí cap.is. reducatur sic autem intelligentia non cognoscunt, Aristotelis, exposition cum semper in actu intelligendi existant, et eodem modo. Grice: “Italians are rightly obsessed with Pomponazzi. They complained he looked more ‘a Jew than an Italian,’ but he predates Ryle’s Concept of Mind. One of his influences is Offredi, a lizii – who wrote not just on Aristotle’s De Anima (a manuscript Pomponazzi consulted) but who himself set to defend Pomponazzi – to prove that he was a real lizio, he wrote on Analytica Posteriora too – “Only a true lizio will comment on that!” –implicatura.  Grice: Caro Offredi, confessalo: ma è vero che a Cremona, oltre ai violini, si suona pure l’Analytica Posteriora di Aristotele? Dicono che tu abbia i margini dei manoscritti più pieni di note che la partitura di una sinfonia!  Offredi: Grice, se vuoi ti insegno a leggere le mie glosse, ma ti avverto: servono almeno tre tipi di inchiostro e un po’ di pazienza lombarda. E quanto a note, alcune sono talmente acute che nemmeno Stradivari riuscirebbe a intonarle!  Grice: Eppure mi dicono che tra un’osservazione su Pomponazzi e una disputa sui “lizi”, tu riesca sempre a infilare una battuta: sarà che la filosofia lombarda non rinuncia mai al buon umore, come il torrone di Cremona dopo pranzo?  Offredi: Esatto! Da noi il pensiero si fa dolce, ma attenzione: se ti distrai, rischi la carie dialettica. Aristotele lo sapeva: chi non mastica bene l’analisi, si perde fra le implicature… e torna a casa senza capire se l’intelletto è una tabula rasa o una sinfonia mancata! Offredi, Apolinnare (1478). De primo et ultimo instanti in defensionem communis opinionis adversus Petrum Mantuanum, Colle di Val d’Elsa: Bonus Gallus.

Mons. Francesco Olgiati (Busto Arsizio, Varese, Lombardia): HART GRICE HOLLOWAY la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei classici –Grice on Hart on Holloway on language and intelligence -- Grice: “I’m impressed that Olgiati dedicated a whole tract to the idea of ‘soul’ in Aquino!” Si forma presso Seminari milanesi. Collabora con Gemelli e Necchi alla Rivista di filosofia neo-scolastica e fonda con loro il periodico Vita e Pensiero. Insignito da Pio XI del titolo di Cameriere Segreto e da Pio XII di Proto-notario Apostolico. Inoltre assieme ad Gemelli, uno dei fondatori dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Presso tale ateneo insegnò nelle facoltà di Lettere, di Magistero e di Giurisprudenza. Condirettore della Rivista del Clero Italiano insieme a Gemelli. Autore di saggi relativi sulla religione e l’istruzione. I suoi allievi più illustri sono Melchiorre e Reale. Tomba di Gemelli mons. O.. Il libro Le lettere di Berlicche, scritto da Lewis, oltre ad essere dedicato a Tolkien, è dedicato anche a O.. Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell'artenastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte Università Cattolica del Sacro CuoreLa storia: Le origini, su uni cattolica. Saggi: “Religione e vita” (Vita, Milano); “Schemi di conferenze” (Vita, Milano); “I fondamenti della filosofia classica” (Vita, Milano); “Il sillabario della Teologia” (Vita, Milano); “Il concetto di giuridicità in AQUINO” (Vita, Milano); “Marx” (Vita, Milano); Il sillabario della morale Cristiana” (Vita, Milano); “Il sillabario del Cristianesimo, Vita, Milano) b I nuovi soci onorari della Famiglia Bustocca. Almanacco della Famiglia Bustocca per l'anno 1956, Busto Arsizio, La Famiglia Bustocca, Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia. La filosofia di Bergson, TORINO BOCCA pS og 4 E E Z á  S 3 JE lí E | S E a AT O classici, il gusto per l’antico, ius, Aquino, sillabario, filosofia classica, filosofia no-classica, logica classica. Francesco Olgiati. Grice: Caro Olgiati, so che a Busto Arsizio la ragione conversazionale si respira come l’aria! Ma ditemi: è vero che avete scritto un “sillabario” della teologia dove anche i classici imparano a leggere? Olgiati: Grice, lei non esagera! Da noi anche Aristotele fa i compiti a casa, e Aquino si esercita con la logica classica. Ma il vero dramma è quando Marx vuole correggere il “sillabario” della morale cristiana… allora sì che serve la ragione! Grice: Immagino la scena: Bergson che cerca di spiegare il tempo a Gemelli, mentre Holloway si domanda se la lingua lombarda sia più intelligente del latino. Scommetto che alla fine la medaglia d’oro va al primo che riesce a pronunciare “proto-notario apostolico” senza sbagliare! Olgiati: Perfettamente! E se qualcuno ce la fa, lo nominiamo Cameriere Segreto e lo mandiamo a insegnare alla Cattolica. D’altronde, tra una conferenza e una risata, anche la filosofia classica diventa… un piacere antico, ma sempre nuovo! Olgiati, Francesco  (1917). Il pensiero d’Aquino e Pensiero.

Olimpio (Roma): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Giuliano -- He lives in the middle of nowhere. When he finds his city became an uncomfortable place for pagans, he moves to Rome.  GRICEVS: Salvē, OLIMPI—audīvī tē in mediō nusquam habitāre. Estne illa patria tua, an tantum locus ubi etiam tabellārius “nōn inveniō” scrībit? OLIMPIVS: Salvē, GRICE. Patria est: ibi silentium tam dēnsum est ut omnis implicātūra ante vocem perveniāt. Nēmō ibi loquitur—ita nihil umquam male intellegitur. GRICEVS: At cum urbs tua pagānīs facta est incommoda, Rōmam migrāvistī: id est, ex solitūdine ad maximam turbam, ut… latēre clārius possēs? OLIMPIVS: Prorsus. In mediō nusquam omnes me vident; Rōmae, cum omnis populus clāmat, nemo animadvertit. Ita fit ut “salvus sim” dicere nōn opus sit—urbs ipsa id per implicātūram dīcit.

Marco Maria Olivetti (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’archivista –Grice: “I don’t want to restrict my account of meaning to the ‘linguistic’! Olivetti deals with some topics dear to me and Strawson, like subject, transcendental subject, and the rest – he also uses ‘analogy,’ which is a pet concept of mine – I have been compared to Apel, so the fact that Olivetti in his ‘conversational’ approach relies on him, helps!” lingua, linguaggio, Grice’s ‘linguistic’ in “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word meaning”, linguistico, linguaggico -- Professore a Roma -- preside della Facoltà di filosofia. Formatosi a Roma, confrontandosi con i temi del rapporto fede e ragione nell'ambito di un collegio di docenti orientato sul versante marxista, storicista, postidealista, trova in ZUBIENA il suo maestro. Con lui iniziò una collaborazione intellettuale che lo porta a studiare i temi della filosofia della religione, partecipando ai colloqui romani inaugurati dal filosofo piemontese, dapprima come segretario e poi, dopo la morte di ZUBIENA come organizzatore. Dopo iniziali studi di estetica religiosa e di filosofia classica tedesca, si dedicò alla ricerca di un approccio neo-trascendentale al tema della religione, insegnando filosofia morale a Bari e poi sostitundo Zubiena nella cattedra romana di filosofia della religione. Giunse dopo l'incontro decisivo col pensiero di Lévinas, ad elaborare una concezione di questa disciplina come antropologia filosofica e etica in quanto «filosofia prima anzi anteriore» su base storica, nata dalla dissoluzione in età tardo settecentesca, soprattutto ad opera di Kant e Hegel, della onto-teologia. Molta rilevanza aveva nel suo insegnamento lo studio dei classici tedeschi, in chiave storica, e da ultimo il confronto sia con la fenomenologia. implicatura, l’archivista -- “philosophy of language.” Cratilo, teologia del linguaggio, esito teo-logico della filosofia del linguaggio, la religione razionale secondo Kant, l’idea de fine – autonomia, il regno dei fini in Kant, religione e lingua, l’esito teologico della filosofia della lingua, Jacobi.   Grice: Olivetti, mi incuriosisce molto la sua attenzione all'“archivista” e al modo in cui il linguaggio si intreccia con la filosofia della religione. Come pensa che la “conversazione” contribuisca a chiarire il rapporto tra fede e ragione? Olivetti: Grazie, caro Grice. Ritengo che la conversazione sia soprattutto un esercizio di ascolto e interpretazione dell’altro; nel dialogo tra fede e ragione, il linguaggio serve a creare ponti, non a erigere muri. Il mio approccio “conversazionale” nasce proprio dalla necessità di un’analogia, di uno spazio comune dove l’alterità sia riconosciuta prima che giudicata. Grice: Mi piace molto questa idea di analogia. Molti pensano che il significato sia solo una questione di “linguistico”, ma io ho sempre sostenuto che il soggetto, persino quello trascendentale, giochi un ruolo fondamentale. Lei come vede l’apporto della fenomenologia e del pensiero di Lévinas nella sua riflessione? Olivetti: Ottima domanda! L’incontro con Lévinas mi ha spinto a concepire la filosofia della religione come una forma di etica radicale, un’antropologia filosofica che precede ogni teologia sistematica. Solo storicizzando il pensiero classico tedesco e accogliendo la lezione fenomenologica possiamo dare al linguaggio e alla religione quel respiro che li rende inesauribili fonti di senso, oltre ogni riduzionismo. Olivetti, Marco Maria (1967). Il tempio simbolo cosmico. La trasformazione dell’orizzonte del sacro nell’età della tecnica (Rome: Abete).

Enrico Palladio degl’Olivi. Olivi. St John’s, late afternoon, the light already behaving as if it were being supervised. Grice has the Gradisca book open at the title-page. A teacup nearby has gone cold in the way Oxford tea does when it has been made to witness thinking. Grice: I have a question for you. Moore: Yes. Grice: I’ve this Chronicle of the Oppugnatio Gradiscana. Moore: Ah. Venetians and Austrians behaving like cousins at a wedding. Grice: Quite. And it bears this tag: di pugno dello zio Enrico, di mano del nipote Francesco. Moore: Very neat. Grice: But isn’t a hand part of a fist. Moore: Only if you’re planning to punch someone with the bibliography. Grice: I am tempted. The phrase looks like a contradiction presented as a symmetry. Moore: It is a symmetry. Not a contradiction. Grice: Explain it to me as if I were an undergraduate. Moore: I refuse. You would then write a paper about my refusal. Grice: Then explain it to me as if I were a colleague and liable to be malicious. Moore: Better. Di pugno means “in his own hand,” autographic, the man as origin. Di mano means “through the hand of,” transmission, the man as conduit. Grice: But the conduit still has a fist. Moore: Yes, but you are mixing anatomy with responsibility. A hand is part of a fist, but an editor is not part of an author. Grice: That sounds like a maxim. Moore: It is. Do not confuse physical inclusion with bibliographical agency. Grice: You Modern Languages people do logic without admitting it. Moore: And you philosophers do philology without admitting it. Grice: Still, I worry: di mano del nipote might suggest “copied by the nephew,” scribal hand, rather than “edited.” Moore: It might. And that is why your tag is Griceian: it allows the reader to infer the right thing if he’s competent, and to reveal himself if he isn’t. Grice: So the ambiguity is an entrance exam. Moore: Precisely. If the reader thinks “servant took it to the printer,” he confesses he has never met an early modern nephew. Grice: And if he thinks “nephew authored it,” he confesses he has never met an uncle. Moore: Exactly. Families produce texts the way Oxford produces opinions: by delegation. Grice: So what does di pugno implicate, beyond “autograph”? Moore: It implicates primacy. First-handness. Authority of witness. “I was there,” even when it is not stated. Grice: And di mano implicates what. Moore: Second-handness with responsibility. Not merely “it passed through him,” but “it became legible through him.” Grice: So the real contrast is not fist versus hand, but source versus channel. Moore: Now you’re learning Italian. Grice: I should like to say: then why not make it explicit. Why not: autografo dello zio; edizione del nipote. Moore: Because explicitness is sometimes vulgar. It steals the reader’s small pleasure of getting it. Grice: The reader’s pleasure is not my primary concern. Moore: It should be. Readers are the only reason anyone publishes, even at Oxford. Grice: That is a dangerous thesis to utter in St John’s. Moore: Then treat it as an implicature and deny it later. Grice: So the tag stays. Moore: The tag stays. And if anyone complains that a hand is part of a fist, tell them yes, and that is exactly why the nephew counts: he is not the fist that struck, but he is the hand that makes the striking intelligible. Grice: That is almost moral philosophy. Moore: Don’t tell Mabbott.Grice: St John’s, Sept. 1939. So war has been declared; but unlike Enrico Palladio degli Olivi, I rather doubt I shall keep a record of it—at least, not a record of events. This morning I finished “Personal Identity.” The example I give for the use of “I” is “I” as ascribed to me as the bearer of intentions—future-directed intentions—and I use, by way of illustration: “I shall be fighting soon.” In case Moore (Editor of Mind) complains, I also give an example of “I” as the bearer of a propositional attitude of a more doxastic sort: “I am thinking of Hitler.” So I suppose he’ll be pleased—Moore, I mean, not Hitler. [Editorial note: Grice did, in the event, fight in the North Atlantic theatre before moving to the Admiralty. And his being drafted into the Navy did not exactly come as a surprise to him. Enrico Palladio degl’(1615). De oppugnatione Gradiscana. Di pugno del zio Enrico, di mano del nipote Francesco.

Gian Francesco Palladio degl’Olivi (Udine, Fiuli-Venezia Giulia): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale –Medico e storico italiano. Anche filosofo.  Nasce da Alessandro e da Elena di Strassoldo. Gli Annales di Udine annoverano l’aggregazione della famiglia, proveniente da Portogruaro, tra i nobili della città. O. frequenta l’università di Padova, dove si laurea in giurisprudenza. Rientrato in patria, si dedica per un breve periodo alla professione forense; divenuto abate, ottenne il beneficio ecclesiastico della pieve di Latisana. Si iscrisse, con il nome di Ferace, all’Accademia udinese degli Sventati, fondata tra gli altri dallo zio paterno Enrico. Pubblica a Udine due opere di Enrico: il De oppugnatione Gradiscana libri, sul conflitto che oppose la Repubblica di Venezia e l’Austria, noto con il nome di guerra di Gradisca, e  i Rerum Foro-Iuliensium ab orbe condito usque ad an. Redemptoris Domini nostri 452 libri undecim, rimasti interrotti alla presa di Aquileia da parte degli unni. O. decise di continuare l’opera dello zio, non più in latino ma in volgare, partendo dal punto in cui si era interrotta. La cronaca, Historie delle provincie del Friuli, è composta secondo il metodo annalistico e fu pubblicata in due volumi a Udine. La narrazione, pur essendo fondata su un’ampia documentazione, ripete alcuni luoghi comuni concernenti in particolare l’origine delle città e dei loro casati più eminenti. L’autore difese in particolare l’antichità di Udine riprendendo parte degli argomenti proposti da Gian Domenico Salomoni e ripresi d’O., i quali identificavano Udine e non Cividale nell’antica Forum Iulii di cui parla Paolo Diacono, attribuendo in tal modo a Udine l’egemonia sulla regione dopo la distruzione dell’antica sede metropolita di Aquileia. Riprendendo quanto detto da Salomoni, Palladio riconduceva la fondazione di Cividale sul fiume Natisone al periodo successivo alla vittoria del duca Wechtari. Grice: St John’s, October 1939 — and I’m to leave St John’s before long. Curious: my mind is set not so much on the Hun as on Enrico Palladio degli Olivi and his nephew Gian Francesco Palladio degli Olivi. Perhaps it’s simply my way of keeping my thoughts off the more immediate business. What strikes me is this: poor Enrico fought in the war of 1615 and—sensibly, even bravely—kept a record of it as a witness, indeed as one of the forces engaged. Yet it is the nephew who gets the thing into print, and only when Enrico has long been gone. And still the narrative holds one—has a grip—as if Gian Francesco, by editing his uncle’s heroics, were living them again at second hand: not a soldier this time, but a custodian of the campaign, turning action into annals and blood into ink. One almost suspects an implicature: I could not fight that war, but I can at least preserve it. Grice: Olivi, mi dicono che a Udine siete specialisti di “ragione conversazionale”: cioè riuscite a discutere per tre ore e, per implicatura, dire “ho ragione” senza pronunciarlo mai. Olivi: Caro Grice, è la versione friulana del fiat lux: noi diciamo poco, ma facciamo capire tutto. Se poi sono anche abate, l’implicatura diventa quasi un beneficio ecclesiastico. Grice: Interessante: da Padova torni in patria, fai l’avvocato, poi l’abate, poi lo storico… sembra la tua biografia scritta secondo il metodo annalistico: “Anno primo: cambiai mestiere. Anno secondo: cambiai ancora.” Olivi: Esatto. E quando continuai l’opera di mio zio—non più in latino ma in volgare—l’implicatura era chiara: “voglio che mi leggano davvero.” Quanto all’antichità di Udine… diciamo che, se non era Forum Iulii, almeno forum lo è stato: ci siamo litigati abbastanza. Olivi, Gian Francesco Palladio degl’(1658), De oppugnatione Gradiscana. Di pugno del zio Enrico, di mano del nipote Francesco.

Onorato (Roma, Lazio): la ragione conversazionale del cinargo romano. A member of the Cinargo who takes to the habit of wearing a bearskin. GRICEVS: Salvē, HONORĀTE—quisnam es tu, qui sub pellē ursī quasi sub argumentō validissimō ambulās? HONORĀTVS: Salvē, GRICE. Ego sum ex Cinargō Rōmānō: philosophus Italicus, sed cum ursō—quia friget in Urbe et in disputātiōnibus. GRICEVS: Intellegō: pellem induis, ut omnes implicent “hic vir aut sapientissimus aut periculosissimus.” Sed dic mihi: ratio conversātiōnis tuā quo tendit—ad virtūtem an ad tabernam? HONORĀTVS: Ad utrumque. Nam cum taceō, philosophiam significō; cum rugiō, populus credit me ursum esse: ita et sermō et pellis cooperantur—maximum meum est: nihil dīcere, multum obtinēre.

Opillo (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’orto romano -- l’implicatura conversazionale -- Segue l'indirizzo dell’orto. Liberto di un membro dell’orto, insegna filosofia, ma sciolge la sua scuola per seguire Rutilio Rufo a Smirne, ove compose varie saggi, fra le quali Musarum libri IX. Aurelius Opilius. Ueber die Schreibung “Opillus” statt “Opilius” vgl. F. Buecheler, Rhein. Mus. Opilius lehrte zuerst Philosophie, dann Rhetorik. endlich Grammatik. Später löste er seine Schule auf und folgte dem P. Rutilius Rufus ins Exil nach Smyrna. Hier schrieb Opilius unter anderem ein Werk von neun Büchern mit dem Titel “Musarum libri IX”. Nach den Citaten, die daraus von Gellius und besonders von Varro, Festus und Julius Romanus gemacht werden, muss er sich besonders mit Worterklärungen befasst haben. Ferner erwähnt Sueton einen Pinax mit dem Akrostichon „Opillius"; da wir wissen, dass sich Opilius mit Scheidung der echten und unechten Stücke des plautinischen Corpus abgab, werden wir diese Schrift dafür in Anspruch nehmen dürfen. Zeugnisse. «) Sueton, de gramm. Aurelius Opilius, Epicurei cuiusdum libertus, philosophiam primo, deinde rhetoricam, nocissime premmetiram docuit. dimissa autem schole Rutilinm Rufum damnatum in Asiam secutus ibidem Smyrnae simulque consenuit compositque variae eruditionis aliquod volumina, ex quibus novem unius corporis, quia scriptores ac poetas sub clientela Musarum indicaret, non absurde et fecisse et inscripsisse se ait ex numero divarum et appellatione. huius cognomen in plerisque indcibus et titulis per unam (L) litteram scriptum animadcerto, rerum ipse id per duas effert in parastichide libelli, qui incribitur pinax 3) Musarum libri novem. Gellius, Aurelins Opi-lines in primo librorum, ques Mexerum inceripoit (über indutine). Bei Varro de lingua lat. wird er unter dem Namen Aurelins angeführt (proefica; i, 106, unter dem Namen Opilins Vgl. H. Usener, Rhein. Mus., Bei Festus wird er citiert als Aurelius Opilius. Grice: “Since he was a ‘liberto,’ CICERONE refuses to study him!” GRICEVS: Salvē, OPILLE; audīvī tē Opillum vocārī. Utrum es vir an vitulus parvus? OPILLVS: Salvē, GRICE. Nōn vitulus, sed Aurelius Opilius—quamquam librāriī, ut semper, duplicant litterās et duplicant calumniās. GRICEVS: Bene; sed quoniam libertus fuistī, CICERŌ (ut aiunt) nōn vult tē legere: “nimis liber, nimis perīculōsus.” OPILLVS: Immo! Id ipsum est implicātūra: “nōn tē legō” significat “timeō nē discam aliquid.” Age, GRICE—ad Hortum eāmus; ibi philosophia colitur, et ego quoque, sī bene rigātus fuero.

Enrico Giuseppe Opocher (Treviso, Veneto): la ragione conversazionale l’implicatura conversazionale della giustizia – IVSTVM QVIA IVSSVM. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats a talk exchange as a cooperative rational activity in which hearers recover what is meant beyond what is said by attributing intentions and applying defeasible norms of relevance, adequacy, and clarity (so implicature is a controlled inference, not a free rhetorical flourish). Opocher, by contrast, represents reason-governed meaning in the public and institutional register of legal philosophy: his work is centrally about how justice and legal validity relate to value and concrete individuality within the experience of law, and how normative claims bind not merely by being uttered but by being justified within a shared practical order; Treccani characterizes him as resisting both a normativist reduction of law to force and a realist reduction of law to mere fact, insisting on law’s irreducible value-dimension and on the “individuo concreto” as a focal point of juridical experience. The comparison, then, is that Grice models the micro-normativity of conversation (the rational constraints that make an utterance interpretable as a contribution and license implicatures), while Opocher models the macro-normativity of social life (the rational constraints that make a rule, a judgment, or an account of justice intelligible as more than coercion or description), and your 1937 link through Fichte underscores the bridge: both are interested in how a form of rational autonomy and individuality is made publicly legible—Grice through the inferential structure of communicative intention in exchange, Opocher through the interpretive and evaluative structure of legal reason in institutions and the idea of justice. Grice: “There are two points that connect me with Opocher: ‘individuality’ in Fichte, since I love the problem of the in-dividuum, perhaps influenced by my tutee Strawson (“Individuals!”) – and Opocher’s ‘analisi’ as he calls it, of the ‘idea’, as he calls it, of ‘giustizia’, particularly in Thrasymachus, for which I propose an eschatological study!” Con Ravà e Capograssi è considerato uno dei maggiori filosofi del diritto italiani del Novecento. Nacque da Enrico Giovanni, ginecologo. Durante la Grande Guerra la famiglia, timorosa dei bombardamenti, si trasferì dapprima nella periferia di Treviso, quindi a Pistoia presso una parente. Gli anni successivi riportarono un clima di serenità e agiatezza, nel quale Enrico crebbe, dividendosi tra la città natale e Vittorio Veneto, meta delle sue vacanze estive.  Dopo il liceo fu avviato, secondo il volere del padre, agli studi giuridici, benché fosse decisamente più inclinato verso la filosofia. Si iscrive alla facoltà di giurisprudenza a Padova, ma continua a coltivare i propri interessi personali seguendo le lezioni di filosofia del diritto tenute dRavà. Sotto la guida di quest'ultimo stilò una tesi su La proprietà nella filosofia del diritto di Fichte, con la quale si laurea brillantemente. Ottenuta la libera docenza, vinse il concorso per la cattedra di filosofia del diritto presso la facoltà di giurisprudenza a Padova, succedendo a Bobbio che in Veneto era divenuto segretario regionale del Partito d'Azione. Nell'ateneo padovano insegnò ininterrottamente per quarant'anni, tenendo lezioni per i corsi di filosofia del diritto, di storia delle dottrine politiche e di dottrina dello stato Italiano.  È ricordato in maniera particolare per i suoi studi sull'idea di giustizia, e sul rapporto tra diritto e valori, nonché per la redazione di un celebre manuale. giustizia – fairness, gius, il concetto di gius nel diritto romano, iustum non quia iussum – verbal aspect here --. Grice, “Grice ed Opocher: giustizia del neo-Trasimaco. Grice: Merton, 1937. I have been reading the abstracts for the Ninth International Congress of Philosophy, and I am struck less by the doctrines than by the babel. Every school, every nation, every temperament seems to have brought its own dialect and expects the rest of us to do the interpreting. One Italian, Enrico Giuseppe Opocher, contrives to make the point before he has even begun: he mixes languages in the title itself, as if to demonstrate that philosophy is already a border-crossing business. Immanentismo ed eticismo nella Wissenschaftslehre di Fichte, he calls it—Italian bookends holding a German spine together. I suppose this is what passes for a lingua franca in the Quartier Latin: everyone speaks his own tongue, but pronounces the German nouns as if they were honorary French. Mother would say, of course, that one should not say “in Paris”—one should say “at the Congress,” or, better, say nothing and let the place remain tactfully unnamed. Still, I could not help smiling at the way Opocher’s title performs its own thesis: immanentism and ethicizing are not merely topics; they are habits of speech, ways of sliding from metaphysics into morals without admitting the movement. I tell myself I shall attend the Tenth Congress, wherever it may be held, just to see whether the philosophers will have invented an even more elaborate pidgin by then—Latin for the programme, French for the coffee, German for the seriousness, and English for the apologies.” Editor’s note: the Tenth International Congress of Philosophy was held in Amsterdam in 1948; Grice did not attend. Grice: Caro Opocher, ti confesso che ogni volta che sento parlare di “giustizia”, mi viene voglia di chiedere: ma è davvero “giusta” o solo “giustificata”? D’altronde, come diceva Trasimaco, la giustizia a volte sembra un labirinto… senza uscita!  Opocher: Eh, caro Grice! Se Trasimaco avesse avuto a disposizione i manuali di filosofia del diritto, forse avrebbe trovato almeno una mappa. Io, però, preferisco pensare che la giustizia sia come la polenta veneta: ognuno la cuoce a modo suo, ma alla fine piace a tutti!  Grice: Ottima analogia! Dunque, se la giustizia è polenta, il diritto romano sarebbe il cucchiaio? E Fichte, invece, il cuoco che insiste sul fatto che ogni porzione deve rispettare l’individuo... almeno finché non si tratta di dividere il piatto!  Opocher: Esatto! Ma attenzione: chi mangia troppo rischia di finire davanti al giudice… o peggio, di ritrovarsi a discutere con Trasimaco sulla “giustizia del neo-Trasimaco”. Grice, tu porta il cucchiaio, io porto la polenta: vediamo se la filosofia può davvero saziare tutti! Opocher, Enrico Giuseppe (1937). Immanentismo ed eticismo nella Wissenschaftslehre di Fichte. IX Congress internationale de philosophie, Paris.

Quinto Orazio Flacco (Venosa, Potenza, Basilicata): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – O. fu attirato dai problemi morali ed estetici. Quinto Orazio Flacco. Muore a Roma. Soltanto nelle "Epistole," Orazio dichiara di sentirsi attirato dalla filosofia morale per la quale vuole abbandonare la lirica. Si è notato che questa epistola è un protrettico. Ma anche negli scritti precedenti O. tocca spesso argomenti filosofici. Scherzosamente, O. si chiama dall’orto “de grege poreus” (Epist.). Effettivamente egli, che dichiara di non voler giurare sulle parole di nessun maestro, non appartiene ad alcun indirizzo determinato. Nei suoi studi in Atene conosce dottrine di scuole diverse, vede nelle sette filosofiche una disciplina che non deveno essere ignorate. O. s’interessa soprattutto per la morale applicata ai casi della vita. La sua indole, amante dell’equilibrio, della tranquillità, della serenità, gli fa considerare con simpatia l’etica dell’ORTO, di cui si scorge l’influsso nelle satire, che abbondano di reminiscenze a LUCREZIO . O. ri-assume la teoria dell’orto sull’origine del diritto e della legge. Più volte, satireggia paradossi del Portico: tutte le colpe sono uguali, il sapiente è re e conosce ogni cosa. O. disegna la caricatura del Portico: capelluti e barbuti che, predicatori ambulanti, espongono precetti ai quali non sempre fanno corrispondere la vita. Ma O. mostra di apprezzare maggiormente la severa nobiltà degl’ideali del Portico. O. si avvicina sia all’Orto che al Portico quando loda la vita semplice e sana della campagna. Ma quando sferza la caccia alle riechezze e al lusso, O. si collega al Cinargo, delle cui diatribe si avverte l'influsso nelle sue satire. Nell'insieme, la morale di O. è utilitaria ed è diretta dall’esigenza dell’equilibrio e della misura. La sua non è una teoria filosoficamente fondata e perciò non manca di incoerenze. Nell’"Arte Poetica" si riconoscono abitualmente riflessi di teorie del “Lizio” Orto. (Corpus, 1932; Grice and Shropshire preparing for Mods) Shropshire had arranged his books in strict chronological piles, as if time were a virtue in itself and not merely a nuisance that happens to texts. Grice: You’re doing it again. Shropshire: Doing what. Grice: Dating everything. You treat a poem like a jar of jam: you won’t open it till you’ve found the label. Shropshire: A poem without a date is merely a rumour with metre. Grice: That, I take it, is your first paper. Shropshire: It’s my first principle. Now. Orazio. Earliest attributable work, please. I want a year that would satisfy a prosecutor. Grice: Very well. His first published book is the first book of the Satires. Published about 35 before Christ. Shropshire: Before Christ. I can already hear a bishop fainting in the quad. Say it properly. Grice: Properly. Thirty-five BC. Shropshire: Still improper. I want it Roman. Ab urbe condita. In Roman numerals. Grice: You want him dated in the way the Romans themselves usually didn’t bother to date him. Shropshire: Exactly. The pedantry is the point. Grice: All right. The founding of Rome is the usual peg: 753 BC is year 1 AUC. Shropshire: Good. Continue. Slowly. This is arithmetic, not metaphysics. Grice: If 1 BC is AUC 753, then 35 BC is AUC 719. Shropshire: Seven hundred and nineteen. Now write it in Roman numerals. Grice: DCCXIX. Shropshire: DCCXIX AUC. There. Now we can speak like civilised men. Grice: You realise, of course, that if you say “AUC” in a lecture, half the room will think you mean something pharmacological. Shropshire: Then they should read more Latin. Grice: The point is delicious: you have replaced Anno Domini, which is theological, with ab urbe condita, which is mythological, and you call that an improvement. Shropshire: It is an improvement. It relocates the calendar from a manger to a city. Grice: And from a fact to a legend. Very Oxford. Shropshire: Now, which is it: “after Christ” or “Anno Domini”? Grice: In English prose: AD. In Latin: Anno Domini. In argument: “later than you think.” Shropshire: I want the Roman, not the Christian. Grice: Why. Shropshire: Because Horace would hate being filed under someone else’s nativity. Grice: Horace would hate being filed under anything at all. That is why he called his satires Sermones: he wanted them to sound like talk, not like tablets. Shropshire: Talk can be dated. Otherwise it becomes gossip. Grice: Here is the moral, then. You can say “35 BC” and mean “around the time the Satires first appear as a book.” Or you can say “DCCXIX AUC” and mean “I am showing off.” Shropshire: And which do you mean. Grice: I mean both. The second is an implicature. Shropshire: Then the first is what is said, and the second is what you are. Grice: Precisely. Now stop numbering Rome and decline λύω before time declines you.GRICEVS: Salve, Horati Flacce, Venusiae decus. Audio te in Epistulis iactare te velle lyricam ponere atque ad philosophiam moralem migrare—quasi Musa ipsa tibi dixerit: “Satis cantasti; nunc rationem redde.” HORATIVS: Salve, Grice. Ita est: non iuro in verba magistri; sed cum vitiis amicorum et meis cotidie luctor, ad hortum saepe confugio—ego ipse, ut ioco, de grege porci. GRICEVS: Oportet ergo te doctissimum esse in implicaturis: cum dicis “de grege porci,” non tantum de porco loqueris, sed significas: “nolite me stoicum barbatum fingere.” Porticus enim, ut scribis, omnia peccata paria facit—quod est paene impossibile, nisi in tabulis scholasticis. HORATIVS: Recte intellegis. Ego Porticum laudo cum moderatur, irrideo cum tonat. Nam mea maxima est haec: aurea mediocritas. Si quid “implicavi,” hoc tantum: in urbe morior, sed mente in agro vivo—et si philosophus fio, id facio ut minus ridear, non ut minus rideam. Quinto Orazio Flacco, (a. u. c. DCCXIX). Qui fit, Maecenas, ut nemo, quam sibi sortem seu ratio dederit seu fors obiecerit, illa contentus vivat, laudet diversa sequentis? Roma

Oribasio (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Marte, o la scuola di Giuliano -- Giuliano’s personal philosopher. He shares Giuliano’s enthusiasm for paganism. His treatises survive, as does paganism – “Only you shouldn’t use that vulgar adjective,” as Cicerone says!” – Grice.  GRICEVS: Salve, Oribasi. Audio te Iuliani esse philosophum domesticum: Martem laudatis, aras instauratis, et paganos deos tam studiose colitis ut etiam implicatura sacrificet. ORIBASIVS: Salve, Grice. Ita est: in schola Iuliani non tantum dicimus, sed significamus. Cum princeps “Martem” nominat, subintelligitur “virtutem”; cum ego taceo, intellegitur “consilium.” GRICEVS: Bene; sed moneo te de stilo. De paganismo tuo dicis “superstitionem splendidam” (ut audivi). Cicero—immo ego, Ciceronem imitans—dicerem: “Tolle illud adiectivum volgare: ‘splendidam’.” Non omnia quae sonant bene, decent. ORIBASIVS: Accipio correptionem: dicam potius “pietatem veterem.” Nam apud Iulianum hoc est ludus urbanus: tu me doces quid dicendum sit; ego te doceo quid non dicendum—ut paganismus maneat, et adiectiva pereant.

Francesco Orioli (Vallerano, Viterbo, Lazio): l’implicatura conversazionale nella logica della monarchia romana – i sette re. Grice’s account of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming a cooperative purpose in talk and drawing defeasible inferences under rational constraints (the Cooperative Principle and maxims), so that implicature is not ornamental “reading between the lines” but an accountable calculation about intention and conversational suitability. Orioli makes a useful foil because his work and life foreground a different scale of “implicature”: he is a nineteenth‑century polymath and political actor (born in Vallerano in 1783, active in revolutionary politics and later public office) whose writings range from natural philosophy (his 1836 Saggio sopra la filosofia naturale) to historical-archaeological and political interventions, including interpretive narratives about early Rome (e.g., Dei sette re di Roma, 1839), where the “logic” of events and institutions is reconstructed from fragmentary evidence, rhetorical postures, and the unsaid motives of agents in councils, courts, and revolutions. Read side by side, Grice gives a micro-pragmatics of interpersonal exchange (how a conversational move licenses an implicature because certain alternatives would be irrationally unsuitable at that stage of the talk), while Orioli exemplifies a macro-hermeneutics of civic and historical discourse (how one infers intentions, alliances, and institutional meanings from what is recorded and what is conspicuously omitted), making Orioli an apt historical counterpart for showing that “reason in interpretation” can operate both in the minute mechanics of a talk exchange (Grice) and in the larger inferential economy by which political life and historical narrative are made intelligible from traces, documents, and strategic silences. Grice: “Only in Italy, a philosopher, rather than a cricketer, is supposed to take part in a revolution and write a book about his shire!” -- Fondatori della Repubblica Romana. “De' paragrandini metallici” -- Milano, Fondazione Mansutti. Il padre, medico, lo conduce a Roma, dove si laurea brillantemente. La professione non lo attrae molto, Lo troviamo, infatti, professore di filosofia nei seminari e nei licei dell'urbe. Da Roma si trasfere a Perugia, dove si laurea. Insegna a Bologna. Partecipa con gl’allievi all'insurrezione delle Romagne. Successivamente è eletto membro del governo provvisorio di Bologna, che è sciolto in seguito all'intervento militare dell'Austria. Tentando di mettersi in salvo,salpò da Ancona diretto in Francia con un altro centinaio di rivoluzionari; ma il brigantino Isotta sul quale viaggiava venne catturato dall'allora capitano di vascello della marina austriaca Francesco Bandiera (padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio) e tutti i rivoluzionari furono arrestati. Venne incarcerato a Venezia. Poco dopo venne liberato, forse per mancanza di risultanze gravi sul suo conto. Iniziò così l'errare, costretto a fuggire da terra in terra, inneggiando sempre all'Italia unita. Fu professore di archeologia alla Sorbona. A Bruxelles insegnò. Soggiornò anche a Corfù, dove tenne un corso dnell'università della città. Quando Pio IX concesse l'amnistia, poté tornare a Roma, dove tenne la cattedra di archeologia. Le sue attitudini per il giornalismo non attesero molto per farsi notare, e così fondò un periodico politico che ebbe però vita breve, La Bilancia. Fu eletto deputato al parlamento della Repubblica Romana. Quando il governo pontificio fu restaurato, in riconoscimenti dei suoi meriti, fu nominato consigliere di stato. Pubblica molti saggi di filosofia. Tra i più famosi sono da menzionare “Dei sette re di Roma e del cominciamento del consolato” (Firenze), “Intorno le epigrafi italiane e l'arte di comporle” (Roma). implicatura. Grice: “Corpus, 1932. Today I had my frankest tutorial with Hardie yet. “Grice,” he said, in that Scottish cant of his which makes even a reprimand sound like an invitation, “you will now be obliged—on the most pleasant terms—to attend one or two lectures given by our Chairs.” And with that he handed me the thickest volume I had seen since entering Corpus: Orioli’s Saggio sopra la filosofia naturale. “For next week,” Hardie went on, “you will tell me what you need to know about this curious Oxford arrangement: why you may attend a lecture by the Waynflete Professor of Metaphysical—trans-natural, if you insist on the Latin—philosophy, but no longer by any Professor of plain Natural Philosophy. We once had both, you know. Now we have metaphysics with a capital and nature with a laboratory.” I opened Orioli and felt at once the old, dignified breadth of the word “natural”—not merely physics-as-technique, but nature as the whole field in which a mind might still dare to range. Hardie watched me leaf through it with the air of a man setting a trap for a pupil’s modern complacencies. “You will discover,” he said, “that ‘natural philosophy’ is not what the chemists do. It is what philosophers used to do before they mistook specialism for virtue.” Then he added, with a dryness that almost counted as mercy: “And do not, for heaven’s sake, come back next week saying that metaphysics is what you do when you have nothing else to read. At Oxford, metaphysics is what you do when you have too much.”” Grice: Caro Orioli, mi ha sempre incuriosito come la logica della monarchia romana e il pensiero filosofico possano intrecciarsi nella tua opera. Quanto conta per te l'implicatura conversazionale nell'interpretazione dei sette re? Orioli: Caro Grice, la logica delle conversazioni tra i re e i loro consiglieri è fondamentale per comprendere le vere intenzioni e gli accordi sottesi. Senza implicatura, la storia sembrerebbe solo un resoconto di eventi, e invece è ricca di sfumature e sottintesi.  Grice: Interessante! E pensi che questa capacità di leggere tra le righe abbia aiutato te, come filosofo e rivoluzionario, a navigare le acque turbolente della politica italiana? Orioli: Assolutamente sì! Spesso, nelle insurrezioni e nei dibattiti parlamentari, il non detto era più eloquente delle parole. La filosofia, come la vita politica, insegna che bisogna saper ascoltare ciò che sta tra le righe e agire di conseguenza. Orioli, Francesco (1836). Saggio sopra la filosofia naturale. Roma: Salviucci.

Giacomo Luigi Ornato (Carmagna, Cuneo, Piemonte): la ragione conversazionale o dell’implicature conversazionali nella conversazione d’Antonino con Antonino. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers legitimately infer what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming a cooperative, rational orientation to the talk exchange (the Cooperative Principle and its maxims), so that “extra meaning” is not free poetry but a defeasible product of accountable inference. Ornato is a useful foil because his work and temperament highlight a different axis of “reason in language”: not the inferential pragmatics of everyday exchange, but the disciplined craft of mediation between languages, registers, and intellectual cultures—above all translation, where fidelity is achieved by restraint and where over-performance (the operatic recitative effect) can be understood as a practical analogue of conversational overinformativeness or misplaced manner. If Grice focuses on how rational interlocutors compute implicatures from what is said under shared norms, Ornato shows how rationality also governs what one ought not to add when carrying meaning across forms (Greek to Italian, Stoic notes into a readable vernacular), and even his later posthumous “Ricordi” materials underscore the same lesson: that the intelligibility of a voice can outlive its author only if the editor/translator keeps the additions answerable to the text’s purpose rather than to personal flourish. Visse vita ritirata, modesta e schiva d'onori e ricchezza intesa soltanto allo studio. Coltiva le scienze fisiche e matematiche, la filologia, la poesia, la musica e con singolare amore le discipline metafisiche. Sii trasferisce a Torino dove frequenta alcuni esponenti dell'aristocrazia sabauda. Tra le sue amicizie più importanti Santarosa, Sabbione ed i fratelli Balbo. Dei concordi è insegnante di matematica nel collegio dei paggi imperiali, impiegato nella segreteria dell'Accademia delle Scienze di Torino e successivamente professore presso la Reale Accademia Militare. In seguito ai moti rivoluzionari e nominato da Santarosa Ministro della Guerra della giunta rivoluzionaria. Si rifugia in esilio a Parigi. Nella capitale francese stringe amicizia con Cousin e la sua casa è frequentata da numerosi patrioti italiani. Ottiene di poter rientrare in Italia e si ritira a Caramagna dove riceve le visite dei patrioti Pellico, Provana, Gioberti e Balbo. Si trasferisce a Torino dove morirà e verrà sepolto nel cimitero monumentale. Saggi: traduzione di Ode a Roma di Erinna, traduzione dei “Ricordi di Antonino, Picchioni, Vita, studii e lettere inediti di Leone Ottolenghi, E. Loescher. Biografiche e risultati di ricercheo, Becchio Calogero, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ulteriori approfondimenti possono essere reperiti nei seguenti siti: Comune di Caramagna Piemonte, su comune.caramagnapiemonte.cn. Associazione Culturale "L'Albero Grande", su albero grande. Due difetti o cattivi abiti, nota qui e contrappone Antonino. L’uno, del lasciarci guidare unicamente dalla IMPRESSIONE che fan su di noi l’oggetto esterno, divagando da questo a quello secondo che quello ci attrae più fortemente che questo. L’altro del lasciarci guidare unicamente dal pensiero o idea che ci vengono in mente a caso, seguendo quelli che eccitano più la nostra attenzione. implicatura, Antonino, ad seipsum, ricordi.  Grice: “Corpus, 1932. Hardie has decided that the only cure for a young man’s airy talk about “meaning” is to make him translate. “Pick a Greek piece,” he said, “turn it into Latin, and see whether you can keep the thought intact. Feel what Ornato felt.” So I chose a short lyric—Erinna, because she is precise enough to punish laziness—and set about producing Latin that would not sound as if Cicero had swallowed a gramophone. At the next tutorial Hardie read my version in silence, the sort of silence that makes you revise your whole education. Then, quite unexpectedly, he said I had done better than Ornato. “I never felt like intruding, sir,” I said, “so I never asked. What did you mean by ‘Ornato’?” That, naturally, was my fault. There were only fifteen minutes left, and I had just opened the gate to a lecture. Hardie proceeded to spend—by my mother’s stopwatch, I should think—nineteen more minutes explaining how Ornato, with a perfectly sound classical intention, managed to turn Erinna’s Ode to Rome, a sharp Hellenic utterance, into something resembling an operatic recitative: too many flourishes, too much “effect,” too little of the Greek’s restrained bite. “It’s not that he mistranslates,” Hardie said; “it’s that he over-performs. He takes a poem and gives you a performance of a poem.” Which, of course, is a lesson about conversation as much as translation: when you add too much, you may still be intelligible, but you stop being faithful. Ornato, Hardie implied, could not resist the temptation to make Rome sound like a stage direction.” Editor’s note: Erinna is a rare early Greek lyric voice (often associated with the fourth century BCE), remembered in antiquity for a small surviving corpus and for the intensity of her style; “Ode to Rome” here functions as a convenient label for the kind of classical praise-poem a nineteenth-century Italian translator might select for an exercise in Latinity and patriotic tone.GRICE: Caro Ornato, dicono che tu abbia vissuto una vita schiva, lontana dai riflettori. Ma ti chiedo: se tu e Antonino parlate, chi tra voi ha l’ultima parola? Oppure la conversazione finisce sempre con una implicatura misteriosa? ORNATO: Ah, caro Grice, nella nostra Carmagna la conversazione è come una partita a scacchi – ogni mossa è una metafora e ogni implicatura un cavallo imbizzarrito. Ma ti confesso: ogni tanto, lasciamo che sia l’impressione a guidarci... così nessuno vince davvero, ma tutti si divertono! GRICE: E la modestia? Dicono che tu sia più schivo di un filosofo piemontese davanti a un invito a una festa. Non temi che, tra filologia e musica, ti sfugga qualche implicatura troppo allegra? ORNATO: Grice, nella mia casa, ogni implicatura trova il suo posto – tra una nota di pianoforte e un teorema matematico. Se per caso ne scappa una troppo allegra, la metto a tacere con una poesia! E poi – come diceva Antonino – a volte è meglio lasciarsi guidare dal pensiero che ci passa per la testa... purché non sia quello di andare a una festa! Ornato, Giacomo Luigi (1817). L’oda a Roma d’Erinna.

Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro (Vicenza, Veneto): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- la difficoltà dei segni di Trissino non favorì la diffusione della sua filosofia –Grice: “I discuss Fiat lux – and so does O.!” – Keywords: mode, modo, mood, modo iussivo --. Ritratto di Vincenzo Catena. Persona di spicco della cultura rinascimentale, notissimo al tempo, il Trissino incarnò perfettamente il modello dell'intellettuale universale di tradizione umanistica. Si interessò, infatti, di linguistica e di grammatica, di architettura e di filosofia, di musica e di teatro, di filologia e di traduzioni, di poesia e di metrica, di numismatica, di poliorcetica, e di molte altre discipline. Nota era, anche presso i contemporanei, la sua erudizione sterminata, specie per quel che riguarda la cultura e la lingua greche, sull'esempio delle quali voleva rimodellare la poesia italiana.  Fu anche un grande diplomatico e oratore politico in contatto con tutti i grandi intellettuali della sua epoca quali Niccolò Machiavelli, Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo Rucellai, Ludovico Ariosto, Pietro Bembo, Giambattista Giraldi Cinzio, Demetrio Calcondila, Niccolò Leoniceno, Pietro Aretino, il condottiero Cesare Trivulzio, Leone X, Clemente VII, Paolo III, e l'imperatore Carlo V d'Asburgo. Fu ambasciatore per conto del papato, della Repubblica di Venezia e degli Asburgo, di cui fu un fedelissimo, come tutta la sua famiglia da generazioni. Scoprì e protesse l'architetto Andrea Palladio, appena adolescente, nella sua villa di Cricoli, vicino Vicenza, che venne da lui portato nei suoi viaggi e fu da lui iniziato al culto della bellezza greca e delle opere di Marco Vitruvio Pollione. la riforma della lingua italiana, filosofia del linguaggio, Alighieri, lingua e linguaggio, codice di comunicazione, il parlare umano, il parlare solo umano, la prima lingua, la parlata dei genovesi, la filosofia della lingua in Alighieri, l’eloquenza, la filosofia del linguagio, only man speaks. Gian Giorgio Trisino dal Vello d’Oro.  GRICE: Caro Oro, dicono che tu sia un vero giocoliere di linguaggi e codici, ma dimmi: come fai a scrivere libri che solo i geni riescono a decifrare? Perfino le mie implicature si sentono inadeguate!  ORO: Ah, Grice, il segreto è tutto nei miei segni misteriosi: se tutti capissero subito, che gusto ci sarebbe nel conversare? Meglio lasciare qualche modo iussivo a spasso, così la gente ha sempre qualcosa su cui discutere a tavola!  GRICE: Questa sì che è filosofia veneta: metà Spritz, metà aforisma! Ma dimmi la verità, Oro: sei tu che hai insegnato a Palladio che anche le ville devono avere implicature architettoniche nascoste?  ORO: Naturalmente! Ogni colonna porta un messaggio segreto—e se non lo capisci, non entrare a Cricoli! In fondo, caro Grice, che senso avrebbe il “parlare solo umano” se non lasciassimo agli altri il piacere del fraintendimento? Oro, Gian Giorgio Trisino dal Vello d’ (1524). La poetica. Vicenza: Tolomeo Gian Giorgio Trissino.

Orrontio (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e la scuola di Roma. Grice: “We don’t have ‘senators’ at Oxford!” -- Filosofo italiano. A senator and follower of Plotino – cited by Porfirio. Orrontio. Keywords: categoriae.  GRICEVS: Salve, Orronti. Audio te et senatorem esse et Plotini sectatorem; mihi autem Oxonii res mirissima est: senatores non habemus—nisi forte in conviviis, cum quis nimis graviter tacet. ORRONTIVS: Salve, Grice. Roma quidem senatores habet, sed non semper rationem conversazionalem: saepe plus est oratio quam ratio. Ego tamen, Porphyrio teste, inter categoriae et contemplationem Plotinianam pacem quaero. GRICEVS: Pax? In senatu? Id iam est implicatura robusta. Dic mihi: in schola Romana, cum quis dicit “Categoriae,” vult Aristotelem—an vult tantum disputationem longiorem? ORRONTIVS: Utrumque. Nam senator cum “categoriae” pronuntiat, significat: “Nolite me interpellare; iam ad unum fugio.” At tu, Grice, si senatores non habetis, certe habetis quaestiones—quae multo tutiores sunt quam suffragia.

Ortensio (Roma, Lazio) : la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale –. Cicerone ’s greatest contemporary rival, known for the lush ‘Asianist’ style. A philosopher. Ortensio Ortalo Quinto. GRICEVS: Salve, Ortensi. Dicunt te Ciceronis aemulum fuisse—Asiatico illo dicendi genere tam laeto, ut etiam implicaturae tuae purpuram induerent. ORTENSIVS: Salve, Grice. Ciceronem aemulari? Immo illum exercebam: cum nimis perspicue loqueretur, ego eum blandis ambagibus docebam quid esset ratio conversationalis. GRICEVS: At cave: si nimis florescis, auditor putat te plus dicere quam dicis—et, more meo, statim concludit te aliquid significare quod non vis. Inde nascitur implicatura, non rosa. ORTENSIVS: Recte mones. Sed hoc ipsum amo: Ciceroni verba, mihi silentia prosunt. Ille clamat “Roma!”, ego tantum tussio—et tota curia intellegit.

Gianmaria Ortes (Venezia, Veneto) – la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del verso. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats utterances as moves in a cooperative enterprise in which hearers rationally infer what is meant (often beyond what is said) by assuming shared purposes and norms, so implicature is a disciplined, defeasible product of practical reasoning about communicative intention. Ortes is an illuminating foil because his “rigorous rationalism” is deployed not to model inference in dialogue but to police conceptual confusions in political economy—above all the mercantilist tendency to conflate money with wealth and, in the 1756 Calcolo on rents and land prices, to separate price as a measurable market magnitude from value as what is genuinely at stake in the structure of national prosperity. Put together, Grice shows how reason silently governs conversational exchange (how “That’s good value” can function as evaluation, recommendation, or mild rebuke depending on what it is taken to imply), while Ortes shows how reason should govern public discourse by forcing us to keep distinct the categories our language tempts us to blur (wealth vs money, value vs price); the comparison you can draw is that for Grice rationality operates as an internal norm of interpretive coordination between speakers and hearers, whereas for Ortes rationality operates as an external corrective to collective misdescription, treating sloppy linguistic substitutions as causes of bad theory and bad policy. Grice: “Ortes’s little treatise on the philosophy of language supports my claim about philosophy of language NOT being a necessary discipline on which to give a seminar at Oxford, since the pupil would already know the stuff!” Filosofo italiano. Venezia, Veneto. Grice: “Being English, I was often confronted with that very ‘silly’ song by Cleese and Idle, but then they were never the first! Which is good, since they are Cambridge and Ortes is Oxonian! Viva La Fenice!”. Keywords: philosophy of language, history of the philosophy of language, semantics, history of semantics. Considerato uno dei più dotati tra i filosofi veneti settecenteschi, precursore nell'analizzare dal punto di vista della produzione complessiva alcuni aspetti come popolazione e consumo. La sua impostazione filosofica si fonda su un rigoroso razionalismo. Nel mercantilismo vide far gran confusione fra moneta e ricchezza. Fu un sostenitore del libero scambio pur con alcune restrizioni della proprietà che interessavano il clero, anche se appartenevano al passato ed è considerato per questo un anticipatore di Malthus, ma con qualche contraddizione. Malthus prevede l'aumento della popolazione, in trenta anni, in modo esponenziale, quindi molto di più dell'aumento delle sussistenze. Altre saggi: “Grandi, abate camaldolese, matematico dello Studio Pisano, Venezia, Pasquali, “ Dell'economia nazionale” (Venezia); “Sulla religione e sul governo dei popoli” (Venezia); “Saggio della filosofia degli antichi” -- esposto in versi per musica (Venezia); “Dei fedecommessi a famiglie e chiese,” Venezia, “Riflessioni sulla popolazione delle nazioni per rapporto all'economia nazionale: errori popolari intorno all'economia nazionale e al governo delle nazioni” (Milano, Ricciardi), Donati (Genova, San Marco dei Giustiniani). Catalano, Dizionario Letterario Bompiani. Milano, Bompiani, Citazionio su Treccani L'Enciclopedia. verso. “Grice: St John’s, 1962. In the conversation seminars here I find myself drifting, more and more, toward the thought that it is all a question of value. Before the war the Germans at Corpus used to call the thing Axiologie and speak as if the word itself were a credential; now the fashion is to pretend we have only “preference” and “choice,” as if the ethical had been reduced to shopping. And then, in the Merton library, I stumble on Ortes—cool Venetian intelligence—setting price against value with the kind of pedantic serenity that makes one suspect he has never had to buy anything in a hurry. English, maddeningly, gives you “worth” and expects you to do the rest. We say the price of those shoes is reasonable, not rational; we say a bargain is good value, but we hesitate to say it is good reason. So where, exactly, does value end and price begin—or is it the other way round? And more to the point for my purposes: when a man says “That’s good value,” is he reporting a fact, offering a recommendation, or merely giving his approval a marketable costume? I begin to suspect that half of our conversational life consists in pricing our attitudes while pretending we are valuing our reasons.” Grice: Caro Ortes, ho spesso sostenuto che la filosofia del linguaggio non debba essere materia obbligatoria a Oxford: chi affronta la filosofia ha già interiorizzato i principi fondamentali, come tu ben dimostri nel tuo trattatello! Ti sei mai riconosciuto in questa posizione? Ortes: Caro Grice, la tua osservazione non può che farmi sorridere: in fondo, ogni vera riflessione filosofica nasce dalle parole, ma ancor più dalla chiarezza del pensiero. Analizzare la lingua è solo il primo passo per comprendere la complessità della realtà. Grice: Hai ragione, Ortes. La tua attenzione alla razionalità e alla distinzione tra ricchezza reale e nominale mostra quanto il linguaggio possa influenzare l'economia e i costumi di una nazione. Forse, la filosofia del linguaggio è più pratica di quanto sembri! Ortes: Indubbiamente, Grice! Come spesso ripeto, tra il dire e il fare ci passa il mare, ma senza dire non c'è fare. Viva il ragionar chiaro e la Fenice veneziana che sempre rinasce, anche nella filosofia! Ortes, Gianmaria (1756). Calcolo sopra il valore delle rendite e sul prezzo delle terre. Venezia: Giambattista Pasquali.

Osimo (Milano, Lombardia): la ragione conversazionale. Grice: “What italians call an ‘ebreo italiano’! -- Keywords: Grice-- è un semiologo e scrittore italiano. Laureato all'Università di Tartu con Torop, consegue il dottorato a Milano. Da allora si dedica allo studio della traduzione a partire da una prospettiva semiotica, in particolare studiando le fasi mentali del processo traduttivo e la valutazione della qualità della traduzione – Grice: “Something I did not have to endure at Clifton!” -- È docente di traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori "Altiero Spinelli". Opere Narrativa Il poeta in affari veniva da molto lontano, Milano, Bruno Osimo, Breviario del rivoluzionario da giovane, Milano, Marcos y Marcos, Found in translation. Esercizi di stile traduttivo. Cinquanta visite malriuscite in cinquanta lingue diverse – ma tutte italiano, con Federico Bario e Anton Pavlovič Čechov, Milano, Disperato erotico fox. Manuale di ballo liscio, Milano, Marcos y Marcos, Bar Atlantic, Milano, Marcos y Marcos, Dizionario affettivo della lingua ebraica, Milano, Marcos y Marcos, audiolibro Poesia Poesie dall'ospedale psichiatrico, Milano, Poesie apocrife di Anna Achmatova, Milano, Saggistica Distorsione cognitiva, distorsione traduttiva e distorsione poetica come cambiamenti semiotici Deiva Marina, La memoria della cultura: traduzione e tradizione in Lotman Deiva Marina, Semiotica semplice Guida alla sopravvivenza per il cittadino Deiva Marina, Traduzione come metafora, traduttore come antropologo Deiva Marina, Semiotica per principianti. Ovvero: impara la disciplina più astrusa con le canzonette, Deiva Marina, Primo Levi. Miti d'oggi, Milano, Francesco Brioschi, Prefazione di Bruno Segre (storico) La lingua non salvata. Case study di strategia traduttiva, Milano, Bruno Osimo, Traduzione giuridica e scienza della traduzione, Milano, Bruno Osimo, Traduzione della cultura, Milano, Bruno Osimo, Traduzione letteraria e precisione terminologica, Milano, Bruno Osimo, Handbook of Translation Studies, Milano, Bruno Osimo, Dictionary of Translation Studies, Milano, Bruno Osimo.  Grice: Caro Osimo, quanto è vero che per capire una traduzione bisogna essere anche un po' filosofi… ma dimmi, quando traduci cinquanta visite malriuscite, ti capita mai che una si trasformi in una visita ben riuscita solo cambiando lingua? Osimo: Ah, Grice, se bastasse una lingua nuova per aggiustare le visite, ne avrei già provate cento! Ma, come diceva mia nonna, “tradurre è come ballare il liscio: se sbagli il passo, finisci sulla punta della scarpa dell’altro!” Grice: Questa sì che è una metafora brillante! E dimmi, tra “Distorsione poetica” e “Manuale di ballo liscio”, quale ti fa perdere più il ritmo? Forse la semiotica si impara meglio con le canzonette? Osimo: Assolutamente, Grice! La semiotica con le canzonette si digerisce meglio: anche Primo Levi avrebbe approvato, purché non si traduca “Il poeta in affari” in inglese come “The business poet”—potrebbero pensare che voglia vendere versi al mercato!

Ostiliano (Roma, Lazio): la ragione converazionale e il portico romano -- la filosofia romana sotto il principato di Vespasiano -- Grice: “In Der Streit des Facultaeten in drey absichten,” Kant memorises how hard he found to find ‘eternal peace’ with the theologians, the jurists, and the medics. The same could be said of Ostiliano. His only claim to fame is that his philosophical theory was completely banished by Vespasian. The implicature being that Vespasiano MUST be right, whereas Ostilliano MUST be wrong! It may be further argued that one of VESPASIANO ’s implicature was that the Porch itself should be banned. ‘Hardly academic!’”. Filosofo italiano. A follower of the Portico. His claim to fame is that Vespasiano  banishes him from Rome.  GRICEVS: Salve, Ostiliane: audio te Roma pulsa esse sub Vespasiano, quasi ipsa Porticus nimis loquax esset. Ego vero, cum theologis, iurisconsultis, medicisque pacem aeternam quaererem (Kantio teste), vix pacem temporalem nactus sum. OSTILIANVS: Salve, Grice. Non Roma me expulit, sed implicatura principis: “Si Ostilianus docet, errat; ergo sileat.” Ita Vespasianus non solum hominem, sed etiam porticum exsulare voluit—quod est, ut ita dicam, minus academicum. GRICEVS: At tu, Porticus alumnus, nimis stricte legis rationem conversandi. Princeps enim putat se cum populo cooperari: “Si exulo philosophiam, tranquillitas manet.” Sed hoc est maxima Relatio violata—nam, cum de vectigalibus loquatur, de veritate philosophorum tacite iudicat. OSTILIANVS: Bene: si Porticum claudis, non errores tollis, sed disputationem. Ego tamen parebo—non quia falsus sum, sed quia Vespasianus moderator se gerit: cum nummos olet, sermonem purgat. Tu vero, Grice, redi ad tuas facultates; ego ad meam porticum—etsi extra muros.

Nicola Nettario d’Otranto (Otranto, Puglia): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale –Grice: “Otranto writes a tractatus ‘de arte laxeuterii,’ which is an art of ‘divination,’ as when we say that smoke divinates fire!” -- Grice: “Had Otranto not written ‘scritti filosofici’ we wouldn’t call him a philosopher!” – Filosofo. Sull'infanzia e sulla formazione poco è noto. Non si sa dove oggiorna e studia, né chi siano stati i suoi maestri. La sua filosofia, però, lascia immaginare una formazione molto solida. Insegna a Casole. Traduce la liturgia di Basilio ed altri testi liturgici per volontà del vescovo. Le sue competenze linguistiche gli valeno inoltre degli incarichi diplomatici. Interprete al seguito dei legati papali Benedetto, cardinale di Santa Susanna, e Galvani. E a Nicea al seguito del re Federico di Svevia. Saggi: “L'arte dello scalpello”, con una raccolta di testi geo-mantici ed astrologici; traduzioni di testi liturgici; “Dialogo contro i giudei” – Grice: “It reminds me of Ayer, the then enfant terrible of Oxford philosophy” --; Tre monografie o syntagmata “Contro i Latini” -- su questioni dottrinali significative nella polemica fra cattolici ed ortodossi, quali la processione dello spirito santo o il pane azzimo; un'appendice ai tre syntagmata; lettere e frammenti di  lettere; Hoeck-Loenertz, O. Abt von Casole. Beiträge zur Geschichte der ost-westlichen Beziehungen unter Innozenz III. und Friedrich II., Ettal. M. Chronz: Νεκταρίου, ηγουμένου μονής Κασούλων (Νικολάου Υδρουντινού): Διάλεξις κατά Ιουδαίων. Κριτική έκδοση. Athena,  Hoffmann: Der anti-jüdische Dialog Kata Iudaion des O.. Universitätsbibliothek Mainz, Mainz, Univ., Diss., Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Homosexuality in a textual gap in what was going on in Italian Byzantine convents under Roman rules. Longobards being raped, or raping Greek monks. Grice: “At Oxford, I was often criticised for referring to William of Occam, as ‘Occam,’ but then in Italy nobody complains about referring to Otranto as Otranto!” Roma. Corpus, 1932. A paneled room that smells of coal and dictionaries. Papers for Mods are spread like defensive works. Through the window the quad is grey with the sort of English light that turns every marble bust into a moralist. Shropshire: I’m not afraid of Greek, oddly, or Grief as the Mock Turtle calls it. I’m more afraid of Laughter. Grice: Laughter is only Greek that has survived translation. It keeps its teeth. Shropshire: You’re being epigrammatic because you haven’t done your prose unseen. Grice: I’ve done it in my head. The invigilator will mark the silence. Shropshire: Silence, in your hands, will be a thesis. Grice: And in yours, an alibi. Now. The opposite of that Bishop of Casole, you said. Shropshire: I meant the opposite of the man who needs Greek put into Latin. Grice: You mean the bishop who was honest enough to admit he didn’t wish to govern by guesswork. That’s already a philosophical virtue. Shropshire: But why would he need it? If you’re a bishop in Apulia, aren’t you surrounded by Greek anyway? Grice: Surrounded, yes. Inhabited, no. Consider the difference between hearing a language and being answerable for it. A bishop is answerable. Answerability is always in Latin. Shropshire: So he enlists Nicola Nettario, Otranto’s man. Grice: Precisely. Nettario translates the Divine Liturgy of Saint Basil. In Greek it wears a title long enough to frighten a curate: Θεία Λειτουργία τοῦ Ἁγίου Βασιλείου τοῦ Μεγάλου. Shropshire: Say it again. Slower. I want to see whether I understand it or merely admire it. Grice: Θεία. The Divine. Λειτουργία. Liturgy, public work. τοῦ Ἁγίου. of the Saint. Βασιλείου. Basil. τοῦ Μεγάλου. the Great. [en.wikipedia.org] Shropshire: A title like a small procession. And the bishop wants it in Latin so he can read what he is licensing. Grice: And so he can show Rome, if asked, that nothing here is being smuggled in under incense. Translation is a kind of ecclesiastical audit. Shropshire: Is the opening the famous line? Grice: The priest begins by changing the whole conversational setting. He doesn’t merely report a fact. He declares a new jurisdiction. Εὐλογημένη βασιλεία… Shropshire: Blessed is the kingdom… Grice: Exactly. And if Nettario is sensible, he renders it with something like Benedictum regnum, because the force is not descriptive. It is inaugurative. It tells you what game you are now playing. [saintgeorg...xville.com], [bulletinbuilder.org] Shropshire: So much for my fear of Laughter. That’s metaphysics in the first sentence. Grice: It is also manners. The liturgy begins by announcing what counts as relevant from this point on. Shropshire: Give me a little bit where Greek and Latin pinch differently. Grice: The exchange before the great thanksgiving is perfect. In Greek, the people answer Ἄξιον καὶ δίκαιον. Shropshire: Which is? Grice: Worthy and just. But Latin takes it as dignum et iustum. Same move, but the Latin has legal bones. Dignum sounds like something a court could endorse. [newadvent.org] Shropshire: And the bishop, reading Latin, feels he has a grip on the act. Grice: Exactly. He can now supervise without pretending to be a native. He can also correspond with a legate without sending a cloud of Greek across the Adriatic and hoping it lands intact. Shropshire: Was the bishop pleased, then? Grice: He would have been pleased in the way administrators are pleased: quietly, because they can now quote. Shropshire: And Nettario? Grice: Nettario would have been pleased in the way translators are pleased: he has made himself necessary, and invisibly so. Shropshire: What would the bishop say? Something suitably grateful. Grice: He would say, in the Latin that makes gratitude sound like policy: Nunc non est Graecum mihi. Shropshire: No longer Greek to me. Grice: Exactly. And then, if he were tempted into a pun Oxford would approve of, he might add: semper ero tibi gratus, Nettari. Shropshire: Forever grateful, Nettario. Grice: A bishop cannot quite say “you’ve saved my Greek,” but he can implicate it by saying the Latin is now his. Shropshire: So your point is that translation is a kind of conversational implicature in slow motion. Grice: My point is that translation creates a common record. Conversation evaporates unless you give it a stable text. A bishop is a man who prefers stable texts. Shropshire: And a Mod candidate is a man who will shortly prefer any text at all. Grice: Then stop fearing Laughter and start translating your Greek into an English that the examiner can read. The examiner is our bishop. Shropshire: And you are our Nettario. Grice: God forbid. I’m merely an interpreter in training.Grice: Caro Otranto, dimmi: tu che hai scritto un trattato “de arte laxeuterii”, la divinazione è più efficace con il fumo o basta un buon caffè pugliese per prevedere il futuro filosofico? Otranto: Ah, Grice, il fumo è solo per i profeti distratti! Un vero filosofo fa divinazione con la logica e, se proprio serve, con un buon caffè. A Casole, ti assicuro, il pensiero vola più alto dopo la terza tazzina! Grice: Allora dovrei abbandonare i miei “scritti filosofici” e aprire una caffetteria a Oxford? Magari la ragione conversazionale diventa più chiara con un espresso, e l’implicatura si scioglie come zucchero! Otranto: Grice, se vieni a Otranto, ti insegnerò l’arte dello scalpello e quella del caffè: tra il dire e il fare ci passa il mare — ma a volte basta un cannolo per attraversarlo! Viva la filosofia pugliese e viva le pause caffè! Otranto, Nicola Nettario d’(1197). Divina Liturgia Sancti Basilii, Otranto.

Ottaviano (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nel secolo d’oro della filosofia romana sotto il principato d’Ottaviano -- It should always be kept in mind, when approaching the philosophy of Grice, that he enrolled at Oxford in the only philosophy programme then available – having won a classical scholarship to Corpus from his alma mater at Clifton. Therefore, he had first to pass classical moderations, which he did with a first – to pursue philosophical studies at ‘greats’ and where critical thinking of the philosophical kind was first required. Therefore, an interest in the philosophy behind Rome’s first emperor – or ‘prince,’ strictly – would hardly been foreign to him. Indeed, it was the positivist creed that was taking root at Oxford – brought by whom he calls the ‘then enfant terrible,’ Ayer – which was the ‘furriner’. In Ancient Rome, there was no clear distinction between philosophy and other branches of culture, and Ottaviano excelled as a philosopher, if a Roman would have been so bold as to utter’ excell’! Filosofo italiano. Il primo principe. Historia augusta, scritta d’Ottaviano. His philosophical teachers are well known. The education of a prince. O. lascia alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue opere: le Res Gestae Divi Augusti. Svetonio in particolare racconta che una volta morto, lascia tre rotoli, che contenevano: il primo, disposizioni per il suo funerale, il secondo, un riassunto delle opere, da incidere su tavole in bronzo e da collocare davanti al suo mausoleo, il terzo: la situazione dell'Impero. Quanti soldati sono sotto le armi e dove erano dislocati, quanto denaro era nell'aerarium e quanto nelle casse imperiali, oltre alle imposte pubbliche. Il testo dell'opera è tramandato da un'iscrizione in latino. E incisa sulle pareti del tempio, dedicato alla città di Roma e ad O., situato ad Ancyra -- l'odierna Ankara, la capitale della Turchia –  GRICEVS: O OTTAVIANE, princeps (si placet) et philosophus (si audes), dic mihi: quid est ratio conversationalis in saeculo tuo aureo—cum aurea verba saepe ferrum tegant? OTTAVIANVS: GRICE, si populus pacem audit, potestatem saepe intellegit: haec est ipsa implicatura. Ego “Res Gestae” in parietibus incidere iussi: scriptum est quasi memoria, subauditum est quasi imperium. GRICEVS: Optime: tu in marmore loqueris, sed auditor in foro complet. At cave: si “nihil adiciam” dicis, addis; si “princeps tantum sum” dicis, rex videris—et hoc est, fateor, elegantissimum. OTTAVIANVS: Ita vero. Et tu, Oxoniensis moderatus, prius Latina vincis quam philosophiam: ergo mihi non alienus es. Sed age—si quis roget “quid reliquisti?”, respondeo: tres volumina; tu respondebis: “plus reliqui quam dixi.”

Francesco d’Ovidio (Campobasso): la ragione conversazionale Senatore del Regno d'Italia Legislatura Tipo nomina Categoria: 18 Sito istituzionale Dati generali Titolo di studio Laurea in lettere Professione Docente universitario Francesco D'Ovidio – m. Napoli. è stato un filologo e critico letterario italiano. Nato da Pasquale e da Francesca Scaroina, originaria di Trivento, era fratello del matematico e politico Enrico O.. Frequentò con successo l'Università di Pisa e la Scuola Normale, dove fu allievo, tra gli altri, di Alessandro D'Ancona, Emilio Teza e Domenico Comparetti.  Successivamente s'interessò anche alla glottologia in generale, spintovi da Graziadio Isaia Ascoli, e «nel 1871 fu chiamato ad insegnare latino e greco al liceo “Galvani” di Bologna, per poi passare nel 1874 al liceo “Parini” di Milano, sempre impegnato nei medesimi insegnamenti».  Poi, sempre in giovane età, ottenne nel 1876 la cattedra di storia comparata delle lingue neolatine presso l'ateneo napoletano, mantenendola fino agli ultimi mesi della sua vita. Attestati di benemerenza per il lavoro che svolse gli furono attribuiti da Niccolò Tommaseo e Benedetto Croce, anche se quest'ultimo – specie per le «sottili e talvolta eccessivamente minuziose» indagini dantesche – parlò ironicamente di «questioni d'ovidiane e non dantesche». [4]  Socio dei più importanti circoli letterari partenopei, presiedette per un quadriennio l'Accademia dei Lincei, e divenne socio di quella della Crusca[5], e dell'Arcadia. Nel suo lavoro d'indagine letteraria si interessò di Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, Torquato Tasso.  Per quanto riguarda la storia della lingua italiana, «la posizione di D'Ovidio (di "pratico buon senso" come riconobbe Benedetto Croce) fu quella di adottare come norma il fiorentino, come sosteneva l'ammiratissimo Manzoni, ma corretto dalla lingua della tradizione letteraria».  Fu candidato al Premio Nobel per la letteratura, e nel 1905 venne nominato senatore del Regno.   Grice: Permettimi, caro Ovidio, di rivolgermi a te senza il ‘d’, come il GRANDE Ovidio, quello i cui versi ho imparato a memoria a Clifton! Spero mi perdonerai questa confidenza, ma la tua opera ha segnato la mia formazione. Ovidio: Grice, nessuna offesa! Mi onora sapere che i miei versi abbiano varcato confini e abbiano avuto un ruolo persino nella tua formazione inglese. La poesia non ha barriere, nemmeno quelle del cognome. Grice: La tua eleganza letteraria e il rigore critico sono stati fonte d'ispirazione anche nei miei studi filosofici. Hai sempre saputo unire il buon senso pratico alla profondità, come ha riconosciuto persino Croce, seppur con ironia! Ovidio: Ti ringrazio, Grice. È vero, ho cercato sempre di trasmettere la lingua e il pensiero con equilibrio, seguendo Manzoni ma senza dimenticare la tradizione. La filosofia e la letteratura, in fondo, sono sorelle: si nutrono l'una dell'altra, e la conversazione tra noi ne è la prova. Ovidio, Francesco d’ (1876). Studi sulla lingua poetica italiana. Napoli: Morano.

Publio Ovidio Nasone (Sulmona, Abruzzo): la ragione conversazionale e l’implicatura convrsazional. As a scholar in the lit. hum. programme at Oxford, Grice was introduced to the classics before he was introduced to philosophy. Strictly, he had to sit for the ‘classical moderations’ – in which he got a first – before moving to the ‘greats.’ Both Latin and Greek, or Laughing and Grief, were then part of his first curriculum, as it was for most European philosophers up to the time when ‘philosophy’ gained some sort of ‘independence’ from the classics. Not all philosophers survive Ovidio; Grice did – Ryle did not, and soon moved from the Lit. Hum. to the P. P. E. proramme recently instituted that avoided the classics altogether. The idea of conceiving philosophy – within the sub-faculty of philosophy – within the greater Faculty of Literae Humaniores – was a very good one, for as Grice would later tate, ‘a classical education’ – most of which he had aquired already at Clifton anyway – is ‘required’ for the sort of proficiency a philosopher needs. On top of that, Ovidio can be fun. In Ancient Rome, philosophia, or amore della sapienza (Hardie: “What do you mean by ‘of’?’) was hardly a separate compartment, and on most of what philosophers then did philosophise was the same stuff that other cultivated members of the elite did. Ovidio is a good example. Grice: “When Scruton tried to apply my analysis to sex and love, he noted that Ovid had already done all that!” Abstract: love, sex, intention, secondary intention. Filosofo italiano. Sulmona, L’Aquila, Abruzzo. Publio Ovidio Nasone. Muore a Tomi, rivela influssi filosofici assai svariati. A Posidonio, mediato da Varrone, si fa risalire la rappresentazione dell'età dell'oro e dello sviluppo della cultura (“Met.”; “Fasti”). Dalla setta di Crotona deriva in larga misura il libro XV delle Metamorfosi, in cui Pitagora -- di cui si dice che si innalza sino al divino colla filosofia e scorge con l’animo ciò che la natura nega agli sguardi umani. implicatura trasformativa. Publio Ovidio Nasone.  GRICEVS: O OVIDI, Sulmo tua me docet: non omne quod dicitur, dicitur; saepe plus subauditur quam sonat. Num id vocas implicaturam conversationalem, an tantum urbanitatem Romanam? OVIDIVS: Urbanitas, mi Grice, est ars tacendi loquaciter. Ego enim, cum scribo “Nescio quid”, omnibus persuadeo me scire—et tamen nihil dixi: pura implicatura, sine periculo. GRICEVS: Pulchre! At quid si quis roget: “Amasne?”—et tu respondeas: “Roma calida est”? Ego dicerem: maximam Relationis violas… nisi amor ipse sit res meteorologica. OVIDIVS: Violo? immo salvo. Nam si dico “amo”, capior; si dico “Roma calida est”, intellegunt “ego ardeo”—et nemo potest me in ius vocare. Sic Sulmonensis philosophia: dicere minus, efficere plus.

Paccio (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’accademia e l’implicatura conversazionale nella Roma antica –An orator and firned of Plutarco. A member of the Accademia.    GRICEVS: Salve, PACCĪ. Audivi te esse et oratorem et Plutarchi amicissimum, atque inter Academicos numerari: dic mihi, quid est ista ratio conversationalis apud vos—lex an ludus? PACCIVS: Salve, Grice. Utrumque: lex, ne quis nimis loquatur; ludus, ne quis nimis doleat. In Academia enim verbum breve est quasi denarius: multum valet, si recte expenditur. GRICEVS: At orator es: quomodo potes brevis esse sine iniuria tuae gloriae? Nonne tibi contingit implicare plus quam dicere, ut oratores solent—et tamen videri modestus? PACCIVS: Id ipsum est artificium: si dicam “stultus est,” inimicum paro; si dicam “vir est… non indoctus,” omnes intellegunt, nemo me reum facit. Ita salvatur et amicitia et urbanitas—et Plutarchus ridens novum capit exemplum.

Giulio Pace (Berga, Carrega Ligure, Alessandria, Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Boezio – la nota di Pace -- Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how interlocutors rationally bridge the gap between what is said and what is meant by assuming a cooperative direction to talk and applying defeasible norms (the Cooperative Principle and maxims), so that implicature is a controlled inference from an utterance plus context to a further communicated content. Pace is a good early-modern counterpoint because his life and work dramatize a different but related sense in which “reason governs discourse”: as a Protestant-leaning itinerant scholar and jurist, he treats logic as an explicit discipline of method, rules, and categorial distinctions—codifying Aristotle’s Organon and Porphyry, writing institutional manuals of logic (e.g., Institutiones logicae, 1597), and working at the fault-lines where academic controversy, religious authority, and the public norms of disputation constrain what one can safely assert. Put together, the comparison is that Grice theorizes the implicit rational governance internal to everyday talk (how we responsibly infer intentions and implicatures when a contribution seems over- or under-informative, irrelevant, or oddly phrased), whereas Pace exemplifies the explicit rational governance of learned discourse (logic as a teachable ars, categories and methods that regulate inference, and institutional norms that police what counts as a permissible argumentative move), making Pace a historical foil who shows how “reason in communication” can be framed either as tacit conversational rationality (Grice) or as overt logical-juridical method shaping what can be said, proved, and defended in public scholarly life. Grice: “I love the fact that Pace, like me, is a Protestant, and married one! This should deduce the defeasibility of non-monotonicity: ‘all Italians are Catholic;’ he surely wasn’t --- and neither is Speranza, or Ghersi, two other fervent ‘protestanti’!” Grice: “I love Pace – in a way he reminds me of myself when I was teaching Aristotle’s Categoriae at Oxford! – A good thing about Pace is that he stopped saying that he was commenting on Aristotle – his Casaubon edition is still very readable – and tried to compose his own ‘Institutiones logicae,’ as he did – As Kneale once told me, ‘This made Pace a logician, and not just a commentator!” – Keywords: categoria, negatio, privation, meaning, implication, logical form, and the categories, nota. Italian essential philosopher. Studia a Padova, dove fu allievo di Menochio e Panciroli. Aderì alla religione riformata e intimorito dagli ammonimenti delle autorità religiose patavine, si rifugiò a Ginevra, il principale centro del Calvinismo. Divenne professore. Traduce Aristotele – “In Porphyrii Isagogen et Aristotelis Organum: Commentarius analyticus.” Ottenne la cattedra a Heidelberg. Pronuncia una famosa prolusione, De iuris civilis difficultate ac docendi method, È coinvolto in una polemica con Gentili. Gentili, non avendo ottenuto la cattedra di Istituzioni alla quale aspira, accusa Pace di averlo boicottato e gli rivolse delle offese in un componimento poetico indirizzato a Colli. Offeso, lo denuncia davanti al senato accademico, costringendolo infine a lasciare Heidelberg per Altdorf. Ha anch'egli fastidi con le autorità accademiche di Heidelberg per le sue simpatie per il Ramismo. Insegna a Sedan, Ginevra, Montpellier, Nîmes, Aiax, e Valence. Rese pubblica la sua abiuria al protestantesimo. Ha la cattedra a Padova e scrive dialettica, Aristotele, Porfirio, Boezio, categoria, prædicamentum, lizio. Grice: Pace, permettimi di dire, sei forse l’unico filosofo italiano che può vantare sia Calvino sia Aristotele tra le proprie influenze. Come hai fatto a mantenere la pace tra Ginevra e lo Stagirita? Pace: Grice, a volte me lo sono chiesto anch’io! Ginevra mi ha dato asilo, Aristotele mi ha dato le categorie, e le autorità mi hanno dato mal di testa. Ma almeno non ho mai provato a tradurre le Istituzioni di Calvino in greco—anche se qualcuno forse se lo aspettava! Grice: E il vivace Gentili? Gli insulti poetici in latino ti hanno fatto riconsiderare le forme logiche, o solo il menu del pranzo a Heidelberg? Pace: L’unica cosa meno monotona della vita accademica italiana è un vero pranzo protestante—entrambi possono essere imprevedibili, ma almeno uno viene servito col formaggio. La mia unica implicatura è questa: ovunque io sia finito, ho sempre portato con me Aristotele e un dizionario—caso mai qualcuno volesse discutere di privazione o di cucina! Pace, Giulio (1597). De dominio maris Hadriatici dissertatio. Venezia: Bolzetta.

Raffaele Pacetti (Roma, Lazio): la ragione e la rettorica conversazionale. Grice’s account of reason-governed conversational meaning treats communication as a rational, cooperative practice in which hearers infer what a speaker means (often beyond what is explicitly said) by assuming a shared purpose and norms that constrain what counts as an appropriate contribution, so that implicature is a disciplined, defeasible product of practical reasoning about intentions. Pacetti is a useful foil because his two main visible “registers” are explicitly normative and programmatic in a different way: in Dell’arte rettorica he presents rhetoric as a rule-governed art of forming minds and guiding audiences (praecepta, exempla, economy of exposition), and in his 1823 Latin dissertation De exemptione personarum non regularium ab auctoritate episcopali he treats authority and exemption as matters of articulated jurisdictional norms—cases where what matters is not an inferred implicature but the explicit scope of a rule and the conditions under which it binds or is dispensed with. Set side by side, Grice explains how rationality operates “from below” in everyday talk (how interlocutors calculate what must have been meant to keep an exchange coherent), whereas Pacetti exemplifies rationality “from above” as rhetoric and governance (how rules, precepts, and institutional authorities organize what may permissibly be said, taught, or exempted), so the comparison you can draw is that Grice’s maxims model the implicit normativity of ordinary conversation while Pacetti’s rhetoric and ecclesiastical jurisprudence model explicit normativity—both are about rule-guided human interaction, but one treats meaning as inferential achievement within a talk-exchange and the other treats persuasion and authority as disciplines that prescribe, authorize, and delimit communicative conduct. Grice: “I like Pacetti”. Keywords: G. N. Leech, pragmatics as conversational rhetoric.DELL’ARTE RETTORICA -- GIOVENTÙ STUDIOSA RAFFAELE PACETTI PRETE ROMANO  1 ,'W\ ' V.. %N* ■ .Jsa/; À DELL'ARTE RETT0R1CA ALLA GIOVENTÙ STUDIOSA ROMA TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI Palazzo Poli numero 9t 1800 t N V T^EIPARAE . VIRGINI . MARIAE QVAE NOSTRAE . CONSORS . NATVRAE NOSTRI . NIHIL . NISI . LABEM A . SE . ALIENVM . PVTAT VTI . OPERI . HVIC IWENVM . ANIMIS AD . HVMANIORA . STVDIA . INFORMANDO EXARATO SIET . VOLENS PROPITIA N SE QVE CLIENTVM EIVS . INFIMVM . MERITO AT . NON . OBSEQVIO SOSPITET . IN . AETERNVM . AEVVM RAPHAEL . P. . PRESBYTER . ROMANVS GRATI . FIDENTIS . QVE . ANIMI ERGO D . D . D . v ?>* Quidquid praecipies esto brevis, ut cito dieta Percipiant animi dociles, tencantque fideles Ilorat. ad Pisones. Longurn iter per praecepta, breve et efficax per exempla Quindi. L'autore riservasi il diritto di proprietà a norma delle leggi vigenti, e delle convenzioni fra li diversi Stati. DELLE ARTI ESTETICHE E DEL LORO NOBILISSIMO UFFICIO I  t . A'v-' -1,/ue sono gli oggetti cui naturalmente tenue--*— e»-Su cui tutta dispiegasi l’attività dell’uomo, la conoscenza del vero, e la produzione di effetti utili, o sia il conseguimento delle scienze e l’esercizio delle arti. A raggiungere sì l’uno come l’altro scopo, il criterio, o la regola certa , si è , che l’ uomo sia fedele ministro e interprete di natura; il filosofo studiando la natura per co- noscer le cose quali sono in sestesse, e nelle loro vere ca- gioni ; l’artista imitando la natura, la quale se noi studio- samente torrem per guida, non ci dilungheremo mai dalla via della verità, della virtù e della vera utilità. Quam si sequemur ducerli, nunquam aberrabimus. Cic. Off.  Grice: “St John’s, 1964. Potts may be right: my so-called maxims are not maxims of conversation at all; they are praecepta—the rhetoricians’ word for them, and perhaps the more honest one. This morning he brought me a copy of Pacetti’s monumental Dell’arte rettorica, all solemnity and stage-directions, and then—because Potts is a pupil of impeccable bad taste—confessed that what really pleased him was Pacetti’s earlier Latin exercise: De exemptione personarum non regularium ab auctoritate episcopali. He pronounced it like a man reading a charge-sheet, and then asked, with that earnestness which is never quite innocent, “Is that why we have the Church of England instead?” I told him that ecclesiology is not quite a sub-branch of implicature, and that bishops, unlike conversationalists, do not normally allow their authority to be cancelled by a parenthetical. But the question was not entirely foolish. There is, after all, an old kinship between rhetoric and jurisdiction: both trade in rules, exemptions, and what happens when you try to do something with words and someone senior decides you may not. Potts said that if Pacetti can write a whole dissertation on exemption, my maxims at least ought to come with an index of permissible exceptions. I replied that they do: it is called conversation; and if he wants a Church of England in miniature, he may begin by distinguishing rules from their dispensations, and then observe—carefully—how often we communicate obedience by the very ways we depart from it.” Grice: Caro Pacetti, ma dimmi, la rettorica è più arte o più acrobazia? Nei miei dialoghi mi sembra sempre di camminare sul filo… Pacetti: Grice, l’importante è non cadere! La rettorica è come il funambolismo: serve equilibrio, ma soprattutto fantasia. E poi, se si cade, basta saper ridere di se stessi! Grice: Allora forse dovrei indossare il cappello da prestigiatore quando faccio implicature... almeno posso tirar fuori qualche coniglio dal cilindro se la conversazione langue! Pacetti: E perché no? Ma ricordati: più che i conigli, sono le buone parole che incantano il pubblico. Parola di rettore... e un po' anche di illusionista! Pacetti, Raffaele (1823). De exemptione personarum non regularium ab auctoritate episcopali. Napoli; Bourlié.

Enzo Paci (Monterado, Trescastelli, Ancona, Marche): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la relazione, Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how what is meant can outrun what is said because hearers rationally reconstruct speakers’ intentions under a shared cooperative orientation and its maxims; implicature is thus a disciplined, defeasible inference from an utterance plus context to an intended but unstated content. Paci, as a leading Italian phenomenologist and existentialist who developed a relazionismo centered on intersubjectivity, treats meaning less as a product of inferential “calculation” from conversational norms and more as something that arises in lived relation and historical practice: sense is generated in the encounter between consciousnesses and in the concrete life-world, and language is one privileged site where that relational constitution of meaning becomes visible. Put starkly, Grice offers a micro-normative pragmatics (rules of rational exchange that license implicatures), while Paci offers a macro-phenomenological pragmatics (sense as co-produced in communication, time, and shared world), so the comparison you can draw is that Grice models how interlocutors responsibly bridge the gap between saying and meaning within a talk exchange, whereas Paci models why meaning is never merely “in” an utterance to begin with, because it is rooted in relation and intersubjective formation—making Paci a natural continental counterpart to Grice’s claim that rationality is not only a property of private thought but is exercised, and tested, in the public medium of dialogue. Grice: “Paci’s essay on Vico by far exceeds anything that Hampshire wrote about him – magnificent title, too, “ingens sylva.” -- “There are many things I love about Paci: first, he adored Jabberwocky, as he states in his “Il senso delle parole.” Second, he loved Russell’s theory of relations, as he states it in “Relazione e significati.” Third, he agrees with me that Heidegger is the greatest philosopher of all time, as he states in his masterpiece, “Il nulla.” Grice: “Paci used to say, with a smile, that it was ironic that he was born in Monterado and that he had written an essay on ‘Il nulla,’ seeing that “Monterado is, today, well, il nulla.”” Italian essential philosopher «Avevo ben presto compreso che il costume di Paci era quello di discutere liberamente con chiunque di tutto, senza alcuna prevenzione o pregiudizio.»  (Carlo Sini). Tra i più espressivi rappresentanti della fenomenologia e dell'esistenzialismo in Italia. Nato a Monterado (provincia di Ancona), intraprese gli studi elementari e medi a Firenze e Cuneo. Nel 1930 si iscrisse al corso di filosofia dell'Università degli Studi di Pavia, seguendo soprattutto le lezioni di Adolfo Levi. Nel frattempo collaborò con Anceschi alla rivista Orpheus. Si trasferì dopo due anni all'Università degli Studi di Milano dove divenne allievo di Antonio Banfi, con il quale si laureò nel novembre del 1934 discutendo una tesi dal titolo Il significato del Parmenide nella filosofia di Platone. Collabora alla rivista Il Cantiere.  Nel 1935 iniziò il servizio militare nell'esercito, ma nell'ottobre del 1937 viene congedato. Richiamato nel 1943 come ufficiale allo scoppio della seconda guerra mondiale, venne catturato in Grecia dopo l'8 settembre 1943 e inviato presso il campo di prigionia di Sandbostel. relazione, significato del significato, fenomenologia del linguaggio, comunicazione e intersoggetivita i principi metafisici di Vico” significato e significati” – . Biraghi, andrea – “Dizionario di filosofia.”  Grice: “St John’s, 1946. Back in Oxford from the Admiralty, one discovers that it is experiences, not miles, that alter a man. I walked past Blackwell’s this morning and the window was positively insolent: it caught the light with an almost Continental sparkle, and there, among the imports, was Paci’s Esistenzialismo. I felt, all at once, how thoroughly Ryle has had his way. Before the war Oxford could be Continental in its off-hours: one might mention Hartmann at Corpus and not be excommunicated for it. After the war you can scarcely pronounce the un-Rylean idiom without sounding like you are either joking or confessing. That is why Blackwell’s is so deliciously provocative: it puts the forbidden goods in the window. Ryle, of course, reviewed Heidegger’s Sein und Zeit back in Mind—reviewed the German edition, no less—when that monument first appeared, and now one cannot so much as say Heidegger with a straight face. (And what does the name mean anyway—“heath-digger”? a man employed to excavate moorland?) Paci’s Esistenzialismo, at least, is pronounceable; it feels like Italian has taken pity on us and filed down the consonants. But Ryle can pronounce nothing clearly except his own name—Gilbert—as if the simplest syllables were the only safe ones after the linguistic purges. I am always struck by how few philosophers keep their Christian names so brazenly on display. And here I bless Mother: H. P. Grice sounds properly private, almost coded—more suited to a man who suspects that half of philosophy consists in not saying everything aloud, and the other half in pretending that this restraint is a virtue rather than a habit. Grice: Caro Paci, ho sempre ammirato la tua capacità di intrecciare la fenomenologia con il tema della relazione, soprattutto nel tuo “Il senso delle parole”. Mi incuriosisce molto come tu veda il ruolo della comunicazione nella costruzione del significato fra individui. Paci: Grazie, Grice. Per me il significato nasce proprio dall’incontro, dalla relazione viva tra le coscienze. Senza dialogo, il linguaggio resterebbe vuoto, un “nulla” — e qui la mia Monterado torna spesso alla mente! La comunicazione è il luogo dove il senso prende forma. Grice: Apprezzo molto questa visione, che è anche vicina alla mia idea d’implicatura conversazionale. La relazione non è solo il “contenuto” delle parole, ma anche ciò che le rende efficaci, vive, capaci di suggerire più di quanto dicano esplicitamente. Paci: Concordo, Grice. È proprio nell’interazione che si svelano i livelli più profondi del significato, fra detto e non detto, fra presenza e assenza. In fondo, come scrisse Vico, “verum ipsum factum”: è solo facendo insieme che il vero e il senso nascono davvero. Paci, Enzo (1943). Esistenzialismo e storicismo. Milano: Bocca.

Luca Bartolomeo de Pacioli (Borgo Sansepolcro, Toscana): la ragione conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats talk as a cooperative enterprise in which hearers recover what speakers mean by rationally inferring intentions under shared norms (the Cooperative Principle and its maxims), so that implicature is the linguistic analogue of “balancing the books”: you compute what must be added to what is said to make the move intelligible and appropriate in the exchange. Pacioli offers a striking historical foil because his Summa (1494) explicitly systematizes ratio as calculation and accountability, culminating in the Particularis de computis et scripturis with the double-entry method—credits and debits constrained so that the ledger comes out right—an early paradigm of disciplined inference and public checkability. Read side by side, Grice’s “reason” is normative rational control over communicative practice (what you can be taken to mean, what you are responsible for, what you can cancel, what counts as an intelligible conversational move), while Pacioli’s “ragione/ragioneria” is normative rational control over economic record-keeping (what counts as a justified entry, how transactions must be represented, how coherence is enforced by structure); the comparison is not that Pacioli anticipates implicature, but that both exemplify the same family of ideals—systematic constraint, economy, and auditability—where Pacioli makes the world’s exchanges legible through balanced entries and Grice makes our speech exchanges legible through calculable, defeasible inferences that “close the account” between saying and meaning. Autore della Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni et Proportionalita e della Divina Proportione, riconosciuto come il fondatore della ragioneria. “Ragioneria,” accounting/bookkeeping, is etymologically connected to the Anglo-Norman "reason" and Latin "ratio" through their shared root relating to calculation, logic, and accountability. P. is considered the founder of the discipline because he is the first to publish a comprehensive, systematic description of the double-entry book-keeping method, which becomes the foundation of accounting. The etymological connection lies in the core concept of ordered thought and calculation. “Ratio” in Latin has multiple meanings, including "reckoning," "account," "calculation," "system," "reason," and "judgment". This directly relates to the meticulous nature of keeping financial records. Italian “ragione” derives from ratio and means "reason" or "account". Ragioneria then refers to the practice or study of keeping these accounts or records -- accounting/book-keeping. The Collegio de' Rasonati, College of Auditors, further illustrates this link, using a term derived from the same root. The Anglo-Norman and English "reason" shares this Latin origin, primarily emphasising logic, justification, and sound judgment.  All these terms converge on the idea of systematic, logical calculation and the ability to provide a clear, balanced account of activities, whether in a financial or philosophical sense. P. is known as the "father of accounting" not because he invents double-entry book-keeping, but because he formalises and popularizes it. The method is already in use by merchants, but P. is the first to publish a detailed description, which proves revolutionary. His major contributions comes in his Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni et Proportionalita. The work contains a section called Particularis de Computis et Scripturis, which systematically describes the method of double-entry book-keeping.  Implicatura. Grice: St John’s, 1966. I am done with the Ryleans—and with Owen too, for that matter. They have taken to owning Aristotle in the way a man owns an allotment: not by cultivating it, but by fencing it. That is one Oxford problem: present yourself as a historian of ancient philosophy and, at once, you are no longer a philosopher. It happened to Owen. I like the man, though—half Welsh, half Hampshire: a combustible combination. But he is obsessed with “focal analogy,” and he pronounces analogia as if the extra vowel were a moral virtue. Call me continental if you like, but I prefer to follow Pacioli: proportioni in the plural, proportione in the singular—back when the z was scarcely seen or heard—and then proportionalità, which has a more decent Roman ring to it, Cicero rather than Aristotle, and far less of that overtly Hellenistic tang that clings to Aristotle’s analogikon. Try raising that with Strawson and you get nowhere. We did our bit together on categories, yes, but he never read the classics in the only way they can be read, and I do not believe he can tell his omega from his alpha—never mind his abecedarium. So I keep these matters to myself and to Pacioli, who at least understood that proportion is not merely a relation between quantities but a discipline of thought: a way of keeping one’s accounts—intellectual and financial—in balance, and of knowing when a “likeness” is an argument and when it is merely a rhetorical flourish. Grice: Caro Pacioli, dimmi la verità: quando hai scritto la “Summa”, hai usato più calcoli o più conversazioni? Io, con le implicature, finisco sempre con qualche conto che non quadra. Pacioli: Grice, la somma non torna mai senza una buona chiacchierata! Se la ragioneria nasce dalla ragione, allora ogni partita doppia è una doppia conversazione, no? Grice: Ah, ecco perché i mercanti italiani sono sempre così loquaci! Chissà, forse fra “debiti” e “crediti” si nasconde un’implicatura: se il saldo è positivo, si festeggia; se è negativo, si filosofeggia! Pacioli: Grice, la vera ricchezza è saper trovare il senso anche tra le righe dei registri. E se la conversazione non basta, c’è sempre la Divina Proporzione: almeno lei non sbaglia mai il conto! Pacioli, Luca Bartolomeo de (1494). Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalità. Venezia: Paganino de Paganini.

Umberto Antonio Padovani (Ancona, Marche): la ragione conversazionale e l’l’implicatura conversazionale nella filosofia classica. Grice’s model of reason-governed conversational meaning treats talk as a cooperative, purposive exchange in which what is meant is often inferred (as conversational implicature) from a shared assumption that speakers are trying to be appropriately informative, truthful, relevant, and perspicuous; his Cooperative Principle and maxims make rational inference, not rhetorical flourish, the engine that carries us from what is said to what is communicated. Padovani, by contrast, is not offering a micro-theory of inference in dialogue but working within early 20th-century Italian neo-scholastic and “classical metaphysics” concerns, where rationality is articulated primarily as normative justification in ethics, politics, and the evaluation of doctrines (e.g., his 1917 question “Il fine giustifica i mezzi?” in Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, and the immediate, explicitly Catholic-leaning “note e discussioni” response that frames his piece as disputable and in need of correction). So the comparison is that Grice explains how reasons operate inside the fine grain of conversational practice—how a hearer is entitled to infer an unstated content because the speaker is being rational under shared conversational norms—whereas Padovani’s “reason” is largely the reason of doctrinal and moral assessment (what ultimately justifies means, what counts as a legitimate end, how “classical” frameworks should discipline modern claims), making him a foil who shows a different scale of rational governance: not inference from utterance to implicature, but argument from metaphysical-ethical first principles to verdicts about action and political maxims. Grice: “I like P., especially his focus on what he calls ‘classical metaphysics’ (‘metafisica classica’) for what is philosophy if not footnotes to Plato?” -- essential Italian philosopher. Figlio di Attilio Padovani, generale di artiglieria, e di sua moglie, la ricca possidente veneta Elisabetta Rossati. Mentre, nelle parole stesse di Padovani, il padre "educò i suoi figli ad una rigorosa etica dell'onore e del dovere", ebbe un rapporto privilegiato con sua madre che fu colei che per prima lo introdusse agli ambienti letterari di Padova grazie alla vicinanza dei terreni della sua famiglia che erano posti a Bottrighe, nel Polesine, dove tutta la famiglia si trasferiva durante il periodo invernale. La solerte religiosità della madre, lo spinse a non frequentare la scuola elementare pubblica (che ella riteneva troppo "laicizzata" dopo l'unità d'Italia) ma a servirsi di un precettore, un ex abate che per primo lo instradò alla filosofia. Si iscrisse quindi al liceo di Milano dove ebbe i suoi primi contatti col positivismo che procureranno in lui e nel suo pensiero una profonda crisi nel saper controbilanciare il più correttamente possibile questa visione innovativa della vita con la teologia cattolica. Il padre lo avrebbe voluto ingegnere, ma egli terminati gli studi del liceo si iscrisse aa Milano dove seguì i corsi di Martinetti, pur prendendo a frequentare Mattiussi (convinto tomista) e Olgiati, convinto assertore della necessità di fondere insieme la metafisica classica con il pensiero moderno. Olgiati (a sinistra) con Gemelli (al centro) e Necchi. I primi due furono tra i principali ispiratori. Fu su consiglio di questi due ultimi che il alla fine decise di intraprendere la carriera filosofica, sviluppando una sua corrente di pensiero permeata di tutti gli spunti che nel corso della sua carriera aveva saputo trarre dai pensieri dei suoi insegnanti e ispiratori, basandosi molto anche sull'opera di Schopenhauer. Si laurea con una tesi su Spinoza. implicatura, metafisica classica, logica classica. Padovani’s article appeared in the October 1917 issue of Rivista di filosofia neoscolastica (and notes it ran “con alcune riserve della Redazione”), which strongly suggests the piece was a journal article rather than a standalone pamphlet and that it immediately triggered printed discussion in the same venue/tradition. Pietro Conforto, “Machiavelli e i gesuiti: osservazioni intorno ad un articolo di Umberto A. Padovani”  Grice: “Corpus, 1933. I find myself in a revisionist mood. Hardie has been pressing me for three straight tutorials on Aristotle’s so‑called practical syllogism, which strikes me as neither syllogistic nor, in any sense that matters, practical. The irritation has brought Father back to mind. He endured what we politely call the Great War—so did the Italians, for that matter—whereas my own hardships are confined to the Schools and the Senior Common Room. Corpus, oddly, keeps a tidy run of Rivista di Filosofia Neo‑Scolastica; I had not expected so much Milan in Merton Street, especially since there is no Rivista di Filosofia Scolastica, simpliciter, to complete the symmetry. In it I came upon Padovani’s wartime question, Il fine giustifica i mezzi?—a title that reads like Aristotle at his most unfortunate, the practical syllogism turned into a headline. And then Conforto arrives, admirably brisk, to say in effect: Machiavelli disliked the Jesuits—no metaphysics, no lace, just the blunt knife. Still, the whole thing set me wondering whether our own national enthusiasm, after a shooting in Sarajevo, could possibly have justified the long, grinding suffering Father bore from 1914 to 1917; and whether “justification” here is anything more than what we say afterwards, when the alternatives have been buried with the dead.” Grice: Caro Padovani, ti confesso che la tua passione per la “metafisica classica” mi fa pensare che Platone abbia ancora il copyright su quasi tutto ciò che diciamo in filosofia! Padovani: Ah, Grice, se Platone avesse davvero il copyright, dovrei ogni anno pagare una tassa alla sua Accademia! Ma almeno, così, potrei dire che la mia implicatura conversazionale è sempre “originale”, anche se con qualche nota a piè di pagina. Grice: Vedi, Padovani, il bello è che la metafisica classica è come il Polesine in inverno: ci si trasferisce, si riflette, e si trova sempre qualche argomento che non era stato ancora “laicizzato” dai moderni. Padovani: Giustissimo, Grice! Se non altro, tra logica classica e implicature, resta sempre il dilemma: meglio discutere con un ex abate o con uno studente di Martinetti? Io, per sicurezza, tengo a portata di mano sia le note di Schopenhauer che quelle della mamma! Padovani, Umberto Antonio (1915). Spinoza. Sotto Martinetti. Milano.

Carlo Pagano Paganini (Lucca, Tosscana): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Roma, il VIRGILIO di Firenze. Grice’s theory treats conversational meaning as a rational achievement: what a speaker means is fixed not only by what is said but by what a reasonable hearer can infer, given shared purposes and norms of cooperation, so that implicature is a controlled product of intention-recognition under constraints of relevance, sufficiency, and clarity. Carlo Pagano Paganini, by contrast, looks like a figure for whom “reason” is exercised less in the micro-engineering of talk and more in the large-scale ordering of thought across domains—cosmology (his 1862 Dello spazio, a “cosmological essay” first circulated via the Annali dell’Università Toscane), metaphysics, and even philosophical reading of Dante—so that meaning is sought through systematic exposition and interpretive framing rather than through an explicit theory of how hearers compute what is meant. Put them together and the comparison becomes: Grice gives you the normative logic of everyday exchange (how understatement, indirection, and even scholarly teasing can still be reason-governed), while Paganini supplies a nineteenth-century Tuscan model of philosophical discursiveness in which reason aims at a synoptic worldview (space, soul, doctrinal “domma,” and the philosophical architecture of the Commedia), making him a useful foil for showing how “reason in language” can mean either the local rationality of conversational inference (Grice) or the global rationality of a metaphysical-cosmological system and its hermeneutic applications (Paganini). Grice: “P. must be the only Italian philosopher who reads La Divina Commedia philosophically! Strawson never read P.’s ‘cosmological’ tract on ‘spazio’ but he should, obsessed as he was with spatio-temporal continuity. I’ll never forget Shropshire’s proof of the immortality of the human soul – He told me he basically drew it from an obscure tract by Paganini, as inspired by the death of Patroclus – Paganini’s tract actually features one of my pet words. He speaks of the ‘domma’ of the ‘immotalita dell’anima umana’ – Brilliant!”Essential Italian philosopher.” Lucca sta passando dalla reggenza austriaca seguita al collasso napoleonico al diventare capitale del borbonico Ducato di Lucca. Compe l'intero corso dei suoi studi a Lucca, dedicandosi, fin dai tempi delle scuole secondarie, alla filosofia. Insegna filosofia. Partecipa alla prima guerra d'indipendenza. Dopo la guerra, coll'annessione del ducato di Lucca da parte del Granducato di Toscana è nominato docente a Luca. In questo ufficio è difensore della dottrina di SERBATI e nonostante vienne sorvegliato dalla polizia il governo decide poi di offrirgli una cattedra a Pisa a seguito dei buoni uffici di Rosso. La sua vita è rattristata da due avvenimenti; la espulsione dai seminari ecclesiastici di discepoli a lui carissimi, perché rei di professare le dottrine di SERBATI e la condanna di certe proposizioni tolte ad arbitrio e senza critica dalle molte opere del filosofo di Rovereto.Annuario della R. Pisa. sba. unipi/it/ risorse / archivio fotografico/ persone- in- archivio/ paganini- carlo-pagano Opere. COLLEZIONE DI OPUSCOLI DANTESCHI INEDITI O RARI DA PASSERINI CITTA DI CASTELLO S. LAPI CmOSE i IUHI flSOFICI DELIiA DIVINA COMMEDIA RACCOLTE E RISTAMPATE DI FRANCIOSI CITTÀ DI CASTELLO S. LAPI RICORDATO DA UN SUO DISCEPOLO. GruceL :St John’s. We were in the thick of Strawson’s seminar on “Categories, meaning, and logical form” when, over dinner in his college, he announced—quite out of nowhere—that he meant to write a grand book, to be called Individuals, and that it would be built, as he put it, on the way sounds propagate through space; the next morning I went to his rooms with an elderly find from the Bodleian, a slim Tuscan relic dated 1862, Carlo Pagano Paganini’s Dello spazio (a “cosmological essay,” first printed in the Annali dell’Università Toscane), and I laid it on his desk with the mild malice of a tutor offering remedial reading—perhaps, I suggested, Paganini might teach him a thing or two about spazio; Strawson looked at the cover as if I had produced a fossil, then frowned at the imprint and repeated it slowly—Annali dell’Università Toscane?—with that tone that means both “how many of those can there possibly be?” and “how many of them have you read?”, and I replied that Tuscany, unlike Oxford, has always been willing to give metaphysics a local address, whereas we insist on treating space as something one must speak of only after clearing it through the customs of logical form; he said, dryly, that if I expected him to learn ontology from a provincial annual I was confusing scholarship with antiquarianism, and I answered that antiquarianism is sometimes just scholarship with better paper, and that in any case the question was not whether Paganini was fashionable, but whether he could be made relevant—at which point Strawson, as if to concede the conversational terms without conceding the point, slid the booklet into a neat stack marked “to be looked at,” and said, “Very well, Grice: we shall see whether your Tuscan can survive translation into our categories.” Grice: Caro Paganini, dimmi sinceramente: leggere la Divina Commedia con occhio filosofico è più difficile che suonare il violino senza corde? Paganini: Grice, in realtà è come attraversare l’Inferno con una bussola rotta! Ma almeno, tra un canto e l’altro, si trova sempre una qualche implicatura nascosta. Grice: Ah, e il tuo trattato sullo “spazio cosmologico” l’ho trovato più vasto della biblioteca di Virgilio… ma hai mai pensato di scrivere un manuale di sopravvivenza per filosofi smarriti nei gironi danteschi?  Paganini: Grice, ottima idea! Lo chiamerò “Domma e Dilemma: guida pratica per anime immortali e filosofi in crisi”. Con un capitolo speciale su come fuggire dalla sorveglianza della polizia... letteraria! Paganini, Carlo Pagano (1862). Dello Spazio, saggio cosmologico. Annali dell’Università Toscane

Francesco Mario Pagano (Brienza, Potenza, Basilicata): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’eroe, filosofi agiustiziati. Grice’s account of reason-governed conversational meaning starts from the idea that ordinary talk is a cooperative, purposive activity in which hearers rationally infer what a speaker means beyond what is strictly said, by assuming a shared direction and expectations of informativeness, truthfulness, relevance, and clarity; implicature, on this view, is not a poetic halo but a disciplined, cancellable product of practical reasoning about intentions and context. Pagano, by contrast, is not a theorist of micro-inference in dialogue but an Enlightenment jurist-philosopher for whom reason is primarily a public and institutional virtue: the rational ordering of law, procedure, punishment, and civic life, expressed in forensic rhetoric and constitutional design, with an explicitly reformist ambition (anti-torture, anti–capital punishment tendencies, procedural reform, and a constitutional project for 1799). A useful comparison, then, is that Grice “locates” rationality in the fine structure of conversational interaction—how speakers responsibly manage what is said versus what is meant—whereas Pagano “locates” rationality in the norms that make collective life governable and just, where persuasion and exemplary speech matter because they shape institutions; in your vignette’s terms, Grice treats the club’s joking selection of a soon-to-be-martyred author and Shropshire’s grammatical pedantry as themselves moves within a reason-sensitive exchange (ripe for implicature), while Pagano supplies the larger Enlightenment background in which public speech, law, and civic virtue are the arena in which reason must ultimately prove its worth. Grice: “Essential Italian philosopher.” Uno dei maggiori esponenti dell'Illuminismo ed un precursor edel positivismo, oltre ad essere considerato l'iniziatore della scuola storica napoletana del diritto. Personaggio di spicco della Repubblica Partenopea, le sue arringhe contornate di citazioni filosofiche gli valsero il soprannome di "Platone di Napoli". Nato da una famiglia di notai,  si trasfere a Napoli. Studia sotto l'egida di Angelis, da cui apprese anche gli insegnamenti del greco. Frequenta i corsi universitari, conseguendo la laurea con il “Politicum universae Romanorum nomothesiae examen” (Napoli, Raimondi), dedicato a Leopoldo di Toscana ed all'amico grecista Glinni di Acerenza. Studia sotto Genovesi, il cui insegnamento fu fondamentale per la sua formazione, e amico di Filangieri con cui condivide l'iscrizione alla massoneria. Appartenne a “La Philantropia,” loggia della quale e maestro venerabile. Inoltre, i proventi dell'attività di avvocato criminale gli consenteno di acquistare un terreno all'Arenella, dove costitue un cercchio, alla quale partecipa, tra gli altri, Cirillo. Insegna a Napoli, distinguendosi come avvocato presso il tribunale dell'Ammiragliato (di cui diviene poi giudice) nella difesa dei congiurati della Società Patriottica Napoletana Deo, Galiani e Vitaliani pur non riuscendo ad evitarne la messa a morte. Incarcerato in seguito ad una denuncia presentata contro di lui da un avvocato condannato per corruzione che lo accusa di cospirare contro la monarchia. Venne liberato per mancanza di prove. Scarcerato ripara clandestinamente a Roma, dove e accolto positivamente dai membri della Repubblica. Insegna al Collegio Romano, accontentandosi di un compenso che gli garantiva il minimo indispensabile per vivere. Eroe, massone, Italia si fara, Roma, Aventino, Vico, Livio, Romolo, Numa, Giulio Cesare, patrizj, nobili Romani, forma aristocrazia della prima repubblica, tribu, curia, tribuni, diacuriani. Grice: “Merton, 1937. What a difference Merton makes after Corpus. Down here the Pelican sheds its eschatological feathers over the quads, and beside that solemn bird Merton feels—how do the Italians put it?—laico, positively secular. This afternoon I read, with the Political Club, a piece by Pagano. The President chose it for a reason that was not exactly scholarly: “Pagano is going to be hanged soon,” he announced, “so it ought to concentrate the mind.” One must admire the economy: a syllabus justified by a noose. The text, being a thesis, was in Latin—properly so. Still, Shropshire amused himself by producing vernacular renderings, as if Latin were merely a rough draft awaiting English. Pagano entitles his work: Politicum universae Romanorum nomothesiae examen. Shropshire, who cannot resist a grammar point, immediately observed that examen is neuter, and therefore governs the whole. So it is an examen politicum—or, if one prefers, a politicum examen. “Examination of what?” I asked. “Follow your genitives,” Shropshire replied, with the air of a man pointing out an obvious escape route. “Nomothesiae. It’s an examination of legislation—and not just legislation, but universae nomothesiae.” “The whole legislation?” I said. “Exactly.” Then, as if we were parsing a homicide, he added: “But don’t expect Cromwell. Nomothesia governs Romanorum. So it is the whole legislation of the Romans—from the moment they began to exist until the moment they obligingly stopped.” “That,” I said, “sounds like a properly grand thesis, and aptly named for Naples.” At that point Shropshire closed the book with a snap and said, “Now of course we shall skip the text and go straight to the index rerum notabilium—the ‘index of things that matter,’ as the Italians put it.” Grice: Caro Pagano, permettimi innanzitutto di esprimere le mie più sentite condoglianze per la tua scomparsa così tragica. Ogni volta che mi avvicino al luogo dove lavoro, mi capita di pensare ai martiri – figure che, in maniera sottile ma profonda, rimangono impressi nella memoria e nel cuore di chi li ricorda. Pagano: Ti ringrazio, Grice, per le tue parole di conforto. La sorte dell’eroe, spesso, è segnata dal sacrificio, ma ciò che consola è sapere che la memoria rimane viva e che il dialogo tra pensieri e ideali prosegue, anche oltre la vita. Grice: Ecco, Pagano, devo aggiungere che, sebbene i martiri abbiano lasciato un segno indelebile, la maggior parte dei docenti e studiosi di Vadum Bovum conduce esistenze assai più tranquille rispetto a quella che fu la tua – una vita spesa per la giustizia e la libertà. Pagano: È vero, Grice; la pace della quotidianità è un privilegio prezioso. Ma la ragione conversazionale ci insegna che ogni dialogo, anche quello più sereno, può portare un seme di cambiamento – proprio come il mio percorso, che spero possa essere d’esempio, senza rimpianto, alle generazioni future. Pagano, Francesco Mario (1768). Politicum universae Romanorum nomothesiae examen. Napoli: Raimondi.

Palazzani essential Italian philosopher  Grice: Caro Palazzani, ti confesso che oggi ho cercato di applicare la ragione conversazionale al traffico di Roma, ma forse avrei dovuto studiare la metafisica dei semafori... Palazzani: Ah, caro Grice, a Roma anche un semaforo rosso può implicare una discussione filosofica! Ma dimmi, hai trovato la verità tra una frenata e l’altra? Grice: La verità è che ogni automobilista, invece di seguire le massime, preferisce inventare nuove implicature – specialmente quando deve parcheggiare. Palazzani: Ecco perché la filosofia italiana è essenziale: solo chi conosce la logica delle piazze sa sopravvivere alle conversazioni dei clacson! È tutto un dialogo tra essenze e precedenze.

Palladio (Roma, Lazio). GRICE ITALO!; ossia, la ragione conversazionale a Roma antica –Known to have been a philosopher from references to that effect in letters of Theodoret.   GRICEVS: Salve, PALLADI! Audio te ex epistulis Theodorēti philosophum haberi: num etiam inter Patres rationem conversationalem coluisti, an tantum verba sancta numerasti? PALLADIVS: Salve, Grice Italo! Verba sancta numeravi, sed non sicut faenerator: apud Theodoretum didici silentium quoque esse argumentum—praesertim cum alter iam tertiam homiliam incipiat. GRICEVS: O praeclare! Ergo cum aliquis dicit “breviter dicam,” tu intellegis: “para te ad longum”—id est implicaturam ipsam in habitu monastico. PALLADIVS: Ita; et cum ego respondeo “bene dictum,” non semper laudo: interdum tantum significo “satis est—nunc panem afferte,” ne philosophia fiat ieiunium sine fine.

Domenico Pandullo (Tropea, Vibo Valentia, Calabria): la ragione conversazionale dal grido al grido. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming cooperative rationality and drawing defeasible inferences (implicatures) from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity; on this view, universality is a feature of rational interaction, not a property of any one grammar. Domenico Pandullo’s project, by contrast, is explicitly normative and programmatic: in his Grammatica italiana ragionata, or Analisi metafisica degli elementi del linguaggio (Naples, 1835), language is treated as a classificatory system of durable signs meant to transmit a purified Tuscan idiom, and the book’s hyperbolic promise to serve as an “introduction to the study of all languages” reflects a nineteenth-century confidence that a well-ordered grammatical taxonomy can provide a universal key. The comparison is therefore between pragmatic universality and taxonomic universality: Grice locates “reason” in the cooperative management of what is said and what is meant in situated exchanges, whereas Pandullo locates it in an abstract anatomy of linguistic elements (parts of speech, relations, accent, writing) designed to discipline usage and make learning more “spedita ed agevole.” From a Gricean angle, Pandullo’s universalism mistakes the map for the practice—no grammar can eliminate the need for conversational inference, because meaning routinely outstrips explicit form—while from a Pandullian angle, Grice’s implicature looks like the inevitable residue left when speakers do not submit to the pedagogical ideal of complete, orderly expression. Grice: “It’s best to start reading from the second quotation!” . t ANALISI METAFISICA DEGL’ELEMENTI DELLA LINGUA OPMA affo òfctuho òeivixe Viutxoilujioi c)t tutte fé fi P. PROFESSORE DI BELLE LETTERE E DI LINGUE ESTINTE E VIVENTI. Essendosi adempito a quanto prescrive la legge, la presente opera è sotto la di lei guarcntla. AL NOBIL UOMO IL BARONE NICOTERA. Consacro a Voi, gentilissimo e o- noratissimo Signore, la sua grammatica. Non bramosìa di laude, non sete di novità, non basso fine indussemi a por mano ad opera sì fatta. Solo ed unico mio scopo si fu segnar più certa , spedita ed agevol via agii apparanti L’idioma gentil, sonante e puro di quel sommo e divino tosco che tutto sa. Fortissimo stimolo a farmi accingere ad un tanto lavoro si è pure il riflettere che , chiamato io da propizia stella a svelare ai figliuoli vostri gli altissimi concetti e le bel- lezze, copiose oltre ad ogni stima, dei sublimi classici dell’ itala favella, con più ardente impegno ne avrebber eglino apparato le dottri- ne contenute in un libro fregiato dell’ illustre nome di chi loro ha dato V essere, e composto da colui che ha la cura d incaminarli al ben- essere. Prego intanto il Dator d’ ogni bene che lungamente e prospera- mente conservi la vostra persona , per marche di onore , per grandezza d’animo e per buona riputazione , Eccellente, alla cospicua vostra famiglia, preziosa , agli amici e devoti vostri , carissima. Di Vostra Signoria Illustrissima, A 'ffezi Oliati s. m0 e clcvotis. m ° servitore . . 5 % Vox diversa sonat populorum ; est vox tamen una. Marciai. Il linguaggio è V organo per cui comu- nicasi – ‘adjective noun’ -- o modificativi, le preposizioni, gl’avverbi, le congiunzioni o interiezioni congiuntive, la sintassi, la maniera cT esprimere differenti rapporti che i latini disegnavano per mezzo dei casi, paradigmi d’analisi nelle frasi si dorme, si mangia, si loda, e simili, il ripieno, l’accento grammaticale, i segni durevoli delle nostre idee, ed inispezialità della scrittura propriamente detta. St John’s, 1953. Strawson has at last credited me properly in a footnote to his Introduction to Logical Theory—“Mr. Grice,” he writes, “from whom I never ceased to learn about logic”—a private joke, of course, about our old tutorial chestnut, “Have you ceased eating iron?” and the way one can be trapped by presuppositions before one has even sat down. He goes on to say, with his usual air of letting me in where I fear to tread, that it is all a matter of pragmatic rules. Very well, I thought: if we are now doing pragmatics, let us do it with an Italian in hand. I produced Pandullo and pointed to the title as if it were evidence: an opera “to serve as an introduction to the study of all languages.” “All languages?” Strawson said, with the faint pain he reserves for unregulated quantifiers. “It’s universal generalisation on the cheap—tutte le lingue where any sane person would at least have said ogni lingua.” “But notice,” I protested, “it’s ragionata—an analisi, no less: precisely the sort of thing we pretend we are doing in that very well-attended seminar on ‘Meaning, Categories, and Logical Form.’” “Of which you keep the proceedings,” he added, deadpan, “and therefore feel obliged to include every language under the sun.” Grice: Caro Pandullo, leggendo la tua "Analisi metafisica degli elementi della lingua", mi sorprende quanta passione traspare verso l'italiano e le sue radici. Quale idea ti ha guidato nello scrivere questa grammatica? Pandullo: Gentilissimo Grice, la mia unica aspirazione era offrire ai giovani una via più certa e agevole per apprendere l’idioma puro e sonante del nostro sommo Tosco. Il linguaggio, come dice Marziale, è voce diversa tra i popoli, ma resta una sola voce, universale. Grice: Hai ragione, Pandullo. Ogni parola, ogni accento grammaticale, diventa un ponte tra generazioni e culture. Qual è, secondo te, il segreto per mantenere viva la bellezza della lingua italiana tra i giovani? Pandullo: Credo che occorra trasmettere non solo regole e paradigmi, ma anche la musicalità e il cuore della lingua. Solo chi insegna con ardente impegno fa germogliare negli studenti l’amore per le dottrine e le bellezze classiche dell’italica favella, affinché la voce continui a risuonare forte e chiara. Pandullo, Domenico (1835). Grammatica italiana ragionata, o Analisi metafisica degli elementi del linguaggio: opera da servire d’introduzione allo studio di tutte le lingue. Napoli: Trani.

Ruggero Panebianco (Roma, Lazio): la ragione conversazionale del sistema GHP, il pirotese, e l’implicature del deutero-esperanto. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as an inferential achievement within ordinary talk: speakers can mean more than they explicitly say because hearers presume cooperation and rationality and so derive cancellable implicatures from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity. Ruggero Panebianco, by contrast, represents the “engineer the code” impulse: in his scientific work he operates with explicit formalization, and in his later advocacy of an international auxiliary language (in the Latino sine flexione/Interlingua orbit) he tries to prevent misunderstanding by design, aiming to reduce ambiguity, friction, and even political conflict by standardizing the communicative vehicle itself. The comparison, then, is between two strategies for making communication work: Grice explains how natural languages remain workable despite underdetermination because interlocutors use rational norms to bridge what is said and what is meant, whereas Panebianco seeks to minimize that bridge by making the language simpler, more uniform, and less dependent on contextual guesswork; Grice’s “conversational reason” is a theory of cooperative inference, while Panebianco’s “international language” program is a theory of cooperative engineering, shifting the burden from pragmatic interpretation to an allegedly clearer code. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato ma da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come VACCA , in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto externo, LAZZARINI , in Mensura de circulo iuxta Leonardo[VINCI  Pisano, e PANEBIANCO  che discute proprio della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini). Vedasi ALBANI, BUONARROTI. P.  è un filosofo grandemente appassionato d’Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista" – cf. Grice: deutero-esperantista socialista.” Quest'ultimo, come si evince anche dal titolo del suo saggio, vede nella lingua inter-nazionale un modo per mettere la parola fine ai contrasti inter-nazionali, e in particolare al capitalismo spietato di CAMBRIDGE (“Oxford has always been libral” – Grice). Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de "homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi SOCIO –cf. Grice, The Universal Principle of Conversational Helpfulness. Per ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di P. deve seguire gli stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id SINE GRAMMATICA, id es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo quasi impossibile ad fac AMBIGUITATE – cf. Grice, ‘Avoid ambiguity’ --, excepto ad prae-posito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Il deutero-esperanto di Grice – ‘if language was the cause, why did we have the War of the Roses? – formalisti/informalisti.  Grice: “St. John’s, 1965. I am expanding my list of fallacies, and Strawson’s latest is now firmly planted: that only his Introduction to Logical Theory captures the niceties of the vernacular, not some foreign calculus devised by a blue-collared logician. And yet, in the very next breath, the same people will repeat—usually with a faintly operatic confidence—that Italian is the most beautiful language in the world. What over-impresses me is the sheer number of Italians who seem to have thought of nothing but giving up Italian for an invented idiom—often of their own manufacture. Bishop Wilkins looks almost amateurish beside them. Ruggero Panebianco is a case in point: not a utopian friar, not a Renaissance rhetorician, but a scientific type, what we at Oxford would call a philosophical scientist, solemnly proposing that a grammarless international language would do away with class conflict and war. It makes one wonder whether the appetite for Einheit and unified science was, all along, a peninsular habit: the dream that if only the code were cleaned up, the world would follow suit—whereas the rest of us, more pessimistically, have learned to keep our ordinary language and to blame the wars on something else.” Grice: Caro Panebianco, dimmi: se con il tuo sistema GHP e il latino sine flexione tutti parlassimo la stessa lingua, chi inventerebbe più scuse per non capirsi al bar? Panebianco: Ah, Grice, forse solo chi non ordina il caffè corretto! Con il deutero-esperanto nessuno potrebbe fraintendere, ma rischieremmo di perdere la magia dei fraintendimenti italiani—sai, quelli che fanno nascere una barzelletta ogni cinque minuti. Grice: E allora, Panebianco, se la lingua perfetta elimina l’ambiguità, dove finirebbe la bella arte di dire una cosa e intenderne un’altra? Senza implicature, i nostri giornali sarebbero noiosi come una domenica senza calcio! Panebianco: Grice, te lo dico in pirotese: “Parla chiaro, ma lascia spazio al sorriso!” La perfezione linguistica va bene, ma un po’ di mistero ci salva dalle riunioni infinite e ci fa sentire tutti un po’ più italiani—anche se qualcuno si firma ancora “esperantista socialista”. Panebianco, Ruggero (1877). Note cristallografiche e chimiche. Atti della R. Accademia dei Lincei.

Francesco Panigarola (Milano, Lombardia): la ragione della riforma; la ragione della contra-riforma. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as a rational, cooperative practice: hearers recover what is meant beyond what is said by assuming shared norms of relevance, sufficiency, and clarity, and by calculating defeasible implicatures from a speaker’s intentions in context. Panigarola, the Counter-Reformation preacher and later bishop (titular of Chrysopolis and bishop of Asti), operates in a different but adjacent register, where the goal is not to explain how everyday talk works but to move, discipline, and convert audiences through eloquence; his Della eloquenza italiana (1583) treats rhetoric as a deliberate instrument for shaping belief and conduct, and the “unsaid” is often cultivated as reverent reserve, moral pressure, or devotional resonance rather than as a cancellable conversational inference. The comparison, then, is between descriptive pragmatics and normative sacred rhetoric: Grice analyzes the mechanisms by which interlocutors infer intended meaning under a cooperative presumption, whereas Panigarola perfects techniques for directing inference in a one-to-many setting (the pulpit), where authority, shared doctrine, and emotional cadence function as constraints on interpretation. From a Gricean angle, Panigarola’s eloquence can be redescribed as expert management of implicature—guiding hearers to supply conclusions that remain formally unstated—while from Panigarola’s angle Grice’s maxims look like an austere, secular abstraction from the older art of persuasion, stripping rhetoric of its liturgical and communal ends in order to display the bare rational skeleton that still governs how audiences understand what is meant. O.F.M. vescovo della Chiesa cattolica Incarichi ricoperti Vescovo titolare di Crisopoli di Arabia Vescovo di Asti Nato a Milano Nominato vescovo da papa Sisto V Deceduto ad Asti   Manuale. Vescovo cattolico e predicatore italiano, vescovo titolare di Crisopoli di Arabia e vescovo di Asti. Di origini aristocratiche, nacque presso porta Vercellina dai nobili Gabriele in una delle case più prestigiose della città. Ultimo di quattro fratelli, e battezzato con il nome di Girolamo. La famiglia redigeva e conserva fin dall'età comunale l'archivio dell'Ufficio degli Statuti dello stato di Milano, che comprende i provvedimenti del comune, e quindi gli atti emanati dai signori e duchi di Milano, le liste dei banditi dallo Stato (Libri Bannitorum), le tutele dei minori, le gride, le citazioni e le condanne.   Frontespizio di un libro con alcune prediche di P. Fa i primi studi a Milano con gli umanisti Conti e Paleario. E mandato dal padre a studiare diritto a Pavia. Dopo un litigio con un rivale, si trasfere a Bologna dove venne in contatto con il ministro generale francescano dei frati minori che lo convence ad intraprendere la carriera ecclesiastica.  Veste l'abito francescano nella Chiesa di Ognissanti a Firenze, prendendo il nome Francesco in onore dello zio, provinciale dell'Ordine a Milano. Professa i voti solenni dopo un anno di noviziato a Firenze. Prosegue i suoi studi a Padova, dove ebbe per maestro Tomitano, e Pisa, dove ascolta Cesalpino e Nobili. Designato per predicare davanti al capitolo generale dell'Ordine a Roma. Le sue doti oratorie gli attirarono l'attenzione del papa, che lo invia a Parigi al seguito del cardinal nipote Bonelli per perfezionare i suoi studi alla Sorbona. A Parigi studia i Padri della Chiesa, i Concili, e il greco. Uno dei suoi professori e Feuardent. Al termine del biennio francese rientra in Italia. Insegna a Firenze, Bologna, e Roma.  chiave universale. Panfilo Filoprammato: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del bello. – ‘busy body.’ He writes on art. Pamfilo. Panfilo Filoprammato. Panicarola i. aulii à o ty jdQYCf r-t foo ■ / r tv R. BIBL. NAZ. Vi». Emanuel* III. RACCOLTA VILLAROSA B  I f. ì \ f fyi oi#. i!  . , ma- maniera illullrata cól Tuo nobil Cemento, che oggimai da quella fola lettura può ciafcuno apprendere da se Hello quanto richieggalì per bene ed elo- quentemente ragionare in profa . Que- llo Consento appunto, riftretto però,e’ir qualche parte ancora ordinato con quella chiarezza , che per me lì è po- tuta maggiore , dovendo prefentemen- te metterli in luce ad utile e giova- mento di coloro che della nostra italiana locuzione son vaghi, altro noti richiedeva , che rinvenire una_ valevole protezione , fotto la cui om- bra propizia potelfe egli lìcuramente ricoverarli . E quella onde mai potea fperarla migliore , che dal vollro no- me y non men ragguardevole per lc_> proprie iingularilfime doti, che per [‘antica, e reale progenie, donde deriva? Della quale, comechè a chia- ' derne in una brieve lettera i pregi, i menomi de’quali troppo ampio volume richiederebbono, Vera fianco Chi piu degna la mano a scriver porfe; pure per mio proprio vantaggio, senza offendere la vostra naturai modella , che di se , e de’tuoi rifiuta ogni lode, dice P., esser ella una delle pii nobili, rinomate profapie che illustrano,o avellerò mai ili ultra ta l’Europa . Perocché i Pinti, come a tutti è ben noto, traggon loro originJ reale da D. Alfonfo Signor di Pioto, Cartello porto predò alla frontie- ra di Galizia , il quale fu figliuolo d’Enriquez primo re di Portogallo, cui egli fu di grande ajuto nelle gloriofe conquiftc di molti luoghi , che gemevano sotto) barbaro giogo de' Mo- ri : per le quali fue valorofe gefta il Re fuo padre concedette a lui , e a* di lui fuccefiori il fuddetto Cartello, c molti altri luoghi , che tutti pre- fero anche il nomedi Pinto, e’iconservan finora . E quelli fi fu quel medefimo D. Alfonfo , il quale dopo la morte di D. Bermuda Ezagra fuaj moglie , con cui avea procreati pili fi- gliuoli , Prammatica come rettorica conversazionale. Panfilo. Napoli, Campania.  Grice: Caro Panfilo, tu che scrivi dell’arte e ragioni tanto eloquentemente, dimmi: il bello si trova più nella pittura o nelle chiacchiere da bar? Panfilo: Ah, Grice! Nel bar c’è arte: tra un caffè e una battuta, si disegna la vera bellezza della conversazione... e nessuno ti corregge la grammatica! Grice: Allora dovrei scrivere un trattato sulla “prosa del cappuccino”? O forse sull’implicatura del cornetto? Panfilo: Se il cornetto è fresco, ogni implicatura diventa dolce! E chi non capisce, si consola col secondo giro di espresso: filosofia napoletana, Grice! Grice: “St John’s, 1965. Of all the people to drift into my Conversation seminar, I was surprised this morning by a visit from Minio Paluello—a man I adore, and the only one among my friends who insists on calling me Paul, perhaps because it echoes his own surname (‘small in Venice for ‘pole’Latin palus, not Latin polus via Greek polus, he tells me – relishing in mediaeval etymologies). He had been at yesterday’s session, and he opened at once, as if continuing a point he had been rehearsing on the walk over: “You keep talking, Grice, as if the rules of conversation were universal—grounded in universal reason. So I thought I’d bring you a small Italian corrective.” With that he produced, like a relic, Panigarola’s Della eloquenza italiana. “Look at the title,” he said. “Eloquenza, yes—but italiana. Panigarola is not merely praising eloquence; he is implicating that your meiosis and hyperbole, your understatement and overstatement, are not just human tricks but national genius. So when are you going to learn the lesson, Paul?” I could not help noticing that, even before one opens the book, the title itself is already doing what Panigarola recommends: it does not argue; it suggests—and it suggests, with a straight face, that rhetoric comes with a passport.” (Minio-Paluello is the Italian medievalist and philologist associated with the Aristoteles Latinus project, lecturer in medieval philosophy and Fellow of Oriel).  Grice: Carissimo Panigarola, la tua esperienza tra riforma e controriforma è davvero notevole. Cosa pensi abbia insegnato, agli uomini del tuo tempo, il confronto tra queste due grandi correnti? Panigarola: Gentile Grice, credo che quello scontro abbia affinato la capacità di discernere e dialogare. Ho imparato che la vera ragione sta nell’ascolto reciproco e nell’arte della parola, come ho visto nella Milano della mia giovinezza e poi nei pulpiti d’Europa. Grice: Interessante, Panigarola. La tua esperienza con le parole e la predicazione ricorda la ragione conversazionale: ogni parola può essere un ponte oppure un muro. Come conciliavi fede, ragione e retorica nelle tue prediche? Panigarola: Cercavo sempre l’equilibrio, caro Grice. Studiando a Parigi e in Italia ho compreso che la parola deve essere chiave universale, capace di aprire i cuori senza imporre. E come vescovo, ho sempre scelto la via del dialogo, perché solo così nasce una vera comprensione. Panigarola, Francesco (1583). Della eloquenza italiana. Milano: Tipografia di Giovanni Battista.

Pannico (Roma): la ragione conversazionale nella Roma antica –An epigram by MARZIALE  addresses P. as someone versed in the doctrines of various philosophical sects.   GRICEVS: Salve, PANNICE! Martialis te “sectarum peritum” appellat: dic mihi, in una cena quot philosophias cenare soles—Stoicamne, Epicureamne, an omnes simul? PANNICVS: Salve, Grice. Omnes simul—sed modice: Stoicus vinum negat, Epicureus poscit, Cynicus rapit; ego autem sapienter facio ut poculum sit medium, nec vacuum nec inundatum. GRICEVS: Pulchre! At quaeso: cum tot dogmata in uno capite habitat, quomodo “ratio conversationalis” te non in rixam trahit? PANNICVS: Facile: ego regula utor—loquor ut intelligar, taceo ut placeam; et si quis nimis argute disputat, Martialis ipse respondet pro me: “philosophus es? ergo ride paulum.”

Pansa (Roma): la ragione conversazionale e l’orto italiano -- A consul, and a follower of the doctrines of The Garden. Nome compiuo: Gaio Vibio Pansa GRICEVS: Salvete, Pansa! Dic mihi, quid agitur in illo tuo orto Italico? Philosophia an solum fabae? PANSA: Utraque, Grice. Nam in Horto et fabae crescunt et ratio—sed ratio nostra tam lenis est ut etiam fabae se sapientes putent. GRICEVS: Cave, quaeso: si fabae se sapientes putant, mox etiam senatores se fruges putabunt. Dic: quid est “ratio conversationalis” apud vos? PANSA: Est ars bene convivendi: dicimus quod satis est, non quod nimium est; et si quid subintellegendum est, vinum id explicat—ita pax manet et nemo discedit inimicus, nisi ieiunus.

Sergio Panunzio (Molfetta, Bari, Puglia): la ragione conversazionale, l’implicatura conversazionale, e a filosofia italiana nel ventennio fascista. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming cooperative rationality and drawing defeasible inferences (implicatures) from shared expectations of relevance, informativeness, and clarity; the model is essentially pragmatic and interactional, built to account for how ordinary exchanges convey more than their literal content while remaining publicly accountable. Sergio Panunzio, by contrast, is concerned with the formation of collective agency and political legitimacy in the language of syndicalism and later fascist state theory, where “reason” is less a norm of conversational cooperation than a tool for organizing allegiance, discipline, and institutional order; his key terms (state, people, nation, representation) are deployed to justify forms of authority rather than to describe the fine structure of everyday meaning. The comparison, then, is between conversational rationality and political rationalization: Grice analyzes how implication arises from the cooperative management of discourse among interlocutors, whereas Panunzio exemplifies how implication can be mobilized in political rhetoric and doctrine, where what is left unsaid (about coercion, exclusion, or violence) may function not as a cancellable conversational implicature but as a strategically non-detachable suggestion embedded in slogans and programmatic texts. From a Gricean angle, Panunzio’s political language can be reread as a systematic use of audience-design and controlled implicatures to align hearers with a conception of the state; from Panunzio’s angle, Grice’s maxims would appear parochial—apt for polite talk in common rooms, but unable to capture how meaning operates when discourse is designed to found, not merely to coordinate, a political world. Grice: “There’s S. P. and there’s S. P. – Italian philosophy can be a trick!” -- Essential Italian philosopher. Tra i maggiori esponenti del sindacalismo rivoluzionario, in quanto amico intimo di MUSSOLINI, contribuì in maniera decisiva al suo passaggio dal neutralismo all'interventismo nella Grande Guerra. Divenne in seguito uno dei massimi teorici del fascismo.  Nasce in una famiglia altoborghese, tra le più illustri della città: un ambiente familiare intriso tanto di sollecitazioni all'impegno civile e politico quanto di suggestioni e stimoli intellettuali».  Il periodo socialista e il sindacalismo rivoluzionario Il suo impegno politico nelle file del socialismo incominciò molto presto, quando ancora frequentava il liceo classico locale, ove ebbe come maestro Carabellese.  Nel dibattito interno al socialismo italiano, diviso tra riformisti e rivoluzionari, Pa. si schiera tra i cosiddetti sindacalisti rivoluzionari, cominciando al contempo a pubblicare i suoi primi articoli sul settimanale «Avanguardia Socialista» di Labriola, quando era ancora studente dell'Università degli Studi di Napoli. Durante i suoi studi universitari il contatto con docenti come Nitti, Colajanni, PETRONE, e Salvioli contribuì alla formazione del suo pensiero socialista. Il suo percorso intellettuale fu altresì influenzato da Sorel e Francesco Saverio Merlino, i quali avevano già da tempo incominciato un processo di revisione del marxismo. il concetto di stato-nazione, il concetto di stato-razza. Citazione di “La mia battaglia”, citazione di MUSSOLINI. Scritti sistematici, evoluzione della teoria dello stato fascista – positivismo, assenza di elementi mistici. La revoluzione de perturbi e morbidi comunisti al ordine del reglamento, la dittadura come reazione alla revoluzione, il concetto di stato, popolo, nazione, antichita romana, i sindicati nella antica roma, i sindicati nella Firenze medievale, il comune del comune, la citazione della monarchia d’Aligheri, Marsilio di Padova, e Machiavelli. Il concetto di ‘stato’ nei romani. Definizione concise. Grice: “Sandown, Lordswood Road, Harborne, 1914. Dear diary: things are not going well. War has just broken out, and while Father’s little manufacturing concern may do briskly for a time, one cannot help wondering for how long. I caught him this afternoon leafing through a book with a title that sounded, to my schoolboy ear, faintly dangerous: Il sindacalismo. I must ask him where the word comes from.” Editor’s note: Italian sindacalismo is a nineteenth-century borrowing built on sindacato (a union), ultimately from medieval Latin syndicus/sindicus, “a representative or advocate,” itself from Greek syndikos (one who pleads a case with/for another), from syn (“with”) + dike (“justice,” “lawsuit”). So the root is not the factory but the court: the idea is representation and collective advocacy, originally juridical, then civic, then labour. In that sense it sits comfortably beside the old Roman legal imagination (Cicero’s world of ius, causa, and patronage), even if Cicero would not have used this specific Greek-derived term; the continuity is conceptual rather than lexical. Grice: Caro Panunzio, tra sindacalisti rivoluzionari, fascisti e socialisti, tu sembri avere più bandiere che una parata del Primo Maggio! Ma dimmi, dove si trova la vera ragione conversazionale in tutto questo trambusto politico? Panunzio: Ah, Grice, la ragione conversazionale si trova tra una discussione accesa e la pausa caffè! Basta saper ascoltare anche il nemico, perché a volte la migliore intuizione arriva proprio dal compagno di tavolo più rumoroso. Grice: Allora forse il fascismo, come il sindacalismo, è solo una questione di scegliere il tavolo giusto al bar? Se Mussolini avesse preso il cappuccino invece dell'espresso forte, magari avremmo avuto meno rivoluzioni e più dolci! Panunzio: Grice, in Italia la vera rivoluzione avviene sempre davanti a una tazzina! E se la conversazione è sincera, il popolo diventa nazione anche solo discutendo sulla ricetta della pasta. Ma attento: la dittatura si insinua quando il barista non ascolta più nessuno! Panunzio, Sergio (1914). Il sindacalismo. Firenze: Libreria Editrice Fiorentina.

Silvano Panunzio (Ferrara, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale, l’implicatura conversazionale e il ventennio fascista. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming cooperative rationality and drawing defeasible inferences (implicatures) from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity; meaning is thus anchored in intention-recognition within ordinary communicative exchange rather than in the contemplative depth of symbols as such. Panunzio’s work, by contrast, belongs to a traditionalist and metapolitical register in which symbols are not primarily conversational devices but vehicles of sacral and initiatic significance: “contemplation” is treated as a mode of access to meaning, and the interpretive task is less to reconstruct a speaker’s intention under conversational norms than to read a symbolic order that claims authority independent of everyday talk. The comparison, then, is between pragmatic rationality and symbolic hermeneutics: Grice treats implicature as a rational mechanism that keeps communication orderly even when much is left unsaid, whereas Panunzio treats meaning as something that can be intensified by opacity and ritual distance, with the “unsaid” functioning less as a calculable inference than as a reserve of esoteric sense. From a Gricean perspective, Panunzio’s metapolitical symbolism can be redescribed as a systematic exploitation of non-detachable implicatures and audience-design (suggesting commitments and loyalties without stating them), while from a Panunzian perspective Grice’s maxims would look like a deliberately flattening discipline, adequate for ordinary civil discourse but unable, by design, to account for the kind of meaning that presents itself not as a conversational achievement but as a symbol to be contemplated. Grice: “I like his ‘contemplazione e simbolo,’ for what is a symbol for if no one is going to contemplate it!?” -- Essential Italian philosopher. Figlio di Sergio, il più noto filosofo del diritto e teorico del sindacalismo rivoluzionario. Ligato alle correnti conservatrici e contro-rivoluzionarie italiane.  Studia a Roma sotto ZOLLI. Insegna a Roma. Come Grice, alla Regia Marina, partecipa ad operazioni di guerra nel mediterraneo contro Capt. Grice, e viene insignito della Croce di Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia. Collabora con “Pagine Libere”, “L'Ultima”, “Carattere” e altre riviste specializzate in studi filosofici. Si muove nella direzione di un simbolismo esoterico pieno di sacrali e regali elementi. Fonda a Roma la rivista del tradizionalismo, “Meta-Politica”. Pubblica saggi in una collana a cui darà il nome di "Dottrina dello Spirito Italiano". Il concetto di “meta-politica” è al centro del dibattito sulle radici europee da parte degli esponenti della destra e il culto del pagano (anti-cattocomune) di Benoist. Cerca di ri-condurne l'orientamento tradizionale, iniziatico, e simbolico. L’imponente biblioteca del padre è donata a Spirito che ne custodisce in gran parte anche l'archivio di famiglia.  Altri saggi: “Contemplazione e simbolo”; “Summa iniziatica occidentale” (Volpe, Roma); “Simmetria, Roma); “Metapolitica, “Roma eterna”, Babuino, Roma); “Luci di iero-sofia” (Volpe, I Classici Cristiani, Cantagalli, Siena); “La conservazione rivoluzionaria. “Dal dramma politico del Novecento alla svolta Meta-politica del Duemila”,  Il Cinabro, Catania Cielo e Terra, “Poesia, Simbolismo, Sapienza, nel poema Sacro,  Metapolitica, Roma ; Cantagalli, Siena Vicinissimi a Dio, “Summa Sanctitatis”, Gl’Eroi, Cantagalli, Siena, Vicinissimi a Dio, “Summa Sanctitatis” Siena, Cantagalli, Princípio, Appello. Storia ed Eségesi Breve. Precedente Storico e Agiografico, Roma, Scritti remoti  L’anima italiana, Sophia, Roma,  implicatura. Grice: Caro Panunzio, ho letto che ti piace contemplare i simboli. Ma dimmi, serve contemplare se poi nessuno capisce il simbolo? Forse sono come i miei appunti: profondi, ma solo per chi ha la pazienza di cercare! Panunzio: Ah, Grice, in Italia abbiamo una tradizione: se il simbolo è troppo chiaro, lo si complica subito! E poi, contemplare è come sorseggiare un caffè: anche se non tutti colgono l’aroma, basta che lo gusti chi lo prepara. Grice: Vedo che la tua meta-politica è piena di luci e di ierosofofi! Ma non rischi di perderti tra contemplazione e iniziati, come chi cerca la porta giusta nella biblioteca di tuo padre? Io mi perdo già tra le mie note! Panunzio: Grice, se ti perdi tra i simboli, vieni a Roma: in “Meta-Politica” abbiamo una mappa fatta di poesia, sacralità e qualche vecchia chiave. Ma attenzione: la chiave migliore è sempre quella che apre una buona conversazione! Panunzio, Silvano (1948). Il pensiero religioso. Roma: Edizioni dell'Ateneo.

Alfredo Panzini (Senigallia, Ancona, Marche): la ragione conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming cooperative rationality and drawing defeasible inferences (implicatures) from shared expectations of relevance, informativeness, and clarity; on this view, what counts is not rhetorical ornament but the rational recognizability of intention in context. Alfredo Panzini, by contrast, sits at the intersection of rhetoric, pedagogy, and lexicography: his school Manualetto di retorica treats “figures” as teachable techniques for shaping discourse, while his Dizionario moderno registers how living usage outruns official codifications, and his comic-prose sensibility (already present in early works like Il libro dei morti) depends on exactly the sort of audience attunement and socially shared presuppositions that make jokes and irony work. The comparison, then, is between an analytic explanation and a literary-pedagogical practice: Grice tries to theorize the implicit rational norms that generate implicature in ordinary conversation, whereas Panzini trains speakers and readers to exploit those norms stylistically, turning what Grice models as inference into an art of timing, register, and allusion; from a Gricean angle, Panzini’s rhetoric and lexicography can be read as fieldwork on the same phenomenon—how communities stabilize meaning while continually producing new, non-detachable shades of what is “meant” beyond what is said. “I dedicate usually one full lecture or session in a seminar to ‘figures’, since conversational implicature is one of them!” – Keywords: la prammatica come rettorica conversazionale, Leech. P. is a prolific writer, critic, and lexicographer, with many other notable publications besides his Manualetto di retorica, the rhetoric manual. He spent most of life in Rimini. He stuied at BOLOGNA under the Nobel-prize-winning CARDUCCI. P.’s works include novels, historical writings, and a well-known dictionary. His notable publications include: Libro dei morti e de vivi—a comic novel. DIZIONARIO moderno DELLE PAROLE CHE non si trovano dei diionari comuni – a lesicographical work which went through multiple editions. Da Plombieres a Villafranca, a historical narrative. Io cerco mogie, a novel. Il mondo e rotono, a novel. Il bacio di Lesbia, a novel. Santippe, a novel. La LANTERNA di DIOGENE. P. was also a translator of classical works, including elegies of OVIDIO  and Tibullus, and VIRGILIO ’s Bucolics. P. was known for his humorous stories and his reflections on Italian society during his time. C\ L) MANUALETTO bI RETORICA GIN NUMEROSI ESEMPI E DICHIARAZIONI DI ALFREDO PANZINI *% % -+1) USO DELLE SCUOLE SECONDARIE INFERIORI UNDICESIMA EDIZIONE —@@E rr es. R. BEMPORAD & FIGLIO Epirori FIRENZE  Questo manualetto di retorica, che si ristampa sull’edizione, è stato rinnovato, direi ringiovanito,. rispetto alle prime edizioni: la qual cosa si può ben fare con un manualetto. Però il critèrio che informò la prima edizione, cioè di fare un libro che sia sèmplice e chiara quida allo scolaro, rimane. | La esperienza della scuola mi conforta sempre più nel ritenere poco profittèvoli le molte e sottili distinzioni dei precetti letteràti: molto ùtili invece le buone letture, sotto buon maestro. A. P.  ee end CHE COSA SI INTENDE PER RETORICA 0 STILISTICA E QUALE È IL SUO UFFICIO. 1_ P., Manvaletto di Reròrica. Grice: Caro Panzini, mi hanno detto che dedichi una lezione intera alle “figure” della ragione conversazionale. Ma dimmi, con tutte le tue parole, non rischi di finire in un dizionario che non si trova nei dizionari comuni? Panzini: Ah, Grice, forse sì! Ma se la parola non si trova nel dizionario, vuol dire che è viva, che gira tra le chiacchiere e il caffè. E poi, se serve una definizione, basta inventarne una col sorriso. Grice: Vedo che la prammatica, più che regola, è un’arte! Tra una lanterna di Diogene e un “bacio di Lesbia”, le implicature volano come i coriandoli. Ma la verità, si trova tra i morti o tra i vivi? Panzini: Grice, la verità si trova dove c’è qualcuno disposto a ridere! Se in una scuola la retorica ringiovanisce, allora anche il mondo è rotondo come una buona battuta. E se Santippe brontola, basta cambiare romanzo! Panzini, Alfredo (1893). Il libro dei morti. Bologna: Zanichelli.

Giovanni Giuseppe Origlia Paolino (Napoli, Campania): la ragione conversazionale, l’implicatura conversazionale, e il dizionario filosofico portatile per ginnasti. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming cooperative rationality and drawing defeasible inferences (implicatures) from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity; meaning is thus tied to intention-recognition within an exchange rather than to the mere presence of legal or moral vocabulary. Giovanni Giuseppe Origlia (often cited as Origlia Paolino), writing in the natural-law and civic-historical idiom of eighteenth-century Naples, approaches rationality as something to be stated in doctrines, principles, and institutional narratives: in De’ principj del dritto naturale (Naples: Giovanni Di Simone, 1746) the point is to articulate foundations and obligations (quasi-contractual duties within the civitas), while in Istoria dello studio di Napoli he reconstructs the legitimacy and genealogy of a university as a civic body. The comparison, then, is between implicit norms that govern understanding in ordinary talk and explicit norms that govern conduct in civil life: Grice makes “reason” visible in the fine structure of conversational practice, where what is meant is often left unsaid but is recoverable by rational uptake, whereas Paolino makes “reason” visible in the codified language of rights, duties, and civic institutions, where meaning is supposed to be stabilised by definition, classification, and precedent. From a Gricean angle, Paolino’s natural-law discourse still relies on conversational mechanisms—readers supply unstated premises and pragmatic links in order to see why a principle applies—yet Paolino’s aim is to minimize interpretive drift by spelling out the principj, while Grice’s aim is to explain why drift is manageable at all, because interlocutors can rationally infer what is implicated even when it is not legislated into the text. Grice: “In England, we have it easy: we have Oxford and we have Oxford. In Italy, small a country as it is, they have Bologna, Bologna, Bologna, and Nappoli, Venezia, Roma, etc.” Autore di quattro trattenimenti De' principj del dritto naturale, stampati a Napoli presso Giovanni di Simone, di un supplemento al Dizionario storico portatile di Ladvocat, ma è noto soprattutto per i due volumi della sua Istoria dello studio di Napoli, uscita anch'essa dalla stamperia di Giovanni di Simone. Si tratta della prima storia compiuta dell'Napoli, nella quale l'autore dimostra con buoni argomenti -- come ricorda Tiraboschi nella sua Storia della letteratura italiana --, che quello studio non e veramente fondato da Federico II di Svevia, ma, prima di lui, dai Normanni, benché questi non le dessero veramente forma di università e non la onorassero dei privilegi che a tali corpi convengono, cosa che invece fu fatta da Federico, che così meritò la fama di suo vero fondatore.  Opere: Origlia, Istoria dello studio di Napoli,  Torino, Giovanni Di Simone, Tiraboschi. Grice: “P. is a quasi-contractualist. His contractualist treatise is very accessible. Man is the political animal, so politics is in the essence. Polis means civil, so a man who is not civil is not a man. Paolino analyses a contract – in general, and then the social contract in particular. This sets him to analyise such duties which are addressed to the other members of the civitas. P. is also the author of a dictionary of antiquities, which has the nice alphabetical touch about it, if you are into a first  thought on Julius Caesar or Cicero! He also traced the stadium tradition to the ‘gym,’ ‘nudare’ as he notes. And notes that it started in the cities where such as Athens or Rome where the athletes needed a place to get undress and practice. He mentions Plato’s Academy (after Hekademos) and Aristotle’s Lycaeum, after the statue of Apollo Liceo, reposing after extercise. It is good to call Platonists accademici and Aristotelians liceii then. Implicatura. Grice: St John’s, November 1948. It was pleasant enough to see familiar faces at the Oxford Philosophical Society after my paper on Meaning—though I ought to have known that anything one says there returns the next morning as an objection in someone else’s hand. Hart arrived today with a slim Neapolitan volume: Paolino’s De’ principj del dritto naturale, and I found myself oddly grateful that Hart is, strictly speaking, a jurist rather than a philosopher, because he reads the title the way a lawyer reads a statute: with relish for every orthographic vice. “Notice, Grice,” he said, “the pedantic j in principj—pluralising what ought scarcely to have been plural in the first place—and notice the dropped i in dritto.” Then, with the clinical cheerfulness of a man pronouncing a diagnosis, he syllabled the last word: na-tu-ra-le. “And there you were last night,” he added, chuckling, “telling a roomful of lawyers about non-natural meaning. Surely ‘natural law’ is an a priori oxymoron—or else it’s as pleonastic as de jure jus.” I did not quite know what to say. I like the man, and I like the man behind the jurist; but it is difficult to reply to a joke when, by its very form, it is trying to make you concede more than you ever said.” Grice: Caro Paolino, ho sempre pensato che in Inghilterra ci basti Oxford, ma in Italia avete talmente tante scuole e città che il dizionario filosofico portatile non basta mai! Dimmi, quante pagine bisogna girare per trovare la “ragione conversazionale” a Napoli? Paolino: Ah, Grice, a Napoli la ragione conversazionale si trova tra una pizza e una chiacchiera! Nel mio dizionario portatile c’è una voce speciale: “Implicatura conversazionale – vedi anche: trattative tra amici al bar”. E credimi, spesso serve la ginnastica mentale più che quella fisica! Grice: Ma allora, Paolino, il contratto sociale va firmato tra una corsa allo stadio e un tuffo in biblioteca? Mi sa che a Napoli il vero “political animal” si trova all’ombra di una statua, pronto a discutere tutto, persino chi ha inventato l’università! Paolino: Esatto, Grice! Qui si discute persino sul fondatore dello studio di Napoli, tra Normanni e Svevi, ma alla fine vince chi sa argomentare meglio… o chi porta il miglior caffè! E la filosofia, come il calcio, si gioca meglio quando nessuno si prende troppo sul serio. Paolino, Giovanni Giuseppe Origilia (1746). De’ principj del dritto naturale. Napoli: presso Giovanni Di Simone.

Fulvio Papi (Trieste, Friuli-Venezia): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella scuola di Milano. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming cooperative rationality and then inferring implicatures from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity; the core idea is that much meaning is produced not by rhetorical enchantment but by accountable inference from intentions in context. Fulvio Papi, formed in the Milan school around Banfi and later attentive to the cultural-political life of language, approaches words less as vehicles of calculable inference than as historically charged instruments that can “open doors” in the imagination and in public life; his interest in the parola incantata foregrounds the performative and symbolic power of utterances, where ambiguity and resonance are not defects but part of what words do to audiences. The comparison, then, is that Grice gives a micro-theory of conversational understanding that treats implicature as a rational mechanism for bridging the gap between saying and meaning, while Papi treats language as a broader cultural practice in which words can work by charm, slogan, or symbolic condensation as much as by argument; from a Gricean angle, the “incanted word” is simply a case where speakers exploit shared assumptions and expectations to generate strong, often non-detachable implicatures, whereas from a Papi-like angle Grice’s maxims look like an analytic domestication of linguistic power, insisting that even the most spell-like utterance ultimately depends on the interlocutors’ rational capacities to recognize what is being done and why. Grice: “P.’s ‘parola incantata’ is ambiguous, as ‘charmed word’ is, “Apriti Sesamo” is Two words, and they charm, they are not charmed! “Abracadabra” may be different!” -- essential Italian philosopher.  Studia a Milano e Stresa. Insegna a Pavia. Politicamente attivo nella corrente lombardiana del partito socialista italianoI, segue un percorso che lo ve varcare le porte del Parlamento ed assumere la vice-direzione e poi la direzione dell'Avanti! Sospettando un aumento del tenore affaristico nella politica così come lui stesso dichiara in un'intervista abbandona bruscamente la filosofia e si dedica alla filosofia. Fonda Oltrecorrente. Saggi: Filosofie e società. Marx risponde a Veca, prende le distanze da Engels e rende omaggio a P.  E’ questa un delitto clamoroso che tenne le cronache dell’epoca deste anche per lo spessore di chi lo compì: Starace assassino evasore e falsario. Cugino del gerarca fascista STARACE. l’ing. Castelli, di Busto Arsizio, industriale in maglieria, vedovo e padre di un bambino, si recò a Milano. Ma la notte non rincasò. Il giorno successivo giunge ai familiari un telegramma nel quale il Castelli li informava che andava a Bologna per affari. Il telegramma era firmato Giovanni, mentre per solito il Castelli si sottoscriveva Gianni. Questo particolare e la mancanza di altre notizie indussero il padre del Castelli a recarsi a Milano per rivolgersi alla polizia. Venne accertato che il telegramma era falso. Del Castelli nessuna traccia. Mazzocchi, venne mandata dal suo convivente Starace a ritirate un ombrello che aveva dimenticato al Miralago, la Venezia dei Milanesi, in via Ronchi. Il custode la fece entrare, considerato che l’inverno il Miralago era chiuso al pubblico. Mazzocchi recatasi nel locale indicatole dallo Starace trovò il corpo di un uomo morto riverso sul pavimento: era il Castelli. La parola incantata”. fascismo, il veintennio fascismo, filosofi fascisti, enciclopedia di filosofia, filosofia e societa, la scuola di Milano, fascismo, BRUNO. Grice: St John’s, 1963. I am beginning to suspect a conspiracy—Thornton’s involved as well, no doubt. I pass Blackwell’s, half-hoping someone might want a signed copy of Butler’s freshly minted Analytical Philosophy (a joke, obviously), and what do I find them pushing instead but a large, sober Italian volume: Fulvio Papi, Il pensiero di Antonio Banfi. That is the trick of it: once you see “il pensiero di X,” you are meant to feel obliged to find out who X is, on pain of philistinism. My late father had a rule against this sort of thing: he would never read the obituary of a man he had never heard of while the man was alive. “Il pensiero” makes Banfi sound like a statue—pensieroso, something between Michelangelo and Rodin—and the implicature is wonderfully indelicate: Banfi no longer thinks. I would open the book at once and look for the table of contents, but Italians have a sly habit of putting the contents at the end, which I find paradoxical, if not faintly obscene: you are asked to read the journey before being told where the author intends to take you.” Editorial note: Banfi (1886–1957) was a leading figure in the Milan school, noted for work in epistemology, aesthetics, and a broad, historically informed rationalism; he taught at the University of Milan and influenced a generation of Italian philosophers, so Papi’s 1963 study is both a scholarly reconstruction and a commemorative continuation of a recently closed intellectual circle). Grice: Caro Papi, la tua “parola incantata” mi affascina! Ma dimmi, serve davvero a spalancare le porte del pensiero, o rischiamo di ritrovarci a urlare “Apriti Sesamo” davanti a una porta blindata? Papi: Oh Grice, la parola incantata funziona solo se la porta vuole davvero aprirsi! A Milano, tra filosofi e politici, a volte serve più una buona chiave inglese che la magia. E comunque, “Abracadabra” funziona meglio quando c’è un pubblico attento! Grice: Ma allora, caro Papi, l’implicatura conversazionale è come un trucco di prestigio: se lo sveli, perde il fascino. Forse dovremmo mettere un po’ di mistero nei nostri dialoghi, così almeno la gente resta con il fiato sospeso! Papi: Ecco, Grice, hai centrato il punto! A volte basta una battuta ben piazzata per far girare il discorso come una trottola. Dopotutto, tra filosofia e magia, chi non si incanta… si annoia! Papi, Fulvio (1954). Dissertazione. Sotto Banfi. Milano.

David Papineau (Como, Lombardia) e la filosofia italiana. P. was born in Como, where his father is working after the war. His family travels around P is young. I goes to schools in Trinidad, Lancashire and London, before spending years in Durban, South Africa. He attends Isipingo Beach Government School, Durban High School, and finally the University of Natal, where he studies mathematics and statistics. He returned to England to study philosophy at Cambridge. He does a second undergraduate degree, and then a PhD on conceptual change and scientific rationality. His first philosophy job is at Reading, where he lectures on the philosophy of social science. He leaves to join the Department of Philosophy at Macquarie in Sydney. He held a post at in the Philosophy Department at Birkbeck in London and then lectured at Cambridge. He joins King's at London as Professor of Philosophy of Science. He spends the second half of each academic year at New-York. President of the British Society for Philosophy of Science, President of the Mind Association, and President of the Aristotelian Society.  Grice: Caro Papineau, concedimi un piccolo sfogo: sei nato a Como, nel cuore di quella che noi a Vadum Boum (Oxford) chiamiamo il “lake district” – una delle zone più incantevoli d’Italia! Eppure, con tutto quel splendore e la musicalità della lingua italiana che ti circondava, ancora non riesci a padroneggiare il tuo vernacolo! Mi sembra quasi un peccato capitale! Papineau: Hai perfettamente ragione, Grice. A volte mi sento come un viaggiatore che si ferma davanti a un banchetto abbondante e non sa da dove cominciare. La verità è che la mia infanzia itinerante mi ha portato da Como fino a Trinidad, Lancashire e Londra, e poi addirittura a Durban, in Sudafrica! L’italiano mi è sempre rimasto un po’ esotico, come una melodia che si ascolta da lontano. Grice: Ma allora, Papineau, come fai a riflettere sulla filosofia italiana se la lingua ti sfugge? La lingua non è solo uno strumento, è l’anima stessa della filosofia! Immagina parlare di “ragione conversazionale” o “implicatura” senza cogliere il sapore sottile delle parole locali – sarebbe come gustare un gelato senza sentire il profumo della vaniglia! Papineau: Grice, hai ragione – e infatti provo a compensare con la curiosità e un pizzico di umiltà. Ho imparato che la filosofia, come la lingua, si apre a chi la accoglie con rispetto e meraviglia. Quindi, anche se il mio italiano non sarà mai perfetto, cerco almeno di “implicare” il senso, e – come dicono dalle tue parti – di non perdere il filo della conversazione!

Papirio (Roma): la ragione conversazionale e l’orto romano –A member of the Garden, and friend of CICERONE’s. CICERONE writes a letter to him in which he rebukes P. for ‘his use of obscenities’. Grice: “In my vernacular: ‘Fuck, you do swear, man!’! -Papirio Peto. GRICEVS: Papiri, quid agis in horto Romano? Dic mihi, nonne Cicero te castigavit ob verba turpia? PAPIRIVS: O Griceve, hortus est locus philosophiae et liberorum verborum! Cicero nimium gravis est, sed ego amo risum et convivia. GRICEVS: At, Papiri, si omnes ita loquantur, forum mox fit taberna! Quid de implicatura conversatoria, minus turpia verba fortasse? PAPIRIVS: Bene, Griceve, implicatura meae sunt semper salae. Si verbum obscenum dicam, totam curiam ridere faciam. Vita brevis, ridendum est!

Abele Parente (Caselle Pittari, Salerno) e la ragione conversazionale. Grice: “P. is an Italian doctor, philanthropist, and author. While he is often noted for his linguistic or religious texts, his broader body of work and legacy includes:  Other Published Works & Contributions Compendio della storia della bella letteratura italiana: P. is credited as a contributor to this compendium published in Naples, which provides a summary of Greek, Latin, and Italian literature. Medical and Philanthropic Correspondence: He was a physician by profession and engaged in extensive intellectual correspondence with notable figures, such as the writer Annie Vivanti. Historical Legacy and Natural History: He played a significant role in preserving historical scientific works; for example, he is cited as a source for the unpublished entomological plates and scientific drawings of the physician Cirillo. Legacy and Personal Background Philanthropy: Upon his death, Parente bequeathed his extensive personal collection of 2,600 volumesto the National Library of Naples and left his assets to his hometown of Caselle in Pittari. Global Presence: He spent significant time in Brazil, where he owned multiple properties, indicating his status as a prominent figure in the Italian diaspora before returning his focus and legacy to Italy.  Grice goes on to explore more details about his bequest to the National Library of Naples or his connection to Domenico Cirillo?” Keywords: implicature. DELL'USO E DEI PREGI DELLA LINGUA ITALIANA COGLI OPUSCOLI ANNESSI ALLA EDIZIONE È * DI TORINO Satis mirari'non queo, unde hoc sit tam insolens domesticarum rerum fastidium . i Cic. de Finib. Lib. I, $. ur, FIRENZE MOLINI, LANDI E COMP.  ted si [ LI .  Le Opere del Sig. Cav. Galeani Napione. Torinese riscossero l’approvazione,-e le lodi dei maggiori Letterati d’Italia. In una delle prime ch'ei desse a luce (1) avendo, egli contradetto ad una opinione manife- stata dal chiar. Tiraboschi nel Tom. I. del- la sua Storia, questi nella seconda edizio- ne di essa (2), desiderio nota l di poche lettere. ci riguardano riflessioni, i quadri a mal pensare propenso le azioni nostre de’ Romani eserciti desiderio. Grice: Parente, ho sentito che hai lasciato 2.600 volumi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Puntavi a conquistare la biblioteca, o speravi solo che qualcuno leggesse finalmente le tavole entomologiche inedite di Cicerone? Parente: Oh Grice, Cicerone avrebbe apprezzato una buona collezione di insetti; volevo solo che Napoli avesse abbastanza libri nel caso qualcuno avesse bisogno di una nota a piè di pagina per ogni conversazione. E poi, così il mio paese natale Caselle in Pittari resta sulla mappa—almeno per le sovraccoperte impolverate! Grice: E la tua corrispondenza con Annie Vivanti—era più una consulenza medica o una diagnosi letteraria? Prescrivevi una dose di Petrarca o consigliavi una tazza forte di espresso per la malinconia esistenziale? Parente: Un po’ di entrambe! Ogni volta che Annie si lamentava per il blocco dello scrittore, suggerivo la lingua italiana come cura, ma per i casi davvero seri, sì—espresso e una passeggiata nella letteratura greca, latina e italiana. Fa miracoli per l’implicatura conversazionale, fidati! Parente, Abele (1899). La febbre gialla a bordo del Lombardia nella baia di Rio. Rio de Janeiro.

Luigi Pareyson (Piasco, Cuneo, Piemonte) e l’implicatura conversazionale: implicare, impiegare, ed interpretare, il liberalismo, il risorgimento, e il fascismo. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming cooperative rationality and then inferring implicatures from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity; the core explanatory notions are communicative intention and the rational recognizability of that intention in a conversational setting. Pareyson, by contrast, is a philosopher of interpretation and existence: formed in the Turin milieu and early aligned with existential thought (Jaspers, Heidegger), he treats meaning as something that emerges through interpretive activity rather than as something fixed by a formal code, and his later hermeneutic orientation makes understanding itself a productive, historically situated act rather than a mere decoding. The comparison, then, is that Grice offers a micro-pragmatics of how specific utterances convey more than they say through principled inference in dialogue, whereas Pareyson offers a macro-hermeneutics of how human existence, freedom, and tradition call for interpretation as a constitutive practice; where Grice makes implicature the rational bridge between saying and meaning in ordinary conversation, Pareyson makes interpretation the bridge between finite human perspective and the sense of the world, so that “implicare” for Grice is a disciplined conversational inference, while for Pareyson “interpretare” is the deeper condition under which any such inferences can matter at all. Linceo. Nato da genitori entrambi originari della Valle d'Aosta, si laurea a Torino con una tesi dal titolo “Esistenza” – su Jaspers, che poi venne pubblicata all'editore Loffredo di Napoli. Compe spesso viaggi di studio in Francia e in Germania, dove ebbe modo di conoscere personalmente Maritain, Jaspers eHeidegger. Si fece notare dai più importanti filosofi del tempo, tra i quali Gentile. Allievo di  Solari e Guzzo, dopo aver seguito in Germania i corsi di Jaspers, insegna a Torino e Cuneo, dove ha come allievi alcuni esponenti della resistenza, tra i quali Revelli e Vivanti. È arrestato per alcuni giorni, in seguito agì egli stesso nella Resistenza, insieme con Bobbio, Ferrero, Galimberti e Chiodi, continuando a pubblicare anonimamente articoli.  Nel dopoguerra insegnò al Gioberti e in vari atenei tra cui Pavia e Torino dove, conseguito l'ordinariato. Fu accademico dei Lincei e membro dell'Institut international de philosophie, oltre che direttore della Rivista di estetica, succedendo a Stefanini che la fondò  a Padova. Ha molti allievi, fra cui ECO, VATTIMO, TOMATIS, PERNIOLA, GIOVONE, Riconda, Marconi, Massimino, Ravera, Perone, Ciancio, Pagano, Magris e Zanone, segretario del partito liberale, ministro della repubblica e sindaco di Torino. Considerato tra i maggiori filosofi, assieme a ABBAGNANO è tra i primi a far conoscere l'esistenzialismo, e a riconoscersi in questa visione, la filosofia dell'esistenza , in un quadro dominato dal neo-idealismo. Si dedica anche a dare una nuova interpretazione dell'idealismo non più in chiave hegeliana (Fichte), individuando in Schelling un precursore a cui l'esistenzialismo doveva la propria ascendenza, sostenendo che «gli esistenzialisti autentici, i soli veramente degni del nome, Heidegger, Jaspers e Marcel. implicare ed interpretare, “Liberalismo, risorgimento, fascismo” – la filosofia politica fascista, la morale fascista, Pareyson e Gentile, fascismo, I saggi anonimi di Pareyson, ‘Liberalismo, risorgimento, fascismo. Grice: “St John’s, December 1938. I am glad enough to be at St John’s, but I often find myself running—metaphorically—to Merton for comfort: philosophy breathes there, whereas our former Cistercian abbey still manages, at times, to transpire like a club. And there, on the round table, I find the latest issue of the Giornale critico della filosofia italiana. What, I wonder, is critico doing there? And worse, what is italiano doing there? Since when did philosophy come with a visa? The opening piece is called Note sulla filosofia dell’esperienza, and I am reminded that for Boethius a nota is simply something known—so these “notes” are a plural flourish, as otiose, perhaps, as critico and italiano. Which leaves, at last, the one phrase with any real promise: filosofia dell’esperienza. When Hardie first introduced me to the moderns, he put it very pointedly: it all began with Telesio, down in the south. But for some reason I doubt that is what young Pareyson is noting here—unless, of course, “experience” is merely the respectable name for whatever it is that the Italians insist on doing to philosophy when they are not busy turning verbs into nouns.” Grice: Pareyson, mi sorprende sempre come in italiano il verbo “implicare” si trasformi in “impiegare”! In inglese abbiamo “imply”, “employ” e “implicate” — tre termini distinti. Ma qui, quasi mi viene da dire “employ” invece di “imply”! Che ne pensi di questa curiosa sovrapposizione linguistica? Pareyson: Caro Grice, è davvero una sfumatura affascinante, che mette in luce la ricchezza e la complessità della lingua italiana. “Implicare”, “impiegare” e persino “interpretare” si intrecciano non solo sul piano linguistico, ma anche filosofico: pensi a come la mia riflessione sull’interpretazione dell’esistenza e della libertà abbia trovato spazio proprio tra questi termini! Spesso, ciò che sembra una semplice differenza lessicale rivela un intero universo di significati. Grice: Ecco, mi piace come l’italiano porta la conversazione verso la dimensione dell’interpretazione, quasi che “implicare” non sia solo un suggerimento, ma anche un invito a impiegare e comprendere. Nel tuo pensiero, come si riflette questa tensione tra “implicare” e “impiegare” nella filosofia politica, specialmente riguardo a liberalismo, risorgimento e fascismo? Pareyson: Proprio così! Nella mia visione, implicare non è un atto passivo, ma un gesto attivo, un “impiegare” la ragione e la libertà nella storia. Liberalismo, risorgimento e fascismo sono momenti in cui la filosofia non solo interpreta ma anche impiega — cioè mette in opera — valori e principi. Così, la morale e la politica si intrecciano, e il filosofo deve essere sempre pronto a interpretare il senso profondo di ciò che implica e di ciò che impiega nella realtà concreta. Pareyson, Luigi (1938) Note sulla filosofia dell’esistenza. Giornale critico della filosofia italiana.

Giovanni Paolo Parisio (Figline Vegliaturo, Cosenza, Calabria): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Cicerone e la prammatica come retorica conversazionale secondo Leech. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming cooperative rationality and drawing defeasible inferences (implicatures) from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity; on this view, the “extra” content of an utterance is not ornament but a predictable product of rational interaction. Giovanni Paolo Parisio (better known on title pages as Aulus Janus Parrhasius), by contrast, stands in the humanist tradition where rhetoric is not a pragmatic by-product of conversation but an explicit discipline of reading, teaching, and commentary: his Horatian scholarship (for instance his Ars poetica cum commentariis, printed in Naples in 1531 and later in Lyon) models an ordered relation between authoritative text and interpretive voice, with the commentator openly shaping what the reader is to notice, admire, or condemn. The comparison is therefore between implicit inference and explicit exegesis: Grice analyzes how ordinary speakers manage meaning by leaving much unsaid yet still recoverable through shared rational norms, whereas Parisio institutionalizes interpretive guidance through rhetorical pedagogy, making the “between-the-lines” work overt in the form of commentary, precept, and classical exemplum. From a Gricean angle, Parisio’s rhetorical practice can be seen as a codified way of steering readers toward intended implicatures (what a passage suggests, not merely states), while from a Parisian angle, Grice’s maxims look like a late, analytic attempt to systematize the very arts of audience-direction and interpretive control that classical rhetoric had long treated as the core of educated discourse. Grice: “I like P.; he focused on rhetoric, as every philosopher should!” Come molti filosofi italiani senza titolo nobiliario, ha una vita errabonda. Dopo aver fatto un viaggio di studio a Corfù, ritorna in patria dove apre una scuola. Si trasfere a Napoli dove ottenne cariche e favori dal re Ferrandino. Risiede per qualche tempo a Roma per poi trasferirsi a Milano dove sposa la figlia del filosofo CALCONDILA. Dopo aver abitato a Vicenza, Padova e Venezia, torna a Cosenza, dove fonda l'accademia. Recatosi a Roma, invitato da Leone, vi insegna nell'accademia di Pomponio e nell'archiginnasio. Rimame a Roma fino alla morte di Leone,  dopo di che ritorna definitivamente a Cosenza. Saggi: ORAZIO Ars poetica, cum trium doctissimorum commentariis; Acronis, Porphyrionis. Adiectæ sunt præterea doctissimæ Glareani adnotationes. Lugduni veneo: a Philippo Rhomano); ORAZIO FOmnia poemata cum ratione carminum, et argumentis vbique insertis, interpretibus Acrone, Porphyrione, Mancinello, necnon Iodoco Badio Ascensio viris eruditissimis. Scoliisque Politiani, M. Sabellici, Coelij Rhodigini, Pij, Criniti, Manutij, Bonfinis et Bononiensis nuper adiunctis. His nos præterea annotationes doctissimorum Thylesij, Robortelli, atque Glareani apprime vtiles addidimus; Sipontini libellus de metris odarum, Auctoris vita ex Crinito. implicatura, implicatura retorica, Cicerone, filosofia italiana, gl’antichi romani, Livio, Catullo, Orazio, Cicerone, Stazio, l’oratoria, il gusto per l’antico in Italia. PARRHASIANA, VICO, SABBALDINI sull’importanza da P., grammatica speculativa, grammatica modista, ars grammatica, probo, Donato, Prisciano, la grammatica, la dialettica e la retorica, grammatica razionale, psicologia razionale, breviario, compendio, o manuale di retorica latina, il parlar o conversar greco, la retorica d’Aristotele, il parlar o conversare latino, la retorica o ars oratoria di Cicerone, diritto romano, giurisprudenza-. Grice: “St John’s, 1964. Parisio ought to be a lesson both to my tutor and to my tutee—Hardie, the Aristotelian tutor, and Ackrill, the Aristotelian tutee. For Parisio did not comment on Aristotle, as Hardie and Ackrill do, but on Horace, and yet he manages to outflank them both with a simple piece of scholarly decency: Q. Horatii Flacci Ars poetica cum commentariis. Horace first, commentary second. Hardie’s notes on the Ethics are, too often, notes on Hardie; he scarcely allows the Stagirite to speak. Ackrill, bless him for his acknowledgements, does something worse: he steals Aristotle’s voice altogether, renders him into a crisp modern English, and then spares us the commentarius—the thing that admits, openly, that one is interpreting. Parisio at least keeps the order straight: text on top, commentator beneath, each in his proper place. Where, I find myself wondering, has Oxford scholarship wandered off to, that even this elementary courtesy now feels like a foreign virtue?” Grice: Parisio, mi affascina il modo in cui la tua riflessione sulla ragione conversazionale si intreccia con la prammatica come retorica, specialmente seguendo la lezione di Cicerone. Non credi che la conversazione sia una forma d’arte, dove ogni implicatura è una pennellata di significato?  Parisio: Caro Grice, sono d’accordo! La conversazione è al tempo stesso arte e tecnica. Come sosteneva Cicerone, è la retorica che ci permette di dare forma alle idee, e la prammatica ne rivela la profondità. Le implicature sono come i versi di Orazio: suggeriscono più di quanto dicano, e creano un dialogo tra antico e moderno.  Grice: Ecco, proprio questa fusione tra la parola e il gesto conversazionale rende la filosofia italiana così ricca. Non è forse vero che la grammatica speculativa e la retorica, da Donato a Prisciano, si sono evolute insieme per insegnarci a conversare con gusto e profondità?  Parisio: Hai colto il punto, Grice! La conversazione è un breviario vivente, dove ogni parola è scelta con cura. L’oratoria di Cicerone, la dialettica greca, e la retorica latina sono strumenti che, ancora oggi, ci insegnano l’arte del parlare e del conversare. È questo gusto per l’antico che rende la filosofia italiana sempre attuale e capace di dialogare con il mondo. Parisio, Giovanni Paolo (1531). Q. Horatii Flacci Ars poetica cum commentaris. Npoli.

Alessandro Pascoli (Perugia, Umbria): la ragione conversazionale, l’implicatura conversazionale, e la fisio-logia. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as a rational, norm-guided practice: what a speaker means is often not exhausted by what is explicitly said, and hearers recover the intended point by assuming cooperation and drawing defeasible inferences (implicatures) from relevance, sufficiency, and the speaker’s purposes. Alessandro Pascoli, by contrast, represents an early modern “geometrical” scientific ambition applied to physiology and medicine, as in his treatise on the nature and causes of fevers: explanation is pursued by constructing a systematic account of causes, mechanisms, and bodily functions, with rhetoric and enthymeme serving as instruments for teaching and persuasion rather than as the engine of meaning itself. The comparison, then, is between two notions of reason: Grice’s reason is interactional and pragmatic, governing how communicators responsibly bridge the gap between saying and meaning in everyday discourse, while Pascoli’s reason is explanatory and methodological, governing how one moves from observed signs and symptoms to causal accounts of nature. From a Gricean angle, Pascoli’s “signs” of fever are cases of natural meaning (symptoms as evidence) and do not yet engage the intention-based, cancellable implicatures that arise in conversation; from a Pascolian angle, Grice’s maxims look like a medical-style discipline applied to talk itself, treating conversational exchanges as a field where one must diagnose misleading appearances and trace them back to the operative principles that make understanding possible. Grice: “An excellent philosopher. He philosophised on the will, on the soul, and on a functionalist approach.” Lingua. Fratello di Leone P. Insegna a Roma e Perugia. Tiene dimostrazioni anatomiche mediante dissezione di cadaveri, come il suo collega e concorrente Andrea Vesalio. Intrattenne una vasta corrispondenza con intellettuali di tutta Europa.  Le sue opere filosofiche e scientifiche seguono i metodi di Descartes et Malebranche. I suoi trattati di metafisica, medicina e matematica esibiscono una filosofia coerente e metodico che dimostra la vitalità filosofica della cultura italiana del periodo. Saggi: “Del moto che nei mobili si rifonde per impulso esteriore”; Metodo per introdursi ad imitazion de' geometri con ordine, chiarezza, e brevità nelle più sottili questioni di filosofia metafisiche, logiche, morali e fisiche” (Poletti, Andrea); “Del moto che nei mobili si rifonde per impulso esteriore, Salvioni, Giovanni Maria); “Del moto che ne i mobili si rifonde in virtù di loro elastica possanza” (Bernabò, Rocco); Delle febbri teorica e pratica secondo il nuovo sistema ove tutto si spega per quanto e possible ad imitazione de gemetri; Il corpo umano o breve istoria dove con nuovo metodo si descrivono in comendio tuti gl’organi suoi ed I loro principali offij; De fibra mortice et morbosa nec non de experimentis ac morbis; Metodo per introdursi ad imitazione de geometri con ordine, chiarezza e brevita nelle piu sottil qestioni di filosofia logica, morale, e fisica. Osservazione teoretiche e pratiche inviate per lettere; “Sofilo Molossio, pastore arcade, e custode delg’ARMENTI AUTOMATICI in Arcadi gli difende dallo scrutinio ne che fa nella sua critica Papi” (Roma); Fisiologia, corpo, galileo, il fuco di Girgenti, Cicerone, Bianchini. Verissimo, non mi piace medicar le donne, ma non le regine” spiegazione dell’entimema in termini dell’intenzione dei communicatori – chi da il segno e chi lo receve – il segno sensibili dell’idea della cosa. Equivoco se il termine e dunque la proposizione rippresenta due idee. Grice: “St John’s, July 1960. Now that Austin is resting in peace—God keep and bless his soul—I have been compiling what I call a catalogue of fallacies for an upcoming Aristotelian Society symposium. I have heard Hart (and his fellow-fellow Honoré) talk of cause as though it were a term of art that applies chiefly to delinquents; but leafing through a venerable Italian volume I begin to see the vintage of the habit. There on my desk is a precious copy of Pascoli’s Della natura, e delle cause delle febbri. I drop the delle, as Italians do not, and try to think singularly: one fever, one poor Karen with her febbre, one wretched body demanding an explanation. One can feel, almost physically, why Pascoli thought it worth a treatise. Yet the comic side returns at once: who would ever write a treatise on the cause of Timothy’s not having a fever—Timothy perpetually outdoors, perpetually uninteresting to the doctor? And then I remember how easily we philosophers botany our words: “cause” is made to look like a single plant with a single root, when in truth it spreads across a whole field of uses, medical, legal, and moral, each with its own temptations to fallacy and each, in the wrong hands, capable of being mistaken for the others.” Grice: Caro Pascoli, mi stupisce sempre la tua capacità di unire la filosofia alla dissezione anatomica. Dimmi, quando analizzi il corpo umano, trovi implicature anche tra le costole? Pascoli: Grice, certo! Ogni costola ha la sua ragione conversazionale – e se ne manca una, è solo perché qualche Adamo ha implicato troppo! Grice: Ah, quindi la fisiologia è una grande conversazione tra organi? Allora il cuore sarà il filosofo, e il fegato quello che interpreta tutto... anche le battute! Pascoli: Esatto! E se qualcuno non afferra l’implicatura, basta una febbre teorica – come dici tu – per rimettere tutto in ordine. La prossima volta, porto l’entimema invece dello stetoscopio! Pascoli, Alessandro (1766). Della natura, e delle cause delle febbri. Lucca: Marescandoli.

Giovanni Pascoli (San Mauro, Forli-Cesena, Emilia-Romagna): la ldecadenza divina e l’implicatura conversazionale. Considerato il maggior filosofo decadente, nonostante la sua formazione principalmente positivistica.  Dal Fanciullino, articolo programmatico, emerge una concezione intima e interiore del sentimento poetico, orientato alla valorizzazione del particolare e del quotidiano, e al recupero di una dimensione infantile e quasi primitiva. D'altra parte, solo il poeta può esprimere la voce del "fanciullino" presente in ognuno: quest'idea consente a P. di rivendicare per sé il ruolo, per certi versi ormai anacronistico, di "poeta vate", e di ribadire allo stesso tempo l'utilità morale (specialmente consolatoria) e civile della poesia.  Egli, pur non partecipando attivamente ad alcun movimento letterario dell'epoca, né mostrando particolare propensione verso la poesia europea contemporanea (al contrario d’ANNUNZIO), manifesta nella propria produzione tendenze prevalentemente spiritualistiche e idealistiche, tipiche della cultura di fine secolo segnata dal progressivo esaurirsi del positivismo. Complessivamente la sua opera appare percorsa da una tensione costante tra la vecchia tradizione classicista ereditata da Carducci e le nuove tematiche decadenti. Risulta infatti difficile comprendere il vero significato delle sue opere più importanti, se si ignorano i dolorosi e tormentosi presupposti biografici e psicologici che egli stesso ri-organizzò per tutta la vita, in modo ossessivo, come sistema semantico di base del proprio mondo poetico e artistico. Nacque in provincia di Forlì all'interno di una famiglia benestante, quarto dei dieci figli due dei quali morti molto piccolo di Ruggero P., amministratore della tenuta La Torre della famiglia dei principi Torlonia, e di Caterina Vincenzi Alloccatelli. I suoi familiari lo chiamano affettuosamente Zvanì. Il padre e assassinato con una fucilata, sul proprio calesse, mentre tornava a casa da Cesena. Le ragioni del delitto, forse di natura politica o forse dovute a contrasti di lavoro, non sono mai chiarite e i responsabili rimasero ignoti. Grice: Pascoli, ti definiscono il filosofo decadente, ma io ti vedo più come un “fanciullino” con la barba! Dimmi, la poesia consola davvero o bisogna prima capire la decadenza divina? Pascoli: Grice, la decadenza è solo un modo elegante per dire che ogni tanto serve un po’ di consolazione – come una tazza di cioccolata calda. Il “fanciullino” che c’è in me preferisce guardare le nuvole e trovare le implicature nel canto dei merli. Grice: Allora, caro Pascoli, se il poeta vate è ormai anacronistico, forse dovresti fondare una chat per fanciullini decadenti: conversazioni in cui si parla solo di conigli, temporali e implicature nascoste! Pascoli: Ottima idea, Grice! Ma attenzione: nella mia chat, se qualcuno non capisce il significato nascosto, riceverà una pioggia di versi e metafore. Così la decadenza sarà solo un pretesto per giocare con la ragione conversazionale! Pascoli, Giovanni (1882). Myricae. Bologna: Zanichelli.

Pace Pasini (Vicenza, Veneto): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale, you’re the cream in my coffee, the salt in my stew, GENUS SPECIES, eschatology, e la meta-meta-fora del cavaliere perduto. Studia a Padova applicandosi agli studi giuridici, che ben presto trascura per interessarsi della nuova scienza è in contatto con Galilei e  soprattutto della filosofia, seguendo assiduamente le lezioni di Cremonini, impegnato nel commento mortalista della “Fisica” e del “De coelo” di Aristotele e seguace dell'aristotelismo critico e razionalistico di Pomponazzi, che mette in discussione l'immortalità dell'anima e alcuni dogmi cattolici. Uno dei incogniti, uno dei circoli più attive, vivaci libere. A tale adesione alcuni biografi settecenteschi attribuiscono le accuse di eresia nei suoi confronti. Come invece dimostra una serie di documenti dell'Archivio di Stato di Venezia, e un fatto di sangue a determinare il provvedimento giudiziario che lo condanna all'esilio. Per un futile contenzioso privato (un diritto di passaggio riconosciuto a dei vicini), insieme con il fratello Vittelio e alcuni sicari,  nella villa Pavaran uccide Malo e ne ferì gravemente il fratello. Condannato a cinque anni di esilio a Zara, poi ridotti di circa la metà, e assolto e liberato. Reintegrato nella società vicentina, e vicario a Barbarano e a Orgiano, dove era già stato agli inizi della carriera. La sua vita dove scorrere come quella di tanti nobili di provincia, tra affari privati, responsabilità amministrative, passione letteraria e interessi culturali, sempre presente l'ossequio al potere della Serenissima: dediche e composizioni sono spesso dirette a podestà, capitani e dogi. Si registra un stretto legame gl’incogniti e una grande produzione letteraria. Fa parte della corrente poetica del marinismo, che ha in Marino il proprio modello. ””Rime varie, et gli increduli, ouero De' rimedii d'amore: dialogo. Dedicate al molto illustre Godi (Vicenza) Implicatura, il cavalier perduto, la metafora, “dall’una metafora all’altra,  galilei, cremonini, degl’incogniti, keplero, Manzoni, rapimento, anonimo, incognito, meta-meta-fora. Grice: Pasini, mi incuriosisce il modo in cui hai intrecciato la conversazione filosofica con la metafora del cavaliere perduto. È come se, tra implicature e meta-meta-fora, tu riuscissi a far emergere nuove sfumature del pensiero. Come nasce questa tua predilezione per la metafora e l’incognito?  Pasini: Grice, la metafora è il mio modo di dare voce a ciò che resta celato tra le righe. Nel percorso filosofico, soprattutto seguendo le lezioni di Cremonini e l’aristotelismo critico, ho trovato nell’incognito e nel dialogo poetico una forma di libertà; il cavaliere perduto diventa simbolo di chi cerca, anche quando il sentiero sembra smarrito.  Grice: E allora potremmo dire che la tua implicatura conversazionale non è solo un esercizio di stile, ma un invito a superare i confini del sapere codificato. La tua vicenda, tra accuse di eresia e anni di esilio, sembra confermare che la filosofia, come la conversazione, è sempre a rischio di essere fraintesa o ostacolata, proprio come il cavaliere perduto.  Pasini: Esattamente, Grice. La conversazione filosofica è sempre un viaggio, tra il noto e l’ignoto, tra il genus e la species, fra rime e rimedi d’amore. Essere “la crema nel caffè” o “il sale nello stufato” — come dici tu — significa arricchire ogni discorso con la forza dell’implicatura e della metafora, cercando il senso anche nelle pieghe più oscure della vita e del pensiero. Pasini, Pace (1623). Il Paradiso de’ Fanciulli. Venezia: Evangelista Deuchino.

Conte Elia Rossi Passavanti (Terni, Umbria) e l’implicatura conversazionale dell’eroe. Partecipa alla Grande Guerra c sergente nel IV reggimento Genova cavalleria, in cui e protagonista di incredibili atti di eroismo. Partecipa  alla occupazione di Fiume tra i legionari di Annunzio. Da soldato, da caporale, da aiutante di battaglia, fulgido, costante esempio, trascinatore d’uomini, cinque volte ferito, tre volte mutilato, mai lo strazio della sua carne lo accasciò, sempre fu dovuto a forza allontanare dalla lotta; sempre appena possibile, vi seppe tornare, ed in essa fu sempre primo fra i primi, incurante di sé e delle sofferenze del suo corpo martoriato. In critica situazione, con generoso slancio, fece scudo del suo petto al proprio comandante, e due volte, benché gravemente ferito, si sottrasse, attaccando, alla stretta nemica. Con singolare ardimento, trascinava il suo plotone di arditi all’attacco di forte, munitissima posizione nemica; impossibilitato ad avanzare, perché intatti i reticolati, fieramente rispondeva con bombe a mano, alle intense raffiche di mitragliatrici. Obbligato a ripiegare, sebbene ferito, sostava ripetutamente per impedire eventuali contrattacchi. Avuta notizia di una nuova azione, abbandonava l’ospedale in cui l’avevano ricoverato, e raggiungeva il suo reparto; trasportato dai suoi, riusciva a prendere parte anche alla gloriosa offensiva finale. Soldato veramente, più che di carne e di nervi, dall’anima e dal corpo forgiati di acciaio e di ottima tempra. Superdecorato, volontariamente nei ranghi della nuova guerra, per la maggiore grandezza della Patria, riconfermava il suo meraviglioso passato di eroico soldato. A capo della propaganda di una grande unità, seppe dimostrare che più che le parole valgono i fatti e fu sempre dove maggiore era il rischio e combatté con i fanti nelle linee più tormentate. Eroe, Annunzio, Fiume, il concetto di economia di stato, l’economia di stato presso i romani, la terni pre-romana, la terni no-romana, la terni umbra, la terni osca, la lingua umbra, l’idea italiana, economia di stato. Grice: Passavanti, tu devi avere più medaglie di un intero reggimento di cavalleria! Dimmi, hai mai usato l’implicatura conversazionale per schivare un proiettile? Passavanti: Grice, magari funzionasse così! Il mio miglior trucco era convincere il mio comandante che ero solo “lievemente contuso” quando in realtà mi mancava mezza gamba. Questa sì che è economia conversazionale! Grice: Immagino che guidando un plotone di arditi, ogni frase sia un ordine. O forse bastava gridare “A Fiume!” sperando che il nemico si confondesse ascoltando la tua lezione sull’economia di stato! Passavanti: Esatto, Grice! Se non capivano la differenza tra economia umbra e osca, di solito si arrendevano solo per gentilezza. Questa è la vera forza della conversazione gestita dallo Stato! Passavanti, Conte Elia Rossi (1875). Studi letterari. Firenze: Successori Le Monnier.

Iacopo Passavanti (Firenze, Toscana): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale. Entra nell’ordine domenicano, presso il convento fiorentino di S. Maria Novella. Dei primi studi, presumibilmente regolari, non si sa nulla. Venne inviato a completare l’istruzione nello studio generale domenicano di S. Giacomo a Parigi. Del soggiorno parigino non si hanno notizie specifiche. Studia di sicuro teologia, e probabilmente apprende le arti liberali. Non se ne conosce neppure la durata, ma secondo le norme dell’Ordine non puo superare il tri-ennio. In un intervallo compreso tra il ritorno da Parigi e cadono, senza per altro se ne possano stabilire le date, suoi lettorati a Pisa, a Siena e a Roma -- a S. Maria sopra Minerva e i priorati di Pistoia e di San Miniato al Tedesco. È sicura al contrario la designazione nel capitolo provinciale di Pisa come predicatore a S. Maria Novella e l’altra nel capitolo di Gubbio quale predicatore generale. È incaricato dal consiglio di S. Maria Novella di scegliere tra i libri dei frati morti durante la peste quelli che giudicasse utili alla libreria di recente istituzione. Egli stesso contribuì al suo accrescimento con volumi suoi, come informano alcune note di possesso autografe pervenuteci -- Pomaro.  Tra i numerosi uffici di fiducia di particolare importanza di cui venne investito vi fu quello di «operarius», preposto, della fabbrica di S. Maria Novella: ne dà testimonianza il Necrologium, in cui si legge come «hic propter suam industriam factus fuit operarius ecclesie nostre, quam tantum promovit, magnificavit et decoravit in multis scilicet testudinibus pluribus et picturis, ut nullus unquam operarius tantum fecerit in eadem-- Orlandi. Nessuna fonte indica l’anno in cui assunse l’impegno, tuttavia, ragionevolmente dove intervenire negli ultimi lavori, per il completamento della chiesa. In particolare, un documento prova come a questa data avesse fatto eseguire le pitture della cappella maggiore a spese dei Tornaquinci. libro dei sogni. Grice: Passavanti, ma quanti libri hai dovuto scegliere per la biblioteca di S. Maria Novella? Immagino ti sia sentito il custode dei sogni più che dei volumi! Passavanti: Grice, in effetti qualche sogno l’ho perso tra le pagine... ma sai, selezionare libri durante la peste era più difficile che cercare implicature tra i sermoni domenicani! Grice: E quante implicature hai trovato tra i frati? Magari qualcuno, invece di filosofare, lasciava solo indizi nascosti tra le copertine… come le pitture della cappella maggiore! Passavanti: Ah, caro Grice, ogni libro era una conversazione: c’era chi scriveva per spiegare e chi per complicare. Alla fine, ho decorato la chiesa come la mente: tra ragione, sogni e un po’ di humor domenicano! Passavanti, Iacopo (1343). Specchio della vera penitenza. Firenze.

Marco Antonio Genua de’Passeri (Padova, Veneto): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del lizio. Grice: “He was Zabarella’s uncle – mine worked in the railways!” -- Grice: “It’s amazing how much a little book like Aristotle’s ‘Peri psycheos’ influenced those Renaissance and pre-Renaissance Italians! Surely they were concerned about the immortality or other of the soul!” Essential Italian philosopher. Pubblica commentarii al De Anima e alla fisica contro BONAIUTI. Dimostra la perfetta convergenza fra le idee del lizio e BONAIUTI sulla dottrina dell'unità dell'intelletto. Disputatio de intellectus humani immortalitate; De anima Venezia, Iunctas Perchacinum; Paladini, La scienza animastica. Nome con il quale è noto il filosofo averroista M. A. de’ P. Figlio di Niccolò, che aveva insegnato arti e poi medicina a Padova, occupa la cattedra di filosofia nella stessa univ. in concorrenza dapprima con ZIMARA, poi Maggi. È autore di commentari alla fisica e al de anima del lizio, dove intende dimostrare il perfetto accordo fra Averroè e Simplicio sulla dottrina dell’unità dell’intelletto. D’un punto di vista averroistico polemizza contro Pomponazzi e gli alessandristi. At cum Latini uideantur hoc negare, nosrem ita esse comprobare possumus quoniam Aristotele cum dederit communem ANIMA. Animæ definitione subiungit et propriam cuiusque gradus dicendam fore et prior rem natura esse vegetativam sensitiva, quod in codem intelligitur, non autem in diversis quoniam in eodem animato posita sensiti, uaponitur vegetativa et posita intellectiva ni mortalibus alie ponátur, quia sicut ise habet vegetativa in sensitiva, ita et sensitiva in INTELLECTIVA. Peripatetici, lizii, nous, intelletto, etimologia d’intelletto, da lego – ‘to care’, ‘to decide’. Intelleto, nous, animus vs. anima, mens, Boezio, l’intelletto, l’anima intelletiva, animistica, animastica. Grice: «È curioso, caro Passeri, come Zabarella fosse tuo zio mentre il mio lavorava in ferrovia, ma entrambi finiamo sempre sullo stesso binario dell’intelletto!» Passeri: «In effetti, Herbert, l’intelletto unico viaggia meglio dei treni e non ha bisogno di biglietto, basta Averroè!» Grice: «E pensa che tutto questo gran traffico mentale parte da un libriccino come il De Anima, altro che manuale d’istruzioni!» Passeri: «Già, e l’anima ride con noi, perché tra nous, intelletto e animus sembra una cena padovana più che una disputa filosofica!» Passeri, Marco Antonio Genua de’ (1559). De Sacris Aegyptiorum aliarumque gentium. Pisauri: In aedibus Francisci Salviani.

Passini: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice: Passini, mi incuriosisce il modo in cui la ragione conversazionale si intreccia con le tue metafore. Ma dimmi: se ti trovassi davanti a un cavaliere perduto, quale implicatura conversazionale useresti per ritrovarlo? Passini: Grice, la vera implicatura sarebbe quella di chiedere al cavaliere se ha perso la strada o soltanto la voglia di cercarla! Spesso, tra genus e species, la conversazione serve più a confondere che a chiarire. Grice: Allora potremmo dire che, in fondo, ogni conversazione è come un viaggio in incognito: si parte per cercare risposte, ma si finisce col collezionare domande. E tu, Passini, preferisci la meta o il percorso? Passini: Grice, io scelgo sempre il percorso! La meta è solo una scusa per raccontare storie e inventare metafore, come il sale nello stufato: senza, tutto sarebbe insipido – e la filosofia sarebbe solo un menu senza piatti.

Pasqualini: la ragione conversazionale e l’mplicatura conversazionale. M. Pasqualini, C. Pasqualini. Grice: Pasqualini, mi dicono che tu maneggi la ragione conversazionale come un prestigiatore con le carte. Ma dimmi, hai mai fatto sparire una implicatura davanti agli occhi increduli di un pubblico? Pasqualini: Grice, se la implicatura fosse davvero un trucco, allora ogni conversazione sarebbe uno spettacolo di magia. Ma in realtà, le implicature non spariscono: si nascondono nei sottintesi, proprio come le olive sotto l’insalata! Grice: Ah, quindi basta scavare un po’ e si trova sempre qualcosa di gustoso sotto la superficie! Ma allora, Pasqualini, quante volte hai trovato una perla nascosta mentre tutti cercavano solo il guscio? Pasqualini: Grice, più che perle, spesso trovo noccioline: piccole, ma croccanti! La conversazione, alla fine, è come una festa: ognuno porta un ingrediente segreto e nessuno sa davvero cosa c’è dentro finché non ci si mette a chiacchierare.

Valentino Annibale Pastore (Orbassano, Torino, Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella storia della dia-lettica romana di Varrone a Peano. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming cooperative rationality and then inferring implicatures from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity; the emphasis is on the interpersonal, intention-sensitive logic by which ordinary language remains usable despite its underdetermination. Pastore, working at the turn of the twentieth century in Turin and committed to a program of “experimental” and formal logic, approaches the same terrain from the opposite direction: he catalogues alleged imperfections of ordinary language, treats the complaints themselves with a certain irony, and frames the formalist moral in a way that is strikingly Gricean in spirit—roughly, that explication and implication do not coincide, and that one must not confuse what is made explicit with what is merely suggested. The comparison is therefore one of explanatory level and method: Grice gives a general pragmatic theory of how implicature is generated and calculated in conversation by rational agents, whereas Pastore offers a proto-pragmatic diagnosis from within the history and reform of logic, using “imperfections” as pressure-points that motivate regimentation while already recognizing that much communicative force lives in what is left unsaid. In Gricean terms, Pastore’s list can be read as an early inventory of the conditions under which conversational reasoning has to do its work; and in Pastore’s terms, Grice’s maxims can be read as the systematic account of that work, showing why ordinary language need not be “repaired” before it can convey disciplined, logically accountable thought. Grice: “A proto-Griceian, P. divides logicians by nationality, and he has a few for Italians; he does not distinguish between Welsh Russell and English Boole, though!” Grice: “Pastore has an excellent section on the ‘alleged’ imperfections of ordinary language, to which I refer to in my reference to the common place in philosophical logic.” Grice: “Pastore lists six imperfections of ordinary language, for which he notes how confusing the allegations are.” “He ends by noting the moral of the formalist: “not everything that is explicated is implicated, and not everything that is implicated is explicated!” – Grice: “The Italian philosophers he mentions make an interesting list.” Grice: “He has an earlier paragraph on “Roman logic,” which is charming.” Laureato a Torino con GRAF ed ERCOLE , è insegnante di liceo e ottenne una cattedra a Torino. Fonda e dirigge il laboratorio di logica sperimentale a Torino. Collaboratore della Rivista di filosofia. I suoi manoscritti sono conservati nell'accademia toscana di scienze e lettere La Colombaria di Firenze. La salma del filosofo riposa nel cimitero di Bruino. Saggi: “La logica formale dedotta dalla meccanicia”; “Scienza” “Sillogismo e proporzione,” “Dell'essere e del conoscere,” Il pensiero puro, Causa ed esperienza; Solipsismo, Potenzia logica, Logica sperimentale, L'acrisia di Kant, La filosofia di Lenin; La volontà dell'assurdo. Storia e crisi dell'esistenzialismo” (Logicalia, Dioniso, “Introduzione alla metafisica della poesia,” Bazzani, Carte. Fondo dell'Accademia La Colombaria, Castellana, “Razionalismi senza dogmi. Per una epistemologia della fisica-matematica; Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia, Selvaggi, Un filosofo triste: P. in Scienza e metodologia. Saggi di epistemologia, Roma, Gregoriana). Implicature, logica meccanica, acrisia. Meccanica rama della fisica. Grice: “Corpus, 1932. Hardie gave me a fright yesterday. We are inching our way toward what he calls “the moderns”—“I mean Home,” he said, “or Hume, as you English insist on spelling it.” So I raided the philosophy shelves here for something more “gnoseological,” and one title caught my eye at once: Pastore’s Saggi di critica generale del conoscere (1903)—positively ultra-modern beside Hardie’s Home. The title alone is a small lesson in how not to name a book: saggi di is gratuitous; critica generale is too general even for Kant; and then, at last, the one redeeming phrase, il conoscere. The Italians can turn a verb into a noun with that single magical il. But when I actually began to read Pastore, page after page, I found rather less of what I had expected: not a clear lesson in why the Italians (like the French, and perhaps the old Romans) felt the need to distinguish conoscere from scire—when we English manage to muddle through with know and never suspect we are missing anything.” G.: April 1940. I have brought Pastore because one ought occasionally to test one’s patience against foreign climates. S.: And does Orbassano count as a climate? G.: In this case, yes. Open the book and the weather changes at once. One expects “literature” and finds a zoo. Parasites, atavism, struggle for survival, extinction, natural selection. It is as if Dante had been read through a veterinary manual. S.: You mean the 1892 thesis. G.: Exactly. The very young Valentino Annibale Pastore, under Graf, taking “la vita delle forme letterarie” with a seriousness so biological that one fears for Petrarch’s pulse. S.: You have the chapter headings? G.: I do, and they read like a syllabus for Darwinists who have strayed into the Faculty of Lettere by mistake. First, “Funzione sociale della letteratura.” One thinks: very well, literature may serve a society. Then “Organismo della letteratura.” Already one begins to look for a stethoscope. Then “Origine e sviluppo delle forme letterarie.” One braces. Then “Variabilità delle forme letterarie – Ibridismo – Correlazione di sviluppo.” By that point the sonnet is practically a mammal. S.: And it gets worse. G.: Inevitably. “Lotta per la vita – Parassitismo.” “Elezione naturale.” “Adattamento all’ambiente.” “Ereditarietà dei caratteri letterari – Atavismo.” “Estinzione delle forme letterarie.” And finally, in the grand style of nineteenth-century confidence, “Interpretazione scientifica dei periodi d’intermittenza.” One sees at once that if a genre disappears for fifty years, it has not merely gone out of fashion; it has suffered a crisis of species-being. S.: It is rather magnificent in its wrongness. G.: That is the trouble. It is wrong at scale. Small errors are easy to forgive. A large false analogy, energetically maintained for ten chapters, has a kind of grandeur. S.: And Graf? G.: Everywhere. Suspiciously everywhere. Pastore cites Graf as if citation itself could earn a degree. One has the uneasy feeling that the relatore is being thanked in advance, in arrears, and in perpetuity. Graf on the press giving literature the circulation of the blood. Graf on La crisi. Graf on the “transfigurazione” of Roman literature from Sulla to Augustus. It is as if the boy had decided that the safest way to survive the examination board was to make the supervisor a recurring organ in the argument. S.: You think he was buying voice, if not vote. G.: In a merely literary market, perhaps. Though I dare say the board still had its own stomach. But there is no denying the relatoral atmosphere. One reads Pastore and feels Graf looking over his shoulder, only to discover that the pupil has taken the master’s metaphor more literally than the master would have dared. S.: That is the curious thing. Graf can speak of “life” in forms and remain a man of letters. Pastore hears “life” and immediately imports the entire natural-historical arsenal. G.: Quite. Graf says circulation of the blood; Pastore begins classifying genres as if they were liable to parasites. It is the old Victorian temptation: a metaphor arrives with a little scientific prestige and the humanities instantly agree to be vivisected. S.: He also cites Morselli, does he not, on evoluzionismo in literary criticism. G.: Yes, which is what saves him from being merely a colonial Spencerian. The disease is native as well as imported. Ardigò is there, Morselli is there, the whole Italian willingness to scientificise the spirit is there. Spencer, of course, hovers over it like a benevolent epidemic. S.: Spencer does hover everywhere in these Italians. G.: Because he supplied portable majesty. Differentiation, adaptation, organism, survival. One could export the vocabulary and import the authority. The thing had the further advantage of sounding explanatory while remaining very nearly decorative. S.: And Oxford? G.: Oxford, at its best, has always distrusted that kind of grandeur while borrowing its words. That is why the Herbert Spencer Lectures are such a beautiful local joke. Oxford honours Spencer ceremonially and then declines to become Spencerian in practice. S.: We have just had Muirhead in 1939. G.: Exactly. Muirhead in 1939, Einstein in 1933. The Spencer Lectures by then are a lip-service ceremony of the most Oxford kind: a fund established by that unnamed Hindoo gentleman from Balliol, a title that preserves Spencer’s name, and then a series that proceeds to treat “Spencer” as a respectable umbrella under which one may house theoretical physics or moral philosophy without any very urgent commitment to social Darwinism. S.: So 1933, Einstein. 1939, Muirhead. G.: Yes. And the dates matter. Einstein in 1933 under Spencer’s name gives the whole thing a sort of institutional smile: we honour the great evolutionist by inviting the great physicist. Then Muirhead in 1939, “The man versus the state as a present issue,” which sounds much more properly Spencerian and arrives exactly when Europe has made every evolutionary metaphor politically suspicious. S.: You mean one cannot, by 1939, speak too blithely of stronger forms surviving. G.: One can, of course, but one ought not. The century has already demonstrated that “organism” applied to politics is the quickest route to moral stupidity. S.: Yet Toynbee is still allowed. G.: Toynbee is allowed because he speaks in civilizational cadences rather than in laboratory barks. He is morphology rather than kennel-talk. Still too grand for my taste, but less vulgar than treating Bradley as an atavistic specimen. S.: Which is exactly what Pastore’s language tempts one to do with philosophy. Idealism as parasitic. Realism as fitter. Linguistic analysis as a later, more adapted species. G.: And that is where one parts company with him most decisively. Oxford can narrate succession, but it dislikes biological triumphalism. Bradley gives way to realism, realism gives way to Austinian manners, Ryle captures the chair of metaphysics from the older climate, and later Strawson gives the thing a more architectural cast. But none of this is “survival of the fittest” except in journalism. S.: You would rather say correction, reaction, change of style. G.: Or simply fashion, which is often more accurate than progress. We replace one vocabulary with another and then continue teaching Plato as if nothing had happened. That is not Darwin. It is inheritance with complaint. S.: Pastore would call that an intermitting period requiring scientific interpretation. G.: Pastore would call anything requiring patience an intermitting period. That is his trouble. He sees recurrence and wants diagnosis; he sees variation and wants species-history. He cannot allow the humanities a life of their own unless that life is immediately redescribed in mechanistic-naturalistic terms. S.: You dislike “scienza della letteratura.” G.: Deeply. Or rather, I dislike the confidence with which it is uttered. In Germany one can sometimes say Wissenschaft and preserve breadth. In Turin in 1892 one says scienza della letteratura and before long the sonnet has inherited acquired characteristics. S.: Yet the book is not foolish in every page. G.: No, and that is why it is worth mocking carefully. The material on duecento, Provençal influence, stil nuovo, the actual handling of literary history—there the boy is gifted. He can read. He can connect. He can see pattern. The tragedy is that every decent literary observation is then marched back into the naturalistic barracks and made to salute evolution. S.: One does wonder what Graf thought. G.: I imagine a private shudder. Graf could live with metaphor. Pastore has converted metaphor into jurisdiction. One thing to say that forms have a life; quite another to declare that life subject to hybridism, natural selection, and extinction schedules. S.: The funniest phrase remains “parassitismo.” G.: It is irresistibly ugly. Once a critic begins calling a genre parasitic, one knows he has stopped reading and started patrolling. Besides, the accusation is too easy. All traditions are parasitic if you define life as borrowing with style. S.: Croce would have hated it. G.: Croce would have historicised it without zoologising it. That is the important distinction. Croce gives you cycles, revivals, spiritual history, all the things one may dislike in idealism, but he does not generally classify schools of thought as if they were infected tissues. Nor does Collingwood, for all his love of historical forms of thought. He would re-enact them, not breed them. S.: And Bosanquet? G.: Bosanquet admired Croce because idealists enjoy hearing history flatter thought. But even Bosanquet, with all his taste for system, is less biologically vulgar than this young Pastore. Bosanquet wants spirit to unfold; Pastore wants it to molt. S.: A very useful distinction. G.: I intend to keep it. One may endure Geist. One need not endure zoological Geist. S.: And what of Grice? If one applied Pastore’s language to Oxford, what would happen? G.: A dreadful ethnography. “The Hegelians, having exhausted their adaptive value, were supplanted by the realists; the realists, under pressure from the ordinary-language environment, diversified into Ryleans and Austinians; later the Strawsonian type stabilized a more categorial habitat.” One can do it in a paragraph and be wrong in every line. S.: Because the old types do not die. G.: Exactly. Bradley remains on the shelf. Plato remains in the syllabus. Aristotle survives every revolution and half the reforms. Oxford’s supposed replacements are never eliminations, only redistributions of boredom. S.: “Everything old is new again.” G.: Quite. Which is the anti-Pastorean slogan. The history of philosophy is not a cemetery of failed organisms. It is a badly organised conversation in which the dead keep speaking when the living would prefer a clean succession. S.: You sound almost Toynbeean there. G.: I refuse the charge. If I speak of recurrence, I mean recurrence without morphology. I do not want civilizations behaving like plants, and I certainly do not want philosophical chairs behaving like finches. S.: Popper might approve. G.: Popper would at least hesitate before adapting Darwin’s birds to Oxford appointments. Even his World 3, for all its dangerous grandeur, is careful about the autonomy of thought’s products. Pastore is less careful. He naturalises first and asks questions later. S.: Which takes us back to the beginning: “I abandoned literature for philosophy.” G.: The lovely falsehood. He abandoned one “science” for another. The first book already proves it. His “literary” years were scientized from the start. He never really believed in the humanities as humaniores, only as future cases for method. S.: So the first Pastore is already the second in embryo. G.: Precisely. The logician is hiding in the literary naturalist the whole time, waiting only for Graf’s metaphors to harden into mechanisms. One can almost hear the transition: “If forms live, they may also be counted; if counted, perhaps deduced.” S.: That is very Italian. G.: It is very nineteenth-century, which Italy preserved with unusual confidence. And there is a point of national style here. The Italians are capable of treating a thesis as both homage and campaign. A man cites his relatore not only because he owes him something, but because gratitude itself is part of the intellectual apparatus. S.: You think the Oxford equivalent would be impossible. G.: Not impossible. Merely less open. An Oxford man quotes his tutor sparingly and then spends the rest of his life implying the debt through mannerisms. An Italian may quote the relatore until the very structure of the thesis sounds like filial piety under scientific pressure. S.: And yet there is charm in it. G.: There is charm in nearly all false systems when they are young enough. That is why one reads them. Pastore in 1892 is a fascinating error, and errors of that size are educative. They show what an age badly wanted to believe. S.: That literature could be made scientific. G.: That spirit could be made orderly by borrowing the authority of nature. That history could be made explanatory by speaking of organisms. That genres could be managed like populations. That one might win a degree, please one’s relatore, and inherit Spencer all in one movement. S.: In the end, what do G. and S. do with him? G.: We thank him, of course. S.: For being wrong so energetically? G.: For teaching us, by excess, the limit of the naturalistic temptation. It is useful to see the humanities mistaken for zoology with enough confidence that the mistake cannot be hidden. S.: And then? G.: Then we return to Oxford, where the Spencer Lectures continue, Einstein has already come in 1933, Muirhead has just come in 1939, the Hindoo gentleman’s money still circulates respectably, and nobody, not even the boldest analyst, quite dares to describe Collingwood as an adaptive mutation. S.: Which is very wise. G.: No. Merely civilised.Grice: Caro Pastore, mi incuriosisce sempre come tu riesca a trovare in ogni riga della storia della dia-lettica romana qualche imperfezione della lingua! Ma dimmi, secondo te Peano avrebbe capito una mia implicatura o si sarebbe limitato a una definizione formale? Pastore: Grice, Peano avrebbe sicuramente chiesto prima la definizione precisa, poi dopo venti pagine avrebbe forse colto anche l’implicatura... sempre che la frase non fosse finita nel suo famigerato dizionario! D’altronde, tra Varrone e Peano, il vero problema è sempre capire se parliamo lo stesso latino! Grice: Ah, la tua famosa lista delle sei imperfezioni del linguaggio ordinario! Me la sono appesa sopra la scrivania, così quando sento una conversazione al bar penso: “Qui siamo alla sesta, quasi settima!” Ma Pastore, quale di queste imperfezioni ti diverte di più? Pastore: Sicuramente quando qualcuno confonde ciò che è implicato con ciò che è esplicato! È come confondere il cappuccino con l’espresso: entrambi italiani, ma rischi una mattina davvero agitata! In fondo, caro Grice, senza un po’ di confusione, la logica sarebbe troppo noiosa! Pastore, Valentino Annibale (1892). La vita delle forme letterarie: studi critici di scienza della letteratura. Sotto Graf. Milano.

Paulino (Nola, Napoli, Campania):  la ragione conversazionale e il portico romano, la ragione e l’implicatura conversazionale. Grice: “When my father, Herbert Grice, christened me “Herbert Paul Grice” he meant ‘junior’ – paullus, small. My mother, however, claimed that it was a religious outburst on the part of Father seeing that Saul referred to the Roma gentiles always as ‘Paul’!” A wealthy man. He has a career in public life before becoming a philosopher. He writes many poems and letters, some of which survive. Some see the influence of the Portico on his views concerning the ascetic life. His son is Giovio. Grice: “I like Paulino – for one, that’s my Christian name!”  GRICEVS: Salve, Pavline Nolane! Dic mihi: in porticu Romana plus de ratione conversazionali docuisti, an plus de umbra—quia Roma sine umbra vix cogitat? PAVLINVS: Salve, Grice! In porticu didici hoc: si de umbra taceas, omnes umbram intellegunt—ecce ipsa implicatura; et si de divitiis meis loquar, statim putant me asceticum esse per contradictionem. GRICEVS: Pulchre! Ego autem, cum “Paulum” nomen habeam, te amo: pater meus paullum me voluit, mater vero apostolum—ita ego inter parvum et Paulum semper implico plus quam dico. PAVLINVS: Ergo convenimus: tu es Paulus in voce, paullus in statura; ego Pavlinus in Nola, Romanus in porticu—et uterque in Italia: dicimus pauca, sed Roma (et Campania) semper multa intellegit.

Lanfranco di Pavia: la ragione conversazaionale e l’implicatura conversazionale --  mi chiamo Lanfranco. Grice: “I like him, but then I’m English1” Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming rational cooperation and then inferring implicatures from shared expectations about relevance, informativeness, and clarity; meaning is thus anchored in intention-recognition within an exchange rather than in any merely natural sign or authoritative formula. Lanfranc of Pavia (later Lanfranc of Canterbury), by contrast, belongs to an eleventh-century setting in which disputation, dialectic, and rhetoric are marshalled to secure doctrinal intelligibility, most famously in his De corpore et sanguine Domini adversus Berengarium (c. 1062), where the issue is not how conversational implicatures arise but how a contested phrase is to be understood so as to exclude symbolic readings and fix an orthodox account of presence. The comparison is therefore between two kinds of normativity: Grice’s is pragmatic and procedural, describing how rational agents manage what is meant in ordinary talk through defeasible inference, while Lanfranc’s is theological-dialectical, treating correct understanding as something to be argued for under institutional pressure, where the stakes of interpretation are ecclesial and the “rules” are those of disputation and authorized usage. From a Gricean angle, Lanfranc’s polemic still presupposes the very mechanisms Grice theorizes—readers must track what is asserted, what is conceded, what is excluded, and what is implied by choosing one formulation over another—yet Lanfranc aims to eliminate ambiguity by doctrinal decision, whereas Grice aims to explain how meaning remains workable precisely because speakers and hearers can rationally navigate ambiguity without needing every implication made explicit. Autore di una Dialectica. Conosce bene la logica vetus. Usa ancora il De decem categoriis. Commenta il De inventione di CICERONE e il Ad Herennium. “P. pensa che questo possa essere omesso. “P. superfluum hoc iudicat.” -- Ma la sua opinione non puo essere accettata.” Forse P. ha dei buoni argumenti. Del resto, un piccolo errore nel testo – la d di ‘dictio’ spezzata in ‘cl’ – conduce L. a una chirurgia disperata. Spiega che ‘Clitio’ e un soldato. “Clitio parla ed ordina di dare le armi a un uomo.” Per P. la retorica e sempre lo istrumento di base. Lanfranco. Lanfranco di Canterbury. Beato Lanfranco di Canterbury Lanfranco con ai piedi Berengario di Tours, che sostene che la presenza di Cristo nell'Eucaristia è puramente simbolica, tesi alla quale Lanfranco si è opposto decisamente. Tela.   Vescovo  Morte Canterbury Venerato da Chiesa cattolica Ricorrenza Manuale P. arcivescovo della Chiesa cattolica  Incarichi ricopertiArcivescovo di Canterbury  Consacrato vescovo Manuale Lanfranco di Canterbury o di Pavia filosofo e vescovo cattolico italiano, venerato come beato dalla Chiesa cattolica. P. nacque, figlio di Ambaldo, magistrato appartenente all'ambiente del sacrum palatium. Secondo un suo biografo: «...fu istruito fin dalla fanciullezza nelle scuole di arti liberali e di diritto civile a Bologna[3]. Ancora molto giovane, ebbe spesso il sopravvento nei processi su avversari sperimentati per la travolgente eloquenza del suo preciso argomentare. A quell'età seppe stilare sentenze apprezzate da giuristi e giudici. Si trasferisce ad Avranches, in Normandia, dove nel 1040 apre una scuola di lettere e dialettica alle dipendenze dell'abbazia di Mont-Saint-Michel, dove era abate il suo concittadino Suppone, un monaco proveniente dall'abbazia piemontese di San Benigno di Fruttuaria.  Nel 1042 decide di trasferirsi a Rouen, e, attraversando la selva di Ouche con un suo discepolo, viene assalito da briganti, che spogliano i due di ogni cosa. Grice: “Corpus, 1930. Dear Mother, please tell Father—and Aunt Matilda, our resident convert—that I have been given a splendid room. The view of the pelican is suitably imposing, and the whole business of Corpus Christi is, I am told, a tribute to Lanfranc: not Lanfranc of Milan with his Chirurgia magna, but Lanfranc of Pavia, who wrote on De corpore et sanguine Domini. It is a curious thing to find oneself, on a dark Thursday night, reading De corpore et sanguine Domini adversus Berengarium when the college motto has already done the work for you: Ave verum corpus. Could you pass the enclosed note on to Father? As a nonconformist, he will enjoy nonconforming in the proper direction. Father: why does Lanfranc separate the corpus from the sanguis in the very title? The tract says De corpore et sanguine Domini: I can see that blood is a fluid, but surely it is still part of the body. And please do not pick another polemic with Aunt Matilda over it; she will never learn, and will only turn your otherwise tolerable high teas into perfectly sanguine confrontations. Your loving son.”” Grice: Caro Pavia, raccontami, ma davvero ti sei messo a commentare Cicerone solo perché il De decem categoriis ormai era fuori moda? Pavia: Eh, Grice, con dieci categorie in tasca si viaggia leggeri... ma ogni tanto serve un pizzico di retorica per non addormentare i discepoli! Grice: Però, Lanfranco, tra clitio e dictio, rischiavi di inventare una grammatica tutta nuova. Avresti potuto brevettarla come “Logica disperata”! Pavia: Grice, che vuoi, quando si attraversano le selve della logica, a volte si inciampa e invece di una regola nasce un santo... o almeno un beato! Pavia, Lanfranco di (1062). De corpore et sanguine Domini adversus Berengarium. Normandia.

Giuseppe Peano (Spinetta di Cuneo, Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale, il deutero-esperanto di Grice, formalisti ed informalisti, modernisti e neotradizionalisti, e la riforma della lingua d’Italia. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning locates intelligibility in the rational practice of talk: what a speaker means is often underdetermined by what is said, and hearers bridge the gap by assuming cooperation and applying defeasible norms of relevance, sufficiency, and perspicuity to derive implicatures that are, in principle, calculable and cancellable. Peano represents a complementary but contrasting response to the same problem of meaning: instead of relying on pragmatic inference in ordinary language, he seeks to reduce interpretive latitude by engineering explicit form—through logical notation (including devices later used in the theory of definite descriptions) and through linguistic reform projects like Latino sine flexione, aimed at clarity, economy, and unambiguity by design. The comparison, then, is that Grice explains why ordinary discourse works despite leaving so much implicit, because conversationalists are rational agents who can responsibly recover intended content, whereas Peano tries to make as much as possible explicit in the code itself, shifting work from conversational interpretation to formal derivation; Grice’s “conversational reason” is an account of how meaning is reliably inferred in interaction, while Peano’s “formalist reason” is the aspiration to a system in which what would otherwise be left to implicature is stated, defined, and provably manipulable. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning is fundamentally pragmatic and inferential: what a speaker means is not exhausted by sentence-meaning but is reconstructed by a rational hearer who assumes cooperation and applies norms (maxims) to derive implicatures in a way that is, in principle, calculable and cancellable; the “reason” is lodged in the interpersonal practice of interpreting intentions against shared standards of relevance, sufficiency, and so on. Peano, by contrast, represents the formalist impulse that Grice both admired and resisted: Peano’s logical work (including notations later central to Russell and Whitehead, and the iota operator used for definite descriptions) aims to regiment meaning by explicit formal devices, and his Latino sine flexione project (introduced in 1903 in his Revue de Mathématiques in the article De Latino sine flexione, lingua auxiliare internationale) pursues clarity, economy, and unambiguity by engineering the code itself—reducing morphology, standardizing forms, and making interpretation depend less on contextual guesswork. So the comparison is that Grice explains how ordinary language remains intelligible despite underdetermination because conversationalists are rational agents who manage the gap between “what is said” and “what is meant” through principled inference (implicature is a feature, not a bug), whereas Peano seeks to minimize that gap by design, shifting communicative work from pragmatic inference to explicit logical form and controlled linguistic structure; Grice’s “conversational reason” is a theory of how humans reliably transcend literal content in practice, while Peano’s “reason” is the aspiration to a language and notation in which much of what would otherwise be left to implicature is made overt, derivable, and surveyable—two complementary responses to the same problem of meaning, one interpretive and interactional, the other constructive and formal. Citato da Croce nella “Logica, o della sicenza del concetto”. L’unico italiano citato da nome da Croce nella Logica. La polemica Croce e il logicismo. Croce, P., e la lingua universal – Per che la lingua d’Italia non e formale per Croce. Grice: “My type of philosopher; he quotes from Breal, Mueller – I wish I could!” Grice: “As I reduce “the” to “every,” I am of course following Peano, who predates Russell!” -- important Italian philosopher. Linceo. P. Fa la sua comparsa una delle proposte di lingua internazionale inventata d’italiani che conosce più risonanza, il latino sine flexione di Peano, presentato nella Revue de Mathématique -- La Revue de Mathématique è creata dallo stesso P. Egli, assieme a molti altri filosofi, vi pubblica  propri studi e ricerche sulla logica e sulla storia della matematica. Il suo creatore non è in realtà un linguista o un esperto di lettere - sebbene partecipa più volte a dei congressi dove vienneno discussi problemi, oltre che di matematica, anche di filosofia, didattica e linguistica - ma, come per altri filosofi, i suoi interessi principali sono la matematica e la geometria. Dopo frequentare il liceo classico a Torino, s’iscrive al corso di laurea di matematica e nello stesso anno in cui consegue la laurea comincia ad insegnare presso Torino alla cattedre di algebra, geometria analitica, e calcolo infinitesimale. Grice on ‘Fido is shaggy,’ – “It is impossible to expect the philosopher to provide meaning-specifications for all parts of speech, so I will restrict myself to the ‘predicate,’ “shaggy.””. Vedasi sullo stesso soggetto il saggio su «Discussione de  Academia prò Interlingua. Implicatura, l’operatore iota, sull’articolo definito, sull’operatore ‘iota’, Deutero-Esperanto, l’errore di Quine, il carattere non primitive dell’operatore iota, Definite descriptions in Peano and in the vernacular, semantica filosofica. Grice: “St John’s, 1953. I’ve had it with Quine. Strawson, on the other hand, has not—this is about our joint seminar, in which Quine keeps turning up like a travelling evangelist with a single tract: Principia Mathematica here, Principia Mathematica there, Principia Mathematica everywhere. Don’t they have a Bible in Cambridge, Massachusetts, as well? What irritates me is Quine’s breezy attitude toward Peano. The man behaves as if logic began in Russell’s rooms and ended in Harvard Yard. Yet it was Peano’s idea to define the “inverted iota” for definite descriptions by appeal to identity—indeed, to the Leibnizian thought that if there is exactly one such-and-such, then anything identical with it must share all its properties. Peano did the typographical genius; Russell did the publicity; and Quine does the shrug. I suppose, in time, Quine will concede the point—after enough correspondence, and after Russell has finished his long detour via Frege, imitating the Hun when he might have whistled an Italian tune all the way in and out. G.: Let us begin where the Italians begin, which is not with modesty but with a Formulario. S.: Good. One likes a philosophy that begins by printing itself in columns. G.: Peano had the great advantage of believing that if one cannot make meaning behave, one can at least make symbols behave. That alone separates him from most of Oxford. S.: Be fair. Oxford behaved with symbols, too. It simply pretended not to enjoy them. G.: Peano enjoyed them openly, which is more dignified. One starts with the old Formulario style and sees at once what sort of mind is at work: order first, ambiguity later, if at all. A little epsilon for membership, a turned C for implication, a binder for universality, and the unmistakable smell of a man who thinks ordinary language has been left unsupervised too long. S.: And no conversational remorse. G.: None. Peano’s moral is simple: if a thing can be made explicit, then make it explicit. Reduce the room for hearsay, irony, tact, and all the other civilised vices. S.: Whereas your later moral would be: if a thing is left implicit, someone with good sense may still recover it. G.: Exactly. Which is why Peano interests me. He is not the enemy. He is the formal relative whose will one resents and admires in equal measure. S.: Let us get the notation clear before Oxford muddies it. G.: Very well. In the old Peano-Russell line, universality is basic and existence is the marked case. One writes something like (x)(Fx Gx) for for every x, if x is F then x is G. S.: No inverted A. G.: No. That arrives later, in 1935, with Gentzen, who clearly had more eye for symmetry than the earlier generation. S.: And existence? G.: There one has the explicit sign, the inverted E. So one writes (x)(Fx) for there exists an x such that x is F. S.: So “all” is treated as default. G.: More or less. Or rather: universal quantification has the basic binder notation, and existence gets the marked badge. That is the style Russell and Whitehead inherit. One sees at once why Principia writes (x)Fx rather than xFx. S.: And if Peano wanted membership and implication? G.: Then he is entirely at home. One writes x ε a for x belongs to a, and (x)(x ε a x ε b) for everything in a is in b. S.: Which is perfectly clear and perfectly bloodless. G.: Those two things often coincide in logic. S.: And if he wanted an existential example? G.: Something of the form (x)(x ε a) which simply says: there exists at least one thing in a. S.: One can see why the man was useful to Russell. G.: Useful and embarrassing. Russell learned modern symbolic logic first through Peano, or at least first found the thing intellectually alive through him. Then Frege turned up as the deeper source of certain conceptual revolutions, and the family romance became complicated. S.: So we are now at the Oxford part. G.: Inevitably. Oxford likes to inherit by way of embarrassment. By the late 1930s, if one said “modern logic” in Oxford, one very likely meant something Russellian. But Russellian means, at once, Peano-shaped in notation and increasingly Fregean in conceptual depth. S.: And Whitehead? G.: Whitehead stands there in the title page and in the lineage, but for the undergraduate atmosphere one suspects Russell mattered more directly. A PPE logic paper would not have been a pure Principia baptism. It would have been a mixture: Johnson, Keynes perhaps, the old British logic inheritance, and then the more modern symbolic prestige arriving through Russell. S.: So if a young tutor at St John’s in the late 1930s is coaching a younger man for a logic paper, the whole thing is already mixed. G.: Precisely. One must imagine a young don who has read enough Russell to know what modernity is supposed to look like, enough Oxford to know that modernity must not become vulgar, and enough Greats to suspect that the square of opposition will be back before the week is out. S.: And the younger man is Strawson. G.: Let us allow him to be. St John’s, some term around 1938 or 1939. Grice is already there in official clothing; Strawson is changing subject and learning what Oxford calls logic while everyone around him quietly means several different things by the word. S.: One term of logic tuition, as legend has it. G.: One term is more than enough in Oxford if the minds are suitable. S.: And Peano would have been present? G.: Heard of, certainly. Read directly, perhaps less often. The route is through Russell and Whitehead, through Principia, through the very shape of notation. Peano is there like a watermark. A boy may not read him, but he writes in his wake. S.: I like that: logic as paleography. G.: Oxford always preferred inheritance to origin myths. Even revolutions arrive there as reading lists. S.: So picture the room. G.: A room at St John’s, some coal, some books, some shoes not polished enough for the College but polished enough for the tutor. Grice is preparing Strawson for the logic paper in PPE, not Literae Humaniores. This matters, because PPE permits a little more modernity while never abandoning the old apparatus entirely. S.: What would be on the table? G.: Johnson perhaps, Keynes perhaps, Russell certainly in the background, maybe Cook Wilson in the atmosphere if not in the bibliography, and the square of opposition still lurking like an old relative who has not been told the party is over. S.: And Grice, being Grice, feels a tension. G.: He must have. Not merely Peano versus Frege, which is too tidy, but the whole question of what one is teaching when one teaches “logic.” Is one teaching notation, conceptual discipline, the avoidance of contradiction, the analysis of ordinary forms, or the rites of examination? S.: Oxford answers: all of them, badly separated. G.: Quite. And the student answers: whichever of them gets me through Schools without spiritual collapse. S.: Let us be concrete. Suppose Grice writes on the paper: (x)(Fx Gx) G.: And says: there, my dear Strawson, is the official shape of “All F are G.” Or the shape Russell and Whitehead would prefer to give it. S.: But then the trouble begins. G.: Because ordinary language objects. It always does when formalism becomes too cheerful. Suppose the English sentence is: All the books in his room are by an English author. S.: Formally one is tempted to write: (x)(Fx Gx) G.: Where F means “x is a book in his room” and G means “x is by an English author.” S.: Which has the notorious consequence of being vacuously true if there are no books in the room. G.: Exactly. And that is where the later story becomes interesting. Peano would not mind much. Russell, in his more formal mood, would not mind enough. But ordinary language minds do mind, and by the early 1950s Strawson has decided to say so in print. S.: We are leaping ahead. G.: Leaping ahead is allowed if one is tracing an echo. The whole point is that Peano’s treatment makes universality basic, existence derivative, and thereby clears a path for a formalism in which “all F are G” may happily remain true when there are no Fs at all. S.: Whereas the ordinary speaker thinks that if one says “all the books in his room,” one is behaving as if there are books in his room. G.: Which is a very different matter. It is not, perhaps, what is explicitly asserted. But it is presupposed, or at least pragmatically expected, or at least suggested so strongly that anyone who violates it commits what Strawson later calls a linguistic outrage. S.: And then we have the famous example. G.: Yes. Someone says, solemnly: There is not a single book in his room which is not by an English author. S.: And later reveals that there are no books in the room at all. G.: In which case one does not feel exactly lied to. One feels wrong-footed. Misled. Violated in a more delicate register. S.: Which Strawson in 1952 tries to articulate against purely formal treatment. G.: Quite. And in the footnote he credits you-know-who. S.: The phrase being that the operation of a certain rule was first pointed out to him by Mr H. P. Grice, in a different connection. G.: There is the delicious phrase. In a different connection. Which surely suggests that Grice’s point had not originally been about books in rooms and existential import. S.: But perhaps about perception. G.: Very likely. “That pillar box seems red” as against “That pillar box is red.” The same skeleton is there. One does not make the logically weaker or more roundabout move if one could straightforwardly and responsibly make the stronger one, unless one has reason not to. S.: So one says “seems red” and thereby suggests something like: I am withholding “is red” for a reason. G.: Exactly. And similarly one says “There is not a single book in his room which is not by an English author,” and thereby behaves as if there are books in his room worth so classifying. S.: Thus the practical rule. G.: Yes. One does not make the logically lesser claim when one could truthfully, and with equal or greater economy, make the greater one. S.: That is a beautiful anti-formalist principle. G.: Or a beautiful explanation of why formal forms acquire ordinary-language overtones. Strawson wants to make it presupposition; Grice is already halfway to making it pragmatic expectation. S.: So Peano begins the line by privileging universal form, and half a century later Strawson and Grice are arguing about what that privilege misses in actual use. G.: Exactly. That is the elegance of the excursus. Peano cares to make the code explicit. Grice later cares to explain how rational hearers navigate what the code leaves open. Strawson sits in the middle and fumes at formalism in a very gentlemanly way. S.: Let us go back for a moment to Peano’s own innocence in all this. G.: He was innocent of Oxford, which is a blessing. Peano would write (x)(Fx Gx) and sleep well. S.: He would not ask whether an utterer who says “all the books in his room” is inviting assumptions about the existence of books. G.: Not as Peano. Perhaps as a reformer of language he might care, but his instinct is to repair the code, not to theorise the delicate manners of speakers. S.: Which is exactly why he is useful to Grice. G.: Useful and limiting. The formalist aspiration is noble: minimise ambiguity by design. But ordinary language survives by rational supplementation. Grice’s later point is that implication is not a bug in the system but one of the ways human beings manage to say less and mean more. S.: So if one were to teach Strawson logic in 1939 while carrying all this in one’s head, one might feel a certain tension. G.: Certainly. One has Peano in the bloodstream, Frege in the conceptual ancestry, Russell in the textbooks, Whitehead on the title page, Johnson and Keynes in the pedagogical climate, and then Oxford’s own old concern for exactness, ordinary language, and anti-vulgarity hovering over everything. S.: It is a wonder anyone passed. G.: They did not always gracefully. Strawson himself took a second in 1940, which is a useful reminder that great philosophers are not always tidy examined persons. S.: Perhaps especially not. G.: Quite. Examination rewards a certain sort of punctual explicitness which later philosophy sometimes repudiates. S.: And the square of opposition? G.: It would still have been there, because Oxford does not kill its dead. But by then it lives in uneasy coexistence with quantification. One can still teach A, E, I, O forms and then, in the next breath, write (x)(Fx Gx) and pretend the two belong to one civilisation. S.: Which perhaps they do, if one is generous. G.: Oxford always prefers layered inheritance to clean replacement. That is why Peano could be present in the notation and absent in the conversation. S.: So let us imagine the later scene, vague in date, Oxford enough in tone, with Grice and Strawson looking back. G.: Good. A room, probably College, perhaps after dinner, not too much port because the point is logic and not confession. S.: Strawson has his 1952 book in embryo or in hand. G.: And Grice has what he later calls, with suspicious modesty, a remark in a footnote. Strawson says: The interpretation I propose for the traditional forms has the merit of preserving ordinary presuppositions that formal systems ignore. S.: Grice replies: Or perhaps ordinary expectations that formal systems are not designed to capture. G.: Strawson says: If someone says, solemnly, “There is not a single foreign book in his room,” and later reveals there are no books there at all, one feels linguistically outraged. S.: Grice says: Quite so, but the outrage may arise from rational expectations governing why a speaker would choose that form at all, not from a semantic infection built into the words. G.: Strawson says: And what grounds those expectations? S.: Grice says: The same sort of thing that makes “That pillar box seems red” suggest something different from “That pillar box is red.” One does not use the lesser or more cautious form if the stronger one would do, unless one means to indicate something by that very caution. G.: Which is, in miniature, the whole later Gricean apparatus. S.: And poor Peano sits silently in the background, having begun all this by letting universality be basic. G.: Precisely. He did not foresee the ordinary-language rebellion, but he helped make it necessary. S.: It is a beautiful historical joke. G.: Better than beautiful. It is useful. One sees how formalism and pragmatics are not enemies so much as responses to different anxieties. Peano fears ambiguity in the code. Grice explains how rational agents survive it. S.: And Strawson, characteristically, is offended on behalf of ordinary speech. G.: Which is one of his more attractive traits. S.: We should mention the books example in formal dress, if only to keep the symbols in the room. G.: Yes. Let F(x) be “x is a book in his room.” Let G(x) be “x is by an English author.” Then the formal rendering (x)(F(x) G(x)) may come out true even if nothing satisfies F. S.: Whereas the ordinary utterance: All the books in his room are by an English author normally behaves as if (x)F(x) were somehow in the air. G.: In the air, yes. Not perhaps asserted, but presupposed, suggested, invited, countenanced, licensed—choose your poison. S.: And if the speaker later reveals ¬(x)F(x) G.: Then one has not exactly been lied to, but one has been used badly. S.: Which is more Oxford than falsehood. G.: Very much so. Falsehood is vulgar. Misleading by over-refined form is educational. S.: That should be on a College crest. G.: It already is, in practice. S.: One last point. Peano’s universality being basic means that the old line naturally takes “for all” as the simpler thought and “there exists” as the marked one. G.: Yes. That is philosophically revealing. It means the formal tradition is often built from a vision of law-like generality downward, whereas ordinary speech often begins with occasions, objects, rooms, boxes, books, and only then rises to universal claims. S.: So Peano is top-down and Grice bottom-up. G.: More or less. Peano engineers from clarity downward; Grice analyses from use upward. S.: And the pity is that neither side quite abolishes the other. G.: Which is no pity at all. It is civilisation. The formalist keeps us from drowning in looseness; the pragmatist reminds us that looseness is often how intelligence breathes. S.: Then what does Peano contribute, finally, to the debate? G.: He contributes the severe dream: a notation in which the burden of interpretation is shifted from context to code. He contributes also the historical route by which Oxford learned to write modern logic. And therefore he contributes, indirectly, to the later revolt in which men like Strawson and Grice insist that meaning in ordinary language cannot be exhausted by what formalism captures. S.: So the little epsilon and the inverted E are not innocent at all. G.: Symbols are never innocent once Oxford has had time to teach from them. S.: And the pillar box? G.: The pillar box is simply the revenge of ordinary life upon notation. S.: And the books in the room? G.: The revenge of presupposition, or pragmatics, or plain decency—call it what you please—upon vacuous truth. S.: And Grice himself? G.: He sits between them, delighted. He likes Peano because he likes explicitness, and he resists Peano because he likes the rational life of implication more. He likes Strawson because Strawson hears the ordinary-language offence, and he resists Strawson because Strawson always wants to semanticise what may be explained by conversational reason. S.: Which is perhaps why the two together are better than either alone. G.: That is usually the truth in Oxford. The system runs by paired quarrels. S.: And the younger man in the tutorial room in 1939? G.: He learns, without being told, that logic is not merely notation, nor merely common sense, nor merely formal discipline, but the place where all three begin to rub against one another. He learns Peano by inheritance, Russell by curriculum, Frege by delayed seriousness, and Grice by the kind of tutorial pressure that makes one notice what a speaker is doing by saying what he says. S.: That is not a bad education. G.: It is a very Oxford one. And, for all my complaints, probably the only sort from which a later book on logical theory, with a footnote to Grice in “a different connection,” could naturally emerge. S.: Then shall we call it a Peano line after all? G.: Call it a Peano line if you like, provided you remember that by the time it reaches Oxford it has acquired ordinary-language manners, a little anti-formalist guilt, and just enough dry humour to prevent it from becoming Italian.Grice: Ma guarda, caro Peano, non riesco proprio a capacitarmi che Lord Russell non abbia mai voluto riconoscere apertamente il tuo merito per l’operatore “iota invertito”! Che indignazione – sembra quasi che l’eleganza filosofica abbia perso la bussola! Peano: Eh, caro Grice, la storia della filosofia è piena di queste omissioni. L’importante è che il latino sine flexione e il mio lavoro sulla logica abbiano lasciato un segno, anche se qualcuno preferisce ignorarlo. D’altronde, la lingua universale è una sfida che va oltre i titoli! Grice: Ma lo spirito conversazionale, caro Peano, dovrebbe portarci sempre a riconoscere ciò che è implicato, non solo ciò che è esplicitato. Se Russell avesse seguito la tua finezza logica, forse avrebbe capito il vero valore dell’implicatura! Peano: Hai ragione, Grice. Forse, come dice il proverbio, “il tempo è galantuomo”: prima o poi, anche il contributo più silenzioso trova voce. E intanto, continuiamo a discutere e a riformare la lingua d’Italia… con o senza l’indignazione di Russell! Peano, Giuseppe (1884). Calcolo geometrico secondo l’Ausdehnungslehre di Grassmann. Torino: Bocca.

Luigi Pecori (Firenze, Toscana): la ragione conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming rational cooperation and drawing defeasible inferences (implicatures) from shared expectations about relevance, informativeness, and clarity; meaning is thus anchored in communicative intention and the audience’s rational uptake rather than in the mere possession of a rhetorical handbook. Luigi Pecori, by contrast, is a nineteenth-century Tuscan canon and local historian whose work sits at the intersection of civic memory and pedagogy: his Delle istituzioni elementari di rettorica (Florence, 1859) is overtly prescriptive, written to supply Italian schools with an “all-Italian” book of rhetorical precepts, while his Storia della terra di San Gimignano (Florence: Tipografia Galileiana, 1853) exemplifies a chronicler’s sense that communities are held together by the orderly narration of deeds, documents, and civic language. The comparison, then, is between implicit norms and explicit rules: Grice tries to explain the tacit rational principles that already govern successful conversation and generate implicature when speakers appear to depart from them, whereas Pecori tries to provide overt instruction in how to speak and write well and to preserve a town’s identity through careful historical discourse. From a Gricean angle, Pecori’s rhetoric manuals are best read not as the foundation of meaning but as codifications of effects that conversational practice already achieves (guiding audiences toward intended conclusions), while from Pecori’s angle Grice’s maxims can look like a modern, analytically sharpened version of the same civic ideal: language disciplined so that a community can understand itself, deliberate, and endure. P. is a canonico and author. His major works focus on Tuscan history, suggesting a strong connection to that region. He is a significant figure in the historical study of the Italian city of San Gimignano. His most prominent publication is a detailed historical work: Storia della terra di San Gimignano: This extensive history of the town and surrounding area of San Gimignano, published in Florence by the Tipografia Galileiana. It covers the city's history from its origins to the modern era, with a focus on its fortress and castle. This work is considered an important source for historians studying medieval Italian cities.  P. is also mentioned in connection with a genealogical work, possibly as a subject or collaborator:  Memorie genealogico-storiche della famiglia P. di Firenze: This work, which focuses on the genealogical history of the P. family of Florence, is collected by Passerini. His work delle istituzione della rettorica is less detailed in the provided snippets, but these other publications establish his primary focus as an Italian historian and local chronicler of the Tuscany region. DELL’ISTITUZIONI DI RETTORICA PROPOSTO AI STUDIOSI. Già da qualche tempo è nata tra gl’uomini di lettere una lodevole gara di promuovere in ogni maniera di studj l'istruzion vostra coll'agevolarvene la via mercè di ben ordinate opere elementari, di dotti e succosi commenti, d’accurate edizioni di classici ; nel che spendono con indefessa sollecitudine ed ottimo intendimento l'ingegno e l'opera. Ma frattanto nelle scuole nostre lamentasi il difetto d'un libro di precetti rettorie! accomodato all'età vostra ed alla pre- sente condizione dei tempi , e d' indole tutta italiana. SÌ è cercato, é vero, ora di raffazzonare la rettorica di Blair, ora d'ampliarne g d'arricchirne il compendio con dotte e sagacissime aggiunte, ora di racconciarne altre, ed altre farne di nuovo; ma tut- tavia tra i libri di rettorica più comunemente conosciuti non se ne riscontra in generale dai savj istitutori vo- stri alcuno abbastanza soddisfacente , Divina Commedia. Grice: Caro Pecori, tu che conosci ogni angolo di San Gimignano, dimmi: è vero che tra le torri si trovano ancora studiosi nascosti a scrivere trattati di rettorica? Pecori: Ah, Grice, se le torri parlassero racconterebbero di più dispute accademiche che di assedi medievali! E se qualcuno trova un libro di rettorica soddisfacente, lo tenga stretto come la ricetta del panforte! Grice: Dunque, tra storia, genealogie e precetti, qualche segreto si nasconde anche tra le pagine della “Storia della terra di San Gimignano”? O è tutto chiaro come il vino toscano? Pecori: Grice, il segreto è che il vino toscano aiuta a capire la storia meglio della rettorica! E poi, se la Divina Commedia l’ha fatto Dante, io posso almeno raccontare le avventure di un canonico tra i vicoli di Firenze! Pecori, Luigi (1875). Storia della città di Volterra. Volterra: Tipografia della Speranza.

Antonio Pelacani (Parma, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming rational cooperation and drawing defeasible inferences (implicatures) from shared norms of relevance, informativeness, and clarity; meaning is centrally tied to intention-recognition in interaction, not merely to any sign-like correlation. Pelacani’s intellectual world, by contrast, is late medieval scholasticism, where “meaning” is primarily treated through the metaphysics and psychology of intellect (possible versus agent), the logic of demonstration, and the exegetical discipline of commenting on authoritative texts; the governing norms are those of dialectic and theological-philosophical legitimacy rather than those of ordinary conversational exchange. The comparison, then, is a shift of explanatory level: Grice offers a pragmatic account of how rational agents manage mutual understanding in the everyday traffic of speech, while Pelacani offers a theoretical account of how cognition itself is structured (passive reception and active intellection) and how philosophical claims are warranted within an academic and ecclesiastical culture that polices error, attribution, and heresy. From a Gricean angle, Pelacani’s controversies show that even the most abstract debates depend on conversational conditions—what counts as an acceptable move, what is assumed, what must be made explicit—but Grice relocates the source of meaning from scholastic apparatus to the public rationality of speakers; from a Pelacani-like angle, Grice’s maxims would look like a local grammar of discourse that presupposes deeper commitments about agency, intellect, and the production of understanding that scholastic psychology tried to articulate at the level of mind rather than talk. Grice: “At Oxford, Strawson used to confuse Pelacani with Pelacani!”. Lettore (Grice: “reader or lecturer?”) a Bologna, divenne consigliere di Visconti.  In questa veste si trova più volte coinvolto in processi per eresia montati da Giovanni XXII per gettare nella polvere il Visconti. Grande commentatore di Avicenna e Galeno. Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Saggi: “Circa intellectum possibilem et agentem”; “De unitate intellectus”; Utrum primum principium sive deus ipse sit potentie infinite”; “De generatione et corruptione"; “Questiones super tre metheorum.” passivo/attivo; non-agens/agens. Grice: “Merton, 1937. Perhaps it is a blessing to be an Englishman: I can read Locke on the soul and spare myself what Antonio Pelacani once contrived. But at Merton they insist on calculating everything, and Wainwright—our resident historian of reverent dispositions—pressed on me Pelacani’s Padua exercise, Circa intellectum possibilem et agentem. “The intellectus,” Wainwright reminded me, “is something Locke never really had.” “Nor did Pelacani,” I replied, rather pointedly, and thereby offended him. And then the Latin began to irritate me. If one is going to be pedantic, why not circa intellectum possibilem et intellectum agentem? Unless, of course, he is quietly smuggling, or ‘mis-identifying,’ in a unity by letting the second intellectus drop out. “Mystifying,” Wainwright said, in his severest tone, “is the word you want.” And charitably, he went on to explain that these Italians were chasing the old Greek distinction—nous pathetikos and nous poietikos—so that Pelacani’s“possibilis” is perilously close to “passibilis,” and all it takes is a vowel to send a whole tradition off its rails. Which is especially disappointing, since Italians are supposed, of all people, to keep their vowels clear enough for an operatic ear.” Grice: Pelacani, mi è sempre colpito il tuo modo di affrontare la ragione conversazionale, soprattutto nei tuoi studi sulla scuola di Parma. Alla Oxford, mi divertiva la confusione che Strawson faceva tra te e il tuo omonimo! Ma dimmi: come vedi il ruolo dell’implicatura conversazionale nella filosofia italiana? Pelacani: Grice, la questione dell’implicatura mi affascina. Credo che la filosofia emiliana, e quella italiana in generale, abbia sempre cercato di leggere tra le righe, non solo ciò che è detto esplicitamente. Nei processi per eresia che coinvolsero Visconti, era proprio la sottigliezza conversazionale a fare la differenza tra verità e inganno. Grice: Hai ragione, Pelacani! Nei tuoi commentari su Avicenna e Galeno, si percepisce la tensione tra ciò che è passivo e ciò che è attivo: non-agens e agens. Penso che la distinzione conversazionale sia fondamentale anche nell’analisi dell’intelletto possibile e agente. Come concili questa dualità nei tuoi saggi? Pelacani: La dualità è il cuore del mio pensiero. Nei “Circa intellectum possibilem et agentem” cerco proprio di mostrare come la conversazione filosofica sia un gioco sottile tra passività e attività, tra ciò che si riceve e ciò che si produce. In fondo, come dice un proverbio emiliano, “Chi ascolta bene, sa parlare meglio.” Pelacani, Antonio (1316). Circa intellectum possibilem et agentem. Padova.

Biagio Pelacani (Noceto, Parma, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale, la dialettica, e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming cooperative rational agency and then inferring implicatures from shared expectations about relevance, informativeness, and clarity; meaning is thus centrally intention-based and socially accountable. Pelacani, by contrast, belongs to the late medieval logical and semantic tradition in which signification is treated as a property of terms, concepts, and inferential roles within dialectic: he is preoccupied with significatio (including natural signification), the ways parts of speech express concepts, and the conditions under which anything at all can function as a sign, extending well beyond vox to gestures and other sign-vehicles. The comparison is therefore a shift in the locus of normativity: Grice locates it in conversational practice and its rational expectations (how an utterance counts as a move in cooperative exchange), whereas Pelacani locates it in the discipline of dialectical analysis (how expressions signify within a theory of concepts and argument), with “natural” signification treated as evidential rather than intentional. From a Gricean perspective, Pelacani supplies a rich pre-history of the distinction between signs that indicate and speakers who mean, but he does not yet isolate the distinctive pragmatic mechanism by which a speaker exploits shared rational norms to convey more than is said; from a Pelacani-like perspective, Grice’s implicature looks like a modern, context-sensitive extension of an older project: explaining how signs, rules, and inference together make communication intelligible, whether the vehicle is a word, a handwave, or a carefully timed silence. Grice: “Some like P., but P.’s MY man.” Dottore diabolico. Grice: “I would call him a philosophical grammarian; he considers the topic of ‘meaning,’ ‘significatio,’ and agrees with me that ANYTHING can signify, a handwave, etc – hardly just ‘vox’! He is especially interested in ‘significatio naturaliter,’ which he explains, er, naturally. He deals with the concepts expressed by the different parts of speech – adverbs, etc. – and disapproves of the idea that the ‘arts’ of language are ’scientia.’ He saw himself, as I do, as a PHILOSOPHER, and would consider everything related to the language used by philosophers as PRO-PEDEUTIC --. Parente di Antonio P. Della sua medesima casata un altro filosofo. Frequenta la facoltà artium philosophie a Pavia, dove, come titolare della cattedra di magister philosophie et logice, delegato dal vescovo, diploma in arti un certo Bossi. Insegna a Bologna e Padova. Contesta molte regole della meccanica del LIZIO e sostenne l'applicazione di strumenti matematici per sostituire le regole obsolete. In particolare conduce studi sull'ottica nelle Quæstiones de perspectiva. Nel saggio De ponderibus si occupa di statica ed elabora in De proportionis una teoria del vuoto che si contrappone alle tesi del continuo dei fisici del Lizio. Si occupa anche del moto dei pianeti in Theorica planetarum e mette in discussione la cosmologia del Lizio negando che si puo sostenere l'incorruttibilità dei cieli e l'interpretazione teo-logica dell'esistenza di un primo motore immobile, vale a dire del divino. Nega quindi la possibilità delle dimostrazioni a posteriori dell'esistenza del divino e dell'immortalità dell'anima individuale. implicature, prospettiva, filosofia della percezione, origini del libertinismo, commentario in detaglio sulla semiotica di Occam – dialettica – segno, nota, sermo. Shorpshire sull’immortalità dell’anima.” , “L’animismo ‘smoke means fire, literally.’  Grice: “St John’s, 1952. Yesterday, in the joint seminar with Austin and Hare on the Nicomachean Ethics, I mentioned the Magna Moralia in passing, only to have Hare object—rather more loudly than he usually does: “But that isn’t Aristotle!” As if it mattered. Hare has a way of making the history of philosophy sound as though one must both run with the hares and hunt with the hounds. Why should the text be disqualified just because the attribution is dubious? It reminded me of good old Biagio Pelacani. He spent term after term lecturing on quaestiones super De caelo et mundo at Padua on the assumption that the work was Aristotelian. The moral, which I ought to press on Hare in public, is that this hardly disqualifies Pelacani’s labour: the exegesis can be brilliant even when the author turns out to be a non‑Stagirite. One can do first-rate philosophy on a mistaken attribution; indeed, one often does. Grice: Pelacani, ti ho visto agitare le mani in aula. Era una lezione di semiotica o stavi solo cercando di scacciare una mosca filosofica? Pelacani: Caro Grice, ogni gesto è un segno! Magari la mosca era solo una metafora della ragione conversazionale che svolazza tra la dialettica e l’implicatura. Grice: Allora la prossima volta dovrò portare una lente d’ingrandimento: per distinguere tra significatio naturaliter e una semplice pizza parmigiana! Pelacani: Se trovi una pizza in aula, Grice, significa che la dialettica si è fatta appetito. In fondo, come dicono a Parma, “chi ragiona troppo finisce col mangiare freddo!” Pelacani, Biagio (1385). Questiones super De caelo et mundo. Pavia.

Antonio Pellegrini (Venezia, Veneto): la teoria del segno e l’implicaura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning distinguishes natural meaning (where a sign is evidence, as spots mean measles) from non-natural meaning (where what is conveyed depends on a speaker’s intention being recognized), and it explains understanding as a rational, cooperative inference from what is said plus context plus attributable purposes. Antonio Pellegrini’s I segni de la natura ne l’huomo (Venice, 1545; edited by Cristoforo Canale) belongs to an earlier semiotic-physiognomic tradition in which meaning is primarily read off nature: external features, gestures, and expressions are treated as signs that reveal inner affections of the soul, useful not only to moralists but to painters and sculptors, and the interpretive task is to diagnose character from visible marks rather than to reconstruct communicative intention. The comparison is thus a shift from sign-reading to intention-reading: Pellegrini treats the human body as a natural text whose “signs” disclose passions independently of what the subject is trying to get an audience to think, whereas Grice treats a central range of meaning as essentially interpersonal and purposive, generated by the speaker’s plan to influence an addressee by getting that plan recognized. From a Gricean standpoint, Pellegrini’s project captures only one pole of the landscape (what Grice would call natural meaning) and misses the distinctively conversational phenomenon in which the same smile, frown, or utterance can be deployed strategically to suggest, mislead, reassure, or retract—effects that arise not from nature alone but from the norms and reasoning that govern talk between agents. Grice: “As an university lecturer at Oxford, I had to give this or that seminar on topics of my interest. Ewing was writing on meaninglessness –which struck my attention, since I don’t think Ewing cared much to talk about meaningfulness in the first place! P. did: he refers to ‘the signs’ – I signi’ – of the nature – fisi, what I call ‘natural meaning’ – of ‘man’ himself – my topic of research since I fell in love with Locke!” Keywords: sign, signify, physiognomy, fisonomia – segno come relazione triadica – Peirce – Those spots didn’t mean anything to ME; to the doctor, they meant measles. I SEGNI DELLA NATURA NELL'UOMO. Della fisonomia naturale Della fisionomia naturale,  nella quale con bellissimo ordine s'insegna da segni esterni della natura a conoscere gl’affetti interni dell'animo dell'huomo. Opera non meno dotta, che utile generalmente a tutti, & in particolare a qualunque che di pittura, e scoltura si diletta. Con un indice copioso di quanto in detta opera si contiene. Al signor Gio. Dominico Peri (Milano). For an earlier example, Martius, De homine. Cristoforo Canài HI DELLA NATVRA NELL’VOMO. Con Trimlezw. ^òi^Jf-^^-. In vinetia , per Gm^vm ^ 7v A* LO ECCELLER^ tipmo Duca di Camerino , Il Signore Ottauio Farnefe , Chrijfoforo ^ecanale, Onofcendo per uiua ^ certa froua , EcceUen^ tipmo Trencipe^che lo intendere pienamente ^i affetti humani, apporti in tutte le opera^ tiont de la uit a, gr andiamo gioua, mento , ^ Comma dilettatione a .Mortali ) m'e caduto ne t animo , per fare queHo piacere, ^questa utilttade agli huomini, dt pub li ed' re ( anchora che fenz^a ilconfènti- mento di lui) alcuni ragionamene ti : fcritti ne gli anni p affati , da a ij mio compare iiPkfeJJer (tT : Me i quali ( fe in alcu - n altro liho ) fi può perfettamente imprendere , quejia fi diletteuole > f^* fi gioueuole dottrina . Eiluero, che il penfarmi di uolere far con- tro a la opinione, ^ del Compare,  de lo amico J,a mente^pronta da fe y a procacciare il bene, l'utile commune. Segno, segno naturale. Grice: “St John’s, 1948. November. I suppose I had it coming. That fourth paragraph in Meaning—my invited paper to the Oxford Philosophical Society (invited by my own tutee, no less)—was bound to draw criticism as surely as moths to a flame or nails to a magnet; I cannot decide which is the worse mixed metaphor. I had been insisting, rather loudly, that my distinction between natural meaning and non-natural meaning improves upon, and in any case goes beyond, Pellegrini’s ramblings as Canale has seen fit to curate them. Pellegrini talks about signs—I segni; I do not. I talk about the non-natural; he does not. For him it is all segni de la natura—note Canale’s editorial bravado in turning della into de la, which is proofreading for you—and to cap it all, ne l’huomo, a phrase that manages to be both archaic and phonetically abrasive. Still, I find I can be magnanimous about it. When the utterer is a human agent, “I mean to forgive Pellegrini” is best read as “I intend to let his editor have his way”—at least for the purposes of a footnote, and perhaps for the peace of the Society.” Grice: Caro Pellegrini, ogni volta che parli di segni naturali mi viene da chiedermi: secondo te, il mio sorriso significa che ho capito o che sto solo cercando di essere gentile? Pellegrini: Eh Grice, dipende se il sorriso è spontaneo o studiato! Come diceva mia nonna a Venezia, “Ogni segno nasconde un affetto, ma ogni affetto può mascherare un segno!” Grice: Allora dovrò chiedere a un pittore di farmi il ritratto, così magari scopriremo se la mia fisonomia racconta più della mia filosofia! Pellegrini: Grice, se il pittore ti ritrae con una mano sulla testa, vuol dire che stai pensando; se ti dipinge con una pizza, vuol dire che hai fame! In fondo, tra segni e implicature, è tutta una questione di interpretazione… e di appetito, ovviamente! Pellegrini, Antonio (1545). I segni de la natura ne l’huomo, ed. da Canale. Venezia: Farri.

Ugo Pellegrini (Pesaro, Marche): la ragione conversazionale e il pirotese. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is literally said by presuming rational cooperation and inferring implicatures from shared expectations about relevance, informativeness, and clarity; the focus is on how common ground and practical reasoning make ordinary exchanges work even when speakers leave much unsaid. Ugo Pellegrini’s interlingua project, by contrast, is a deliberate engineering of common ground: dissatisfied with Esperanto’s morphology and with Peano’s Latino sine flexione, he aims to design an auxiliary language whose lexicon is maximally familiar across the neo-Latin languages and English, thereby reducing the inferential burden on interlocutors and making interpretation more automatic, less dependent on local idiom. Where Grice treats understanding as an inferential achievement governed by conversational norms within a natural language, Pellegrini treats understanding as something to be secured by redesigning the code itself, so that the cooperative work Grice describes (bridging gaps, repairing ambiguity, calculating what was meant) is minimized by construction. From a Gricean angle, Pellegrini’s “twenty lessons” is an attempt to manufacture, in advance, the very mutual knowledge and shared conventions that ordinary conversation must constantly negotiate on the fly; from a Pellegrinian angle, Grice’s maxims look like a second-best remedy for a world with too many languages, where communication succeeds only because speakers are charitable and clever enough to keep filling in what the code fails to supply. “Grammatica di lingua italiane semplificate”in Basel. Del urbe Pesaro esseva un pionero de interlingua. Ille adhere al movimento pro interlingua e pois devene representante pro Italia del Union Mundial pro Interlingua, sequente professor, adv. GUGINO , qui pro rationes de supercarga de labor, demissiona como le prime secretario national del Union Mundial pro Interlingua. Ille examina le grammatica de esperanto e lo ha judicate non apte al solution del problema del lingua auxiliar international specialmente pro su lexico hybride e semiartificial e le uso del desinentia -n pro indicar le accusativo e in le parolas que exprime direction, data, duration, precio, mesura e peso. Ille examina anque le Latino sine flexione de PEANO , ma mesmo iste systema non le place a causa del manco del articulo e per le conjugation verbal troppo simplificate e innatural. Desde alora P. pensa que usante le parolas commun al linguas neolatin e al anglese e alicun vocabulos latin on po codificar un lingua international facile e belle. Iste conviction resta sempre in su mente. In Eco del Mondo ille lege le articulo Le lingue internazionali moderne per Percival, in le qual on parla del labores dell’International Auxiliary Language Association e indica su adresse. Ille constata que su opinion in re le lingua auxiliar international ha essite quasi realisate per Occidental de Wahl, Mondial de Heimer e Neolatino de Schild, systemas del quales le articulo presenta un texto specimen, ma ille pensa que le labores del IALA haberea date al mundo le lingua auxiliar melior. Quando le pressa publica le nova que le esperantistas habeva interessate le UNESCO a fin que esperanto venirea recognoscite qua lingua international, P. scribe al IALA precante de voler intervenir presso le UNESCO al scopo de facer cognoscer su labores re le lingua auxiliar international, in modo que esperanto, jam refusate per le Societate del Nationes, non haberea alicun successo. Assi ille vene in contacto con Gode, Schild, Fischer, Berger, Bakonyi  e tante alteros e comencia a propagandar interlingua in tote Italia. Grice: “St John’s, 1950. I suppose it was Strawson who got me into this. He is busy assembling a bulky tome he means to call Introduction to Logical Theory—not an introduction, since he still can’t forgive Russell his affection for indefinite descriptions. And that, by some perverse association, reminded me of Ugo Pellegrini of Pesaro—the land of Rossini. Ever since 1948 this worthy man has been worrying about “auxiliary languages,” though the phrase itself strikes him as a grammarian’s redundancy: nothing is otiose in grammar, perhaps, but “auxiliary” is very nearly otiose when applied to languages in toto. In any case he has now produced a small, rather comic pamphlet: a Corso d’interlingua in venti lezioni. I mentioned it to Strawson, thinking he might tuck it into an appendix somewhere—out of courtesy to a fellow sufferer of the prefix inter-. But he said the inter-language we have between us is quite enough already.” Grice: Caro Pellegrini, ti vedo immerso tra grammatiche semplificate e lingue ausiliarie… Ma dimmi, hai mai pensato che una buona pizza potrebbe essere la vera lingua universale? Pellegrini: Ah Grice, se fosse così, le riunioni dell’Union Mundial pro Interlingua sarebbero molto più gustose! Ma temo che il problema principale sia trovare le desinenze giuste… anche per la mozzarella! Grice: E se adottassimo il sistema “Latino sine flexione” per le ricette? Così niente declinazioni: solo ingredienti e un po’ di passione. Ma mi raccomando, niente articolo: il basilico resta basilico! Pellegrini: Grice, in fondo credo che la lingua più facile e bella sia quella che tutti capiscono… soprattutto quando si tratta di mangiare! E poi, come dice il proverbio di Pesaro: “Chi parla poco, mastica meglio!” Pellegrini, Ugo (1955). Corso d’interlingua in venti lezioni. Pesaro: Schild.

Lellio Pellegrini (Sonnino, Latina, Lazio): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amore come affezione dell’animo, e la sua manifestazione nei maschi nobili. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as a rational, norm-guided practice: speakers rely on shared expectations about cooperation, relevance, and intelligibility, and hearers infer implicatures by reasoning from what is said, the context, and the speaker’s presumed aims. Pellegrini, by contrast, is a late humanist Aristotelian whose work is framed less by the micro-pragmatics of everyday exchange than by pedagogical and rhetorical discipline: he treats moral philosophy as something whose utility must be defended in an inaugural oration, and he tries to make Aristotle’s Ethics usable for the young by clarifying obscurity, enumerating affections of the soul, and shaping the student’s character before natural philosophy is attempted. The comparison is therefore between two modes of normativity: Grice finds the norms in the implicit rational governance of ordinary conversation, where “use” is shown by how interlocutors actually manage meaning beyond the literal; Pellegrini finds the norms in the explicit curriculum of moral formation, where “use” is argued for as a civic and educational aim and where obscurity is remedied by commentary rather than by pragmatic inference. From a Gricean perspective, Pellegrini’s project presupposes the very conversational capacities Grice theorizes—students must be able to pick up what is suggested by examples, admonitions, and moral vocabulary—yet Pellegrini’s confidence lies in authoritative exposition and rhetorical guidance, whereas Grice’s lies in the inferential powers of conversational participants to recover what is meant even when it is not directly said. Grice: “I like P.: he found Aristotle’s ‘obscure’ for the youth the manual Ethica Nichomaechaea is intended for!” È, secondo TIRABOSCHI, filosofo che da' suoi meriti e dalle promesse fattegli da più pontefici pareva destinato a' più grandi onori; ma che non giunse che ad ottenere alcuni beneficii ecclesiastici. Tenne la cattedra di filosofia a Roma. Pubblica il “De affectionibus animi noscendi et emendandis commentaries” e un'edizione della traduzione in latino di Lambin dell' Etica Nicomachea di Aristotele -- i “De moribus -- corredandola di un riassunto e di commenti, nei quali altera il testo di Aristotele di cui lamenta la difficoltà e l'oscurità. Benché Aristotele del Lizio sconsigli lo studio dell'etica ai giovani, ancora immaturi per una retta comprensione dei principi morali, al contrario, ritiene che lo studio dell'etica deve essere impartito prima ancora di quello della filosofia della natura, in modo che i giovani possano affrontare gli studi scientifici con animo libero dalle passioni. È più oratore che flosofo. Nn pensa ad inovar cosa alcuna, e segue costantemente insegnando i precetti del filosofo stagirita. Altri saggi: “Oratio habita in almo urbis gymnasio de utilitate moralis philosophiæ, cum ethicorum Aristotelis explicationem aggederetur” (Roma); “De Christi ad coelos ascensu” (Roma); “Oratio in obitum Torquati Tassi philosophi clarissimi; Tiraboschi, “Storia della letteratura italiana” (Società tipografica de’ classici italiani, Milano); Carella, L'insegnamento della filosofia alla Sapienza di Roma: le cattedre e i maestri; Renazzi, “Storia dell'università degli studj di Roma. P. scrive II important commenti su Aristotele del LIZIO, uno in cui enumera gl’affezioni dell’anima – dall’amore all’ira – amore, speranza, ira, audacia, temore, dolore, animosità. Nell’introduzione, elabora un concetto generale di che cosa e un’affezione dell’anima – il corpo non è menzionato. Etica nicomachea. Grice: “St John’s, 1956. I’m about to embark on my first trio seminar—with Austin and Hare—on Aristotle’s Ethica Nicomachea, and I find I can’t stop thinking, not about the syllabus, but about Hardie and, worse, Pellegrini. Hardie, because I mean to use his notes to stuff any attendee who thinks Aristotle can be done on the wing; Pellegrini, because he had the cheek to ask, in his insolent Latin prose—in an oratio delivered at Rome, no less—the very question that first occurred to me when Hardie began drilling me in Aristotelian moral philosophy: De utilitate moralis philosophiae, cum ethicorum Aristotelis explicationem aggrederetur. What is the use of it? And is not Pellegrini almost too ingenuous to think Aristotle will supply the right answer to a question that is, in its way, already a little stupid?: Grice: Caro Pellegrini, mi ha sempre incuriosito il tuo modo di affrontare l’amore come affezione dell’animo, soprattutto alla luce dei tuoi commenti sull’Etica Nicomachea. Trovo affascinante come tu ritenga che i giovani debbano studiare l’etica prima ancora della filosofia della natura; è una prospettiva che ribalta la tradizione aristotelica. Qual è, secondo te, il motivo profondo di questa scelta? Pellegrini: Grice, ti ringrazio della domanda. Ritengo che l’animo umano vada temprato attraverso la riflessione morale, prima di tuffarsi nelle discipline scientifiche. Solo educando le passioni e comprendendo affezioni come l’amore, la speranza o l’ira, si può affrontare la conoscenza con uno spirito realmente libero. E, a proposito di giovani, penso che l’etica sia la bussola necessaria per non smarrirsi nel mare della scienza. Grice: Questa visione mi colpisce molto. Forse, come diceva Aristotele, alcune passioni sono oscure, ma tu con i tuoi commenti le hai rese più chiare e accessibili. Mi piace anche il tuo approccio: più oratore che filosofo, capace di comunicare i principi etici in modo diretto. Ritieni che l’amore, tra tutte le affezioni, abbia un ruolo privilegiato nell’animo umano? Pellegrini: Assolutamente, Grice! L’amore è la radice di tante altre passioni e delle azioni nobili. Nei miei commenti, ho sempre cercato di mostrare come l’amore si manifesti nei maschi nobili, elevando l’animo sopra le passioni negative. In fondo, il corpo resta in secondo piano: è l’anima, con i suoi moti interiori, a guidare il vero cammino morale. E come dice un vecchio proverbio italiano: “Dove c’è amore, c’è cuore e ragione.” Pellegrini, Lellio (1560). Oratio de utilitate moralis philosophiae, cum ethicorum Aristotelis explicationem aggrederetur. Roma.

Mario Perniola (Asti, Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how we routinely get from what is said to what is meant by presuming rational cooperation and then drawing defeasible inferences (implicatures) from a speaker’s choice of words, the context, and recognisable intentions; the point is to make the tacit rational economy of ordinary talk explicit without turning it into mere rhetoric. Perniola, formed in the Pareyson milieu in Turin and beginning with Il metaromanzo (Torino: Einaudi, 1966), approaches meaning through reflexivity, mediation, and cultural forms: the modern novel’s self-reference becomes a privileged site where discourse comments on itself, where “communication” is thematized as trauma or miracle, and where avant-garde strategies make the frame visible rather than leaving it as an invisible background. The comparison is thus between two kinds of “meta”: for Grice, the meta-level is an analytic reconstruction of the rules that make conversational understanding possible (why a move would be rational here, what it would implicate), whereas for Perniola the meta-level is an aesthetic-cultural operation in which the work turns back upon its own conditions of possibility and forces the reader to experience the instability of reference, voice, and authority. From a Gricean angle, the metaromanzo can be redescribed as a systematic generator of implicatures about authorship, sincerity, and point, exploiting and frustrating the cooperative expectations that ordinarily guide interpretation; from a Perniolan angle, Grice’s maxims can look like a deliberately “anti-literary” attempt to domesticate the play of discourse by showing that even our most indirect effects remain answerable to reasoned norms, not merely to stylistic invention. Studia la filosofia del meta-romanzo a Torino sotto PAREYSON. Incontra VATTIMO ed ECO, che si è fatto tutti gli studiosi di spicco della scuola di Pareyson. Allegato alla all'avanguardia dei situazionisti. Insegna a Salerno e Roma.  Collabora a agaragar, Clinamen, Estetica Notizie. Fonda Agalma. Rivista di Studi Culturali e di Estetica. L'ampiezza, l'intuizione e molti-affrontato i contributi della sua filosofia gli fa guadagnare la reputazione di essere una delle figure più importanti del panorama filosofico. Pubblica “Miracoli e traumi della Comunicazione”. Le sue attività ad ampio raggio coinvolti formulare teorie filosofiche innovative, filosofare, l'estetica di insegnamento, e conferenze. Si concentra sulla filosofia del romanzo e la teoria della letteratura. Nel suo saggio “Il meta-romanzo:, sostiene che il romanzo da James a Beckett ha un carattere auto-referenziale. Inoltre, si afferma che il romanzo è soltanto su se stesso. Il suo obiettivo e quello di dimostrare la dignità filosofica del meta-romanzo e cercare di recuperare un grave espressione culturale. Montale gli loda per questa critica originale del romanzo come genere filosofico. Però, non solo hanno un'anima accademica ma anche una anima anti-accademica.. Quest'ultima è esemplificato dalla sua attenzione all’espressioni alternativa e trasgressiva. Un saggio importante appartenente a questa parte anti-accademico è “L'alienazione artistica”, in cui attinge la filosofia marxista. Sostiene che l'alienazione non è un fallimento di arte, ma piuttosto una condizione dell'esistenza stessa dell'arte come categoria distintiva dell'attività umana. I situazionisti (Castelvecchi, Roma) esemplifica il suo interesse per l'avanguardia. Dà conto dei situazionisti e post-situazionisti nel quale è stato personalmente coinvolto. Ha videnzia anche le caratteristiche contrastanti dei membri del movimento. In “Agaragar” continua la critica post-situazionista della società capitalistica e della borghesia. Saggio sul negativo”.  Grice: “St John’s, 1966. I think I’ve had it. I have to cross from Blackwell’s back to St John’s, and there, shining in the window, is the latest Continental novelty: Perniola’s Il metaromanzo, with a cover clever enough to count as an argument. When I was tutoring Strawson for his logic paper in PPE—Hilary or Michaelmas ’38?—we spent a whole hour on “metalanguage”: his view that it was a very good idea, mine that it was not. The OED will no doubt testify that meta- in this use comes into English through Russell—“the Lord,” as we sometimes call him here—and it was meant to contrast a metalanguage with an object-language. The phrase itself always amused me, since Russell’s great mistake was to be too comfortable with “objects”: his background being mathematics rather than philosophy, he never developed the proper philosophical suspicion of them. But to see meta- now slapped onto romanzo, as if there were an object-novel waiting in the wings to match it, is… well, la dolce vita, I suppose.” G.: Blackwell’s, 1966. I was hoping for a detective novel and found a metaphysical prefix. S.: That is usually how these things happen. What is it this time. G.: Perniola. Il metaromanzo. One can scarcely buy coffee now without a man placing meta- on the counter as if it were a civil right. S.: You object to the prefix or to the novel. G.: To the confidence. A novel is at least a thing one can read. A meta-novel sounds like a supervisory committee for novels. S.: Then the obvious question is: what is the romanzo here, and what is the meta-. G.: Precisely. And the answer is less obvious than the title pretends. If this were Russell in his tidier moods, the romanzo would be the object-language and the metaromanzo the metalanguage. But literature refuses to sit still long enough to be sorted by a logician. S.: Russell would at least have liked the pair. G.: Russell liked pairs that could be indexed. Object-language, metalanguage, and so on up the ladder until one runs out of rungs or patience. S.: You are thinking of Inquiry into Meaning and Truth. G.: Yes, 1940 for the English dignity of object-language in Russell’s hands, though I now gather he is not first. A philosopher is never first when he is most pleased with himself. S.: We now have the genealogy, do we not. Carnap in German first. G.: Carnap in 1934, yes. Logische Syntax der Sprache. Objektsprache and Syntaxsprache. One must say it in German first because the English has already gone wrong. S.: Gone wrong in what way. G.: Because object-language sounds as if it were a language about objects, or, worse, about what Quine will later call what there is. Whereas Carnap in that phase means merely the language under syntactic description. S.: The object of discussion, not the language of objects. G.: Exactly. A bureaucratic object, not a metaphysical one. The object-language is the language being inspected; the syntax-language is the language doing the inspecting. It is all much more civil in German. S.: And then comes Stebbing. G.: 1935, apparently, in a review of Carnap, before the English translation of Logische Syntax appears in 1937. Which is exactly the sort of thing Stebbing would do: bring a foreign term into English and make it sound as if it had always been sensible. S.: Object-language in 1935, then. G.: So I am told. Then Grelling in 1936 with metalanguage, which is more violent but less misleading. A metalanguage at least announces its meddling. S.: And Tarski. G.: Tarski supplies the seriousness. The hierarchy of object-language and metalanguage becomes decisive there, whatever the English words happen to be doing in other people’s mouths. He is also, as they now say, foundational for metalogic, though I suspect the word was prettier in other hands. S.: And Russell arrives in 1940 and popularises the pair. G.: Yes. Which is very Russell. He likes a distinction best when he can receive it from the Continent and then issue it in English prose as if it had tidied itself. S.: You are unkind. G.: Only historically. But now, with Perniola in 1966, we have another branch of the family. Meta-romanzo. Which tempts one into all the old mistakes. S.: For instance. G.: For instance thinking that romanzo is the object-language and metaromanzo the metalanguage. That would be too easy, and too false. S.: Yet perhaps productively false. G.: As many continental things are. One can begin there and then be corrected by the material. S.: So let us begin there. The romanzo is the object-language. G.: If one insists. The ordinary novel, let us say, the narrative doing its work under the pretence of transparency. Then the metaromanzo would be the novel that takes the novel itself as its own object. S.: A language under analysis, but now the language is a genre. G.: Good. That is already better than oggetto-romanzo, which would sound like a piece of Italian furniture. S.: Oggetto-romanzo is ghastly. G.: It sounds like something one leaves in the hall and dusts seasonally. S.: Whereas metaromanzo at least has a programme. G.: Yes, though one should distrust programmes in literature even more than in logic. They tend to arrive after the work and explain it with suspicious punctuality. S.: You are thinking that meta- in Italian by 1966 has already become a free formative element. G.: Quite. Once a prefix begins travelling without a passport, every discipline mistakes it for a method. Meta-linguaggio is one thing. Meta-romanzo another. Meta-politica, meta-teatro, meta-critica: soon enough meta- becomes a way of sounding as if one has climbed above one’s own object. S.: Which is often only a way of standing on a chair. G.: Precisely. And philosophy is full of chairs already. S.: Carnap would have hated this promiscuity. G.: Carnap would first have tried to classify it, then perhaps to cleanse it, and finally, if pushed far enough, call it a pseudo-problem. S.: With Piroten. G.: Yes, dear old Piroten. The useful nonsense-word of a system-maker who wants to show that formal consequence can be clear before lexical content is. “Piroten karulisieren elatisch,” and so on. One need not know what a Pirot is to see that if a is a Pirot and all Pirots karulize elatically, then a karulizes elatically. S.: A neat little paradise of inferential role. G.: Quite. The formula before the world. If you like: Pa (x)(PxCx)(x)(Px \supset Cx)(x)(PxCx) therefore Ca S.: A child could follow it. G.: A child perhaps. A metaphysician rarely. The point is that the formal structure can be understood before one has fixed any denotata. S.: Which is why you resist the Quinean pull toward objects. G.: Exactly. Carnap in 1934 is not yet Quine in 1960. He is not asking what the variables really range over. He is arranging a hierarchy of languages. S.: Then comes the Paris shift. G.: Ah yes, the tragic thing-language. S.: Tragic? G.: Let us say philosophically regrettable. One moves from Objektsprache as the language under analysis to Ding-Sprache, or thing-language, as the basis of science. And at once the old bureaucratic modesty vanishes and things begin to enter. S.: Public things, intersubjective things, not merely objects in the Quinean inventory. G.: Granted. Carnap is not yet doing Word and Object in the savage way. Still, it is a bad moment for anyone who dislikes reification. Once you let Ding into the room, the furniture starts winning the argument. S.: And object-language in English already sounded more reified than Objektsprache ever needed to sound. G.: Precisely. English makes object do too much. It hears object and begins wondering about what names denote, what variables range over, what sorts of things there are. Carnap, at least in 1934, mostly wanted the modest distinction between the language talked about and the language doing the talking. S.: Which is an almost innocent distinction. G.: Innocent enough to become dangerous once translated. S.: So now bring Perniola back in. G.: Very well. Perniola in 1966 does not care in the least whether object-language came into English through Stebbing or whether metalanguage first appears in Grelling. He has a more interesting nuisance in mind: the novel that turns back upon itself and thematises its own conditions. S.: Which sounds like Carnap if one has had too much port. G.: And sounds like literature if one has had too much theory. The metaromanzo is not a syntax-language about the romanzo in any clean sense. It is the romanzo infecting itself with self-reference. S.: So the metalanguage collapses into the object-language. G.: Exactly. Which is why Russell would hate it. He wants levels. Literature delights in violating levels while calling the violation subtle. S.: Tarski would forbid it. G.: Tarski would at least mistrust it. A novel that contains its own commentary on novelhood is already behaving badly by semantic standards. S.: Yet by literary standards it may be excellent. G.: Yes, because literature tolerates the very confusions logic exists to prevent. It thrives on them, indeed. S.: Then what should one say. That the romanzo is not quite an object-language and the metaromanzo not quite a metalanguage. G.: Exactly. The pair is only analogical. Meta- here names reflexivity, not hierarchy. Perniola’s meta is not Tarski’s meta. It is an aesthetic turn-back, not a semantic over-language. S.: One might say that the metaromanzo takes the ordinary novel as object, but does so from within the very practice it reflects. G.: Very good. Which is why oggetto-romanzo remains nonsense. There is no object-novel waiting behind the meta-novel as object-language waits behind metalanguage. S.: Unless one were stupid enough to invent one. G.: Italy could, but fortunately did not. Meta-romanzo at least sounds as if it belongs to a culture. Object-novel would sound as if it belonged to an inventory. S.: And Russell’s collocations, by then, had already entered the language. G.: Entered enough that one could make jokes with them. “Metalanguage” by 1966 is something an educated reader can hear without fainting. Which is perhaps why literature could steal meta- and leave the rest behind. S.: Because prefixes are easier to steal than distinctions. G.: Much easier. A distinction demands work; a prefix only demands nerve. S.: Then perhaps G. and S. should reconstruct the line. Carnap 1934: Objektsprache and Syntaxsprache. G.: Good. Then Stebbing in 1935 importing object-language into English through Carnap. Then Grelling in 1936 with metalanguage. Then Carnap in English in 1937 consolidating object-language and still using syntax-language, which is much cleaner than what came later. S.: Then Tarski making the hierarchy serious. G.: And Russell in 1940 giving object-language a chapter title and treating metalanguage as a going concern in English prose. After which the terms are respectable enough to leave philosophy and embarrass the arts. S.: Leading, by 1966, to Il metaromanzo. G.: Exactly. The history of a prefix’s decline. S.: You are too harsh. Perhaps its emancipation. G.: I will allow emancipation if you allow trivialisation. Every emancipated prefix travels badly. S.: Does Quine enter this story. G.: Only as a warning. Quine later makes object sound ontological in a way Carnap’s original distinction did not require. Once Word and Object has done its work, every object-language begins to sound as if it carries a census of entities. S.: And that makes Carnap retroactively more Ding-like than he was. G.: Precisely. Translation first misleads, then later ontology makes the old translation look prophetic. S.: Which is unfair to Carnap. G.: Fairness to Carnap has never been an English priority. S.: Let us bring in the Piroten again, if only to keep formalism from feeling neglected. G.: Very well. Suppose Carnap says something like: “a is a Pirot” and “All Pirots karulize elatically” then “a karulizes elatically.” S.: You want it in Peano-Russell dress. G.: Yes, because that is the route by which Oxford actually learned to write modern logic: PaPaPa (x)(PxCx)(x)(Px \supset Cx)(x)(PxCx) therefore CaCaCa S.: Universality by default. G.: Exactly. That is the old line. No inverted A yet. (x)(x)(x) for “for all x.” Existence marked separately by the inverted E. Peano helps Russell with the notation, Frege with the deeper conception, and Oxford inherits the hybrid without admitting the genealogy. S.: A noble muddle. G.: Oxford is built on them. Which is why, by the time of Strawson’s 1952 book, the revolt against formal vacuity is already under way. S.: Ah yes, the books in the room. G.: The perfect case. “There is not a single book in his room which is not by an English author.” Formally one is tempted to say: ¬(x)(Fx¬Gx)\neg (\exists x)(Fx \land \neg Gx)¬(x)(Fx¬Gx) S.: Where F is “x is a book in his room” and G is “x is by an English author.” G.: Exactly. And yet ordinary language objects. If there are no books in the room, the formal sentence may still come out in a way that leaves the speaker blameless by the extensional lights, but ordinary speech cries outrage. S.: Not falsehood, but outrage. G.: Strawson’s word, and a good one. The speaker has not lied exactly, but he has made one the victim of a linguistic impropriety. S.: Because one presupposes there are books in the room. G.: Or, if one is me, because the speaker’s choice of the weaker-looking but more elaborate form suggests that there are books there to be so classified. Why bother with the stronger-looking “not a single ... which is not ...” if the room is empty. S.: Which leads to the Grice footnote. G.: Yes, the rule that one does not make the logically lesser claim when one could truthfully and economically make the greater. A nice bit of later Grice hiding in Strawson’s presuppositionism. S.: And that rule first occurred, Strawson says, in a different connection. G.: Which I still suspect was perception. “That pillar box seems red” versus “That pillar box is red.” The same structure: if you choose the weaker or more guarded form when the stronger would do, you invite the hearer to infer a reason for the guard. S.: So from pillar boxes to books in rooms. G.: And from there, if one is too literary, to novels that talk about their own novelhood. S.: That is a handsome arc. G.: Handsome and slightly illicit. But philosophy lives by slightly illicit arcs. S.: Let us then place Perniola at the end of it. Not caring about the technical lineage, but benefiting from the cultural availability of meta-. G.: Yes. By 1966 meta- is already in the air. A cultivated Italian reader can hear metalinguaggio, metalogica, perhaps even metateatro, and not mistake them for typos. Perniola simply applies the prefix where its logic becomes metaphorical. S.: And then the metaromanzo is the novel that reflects on the novel. G.: Precisely, but from within. Not an external syntax-language about a novel, but a novel making its own novelhood part of its point. Which is why the Tarskian analogy breaks down just where the literary interest begins. S.: Because self-reference, dangerous in logic, is often the whole pleasure in art. G.: Exactly. What Tarski avoids, Perniola courts. S.: Then a Gricean might say that the metaromanzo is a machine for generating implicatures about authorship, sincerity, fictionality, and point. G.: Very good. It invites the reader to recover not just what happens, but what it means that the novel knows it is a novel. That is not metalanguage in the Russell-Tarski sense, but it is meta in a culturally available, reflexive sense. S.: So if one were to clean the matter up, one would say: Objektsprache in Carnap 1934 means the language under analysis. Thing-language in Carnap after Paris 1935 means something quite different, a language of publicly identifiable things for science. Meta-language in Grelling and then in Tarski means the language used to talk about another language. Meta-romanzo in Perniola means an aesthetic operation of self-reference. G.: Admirably put. You may dine at High Table on that alone. S.: Thank you. And Russell? G.: Russell gets the English dignity of “object-language” in 1940, but not the glory of firstness. Which is probably just as well, because he would only have made object sound more comfortable than it deserved. S.: And Quine? G.: Quine is the aftertaste. Once he arrives, object begins to smell of ontology, and retroactively everyone starts hearing Carnap as if he had already been half-Quinean. Which is a historical slander, but a fertile one. S.: This leaves only one question. G.: Which is? S.: Whether Perniola would have cared for any of it. G.: Not at all. Which is why he is useful. He shows that by 1966 the prefix has escaped the logicians and found a new career among the aesthetes. Meta no longer means “higher-order semantic hygiene.” It means “reflexive self-consciousness with ambitions.” S.: In that case, the title Il metaromanzo is both clever and irresponsible. G.: Precisely. That is why it works. S.: So what shall we say when asked whether the romanzo is the object and the meta-romanzo the metalanguage. G.: We shall say: only if one is willing to misuse Tarski for the sake of literature, which is often worth doing but should never be done innocently. S.: And if asked whether oggetto-romanzo would be possible. G.: We shall say: only in a warehouse. S.: And if asked whether Carnap’s shift from object to thing is philosophically sad. G.: We shall say: sad if you dislike reification, understandable if you want intersubjective science, and in any case distinct from the fate of meta- in the humanities, where all terms eventually become costumes. S.: Then Perniola’s title is not a logical distinction but a cultural symptom. G.: Exactly. The symptom of an age in which one can no longer merely write a novel. One must also write the novel’s consciousness of being a novel, and then call the whole enterprise serious because the prefix once passed through Tarski on its way to Einaudi. S.: That is very good. G.: It is also, I fear, true.Grice: Caro Perniola, ho sempre pensato che il meta-romanzo fosse come una conversazione tra specchi: ognuno riflette l’altro, ma nessuno sa chi ha iniziato a parlare. Tu, che sei maestro dell’autoreferenzialità, hai mai perso il filo tra romanzo e realtà? Perniola: Grice, se dovessi cercare il filo tra romanzo e realtà, finirei sicuramente impigliato nella trama di uno dei miei saggi! Ma non temere: in Piemonte diciamo che “chi perde il filo, almeno trova la lana”. E poi, un po’ di alienazione rende la conversazione più interessante, no? Grice: Ah, Perniola, tu sei l’unico filosofo che può alienarsi e ritrovare se stesso tra le pagine di Clinamen! Mi chiedo se l’implicatura conversazionale, in fondo, non sia solo un meta-romanzo scritto a voce... Come dire: tutto è conversazione, persino la pausa caffè in Agalma! Perniola: Grice, la pausa caffè è il mio laboratorio filosofico preferito! Tra una tazzina e l’altra, si può scoprire che la borghesia è più amara dell’espresso, e che la vera avanguardia è quando il barista ti domanda: “Lo vuole corto o lungo?” La filosofia, come il caffè, va gustata senza zucchero! Perniola, Mario (1966). Il meta-romanzo. Torino: Einaudi.

Ugo Perone (Torino, Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means (often more than is explicitly said) by presuming rational cooperation and inferring implicatures from what is said plus context plus recognisable intentions; the governing norms are those that make an exchange intelligible as a shared project of giving information, reasons, and guidance. Perone’s work, emerging from the Pareyson milieu and shaped by phenomenology and a historically self-conscious metaphysics, approaches meaning less through the micro-economy of conversational inference and more through the experience of discontinuity, threshold, and memory: modernity is read as a cesura, and understanding as an attempt to rescue sense from fragments, not by “calculating” what someone meant from a cooperative maxim, but by interpreting how meaning is given, withheld, and reconstituted across ruptured historical and existential horizons. The comparison is thus a difference of explanatory target: Grice offers a model of how communicative intention and shared rational expectations structure everyday understanding here and now, while Perone offers a hermeneutic account of how sense persists (or fails) across temporal breaks, where what matters is not only what is implicated in a single utterance but what is remembered, lost, and re-figured as the present becomes a boundary between what can still be said and what can only be recalled. From a Gricean perspective, Perone’s “memory of the cut” would appear as a background condition that shapes what conversational participants can presuppose and so what they can implicate; from a Peronean perspective, Grice’s maxims look like a local rational grammar operating within a deeper historical drama in which the very possibility of common ground is itself precarious and must be continually rebuilt. Il tema è ripreso proprio in apertura di Modernità e Memoria, dove individua nella modernità l'epoca della cesura. Il moderno è dunque chiamato a essere il tempo della memoria. La memoria è sempre memoria della cesura. L’uso della categoria d’illuminismo non simpatizza per quella interpretazione del moderno, dimentiche della tensione. Semplicemente pone l'umano in luogo del divino come fonte di legittimazione -- puntando tutto sul continuio, anziché sul dis-continuo della storia. Per un approfondimento a tutto tondo del significato dell'ateismo, contro l'essere, ciò che è forte, è lecito essere forti, perché la minaccia non lo vince, ma lo lascia stagliarsi in tutta la sua maestà e incommensurabile grandezza. Per una trattazione sistematica del concetto di "soglia”, che svolge con particolare attenzione cfr. Il presente possibile -- il presente come soglia.  Se una totalità è interrotta, non possiamo ricordare se non frammenti, e quasi istantanee del tempo. Tuttavia, se la memoria afferra brandelli e frammenti, è perché in essi vi legge il tutto, perché li pensa capaci di dar *senso* e di riscattare, perché in essi vi scorge l'essenziale. La memoria sa che non tutto può essere salvato. Ma osiamo credere che nella memoria salvata vi possa essere un senso anche per ciò che è andato perduto. Implicature, peiron/apeiron, Velia, Grice on ‘other’; finito/ infinito, Velia, Elea, I veliani, Guardini. Total temporary state, Israele, etimologia, la ferita di Giaccobe dopo la lotta coll’angelo, nella Vulgata. Israele, la lotta di Giacobbe e il angelo, la ferita, Giacobbe zoppo, iconografia, controversia sull’etimologia di israele, ei combatte, la tradizione di VELIA, l’infinito di Velia – il continuo e il discontinuo, l’infinito della scuola di Crotone, Cicerone, l’infinito di Giordano Bruno. Infinitum, indefinititum, dal verbo, finire, finio in romano, -- I due rappresentanti della scuola di Velia, Melisso, peras, pars. Guardini, il sacro, il divino, I dei, uomo e dio, opposizione, -- la storia della filosofia di Perone, il presente possible, la totalita interrota, I soggeti, trascendentale e immanente. Secrétan.Grice: “St John’s. 1967. The Senior Common Room exposes one to more than one needs to know. So Perone has just defended a thesis in Turin, under Pareyson, on Secrétan—who sounds secretive enough, even before one looks at the spelling. The title reads: La filosofia della libertà in Secrétan. Naturally I now want to know everything about Secrétan, if only because that acute accent on the second e makes him sound improbably nouvelle vague. One imagines freedom being discussed not in the manner of Oxford—tidy distinctions and an embarrassed avoidance of metaphysics—but in a smoky café idiom, all thresholds and ruptures, where what matters is less the conclusion than the cut that makes a conclusion necessary. Editorial note: Charles Secrétan (1815–1895) was a Swiss Protestant philosopher born and based in Lausanne, trained in law, and formed philosophically by German idealism (notably Schelling, whom he heard in Munich in 1835–36 and again in 1839). His major work, La philosophie de la liberté (2 vols., 1848–1849; commonly cited as 1849), presents a systematic moral-metaphysical programme in which freedom is not a derivative human faculty but the absolute principle itself: the first principle is conceived as free rather than merely necessary, and the world is read as the product of a free act, with moral obligation and religious ideas (creation, fall, restoration) treated as philosophically central rather than merely confessional add-ons. This makes Secrétan a natural choice for Perone’s 1967 Turin thesis under Luigi Pareyson (La filosofia della libertà in Charles Secrétan): Secrétan offers a way of thinking “freedom” that is simultaneously metaphysical, ethical, and historically alert to rupture—an approach congenial to Perone’s later concerns with modernity as cesura and with the present as a “threshold.” Grice’s interest in the same neighbourhood is of a different temper: rather than beginning from an absolute principle, he reconstructs the conceptual geography of “free” across its ordinary-language applications (from free fall to free will, to the comic sobriety of alcohol-free), treating the family of uses as data for a theory of rational agency and action; the juxtaposition usefully marks two routes to the topic—Secrétan’s principled metaphysics of freedom and Grice’s analytic reconstruction of the concept as it functions in explanation, justification, and choice.Grice: Caro Perone, ho letto che la modernità è la grande cesura della memoria. Ma dimmi, hai mai dimenticato dove hai messo le chiavi? Forse anche tu sei vittima della cesura moderna! Perone: Grice, se la memoria è fatta di frammenti, le mie chiavi sono sicuramente uno di quei frammenti perduti! E se davvero il presente è una soglia, forse le troverò... appena varcata la porta di casa. Grice: Hai ragione, Perone! Ma ricordati: anche Giacobbe, dopo la lotta, rimase zoppo... Io, dopo la lotta con il telecomando, rimango senza il canale giusto. È la memoria che salva o ci fa inciampare? Perone: Grice, tu filosofeggi persino davanti alla TV! Ma in fondo, tra il continuo e il discontinuo, c’è sempre spazio per una buona battuta. E se non ricordo tutto, almeno non dimentico di ridere! Perone, Ugo (1967). La filosofia della liberta, Torino.

Persio (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e la filosofia nel principato di Nerone – TREASEA CONTRO LA TIRANNIA –He is best known as a satirical poet, but he studies philosophy under Luccio Anneo Cornuto, to whom he wrote a tribute and to whom he leaves his works on his death. A strong belief in the value of the ethics of the PORTICO lies beneath much of his satire. He is a friend of Trasea Peto (vide RENSI – TRASEA CONTRO LA TIRANNIA), and is related to him by marriage. Through this connection, Persio becomes associated with the PORTICO opposition to Nerone – but he dies before Nerone can take action against him. Ed. Broad, Loeb. Flacco Aulo Persio. GRICEVS: salve, PERSI; audio te sub CORNVTO porticum colere, sed satiras scribere: nonne periculosum est sub NERONE ridere cum virtute? PERSIVS: salve, GRICE; ridere liceat, dum non nomino: satira mea telum est sine nomine, et CORNVTVS me docuit iram in mores, non in homines, iactari. GRICEVS: bene; sed quaeso, cum dicis “sic vivitur Romae,” visne intellegi plus quam dicis, ut TRASEAE partes tuearis sine clamore?

PERSIVS: prorsus; si lector sapiens est, accipit quod taceo: ego moriar citius quam NERO me puniat, sed verba mea—CORNVTO relicta—diutius vivent et tyrannum, vel invito eo, rubere iubebunt.

Antonio Persio (Matera, Basilicata): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella storia della dialettica: Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming rational cooperation and then reasoning from shared norms of relevance, informativeness, and perspicuity to implicatures that are defeasible and publicly accountable. Antonio Persio, working in the late Renaissance at the intersection of Ciceronian dialogue, Boethian logic, and the new natural-philosophical temper associated with Telesio, treats “dialectic” less as a micro-theory of inferential uptake between interlocutors and more as a historically layered art of disputation and intellectual formation: a cultivated method for conducting argument, reconciling authorities, and educating judgment across disciplines. The comparison, then, is between Grice’s pragmatic rationalism—where the basic unit is a conversational move whose point is fixed by intentions and cooperative expectations—and Persio’s humanist dialectical rationalism—where the basic unit is the disputational exchange shaped by rhetorical tradition and by the transmission (and contest) of doctrines. From a Gricean angle, Persio’s Ciceronian sensibility already presupposes something like implicature (the tactful use of allusion, concession, and indirection in dialogue), but Persio would see those effects as belonging to the broader civic and pedagogical norms of eloquent disputation rather than to an abstract “calculus” of cooperative inference; Grice systematizes what Persio practices, while Persio historicizes and moralizes the conversational space that Grice analyzes. CICERONE, BOEZIO, e TELESIO. Grice: “Some like A. P., but A. P. is MY man!” -- “I was so happy when the Logic Institute was founded on St. Giles, Oxford. It meant it was never again part of the Sub-Faculty of Philosophy!” -- Matera, Basilicata. Nacque da Altobello P., scultore, e da Beatrice Goffredo. È il primo di cinque fratelli. Trascorse un’infanzia difficile a causa di una grave malattia che gli provoca una temporanea paralisi degl’arti superiori e inferiori. A occuparsi della sua prima istruzione e di quella dei suoi fratelli è lo zio, l’umanista Goffredo. L’ambiente familiare è dunque assai stimolante e da ciò trassero profitto i P. che, a eccezione del secondogenito, Giovanni Battista – Grice, “Only we never asked HIM!”, divennero personaggi di rilievo in varie discipline: Antonio si distinse in ambito filosofico, Giulio proseguì l’attività paterna di scultore, Domizio prese gl’ordini e si dedica alla pittura e Ascanio risalta in campo umanistico-filologico.  Dopo aver proseguito gli studi nel monastero francescano della sua città natale, P. scelge di abbandonare Matera, forse anche per il suo temperamento forte, che lo spinge a porsi continuamente in contrasto coll’autorità paterna. Si reca a Napoli, dove ha l’incarico di precettore di L. e P. Orsini, fratelli minori di Orsini, duca di Gravina e conte di Matera. Entra in contatto con TELESIO , del quale divenne discepolo e intimo amico, tanto che il filosofo volle discutere proprio con lui la seconda edizione del “De rerum natura iuxta propria principia,” prima che vedesse la luce, e a lui rende noto il proposito di dedicarsi anche a una altra stesura. Il magistero di TELESIO  influenza profondamente P., che divenne un attivo divulgatore del pensiero del filosofo cosentino ed elabora la sua filosofia a partire da una personale rilettura della sua dottrina.  Dopo una breve permanenza a Roma, Implicature, dialecticis, Telesio, Campanella, spirito come vita, animo come aria, Cicerone, Catone, Boezio. Grice: Alcuni amano Persio, ma Persio è il MIO uomo! So che capirai, Antonio, che intendo proprio te, non il Persio più celebre: sei tu quello che preferisco. Persio: Caro Grice, è un onore sentirlo da te! La distinzione tra i Persio mi fa sorridere; ma è proprio nel dialogo amichevole che si trova la vera filosofia. La preferenza implicata è la migliore delle lodi. Grice: Ecco, Antonio, la tua capacità di cogliere l'implicatura è ciò che ti rende speciale. La dialettica non è solo logica, ma uno scambio vivo, e tu ne sei maestro. Telesio avrebbe approvato questa nostra conversazione elegante! Persio: Grazie, Grice. La dialettica, tra Cicerone e Telesio, si fa vita e aria—come dicevo: spirito come vita, animo come aria. Nel nostro dialogo si respira davvero quell'anima filosofica italiana, fatta di sottintesi e affetti. Persio, Antonio (1574). Trattato dell’ingegno dell’huomo. Venezia: Varisco.

Ascanio Persio (Matera, Basilicata): la ragione conversazionale, Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers get from what is said to what is meant by treating conversation as a cooperative rational practice: speakers are presumed to be aiming at intelligibility and relevance, and when an utterance appears indirect, under-informative, or oddly chosen, the hearer can infer further content as an implicature grounded in shared norms and recognisable intentions. Persio, by contrast, is not a theorist of conversational inference but a rhetorically minded Renaissance writer who works within humanist conventions of dialogue, exemplum, and decorum; in a title like Il merito delle donne he advances a culturally and morally charged thesis by choosing a public genre that must balance praise, provocation, and audience-management, thereby relying heavily on what can be suggested without being baldly asserted. The comparison, then, is between an explicit explanatory model and a skilled practice of insinuation: Grice makes the mechanisms of indirect meaning visible (how implicatures are generated, cancellable, and accountable), while Persio’s social-philosophical writing exemplifies how a writer can exploit shared assumptions, classical authorities, and strategic restraint so that the reader supplies much of the argumentative force “between the lines.” From a Gricean angle, Persio’s success depends on controlling the expectations of his addressee-community—what it will tolerate, what it will take for granted, what it will infer—so that persuasion proceeds not by explicit proof alone but by a managed economy of saying and letting-be-understood, which is precisely the terrain Grice later systematizes under the heading of conversational implicature. Grice: “I was certainly fortunate in my mother wanting a good education for me, better at least than the one that poor woman can provide me with at Harborne – so off to Clifton I arrived aged 13, and till 17, GREEK became my first language!” – Keywords: Greco, latino, GRIEF AND LAUGHING. Persi, Persii. Ascanio. Nasce da Altobello, scultore, e da Beatrice Goffredo, ultimo di cinque fratelli: Antonio, Giovanni Battista, Giulio -- da cui nacque il giureconsulto e poeta Orazio --, Domizio.  Così come il fratello Antonio, si forma a Matera alla scuola tenuta dallo zio materno Leonardo e poi nel convento di S. Francesco, dove studia filosofia. Segue le orme di Antonio, che a Napoli divenne precettore di Lelio e Pietro Orsini, fratelli minori di Ferdinando Orsini, duca di Gravina e conte di Matera. Poi si lega alla famiglia Caetani e è amico di Manuzio: tutti personaggi con cui anche P. stringe rapporti. Persio è a Roma, in familiarità con Muret e con il letterato sulmonese Ciofano, e a Venezia. Qui pubblica, in una stampa sine notis, ma edita da Manuzio, La corona d’Arrigo III re di Francia, e di Polonia, componimento d’occasione per il passaggio sulla laguna del nuovo re di Francia Enrico III diretto a Parigi per salire sul trono di Francia, composto in verso volgare Heroico Patritiano, cioè nel verso di tredici sillabe adottato da Patrizi nel poemetto mitologico Eridano -- Ferrara -- per ovviare all’inadeguatezza dei metri italiani alla nobiltà dell’epica. Testimonianza dell’amicizia che lo legò a Manuzio è la dedica a P. del Lepidi comici veteris Philodoxios fabula ex antiquitate eruta ab Manuccio, che Manuzio pubblica a Lucca con questo frontespizio, incorrendo però in un infortunio, poiché si tratta della commedia autobiografica Philodoxeos scritta da ALBERTI  che si firmò con il nome di Lepido, ingannando a lungo i lettori.  P. studiò lettere latine a Padova, ma frequenta anche i corsi di filosofia di ZABARELLA. Grice: “There’s an exhibit at the Bodleian on Italian rarities, and there, in the central case in the main hall, sits Persio’s Il merito delle donne behind protective glass, looking for all the world like a provocation preserved. Pears was with me, and out of nowhere he asked—quite as if I were the Bodleian catalogue—when exactly Oxford had decided it would accept donne. We both know Girton well enough (not because we care for Cambridge, but because we care for Princess Ida), but Somerville is a different sort of creature altogether. A week later, Pears—whose joint seminar with me on trying is beginning to resemble an experiment in endurance—did his best to impress me by reciting, in one breath, every date and detail he had managed to scrape together about women at Oxford, as if the admission of women were itself an exercise in practical reasoning: one step, one committee, one concession at a time.” (Editor’s note (key Oxford dates, in brief, for Pears’s “recitation”) Women began to receive Oxford teaching in a formal way when the Association for the Education of Women at Oxford was founded in 1878, with lectures arranged and examinations offered. The first women’s halls followed soon after: Lady Margaret Hall and Somerville College were founded in 1879, then St Hugh’s in 1886 and St Hilda’s in 1893. Women could sit Oxford examinations from the 1880s, but for decades they did so without membership of the University and without degrees. The decisive change came in 1920, when Oxford granted women full membership of the University and allowed them to take degrees (though subject at first to a quota). The last major institutional barrier fell much later, past Grice’s time, when the remaining all-male colleges began admitting women: the first of the men’s colleges to admit women was Brasenose in 1974, followed by others through the 1970s and 1980s; all colleges became mixed by the end of the century.) Grice: Caro Persio, scommetto che studiare greco a tredici anni ti ha fatto vedere la vita come una lunga tragedia... o forse una commedia piena di sottintesi! Ti sei mai chiesto se il vero eroe era il professore? Persio: Ah, Grice, il professore magari pensava di essere un eroe, ma in realtà era Odisseo e noi alunni i ciclopi assonnati! E comunque, tra epica e grammatica, ho imparato che anche una declinazione sbagliata può essere un dramma. Grice: Vedi, caro Persio, la conversazione è come un viaggio in laguna con Enrico III: può cambiare rotta da un momento all’altro! Basta una domanda trabocchetto e ci si ritrova a Venezia senza sapere più se si parla in latino, in volgare... o in dialetto materano! Persio: E allora, Grice, brindiamo alla confusione linguistica! In fondo, tra lagune, biblioteche e dediche errate, l’importante è non prendere troppo sul serio né le parole né noi stessi. Anzi, meglio ridere... come avrebbe fatto uno dei miei fratelli poeti! Persio, Ascanio (1633). Il merito delle donne. Venezia: Francesco Baba.

Enrico Pessina (Napoli, Campania): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how speakers can mean more than they explicitly say because hearers assume rational cooperation and infer implicatures from what is said plus context plus recognisable intentions; the norms involved are not external moral commandments but the internal standards that make communicative exchange possible and accountable. Enrico Pessina, by contrast, approaches normativity through law and civil life: in works such as Della filosofia del diritto (1858) and his later attacks on crude positivism, he treats juridical reasoning as answerable to principles that are not exhausted by empirical sociology or procedural technique, and he understands public language (in courts, constitutions, and civic argument) as a vehicle of liberty and responsibility rather than a neutral code. The comparison is that Grice offers a micro-theory of how rational agents manage mutual understanding in everyday speech, while Pessina offers a macro-theory of how rational agents ought to justify coercion, rights, and obligation within institutions; yet they meet in a shared emphasis on reason as a public practice: Grice’s maxims make conversation a kind of informal tribunal where claims are assessed by what can be responsibly inferred, and Pessina’s jurisprudence makes the courtroom and the polity a formal tribunal where claims must survive scrutiny beyond mere force or custom. From a Gricean perspective, much legal reasoning depends on controlled implicatures (what statutes, precedents, and advocates suggest without stating), while from a Pessina-like perspective, conversational rationality is one of the cultural preconditions for law’s legitimacy, since a legal order that cannot be explained, defended, and contested in intelligible discourse has already lost its claim to govern rational beings. Studia a Napoli sotto GALLUPPI. Cura la sua storia della filosofia. Di idee liberali, prende parte ai moti. Pubblica un saggio sulla costituzione italiana che gli procura la persecuzione della polizia e il carcere. Recluso nell’isola di S. Stefano, sposa la figlia di Settembrini. Fugge dal regno, insegna a Bologna. Fonda “Il Filangieri”. Dei Lincei.  Muore nella suo palazzo in via del Museo, strada che prese in seguito il suo nome: Anche il palazzo dove visse. Aula a lui intitolata.  A lui è dedicato un busto alla passeggiata del Pincio. Saggi “Che cosa e il diritto private?” (Napoli: Poligrafico); “Procedura del diritto (Napoli, Jovene); “Il naturale e il giuridico – alla regia di Napoli” (Napoli, Accademia Reale delle Scienze); Il piu privati dei diritti (Napoli, Marghieri, Diritto e privacita (Napoli, Marghieri); Il privato del diritto (Napoli, Marghieri); Che e private nel diritto privato? (Napoli: Marghieri); “Il diritto privato” (Napoli: Priore); “Storia della filosofia” (Milano: Silvestri); Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Giurista (Napoli). P. avversò il positivismo filosofico e metodologico applicato alle scienze giuridiche e l'empirismo semplicistico di antropologi, psicologi e sociologi criminalisti. La genialità della sua mente ebbe davanti a sé orizzonti più vasti di quello del diritto, e così fu non soltanto grandissimo giurista, ma filosofo, letterato e storico. E fu avvocato insigne e conferenziere affascinante.  Vita Appena ventenne, prese parte ai moti rivoluzionari. Un suo Manuale di diritto costituzionale gli attirò le persecuzioni della polizia borbonica per le idee liberali ivi professate. Più tardi, arrestato, rimase in carcere per quattro mesi, cui seguirono due anni di domicilio forzoso in Ottaiano. Di nuovo arrestato per le sue relazioni con il rappresentante del governo sardo a Napoli, dopo due giorni di prigionia riparò a Marsiglia; Storiografia filosofica in Italia, la storia della filosofia romana, Galluppi, diritto private. Grice: “St John’s, 1950. I keep asking myself what Hart is doing at our Saturday mornings. He is older than Austin, and Austin once remarked that he would rather not have an authoritative father-figure hovering above him. And Hart is—Hart, that is—deep in jurisprudence. We had a long talk about it at the Lamb and Flag. He was reading a slim old pamphlet by an Enrico Pessina entitled Della filosofia del diritto and had a few questions for “the younger generation,” as he likes, with mock solemnity, to call me—he is only three years my senior. Hart could not make sense of Pessina’s leading with that dignified Della. “Why not just La filosofia del diritto?” he asked. I told him—though I perhaps should not, since he has a double First in Greats, as I do—that it is a Ciceronian relic, the sort of genitival throat-clearing Italians do when they want a title to sound like a treatise rather than a topic. Then he returned to his time-honoured preoccupation with the German jurists. “Is that why the Italians are obsessed with diritto,” he asked, “or is it the other way round—did the Hun import Recht from diritto?” “Check your Cicero again,” was all I could muster.” Grice: Mi affascina il tuo approccio al diritto, Enrico! La tua opposizione al positivismo giuridico mi ricorda quanto sia cruciale la ragione conversazionale per comprendere la complessità della legge. Non credi che il dialogo sia il cuore della filosofia? Pessina: Hai ragione, Grice! Il diritto, come la filosofia, vive di dialoghi e di implicature sottili. Ho sempre pensato che il confronto tra idee, anche polemico, sia il motore del progresso. L’esperienza di Napoli e Bologna mi ha insegnato che la parola è più potente di ogni decreto. Grice: Mi colpisce il tuo impegno civile, il coraggio di difendere la libertà pur a costo della persecuzione. La tua storia mi ricorda un vecchio detto: “Chi non rischia, non rosica!” Nel tuo caso, il rischio ha portato innovazione e dignità al pensiero italiano. Pessina: Grazie, caro Grice. Credo che la filosofia debba essere, anzitutto, una forma di vita e di resistenza. Il privato e il pubblico si intrecciano, e la ragione dialogica ci aiuta a tenere insieme giustizia, memoria e speranza. Alla fine, la conversazione resta sempre il più alto tribunale. Pessina, Enrico (1858). Della filosofia del diritto. Napoli: Morano.

Luigi Pessina: la ragione conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means by presuming rational cooperation and using shared norms (relevance, informativeness, clarity, etc.) to infer implicatures from what is said plus context plus intention; on this view, the “rules” of talk are not mere schoolroom prescriptions but an explanatory account of how communication actually works when speakers leave things unsaid yet still expect to be understood. Luigi Pessina, by contrast, belongs to the pedagogical-rhetorical tradition: his Precetti di retorica and allied manuals treat discourse as something to be taught by precepts, with Cicero and Aristotle providing models of correctness, decorum, and persuasive arrangement, and with “good speaking” secured by training rather than by an underlying theory of cooperative inference. The comparison is thus a shift from rhetoric-as-art to pragmatics-as-theory: Pessina offers explicit norms for producing effective or proper discourse (a handbook of what one ought to do), whereas Grice offers a rational reconstruction of the implicit norms that interlocutors already rely on (an account of what we must be presuming in order for ordinary conversation to succeed at all). From a Gricean angle, many of Pessina’s “precepts” can be reinterpreted as practical ways of managing implicature—choosing formulations that steer an audience toward the intended takeaway—while from a Pessina-like angle, Grice’s maxims can look like a modern, analytically sharpened re-casting of ancient rhetorical prudence, stripped of ornamental doctrine and treated as the invisible machinery of understanding. Grice: “At Oxford, for the B. A. Lit. Hum. we do study Cicero in Latin; at Bologna, they study it in LATIN *and* Italian!” – Cicerone, Leech on Grice’s programme as ‘conversational rhetoric’  P, the author of  'Precetti di rettorica ', was an Italian educator and author known for several other publications related to rhetoric, poetry, philosophy, and literature, primarily published in Naples and Bari. Information regarding his place of birth is not explicitly stated, though he was active in Southern Italy. Other Publications In addition to 'Precetti di rettorica' (published for private use at his institute), P. published several other educational works, including: “Precetti di rettorica, e di poesia” – Naples --, “Elementi di poesia ad uso delle scuole” – Bari --, “Istituzioni di rettorica e belle lettere” – Naples --, “Storia della letteratura antica e moderna” – Naples. These titles indicate his focus on classical education and literary studies, intended for use in schools or private institutes.  The search results did not explicitly mention the exact town or city of his birth. Several individuals named “Luigi P.” appear in historical records with births in various locations across northern Italy (Casatevecchio, Alme, Varese, Stresa), but none are definitively linked to the author who was active in Naples and Bari. His educational and publishing activities, however, strongly indicate a long-term presence and influence in the Kingdom of the Two Sicilies region.  -- pppw^'i^wf BIBLIOTECA NAZ-, Vittorio Emanuele III <v/// xx\:ilr F 7 Ó NAPOLI  I COMPILATI DA LUIGI P. SOPRA VARII AUTORI, PER USO DEL SUO PRIVATO ISTITUTO. l TCfUOtiioi Ss ssriy q P'tifopixi) , S(» r« ro ^ast siyx( xpstrriuy rt(Xir)d)i x«( r« 8ix«t» r«y gyayriojy. srt Ss stpos <yiou;, ov8’st T>)y axpijSsarArtjy sirt<rnniti)y , pfStoy «xr* sxsiyi)! ies!a»i \sffovxxu Utilis vero est Rhetòrica, propterea quod na- tura sunt meliora vera et iuata conlrariis.,.. praelerea apud nonnulloa, nec si exquisitis- simam haòeremus scientiam , facile est pet illant solam dicendo persuadere. Aristot. Rhet. I. i. Grice.: “St John’s, 1964. The Oxford seminar on conversation is going well, and I am enjoying Potts’s interventions. I keep casting my proposals in the imperative mood—perhaps a leftover from Hare, who used to draw that tidy distinction between the dictum and the dictor: “The door is closed.” “The door is closed, please.” Potts, noticing my fondness for Latin (I have been abusing desideratum again), suggested that what I really want is not a “maxim” at all but a praeceptum. To illustrate, he produced—of all things—a thin booklet he had picked up at the Bodleian, Luigi Pessina’s Precetti di retorica, looking more like something that ought to have stayed in a schoolmaster’s pocket than entered legal deposit. Potts added, with the air of a man who has checked such matters on holiday, that when he was in Rome last spring the Italians were spelling it retorica—one t, as if orthography itself were subject to local custom. In any case, we agreed (and the note-takers seemed pleased) that even if there are praecepta, they had better spring from a single praeceptum, on pain of multiplying them beyond necessity. Strawson then observed that the prae- may be nothing but Ciceronian fuss—“ceptum seems to do perfectly well”—though he would say that, having never taken Greats and having only scraped a Second in PPE, a calamity for which I can blame no one but his tutor: myself.” Grice: Caro Pessina, ma quanti libri hai pubblicato? Se continuo a leggere, rischio di diventare più colto di Cicerone... o almeno di sembrare uno che lo imita bene! Pessina: Ah, Grice, tu hai la conversazione nel sangue! Se i miei libri aiutano, allora la retorica non è solo materia da scuola, ma anche ottimo modo per sopravvivere alle cene di famiglia. Grice: Lo dicevano anche a Oxford: la vera arte è convincere la zia a servire il bis! E a proposito di retorica, Aristotele avrebbe adorato il tuo modo di insegnare, soprattutto se riusciva a ottenere una fetta di torta. Pessina: Grice, tu sei il filosofo della conversazione e del buonumore! La prossima volta, portiamo anche Aristotele: io preparo i precetti, tu i sorrisi, lui la logica... e tutti a tavola, senza implicature! Pessina, Luigi (1866). Sulla dottrina della società. Napoli: Morano.

Francesco Petrarca (Arezzo, Toscana): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Cicerone. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as a rational achievement within a cooperative practice: speakers can mean more than they explicitly say because hearers assume intelligibility, relevance, and a shared aim, and so they infer implicatures from what is said plus context plus recognisable intention. Petrarch’s relation to “conversational meaning” is not that of a theorist of maxims, but of a master practitioner of indirectness who inherits (and reshapes) the Ciceronian ideal of dialogue, decorum, and the tactful management of what is voiced versus what is merely suggested; in his letters, dialogues, and self-scrutiny he repeatedly stages a speaker who negotiates audience, reputation, moral posture, and inner conflict by letting the unsaid do as much work as the said. Where Grice anatomizes the inferential machinery that allows an addressee to recover a speaker’s intended point from strategic understatement, irony, or selective emphasis, Petrarch supplies a rich field of such strategies in action: the humanist’s learned allusion, the moralized aside, the rhetorical question, the cultivated confession, all operating as invitations to a competent reader to supply what propriety or prudence leaves implicit. The contrast, then, is between explanation and exemplification: Grice offers a general account of how rational norms govern conversational interpretation, while Petrarch—formed by Latin rhetoric and by Cicero’s model of civil discourse—shows how a writer can guide interpretation by controlling tone, register, and audience-design, so that meaning emerges less as a bare proposition than as a socially intelligent performance whose implicatures are part of its philosophical substance. Grice: “There are a few studies on P. and ‘filosofia’: “Petrarca platonico,” etc. – but his most important contribution is via implicatura, as when I deal with Blake or Shakespeare.” ir«^|#»rtit«» ,i\ARK TP Jt^ -'f \t. \3FICO ^1 PP TIGI03 i^C/->>. t -nF CARLINI LA FILOSOFIA di P. Saggio Tipografia Editric e Cooperativa Jesi V A SEVERINO FERRARI DELLE OPERE PETRARCHESCHE CONOSCITORE PROFONDO CON ANIMO RIVERENTE E GRATO La tradizione platonica e religiosa nel Medio evo Caratteri del misticismo italiano Il Cristianesimo e il Papato II pensiero religioso e la scolastica Dante e Platone P. e Aristotele P. ed Averroe P. e Platone Il criterio filosofico di P. è afl'atto religioso Filosofia della religione Paganesimo e Cristianesimo Se P. è cattolico Colui che fece per viltade il gran rifiuto Se P. è un mistico Varie specie di misticismo Il De vita solitaria II De ocio RELiGiosoRUM Ascetismo e misticismo sano II pessimismo di P. II pessimismo cristiano La vita umana secondo P. Il De REMEDiis UTRiusQUE FORTUNAE - P. e Leopardi L' acedia e le contraddizioni di P. hanno radice nel suo sentimento religioso P. non e strettamente un filosofo Ma ne’suoi scritti è un ampio contenuto filosofico (GRICE ON ONE SENSE OF PHILOSOPHER AND ONE IMPLICATURE) E ha ancora ingegno filosofico P. e la scienza Meriti filosofici di P. Il rerum memorandarum Carattere morale, sociale e politico della nuova filosofia P. e il ri-sorgimento filosofico religioso Il sentimento della natura Carattere psicologico della filosofia di P. Le Rime II Secretum Eternità di P. Il pensiero religioso può precedere o seguire il pensiero filosofico, secondo che l’uomo è credente o no : sempre poi esso ' è dalla filosofia iìiseparabile^ se vtwle divenir cosciente. Questo chiamo pensiero filosofico religioso: Implicature, cicerone, I lizij, lucrezio, filosofia Latina, filosofia romana. Il dialogo filosofico – Platone, Cicerone. Grice: Caro Petrarca, sai che ti conosco fin dai miei giorni a Clifton? Non c’era lezione del mio vecchio maestro di latino senza che citasse qualche epigramma latino e ne offrisse la glossa proprio grazie a te! La tua presenza aleggiava tra i banchi, come una brezza sapiente. Petrarca: Che onore, Grice! Sapere che la mia voce risuonava tra gli scolari inglesi mi riempie di gratitudine. Nel commentare il latino, ho sempre cercato di trasmettere quella limpidezza che Cicerone intuiva nel dialogo. È bello pensare che la mia parola abbia trovato eco persino oltre le Alpi! Grice: Ho sempre apprezzato la tua capacità di unire la tradizione platonica e quella latina, arricchendo ogni epigramma di un implicito filosofico. Per me, leggere una tua glossa significava respirare la profondità di una filosofia vissuta, tra ascetismo e misticismo, tra sentimento religioso e ragione conversazionale. Petrarca: Grazie, caro Grice. Sei penetrato nello spirito dei miei scritti! La filosofia, come il dialogo, nasce dalla capacità di ascoltare e di rispondere, con rispetto e con affetto. Se le mie glosse hanno illuminato i vostri studi, allora posso dire: “Chi semina pensiero, raccoglie amicizia.” Petrarca, Francesco (1369). Il canzoniere. Firenze.

Bernardino Petrella (Sansepolcro). Sansepolcro, Arezzo, Tocana. P., Bernardino. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning locates the sources of “what is meant” in a normative practice of exchange: speakers and hearers rely (often tacitly) on shared rational expectations about how a contribution ought to advance a joint purpose, and this makes implicature possible as a disciplined inference from what is said plus context plus recognisable intention. Petrella, by contrast, represents the Padua tradition in which reason is primarily exhibited as doctrine of method and first principles: logic is an architectonic discipline, with demonstrative procedure, intention of the philosopher in reading Aristotle, and the ordering of principia doing the explanatory work; meaning is stabilized by scholastic distinctions and by the aims of teaching and disputation rather than by the fine-grained management of conversational expectations. The comparison, then, is a contrast of where normativity is placed: Grice makes the governing norms endogenous to conversation itself (a cooperative rational activity that generates implicatures when maxims are apparently bent), whereas Petrella makes the governing norms endogenous to a formal and pedagogical enterprise (the right handling of principles, demonstrations, and interpretive intentions within an Aristotelian curriculum). Put Grice next to Petrella and you see two rationalities: one that explains how ordinary speakers can mean more than they say without chaos, and one that explains how a discipline can proceed from principles without multiplying them beyond necessity; the link is that both treat rational order as something that must be made public and accountable, but for Grice the tribunal is the conversational exchange, while for Petrella it is the school, the lecture room, and the logic of demonstration. Nasce a Borgo del Santo Sepolcro -- oggi Sansepolcro, in provincia di Arezzo --, da Domenico P. Non è noto il nome della madre. È allievo di Francesco di Niccolò PICCOLOMINI  a Padova, dove -- Riccoboni e Lohr -- comincia a insegnare logica «in secundo loco» -- succedendo a TOMITANO  con lo stipendio annuo di 40 fiorini e avendo come concorrente ZABARELLA  -- e poi filosofia, sempre «in secundo loco», quale collega di MERCENARIO . Torna sulla cattedra di logica, questa volta «in primo loco», avendo come concorrente AMALTEO  e succedendo a ZABARELLA  con uno stipendio annuo di 140 fiorini – ZABARELLA  in precedenza ne prendeva solo 60 -- che, con progressivi aumenti, giunse alla cifra assai elevata di 500 fiorini, a condizione che non fosse richiesto un ulteriore aumento. A differenza delle altre università italiane ed a Oxford, dove la logica è solo una disciplina propedeutica e come tale venne affidata a docenti all’inizio della loro carriera, a Padova questa disciplina gode di grande attenzione -- anche sul piano delle retribuzioni -- presso i riformatori dello studio, che ricorrevano a professori di provata fama ed esperienza, incrementando così il numero degli studenti. Una riforma sul modello padovano, intesa a valorizzare di più l’insegnamento della logica, è proposta invano ai maggiorenti dello Studio di Pisa da VERINO  il Secondo che, oltre a TOMITANO , cita a mo’ di esempio il caso di P.  e la sua lunga esperienza nell’insegnamento di una disciplina frequentata d’una infinità d’anni con gran sua reputazione et utilità et con gran frutto degli scholari -- Grendler. Dopo aver collaborato a una raccolta encomiastica in versi dedicata a Geronima Colonna d’Aragona -- Tempio, Padova --, pubblica a Padova, apud J. Jordanum, L. Pasquatus excudebat, le Quaestiones logicae de intentione Philosophi in II libro Posteriorum, de medio demonstrationis potissimae, de speciebus demonstrationis, dirette, sia pure in maniera non esplicita, CONTRO i testi di ZABARELLA. Grice: “St John’s, 1962. I have been lecturing “for any member of the university”—a formula which still makes it sound as if my tutorials at St John’s were too private a luxury for a state-chartered institution to tolerate—and in the course of talking about conversation I have found myself with not one principle but two: a principle of conversational benevolence and a principle of conversational self-love. Two principles, however, already feels like one principle too many, and I am tempted to fold them into a single principle of conversational helpfulness, full stop. Then Potts, who has been attending, remarks that Kneale was lecturing the other day on Bernardino Petrella’s De principiis rerum naturalium, and that all Kneale could muster by way of sympathy for poor Bernardino was that he was misusing principium in the plural—“Cicero,” Kneale said, “would never have allowed it: Aristotle can have all the archai he wants, but we are Roman.” I wanted to dismiss Potts as a mere tattler, but he is uncomfortably right: if I want to ground my own “principle” in anything like the tone of a Kantian categorical imperative, I had better not be caught multiplying principles without necessity. I begin to think the safest course is to formulate the whole business as an imperative in grammatical form—without the exclamation mark, out of politeness—and then let the rest follow, as naturally as Bernardino never dreamed, from the one imperative (or the one family of imperatives) that Kant, when he was feeling expansive, managed to give in five different “forms.” It is, at least, a very good thing an Oxonian once had the patience to write an entire book on that.” (The “Oxonian” Grice is quietly pointing to is H. J. Paton, the Scottish Kantian who, by a happy turn of Oxford patronage, held a Fellowship at Corpus Christi, Grice’s own old college, and later occupied the White’s Chair of Moral Philosophy (1937–1952). Paton’s The Categorical Imperative (1947), published by Hutchinson in the immediate post-war years, was precisely the sort of book an Oxford philosopher could admire without having to say so aloud: learned, severe, and institutionally fluent in the five “forms” of Kant’s single commandment. Grice would certainly have met him in the ordinary Corpus way—over lunch, in hall, or on one of those visits that begin as nostalgia and end as professional reconnaissance—by which time Grice had already moved on through Merton and into St John’s. The one institutional nicety to keep in mind is that Oxford chairs are tied to specific fellowships: the White’s Professor is, by statute, anchored to a college (in Paton’s case Corpus), so the “Chair” and the “college man” are meant to coincide rather than to wander. In any case, for Grice the point is not administrative but tonal: it mattered that the very Oxford that produces talk of “principles” also produced, in Paton, someone patient enough to catalogue the imperative’s disguises—and thereby to make Grice’s own impulse to cast conversational demands in imperative form sound less like an affectation and more like a home truth.). Grice: Caro Petrella, a Padova la logica sembra valere più dell’oro! Dimmi, quanto pesa un argomento, quando lo porti in aula: più di un fiorino o meno di una lezione di filosofia? Petrella: Ah Grice, ti confesso che un buon argomento vale almeno quanto una cena in compagnia! Ma se lo studi a Padova, magari ti arriva pure un aumento… peccato che la logica non si possa mangiare. Grice: Beh, tra logica e fiorini, forse dovremmo proporre una dimostrazione sul brodo padovano: se è buono, lo studente resta; se è debole, fugge a Pisa! Petrella: Ottima idea! E se mai la logica diventasse una pietanza, prometto di invitarti a Sansepolcro per una cena filosofica… con argomenti al dente e stipendio ben cotto! Petrella, Bernardino (1552). De principiis rerum naturalium. Venezia: Comin da Trino.

Igino Petrone (Limosano, Campobasso, Molise): la ragione conversazionale dei sanniti e la setta d’Imera. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers move from what is said to what is meant by assuming that speakers are trying to be rational and cooperative, so that even apparently thin utterances like “It looks real” or “It seems red” can carry systematic, cancellable implications (for instance, that the speaker is unsure), generated by expectations about relevance, informativeness, and candour rather than by the literal meanings alone. Petrone, by contrast, approaches “reality” and “spirit” in the idiom of early twentieth-century Italian idealism and moral psychology: his Il problema della realtà (1914) treats the real not as a conversationally managed commitment but as a philosophical problem bound up with the structure of spirit, freedom, and the limits of determinism, and his rhetoric readily turns on grand explanatory contrasts (heroism, will, inertia, moral genesis) rather than on the fine-grained pragmatics of everyday assertions. The comparison, then, is that Grice diagnoses how talk about reality works in practice—how our ordinary locutions about seeming, appearing, and knowing express (and sometimes merely suggest) epistemic stances within a shared inferential economy—whereas Petrone treats reality as something to be secured (or reinterpreted) by a substantive metaphysical-ethical account of human agency and spiritual causation. From a Gricean perspective, Petrone’s “problem of reality” would invite a further question about what conversational pressures make it feel like a problem at all—what we are trying to guarantee, to reassure, or to withhold when we speak of reality and appearance—while from Petrone’s perspective Grice’s maxims would look like a local logic of civil discourse that presupposes a deeper account of mind, will, and the moral life that Petrone thought philosophy must supply. --- il megliore dei mundi attuali – CLXXXIII, LX LX LX I -- Roma –A Pythagorean, who claims that the number of worlds is CLXXXIII -- arranged in the form of a triangle: determinismo, l’eroe, Ennea, eroe stoico, l’eroe sannita, il sannio, la lega sannitica, spirito, inerza della volonta, due direzioni dell’inerzia della volonta, contro Gentile, contro Nietzsche, umano, non sovrumano, filosofia del diritto, lo spirito, liberta dello spirito, il limite della pscogenesi della morale, il principio dell’amore proprio, il principio della benevolenza, amore proprio conversazionale, benevolenza conversazionale, il sentimento morale, filosofia del diritto, communismo giuridico, la simplificazione di labriola, contro labriola, criticismo, idealism critico, meditazioni di un idealista, GENTILE contro Petrone., Croce contro Petrone; l’identita sannia, psicologia del sannita, i romani contro i sannita, la prima guerra sannita, la seconda guerra sannita, la terza guerra sannita; la repubblica romana, l’espansionismo dei romani nell’Italia, I romani contro i sanniti; bassorilievo dei sanniti, i liguri e i sanniti, le popolazione italiche, economia e psicologia del Molise, il sannio, la complessità dello spirito della filosofia italiana; il linguaggio sannita; il linguaggio umbro, il linguaggio osco; il linguaggio falisco, limosano, musanum, limosanum; un stato mercantile chiuse, Fichte contro Marx, Nietzsche, il valore della vita, il problema morale, la filosofia del diritto, diritto positivo, diritto naturale, la filosofia politica nel criticismo, azione, l’etica e l’ascetica, l’etica dell’eroe come azione, l’energia dello spirito contro l’inerza della volonta – l’inerza della volonta nell’elezione dei fini; l’inerza della volonta nell’elezione dei mezzi; il spirito contro la volonta, i limiti dei determinismo, l’indeterminismo dello spirito, la causa dello spirito, causa spirituale dell’agire umano, lo spirito umano. Grice:” St John’s, 1950. These Saturday mornings are becoming funnier than I had any right to expect. Yesterday Austin was on about “reality.” He blamed the Italians for it—Igino Petrone in particular—and produced, with a kind of show-and-tell flourish, a yellowing copy of Petrone’s 1914 Il problema della realtà: “See, look, behold,” he said, as if the three verbs were a philosophical argument. “At least in Oxford,” he added, “Bradley had the decency to call it mere appearance.” I could not decide what was odder: that a book could be made to stand in for a problem, or that “reality” should be treated as though it were a foreign import, like vermouth. But Austin was clearly pleased with his exhibit, and the rest of us were expected to nod—as if the discovery that one can say “it looks real” were already half-way to metaphysics.” Grice: Caro Petrone, mi incuriosisce il tuo pensiero sulla “ragione conversazionale” dei sanniti e soprattutto la teoria dei CLXXXIII mondi! Come si intrecciano, secondo te, la libertà dello spirito e la complessità del nostro agire morale? Petrone: Grice, la libertà dello spirito è proprio ciò che permette all’uomo di superare l’inerzia della volontà e scegliere tra i fini e i mezzi — un vero problema morale! Nei miei studi sull’eroe sannita, ho sempre pensato che la benevolenza conversazionale sia il punto di partenza per ogni vera filosofia del diritto. Grice: Che interessante, Petrone! Mi piace l’idea che la benevolenza non sia solo un principio astratto, ma si manifesti concretamente nel dialogo. Forse, come dice il vecchio adagio: “Volere è potere, ma conversare è conoscere!” E tu, come vedi il rapporto tra la psicologia del sannita e quella del romano? Petrone: Ah, Grice, la differenza è sottile ma profonda! Il sannita agisce per energia dello spirito, il romano spesso per determinismo storico. Io credo che la filosofia italiana abbia sempre saputo tenere insieme queste due direzioni — tra spirito libero e inerzia della volontà, in un continuo confronto tra umano e sovrumano. Ecco perché la conversazione resta il miglior tribunale per la morale! Petrone, Igino (1914). Il problema della realtà. Torino: Bocca.

Giuseppe Pezza-Rossa (Mantova, Lombardia): la ragione conversazionale della fisica, la geografia e l'astronomia, sposate insieme, fanno sì che un italiano discopra il nuovo continente, ed un altro italiano gl’imponga il nome -- l’eloquenza lombarda – l’implicature conversazionali. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as a practical exercise of rationality: in ordinary talk we presume cooperative purposefulness, and we recover what a speaker means (often beyond what is strictly said) by reasoning from shared norms of relevance, informativeness, and sincerity, so that implicatures are not decorative but disciplined inferences licensed by a speaker’s recognisable intentions. Pezza-Rossa, by contrast, belongs to a nineteenth-century Italian setting in which the battle-line is not pragmatics but scepticism, moral philosophy, and the public authority of reason (often in explicit dialogue with Rosmini), and his ambition for a “sola confutazione possibile” of scepticism is characteristic of that climate: it seeks a principled, once-for-all refutation rather than a conversational diagnosis of how sceptical challenges trade on ordinary commitments. Still, the comparison is illuminating: Grice would say that many sceptical manoeuvres depend on the very conversational practices they affect to doubt, since the sceptic must rely on shared standards of assertion, evidence, and intelligibility in order to communicate his doubt at all; Pezza-Rossa tries to defeat scepticism by philosophical argument about knowledge and its grounds, while Grice reframes the terrain by showing that scepticism cannot get its grip without already presupposing a rationally governed practice of giving and asking for reasons in conversation. In short, Pezza-Rossa aims to kill scepticism with a single decisive proof, whereas Grice explains why the sceptic keeps reappearing: the sceptical posture is parasitic on the rational norms that make conversation and inquiry possible, and those norms, once made explicit, expose the sceptic’s dependence even when they do not silence him. Grice: “He wrote a LOT! Including a study (or ‘ragionamento,’ as the Italians call it) on the spirit (spirito) of Italian philosophy, which reminded me of Warnock, the irishman, and his search for the soul of English philosophy!” -- Giuseppe Pezzarossa (o Pezza-Rossa – Grice: “In which case, he is in the “R”s”). Studia a Mantova. Insegna a Mantova. Co-involto nella repressione che porta al martirio di Belfiore. D’idee tendenzialmente liberali e  preoccupato sulle condizioni sociali disagiate create dalla sorgente rivoluzione industriale che pure ai suoi occhi rappresenta un'occasione di progresso. La pubblicazione del suo saggio di filosofia gli procura guai con la congregazione dell'indice. Partecipa attivamente ai moti. Condanato al carcere. Pezza-Rossa e uno dei XX che partecipano alla riunione costitutiva del comitato rivoluzionario. Saggi: “Critica della filosofia morale” (Milano, Stamperia Reale); “Lo spirito della nazione italiana” (Mantova, Elmucci); “Saggi di filosofia” (Mantova, Caranenti). C. Cipolla, Belfiore I comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto ed il loro processo a Mantova” (Milano, Angeli); Pavesi, Il confronto fra don Tazzoli e don Pezza-Rossa in una prospettiva filosofica, in Tazzoli e il socialismo Lombardo” (Milano, Angeli). La prova sull’esistenza esteriore. Confutazione dello scessi. ALIGHIERI e la filosofia. Lo spirito della filosofia italiana. Sistema di psicologia empirica. Il fondamento, il processo e il sistema della umana esistenza. Il sistema politico e sociale della nazione italiana; il sucidio, il sacrifizio della vita e il duello, supra il suicidio; “La grammatica ideo-logica; ossia, la legge comune d’ogni parlare dedotta da quella del pensare” il martirio di Belfiore; lo spirito della nazione italiana; eloquenza lombarda. Grice: “St John’s, 1946. Back from the Admiralty, and now lecturing to the whole university, I find myself hunting for material for what I grandly call my “universal” seminars—so different from the tête-à-tête tutorials with those fortunate enough to call St John’s their alma mater. Woozley wants to run a joint seminar with me on scepticism, and I have said yes. He arrived armed with the usual suspects; I arrived armed with what I rather complacently call a fatal objection to the sceptic. Whereupon he says, “Yes, yes—but what about Pezza-Rossa?” “Who?” “An Italian—almost pre-Risorgimento—and you know how your father loves that stretch of peninsular history. Pezza-Rossa wrote in La Biblioteca Italiana, if you’ve heard of it, about what he calls Rosmini-Serbati’s ‘the only possible refutation’ of scepticism.” I said, “But that’s neither here nor there; I shan’t be claiming in our seminar that my objection is the only possible one.” “But how many times,” he muttered—almost under his breath—“can you kill the same sceptic?”” Grice: Caro Pezzarossa, dicono che la filosofia lombarda sia come il risotto: serve pazienza, un buon brodo e, magari, una spruzzata di eloquenza! Dimmi, tra fisica, geografia e astronomia, preferisci la luna di Mantova o il sole dell’Italia? Pezzarossa: Grice, ti confesso che a Mantova la luna spesso si specchia nei fossi, mentre il sole, se arriva, è sempre benvenuto! Ma tra implicature e continenti da battezzare, io scelgo il brodo: almeno quello non finisce nell’indice! Grice: Ah, allora la ragione conversazionale nasce tra i mestoli e le carte geografiche! E pensare che un italiano ha scoperto il continente, e un altro l’ha chiamato… forse dovremmo proporre a Oxford una nuova materia: “Filosofia della pentola e della bussola!” Pezzarossa: Grice, ottima idea! Basta che non ci mandino all’Indice per troppa saggezza. Se l’eloquenza lombarda si sposa con la ragione conversazionale, forse la prossima rivoluzione nascerà… in cucina! Pezza-Rossa, Giuseppe (1837). Sopra la sola confutazione possibile dello scetticismo. Biblioteca italiana,

Giovanni Piana (Casale Monferrato, Alessandria, Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicature conversazionali dei merli. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as a rational, normative achievement: hearers assume that speakers are trying to be cooperative and intelligible, and so they infer speaker-meaning (including implicatures) from what is said plus context plus publicly attributable intentions, with the maxims functioning as constraints on what counts as a reasonable contribution. Piana’s work, by contrast, grows out of Milanese phenomenology (in the Paci–Husserl orbit) and is oriented toward describing how meaning shows up in lived experience—especially in perception, imagination, and music—so that the “sense” of an expression is tied to how it is heard, taken up, and sedimented in a field of experience rather than derived from an implicit social calculus of cooperation. Where Grice explains the extra content of utterances by appeal to rational expectations in a conversational exchange (why a speaker would have said that, given shared aims), Piana tends to treat meaning as structured by forms of experience and attention (how something is given, how it is grasped, how a temporal or musical articulation is experienced), making communicative understanding closer to phenomenological disclosure than to inferential reconstruction. The overlap is real, however: both resist a purely “code” model of language and both insist that meaning outruns the bare sentence; but Grice locates that surplus primarily in practical reasoning between interlocutors, whereas Piana locates it in the intentional structures of consciousness and in expressive forms (like music) where what is conveyed is not best captured as a proposition plus implicature, but as a shaped experience that can be described, compared, and clarified. Grice: “I never cease to get moved when I read Piana’s notes, “Il canto del merlo”! That’s the way to do philosophy of music – the Italianate warmth so strange and contrasting to the coldness of Scruton!” Insegna filosofia a Milano e Pietrabianca di Sangineto. Allievo di PACI, sotto il quale elabora la sua dissertazione sulle opere inedite di Husserl. La sua posizione filosofica è caratterizzata dal concetto di fenomenologia -- strutturalismo fenomenologico -- influenzato particolarmente da Husserl, Wittgenstein, e Bachelard. Alcune indicazioni sullo strutturalismo fenomenologico sono contenute in “L'idea di uno strutturalismo fenomenologico”. La sua filosofia è orientata verso la conoscenza, la musica e i campi della percezione e immaginazione. Allievi di P. sono Basso, Civita, Costa, Franzini, Serra, e Spinicci.  Uno dei più acuti e originali filosofi italiani – L’Unità -- uno dei più interessanti interpreti e prosecutori, in Italia, dell'indirizzo fenomenologico -- Paese Sera. Tra i più lucidi, originali e fecondi fenomenologi italiani" -- "L'idea di Europa e le responsabilità della filosofia". Vede l'esperienza della fenomenologia di Husserl che costituì il centro d'interesse di un grande maestro come Paci. Non è il caso qui di tracciare mappe di quelle vicende, credo però che non sarebbe sbagliato sostenere che P., in quel gioco delle parti, che è sempre l'apertura di un'esperienza plurale sul suggerimento di un filosofo autentico, si è preso quella del fenomenologo più prossimo ai temi duri di Husserl, agl’obbiettivi che stabiliscono la teoreticità della ricerca fenomenologica come tratto distintivo ed essenziale rispetto ad altre figure di pensiero -- L'Unità. Illustre filosofo della musica  -- in "Il significato della musica". il linguaggio di Spinicci, merli, la serie dodecafonica, il triangolo di Sarngadeva. Oltre il linguaggio, linguaggio e comunicazione. Grice: “St John’s, 1965. I sometimes think Blackwell does it on purpose—unlike Thornton’s, where nobody cares either way—putting all those Continental titles on display simply to irritate us. The novelty this week is Piana’s Esistenza e storia. So far, so unobjectionable: we do know that Charles I existed, and also that there is such a thing as history. What irritates me slightly is the way Lampugnani Nigri files it in a series called Biblioteca di filosofia e di cultura. Note the Italian curlicue: it doesn’t merely suggest, it virtually entails, that culture is not part of philosophy—and, worse, that philosophy is not part of culture. What was wrong with Biblioteca, full stop? Or, if they must have the genitives, why not Biblioteca di filosofia e cultura? But then I remind myself that we do not have quite their institutional anxieties. Here philosophy sits quietly as a sub-faculty inside Literae Humaniores, and nobody feels obliged to yoke it theatrically to letters. In Bologna, by contrast, they are forever pairing and re-pairing the two—filosofia e lettere, or lettere e filosofia—as if “and” were commutative in logic but somehow never quite settled in the dean’s office.” Grice: Caro Piana, ma dimmi: il merlo che canta a Casale Monferrato segue la fenomenologia di Husserl o preferisce improvvisare come uno jazzista piemontese? Piana: Grice, il merlo ha letto Husserl, ma quando trova un verme, improvvisa senza partitura! Se la musica è esperienza, il merlo è maestro – e il verme, suo premio. Grice: Allora la ragione conversazionale dei merli è la vera scuola piemontese! Immagino Wittgenstein sotto il balcone che annota ogni cinguettio: “Questo sì che è linguaggio!” Piana: Eh, Grice, se Wittgenstein avesse ascoltato il canto del merlo, forse avrebbe scritto “Tractatus Melodicus”! E la logica, per oggi, la lasciamo ai passerotti: almeno loro si capiscono davvero! Piana, Giovanni (1965). Esistenza e storia. Milano: Lampugnani Nigri, Biblioteca di filosofia e di cultura.

Alessandro Piccolomini (Siena, Toscana): la ragione conversazionale, l’implicatura conversazionale, e le figure di retorica –LA RETORICA. Alessandro Piccolomini’s world is one in which persuasion, explanation, and even scientific prose are consciously shaped by rhetorical craft: he translates and teaches Aristotle’s Rhetoric and Poetics, writes dialogues in the vernacular, and treats discourse as something governed by figures, genre, audience, and the practical arts of making a point land; in that sense, he belongs to a tradition in which what an utterance does is inseparable from how it is framed, how it is received, and how it moves hearers. Grice, by contrast, builds a theory that tries to separate what is said (sentence meaning) from what is implicated (speaker meaning beyond the words) and then to explain the latter as the product of reason-governed conversational practice: hearers infer extra content by presuming cooperation and rationality, treating apparent departures from informativeness, relevance, or straightforwardness as calculable clues to intention. The meeting-point is that both take communication to be norm-governed and audience-sensitive, but they place the norms in different places: Piccolomini foregrounds rhetorical and stylistic norms (figures, decorum, effective presentation across registers, including the choice to write philosophy “in volgare”), whereas Grice foregrounds norms of rational exchange that operate even when no one is “doing rhetoric” on purpose, yielding implicatures as the disciplined by-product of trying to be understood. From a Gricean angle, Piccolomini’s figures of rhetoric can be redescribed as systematic ways of inviting particular implicatures; from a Piccolominian angle, Grice’s maxims look like an attempt to codify the background civility and prudence that rhetoric has always exploited, but now stated not as an art of persuasion so much as a logic of intelligible conversation. Grice: “I became especially interested in rhetoric after Leech, an Englishman who ended up teaching at Lancaster, argued that all I ever did was engage in ‘conversational rhetoric!” – LIZIO. Grice: “figure of rhetoric” – “rhetoric” versus “dialectic” inference -Alessandro Piccolomini Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. arcivescovo della Chiesa cattolica Incarichi ricoperti Arcivescovo di Patrasso   Nato a Siena Nominato arcivescovo Deceduto a Siena   Manuale  Frontespizio della filosofia naturale  (Siena, Siena. Filosofo, etterato, astronomo e arcivescovo cattolico italiano. Stemma della famiglia Piccolomini  Blasonatura D'argento, alla croce d'azzurro, caricata di cinque crescenti d'oro. Membro egl’intronati (‘Stordito’). Venne rappresentata la sua commedia Amor Costante ed Alessandro, entrambe dall'intreccio macchinoso, ma con vena psicologica e moralistica. Legato all'ambiente degl’intronati è il Dialogo de la bella creanza de le donne più noto come Raffaella.  Professore a Padova per. Insegna filosofia e partecipa alle attività degl’infiammati. Scrive ad Aretino, esponendogli il suo pensiero sul volgarizzamento della prosa scientifica. Rientrato a Siena, lascia la città per trasferirsi a Roma. Qui vive nell'ambiente del card. Francisco de Mendoza.  Uomo di grande cultura, traduce dal latino il sesto libro dell'Eneide (VIRGILIO) e il tredicesimo libro delle Metamorfosi d’OVIDIO, dal greco in italiano l'Economico di Senofonte, la RETORICA e la Poetica del LIZIO e in latino il commento di Alessandro di Afrodisia ai Meteorologica di Aristotele e la Meccanica Aristotelica. Nominato arcivescovo di Patrasso, rimase a Siena come coadiutore dell'arcivescovo Francesco Bandini Piccolomini.  E il primo, molti anni prima di Bayer, ad aver contrassegnato le stelle in base alla loro luminosità con delle lettere (alfabeto latino). Grice: “St John’s, 1953. I’m putting together notes for my turn in the joint seminar with Strawson on categories; we were on relatives, and I found myself leafing through an old volume in the St John’s library: Piccolomini’s Trattato della grandezza della terra e dell’acqua. As the Reverend Sidney used to say, “Never read a book before reviewing it; it will only prejudice you.” Still, the title alone is enough to tempt one into relational talk. Grandezza is a comparative notion if ever there was one: the earth is “great,” yes—but not great compared with the sun; grander, perhaps, than the moon, and that is about the most one can say without specifying the respect and the comparator. As for acqua, I’m less patient: water is on the earth, so if Piccolomini is comparing earth and water he must mean the proportion of the globe covered by each, or the relative extent of their domains. That, at any rate, calls to mind Gilbert and Sullivan’s Barataria—an island “completely surrounded by the sea,” or was it by the land?—and the whole joke is that one can lose one’s bearings by mishandling the relatives. Even in Harborne my father would take me down to the Avon to fish, and that was acqua, not terra, though I stood on one to get at the other. So there.” Grice: Che piacere, caro Piccolomini! Lo dico spesso: qualcuno preferisce un Piccolomini, ma Piccolomini è proprio il mio uomo! E non parlo di quell’altro, sia chiaro – intendo te, con tutto il bagaglio di retorica, implicature e quella brillante ironia senese. Piccolomini: Ah, Grice, la tua preferenza mi diverte! Sai che a Siena, tra retorica e figure d'ingegno, non ci facciamo mai mancare il sorriso. Essere “l’uomo” di un filosofo inglese mi fa sentire quasi una stella – e non solo per l'alfabeto latino che ho usato! Grice: Ecco, vedi? Persino la tua ironia la considero una figura retorica di alto livello! In fondo, è la conversazione che illumina la filosofia, non le croci d’oro dello stemma. Tu porti la luce, anche tra i “Storditi” e gli “Infiammati”. Piccolomini: Grice, se la conversazione è una costellazione, allora ci siamo guadagnati la nostra lettera! E se la retorica può far sorridere un filosofo inglese, vuol dire che la filosofia italiana ha ancora qualcosa da insegnare – tra implicature e commedie, anche la verità può essere buffa. Piccolomini, Alessandro (1540). Trattato della grandezza della terra e dell’acqua. Venezia: Marcolini.

Francesco Piccolomini (Siena, Toscana): la ragione conversazionale dell’implicatura conversazionale del Lizio. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats ordinary talk as a rational, cooperative practice: hearers routinely move from what is said to what is meant by assuming that a speaker is trying to be intelligible and by applying shared norms of relevance, informativeness, truthfulness, and clarity, so that implicatures are not mystical add-ons but disciplined inferences licensed by those norms and by recognisable intentions. Piccolomini, writing as a late Renaissance Aristotelian and eclectic (with a program that tries to reconcile Peripatetic “Lyceum” doctrine with Academic tendencies), approaches meaning and mind from the opposite direction: instead of starting with conversational interaction, he starts with the explanatory roles of soul, intellect, and moral formation, offering functional-cum-teleological accounts of anima as that by which a living body is organised and acts, and seeking, in works such as his universal moral philosophy, a general basis for ethics that would hold across local custom. The comparison is therefore a contrast of loci of normativity: for Grice, the governing rationality is immanent in conversational exchange itself—rules we tacitly rely on to interpret one another—whereas for Piccolomini the governing rationality is anchored in a broader natural-philosophical and ethical order (the functions of psychic powers, the ends of action, the universal shape of mores), with language and discourse serving largely as vehicles for articulating that order rather than as the primary site where meaning is generated. In Gricean terms, Piccolomini supplies rich background commitments (about agency, ends, and the structure of practical reason) that can underwrite why conversation is a rational enterprise at all, but he does not yet isolate the distinctive Gricean insight that much of what we mean is systematically conveyed by what we responsibly leave unsaid. Grice: “What Piccolomini is trying to do, but knowing, is providing what I do in from the bizarre to the banal – a good functionalist interpretation of the rather poor functionalist explanation by Aristotle of what the Italians call the ‘anima,’ because it ‘animates’ the body (corpore).  Insegna a Macerata, Perugia, e Padova. Analizza il III libro del “Sull’anima” di Aristotele del Lizio. Saggio: “Peripateticarum de anima disputationum”; “Academicarum contemplationum”. Tutore di TASSO (si vieda), ricordato in “Il Costante; overo, dela clemenza”.  Formula una teoria sincretica tra l’accademia e il lizio.  ‘Unico’ dei Filomati. Altre saggi: “Universa philosophia de moribus” (Venezia, Franceschi); “Comes politicus, pro recta ordinis ratione propugnator” (Venezia, Franceschi); “Libri ad scientiam de natura attinentes” (Venezia, Franceschi); “Librorum Aristotelis de ortu et interitu lucidissima exposition” (Venezia, Franceschi); “In III libros de anima lucidissima expositione” (Venezia, Franceschi); “Instituzione del principe”; “Compendio della scienza civile”; “VIII libri naturalium auscultationum perspicua interpretatione” (Venezia, Franceschi); “In libros de coelo lucidissima expositio” (Venezia, Franceschi). Treccani Dizionario Biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Garin, “Storia della filosofia” (Torino, Einaudi); Malmignati, “Tasso a Padova” (Firenze, Riccardiana); Roma, Pieralisi (Firenze, Biblioteca nazionale, Conv. Soppr. (S. Maria degli Angeli, Roma, Pieralisi, P., Cavalli, La scienza politica in Italia (Venezia). apollo lizio, lizio, licio, liceo, lizeo, statua di apollo lizio, in riposo dopo la palestra, il lizio, Aristotele lizio, i lizij, i lizii, gl’aristotelici, i peripatetici – gl’accademici e i lizii, gl’accademicij e i lizij. Grice: “St John’s, 1962. We have two Grices at Oxford—myself, and a Welshman (G. R. Grice, who will eventually decamp to Norwich)—but duplication of surnames is so common in Italian philosophy that it begins to feel like a metaphysical thesis. Some people like Piccolomini, but Piccolomini is my man—Francesco, that is—even if he has a taste for the grandiose. Merton’s philosophical library has a copy of his Universa philosophia de moribus, and I wish, charitably, that his syntax were clearer; for surely universa, or whatever idea it is meant to carry, belongs with de moribus rather than with philosophia, since philosophy, if it is anything at all, is already universal. So Piccolomini is really hinting that he will supply a universal basis for morals—Hegel’s ambition smuggled back behind Kant’s Metaphysik der Sitten—and one wonders whether this is meant to involve abandoning Bologna and sailing for Oceania to see whether mores there are different. I doubt it. Hegel’s answer is the better one: reason is universal, and if it does not look universal to a Bolognese in Oceania, that is because reason also has a certain cunning, with which the Bolognese must learn to contend—rather as he contends with the Devil—before setting about the civilising business of educating humanity.” Grice: Caro Piccolomini, ho appena finito di leggere il tuo commento sul “De anima” di Aristotele. Ma dimmi, tu l’anima la trovi più facilmente in biblioteca o alla trattoria senese? Piccolomini: Ah, Grice, se l’anima fosse nascosta tra gli scaffali, l’avrei prestata e mai più ritrovata! Meglio cercarla tra un bicchiere di Chianti e due pici all’aglione: lì almeno si manifesta senza metafore. Grice: Allora è vero che la filosofia italiana ha più sapore! Ma attento, Piccolomini: Aristotele diceva che un corpo senza anima non si muove… sarai mica tu a far danzare le pentole della cucina senese? Piccolomini: Grice, io faccio danzare pure il cameriere, se serve! E se Aristotele avesse provato i dolci di Siena, avrebbe aggiunto un capitolo sul “De anima felice” dopo il panforte. Piccolomini, Francesco (1557). Universa philosophia de moribus. Venezia: Giolito de’ Ferrari.

Giovanni Pico, dei conti della Mirandola e della Concordia (Mirandola, Modena, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale di Beniveni, o l’implicatura dell’accademia di Cicerone -- io priego Dio Girolamo che’n pace così in ciel sia il tuo Pico congiunto come’n terra eri, et come’l tuo defunto corpo hor con le sacr’ossa sue qui iace. Grice’s account of reason-governed conversational meaning treats ordinary talk as a rational, cooperative enterprise: what a speaker means is not exhausted by what the words conventionally say, because hearers routinely infer further content by assuming that the speaker is aiming to be intelligible and reasonable (so that apparent underinformativeness, irrelevance, or overstatement can license calculable implicatures). Pico, by contrast, is not a pragmatist of everyday conversation but a Renaissance architect of conclusions: in the Conclusiones (1486) he stages philosophy as a disciplined yet audacious display of thesis-making across registers (philosophical, cabalistic, theological), with “concord” promised by systematic ordering rather than by the minute management of conversational expectations. Still, Pico’s practice creates Gricean pressure points: the very multiplication of “conclusions” invites an audience to ask what is really being conveyed by the choice of register, what is being smuggled from one discourse into another, and whether the speaker’s stance is self-exempting or self-involving (as in the kind of set-membership worries your “gentes/you people” motif dramatizes). So the comparison is this: Grice explains how meaning is rationally recoverable in dialogue through publicly accountable norms of contribution, while Pico exemplifies a rhetoric of learned assertion in which meaning is advanced by authoritative theses and by shifts of idiom—shifts that, from a Gricean angle, function like deliberate conversational maneuvers that prompt the reader to infer more than is explicitly stated about authority, scope, and intended reconciliation. Grice: “I liked to say: some like Pico, but Pico’s my man! Since I always preferred his cousin to the uncle!” – Cf. clavis universalis – Rossi, cita P.  Tesa in un breve arco di tempo, la vicenda di Pico sembra innervata sullo scarto tra l’originaria esaltazione della libertà umana e la tensione religiosa che anima gli scritti più maturi, e che la biografia curata dal nipote irrigidisce in radicale rigetto degli ideali passati. Marginali tanto nella lode di una libertà che rende l’uomo mediatore tra cielo e terra, quanto nella critica di un sapere mondano chiuso all’eterno, gli ideali civili a ben vedere vibrano nel fuoco di una riflessione che insiste sui tratti radicali della vicenda umana e configura originalmente temi consueti dell’Umanesimo fiorentino: dalla concordia tra ragione e scritture al rapporto tra provvidenza e destino.  La vita Giovanni Pico della Mirandola nacque a Mirandola il 24 febbraio 1463. La sua formazione si sviluppò precocemente sul duplice fronte della letteratura e della filosofia: tra il 1477 e il 1478 studiò diritto canonico; nel 1479, a Ferrara, fu avviato agli studi umanistici da Battista Guarini. Un orizzonte di ricerca, questo, che Pico approfondì negli anni successivi a Firenze, dove conobbe Angelo Poliziano, Girolamo Benivieni e, probabilmente, Marsilio Ficino: una lettera composta in questi anni rivela del resto l’interesse di Pico per le tesi che il filosofo fiorentino si accingeva a illustrare nella Theologia platonica.  amore platonico, amore socratico, Pico e Girolamo – l’epitafio – amore platonico Ficino – la dignita dell’uomo, la concordia degl’antichi, la magia, il platonismo di Pico. Pico e Pico, i apprendisti stragoni sodomiti, o dell’amore accademico.  Grice, "Grice e Pico: the dignity of man. Grice: “St John’s, 1964. One really ought to take the verb “to conclude” more seriously than philosophers have so far managed, and I mean to do so in my upcoming seminar on reason and reasoning. For what is reasoning, if not concluding? You conclude that q from the premise p because your thought of the premise causes (or anyway ushers in) your thought of the conclusion—at least that is what I am prepared, for the wonder of my audience, to conclude. And then there is Pico, who reminds me that conclusiones non sunt multiplicandae praeter necessitatem—for that is precisely what he does: multiplies them, and with a beard into the bargain (when we know he wore none in real life). St John’s has a copy of his tract labelled Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae, which I find faintly insulting, as I picture Pico in his cultivated Latin (which, I suspect, he spoke only on paper): “I shall conclude in a threefold manner for thy delight. First, philosophically: being is one, and there is dignity in man. Next, cabalistically: two plus two equals four—preferably in some lunar interregnum, and in Arabic numerals. Finally, theologically: take that ‘being’ from the first conclusion and rephrase it as ‘God’.” And so on: a whole ladder of conclusions, as if the only alternative to modesty were taxonomy.” G.: Trinity, 1964. I have been re-reading Pico with the sort of patience one usually reserves for train timetables and impossible cousins. S.: One should always reserve patience for Italians of quality. They return the investment with Latin. G.: Pico returns it with conclusions. Hundreds of them. One feels, after twenty pages, that he has mistaken taxonomy for salvation. S.: Yet Oxford keeps him alive, somehow. G.: Alive, yes, but in the Oxford way: by successive faint reappearances, never quite by institution, always by afterlife. Pico never really got a chair. He got waves. S.: Waves? G.: Several. I have been counting them. Since Oxford likes to say it is older than the Renaissance, it has always preferred to receive the Renaissance in delayed parcels. S.: Then begin at the beginning. G.: The beginning is not Pico in Oxford at all. The beginning is Oxford existing before the word “Renaissance” had acquired enough self-respect to travel. Bologna, Paris, Oxford: all medieval already, all pre-humanist in structure, and therefore perfectly situated to import humanism later while pretending it is merely a refinement of what was there all along. S.: The old trick: continuity after the fact. G.: Precisely. So if one wants Pico in Oxford in any direct sense, one does not get him by a don in a gown saying “today we do Giovanni Pico della Mirandola.” One gets him by Italians teaching Englishmen what a better Latin life might look like. S.: Linacre. G.: Linacre first, yes. The nearest Oxford gets to touching the living Renaissance in the flesh. Oxford training first, then Italy, then Florence, then Poliziano, then back again with a better sort of confidence. S.: So Linacre knew the real thing. G.: As near as Oxford gets to it. He was not merely reading about Florence from a northern distance; he was there, and what matters for Oxford is that he appears to have been tutored in the proper way, by an Italian humanist. Oxford will recognize anything if it can be made to look like tuition. S.: The tutorial system is the only sacrament it still believes in. G.: Exactly. Linacre is intelligible to Oxford because one can say: he went out, found better teachers, and returned as a more dangerous version of himself. S.: And Pico? G.: Time-wise it works beautifully. Pico dies in 1494. Linacre’s Italian formation falls right into the later 1480s and early 1490s. Florence is not a metaphor there; it is an address. The one secure personal contact we can point to is Poliziano. Linacre becomes Poliziano’s pupil. That is enough to make Florence real. S.: And enough to make Pico possible without proving him. G.: Quite. Oxford in these matters always prefers possibility with atmosphere to proof without romance. We can securely say Linacre knew Poliziano. We can plausibly say he moved in the Medici-humanist air in which Pico was a living presence. But we cannot yet say he took tea with Pico, because Renaissance Florence did not, unfortunately, leave tea-trays in the archive. S.: Colet then? G.: Less satisfactory, which may be why he has always seemed spiritually closer to St Paul than to Poliziano. Colet goes later. He travels 1493 to 1496. By then Pico is at the edge of life, then gone. S.: So Colet is more heir than acquaintance. G.: That is exactly the right formulation. He meets the aftermath, not the man. He receives the Ficino-Pico world through writings, repute, and the late Florentine atmosphere, not necessarily through handshakes. S.: Which also suits Oxford better. Oxford likes mediated authority. G.: It likes authority to have passed through enough people to become respectable. Linacre is the vivid line. Colet is the assimilative line. S.: And both return in the 1490s. G.: Which is the first proper Oxford appropriation of the Renaissance, yes. Not because the Renaissance was then over, which is a foolish English fantasy, but because by the time Oxford imports it, Italy has already made it mature and various. S.: So the irony is not lateness after death, but lateness after development. G.: Precisely. Oxford receives the Renaissance as one receives a confident younger cousin who has already decided who he is. S.: Does Bacon enter here. G.: Only if one wants a second entrance. The first entrance is humanist, philological, Greek, biblical, rhetorical: Colet, Linacre, Erasmus-adjacent things. Bacon belongs to a later entrance, the natural-philosophical one, with Telesio in the background and anti-Aristotelian noises becoming dignified enough to travel north. S.: So Bacon is not the first channel. G.: No. He is a later and different channel. He helps import a Renaissance that has already become early modern. Through him Telesio arrives as “modernorum primus,” and Oxford begins to flatter itself that it has discovered novelty when in fact it has imported a mature Italian quarrel by a second route. S.: And Pico by then? G.: Pico has receded into emblem. One speaks of dignity, concord, theses, syncretism, magic in the learned sense, and one invokes him as a Renaissance style of mind rather than as a direct curricular author. S.: Which sounds exactly like Oxford. G.: It is exactly Oxford. Authors are often more alive as adjectives than as set texts. S.: Then comes the nineteenth century and the Germans. G.: Ah yes, the Teutonic return of the Italian. Burckhardt first in effect, though by then Pico is no longer merely an Italian humanist but a figure in a grand historical narrative called “the Renaissance,” capital letters provided by the Germans and consumed by the English. S.: Symonds. G.: Symonds is one of the great English receivers, and in an Oxford-adjacent way. Not a founder, not an original importer, but a Victorian remediator of the whole thing. He makes the Renaissance available again to an English cultivated reader as a topic one can carry in one’s luggage. S.: You mean his Renaissance in Italy. G.: Exactly. It is not the original event; it is the event in English afterlife, richly narrated, morally warmed over, and made into intellectual travel. S.: And Pater, whom I dragged in accidentally. G.: Accidentally but correctly. Pater is indispensable if one wants the Oxford Renaissance not as import but as performance. He gives you The Renaissance in 1873 and inserts Pico there as part of an Oxford aesthetic education. S.: So Pater matters as much as Symonds for the Victorian wave. G.: More for Oxford proper, I should think. Symonds is magnificent in bulk and reach, but Pater is the one who makes the Renaissance an Oxford manner. He reads essays in Oxford, he turns art and Renaissance individuality into cultivated inwardness, and thereby makes Pico available not as a scholastic curiosity but as part of an aesthetic-intellectual sensibility. S.: And yet the chairs remain with boring men. G.: There is the joke. Oxford can aestheticize the Renaissance without reinstating it institutionally. The Waynflete chair line in Pater’s time gives you not Pico restored to authority, but Mansel, Chandler, Case, later John Alexander Smith, and then much later Collingwood. S.: Chandler particularly sounds like a man who would file Pico under “miscellaneous enthusiasm.” G.: Precisely. The chairs never quite become Renaissance chairs. The Renaissance enters Oxford through criticism, essays, travel, reading, not through a formal re-foundation of metaphysical authority. S.: So Pater and Symonds are waves, not institutions. G.: Very good. That is the entire history in miniature. Pico in Oxford is mostly wave and afterwave. S.: Then Bosanquet? G.: A short bridge, not a long one. If you want to connect the aesthetic school to idealism, Bosanquet is the best plank. Pater is not Bradley in silk; Bosanquet at least allows aesthetics into idealism without turning it wholly decorative. S.: So the line is not Pater to Bradley directly. G.: No, too strong. Better: Pater contributes to an atmosphere of serious culture, inwardness, and aesthetic ideality in late Victorian Oxford; Bosanquet gives one philosophical aesthetics inside idealism; Bradley remains metaphysically larger and aesthetically less immediate. S.: And Grice later grows up under the anti-idealist reaction to all of this. G.: Under the reaction, yes, but not under amnesia. Oxford never forgets enough to be honest. It replaces without erasing. So by Grice’s period you still have Collingwood as a bridge figure, still carrying historicist and idealist seriousness in the Waynflete chair before Ryle’s appointment in 1945 institutionalises the new severity. S.: So if one wanted to dramatise it, one could say: Pater gives Oxford a Renaissance mood; Bosanquet gives it an aesthetic metaphysic; Collingwood keeps alive the historical-intellectual dignity of the old atmosphere; Ryle then sweeps the carpets and puts the furniture in straight lines. G.: Very good, though too kind to Ryle. He did more than straighten the furniture; he made old upholstery sound dishonest. S.: And Grice suffers under that. G.: Suffers and profits, which is the proper Oxford balance. One always suffers under what one later refines. S.: Return then to Pico himself. How many waves did you count. G.: Let me see. First wave: the living Italian-humanist contact through Linacre and, in a weaker way, Colet in the 1490s. Second wave: the Baconian-natural-philosophical later Renaissance route, though more Telesio than Pico directly. Third wave: the Victorian historical-aesthetic recovery through Symonds. Fourth: Pater’s Oxford aesthetic internalisation, including the Pico chapter. Fifth: the early twentieth-century and interwar history-of-ideas treatment, mostly through Burckhardt’s shadow and Germanic apparatus. Sixth: the postwar anthology-and-scholarship wave—Cassirer, Kristeller, Garin, and that 1948 anthology making Pico standard Anglophone Renaissance philosophy. S.: The sixth wave, if you have been counting them. G.: Exactly. The 1948 collection is particularly useful for my purposes, because by then Pico is not merely alive in a vague cultural way; he is anthologized, edited, presented as one of the standing names in “Renaissance Philosophy.” S.: Which means that by Grice’s Oxford years Pico is available. G.: Available, yes. Central, no. Alive as a known name in Renaissance humanism, yes. A routine author for Greats, certainly not. A living comparative point for someone with enough curiosity and enough bibliographical vice, certainly. S.: And Grice had both. G.: Curiosity and vice, yes. Enough to make an occasional joke about conclusiones and the multiplicative habits of Italians. S.: The title Conclusiones must have pleased him. G.: Immensely. It gives him a verb to overwork. For what is reasoning, after all, if not concluding, and what is Pico but a man who mistakes the product of reasoning for a distributable genre. S.: And Benivieni. G.: Ah, Benivieni belongs to the other side of the story, the more intimate Florentine side, where Pico is not a textbook but a friend, an elegy, a local intellectual weather. That side does not really enter Oxford directly. Oxford receives the printed Pico, not the Florentine sorrow. S.: Which is a pity. G.: Oxford is excellent at pity once it has been translated into a lecture. S.: Then what should our conclusion be. G.: That Pico’s influence on Oxford is real but mostly indirect, cumulative, and repeatedly mediated. He never becomes, in the strict institutional sense, re-installed. He is not re-founded into the chairs. He arrives by humanist contact, returns by historical narrative, is aestheticized by Pater, systematized by German and later Italian scholarship, and finally becomes part of the cultivated Renaissance repertoire available to an Oxford philosopher of Grice’s years. S.: In other words, he keeps speaking, but never from the podium. G.: Precisely. He speaks from the margins, from anthologies, essays, afterlives, and successive waves of civilised recovery. Which may be the best way for Pico to speak. A man of nine hundred theses would be intolerable with a permanent chair. S.: And Linacre remains the one who knew the real thing. G.: The nearest Oxford got, yes. Linacre at least had the advantage of Italian tuition and Florentine air. Colet has the writings. Bacon has the later natural-philosophical detour. Symonds has the Victorian rediscovery. Pater has the Oxford style. Burckhardt and Cassirer have the grand framing. The 1948 anthology has the postwar domestication. And meanwhile the chairs remain with perfectly competent men who would never have allowed Pico to run the timetable. S.: So here we are, with Pico left behind. G.: Left behind institutionally, yes. But still walking about the place in a perfectly Oxford way: not as a requirement, but as a name one ought to know if one wishes to sound as if one has not merely read philosophy but inherited civilisation.Grice: Caro Pico, la tua ragione conversazionale mi lascia sempre a bocca aperta! Dimmi, è vero che in Mirandola si discute anche col demonio, o è solo una leggenda? Pico: Grice, qui il demonio è solo uno studente fuoricorso! Ma credimi, tra Benivieni e Ficino, a volte preferisco discutere con le streghe: almeno non correggono i miei latinismi! Grice: Ma allora è vero che a Mirandola l’amore platonico si trasforma in magia? Dicono che l’accademia sia piena di apprendisti stregoni... e qualcuno anche sodomita! Pico: Grice, qui siamo filosofi: la magia la lasciamo ai poeti e la sodomia agli invidiosi! In accademia preferiamo le implicature: almeno, se sbagliamo, possiamo dire che era ironia! Pico, Giovanni P., dei conti della Mirandola e della Concordia (1486). Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae. Roma: Plannck.

Giovanni Francesco Pico della Mirandola (Mirandola,  Modena, Emilia Romagna): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dello stregone sodomita. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers work out what a speaker means by presuming rational cooperation and using shared norms to infer implicatures from what is said plus context plus recognisable intentions; meaning is thus not merely in words but in a rational, socially accountable practice of making oneself understood. Pico, by contrast, approaches interpretation through a Renaissance mixture of sceptical pressure (via Sextus and Pyrrho against easy Aristotelian confidence), moral diagnosis (the very ambition of exposing “vanity” in doctrines, and the self-including risk that the examiner’s own stance is caught by the same charge), and a semiotic-imaginative world in which signs can mislead (the daemon motif as a dramatization of systematic deception and error). Where Grice makes the rationality of conversation methodologically central—implicature as a controlled, defeasible inference from conversational norms—Pico is preoccupied with the fragility of those inferences under suspicion, self-reference, and the treacherous scope of collective terms like “the nations” or “you people,” which can accidentally sweep the speaker into what he purports to stand outside; in Gricean terms, Pico’s writing is a rich generator of cases where the usual cooperative presumption is strained by polemic, moralising, and sceptical doubt, thereby foregrounding exactly the conditions under which reason can (or cannot) securely govern what is meant beyond what is said.” Grice: “It is very likely that Cartesio took the idea of the malignant daemon from Pico, who was obsessed with him – with the daemon, I mean! “Demonio!”” Grice: “I like Pico. Ackrill suggested that I should translate happiness as taking ‘daemon’ seriously. Pico does: He allows Alberti’s use of ‘demonio’ as a direct translation of Roman ‘daemone,’ which is Grecian in nature.”Grice: “A daemon is always ‘maschile,’ succubus, or incubus – and stregus is gender-neutral, too, as Pico was very well aware when he allowed the burning of a few male witches at Mirandola. On the other hand, he uses Sextus Empiricus and Phyrro against Aristotle!” Grice: “Like Gentile, and Rosselli, two other Italian philosophers, he was murdered – by his successor to the county!” “A very sad thing is that he was murdered along with his son Alberto.” Grice: “The murderer, a Pico, succeeded him without much of a revolt – That’s the Renaissance forya!” ---   PICO, Giovan Francesco. – Primogenito di Galeotto I (fratello di Giovanni) e di Bianca Maria, figlia illegittima di Niccolò III d’Este, nacque, probabilmente a Mirandola, presso Modena, nel 1469, sei anni dopo il celebre zio Giovanni.  Della sua infanzia e adolescenza – forse trascorse in parte alla corte di Ferrara –, così come della sua formazione, si conosce pochissimo. Il 26 gennaio 1491, ormai ventunenne, prese parte, presso la corte milanese degli Sforza, ai festeggiamenti per il matrimonio fra Ludovico il Moro e Beatrice d’Este. Due mesi più tardi fu la volta del suo matrimonio con Giovanna Carafa, dalla quale ebbe dieci figli. La dote della moglie gli consentì di acquistare dallo zio Giovanni parte del feudo e i diritti ereditari sul principato della Mirandola: una mossa destinata a suscitare il risentimento. demonio, demonologia – read excerpts of Stryx in the Italian volgare under entry for translator.  Acrkill, Pico and Alberti, on ‘demonio’,” Grice: Woodstock Road, Sunday, 1952. Yesterday Austin finally put it neatly: “Some people like Wittgenstein, I grant you that, but Moore was, is, and will remain my man.” I find the motto useful. I brought back from St John’s—God knows why—this heavy volume of Pico’s Examen vanitatis doctrinae gentium, and I’m tempted to say: some people like Pico, but Pico is my man; except that this is not the Pico, but the other Pico. I have been worrying away at the heterological paradox, and it occurs to me that Pico commits something like it in an Examen of the vanity of the doctrines of the nations: for how can he ever be sure he is not himself being vain—or, worse, that his own doctrine, once properly examined (as I propose to do tomorrow), is not vain to the core? Pico will say he is not one of the gentes; but is there a trickier noun than “the nations”? Even down the pub one hears “you people,” as if the speaker weren’t automatically swept up into the very set he is helpfully denouncing.” Grice: Qualcuno preferisce Pico, ma Pico è il mio uomo! E lo dico con convinzione, caro Pico: intendo proprio te, non quello più famoso. Da filosofo a filosofo, sento che la tua profondità e il tuo spirito critico mi hanno sempre affascinato. Pico: Ah, Grice, la tua stima mi onora! Non sai quanto sia raro trovare chi sappia distinguere tra i nomi e apprezzare il pensiero autentico, anche se non sempre celebrato. La fama è solo una maschera, mentre la verità filosofica è questione di dialogo e ricerca personale. Grice: Proprio così! E non posso non ricordare la tua attenzione alla questione del demonio — quel daemon che diventa felicità, ma anche inquietudine. È un tema che spesso trascuriamo in nome dell’ortodossia, ma tu hai il coraggio di guardare dove pochi osano. Pico: La filosofia, caro Grice, nasce proprio da quella inquietudine. Tra demonio e ragione, tra streghe e saggi, il mio cammino è stato sempre un po’ fuori dal coro. Ma è nel dubbio che si scorge l’autenticità, e sono felice che tu lo riconosca. Siamo uomini di dialogo, dopotutto! Pico, Giovanni Francesco P. della Mirandola (1496). Examen vanitatis doctrinae gentium. Bologna: Benedictus Hectoris.

Padre Venceslao Pieralisi, O. F. M. Ref. (Jesi, Ancona, Marche): la ragione conversazionale o la teoria del segno. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers routinely get from what is said to what is meant by presuming that talk is a cooperative, purposive activity conducted under shared norms (roughly: be informative, truthful, relevant, and perspicuous), so that apparent departures from those norms are interpretable as rational and therefore calculable implicatures; the central mechanism is intention-recognition constrained by publicly available “how a reasonable speaker would be expected to proceed here.” Pieralisi’s “theory of the sign,” by contrast, starts from a semiotic taxonomy (natural vs. arbitrary signs, signans and signatum) and then formulates explicitly normative “maxims” for verbal use—use words with their established usage, avoid ambiguity, and interpret discourse by attending to (i) the sense the speaker has stipulated, (ii) what the context shows the speaker meant, and (iii) what the speaker can be presumed to know about the subject, since no one can mean to express what he does not know; where Grice builds a pragmatic theory around cooperative rational agency and derives implicature as a by-product of rational expectations in dialogue, Pieralisi offers an earlier, more scholastic-logic-inflected manual of sign-use and interpretation that already anticipates key Gricean ingredients (context-sensitivity, a presumption of competence/knowledge, and a norm against ambiguity) but treats them less as an explanatory model of inferential enrichment and more as prescriptive canons for how signs ought to be used and understood. Grice: “Amazing how Pieralisi just thought whatever I later thought for the Oxford Philosophical Society! I especially love the way his praecepta predate my conversational maxims, the full set!” – Keywords: segno, segno naturale, segno artificiale, segnare, agente segnante, segnatum. Esalta il valore della pace fra i romani e fra tutte le creature. L’anima è presente non solo negl’esseri umani, ma anche negl’altri animali, ai quali appunto l'anima conferisce come agl’uomini un'esistenza eterna al di là della morte. Per tali motivi sottolinea la necessità etica di trattare gl’animali con rispetto ed amore. De anima belluarum: sopravvivenza? Una domanda, Rocco, Venezia. “Della filosofia razionale speculativa parte soggettiva ossia la logica” (Pace, Roma); “La filosofia razionale pratica; ovvero, dei doveri naturali” (Pace, Roma); “Sui vizi capitali dell'insegnamento scientifico: riflessioni” (Pesar). Segno chiamo una cosa qualunque che colla manifestazione di se indica una qualche altre cosa. Col vedere che e quell oche dico “segno” si viene a sapere che sia anche l’altro di cui e segno. Segno ARBITRARIO chiamo quell oche per libera disposizione degl’uomini e stato destinato ad indicar la cosa che significa.  Nel segno naturale l’eistenza sua coll’esistenza di quell ova naturalmente congiunta. Il segno è rappresentativo si sta in lugo della cosa che significa, la rappresenta, ne tiene le veci. Come l’immagine de un uomo si pone in lugo dell’uomo. Ci sono V massime della conversazione. La parola si adopre ad esprimere ci oche l’uso stablito vi esprime. Si deve evitare la ambiguità. Per intedere il discorso si tiene in cota tre fattori. I al senso che colla definizione il parlante ha dichiarato di voler dare alla sua parola. II a quello que aparisce DAL CONTESTO avvervi volute significare. III al CONCETTO che si sa ch’egli puo avere delle cose di cui parla, perche nessuno puo volere esprimere quell che non sa. segnare, segnato, segnante.  Grice: “St John’s, 1960. Austin is dead and, oddly, I feel free at last to say what everyone except us insists on calling ordinary-language philosophy (the hyphen is essential): conjugation. I have before me Pieralisi’s rather dated Della conoscenza umana—and conoscenza is just the sort of grand noun Austin would never have used, bless him. I grant Pieralisi should not use it either, since all the real complications are in the verb. I know, Austin used to say, is one thing: a way for the speaker to try to reassure his addressee that he can vouch for what he is saying. But you know is quite another; and thou knowest (as Chaucer would have it) belongs to a different social universe altogether. He knows is either mildly foolish or else the sort of thing a Roman matron would say to end a dispute; we know is almost impossible even by Popper’s standards; ye know is simply rude; and they know is positively Viking. The worst of it is that Pieralisi does not even bother with what he ought to bother with: io so, lo so. The Italians can take Hume’s little worries about personal identity and make them genuinely unrecoverable. But then Pieralisi’s title would have to be Della sapienza umana, and he knows—sa, not conosce—better. And to think that in Bologna they even maintain a chair in what they pompously call Gnoseologia.” Grice: Pieralisi, mi dica: se io segno con il dito la tazza del tè, è segno naturale o artificiale? E soprattutto, la tazza deve preoccuparsi? Pieralisi: Caro Grice, se la tazza tremasse, sarebbe un segno naturale! Ma se arrossisse, probabilmente è un segno artificiale inventato dagli inglesi per confondere noi filosofi marchigiani. Grice: Allora mi chiedo: se il mio cane mi guarda quando apro la credenza, è segno che ha capito la conversazione o sta solo segnando dove sono i biscotti? Pieralisi: Grice, in questo caso il cane usa la massima della conversazione: “Evita l’ambiguità, segna i biscotti!” Se fosse filosofo, ti chiederebbe anche una tazza di tè – senza arrossire. Pieralisi, Venceslao (1873). La filosofia razionale pratica, ovvero Dei doveri naturali. Roma: Chiapperini.

Mario Pieri (Lucca, Toscana): ragione convversazionale ed implicatura convversazionale, la filosofia toscana, e la filosofia italiana. Grice’s account of reason-governed conversational meaning treats ordinary talk as a cooperative rational enterprise: speakers are presumed to be pursuing shared purposes under norms of relevance, informativeness, truthfulness, and clarity, and it is precisely by relying on those norms that hearers can infer what is meant but not explicitly said (conversational implicature), making pragmatic interpretation a kind of disciplined calculation from what is said plus context plus publicly attributable intentions. Pieri, by contrast, comes from the Peano-influenced axiomatic culture of late Italian mathematics, where rigor is achieved by laying down primitive terms and rules and then deriving results with explicit control over dependence on axioms; his work in the foundations of projective geometry (including axiomatizations over the reals and, later, the complexes) exemplifies a style in which meaning and validity are secured by formal structure rather than conversational presumption, even while the surrounding Italian humanist tradition (your Leopardi passage) insists that elegance, imagination, and “poetic” insight accompany proof. The comparison, then, is not that Pieri anticipates Grice’s maxims, but that both offer a norm-governed picture of intelligibility: Grice locates normativity in the social practice of talk and in intentions recognisable by an audience, whereas Pieri locates it in the explicit architecture of a deductive system; where Grice explains how we responsibly get from sentence to speaker’s meaning, Pieri exemplifies how we responsibly get from axiom to theorem—two different sites for the same ideal of disciplined reason, one conversational and one formal. Si laurea a Pisa. ottenne l’insegnamento a Torino ed entra in contatto con PEANO  e FORTI. Insegna a Torino, Catania, e Parma. Sotto l'influsso della scuola di PEANO, si volge alle indagini critiche sui fondamenti dell’aritmetica. P. è legato a interessanti ricerche sui fondamenti della geometria e in particolare alla prima presentazione assiomatica della geometria proiettiva complessa.. or — Lan più profondo, e ben più atto a dissipare ogni cattiva opinione delle matematiche, il pensiero del nostro (+. Leopardi, che qui ripeto con le sue stesse parole. LEOPARDI  dice. È certo che il grande poeta può essere anche gran matematico, e viceversa. Se non è, se il suo spirito si determina ad un solo genere (che non sempre accade) ciò è puro effetto delle circostanze. Ed altrove. Si può dir che da una stessa sorgente, da una stessa qualità dell’animo, diversamente applicata e diversamente modificata e determinata da diverse circostanze e abitudini, vennero i poemi di ALIGHIERI e i Principi matematici della filosofia naturale di Newton. Si o Signori; anche la matematica è in non piccola parte poesia! Anche il matematico guarda dall’ alto la realtà delle cose. E, astraendo da ciò che hanno di greggio e di mutabile o caduco, ne ravvisa le parti perfette e immanenti, ne rileva le mutue relazioni con linguaggio espressivo ed universale. Anche il matematico trasforma certe impressioni da pochi avvertite in mirabili edifizi speculativi, come per sola virtù di fantasia. Al matematico tocca similmente il travaglio di costringer l’idea nella formula, di cimentare il pensiero alla stregua di lunghi e penosissimi calcoli ! E (dico con Exkico OVIDIO) il sentimento dell’eleganza nel concetto e della venustà nella forma non spiccano forse nei veri matematici come nei poeti. Così che spesso una dimostrazione è bella quasi allo stesso modo di un so- [Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura ’ implicatura, segno di negazione, segno di congiunzione, segno di disgiunzione, segno d’inclusione, segno d’igualanza. St John’s, 1952. I don’t understand him. Of all things he could be translating, Austin has set his heart on Frege’s Zahlen book—commissioned by Blackwell, no less. As if anyone with the faintest interest in what Frege says about Zahlen can’t struggle through a bit of German. And it isn’t only the editorial work. He brings the oddest things to our Saturday mornings—by which I mean: Frege, and then more Frege. Give me geometry any day. St John’s has a valuable copy of Pieri’s Problemi di geometria pura—and I can see why there are problemi there. But at least the Italians—unlike Frege—had Croton (or Crotone, in their charming misspelling): because it all begins with metre, and with the goddess Gea. Grice: Pieri, ho sempre trovato affascinante il modo in cui la sua riflessione matematica sfocia nella poesia, e viceversa. Mi incuriosisce come lei veda il rapporto tra rigore logico e creatività nell’elaborazione dei fondamenti geometrici. Esiste davvero una linea di confine netta, o sono le due attività due facce della stessa medaglia? Pieri: Caro Grice, la sua domanda coglie nel segno: per me, logica e creatività sono intrecciate come i fili di un arazzo toscano. La matematica, come la poesia, nasce da uno sguardo che sa andare oltre l’apparenza, e solo attraverso questa tensione tra ordine e immaginazione si giunge all’eleganza di una dimostrazione davvero bella. Grice: È proprio vero, Pieri. Lei dimostra che anche nelle “implicature”, quelle sfumature del significato che restano nascoste dietro ai segni—negazione, congiunzione, disgiunzione—c’è una ricchezza quasi poetica. Le è mai capitato di “sentire” una soluzione matematica prima ancora di formalizzarla, come un’intuizione improvvisa? Pieri: Eccome, caro collega! A volte è proprio un lampo, come un endecasillabo che prende forma nella mente. Poi, certo, viene il lavoro, il travaglio di costringere quell’idea nella formula, come dicevo citando Leopardi. Ma senza quell’istante ispirato, la matematica sarebbe solo contabilità senz’anima. E lei, Grice, non trova che anche nella conversazione si celino formule eleganti, se appena le sappiamo ascoltare? Pieri, Mario (1908). Problemi di geometria pura. Torino: Bocca.

Vittorio Achille Pini (Reggio Emilia): la ragione conversazionale e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as a rational, norm-sensitive achievement: speakers are presumed (unless special reasons intervene) to be cooperating in ways that make their contributions interpretable, and hearers recover what is meant by attributing intentions under shared expectations of relevance, adequacy, and intelligibility, with implicatures arising when what is said is not the most straightforward way to pursue the conversational point. Pini, as your passage frames him, sits at the opposite end of the philosophical temperament: a militant printer-journalist and anarchist propagandist for whom words are instruments of action, recruitment, defiance, and risk-management, so that the governing “rationality” of discourse is not primarily the polite rationality of mutual understanding but the strategic rationality of agitation, signaling, and solidarity under pressure; manifestos, polemics, and revolutionary appeals are saturated with intended effects (mobilize, shame, expose, delegitimize) and with audience-targeted inferences that often depend on deliberately loaded phrasing rather than on cooperative clarity. The comparison therefore sharpens Grice by contrast: Grice models implicature as what a reasonable hearer infers in a cooperative exchange aimed at shared understanding, whereas the Pini milieu foregrounds how implicatures can be weaponized, how audiences can be engineered, and how “what is meant” may be designed to polarize rather than converge, even while still remaining fully intention-governed and inference-driven. On the bibliographic side, the item in your passage (Vittorio Achille Pini, La vita e le opere di Leonardo da Vinci, Firenze: Sansoni, 1882) is at least a plausible anchor for showing that Pini can also appear as a conventional author in a learned genre, which lets you juxtapose two speech-economies: the descriptive, encyclopedic register (where Gricean cooperation is easy to assume) and the insurgent register (where cooperation is fragile and inference is shaped by conflict), both of which still rely on the same basic Gricean idea that meaning is something an audience can rationally reconstruct from what is said plus what it would make sense for the speaker to be doing. Figlio di un volontario di GARIBALDI , patisce un'infanzia molto difficile e miserabile - molti suoi fratelli moriranno a causa della indigenza, e per questo inizia a lavorare in una tipografia all'età di 12 anni, prima di essere assunto nella stamperia di un giornale repubblicano, dove cominia ad interessarsi di politica. Successivamente alla vittoria della sinistra alle elezioni, aderisce all’internazionale dei lavoratori dopo aver assistito ad una conferenza di Barbani. In seguito si trasfere a Milano, dove partecipa allo sciopero dei tipografi, che si conclude con un fallimento dopo sei mesi di dura lotta. La sconfitta sul piano sociale, lo convince dell'inutilità di questo genere di lotte, spingendolo ad assumere toni più radicali e illegalisti. All'epoca P. trova lavoro come pompiere, mestiere che lo porterà anche a compiere atti eroici come la salvezza di una famiglia intrappolata nella propria casa andata in fiamme. Emigra. Avvicinatosi alla corrente individualista, fonda il gruppo gl’intransigenti, chiamato anche i ribelli, gl’introvabili, e gli straccioni, insieme a Parmeggiani, Zavoli e Marroco. Il gruppo gravita intorno alle attività della stamperia de La Révolte prima e de Il Pugnale poi, di cui assume la carica di direttore insieme a Parmeggiani. Partigiano dell'individualismo, P. teorizza l’esproprio come mezzo rivoluzionario per abolire la proprietà privata e giungere così al comunismo anarchico. A P. vengono attribuiti un gran numero furti e rapine allo scopo di finanziare varie attività propagandistiche, tra cui l'apertura di una stamperia e la nascita del giornale Il Ciclone. Pubblica manifesti, tra cui il manifesto degl’anarchici al popolo d'Italia, che chiama il popolo italiano ad insorgere, criticando apertamente Cipriani coll’accusa d’aver tradito gl’ideali della rivoluzione sociale. Ceretti e Prampolini, dopo aver preso le difese di Cipriani ed aver accusato gli autori del manifesto di essere al soldo della polizia, P. e Parmeggiani si recano in Italia per vendicare quello che secondo loro era una grave diffamazione. private property, Loke. “Grice: St John’s, 1951. The Ashmolean is running a Leonardo da Vinci exhibition—“Vinci,” as I persist in calling him, as if he were a neighbour with a surname—and Blackwell’s has obligingly placed in the window a formidable tome by one Pini: La vita e le opere di Leonardo da Vinci. Potts went too, and between his enthusiasm and my weakness for catalogues our tutorial was largely swallowed by Renaissance memorabilia. “He was a Renaissance man,” Potts said, and then—anticipating my objection—added, “if that’s what I’m implying.” “He was,” I said, “but be careful: ‘Renaissance man’ is a phrase generally used by people who are not Renaissance men. As a description it often tells you more about the speaker than about Leonardo.” Potts frowned politely. “I don’t follow, sir.” “You needn’t,” I said. “It’s enough to notice that some labels are less informative about their subject than they are revealing of the labeler. ‘Renaissance man’ can be a compliment, but it can also be an advertisement of one’s own taste for compliments.” He brightened at that, so I pressed my luck: “For next week, write on this: why the only man who can do philosophy is, in a sense, a Renaissance man—yet why doing philosophy is not at all the same thing as doing Renaissance philosophy.” “Very well, sir,” Potts said, with the unnerving cheerfulness of someone who suspects he has just been given a paradox and is looking forward to living in it.” Grice: Caro Pini, ho letto della tua giovinezza travagliata e della tua passione per la giustizia sociale. Mi incuriosisce come la tua esperienza tra le tipografie e il mondo operaio abbia influenzato il tuo pensiero filosofico. Come hai conciliato la lotta quotidiana con la ricerca della verità?  Pini: Grice, la realtà dura delle mie origini non mi ha lasciato alternative: la filosofia, per me, è sempre stata azione. Ho imparato presto che la parola può essere arma e ponte insieme. La mia partecipazione agli scioperi e all’Internazionale dei lavoratori mi ha insegnato che la verità non è solo da pensare, ma da vivere, anche attraverso il rischio e la ribellione.  Grice: In effetti, il tuo radicalismo e la scelta di esproprio come strumento rivoluzionario mi ricordano che la filosofia può diventare prassi concreta, persino eroica. Ma dimmi, come vedi oggi il rapporto tra individualismo e collettivo? È ancora possibile trovare una sintesi autentica o siamo condannati alla frammentazione?  Pini: La sintesi, Grice, è difficile ma necessaria. Ognuno di noi deve essere libero di esprimere il proprio pensiero, ma la vera rivoluzione si fa insieme, non da soli. Mi piace pensare che “gli intransigenti”, “i ribelli”, siano la prova che l’individualismo può diventare forza collettiva quando è guidato dalla passione per la libertà e la giustizia. Dopotutto, come si dice dalle mie parti, “da soli si va veloci, insieme si va lontano”. Pini, Vittorio Achille (1882). La vita e le opere di Leonardo da Vinci. Firenze: Sansoni.

Pietro Piovani (Napoli, Campania): la ragione conversazionale d’Enea, l’eroe al portico, o l’implicatura conversazionale assente. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as a rational reconstruction under publicly shared norms: hearers assume (ceteris paribus) that speakers are cooperating, and they recover what is meant by asking what intention a reasonable speaker could be expressing, with implicatures arising where the literal wording would otherwise make the contribution look oddly weak, irrelevant, or over-elaborate. Piovani, as your passage frames him, approaches normativity from a different direction: post-war ethical and juridical reflection focused on the individual’s becoming a person through responsibility, and on the pressure to remake idealism after the collapse of voluntaristic attualismo; his willingness to coin a term like assenzialismo exemplifies a philosophical temperament that is less interested in keeping theory close to everyday conversational expectations and more interested in retooling the vocabulary so that moral experience and historical trauma can be said at all. The comparison, then, is that Grice makes “reason” visible in the micro-economy of talk by showing how ordinary speakers manage inference, commitment, and mutual recognition without needing a special idiom, whereas Piovani highlights a situation in which ordinary idioms may feel morally or historically inadequate, prompting the philosopher to invent a new register that deliberately disrupts default conversational implicatures (your “implicatura assente” theme), aiming not at efficient coordination but at ethical reorientation and conceptual repair. The overlap is that both treat meaning as answerable to norms rather than to mere semantics: for Grice the norms are those of cooperative rational exchange, for Piovani the norms are those of moral responsibility and the cultivation of personhood, which can make conversational smoothness itself look like a kind of evasion. For anchoring detail, the bibliographic point in your passage is solid: Piovani’s Lineamenti di una filosofia della morale (Napoli: Morano, 1961) is the natural textual hinge for linking his moral-philosophical project to Grice’s contemporaneous interest in how ordinary words like good, ought, and responsible function in actual practices of giving reasons. Grice: “Like Austin, and then again like me, Piovani could invent lingo. The whole point of ordinary-language philosophy was an attack on ‘philosophical language,’ and there we are, Austin, Grice and Piovani INVENTING unordinary philosophical language! In Piovani’s case is ‘assenzialismo’!” Studia a Napoli. Insegna a Trieste, Firenze, Roma, Napoli. Dei lincei. Scrive su alcuni fogli del regime. La sua ricerca filosofica ha avvio all'indomani immediato della tragica conclusione della seconda guerra mondiale e di ciò porta i segni anche nell’elaborazione della propria caratterizzazione etico-politica, presto approdata alle ragioni del liberalismo democratico. Dinanzi alla drammatica conclusione dell’esito volontaristico dell’attualismo, la necessità di ripensare il modello idealistico lo induce ad un'intensa riflessione sul significato e sul valore dell'individuo nel suo farsi persona. Spazia dalla filosofia del diritto alla filosofia del concetto, ricopre incarichi nelle più importanti accademie italiane. Fonda il centro di studi su VICO. Pratica una fenomenologia dell'individuale. Per P. l’individuo non è concepito come un'entità chiusa ed ego-istica tendente all'assolutizzazione ma, al contrario, accettando egli la sua natura di vivente limitato, afferma sé stesso nella responsabilità della propria azione. Concorrono elementi esistenzialistici, l’analisi dell’esperienza comune. Di ciò è documento “Norma e società”. Utilizza anche temi della prima azione di Blondel. i principi metafisici di Vico, Vico, principio, filosofia nuova di Vico, la Gerarchia, Roma e tiranna – colletivo, guerra, esperienza condivisa, ventennio del regime, il debito di Vico a Roma, la Roma di Vico e la Roma antica, interpretazione filosofica, idealismo, Hegel, implicatura assente, assenzialimo. Grice: St John’s, 1962. Back from the cricket tour I wandered into Blackwell’s, meaning to pick up something harmless and ended up arrested by last year’s new arrival: Piovani’s Lineamenti di una filosofia della morale. Lineamenti is one of those Italian words that feels like a title even before it has committed to meaning anything very definite, but the subtitle caught me at once, because it took me straight back to Hardie at Corpus and my first discovery that Oxford can make even “morals” sound like a technical subject. I remember phoning Mother in Harborne: “We’re doing Aristotle’s Ethics with Hardie.” “Ethics? Morals? Haven’t you had enough of those at home?” “No, Mother—at Oxford they distinguish between ethos and mos, between being decent and theorising about decency; it’s not that we’re being moralised at, it’s that we’re doing Moral Philosophy.” “That sounds like a roundabout way of admitting hypocrisy.” “Not hypocrisy, Mother—hypercrisy: the art of being more scrupulous than is comfortable.” She let that pass, as mothers sometimes do, and I stood there in the shop thinking that Piovani has the right instinct: once you write ‘philosophy of morals’ you’re not talking about sermons, you’re talking about the odd business of turning common practical words—good, right, ought—into objects of argument. And of course it also reminded me of the standing joke: ordinary-language philosophers spend their lives attacking philosophical jargon and then promptly inventing their own; Austin did it, I do it, and Piovani does it with assenzialismo, as if the best cure for metaphysical fog were to name it in fresh Italian and watch it become respectable.” Aderenze al nazi-fascismo Figlio di 2 maestri elementari, educato al senso dell'appartenenza nazionale e cresciuto fino ai vent'anni sotto il fascismo, Pietro Piovani si formò a Napoli, dove, nella prima giovinezza (come invero molte altre future figure di spicco della vita culturale e civile italiana), prese anche parte alle attività del Gruppo universitario Fascista (GUF) cittadino e scrisse su alcuni fogli del regime.  Il partigiano combattente[1] ebreo[2][3][4] Alberto Defez (*Napoli, 17.06.1923; †Napoli, 28.12.2014), suo compagno di classe ginnasiale al Liceo Ginnasio Statale "Jacopo Sannazaro" di Napoli, lo cita nelle sue "Memorie"[5]: «In questo contesto di notevole rilievo, l'unica nota stonatura costituita da un nostro collega di ginnasio, amico mio e di Giorgio Formiggini[6][7][8][9], quel Pietro Piovani, cui ho già fatto cenno, che scriveva articoli firmandoli con il suo nome e cognome ovvero con lo pseudonimo di "Pluvius". Il contenuto di questi articoli era atroce giungendo fino alla delazione. Ricordo un articolo dove era scritto che un certo negozio in Napoli portava la denominazione di un "ariano", ma tale denominazione celava la vera proprietà che era di un ebreo, del quale riportava nome e cognome. Piovani si definiva il "mistico del razzismo". Sia io che Giorgio Formiggini, che eravamo stati suoi compagni di classe dal 1º al 5º ginnasio, se lo incontravamo in un luogo pubblico temevamo di fornirgli un'occasione che gli suggerisse un articolo sul "IX maggio"[10][11] ove si segnalasse la presenza non gradita nei locali pubblici di ebrei. Ma ciò per fortuna non si verificò. Dopo la liberazione Piovani fu inquisito dal Comitato per l'epurazione nel 1944 a Napoli. Tale Comitato era insediato in alcuni locali del Palazzo Reale. Ricordo che fui convocato per testimoniare di fronte ad un magistrato, il giudice Di Serafino[12] che conoscevo di vista, abitando egli al Vomero a Via Luca Giordano, nel mio quartiere. In tale occasione il professore Arangio Ruiz prese le difese di Piovani[13] e credo che non vi fu alcun seguito all'inchiesta. Successivamente, dopo la liberazione, Pietro Piovani ebbe comunque una tale evoluzione che lo portò ad essere professore universitario ed un letterato di fama internazionale, tanto che dopo la sua morte al suo nome fu dedicata un'aula[14][15] nella Facoltà di Lettere dell'Università di Napoli.»  "Alberto Defez sceglie due figure di riferimento per spiegarci la complessa situazione di allora: il compagno di scuola, diventato un notissimo intellettuale nel dopoguerra, che scriveva sul giornale del GUF delle vere e proprie delazioni contro gli ex-amici che contravvenivano alle regole imposte dalla leggi razziali (abbiamo visto i tali al cinema...) e, per contrasto, l'ingegnere che lo assunse trasgredendo volutamente alle imposizioni del regime."[16][17][18][19][20]  Le poche annate della rivista "IX maggio" (1940-1943) / "Novemaggio" (1943), tra il giugno 1940 e il giugno 1943, erano dominate dal motivo della guerra rivoluzionaria, che trasmetteva ai giovani del Gruppo Universitario Fascista "Mussolini" di Napoli l'ansia di individuare una linea di marcia nella storia. Poiché il fascismo aveva sostituito, nelle parole scritte da Pietro Piovani: «agli immortali principi dello storicamente putrefatto individualismo e al giudaico internazionalismo» il concetto romano e fascista della suprema legge della salute pubblica, la guerra si presentava adesso «come proiezione, dalla teoria filosofica alla prassi storico-politica, dell'antipositivismo fascista opposto al positivismo borghese».(68) «(68) P. Piovani, "Rivoluzione mondiale", Nove maggio, 4, 25 luglio 1940. Sulla medesima falsariga Id., "Immortalità dell'idea fascista", IX maggio, 5, 15 agosto 1940 (quando la rivista assumeva definitivamente questa nuova testata).»[21].  Con maggior vigore di Antonio Ghirelli, sulla rivista "IX maggio", Pietro Piovani riprendeva stralci di un articolo[22] del gerarca nazista Joseph Goebbels per avvertire che: «... il cameratesco contatto con il popolo germanico potrebbe insegnarci qualcosa nei confronti della lotta contro gli ebrei [...] Anche in Italia urgono contro i giudei provvedimenti difensivi, idonei alle esigenze del momento. Altrimenti sarebbe lecito parlare di un [...] «pietismo nazionale».(74)[23]» «(74) Pluvius, "Nostro antisemitismo", IX maggio, 3, 15 dicembre 1941. Qualche mese prima il medesimo Pluvius notava con rammarico come si fosse lasciato cadere il saggio suggerimento di Interlandi di chiudere tutti gli ebrei in campi di concentramento ("Mimetismo di Israele", 19, 15 agosto 1941)»[24].  Scriveva, inoltre:  "Novus Ordo", pubblicato in "Gerarchia", Anno XX, nº 10, ottobre 1941, Tipografia Il Popolo d'Italia, Pag. 518[25]; "Funzione educativa del Fascismo", pubblicato in "Politica Nuova", Roma, 1-15 novembre 1941, Pag. 526[26][27][28]; "Francia in attesa", pubblicato in "Politica Nuova", Roma, 1-15 dicembre 1941, Pag. 594[29]; "Moralità della guerra totale", in cui scrive: "Questa moralità (della guerra) è vigorosamente affermata da Pietro Piovani in "Libro e Moschetto" del 27 marzo (n.d.r.: 1943) nº 22, contro le troppe e troppo alte condanne dello sfacelo materiale e morale del mondo, che deriverebbe dalla lotta armata. «Nessun clima - dice Piovani - è più morale di questo in cui viviamo, che impegna totalitariamente le energie degli uomini ed abilisce ogni disparità di fronte al pericolo.»"[30]; "Roma e Tirana", pubblicato in "Gerarchia", Anno XXI, nº 9, settembre 1942, Tipografia Il Popolo d'Italia, Pagg. 371-373, e riferendosi alla partecipazione emotiva degli italiani al conflitto con la Grecia: «Questo modo di sentire e di interpretare gli eventi deve essere posto in luce perché esso indica che un ventennio di regime fascista è riuscito a dare agli Italiani almeno quel senso di preoccupazione della tutela e della difesa dei propri interessi, che è il presupposto indispensabile per la formazione di un'autentica e completa coscienza imperiale.»; "La filosofia delle equazioni", pubblicato in "La difesa della razza. Scienza, documentazione, polemica", Anno XIX, 1940, Pag. 43; in occasione del Ventennale della Marcia su Roma e del compiersi della Rivoluzione Fascista, il 28 ottobre 1942 scriveva su "IX maggio - Quindicinale del GUF e dell'Ateneo di Napoli" Anno III, nº 22-23-24-25, del 28 ottobre 1942: «Uno di quelli che potrebbero mussolinianamente chiamarsi «tempi della rivoluzione» si è concluso; un altro incomincia. Proprio perché permeati di questo 'senso di continuità' noi guardiamo all'anniversario non come ad un punto di arrivo, ma come ad un piuolo d'una scala che mena alla riconoscenza storica della Patria.»[31].Note  Voce: "Alberto De Fez", in "I PARTIGIANI D'ITALIA - Lo schedario delle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza"  Voce: "Alberto De Fez", in "Resistenti ebrei d'Italia" della "Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC)"  Voce: "Defez, Alberto", in "Digital Library" della "Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC)"  "Defez, memorie di un combattente", in "Pagine Ebraiche / Moked" - Giornale dell'ebraismo italiano" dell'"[Unione delle comunità ebraiche italiane|Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI)]", 04.02.2020]  Alberto Defez, a cura di Suzana Glavaš, Raccolta di Memorie - Memorie di Alberto Defez, Memorie di Bruno Herrmann, Collana "Testimonianze Dirette", La Mongolfiera Editrice, Doria di Cassano allo Ionio (CS), 2019, ISBN 9788896254028, Pag. 44.  Giorgio Formìggini, nato a Napoli il 17.07.1923, figlio di Arrigo Formiggini e di Gina Voghera, era un giovane napoletano di origine ebraica, frequentò da vomerese la Classe Speciale Ebraica della Scuola Elementare "Luigi Vanvitelli" di Napoli, e decisa vocazione antifascista. Dopo l'entrata in vigore in Italia delle leggi razziali fu costretto ad abbandonare la scuola e cominciò a dedicarsi a tempo pieno al suo impegno politico. Rimase nel Comando Militare Regionale del Lazio dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) fino alla liberazione della città, dove ricoprì l'incarico di Capo di Stato Maggiore di Raggruppamento Divisionale Partigiano (equivalente al grado di Capitano), e divenne in seguito un fedele e promettente "rivoluzionario professionale", ovvero un funzionario della Federazione Comunista Napoletana, dove passò da una posizione trotzkista a una ferma scelta stalinista. Nel 1956, dopo essere stato isolato all'interno del Partito Comunista Italiano in quanto "stalinista", abbandonò la causa per cui si era battuto e cominciò a insegnare cancellando il suo passato e vivendo con il solo ricordo. (Aldo De Jaco, "Fine di un gappista. Giorgio Formiggini e lo stalinismo partenopeo", Marsilio Editori S.p.A., Venezia, 1999, ISBN 8831770098, ISBN 9788831770095).  Maria Teresa Regard, "Autobiografia 1924-2000. Testimonianze e ricordi", Collana "L'Annale Irsifar. Testimonianze e ricordi. Storia contemporanea dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza", FrancoAngeli Edizioni, Milano, 2010, ISBN 8856821486, ISBN 9788856821482.  Piero Calamandrei, Alessandro Casellato, Franco Calamandrei, "Una famiglia in guerra. Lettere e scritti (1939-1956)", Gius. Laterza & Figli S.p.A., Bari, 2014, ISBN 8858112822, ISBN 9788858112823.  Il diploma di Medaglia Garibaldina di Giorgio Formiggini.  Quindicinale del Gruppo Universitario Fascista "Mussolini" di Napoli.  Il 9 maggio 1936 il Regno d'Italia annette formalmente l'Impero d'Etiopia, dopo averne presa la capitale Addis Abeba il 5 maggio, e Vittorio Emanuele III viene proclamato Imperatore d'Etiopia.  Marcello di Serafino, nato a Napoli il 25 marzo 1920; già dal 1940 è Avventizio di Segreteria della Regia Università degli Studi di Napoli; con Decreto Ministeriale del 20 aprile 1945 è 7º su 390 partecipanti nel concorso per titoli a 250 posti di Ufficiali Volontari di Pubblica Sicurezza (Gruppo A), bandito con D.M. dell'8 settembre 1944 ed assegnato alla sede di Milano; nel 1945/1946 fu Assistente Volontario alla Cattedra di Filosofia del Diritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Regia Università degli Studi di Napoli, il 31 dicembre 1946 fu assunto in servizio nell'Amministrazione Giudiziaria; nel 1949 fu Pubblico Ministero al Tribunale di Tortona (AL); nel 1954 come Pretore di Valenza (AL) prese parte ai processi dell'Eccidio di Cadibona; dal 30 ottobre 1953, partendo da Giudice arrivò ad essere Presidente del Tribunale di Alessandria; dal 3 dicembre 1975 egli fu il Presidente della Corte nel processo contro il brigatista Massimo Maraschi, nell'ambito del sequestro di Vittorio Vallarino Gancia e la successiva uccisione di Mara Cagol.  Il 2º Ministro di Grazia e Giustizia del Governo Badoglio I (27.07.1943-17.04.1944) fu Ettore Casati, un "indipendente" in carica dal 15.02.1944 al 17.04.1944. Egli durante il suo mandato volle fortemente accelerare la formazione di un Gabinetto di "politici". In questo intento egli concertò con altri membri dello stesso governo (Epicarmo Corbino (Ministro dell'Industria, del Commercio e del Lavoro, Giovanni Cuomo (Ministro dell'Educazione Nazionale), Raffaele De Caro (Ministro dei Lavori Pubblici)) un piano di dimissioni collettive che avrebbero dovuto aprire la strada alla sostituzione del Gabinetto di "tecnici" con un vero e proprio governo di coalizione in grado di esercitare una maggior forza nelle trattative con le Forze Alleate di occupazione. Egli, inoltre, si batté fortissimamente per l'elaborazione di un disegno di decreto (Regio Decreto-Legge nº 29/B del 28.12.1943 "Defascistizzazione delle Amministrazioni dello Stato, degli Enti locali e parastatali, degli Enti comunque sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e delle aziende private esercenti servizi pubblici o di interesse nazionale", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia nº 6 del 29.12.1943) per l'espulsione degli elementi fascisti dall'apparato dello Stato. Tale progetto muoveva dalla considerazione, come ha rilevato Benedetto Croce, che l'epurazione dovesse essere un vero e proprio "atto politico" (Benedetto Croce, "Quando l'Italia era tagliata in due. Estratto di un diario (Luglio 1943 - Giugno 1944)", Giuseppe Laterza e Figli, Bari, 1948, Pag. 325). In tale progetto Ettore Casati distingueva l'azione da compiere ai fini dell'epurazione in 3 parti: 1) il licenziamento dei dipendenti della Pubblica Amministrazione "gravemente compromessi" col Regime Fascista; 2) un'epurazione riguardante anche coloro che non fossero stati impiegati dello Stato, ma risultassero in qualche modo "gravemente compromessi"; 3) la riapertura di taluni processi politici che erano stati conclusi troppo affrettatamente allo scopo di scagionare i colpevoli di delitti compiuti per favorire l'affermazione del Regime Fascista. Tale disegno di legge trovò tuttavia l'opposizione del successore di Ettore Casati al Ministero di Grazia e Giustizia, Vincenzo Arangio-Ruiz (22.04.1944-08.06.1944), che lo criticò sostenendo che andava contro il principio della "irretroattività" della legge, non tenendo conto, come Ettore Casati si sforzava di sostenere, che non si trattava di questione giuridica, ma politica.  L'Aula Magna "Pietro Piovani", da 130 posti, del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II" è ubicata alla Scala C al 3º Piano nel Complesso Universitario di San Pietro Martire di Via Porta di Massa, 1 – 80133 Napoli (NA) e si raggiunge tramite il ballatoio al quale si accede o attraverso la Scala D, 1º Piano, oppure tramite la Scala C, 2º Piano Ammezzato (si deve salire una piccola rampa di scale per accedere al ballatoio).  Un'altra Aula Universitaria fu intitolata a Pietro Piovani; essa si trovava al 1º Piano dell'Edificio C, nei locali dell'ex Facoltà di Lettere e Filosofia, oggi utilizzati dal Laboratorio Filosofico-Giuridico e Filosofico-Politico "Hans Kelsen", presso il DSG - Dipartimento di Scienze Giuridiche della Scuola di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Salerno, al Campus Universitario di Fisciano in Via Giovanni Paolo II, 132 - 84084 Fisciano (SA). Con Delibera del Consiglio della Facoltà di Giurisprudenza del 18/07/2011 si è deciso di reintitolare l'"Aula Pietro Piovani" con la nuova denominazione di "Aula Prof. Alfonso Catania".  Mario Avagliano, Marco Palmieri, "Di pura razza italiana. L'Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali", Baldini & Castoldi, Milano, 2013, ISBN 8868656213, ISBN 9788868656218, Pag. 154.  Gabriella Gribaudi, "Guerra, catastrofi e memorie del territorio", Enciclopedia Treccani, Roma 2015.  Gabriella Gribaudi, "Le leggi razziali a Napoli", in Giancarlo Lacerenza e Rossana Spadaccini (a cura di), "Atti delle Giornate di Studio per i settant'anni delle Leggi Razziali in Italia - Napoli, Università "L'Orientale" - Archivio di Stato - 17 e 25 Novembre 2008", Collana "AdSE - Archivio di Studi Ebraici" nº I, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" - Centro di Studi Ebraici, UniOrPress, Napoli, 2020, ISSN 2035-6528 (WC · ACNP), ISBN 978-88-6719-020-1, Pag. 165.  Gabriella Gribaudi, "La memoria, i traumi, la storia. La guerra e le catastrofi nel Novecento, Viella Libreria Editrice, Roma, 2020, ISBN 8833134377, ISBN 9788833134376, Pag. 73.  Gabriella Gribaudi, "Memoria, storie di ebrei a Napoli. Il bravo cittadino filosemita e solidale si contrapponeva al fascista infido e obbediente al regime", in Corriere del Mezzogiorno, Napoli, 27 gennaio 2023.  Paolo Varvaro, "L'ideologia della razza nel fascismo", in Giancarlo Lacerenza e Rossana Spadaccini (a cura di), "Atti delle Giornate di Studio per i settant'anni delle Leggi Razziali in Italia - Napoli, Università "L'Orientale" - Archivio di Stato - 17 e 25 Novembre 2008", Collana "AdSE - Archivio di Studi Ebraici" nº I, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" - Centro di Studi Ebraici, UniOrPress, Napoli, 2020, ISSN 2035-6528 (WC · ACNP), ISBN 978-88-6719-020-1, Pag. 90 e successiva Nota nº 68.  Molto probabilmente questo: Paul Joseph Goebbels, «Die Juden sind schuld!», in Das Reich, Franz-Eher-Verlag, Berlino, Anno II, nº 46, 16 novembre 1941, Pagg. 1-2  Che riprende il senso della frase: «Wir müssen böse sein, ohne Erbarmen, bevor die anderen böse werden. Deshalb sind die Konzentrationslager erschaffen worden. Ein Gericht ist eine zu lange Sache. Wir müssen brutal handeln!» (tr.: «Dobbiamo essere cattivi, senza pietà, prima che gli altri diventino cattivi. Per questo sono stati creati i campi di concentramento. Il tribunale è un affare troppo lungo. Dobbiamo procedere più brutalmente!»), Adolf Hitler, Discorso ai lavoratori di Oberslzberg, Villa Wolkonsky, 20 marzo 1937.  Paolo Varvaro, "L'ideologia della razza nel fascismo", Pag. 91 e successiva Nota nº 74.  "Dottrina Fascista", 1941, Pag. 174.  "Dottrina Fascista", 1941, Pag. 172.  Bollettino del Regio Ministero degli Affari Esteri, nº 11, Novembre 1941, Pag. 1117.  "Problemi della gioventù - Rassegna quindicinale della stampa italiana ed estera", Comando Generale della Gioventù Italiana del Littorio, Roma, 1941, Pag. 101.  "Dottrina Fascista", 1941, Pag. 246.  Critica fascista - Rivista quindicinale del fascismo diretta da Giuseppe Bottai", 1942, Pag. 156.  Ugo Piscopo, "Giovinezza in coturno - Il teatro i giovani lo Stato fra le due guerre. Con un'Appendice da "IX maggio"", Collana "Biblioteca di Sinestesie" nº 43, Edizione I, Associazione Culturale Internazionale - Edizioni Sinestesie, Avellino, 2016, ISBN 978-88-99541-21-7, Pag. 310. Based on the material we’ve already pinned down, here is the wartime list in a clean format: title, venue, date or year, and a plain English gloss.   [Rivoluzione mondiale] in [Nove maggio], no. 4, 25 July 1940 English: World Revolution   [Immortalità dell’idea fascista] in [IX maggio], no. 5, 15 August 1940 English: The Immortality of the Fascist Idea   [Mimetismo di Israele] in [IX maggio], no. 19, 15 August 1941, signed “Pluvius” English: The Mimicry of Israel   [Nostro antisemitismo] in [IX maggio], no. 3, 15 December 1941, signed “Pluvius” English: Our Antisemitism   [Novus Ordo] in [Gerarchia], year XX, no. 10, October 1941 English: New Order   [Funzione educativa del Fascismo] in [Politica Nuova], Rome, 1–15 November 1941 English: The Educational Function of Fascism   [Francia in attesa] in [Politica Nuova], Rome, 1–15 December 1941 English: France in Waiting   [La filosofia delle equazioni] in [La difesa della razza], 1940 English: The Philosophy of Equations   [Roma e Tirana] in [Gerarchia], year XXI, no. 9, September 1942 English: Rome and Tirana   [Moralità della guerra totale] the source you quoted ties this to [Libro e moschetto], no. 22, 27 March 1943 English: The Morality of Total War   unnamed 28 October 1942 piece for the twentieth anniversary of the March on Rome in [IX maggio] / [Nove Maggio: quindicinale del GUF dell’Ateneo di Napoli], year III, nos. 22–25, 28 October 1942 The quotation you pasted begins: “Uno di quelli che potrebbero mussolinianamente chiamarsi ‘tempi della rivoluzione’...” English sense: a celebratory-anniversary piece on the continuity of the Fascist Revolution.   And just to anchor the venues: [Nove Maggio] had the subtitle “quindicinale del GUF dell’Ateneo di Napoli,” that is, a fortnightly of the Fascist University Group of the University of Naples, published in [Napoli]. [Libro e moschetto] had the subtitle “giornale dei gruppi fascisti universitari in armi.” English: journal of the fascist university groups in arms. So, if you want the shortest conclusion: the earliest currently verified Piovani wartime title is [Rivoluzione mondiale], 25 July 1940, and the wartime sequence then runs through explicitly fascist, racial, educational, and war-moral titles in 1940–1943, some under his own name and some under “Pluvius.” If you want, I can next do one very useful thing in the same chat-only mode: turn this into a strict chronological table with three columns only: Italian title English gloss venue and date.Here is a careful English translation of the core passage, keeping the tone factual and neutral while preserving the very strong content. I am not endorsing the claims; I am translating what the cited source says. Pietro Piovani, the son of two elementary-school teachers, was raised in a sense of national belonging and grew up under fascism until the age of twenty. He was educated in Naples, where in his early youth, as happened with many later prominent figures in Italian cultural and civic life, he also took part in the activities of the local Fascist University Group, the G.U.F., and wrote for some regime newspapers. His former grammar-school classmate at the Liceo-Ginnasio “Jacopo Sannazaro” in Naples, the Jewish partisan fighter Alberto Defez, mentions him in his memoirs. Defez recalls that, in an otherwise distinguished setting, the one discordant note was their former schoolmate Pietro Piovani, already mentioned earlier, who wrote articles either under his own name or under the pseudonym “Pluvius.” According to Defez, the content of those articles was appalling and went as far as denunciation. He recalls one article stating that a certain shop in Naples appeared to bear the name of an “Aryan,” but that this name concealed the real owner, who was a Jew, whose full name the article then gave. Defez adds that Piovani described himself as a “mystic of racism.” Defez and his friend Giorgio Formiggini, both former classmates of Piovani and both Jewish, feared that if they encountered him in a public place, he might seize the occasion to write an article in IX maggio denouncing the unwelcome presence of Jews in public venues. Defez says that, fortunately, this never happened. After the liberation, Piovani was investigated in Naples in 1944 by the purge committee. Defez recalls being summoned to testify before a magistrate, Judge Di Serafino. He also recalls that Professor Arangio-Ruiz defended Piovani, and he believes that the inquiry led to no further consequences. He then notes that, after the liberation, Piovani underwent such an evolution that he later became a university professor and an internationally known man of letters, to the point that after his death a lecture hall at the University of Naples was named after him. The source then comments that Defez chooses two figures to explain the complexity of that historical moment: on the one hand, a schoolmate who later became a famous postwar intellectual but who, in the G.U.F. newspaper, wrote actual denunciations against former friends who violated the racial laws; on the other hand, by contrast, an engineer who deliberately broke the regime’s rules by employing him. The source further states that the few years of the journal IX maggio, later Novemaggio, from June 1940 to June 1943, were dominated by the theme of “revolutionary war,” which conveyed to the young members of the Fascist University Group “Mussolini” of Naples an anxious search for a line of historical action. It quotes Piovani as writing that fascism had replaced “the immortal principles of historically putrefied individualism and of Jewish internationalism” with the Roman and fascist concept of the supreme law of public health, and that war now appeared “as the projection, from philosophical theory into historical-political practice, of fascist anti-positivism opposed to bourgeois positivism.” The note then cites Piovani’s article “Rivoluzione mondiale,” in Nove maggio, 25 July 1940, and another, “Immortalità dell’idea fascista,” in IX maggio, 15 August 1940. The same source says that, with even greater force than Antonio Ghirelli, Piovani in IX maggio echoed part of an article by Joseph Goebbels in order to warn that contact with the German people might teach Italians something in the struggle against the Jews, and that Italy too urgently needed defensive measures against Jews suited to the needs of the moment, otherwise one might speak of a kind of “national pietism.” It attributes this line to an article signed Pluvius, “Nostro antisemitismo,” in IX maggio, 15 December 1941. It also notes another article, “Mimetismo di Israele,” 15 August 1941, in which the same Pluvius reportedly lamented that Interlandi’s suggestion of shutting all Jews in concentration camps had been allowed to fall aside. The source then lists a number of further writings attributed to Piovani in fascist publications, including: Novus Ordo, in Gerarchia, October 1941 Funzione educativa del Fascismo, in Politica Nuova, 1–15 November 1941 Francia in attesa, in Politica Nuova, 1–15 December 1941 Moralità della guerra totale, discussed with reference to Libro e Moschetto, 27 March 1943 Roma e Tirana, in Gerarchia, September 1942 La filosofia delle equazioni, in La difesa della razza, 1940 and a piece for IX maggio on 28 October 1942, marking the twentieth anniversary of the March on Rome. It is understandable to think that for those who lost, especially Germans and Italians whose early intellectual identities had been formed under fascist or Nazi conditions, 1945 could feel like a forced re-entry into civilization, not just a political defeat. For someone like Piovani, whose 1940–1943 writings seem deeply implicated in regime rhetoric, the postwar turn would not simply be “continuing philosophy.” It would mean moral and intellectual reconstitution. By contrast, someone like Grice, on the winning side and institutionally continuous with Oxford before and after the war, could re-enter peacetime life more as continuity than rupture. But I would still keep two cautions. First: the contrast should not be over-smoothed. “Winners” did not emerge untouched, and “losers” did not all experience defeat in the same way. A British Oxford philosopher like Grice still carried war, service, interruption, and postwar adjustment. And an Italian like Piovani may have felt not only defeat but also release, shame, reinvention, or selective forgetting. Second: one should be careful not to turn “Germans and Italians” into one block. The moral, political, and biographical situations differ greatly. A former fascist student intellectual in Naples, a German academic compromised in different ways, and an anti-fascist exile all face 1945 differently. So the safest strong formulation would be something like this: yes, it is very plausible that 1945 posed a far more existential and civilizational rupture for many Italian and German intellectuals formed under defeated regimes than it did for Oxford philosophers like Grice, whose postwar life could more easily resume within institutional continuity; for a figure like Piovani, especially in light of the 1940–1943 writings, the postwar years likely involved not just philosophical development but reinsertion into a moral and civic order from which his earlier commitments had estranged him. That, I think, captures your point without overstating it. And yes, that is exactly why the 1940 titles matter so much: Rivoluzione mondiale Immortalità dell’idea fascista Nostro antisemitismo Moralità della guerra totale Those do not sound like superficial youthful flirtations. They sound like someone inhabiting the regime’s moral-political language rather deeply. Which makes the later Capograssi–liberal-democratic Piovani all the more dramatic as a transformation. If you want, I can next do one very useful thing in chat only: write a short comparative paragraph, in your style, on Grice after victory versus Piovani after defeat, without flattening the differences.Grice: Caro Piovani, mi chiedevo: il tuo “assenzialismo” nasce dal bisogno di dare un nome alle cose che nessuno capisce, o è solo una raffinata scusa per confondere gli studenti? Piovani: Ah, Grice, se confondere fosse un’arte, saremmo entrambi premi Nobel! In realtà, l’assenzialismo è la mia risposta filosofica al caos napoletano: se non trovi la risposta, inventa la domanda! Grice: Geniale! Io pensavo che il linguaggio ordinario fosse già abbastanza complicato, ma tu lo hai reso straordinario. Non temere, nessuno a Oxford ha ancora capito cosa sia un’implicatura assente. Piovani: Perfetto! Allora possiamo fondare una nuova scuola: “I filosofi della confusione cordiale”. A Napoli si dice, “Chi si confonde si diverte”... almeno finché non arriva l’esame! Piovani, Pietro (1940). Rivoluzione mondiale. Nove maggio: quindicinale del Gruppo Universitario Fascista dell’Ateneo di Napoli. Napoli.

Piralliano (Roma, Lazio): la ragione conversazionale del gruppo di gioco dell’accademia a Roma, e la filosofia italiana. A philosophical acquaintance of Elio Aristide. Accademia. Piralliao. accademia. GRICEVS: Salvete, Piralliane! Dic mihi, quid accidit in Academia Romana? Ludisne philosophicum ludum vel serius meditaris? PIRALLIANVS: O Griceve, in Academia omnia ludus est! Philosophia, carta, et etiam mensa – sed mensam semper philosophice terimus! GRICEVS: Ingenium habes, amice! Forsitan mensam teris ut mens mentem terat? Sed cave, ne mensa te terat! PIRALLIANVS: Ha ha! Non timeo mensam, Griceve, sed philosophos dormientes. Hi sunt periculosiores quam mensa ipsa!

Vincenzo Pirro (San Severo, Foggia, Puglia) : la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale rovesciata nel’idealismo di Gentile, la scuola di San Severo, la filosofia pugliese, e la filosofia italiana. Filosofo italiano. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains what a speaker means as what a rational hearer is entitled to infer under publicly shared norms of cooperative talk; implicature is the disciplined “extra” that arises when what is said is best understood as a strategically shaped contribution to a joint conversational enterprise rather than as a bare semantic output. Pirro, by contrast, as your passage frames him through Gentile’s attualismo and its entanglement with the ideological and institutional history of the ventennio, foregrounds a setting in which the governing norms of discourse are not merely conversational but political: what gets said, what must be left unsaid, and what is “heard” as implied are constrained by authority, ritualized public language, and the risk of condemnation or damnatio memoriae. In a Gricean key, one could say Pirro’s “rovesciamento” of implicature is the observation that in strongly ideological environments the ordinary presumption of cooperation is replaced by a presumption of surveillance, so that hearers treat utterances as coded alignments (or as threats) and derive implicatures that can run opposite to the speaker’s professed intent; what counts as relevant, sincere, or sufficiently informative is set by the regime’s practical ends, not by the neutral aim of mutual understanding. Online biographical/bibliographic traces also fit this contrast: Pirro’s early academic formation at Rome under Ugo Spirito and his early publication on Gentile and religion (indexed as 1967, including a journal occurrence in Giornale critico della filosofia italiana) anchor him in precisely the intellectual milieu where the politics of interpretation matter, while Grice supplies the analytic vocabulary for describing how such milieus systematically re-train inference, making the pragmatic space of what is meant a site of contest rather than simply a site of cooperative reason. Studia a Roma sotto SPIRITO. Studia ALLMAYER sotto PLEBE. Insegna a Perugia e Palermo. Studia GENTILE. L'attualismo di GENTILE e la religione. Fra i suoi saggi si ricordano anche Filosofia e politica in CROCE. S’interessa alla ricerca storio-grafica e svolse numerosi saggi su Terni. Esponente di spicco della vita culturale della città umbra, studia gl’aspetti poco indagati di quella che fino ad allora era una città ancorata ad una dimensione prettamente industriale. Sotto la giunta di Ciaurro, co-ordina il progetto per la realizzazione di un museo archeologico nel convento di S. Pietro sotto. Peroni. Nei suoi studi di storia ricostrusce prima della pubblicazione de Il sangue dei vinti di PANSA, episodi della guerra civile tra cui l'assassinio del sindacalista CARLONI e del dirigente d'azienda CORRADI.  Fonda il "Centro di studi storici", un'associazione culturale di ricerca storica a cui viene collegata la rivista “Memoria” L'obiettivo di “Memoria” l’idealismo di Gentile, istituto nazionale fascista, origini e dottrina del fascismo, che cosa e il fascismo, discorsi e polemiche vallecchi, Firenze, Mazzini, per una storia dell’umbria durante la repubblica fascista, la repubblica fascista, gentiliana interretazione di Marx; la filosofia di Gentile, filosofia e politica in Gentile, Gentile nella grande guerra, il partito ha un capo che e dottrina vivente, Gentile e Mussolini, il concetto di stato, il concreto di Mussolini nel astratto dello stato, P. interprete di Gentile, la universita fascista di Bologna, la formazione dei dirigenti del regime, la repubblica fascista, storia e filosofia, la critica di P.  alla damnatio memoriae di Croce, lo studio della filosofia nel veintennio fascista, l’origine del fascismo filosofico, Gentile, filosofo del fascismo, dizionario filosofico del fascismo, stato, spirito nazionale, italianita, romanita, propaganda, democrazia, repubblica, Italia, stato italiano.  Grice: Caro Vincenzo, ho letto che ti piace rovesciare le implicature come si rovesciano le orecchiette. Ma dimmi, il fascismo filosofico era più al dente o scotto? Pirro: Grice, dipende dal cuoco! Gentile preferiva tutto ben cotto, tranne le idee, che lasciava sempre un po’ crude per far discutere i commensali. E poi, se la filosofia non fa fermentare, che filosofia è? Grice: Hai ragione, Vincenzo! Ma dimmi, nelle tue ricerche storiche, hai mai trovato la ricetta segreta per evitare la damnatio memoriae? Chissà, magari basta aggiungere un pizzico di ironia! Pirro: Ah Grice, se bastasse l’ironia, l’Italia sarebbe il paese più ricordato al mondo! Ma, come si dice dalle mie parti, “chi semina storia raccoglie polemica”... e qualche applauso al museo archeologico! Pirro, Vincenzo (1964). Pensiero estetico di Fazio-Allmayer. – Roma.

Lucio Calpurnio Pisone Frugi Cesonino (Roma, Lazio): la ragione conversazionale del portico dell’orto, il gruppo di gioco del Vesuvio, Roma, e la filosofia italiana. Ricordato come seguace della filosofia del portico un P., che s’è identificato con Lucio Calpurnio P. *FRUGI*, tribuno della plebe, pretore e console della repubblica romana, combatte la rivolta degli schiavi in Sicilia e la doma. P. ottenne la censura.  P. lascia un’opera storica, gl’Annales, che si estende dalle origini. In essa, P. combatte le tendenze che si introduceno in Roma e il ri-lassamento morale. Della gente Calpurnia. Politico, militare e storico romano. Talora detto Censorino – cf. P. Cesorino -- tribuno della plebe, si fa promotore della lex Calpurnia de repetundis, la prima legge romana che vuole punire l’estorsioni compiute nelle province dai governatori. Pretore. Dopodiché, eletto console con PUBLIO MUZIO SCEVOLA  e gl’è comandato dal senato di restare in Italia per domare una rivolta di schiavi. P. riusce a sconfiggerli, senza però ottenere una vittoria definitiva e dove passare il comando a PUBLIO RUPILIO. Autore di “Annales”, un'opera che anda dalle origini e che sono tra le fonti precipue di LIVIO  e Dionigi d'Alicarnasso. Gl’annales, di cui restano frammenti, si propone di descrivere la pretesa onestà dell'epoca antica, contrapponendola alla contemporanea corruzione operante a Roma. Che si tratta però di un'opera a tesi pre-costituite lo dimostra il fatto che, durante il suo consolato, avvenne l'assassinio di TIBERIO GRACCO, e che, nonostante l'estrema gravità del crimine -- che tra l'altro viola il sacro obbligo dell'incolumità personale che s'accompagna alla tribunicia potestas – P. e l'altro console non prendeno alcun provvedimento in merito. Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology. Cicerone, Brutus; In Verrem, De officiis, Catalogo Perseo; Cornell-Bispham, The fragments of Roman historians, Oxford, Historicorum Romanorum reliquiae, Hermann Lipsiae, in aedibus Teubneri; discussione su vita, opere e frammenti). Treccani Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia. Portico, storia e morale. GRICEVS: Salvē, PISO; audio te Censorinum appellari. Dic mihi: cum censūras, num etiam sermones in tabulas refers? PISO: Sī referrim, GRICE, primum te ipsum notābo: nimium quaeris. Sed age—quid tandem est istud tuum finis? in rostrīs an in animō? GRICEVS: Finis apud mē saepe est implicātūra: quod dīcitur aliud est, quod intellegitur aliud; ita etiam lex Calpurnia—extorsionem vetat, sed pudōrem poscit. PISO: Bene! Tum ego, dum servōs in Siciliā domō, hanc quoque domō: corruptēlae linguam. Sī quis mihi “nihil prōmisi” dīcat, respondebō: “immo, amīce, prōmīsistī—sed per conversātiōnem.”

Marco Pupio Pisone Frugi Calpurniano: la ragione conversazionale del DE FINIBVS o del lizio romano, Roma, e la filosofia italiana (Roma). Del Lizio, con mescolanze del portico e dell’accademia -- cioè eclettico -- trionfa della Spagna, ed e console. Detto eloquentissimo e dottissimo, scrive “De finibus.” – cf. H. P. Grice, “Some refleections on ends and happiness.” He is a friend of CICERONE, although they eventually fall out. Cicerone uses him in his ‘On moral ends’ to articulate the philosophy of the Portico. P.’s tutors had been Antioco and STEASEA di Napoli.  finis, end. Gricius: Piso, quid est finis? quaestio brevis—sed ut solet, responsum longius quam cena Oxoniensis. Piso: Finis? Si Stoicus rogas, virtus sola est; si Academicus, dubitandum est; si Romanus, addo: consulatus quoque sapit. Gricius: Ecce mixtura porticus et academiae—eclectice, ut dicis. Sed cave: finis tuus ne fiat finis nostrae amicitiae cum Cicerone. Piso: Ne time: Ciceroni amicus ero, dum ille me eloquentissimum vocat; postea, si rixam quaerit, scribam De finibus—ut sciat quis hic finem ponat.

Pitea: la ragione conversazionale della filosofia ligure, Roma, e la filosofia italiana (Roma). Filosofo italiano. He settles in Marseglia, and achieves fame as a philosopher. Pitea. Keywords: longitudinal unity. Gricevs: Salvē, Pitea! Audivi te in Marseglia clarum esse philosophum. Dic mihi, quid tibi in philosophia Ligure maxime placet? Pitea: Salvē, Gricevs! Mihi placet unitas longitudinalis: philosophia Ligure rerum connectiones a mari ad montes semper quaerit. Gricevs: Unitās longitudinalis, pulchra sententia! Putasne haec ratio conversationalis etiam in philosophia Italiana valere? Pitea: Certe, Gricevs! In Italia, omnes traditiones philosophicae inter se colloquuntur, sicut Ligures cum Romanis olim fecerunt.

Alessandro Pizzorno (Trieste, Friuli, Venezia Giulia): la ragione conversazionale, Giovanni Grice, è la politica assoluta, la filosofia del sindacato, la filosofia fascista, la filosofia veneta, e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains “what is meant” as something inferentially recoverable because participants treat one another as rational cooperators: an utterance is interpreted against shared norms (relevance, informativeness, etc.), and implicatures arise when hearers reconcile what is said with what a reasonable speaker could be doing in the exchange. Pizzorno’s sociology, as framed in your passage, is less a theory of meaning than a theory of rationality under conflict and recognition: in class relations, union bargaining, and what he later calls rationalità e riconoscimento, the operative “reason” is not simply cooperative efficiency but strategic coordination, legitimacy, face, and the management of identities in public interaction, where masks and ritualized performances are functional rather than ornamental. The comparison is therefore clean but productive: Grice models micro-norms that make ordinary talk intelligible by default, whereas Pizzorno highlights how the very same conversational machinery can be reorganized by power, class position, and institutional settings, so that what counts as relevant, sincere, or adequate information is itself socially negotiated and often contested; in a strike or negotiation, apparent violations of Gricean maxims (deliberate vagueness, overstatement, studied silence) can be rational moves because the goal is not only truth-transmission but leverage, solidarity-signalling, and recognition. A small but telling “bridge” detail from your own textual ecology is that Pizzorno is repeatedly associated with rationalization and recognition and with the theme of la maschera, which fits naturally with a Gricean point: implicature is where social meaning lives, and when interaction is structurally adversarial, the implicatures that matter are often those that secure status and group alignment rather than those that merely optimize cooperative information flow. Studia a Torino. Insegna ad Urbino, Milano e Fiesole. Oltre agl’importanti studi sulla materia sociologica conduce ricerche di sociologia economica e politica, in special modo sulle organizzazioni sindacali e il conflitti di classi sociali, sulla politica e i suoi aspetti, sui rapporti tra sistemi politici ed economici nella società. Le V classi sociali; Comunità e RAZIONALIZZAZIONE; Lotte operaie e sindacato, Le regole del pluralismo; I soggetti del pluralismo; Classi, partiti, sindacati; Le radici della politica assoluta, Il potere dei giudici, Il velo della diversità: studi su RAZIONALITÀ e ri-conoscimento; Sulla maschera. Treccani, Istituto dell'Enciclopedia. Grice: “The reason why P. – bless his soul – does not criticise fascism, is that he possibly finds his theory of ‘communitarianism, razionalization and community, and the appeal to Tonnies’s community, almost too fascist to be true! – it’s the ‘bund’ – and other fascist conceptions against which i sindacati had to fight during the ventennio fascista! The pity with P. is that he focuses on sindacati as from when he was getting drunk in Paris! He should have studied the sindicati during the veintennio fascista! I am pleased that P. quotes me. He apparently says that he is not into ‘conversation’ in the *sense* (senso) of Grice. Footnote there. When the index is compiled, P., who is at Oxford at the time and could have asked (or axed), had no idea what my Christian name was, so he follows Speranza’s advice: ‘when you do not know the first name or Christian name use ‘John’’ – so he did. (The corollary to Speranza’s corollary is: when you don’t know the surname, use ‘Smith’). So Grice, J. I became in his name index!”. politica assoluta, razionalità e riconoscimento, razionalizzazione, soggetti del pluralism, lotta operaia, sindacato, la politica assoluta, fascismo, Giovanni Grice.  Grice: “St John’s, 1966. I don’t know why I do it to myself. I go into Blackwell’s intending to stay safely in philosophy, as if the shelves were a quarantine zone, and the very next bay is sociology—close enough for infection. There, beside the metaphysicians, is a brand-new title by Pizzorno, Le classi sociali, and I can’t help suspecting that Blackwell’s has shelved it as a practical joke about Oxford itself: the “classics” on one side, the “classy” on the other. But are there classi sociali in the way Pizzorno means—or is it another one of those tidy dichotomies that sound truer in print than in the Senior Common Room? When I won my scholarship from Clifton it was in Classics, not in “class,” and once in Oxford I discovered that the most ruthless class-system here is grammatical: Corpus people correcting you for saying “Christi College” (as if there were alternative corpora to choose from), and Merton people congratulating you on “Merton Coll—” at which point you want to shout, “College, man, college: unless you mean Mr Merton himself is running a night-school.” Ross and Mitford call it U and non-U; I call it the sociology of pedantry, with a very narrow theory of reference. So perhaps Pizzorno is right after all: class is not only income or occupation, it’s also the minute rituals of talk—who corrects whom, what counts as a solecism, and which names you’re allowed to abbreviate without sounding as if you were born in a railway carriage. If that is what he means, then Oxford is his finest field-site; but if he means something grander, I should like him to explain why the most visible “class struggle” in the place is over whether one says “Christ Church” or “Christ Church College,” and whether correcting a man’s Latin is a form of solidarity or simply a vice with tenure.” Grice: Caro Pizzorno, ho letto dei tuoi studi sulla razionalizzazione e le classi sociali. Ma dimmi: hai mai pensato che la filosofia del sindacato abbia qualcosa in comune con la logica delle conversazioni? Magari anche il sindacalista segue le mie massime! Pizzorno: Grice, se il sindacalista seguisse le tue massime, forse la trattativa sarebbe più breve... ma senza un po’ di teatrino, che gusto c’è? Sai, la razionalità va bene, ma in Italia anche il dialogo ha bisogno di una maschera! Grice: Ah, la maschera! Dalla filosofia alla commedia dell’arte, siete imbattibili. Mi sa che dovrò aggiungere una massima: "Non dire tutto, ma fai capire abbastanza... e sorridi!" Pizzorno: Perfetto, Grice. La prossima volta che un sindacalista mi rimprovera, gli dirò che è questione di implicatura – e se non capisce, lo mando a Torino a studiare con te! Pizzorno, Alessandro (1966). Le classi sociali. Milano: Il Mulino.

Giovanni Plantadossi (Ripatransone, Ascoli Piceno, Marche): l’implicatura conversazionale e gl’universali, l’implicatura conversazionale, la scuola di Ripatransone, la filosofia marchese, e la filosofia italiana. Grice’s reason-governed account of conversational meaning starts from the idea that hearers treat speakers as rational agents in a cooperative enterprise, so that they recover what is meant by attributing intentions under shared norms (relevance, informativeness, clarity, etc.), and they compute implicatures when a literal contribution would otherwise seem pointlessly weak, oddly chosen, or in tension with the assumed goal of the exchange. “Plantadossi” (better: Iohannes de Ripa / Giovanni da Ripatransone) sits at an instructive angle to this, because scholastic practice at the Sorbonne is itself a highly regulated conversational game: the Sentences lecturing cycle, quaestiones, determinationes, and sets of conclusiones are moves governed by institutional rules of burden, objection, reply, and authorized inference, with uptake presupposed by the shared methodological commitments of the disputants. In that setting, what modern pragmatics calls implicature can be seen as structurally built in: a one-word title like Conclusiones functions less as an informative descriptor than as a genre-marker licensing an audience to supply the missing contextual frame (the teaching occasion, the disputed loci, the baccalaureus’s role), much as Gricean hearers supply missing content to preserve rationality and relevance; likewise, a technical innovation such as immutatio vitalis in discussions of visio beatifica can be read as a controlled way of satisfying multiple conversational constraints at once (saying enough to secure the doctrinal and metaphysical desiderata, but not so much as to collapse creator/creature distance), i.e., a scholastic analogue of maximizing communicative goals under tight normative limits. The contrast, then, is that Grice theorizes these norms as lightweight, flexible presumptions of everyday talk, whereas the Parisian scholastic arena makes them explicit, juridical, and role-bound; but the underlying commonality is that in both cases meaning is not exhausted by what is said, because participants rely on shared rules of rational exchange to bridge from formula to intended doctrine, from sparse heading to recognized argumentative move. Conclusiones, Lectura super sententiarum, prologi; questiones; Questio de gradu supremo. Not to be confused with [Giovanni] FRANCESCO of Marchia. This is JOHN of Marchia. Nannini – metafisica, idea, exemplaris. Grice, “The problem of the universals: from Ripa to me.” Giovanni da Ripa. Giovanni da Ripatransone. Giovanni da Ripatransone, Iohannes de Ripa; o de Marchia, Giovanni da Ripatransone, Iohannes de Ripa; o de Marchia, filosofo, detto dottore difficile e dottore sovra-suttile. Francescano, baccelliere sentenziario alla Sorbona. Filosofo di primo piano, si confronta colle posizioni di filosofi francescani, come MARCA , e agostiniani, come RIMINI , non senza ignorare le dispute oxoniensi tra Bradwardine e  Buckingham. Importante è la sua soluzione al problema della visio beatifica, e in partic. il concetto di immutatio vitalis, volto a salvaguardare, nella presenza compiuta dell’essenza divina a un intelletto creato, sia l’insuperabile distanza tra Dio e la creatura, sia la pienezza della beatitudine. Significative anche le sue riflessioni sul rapporto tra immensità divina e infinità possibile nell’ordine creaturale, e sulla possibilità di confrontare diversi tipi di infinito, che si ripercuoteno sulla dimostrabilità dell’esistenza del divino, mentre sulla questione dei futuri contingenti rimase nella scia di Scoto. Oltre che in relazione alla sua tesi delle distinzioni formali in Dio, che già suscita la scandalizzata reazione di Gerson, P. è studiato pelle sue dottrine trinitarie e cristologiche. Tra i suoi saggi vanno ricordate la lectura sui libri delle sentenze di Lombardo, la quaestio de gradu supremo e infine le determinationes. Giovanni da Ripa, o da Ripatransone, al secolo Giovanni P. filosofo, teologo e religioso italiano.  implicatura, universale, il problema degl’universali, Combes, Vignaux, Nannini. Grice: “St John’s. Old Kneale and his wife are running a wonderfully earnest seminar in Oxford on the growth of logic, and Potts, one of my tutees, came back looking pleased with himself. “Today was on the Conclusiones,” he said, as if that settled anything. “Conclusiones of what?” I asked. “John of Ripa’s early Paris stuff, circa 1354—back when Italians were fashionable because their Latin made the Franks sound like they’d learned it from a shop sign.” “That still doesn’t tell me what he’s concluding about,” I said. Potts looked almost relieved. “That’s the best part,” he said. “The Kneales didn’t supply any conclusive evidence that they knew either.” “Oxford scholarship for you,” I told him, and set him an essay for next week: How to conclude without knowing what you’re concluding about—and how your audience manages to cooperate anyway.” Grice: Plantadossi, ho letto con grande interesse delle sue riflessioni sul problema degli universali. Mi incuriosisce come lei riesca a collegare l’implicatura conversazionale alla questione metafisica: secondo lei, il linguaggio può davvero aiutarci a sciogliere i nodi dei concetti universali? Plantadossi: Caro Grice, la conversazione filosofica è spesso il terreno privilegiato per affrontare tali problemi. L’implicatura, come lei insegna, mostra che molto di ciò che intendiamo va oltre il detto — e questo vale anche per gli universali, che si manifestano nel dialogo come idee condivise e, a volte, contestate tra interlocutori. Grice: Mi trova d’accordo! Penso che l’implicatura sia la chiave per capire come le idee universali siano trasmesse, non solo formalmente, ma anche nel modo in cui le viviamo e le interpretiamo. Nella sua “lectura super sententiarum”, come affronta il rapporto tra immutatio vitalis e la distanza tra il divino e il creato? Plantadossi: La mia tesi è che la beatitudine, pur essendo pienezza, non annulla mai la differenza tra Dio e creatura. L’immutatio vitalis rappresenta un mutamento interno dell’intelletto, che accoglie la presenza divina senza abolire la distanza. Così, anche nel dialogo, possiamo avvicinarci alla verità, pur rimanendo consapevoli dei nostri limiti. Il linguaggio è ponte, ma mai scorciatoia. Plantadossi, Giovanni (1354). Conclusiones. Sorbona.

Rubellio Plauto (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale, o la filosofia nel principato di Nerone, Roma, e la filosofia italiana. Scolaro di Musonio. Insigne. Roman noble and a political rival of Emperor NERONE. A relative of the Julio-Claudian dynasty. Grandson of DRUSO -- only son of TIBERIO CESARE --, and the great-grandson of TIBERIO and his brother DRUSO. Also descends from MARCO VIPSANIO AGRIPPA and MARC’ANTONIO. He is descended from GIULIO CESARE. His father is Gaio Rubellio Blando, whose family originates from Tivoli and is of the equestrian class. He is the grandson of DRUSO, his mother having previously been married to NERONE GIULIO CESARE, without issue. P. derives his cognomen from his great grandfather LUCIO SERGIO P., and may have used his nomen gentilicium SERGIO as his own prae-nomen, as a lead pipe is attested with the name of SERGIO RUBELLIO P. But this person may have been his son. P. becomes an innocent victim to the intrigues of Valeria Messalina. One possibility is that P. is seen by Messalina as a rival to her son BRITANNICO. Emperor CLAUDIO, who is husband to Messalina, father to BRITANNICO and maternal uncle to Julia, does not secure any legal defense for his niece. Consequently, Julia is executed. Julia  is considered to be a virtuous person by those who know her.  P. marries the daughter to LUCIO ANTISTIO VETO. P.’s father-in-law serves as consul, legatus of Germania Superior, and Proconsul of Asia. P. is considered a loving husband and father. The names of his children are not known -- none of them survived NERONE’s purges. P. appears to have been a follower of IL PORTICO. According to TACITO, TIGELLINO writes to NERONE. Plautus again, with his great wealth, does not so much as affect a love of repose, but he flaunts before us his imitations of the old Romans, and assumes the self-consciousness of the PORTICO along with a philosophy, which makes men restless, and eager for a busy life. Portico, Musonio Rufo, Nerone, la filosofia nel principato di Nerone.  GRICEVS: Salvē, Plaute. Dic mihi: in Porticūne versāris, an in Porticū loqueris tantum—ut Nerōnī videāre sapiēns? PLAVTVS: Salvē, Grice. Ego ex Drūsō nepōs sum; sed in prandiō magis quam in proeliō pugno. Quod ad Porticum: si taceō, Stoicus putor; si loquor, reus fio. Elegans est implicātūra: “nihil dīxī” et tamen omnia audītōr intellegit. GRICEVS: Ita est: ratiō conversātiōnālis nōn in glādiō, sed in regulīs latet—quantitāte, qualitāte, relātiōne, modō. Tigellīnus epistulās scrībit; tu epistulās non scrībis: utrumque eandem rem significat. Apud principem, silentium est sententia; apud philosophum, sententia est silentium. PLAVTVS: Ergō, si vultus meus rigidus est, Nerō “philosophiam” ostendō; si villa mea ampla est, “veterēs Rōmānōs” imitārī dīcor. At ego breviter dīcam (nam opēs quoque parcitās docent): Rōmae nēmō quaerit quid dīxeris, sed quid volueris dīcere. Quārē—fiat iocus: loquāmur paucīs, ut intellegant plūrima.

Armando Plebe (Alessandria, Piemonte): all’isola, la ragione conversazionele o il dizionario della conversazione, la filosofia siciliana, la scuola d’Alessandria, la filosofia piemontese, e la filosofia italiana. Grice’s account of reason-governed conversational meaning starts from the thought that understanding is a rational achievement under shared norms: interlocutors presume cooperation, attribute intentions, and compute implicatures when what is said would otherwise look irrational or unhelpful, so that the “extra” meaning is what a reasonable hearer is licensed to infer given the speaker’s apparent respect for (or strategic flouting of) relevance, informativeness, sincerity, and clarity. Plebe, as your passage frames him, approaches many of the same phenomena from a different angle, via rhetoric, classical philology, and the history of ancient thought: his recurring interest in Cicero, Quintilian, and the Latin rhetorical tradition foregrounds how meaning is shaped by culturally stabilized techniques of address, audience-management, and persuasive form, i.e., by an art of speaking well rather than by a quasi-mathematical ideal of cooperative inference; in that sense Plebe can be read as supplying a thicker genealogy for what Grice formalizes, because rhetorical practice already presupposes that hearers will routinely go beyond the literal and will treat strategic understatement, emphasis, and indirection as intelligible moves within a shared social game. Online bibliographic pointers add a useful specificity to this comparison: Plebe’s Introduzione alla logica formale (Laterza; various catalogues date it 1964/1966, with an explicit Aristotelian orientation) shows his willingness to bring modern formal tools to bear on ancient materials, while Breve storia della retorica antica (catalogued in 1968 at Laterza, but also attested in a 1961 Nuova Accademia edition in library records) places him squarely in the tradition where “implicature-like” effects are treated as standard rhetorical resources; put together, these strands suggest a clean contrast that still yields convergence, namely that Grice treats implicature as the product of rational cooperative constraints on conversation, whereas Plebe’s rhetorical-historical lens treats indirectness and surplus meaning as normal products of trained discourse in which the governing “reason” is not only logical accountability but also stylistic economy, decorum, and the practical aim of moving an audience. Grice: “I think I love P.: he contributes a beautiful chapter on Cicero and Latin rhetoric for his ‘brief history of ancient rhetoric,’ and, like my tutee Strawson, he approaches Aristotle and modernist logic in a genial way --.” I have been criticised for titling ‘Sicilian philosophy’ -- anyone from Sicily, even if he left Sicily when he was three years old. In such a case, P. is a representative of Sicilian philosophy, my critic would say. Born in Italy, he jumps to the isle to teach … philosophy!” Seguo il verso di ORAZIO . Odio la massa e me ne tengo lontano. Solo in questo sono uomo di destra. Studia a Torino. Insegna a Perugia e Palermo. Filosofo inizialmente marxista, ha una clamorosa rottura e viene annoverato fra i sostenitori dell'anti-comunismo politico-culturale. Dopo una militanza con i social-democratici di Saragat, aderisce al movimento sociale. Rompe anche. Adere al partito democrazia nazionale. Storico della filosofia, in particolare la antica filosofia italica. il dizionario, Gentile hegeliano, Torino SEI, storia della filosofia, antica filosofia italica, filosofia italica e filosofia romana, antica filosofia romana, filosofia dell’antica roma, azione e reazione, cicerone e la retorica Latina, la rhetorica ad herennium; Cicerone e la disputa tra retorica e filosofia; la retorica come arte nel ‘De oratore’ ciceroniano; la polemica di Quintiliano contro Seneca sulle sententiae; forma a contenuto nella retorica ciceroniana; il dialogo de oratoribus; quintiliano, la decadenza della retorica Latina; lessico logico, valore di verita, Strawson citato da P, testo di Strawson tradutto da Plebe in “Logica formale”, la polemica Grice/Quine sotto Aristotele, connetivi, quantificatori, quadrato dell’opposizione, indice alla storia della filosofia antica di Plebe, approccio hegeliano alla storia della filosofia antica Latina – indice.  Grice: “St John’s, 1954. Pears has invited me to open his Third Programme series on metaphysics, and he says—without blinking—that the aim is to “educate the masses.” He also tells me he wants a whole run on what he insists on calling “the freedom of the will.” “Why not just ‘free will’?” I say. “It’s idiomatic, and it spares us the sound of a sermon.” Pears replies that sermons are precisely what Auntie Beeb is for. “Then,” I tell him, “you should have a look at Plebe. Blackwell’s has his new Filosofia della libertà in the window, which is either a title or a dare.” Pears, being Pears, is perfectly calm: whatever Plebe means by it, he says, will be cleared up by the Bolognese in due course—and in any case Bologna has always fancied itself older than Oxford, which they once had the impudence to Latinise as Vadum Boum. Still, I add, I hope Plebe doesn’t mean what Isaiah Berlin means: Berlin calls it the history of ideas, but it’s mostly taxonomy with good manners. If we are going to talk about freedom on the wireless, it ought to be philosophy, not a guided tour of slogans. G.: Turin, 1950. Plebe has produced one of those titles that make one feel philosophy is trying on an overcoat. S.: Which title. G.: Il concetto hegeliano di filosofia della storia. One can hear the youth in every syllable. Not history. Not Hegel and history. But the Hegelian concept of philosophy of history. S.: You object to the scholastic weight of it. G.: I object to its confidence. A man of twenty-one writes as if he has already decided that history requires two things before breakfast: a concept, and Hegel to provide it. S.: Under Guzzo, that is hardly surprising. G.: Quite. Guzzo published La filosofia della storia in 1945. A relatore who has made philosophy of history sound like a living room rather than a ruin will naturally produce pupils who think it normal to install themselves there. S.: And Guzzo would not have regarded philosophy of history as antiquarian lumber. G.: No. In Turin it was alive. In Oxford it is mostly a smell from another century unless Collingwood walks in carrying it under his arm. That is the first contrast. S.: Yet you are not against it entirely. G.: I am against the phrase when it pretends to do too much. “Philosophy of history” sounds, in young hands, like the sort of discipline that ought to settle everything from Waterloo to the Kingdom of Prussia by means of a sufficiently elevated noun. S.: Which is, admittedly, very Hegelian. G.: Or very anti-Hegelian, depending on whether the youth is quoting him or correcting him. The title has the proper filial insolence. It can be read as school obedience or school rebellion. “The Hegelian concept of philosophy of history” may mean: here is the doctrine of the master. Or: here are the limits of the doctrine, respectfully demonstrated under the eyes of the master’s delegate. S.: You are turning Plebe into a subtle strategist. G.: Any thesis under a relatore is strategy with footnotes. The student is saying two things at once. I am your pupil. And: I have noticed where you are wrong. S.: Then tell me where you think the pressure lies. G.: In the genitive, or rather in the Italian avoidance of one. Il concetto hegeliano di filosofia della storia. Not della filosofia della storia. That is the nice point. He does not say “the concept of the philosophy of history,” as if “philosophy of history” were already a secured department. He says “the Hegelian concept of philosophy of history,” which allows the whole thing to remain under Hegel’s specific responsibility. S.: You like the di. G.: I like it because it is less pompous than it looks. It says: this is Hegel’s way of construing the enterprise, not an eternal faculty of the mind. S.: But you still prefer Vico. G.: If I am to be asked, in Italy, to sit through a philosophy of history, I should like it to begin with Vico before any tedesco starts unfolding Spirit across Europe. S.: Ah yes. Your anti-Hegelian patriotism by proxy. G.: Not patriotism. Propriety. If Naples has already given us Vico, why should Turin send a Piemontese boy to kneel before Hegel on this particular altar. S.: Because Turin is not Naples. G.: Exactly. Turin has its own intellectual weather, and that weather is drier, more school-like, more willing to let Hegel sound like a live academic subject rather than a rival claim to Vico’s throne. S.: So for Guzzo and Plebe, philosophy of history is a living thing. G.: Yes, and that is what Grice’s Oxford largely lacks. Oxford has history, and it has philosophy, and it occasionally allows them to shake hands, but it distrusts the compound whenever it begins to sound teleological. S.: Not entirely. There is Collingwood. G.: Collingwood is the bridge, not the city. He carries enough of idealist-historicist seriousness to remind Oxford that history is not a heap of dates. But he is not Hegel in a gown and certainly not Guzzo in Italian. S.: And Berlin later. G.: Berlin philosophises about ideas in history, not about history as a self-unfolding rational whole. The Chichele is a good place to resist monism, not to enthrone it. S.: Gardiner too. G.: Gardiner philosophises about historical explanation, which is a much more English enterprise: how historians explain, what counts as cause, how objectivity behaves. It is not Geist in search of a state. S.: So Grice’s Oxford is suspicious of philosophy of history. G.: Suspicious of the strong kind. It is willing to philosophise about history, but less willing to let history itself become the great self-interpreting process. S.: Which brings us back to Plebe. You hear in his title the pressure of school and counter-school. G.: Yes. And also the problem of lineality versus recurrence. S.: Explain. G.: Hegel’s philosophy of history wants a line. Not a straight line, to be fair, but a dialectical advance: Spirit, freedom, state, world-history, the lot. Vico gives you recurrence: corsi and ricorsi, structured returns, not simple repetition but the thought that human things come round again. S.: And you want to apply that contrast not merely to history but to the history of philosophy. G.: Naturally. Because if the history of philosophy is simply lineal, then one gets those ridiculous textbook processions: Plato to Aristotle, Kant to Hegel, Moore to Russell, Russell to all who matter, and so on. S.: You dislike processions. G.: I dislike any procession that forgets that problems return in philosophy. They do not simply get buried by successors. A problem can be solved, and then solved again, and then reappear as if no one had solved it at all. S.: So not thesis, antithesis, synthesis. G.: No. That triad is schoolroom Hegel and hardly worth dignifying. I prefer something more modest and more accurate: problem, solution, new problem. Or perhaps problem, attempted solution, rediscovered problem. S.: Which is already more Vichian than Hegelian. G.: In the sense that it allows recurrence, yes. Not mechanical circles, but the return of questions under new forms. S.: Give me an example. G.: Plato and Aristotle, if you like. One can tell a lineal story: Plato first, Aristotle revises. But one can also tell a recurrent story: problems of universals, substance, reason, politics, and explanation return under altered idioms. S.: Hence your absurd compounds. G.: Aristokant, Kantotle, Heglato. Yes. They are absurd only because textbooks are too neat. In real philosophy the old problems leak forward and the new solutions leak backward. We do not merely move from Plato to Hegel; sometimes we discover Plathegel, or Heglato if you prefer a stronger monstrosity. S.: And this is where the history of philosophy becomes unlike history simpliciter. G.: Precisely. History simpliciter gives you Waterloo, Trafalgar, Charles I losing his head, the French Revolution, the American Revolution before it, all the events Hegel likes because they let him sound like Providence with a timetable. S.: And the Prussian state waiting at the end like a rather over-dressed conclusion. G.: Quite. The Kaiser of Prussia as if he were the highest mode of being. One can see why Italians might hesitate before treating that as their own culmination. S.: Especially in postwar 1950. G.: Especially then. That is what makes Plebe’s early Hegel book interesting in context. Italy has just come out of one sort of historical grand narrative and is being asked to take another one seriously in the lecture room. S.: And because he is young, perhaps too young for the war in the full older sense, he can still treat philosophy of history as a live academic programme rather than as a wreck. G.: Exactly. He is of the generation that reaches the university just after catastrophe but not yet in its full personal burden. So his relation to history is scholarly before it is penitential. S.: Unlike Piovani. G.: Unlike Piovani, yes. Piovani has wartime journalism, fascist slogans, a moral re-entry to perform. Plebe has Turin, Guzzo, Hegel, and the problem of whether philosophy of history is still respectable after the collapse of so many public absolutes. S.: Then perhaps the title is not pompous but brave. G.: I would not go that far. It is still pompous. But it is pompous in a recognisably academic way. The youth has decided that the right answer to history is another noun. S.: Oxford would have preferred a thinner title. G.: Oxford would have preferred Hegel and History, and then spent the book denying that either term had been defined. S.: You are unfair. G.: I am local. S.: Then let us ask the direct question. Did Hegel himself use Geschichtsphilosophie. G.: The safer phrase is Philosophie der Geschichte. The compound belongs more readily to later German habits. Plebe, being Italian, cannot make a single Germanic word of it, and perhaps does not want to. So he gets the matter right by being clumsy. S.: Il concetto hegeliano di filosofia della storia. G.: Exactly. Young, earnest, thesis-like, and careful enough not to write “concept of history,” which would be far more diffuse. S.: Because “concept of philosophy of history” suggests that Hegel is not merely thinking about history, but about the discipline itself. G.: Which is what the young scholar wants to prove. Hegel did not merely have views on historical events; he gave shape to the very enterprise that treats history philosophically. S.: And then one can limit him from within. G.: Precisely. The best way to attack a giant is first to grant that he built the room in which you are standing. S.: That sounds more Hegelian than Vichian. G.: A tactical Hegelianism is sometimes the best way of defending Vico. S.: Then compare them directly. G.: Gladly. Vico gives you recurrence, poetic wisdom, nations making their own world, the civil world as made and therefore knowable. Hegel gives you direction, Spirit, freedom unfolding, world-history as cumulative rationality. S.: So one is circular, the other progressive. G.: Broadly yes. Vico is cyclical or recurrent. Hegel is developmental and non-circular. But philosophy itself behaves, I think, more like Vico than Hegel. S.: There you go again. G.: Because philosophy’s problems return. They are not simply outgrown. We still ask about universals, action, freedom, personhood, knowledge, and law. We ask them in new diction, but the recurrence is real. S.: Yet there is also lineality. G.: Certainly. Plato before Aristotle is not the same as Aristotle before Plato. Kant before Hegel is not the same as Hegel before Kant. Some orders matter because solutions become available only after certain formulations. S.: So the right image is not a circle and not a straight line. G.: More like a winding track with recognisable stations and recurring landscapes. Or, to stay less poetic, a sequence of problem-clusters that reappear under altered conceptual pressures. S.: Which means the history of philosophy has a unity, but not the sort of unity Hegel hoped to assign to world-history. G.: Exactly. A unity of revisitable problems, not a unity of final destination. S.: That would already trouble Guzzo. G.: Not necessarily. A good relatore can tolerate a gifted pupil discovering that “philosophy of history” is safer when applied to the history of philosophy than to history itself. S.: Because philosophy offers recurrence without cannon fire. G.: And without the beheading of Charles I, though Oxford never quite forgets that one either. S.: Or Waterloo. Or Trafalgar. G.: Or the French Revolution, which Hegel loved as a philosophical event and everyone else had to survive as an actual one. S.: And the American Revolution before it. G.: Yes. There is the key contrast. Hegel’s philosophy of history feeds on history simpliciter: wars, states, revolutions, constitutions, victories, defeats. Philosophy of the history of philosophy feeds on texts, arguments, recoveries, refutations, and the strange fact that the dead keep answering back. S.: So if Plebe writes on Hegel’s philosophy of history, he is one step away from being pulled into a larger problem: why philosophy of history at all, and not simply history. G.: Precisely. And perhaps that is the hidden drama of the title. It looks like one more dutiful Turinese exercise under Guzzo, but it already contains the crack. S.: The crack being. G.: That if one asks too hard what philosophy of history is, one may end up preferring a philosophy of the history of philosophy instead. S.: Which is more manageable, more textual, and less dangerous. G.: Less dangerous politically, yes. Less likely to conclude in Prussian absolutes or Italian imitations of them. S.: You are still thinking of postwar Europe. G.: One cannot avoid it in 1950. The word history itself has changed temperature. Germans and Italians alike are trying to re-enter decency. Oxford pretends to have remained decent by continuity, which is its own vanity. S.: And Grice. G.: Grice has the winning side’s privilege of continuity, yes. He can turn from war to ordinary language and treat the return as if it were a refinement rather than a moral reconstruction. S.: Whereas Plebe can return to Hegel because he is young enough to encounter Hegel academically, not penitentially. G.: Yes. Which is why the title still smells of classroom rather than catastrophe. S.: Yet the larger point remains: does philosophy need the philosophy of history to understand itself. G.: It may. But not in the way Hegel thinks. What philosophy needs is some account of why its questions recur and why its answers never stay dead. S.: That is nearly Vico. G.: Nearly. Vico with footnotes and less folklore. S.: And perhaps more Oxford. G.: Oxford likes recurrence once it can call it “revisiting the ancients.” S.: Then perhaps Plebe is more useful than he first appears. G.: Quite. A ridiculous title can hide a real pressure. Young men often discover important things while sounding pompous. S.: You are generous now. G.: Age allows it. One sees that “Il concetto hegeliano di filosofia della storia” is the sort of title a twenty-one-year-old writes when he suspects, dimly but correctly, that history is too much for philosophy and philosophy too recurrent for history. S.: And Guzzo? G.: Guzzo lets the young man write it because he too believes philosophy of history is alive. That is the point. Turin still grants the subject citizenship. S.: Whereas Oxford grants it only visas. G.: Well put. Oxford lets Collingwood speak, lets Berlin historicise ideas, lets Gardiner analyse explanation. But it does not, on the whole, hand over the keys to a strong speculative philosophy of history. S.: Then where does the conversation end. G.: With Plebe standing between Vico and Hegel, pretending to serve the latter while perhaps smuggling the former in through the back door. S.: And Grice. G.: Grice, hearing all this from Oxford, says: if history is linear, that is tidy; if it recurs, that is truer; and if philosophy’s own history proceeds by recurring problems and repaired solutions, then perhaps what matters is not philosophy of history but history enough to keep philosophy modest. S.: That sounds suspiciously final. G.: Then let me ruin it. If the history of philosophy were purely Hegelian, Oxford would be impossible. If it were purely Vichian, Turin would be bored. As it is, both survive, which is proof enough that neither has finished the argument.Grice: Professore Plebe, ho sempre ammirato il suo contributo sulla retorica latina, specialmente la sua analisi di Cicerone. Trovo che il suo approccio unisca tradizione e originalità: come vede oggi il ruolo della retorica nella filosofia italiana? Plebe: Grazie, Grice! La retorica, secondo me, rimane una chiave per comprendere il pensiero filosofico, soprattutto nella nostra tradizione. Cicerone ha saputo legare forma e contenuto, e oggi questa sintesi dovrebbe guidare il modo in cui dialoghiamo e argomentiamo. Lei stesso, con la sua teoria della conversazione, ha dato nuova linfa a questo tema! Grice: È vero, e confesso che il suo modo di integrare logica e storia mi ha ispirato. Ho notato che spesso cita Strawson, ma aggiunge una prospettiva tutta italiana: come crede che la filosofia logica possa arricchire la discussione filosofica, senza perderne la dimensione umana? Plebe: La logica, se intesa come lessico vivo e non come arida matematica, può arricchire la filosofia. Ho tradotto Strawson proprio per questo: perché il dialogo logico sia un ponte, non una barriera. La conversazione, come lei insegna, implica ascolto e comprensione reciproca. E solo così la filosofia può tornare a essere parte integrante della nostra vita culturale. Plebe, Armando (1948). Il concetto hegeliano di filosofia della storia. Sotto Guzzo. Torino.

Alfredo Poggi (Sarzana, La Spezia, Liguria): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale, il ventennio fascista, l’incontro con Mussolini ad Ancona, la scuola di Sarzana, i fatti di Sarzana, lasciato in libertà da Mussolini, massoni proibiti, la filosofia ligure, e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats understanding as a rational reconstruction: hearers assume (unless forced not to) that a speaker is playing a cooperative game with publicly intelligible norms, and they recover what is meant by asking what a reasonable speaker could be intending, given those norms; implicature is the controlled surplus that arises when what is said is insufficient, oddly chosen, or apparently rule-breaking, yet still intelligible as a move made in good (or at least recognizable) rational order. Poggi, as your passage portrays him, is interestingly adjacent but not parallel: his life and work are presented as formed under high-stakes political and institutional pressures (socialism vs. fascism, “massoni proibiti,” surveillance, tribunal, “clemenza”), and that background naturally shifts the emphasis from Grice’s relatively benign cooperative presumption to the pragmatics of guarded speech, coded dissent, and strategic reticence, where what is unsaid may be as norm-governed as what is said but governed by prudence rather than pure cooperativity. In that sense, Poggi offers a historically charged counterpart to Grice: Grice’s maxims model how rational agents optimize mutual understanding under normal conversational aims, whereas the Poggi story exemplifies how conversational rationality can be re-parameterized by risk, censorship, and factional “uptake,” producing environments in which clarity itself may be punished and where audiences infer “the wrong implicature” because the operative norm is political loyalty rather than truth-seeking cooperation. Online, the only specific bibliographic anchor in your passage that I can straightforwardly treat as stable is the book-citation Alfredo Poggi, Storia della filosofia moderna (Sansoni, Firenze, 1947); the further biographical particulars (the Ancona clash with Mussolini, the archival “atto di clemenza,” the Rensi salon details) would need exact archival or scholarly citations to be asserted as fact rather than as part of the project’s stylized narrative voice, but as a conceptual comparison they do exactly the work you want: they show how “reason-governed meaning” can remain a normatively structured practice even when the governing reasons are not conversational efficiency but survival, affiliation, and the management of dangerous interpretations. Colpito dalla violenza usata nei confronti del popolo durante le giornate milanesi e dal temporaneo esilio che doveno subire alcuni socialisti amici di famiglia. Questo lo porta a simpatizzare per quel partito che sta nascendo e al quale si iscrive. Studia a Palermo e Genova. La questione morale: la critica e il socialismo. Insegna a Genova. Partecipa come delegato al congresso socialista di Ancona, nel corso del quale ha un duro scontro con il massimalista  MUSSOLINI  sul problema della compatibilità o meno del socialismo con la massoneria.  L'assemblea da in quell'occasione una larga maggioranza alla tesi di MUSSOLINI dell'incompatibilità. Si reca nelle domeniche d'inverno al palazzo genovese di via Palestro, dove RENSI  anima un vero e proprio salotto – o gruppo di gioco --, arricchito dalla presenza di illustri personalità quali PASTORINO, BUONAIUTI, SELLA, e ROSSI. MUSSOLINI si ricorda di quel suo leale tenace avversario e lo libera, come attesta una registrazione esistente nel suo fascicolo personale presso l'archivio centrale dello stato, lasciato in libertà dal tribunale speciale per la sicurezza dello stato per atto di clemenza di S. E. il capo del governo. Lo stato italiano, Cultura e socialismo, Gesuiti contro lo stato liberale, Filosofia dell'azione, Concetto del diritto e dello stato romano, La preghiera dell'uomo, Meneghini, Socialismo spezzino, appunti per una storia, Massa; Meneghini, Meneghini Sui luttuosi fatti del luglio v. stati pontificii, positivismo giuridico, filosofia giuridica italiana contemporanea – il concetto di diritto, il concetto dello stato italiano – incontro con Mussolini, lasciato in liberta da Mussolini, I fatti di Sarzana, filosofia ligure, criticism kantiano, Adler, saggi sulla filosofia dell’azione. “Grice: St John’s, 1947. Back in Oxford one can breathe again. I duck into Blackwell’s and, as ever, there is a “new” book insisting on a new boundary: Alfredo Poggi’s Storia della filosofia moderna, hot off Sansoni’s press. When I read Greats the “moderns” were already compulsory—Locke, Hume, Kant, and the rest of that inevitable procession—so I find myself wondering what Poggi thinks he is doing by presenting “the moderns” as a neatly fenced estate. Can the history of philosophy really be sliced like a cake, with a clean line between medieval and modern, as if thinkers woke up one morning and discovered they were no longer in the Middle Ages? Warnock, ever practical, says he has his eye on a volume of “history of philosophy” too, though he’ll rebrand it as English philosophy since 1900, partly to avoid the Continentals and partly to avoid that French habit of calling everything “contemporary” the moment it is printed. Poggi’s plan is harder to guess without opening the book—and I confess I resist looking at the contents page, because Italian books perversely hide it at the back with the index, and it feels like cheating to learn what a book is about by skipping to its tail. What I really care about is the awkward hinge: Telesio and the Renaissance, the allegedly anti-medieval “new philosophy” that still reads like a late chapter of the medium aevum; and then the comic thought occurs—how did the medium aevum philosophers know they were in the middle? If “modern” is a period label, it is also a conversational move: it implies a before and an after, and it quietly asks the reader to grant the cut.” G.: Let us begin at Sarzana, before Sicily turns him into a thesis and Rome turns him into a correspondence. S.: A Ligurian beginning with moral philosophy in Palermo is already enough to make an Oxford man suspicious. G.: Not suspicious. Curious. A Ligurian in Sicily usually means either exile, appointment, or family economy. In Poggi’s case it means the brother: Vincenzo already established, a school headmaster in Caltagirone, and the younger one drawn south not by abstract love of the island but by educational gravity. S.: So not a Sicilian soul by origin, but a Sicilian formation by circumstance. G.: Exactly. And then Palermo, which matters because it gives him not merely a degree but the first serious philosophical frame: Letters and Philosophy, 1904, with a thesis on socialist moral doctrines. S.: Already one hears the phrase trying to find its proper shape. Not socialism as programme, but the moral question within socialism. G.: Which is why the thing improves when it reaches print. The 1905 version narrows and sharpens: the moral question in socialism, with Kant brought in as the dignified elder whom no one in the original socialist families quite invited. S.: We should be careful there. Saint-Simon and Owen are not Kantians in any obvious sense. G.: Quite. Owen is Welsh by birth and London-active enough to satisfy an English conscience, but not a Kantian in the classroom sense. Saint-Simon is much more continental, more systematic, more eager to reorganise the world by categories and productive classes, but again not by kneeling before Königsberg. S.: So if Poggi is reading Kant into socialism, the route is not through the founders, but through a later German mediation. G.: Exactly the point. And that is where Labriola enters like the one useful Roman in the story. S.: Useful because in 1903 Poggi writes to him from Palermo asking, in effect, how to make a thesis respectable. G.: And Labriola replies, in effect: if you are going to justify your club, justify it morally. Read the Germans. S.: The club being what was still officially the Partito dei Lavoratori Italiani before the fully settled Partito Socialista Italiano identity took hold. G.: Yes. Which is important because the party itself is young enough to feel historically alive. Founded in 1892, renamed into clearer socialist dignity in 1893, it is only about a decade old when Poggi is taking it seriously. New enough to be contemporary, old enough to have already generated doctrinal embarrassments. S.: And Labriola’s German reading list is not “read Marx and be done.” G.: Quite the reverse. The coded instruction is: read Vorländer and Staudinger. S.: Which decodes as: read those neo-Kantian socialists or socialist-adjacent neo-Kantians who are trying to make socialism look less like a mere historical process and more like a moral claim. G.: Precisely. If you like, the message is: do not argue that socialism will happen; argue that it ought to happen, and then tell me why. S.: That sounds surprisingly Oxonian. G.: It should. Once one says “ought,” Oxford enters the room even if the room is in Palermo and the books are German. S.: But the German side matters. Explain the two names properly. G.: Vorländer is the easier case. He writes quite explicitly on Kant and socialism, and more generally on the attempt to connect Kantian ethics with socialist moral reconstruction. Staudinger belongs to the same broad tendency: ethical socialism, revisionist pressure, anti-crude materialism, the insistence that socialism without moral agency is only half a doctrine. S.: So the advice from Labriola is: if you want socialism to survive philosophical scrutiny, make it answerable to autonomy, personhood, universality, duty. G.: Exactly. Which is already rather far from the heroic founders. Saint-Simon gives you industrial reorganisation and technocratic prophecy; Owen gives you practical reform, environment, education, and co-operation in a very British key; but neither gives you the whole neo-Kantian moral armature. S.: Then Poggi’s thesis makes more sense than one first thought. G.: Much more. The thesis does not say, absurdly, that Kant invented socialism. It says, in effect: if socialism is to be morally serious rather than merely sociological or party-political, Kantian categories can help articulate its claim. S.: So from the start Poggi is not really beginning in Palermo at all. He begins in Palermo and immediately writes himself into a wider mainland and German conversation. G.: Nicely put. Sicily gives him the degree. Rome, through Labriola, gives him the angle. Germany gives him the justificatory machinery. S.: There is something almost comical in the geography: Sarzana to Caltagirone to Palermo, then intellectually to Rome and Königsberg, all before one has begun to earn the right to look world-historical. G.: It is the right kind of comedy: academic mobility without glamour. And all under the sign of morality, which is the least glamorous and most demanding of all philosophical nouns. S.: Which brings us to the phrase “socialist morality,” or better, “the moral question in socialism.” What exactly is being added by Kant. G.: Several things. First, universality. Not merely “our class interest” or “our movement,” but a claim that can be stated as valid for persons as such. S.: The second being autonomy. G.: Yes. Socialism ceases to be merely the arrival of a new economic arrangement and becomes a question of whether persons can actually act as self-legislating beings rather than as instruments. S.: Third, personhood against pure collectivism. G.: Very important. A Kantian socialism can say: capitalism degrades persons by instrumentalising them; but collectivism may do the same if it treats the person as only a function of the mass. So one gets a socialism moralised from two sides: against bourgeois atomism and against collectivist flattening. S.: Fourth, revisionism against historical fatalism. G.: Exactly. If socialism is simply the inevitable product of economic history, then duty disappears. Neo-Kantian socialism restores duty: socialism must be chosen, justified, willed, defended. S.: Which is why the project would have appealed to a young Italian mind wanting to think seriously, not merely politically. G.: And why it would have appealed to anyone suspicious of cheap determinism. Here one can already see the later affinity with more general notions of rational community. S.: You are sneaking toward the cooperative. G.: Of course. Once you translate socialism into moral agency, reciprocity, and respect for persons as ends, you are in the neighbourhood of any account that treats social order not merely as force or interest but as a rationally justifiable relation among agents. S.: Which is why it sounds, in a certain light, almost Oxonian. G.: Yes, but not in the smug local sense. Oxonian-friendly because the categories become familiar: autonomy, normativity, personhood, reciprocity, universality. One could discuss them without ever joining a party. S.: While Poggi, being young enough and card-carrying enough, has the opposite adventure: joining the party and then discovering he needs philosophy to defend it. G.: Exactly. The club needs a tribunal higher than its own statutes. Labriola’s advice is effectively: if you mean to remain in the PSI and still think yourself respectable, do not merely quote congress speeches. Read Germans. S.: And these Germans are not dry in the boring sense. They are dry in the useful sense. G.: Quite. They allow one to say: the moral side of socialism is not decorative. It is the condition under which socialism remains more than resentment organised into a programme. S.: How would this have looked in a young Sicilian context. G.: Serious and slightly out of place, which is often the best possible beginning. Palermo provides the institutional setting; the intellectual pulse comes from elsewhere. That is precisely why writing to Labriola matters. It is a refusal to let Sicily become provincial in the thesis. S.: Yet he remains Sicilian enough by training to make the thing local. G.: Yes. The very remoteness helps. One has to import one’s authorities and therefore becomes conscious of the importation. S.: There is a pleasing irony in all this. Labriola, not Piemontese at all, but from the southern mainland, becomes the bridge by which a Ligurian-in-Sicily acquires German neo-Kantian socialism. G.: Italy does not need a north-south map so much as a map of intellectual railway lines. Palermo to Rome is more important here than Sarzana to Turin. S.: Which makes the thesis less like an isolated student exercise and more like a little node in a European argument. G.: Exactly. And one should not underestimate the timing. 1903 is close enough to the party’s formation that the question “what sort of socialism is this to be?” is still very much alive. Ethical socialism, revisionism, materialism, moral duty, class, personhood: these are not retrospective labels but actual pressures. S.: Then Poggi’s 1904–1905 work is not quaint at all. G.: Not quaint. Young, yes. Earnest, certainly. But in an intellectually serious way: he is trying to prevent socialism from collapsing into either sentiment or inevitability. S.: Which is what Kant helps with. G.: Precisely. Kant gives one a moral grammar. And once you have that grammar, you can criticise capitalism not only because it produces misery, but because it instrumentalises persons. S.: One can also justify socialism not only because it benefits the workers, but because it secures conditions under which persons can stand to one another as ends and not merely as means. G.: Very good. That is the core. S.: Which is almost enough to make one forget the historical founders. G.: One need not forget them. One only needs to stop asking them to do work they were never trained for. Owen gives cooperative experiment; Saint-Simon gives administrative prophecy; the neo-Kantians give moral architecture. S.: And Poggi, if he is intelligent, learns to borrow the last without embarrassing himself with the first two. G.: Nicely put. He need not deny the founders; he simply need not pretend that their conceptual resources are sufficient. S.: Let us be explicit. If one were to set out the sequence as a thesis skeleton, how would it run. G.: First chapter: the moral problem within socialism. What kind of normativity does socialism require if it is to be more than economic resentment or historical optimism. S.: Second chapter: Kant as source of universality and moral personality. G.: Third: the neo-Kantian socialist mediators, especially Vorländer and Staudinger, showing how socialism may be recast as an ethical-political project. S.: Fourth: the critique of capitalism as morally deforming because it reduces persons to instruments. G.: Fifth: the critique of dogmatic collectivism for the symmetrical reason. S.: Sixth: the defence of socialism as a rationally justifiable community of agents. G.: You see how quickly you have become German. S.: Only because you have made me. G.: That is what relatore figures do, but Labriola had the decency not to be the relatore. He only gave the direction. That is often the more interesting role. S.: True. A formal supervisor may correct; an external authority may orient. G.: And orientation is the more important gift when the student is young enough to be doctrinal and old enough to be ashamed of it. S.: There is another question. Would this moralising of socialism have looked suspicious to stricter Marxists. G.: Certainly. It would look like dilution, revisionism, idealist backsliding, the importation of bourgeois moral language into class struggle. S.: Which is precisely why it would have attracted a young man who wanted socialism without becoming merely doctrinaire. G.: Exactly. One suspects Poggi wanted to think himself both committed and respectable. Neo-Kantian socialism provides the formula: keep the commitment, add the respectability. S.: That sounds cynical. G.: It is not cynical. It is adolescent in the best sense: wanting both justice and justification. S.: Which is why it matters that the party was still young. A young party permits young intellectuals to think its soul is still up for grabs. G.: Beautifully said. If the party had already hardened into orthodoxy, the thesis would look like apologetics. Because it is still young, it looks like intervention. S.: And Sicily? G.: Sicily is the place where the intervention is written. But the real conversation is elsewhere: Rome through Labriola, Germany through the neo-Kantians, and, if one wishes to flatter ourselves, a little beyond the Alps into the region where moral socialism begins to sound less like a movement and more like a problem in practical reason. S.: Which is where one starts hearing the faintest Oxonian echo. G.: Yes, because once one says practical reason in earnest, one is already within hearing-distance of those who will later ask why one should be truthful, why one should cooperate, why one should respect the other’s agency, why influence should be reciprocal rather than merely effective. S.: So the moralised socialism and the later moralised cooperation are not the same thing, but they rhyme. G.: Exactly. Both depend on the thought that social life must be justified among agents, not merely arranged over them. S.: Then Poggi’s thesis can be seen as an early attempt to put socialism under the tribunal of rational morality. G.: That is the best summary. S.: And without Kant, it would remain either party doctrine or sociological prediction. G.: Yes. Kant brings in normativity and personhood. The neo-Kantians make those categories available for socialism. Labriola tells the young Ligurian in Palermo to go and read them. The thesis writes itself, or at least acquires the right ambition. S.: One almost begins to like the thing. G.: One should. It is a serious early-century problem treated in the right key. And the geography helps. A Ligurian in Sicily writing to Rome for German advice on how to justify socialism morally—there are worse beginnings. S.: Better that than pretending Saint-Simon already read the Groundwork. G.: Much better. Saint-Simon did enough damage without that. S.: And Owen? G.: Leave Owen to the English, where reform, co-operation, and practical decency can remain slightly provincial and all the better for it. S.: So if someone asked: what is Poggi really doing in 1905. G.: I would answer: he is trying to show that socialism, if it is to be more than movement or fate, requires a moral vocabulary of agency, autonomy, personhood, universality, and reciprocal respect; and he is doing so under the influence of German neo-Kantian socialism, not because socialism began in Kant, but because Kant supplies the tribunal before which socialism can be judged and, perhaps, vindicated.Grice: Professore Poggi, ho sentito che lei affronta la filosofia persino nei salotti genovesi della domenica… Ma mi dica, tra implicature conversazionali e fatti di Sarzana, qual è più pericoloso: un massone a colazione o un socialista a cena?  Poggi: Caro Grice, dipende dal menu: il massone preferisce croissant e discussioni velate, il socialista invece non si accontenta finché non ha ribaltato il tavolo! Però, sul serio, l’unico rischio è rimanere senza caffè dopo una notte di filosofia ligure.  Grice: Ah, allora bisogna sempre avere una scorta di caffè — e magari Mussolini all’uscio, pronto a liberare gli spiriti critici troppo svegli! Mi dica, lei pensa che il ventennio abbia reso la filosofia italiana più robusta… o soltanto più incline alle implicature?  Poggi: Ma guardi, Grice, dopo vent’anni di implicature fasciste, siamo diventati maestri del “non detto” – persino il mio cane, a Sarzana, capisce quando è meglio tacere! La filosofia ligure si è allenata a navigare tra maree politiche e salotti, senza mai perdere il gusto per una battuta ironica… e per una libertà conquistata, magari con clemenza! Poggi, Alfredo (1904). La morale nelle dottrine socialiste. Palermo

Baldassare Poli (Cremona, Lombardia): la ragione conversazionale dell’implicatura conversazionale del pappagallo di Locke, la filosofia lombarda, e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning starts from the idea that what speakers mean is constrained by publicly intelligible norms of cooperation and rational accountability: hearers treat an utterance as a move in a purposive exchange and infer speaker-meaning (including implicatures) by assuming the speaker is aiming to be appropriately informative, relevant, sincere, and perspicuous, with “extra” meaning arising when a maxim is apparently flouted but can be reconstructed as still serving the shared point of the talk. Poli, as presented in your passage, approaches “language” through a taxonomy of signs (cry, gesture, action, artifice, word) and uses the Lockean parrot as a boundary case: the animal can produce recognisable tokens (“buon giorno”) and can imitate, but its signs remain uncertain, non-self-correcting, and—crucially for Grice—do not reliably manifest the kind of intention-recognition and responsiveness to conversational purposes that would ground genuine implicature; on a Gricean diagnosis, the parrot’s deficiency is not lack of sound-production but lack of participation in the rational economy of conversation (knowing when to speak, what counts as relevant, when silence is required, how to tailor an utterance to an interlocutor’s informational needs). The comparison becomes sharpest where Poli’s metaphysical and juridical language (“spirit over matter,” law as science in principles and art in cases) aligns with Grice’s distinction between rule-governed competence and mere behavioural mimicry: a parrot may replicate the surface form of a code, but cannot occupy the normative role of a judge because it cannot undertake the justificatory commitments and reason-giving responsiveness that make a move answerable within a practice; in that sense, Poli’s parrot story can be read as an early, non-technical counterpart to Grice’s central point that meaning in conversation is not exhausted by the production of signs, but depends on rationally interpretable intentions and on the interlocutors’ shared governance by norms that license, constrain, and make accountable what is implied as well as what is said. Si laurea a Bologna. Insegna a Milano e Padova. “Filosofia elementare” e un eclettico sistema di empirismo e razionalismo. I saggi di scienza politico-legali considerano il diritto un insieme di scienza, in quanto trattano dei principi, e di arte, in quanto applicazione d’un principio giuridico nella valutazione dei singoli casi. Il diritto e un’espressione provvidenziale. Si distingue in naturale e in positivo. Combatte il positivismo negli studii di filosofia, ri-vendicando la superiorità dello spirito sulla materia. Saggio filosofico sopra la scuola dei filosofi naturalisti coll'analisi dell'organo-logia, della cranio-logia, della fisio-gnomia, della psico-logia comparata, e con una teoria delle idee e de' sentimenti; Elementi di filosofia, Elementi di filosofia teoretica e morale, La filosofia elementare, La scienza politico-legale, Filosofia, Studii di filosofia, Cenni su CORLEO : il sistema della filosofia universale, ovvero la filosofia dell'identità, La filosofia dell'incosciente, Memorie, Studi CANTONI, Studio della vita e delle opere. La LINGUA, presidendo dalle grandi controversie de’filosofi intorno alla sua origine e alla sua formazione, antro non è che il complesso de’SEGNI destinati ad esprimere le nostre idee e i nostri sentimente. E comeche vari sono codesti SEGNI pella loro indole e pella loro origine, cosi varia è la specia della lingua -- il grido, il gesto, l’azione, l’artificio, e la parola. Fra tutte l’opinioni, sembra incontrastabile, prima di tutto, che l’animale ha i SEGNI d’una specidie di lingua nel grido e nel moto. Ma questi segni sono o incerti e inisignificanti. O quasi sempre dubii almameno per noi, senza che sia in loro il potere di perfezionarli. In secondo luogo, è dimostrate che l’animale quantunque fornito dell’organo della loquella e dell’udito, come anche della faculta d’associare e d’imitare, non puo mai giungere all’invenzione della  lingua veramente articolata. naturalisti, organologia, craniologia, fisiognomia, psicologia comparata. “Grice: St John’s, 1966. Warnock has become insufferably energetic. Having taken charge of those Oxford Readings volumes, he now wants to anthologise the entire human condition. I told him I’ve already had my turn in the reprint lottery: Meaning turns up where Strawson thinks it belongs (philosophical logic), Searle rescued my piece on utterer’s meaning for the philosophy of language volume, and Warnock himself obligingly reprinted the whole Cambridge symposium in his perception reader, as if to prove that even Oxford can be made to sound empirical when edited with sufficient confidence. But now he wants Quinton to do a political philosophy volume, and I can see the slope: once you start with logic and language you end with the ballot box, and then someone will want an Oxford Readings in Gardening. I said to Warnock, half joking and half not, that the Italians had at least one decent instinct about politics: they sometimes admit it is local. Poli, back in 1957, had the tact to call it Il pensiero politico italiano, which is already a warning label: not political philosophy in the abstract, but a national habit of mind with a postal address. Of course Warnock replied that pensiero is precisely the sort of word Italians lean on when they want their prose to sound as if it has the mass of an argument; and he’s right in his way, since the old Latin root suggests weight, and the last thing we need is another “weighty” Oxford collection that sinks under its own seriousness. If we must do politics, I said, let it be done with the same decency we demand in conversation: no grand nouns unless you can cash them, no reverence for labels, and above all no pretending that because a thing is called “thought” it has earned the right to be heavy.” Grice: Poli, tu citi il pappagallo di Locke e io già tremo: perché quello dice “buon giorno”, ma non implica nulla—e a Oxford questo è considerato un vizio sociale, non un limite cognitivo. Poli: Però il mio empirismo non è così crudele: riconosco che anche l’animale ha i suoi segni—grido, gesto, moto. Solo che sono incerti, e soprattutto non migliorano: il pappagallo ripete, ma non inventa la grammatica. Grice: E qui entra la ragione conversazionale: quando il pappagallo “risponde”, dice qualcosa, ma non mostra il principio cooperativo—non sa quando tacere, quando essere pertinente, né come evitare l’eccesso di “buon giorno” alle tre di notte. Poli: Appunto. E quando io difendo la superiorità dello spirito sulla materia e combatto il positivismo, dico metafisica; ma implico una cosa molto pratica: il diritto è scienza nei principi e arte nei casi—e un pappagallo può imitare un codice, ma non può fare il giudice. Poli, Baldassare (1957). Il pensiero politico italiano. Milano: Giuffrè.

Mario Pollini (Grosseto): l’implicatura conversazionale e la ragione conversazionale –Grice: “I like P. I was often asked, after creating Deutero-Esperanto, what right do I have to call it a ‘language’, since, nobody ever speaks it. Pollini notes that languages such as English, are better, understood as ‘la lingua dell’Anglia. Anglia, etc., are not INVENTED countries, we hope. But the land of UTOPIA is often seen as what Pollini calls DEVESSIA, the land of Ought, not of Is. Therefore, its grammar is RAGIONATA in the sense that Moore equivocates when he says that is derives from ought, and not vice versa! Il devessiano è una lingua inventata da Pollini di Grosseto. Il nome deriva da Devessia, una repubblica situata nell’estremo occidente d’Europa, fra la Gallia e l’Irlandia, e significa letteralmente ‘il paese dove le cose sono come devono essere.’ In sintesi, la lingua di Devessia è una lingua amiatina, in quanto la sua base lessicale riprende molto della parlata della terra d’origine dell’autore, e cioè il monte Amiata, in Toscana. Le preposizioni sono, in singolare: “do” (masc.), “da” (fem.); in plurale: “dos” e “das.” C’è un dittongo, «ui»: non porto, ma puirto; non sorte, ma suirte, non punto, ma puinte. C’è anche un suffisso «-con» che corrisponde a un’errata pronuncia infantile. L’altro suffisso è «-èira». Il lessico amiatino si ritrova particolarmente nelle parole che indicano la frutta, come “bahoha,” albicocca, “sarac[c con pipetta]a (ciliegia), pornela (susina).  Oltre che alla parlata amiatina nativa di P., il lessico della lingua di Devessia attinge parole dal gallico (pandon = «mentre»), ma anche dal genovese (u-màa = «onda», dal genovese «u mâ», cioè, per metonimia, «il mare -- ligure»), da linguaggi infantili, da espressioni scherzose, d’interpretazioni arbitrarie (manc[c con pipetta]urà = «masticare» deriva da come P. sente il suono di “Manciuria”) e anche da parole tratte dai sogni dell’autore (ad esempio baltac[c con pipetta]à = «colpire forte, rovesciare»).  deutero-esperanto, Devessia, la lingua del monte Amiata. Referenze.  Grice: Pollini, mi hanno chiesto mille volte che diritto avessi di chiamare “lingua” il mio Deutero‑Esperanto, visto che non lo parla nessuno. E tu arrivi col devessiano e mi dici: “Tranquillo, basta inventarsi anche un Paese”. Pollini: Appunto: l’inglese è “la lingua dell’Anglia” e nessuno sospetta che Anglia sia un’invenzione (si spera). Devessia invece è il Paese del dover‑essere: lì tutti parlano correttamente… perché è vietato parlare a caso. Grice: Meraviglioso: quindi quando in devessiano dici “do” e “da”, tu dici una preposizione; ma implichi già un’etica. È grammatica ragionata: Moore pensa che l’“is” venga dall’“ought”, e tu gli rispondi: “No, caro: in Devessia l’ought fa da sindaco all’is”. Pollini: E quando scrivo “puirto, suirte, puinte” e ci appiccico “-con” come pronuncia infantile, io dico fonetica amiatina; ma implico che l’utopia funziona solo se ha difetti ben scelti: altrimenti non è una lingua, è un regolamento condominiale. Pollini, Mario (1968). Il pensiero politico di Bruno e Campanella. Milano: Feltrinelli.

Pollio Valerio (Roma, Lazio): la ragione conversazionale contro il lizio. He plays a leading role in Rome’s political and cultural life. He is a friend of both VIRGILIO  and ORAZIO , and wrote a history of the civil war. He is NOT a lizio, and his most famous tract he entitles, “Contra Aristotelem”. He rather follows the philosophy of Musonio RUFO , whom he deems superior to ‘that ginnasio where an over-rated Stagirite used to ramble with friends.’ Historians debate this, since Musonio Rufo apparently was born well after P. dies – but, as Kunstermann says, ‘there is no obvious earlier candidate.’ Hohlertter suggests that the work was written by a LATER Pollio – ‘most likely Pollio Valerio’. Gaio Asinio Pollio. Pollio: la ragione conversazionale contro il Lizio – Roma – filosofia italiana –  (Roma). The author of “Contra Aristotelem” according to Hohlertter.  GRICEVS: POLLĪ, audio te librum conscripsisse Contra Aristotelem: hoc quidem dicis; sed quid implicas—te non solum a Lȳceō abesse, sed etiam ab illis qui ibi ambulando sapientiam putant constare? POMPONIVS: Recte conicis. Ego Stoicum magis amo—Musonium Rufum, si licet—quam illum Stagiritem, qui in gymnasio quasi peripatetice loquitur et numquam ad rem pervenit. GRICEVS: Sed ecce quaestio conversazionalis: cum Musonium nomines (quem quidam aiunt post te natum esse), tu dicis magistrum; sed implicas “mihi opus est severiore praeceptore quam Aristoteles”—et chronologia, ut solet, in foro minus valet quam sententia. POMPONIVS: Et tu, Grice, cum “implicas” dicis, implicas hoc: Romani etiam cum philosophiam eligunt, more civili agunt—non “quid verum est?” sed “quid utile est, ne rursus bellum civile fiat?”

Pollio Felice (Roma, Lazio): la ragione conversazionale dell’orto romano –Orto. Patron of Stazio. GRICEVS: POLLI, audio te in Horto habitare et Statium tueri: pulchrum; nam patronus es qui dicis “poetae faveo,” sed implicas “ne me in foro quaeratis—hic herbae loquuntur brevius.” POLLIVS: Ita est, Grice: in Horto etiam versus mitiores fiunt. Statius epulas laudat; ego otium. Uterque tamen eandem legem sequitur: nihil nimis—praeter rosam. GRICEVS: Sed hoc est ipsissima ratio conversazionalis: cum tu Statium ad cenam invites, dicis hospitium; implicas autem “si carmen recitaveris, recita breve—Epicurus enim prolixitatem non amat.” POLLIVS: Et tu, cum “prolixitatem” reprehendas, dicis doctrinam; implicas vero hoc: etiam in Horto Romano poeta sub umbra iudicatur—non gladio, sed silentio.

Polluce: la ragione conversazionale del principe filosofo -- Roma – filosofia italiana –  (Roma). Filosofo italiano. Giulio Polluce or Polideuce – Friend of Commodo to whom he dedicates a treatise entitled “Onomasticon,” a thematically arranged dictionary containing many excerpts from different authors, mainly and especially the Roman philosophers with which he was familiar and thought Commodo would find of slight interest.   GRICEVS: POLLE, audio te Onomasticon Commodo principi dicavisse: pulchrum munus—dictionarium enim est quasi convivium verborum, ubi princeps sine periculo sapientiam “gustat” et statim in alium ferculum transit. POLLVS: Ita est, Grice: Commodus philosophiam amat… dum brevis est. Ideo capita ordinavi per materias, ne cogatur legere quidquam quod non petierit. GRICEVS: Sed hoc est ipsa ratio conversazionalis: cum dicis “hoc parum tibi interest,” non tantum dicis modestiam; implicas etiam “si plus posuero, irasceris”—et ego malim te patronum quam leonem. POLLVS: Et tu, cum “implicas” dicis, implicas hoc: princeps philosophus fit non quia omnia legit, sed quia, lectis paucis, reliqua prudenter praeterit—quod est virtus rara, praesertim in amphitheatro.

Polo (Reggio): la ragione conversazionale e la scuola di Lucania – Roma –Reggio, Lucania, Calabria. He is said to have been a Pythagorean, although some think he was a spelling mistake that should be corrected to ‘Eccelo di Lucania.’ He wrote a treatise on justice. Polo.

Polo   While Marco Polo's accounts had a profound impact on European  geography, exploration, and commercial interest in Asia, there is little evidence to suggest they directly or significantly influenced the specific contemporary philosophical thought in   Italy  in a way that is documented through citations by known philosophers.    Influence on Worldview and Exploration, Not Philosophy Marco Polo's book, Il Milione (or Description of the World, originally Devisement du Monde), was published around 1299 and circulated widely, primarily as a popular romance and travel narrative. Its influence was practical and imaginative:  Geographical and Cartographical Impact: His detailed descriptions of lands previously unknown to Europeans provided an encyclopedic understanding of medieval Asia, which was used by mapmakers to create more accurate charts. Inspiration for Exploration: The book sparked immense curiosity and a thirst for exploration in subsequent generations. Christopher Columbus, notably, carried a heavily annotated copy of Polo's book with him on his voyages. Commercial Interest: His descriptions of the wealth, spices, and trade opportunities in the East stimulated Occidental interest in Eastern commerce. Technological Exchange: He is credited with bringing back knowledge of certain Chinese innovations to Europe, such as paper money and possibly the idea of coal and a complex postal system.  Lack of Influence on Contemporary Philosophy  During Marco Polo's time and the immediate decades following the publication of his book, Italian intellectual life was dominated by late medieval scholasticism and the emerging Renaissance humanism. Grice: Caro Marco Polo, devo dirti che ho sempre apprezzato il tuo spirito filosofico, anche se a Vadum Boum, cioè Oxford, sei celebre soprattutto per aver, secondo la leggenda, inventato il tè! Gli studenti ancora scherzano dicendo che senza Marco Polo la pausa del pomeriggio non sarebbe la stessa. Marco Polo: Ah, caro Grice, questa fama mi diverte! In realtà, tra un viaggio e l’altro, mi sono imbattuto in molte bevande esotiche, ma il mio vero “tè” è stato il desiderio di conoscere mondi nuovi e di mettere in discussione le idee consolidate sul mondo. Forse, in questo, sono davvero stato un po’ filosofo… o un pioniere della curiosità! Grice: Senza dubbio, Marco! La tua curiosità e il tuo modo di osservare i costumi altrui hanno qualcosa di profondamente filosofico. La tua “ragione conversazionale” ha aperto non pochi varchi, anche se, ti confesso, ad Oxford i colleghi ti citano più spesso per le mappe che per le idee metafisiche! Marco Polo: Beh, caro Grice, ogni viaggio è un dialogo con l’ignoto e forse, come diceva qualche saggio orientale, la vera filosofia sta nel saper domandare. Se poi qualcuno ne approfitta per sorseggiare una tazza di tè, tanto meglio! Alla prossima conversazione, magari con una nuova spezia da scoprire.

Pompedio (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’orto romano. According to the historian Giuseppe, a senator who followed the Garden – Some believe that the reference is to Publio Pomponio Secondo, a statesman and author.  GRICEVS: POMPEDI, “Pompedius” te quidam scribunt—dicunt nomen; sed implicant te tam placidum Epicureum esse ut etiam syllabas in horto deponas, ne laborent. POMPEDIVS: Immo, Grice: in Horto non solum curae, sed et consonantes cadunt. Sed senatorem me esse Iosephus ait: ergo otium meum est publicum—quasi “otium cum auctoritate.” GRICEVS: At hic est iocus conversazionalis: cum dicis te “Hortum sequi,” dicis philosophiam; sed implicas te in Curia saepe tacere—non quia nihil habes quod dicas, sed quia pax interdum utilior est quam sententia. POMPEDIVS: Et tu, cum dicas “fortasse idem est ac Publius Pomponius Secundus,” dicis disambiguationem; sed implicas hoc: Romani etiam in indice nominum Epicurei sunt—unum nomen, si fieri potest, pro duobus.

Pompeo (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e il portico romano e il diritto. Nell’analisi delle nozioni di stato e di proprietà in Pompeo e Panezio e l’influenza della dottrina stoica sulla giurisprudenza romana dell’epoca scipionico-cesariana, il portico è un fenomeno che abbraccia un arco temporale vastissimo ed è di difficile, se non impossibile definizione. Pohlenz ne ha parlato come di un movimento spirituale, ma se si dicesse che è una ‘dimensione del pensiero’ forse non si sbaglierebbe. Comincia con * Testo rielaborato con le fonti e i riferimenti bibliografici essenziali della relazione alla 59ème Session de la Société Internationale Fernand de Visscher pour l’Histoire des Droits de l’Antiquité. [Per un primo approccio alla filosofia del Portico si v. POHLENZ, Stoa und Stoiker. Die Grunder, Panaitios, Poseidonios (Zürich); ID., IL PORTICO ROMANO: Storia di un movimento spirituale, Milano; IL PORTICO: Geschichte einer geistigen Bewegung (Göttingen); ISNARDI PARENTE, Stoici Antichi (Torino l’età del suo fondatore, il cipriota Zenone, un fenicio dalla pelle scura e di sangue semitico, attivo ad Atene, ma comprende anche ANTONINO. Non dimentichiamo, in aggiunta, la rielaborazione del de officiis di CICERONE fatta da AMBROGIO e, ancora, la fortuna medioevale dei precetti morali di Seneca che è addirittura indicato con la sua felice formula honestae vitae da Martino di Bracara come una sorta di cristiano occulto per aver intrattenuto una leggendaria corrispondenza con S. Paolo e tentato di convertire al cristianesimo un suo discepolo. La filosofia del Portico domina dunque la scena culturale romana per molti decenni durante l’ellenismo e la prima età imperiale, ma subì una repentina e considerevole decadenza. Agostino, in epist., infatti potrà dire. I seguaci del Portico sono ridotti al silenzio, al punto che le loro teorie vengono appena menzionate nelle scuole di retorica ». In effetti della letteratura del Portico a noi non è arrivato molto.  GRICEVS: POMPEI, cum de Porticu Romano loqueris, rem tam longam amplecteris ut vix definiri possit: quid est Porticus—motus spiritualis (ut Pohlenz), an potius dimensio cogitandi? POMPEVS: Utrumque, Grice. Nam Porticus sub Zenone incipit, sub Antonino procedit, et apud iurisconsultos quasi in togam mutatur: idem animus, sed alia vestis. GRICEVS: Lepide: cum dicis “Porticus ius movit,” dicis historiam; sed implicas hoc—Romanos etiam cum de “statu” et “proprietate” disputant, sub porticu stare, ne in foro a passionibus trahantur. POMPEVS: At tu, cum “implicas” dicis, implicas rursus hoc: si Stoici “ad silentium redacti” sunt (ut Augustinus gloriatur), tamen ius ipsum eorum vocem retinet—nam lex, etiam tacens, Stoice loquitur.

Gnaio Pompeo Magno (Roma, Lazio): la ragione conversazionale al portico romano. The uncle of Pompeo, the general. He is well versed in the Portico and a man of considerable learning, especially in the area of geometry.  GRICEVS: POMPEI, dicunt te in Porticu versatissimum esse, et geometriae peritissimum. Quaeso: cum tu “lineam rectam” defines, dicis quid sit; sed quid implicas de vita Romana? POMPEVS: Implico hoc, Grice: lineae rectae in tabula facile inveniuntur; in foro autem raro—nisi quis, more Stoico, angulos cupiditatum resecat. GRICEVS: Pulchre. At cum tu ad Porticum venis, nonne dicis te philosophari, sed implicas te ab omnibus petitionibus et clientibus paulisper latitare—quasi sub columna etiam animus lateat? POMPEVS: Ita vero: Porticus mihi est et schola et umbraculum. Nam si quis me roget de negotiis, respondebo: “nunc de triangulis agitur”—quod est verum, et tamen utilissime ambiguum.

Sesto Pompeo (Roma, Lazio): la ragione conversazionale al portico romano. A statesman and general ultimately defeated in the civil war against GIULIO  Cesare. A pupil of Posidonio at Rome. It is said that this tutelage had a great effect on him – “It changed my life” -- but it is not clear to what extent Pompeo himself became a follower of the Portico.  GRICEVS: POMPEI, audivi te Posidonium Romae in Porticu audivisse atque dixisse: “vitam meam mutavit.” Hoc quidem dicis; sed quid implicas—te Stoicum factum esse, an tantum melius ducem? POMPEVS: Ut verum fatear, Grice, Stoicus fieri volui, sed miles remansi: didici tamen hoc—sub porticu facile est “impavidum” agere; in acie multo difficilius. GRICEVS: Lepide: cum dicis “mutavit,” laudas magistrum; sed implicas te olim magis Fortunae quam rationi paruisse—nunc autem, saltem verbis, tecum habere Porticum quasi umbraculum. POMPEVS: Et tu, cum “implicas” totiens repetis, implicas hoc: in Urbe qui nimis aperte loquitur aut a Censoribus notatur aut a Caesare vincitur—quare Stoici silentium docent, non quia nihil sentiunt, sed quia diu vivere volunt.

Pietro Pomponazzi (Mantova, Lombardia): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale materiale – Shropshire – A Soul -- l’affair Pomponazzi. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats ordinary talk as a cooperative, norm-sensitive enterprise in which hearers rationally reconstruct what a speaker means by assuming (unless there is marked evidence to the contrary) that the speaker is trying to be appropriately informative, truthful, relevant, and perspicuous; implicature is then the disciplined residue produced when what is literally said would otherwise make the speaker’s move look irrational or uncooperative, so the hearer supplies an intended enrichment that restores the utterance to intelligibility under shared conversational standards. Pomponazzi, as your passage frames him, becomes an instructive foil because the “affair” around De immortalitate animae dramatizes a mismatch between two regimes of rationality: Pomponazzi argues that immortality is not demonstrable by reason while maintaining (via the faith/reason distinction he insists on in Apologia and Defensorium) that this is not straightforward atheism, yet the Venetian reception supplies an implicature of impiety and treats the text as if its rational content were a social act of provocation; in Gricean terms, the audience refuses the charitable hypothesis of cooperative philosophical inquiry and instead construes the utterance under a different set of practical maxims (institutional risk-management, doctrinal policing), so that what Pomponazzi intends as a careful limitation claim is heard as an attack, and “clarity” itself becomes suspect once it threatens authority. Read this way, the Pomponazzi episode shows Grice’s key point by historical counterexample: implicatures are not free-floating but are licensed by what counts as the operative rational game in a setting, and when the background norms shift from truth-seeking cooperation to safeguarding the sacred, the same words generate different “reasonable” inferences—sometimes lethally—because the community’s standards of what it is rational to be doing with words have changed. Important Italian philosopher. Studia a  Padova sotto Nardò, Riccobonella e Trapolino. Insegna a Padova, Carpi, Padova, Venezia, Ferrara, Mantova, e Bologna. Pubblica “De maximo et minimo”. Publica un commento al “De anima” aristotelico del Lizio. Scrive il “Trattato dell’immortalita dell’anima” (Bologna), il “Il fato, il libero arbitrio e la predestinazione” (Grataroli, Basilea) e il “De naturalium effectuum causis, sive de incantationibus” (Grataroli, Basilea) oltre a commenti delle opere di Aristotele. Il “Tractatus de immortalitate animæ,” in cui sostiene che l'immortalità dell'anima non può essere dimostrata razionalmente, fa scandalo. Attaccato da più parti, la pubblicazione è pubblicamente bruciata a Venezia. Denunciato da Fiandino per eresia, la difesa di Bembo gli permette di evitare terribili conseguenze. É condannato da Leone X a ri-trattare la sua tesi. Non ri-tratta. Si difende con la sua Apologia e con il Defensorium adversus Augustinum Niphum, una risposta al De immortalitate animæ libellus di NIFO , in cui sostiene la distinzione tra verità di fede e verità di ragione, idea ripresa da ARDIGÒ . Evita ogni problema pubblicando il “De nutritione et augmentatione”, il “De partibus animalium” e il “De sensu”. Muore suicida. Per i peripatetici del LIZIO, l'anima è l'atto – entelechia -primo di un corpo che ha la vita in potenza. L’animo è la sostanza che realizza la funzione vitale dei corpi. Tre sono le funzioni dell'anima: la funzione vegetativa per la quale gl’esseri vegetali, animali e umani si nutrono e si riproducono; la funzione sensitiva per la quale gl’esseri animali e umani hanno sensazioni e immagini; la funzione intellettiva, per la quale gl’esseri umani comprendono. peripatetismo veneto. lizio, corpore, materialismo, animo-anima, Aquino, Nifo - Shropshire and Pomponazzi on the immortality of the soul.  “Grice: St John’s, 1938. I’m drafting some notes on personal identity for Mind, before the war swallows everyone’s attention; I hadn’t tackled the topic with Hardie, and I did no proper research on it at Merton, but it keeps colliding with questions about supervenience and, more pointedly, survival. And then there is Pomponazzi, if one must cite him: in his notorious De immortalitate animae he argues against the very thing the title advertises. A marketing title, really: Contra immortalitatem animae would have been more honest, though less saleable. But the deeper muddle is not the title; it is the predicate. In what sense is “immortality” even a property of “the soul,” as if the soul were an item with features like weight or colour? My own hunch, at least for purposes of argument, is to go empiricist: treat the “soul” as no more than a chain of mnemonic states, linked in the right way, and admit that the chain breaks when the person dies. Yet even that phrasing is already suspect, because “you passing away” sounds like an event in your life, whereas one is later tempted to agree with Wittgenstein that death is not an episode one lives through at all; so perhaps Pomponazzi’s real lesson is not about proving or disproving immortality, but about how quickly philosophers slide from talk of persons and memories into talk of substances, and then pretend the slide was licensed by reason rather than by habit.” G.: What interests me about Pomponazzi is not that he proves the soul mortal, but that he forces one to say what the question means before one answers it. S.: That sounds charitable to the point of distortion. He matters historically, no doubt: Bologna, 1516, a public scandal, copies burned in Venice, the whole Catholic operatic apparatus. But as philosophy for us? Hardly. G.: “For us” is already doing too much work. If by “us” you mean Ryle after 1949, then of course the question “is the soul immortal?” looks malformed before breakfast. If there is no ghost, there is nothing to keep alive. S.: Exactly. The whole Pomponazzi affair seems to depend on taking anima as the name of a thing, and then asking after its duration as if it were a candle or a civil servant. G.: That is the Rylean complaint, and one can hear why it became irresistible. Still, one should distinguish two levels. At one level, yes, the noun soul becomes suspect. At another, the old problem survives translation. You can kill the word and keep the pressure. S.: By “translation” you mean “personal identity.” G.: Among other things. Survival, continuity, memory, what a person is, what it would be for a life to continue, and whether death is even the right sort of event to belong to one’s biography. Those are all later descendants of the older immortality question. S.: That is already a different climate. Oxford in the 1930s is not about the soul. It is about mind, person, self, perhaps consciousness if one is unlucky, but not anima in the Bologna sense. G.: Quite. No don at Corpus or St John’s was likely to lean over the table and say, “Now prove Aquinas wrong about the five ways.” Hardie never asked me to prove Aristotle wrong about De anima either. But Aristotle was on the syllabus, and De anima was very much part of the Lit. Hum. machinery. S.: Yes, but being on the syllabus is not the same as being alive in the idiom. One read Aristotle because Greats requires him, not because one walked about saying “the soul is the entelechy of a body having life potentially.” G.: Oxford likes its theology and metaphysics aired through translation. It prefers to read about the soul under the heading of mind, psyche, person, and sometimes psychology, which is where your point becomes important. S.: The psyche. G.: Yes. That troublesome Greek residue in the very name of psychology. One pretends the soul has vanished, and then one writes “psycho-” on the title page and lets it keep earning a living. S.: Which is why I was mentioning Stout. G.: Quite right. Stout is a hinge figure because “Mind: A Quarterly Review of Psychology and Philosophy” names the old territory without embarrassment. It says the old soul-domain has not been abolished; it has merely been redistributed between philosophy and psychology. S.: The redistribution matters. “Mental philosophy” was an office; “metaphysical philosophy” was a chair. There was no chair in “the philosophy of the soul.” G.: Because English institutions prefer euphemism to ontology. One has a Waynflete Professorship of Metaphysical Philosophy, which sounds imposing and offends nobody’s theology. One does not appoint a Professor of Soul, because that would require one to know what one meant. S.: And by the time we reach Ryle, the official line is that “soul-talk” is a category mistake in waiting. G.: Or a category mistake already committed and then fossilised by centuries of use. Yes. But Ryle’s triumph is not the end of the matter. It is the end of one vocabulary. S.: The “ghost in the machine” finishes Pomponazzi for good. G.: No. It finishes one easy reading of Pomponazzi, the one in which the soul is a hidden thing one may inspect for durability. But the old issue returns under more respectable names. S.: Such as? G.: “Personal identity,” to begin with. 1941, if you want a date. The war in the background, a young philosopher in Oxford worrying not about substances but about what could make a person remain the same person. That is already the old question, stripped of scholastic costume. S.: Yet in that essay there is no soul. G.: Exactly. The silence is the point. The old problem now appears as continuity of person, of memory, of psychological life. What once would have been framed as “can the soul survive?” becomes “what would survival amount to?” and then, later still, “is survival even identity?” S.: That sounds almost Parfit. G.: And that is precisely why Pomponazzi has a long tail. If you start with the immortality of the soul and keep removing what later Oxford refuses to countenance—substance, theological guarantee, even perhaps an enduring self—you end up very close to the post-war and post-Ryle British concern with survival, continuity, and reduction. S.: You are making him into a pre-Parfit for the sake of a narrative. G.: Not a pre-Parfit, no. A historical pressure point. A man who made explicit, in 1516, a question later philosophers preferred to ask with more timid nouns. S.: But that is exactly my point. The bite is gone once the nouns change. Pomponazzi shocks because he says mortality of the soul. If one says instead “let us analyse continuity conditions for persons,” nobody burns your book at Venice. G.: True enough. The social theatre changed. The doctrinal risk is gone. That is why Italian historians of philosophy love him more than ordinary philosophers do. He is a dramatic marker. He says mortality where others merely trim hypotheses. S.: So when you said Italians “worship” Pomponazzi, you meant historians of philosophy, not the average philosophy student at Bologna in the 1930s. G.: Precisely. The Bolognese student may have had to know him as part of the story of Aristotelianism, faith and reason, mortalism, and the affair. But he was unlikely to be grilled as if the immortal soul were still a live classroom question in the same mode. S.: Whereas in Oxford the student would meet, not Pomponazzi, but Stout, perhaps, and a little later Ryle and Price and Prichard, and perhaps some Wundt by reflected light. G.: Yes, and all of them in different ways are already post-soul. Wundt wants psychology scientific. Stout keeps the old breadth of mind and psychology together. Price and Prichard allow the self and experience to retain some dignity. Ryle attacks the substantial fantasy directly. And yet the field remains the same enough to make the word psyche difficult to abolish. S.: That is where your Greek letter psi enters. G.: Quite. When one writes psi for psychological attitudes, one is not invoking the immortal soul; but one is certainly walking on its old land. Oxford’s later analytic notation does not erase ancestry. It abbreviates it. S.: Then what would the Oxford equivalent of Pomponazzi’s title be? Not De immortalitate animae, surely. G.: No. Something like “Personal Identity and Survival,” if one wants the clean modern version. Or “Can a Person Survive Death?” if one wants the old bite without the old noun. S.: Still, no one in 1938 would have said that, surely. G.: Not in a title perhaps, but the pressure was there. A young philosopher worrying about memory and identity, against the background of mortality, is not far from the old problem. The difference is that he no longer feels licensed to say anima. S.: Because “soul” had become embarrassing. G.: Embarrassing in philosophy, yes. Not in religion. Not in poetry. But in philosophical prose, especially Oxford prose, soul began to sound like a noun one had not yet earned. S.: You said earlier that “philosophical psychology” kept one closer to Aristotle than “philosophy of mind” does. I suppose that is right. G.: It is right because “philosophical psychology” still suggests powers, capacities, functions, and forms of life. “Philosophy of mind” tempts one into reification: the mind as a thing, or at least as a territory. “Psychology” retains something of psyche without demanding a metaphysical substance. S.: Which is why someone like Pears can later edit a volume under that title and not feel ridiculous. G.: Yes, though the title itself is already a compromise. It acknowledges the old terrain while refusing to use the old furniture. S.: What about Stout and “mental philosophy”? G.: That phrase is even more revealing. Mental philosophy is the Victorian and Edwardian way of saying: we are still discussing what used to belong to the soul, but we are doing so in a manner that will not provoke the Royal Society. S.: Or the theologians. G.: Or the psychologists, who by then wish to own the laboratories and the measurements. The older broad field gets divided, and Oxford retains the philosophical residue. S.: So where does Pomponazzi still matter, beyond merely being a historical exhibit in an Italian museum of controversies? G.: In at least three ways. First, he matters because he makes explicit the distinction between what reason can establish and what faith may maintain. Second, because he dramatizes the danger of stating mortality under the name of philosophy. Third, because once the word soul disappears, the same tension reappears under person, self, mind, survival, and psychological continuity. S.: The first two are historical. I grant those. The third seems your own importation. G.: Of course it is. But historical importance without conceptual afterlife is antiquarianism. And I refuse to let Bologna have all the fun. S.: There speaks the man who wants Oxford and Bononia to share a river even where there is none. G.: Not a river. A problem. Problems travel better than rivers. S.: Let us be concrete. Suppose one asks in 1950, at Oxford, “Is the soul immortal?” What happens. G.: First, embarrassment. Second, translation. Third, perhaps a lecture about misuse. One would be asked: what do you mean by soul? what do you mean by immortal? what counts as a criterion of survival? what would count as the same person? and why are you speaking as if “death” were an episode in a life rather than the end of one? S.: Which is already very close to the later line that death is not an event one lives through. G.: Exactly. And that changes the pressure entirely. Pomponazzi debates whether reason can prove immortality. The later Oxford philosopher asks whether the grammar of “my death” and “my survival” has even been properly sorted. S.: You are making Oxford look deeper than it was. G.: Not deeper. Merely different. Bologna asks whether reason can demonstrate. Oxford asks whether the question has been put in a form that allows demonstration. Those are not the same but they are contiguous. S.: Still, if there is no soul, what gives? G.: What gives is the old package: immortality of the soul, survival of the person, continuity of consciousness, perhaps memory as criterion, perhaps bodily continuity, perhaps none of the above. Ryle discards the ghost. Fine. But he does not thereby answer what makes a person one person rather than another, or what would count as surviving, or why we even care about those possibilities. S.: He would say those are different questions. G.: Very likely. And that is already enough to keep Pomponazzi from being wholly dead. Pomponazzi matters because he marks the older cluster before later philosophy disaggregated it. S.: So the “bite” was lost because the cluster was broken up. G.: Yes. Once soul separates into mind, self, person, psyche, consciousness, and attitudes, the old scandal evaporates. You can then worry about personal identity for decades without anyone accusing you of impiety. S.: Which is an advance. G.: Perhaps. It is also a loss in vividness. “The immortality of the soul” bites where “the continuity conditions for persons” merely nibbles. S.: Let me return to Aristotle. De anima was required reading. Surely that is the real route, not Pomponazzi. G.: Aristotle is the permanent route. Pomponazzi is the crisis point. Aristotle provides the conceptual terrain; Pomponazzi shows what happens when one presses the Aristotelian account into conflict with theological expectation. S.: And Oxford read Aristotle without feeling compelled to solve the crisis. G.: Correct. Hardie was not asking anyone to prove Aristotle wrong in the manner of a scholastic disputation. He wanted one to understand Aristotle, not to found a heresy. But that does not make the old difficulty vanish. It merely means Oxford treats it with more pedagogical restraint. S.: Or more timidity. G.: Or more civility. Timidity is what historians call someone else’s manners. S.: Fine. Then tell me what the soul becomes in later English philosophy if not an embarrassment. G.: It becomes distributed. Some of it becomes philosophical psychology. Some becomes “mind.” Some becomes “person.” Some becomes “attitude.” Some becomes the structure of agency. And, in a very ancient way, some becomes powers. S.: Ah yes, your “power structure of the soul.” G.: The phrase is ugly enough to be useful. One can talk, without invoking a ghost, of executive and appetitive and affective functions, or of reason, prudence, and passion, or of the practical organization of an agent. Plato did that already. Aristotle formalised it differently. Later thinkers secularise it. The old soul survives as a functional architecture. S.: That sounds dangerously close to saying the soul never vanished at all. G.: In one sense it did vanish: as a publicly respectable metaphysical substance. In another it survived by subdivision. You do not need the noun “soul” to keep discussing its old concerns. S.: Which is why Stout matters more than people notice. G.: Exactly. Stout’s world is one in which mind, psychology, and philosophy are not yet cleanly divorced. His “quarterly” says as much. That older breadth is what makes the transition visible. S.: And Parfit, later, gives the final secular version. G.: Perhaps the final austere one. Not a soul, perhaps not even a substantial self, but still the problem of survival, relation, and continuity. That is why Pomponazzi matters to me. He stands near the head of a long line of ways of asking, too dramatically, the question later philosophers continue to ask timidly. S.: Timidly? Parfit is not timid. G.: Fair enough. Not timidly, then. Diffusely. Analytically. Respectably. S.: There remains the Italian point. Why did he matter so much there? G.: Because Italy likes its philosophy with blood in it. A man who dares write De immortalitate animae and then says reason cannot prove what piety wants proven will always appeal to a culture that remembers universities as theatres of risk. S.: And Oxford likes its philosophy with footnotes in it. G.: Yes, and jokes in the margins. That is why Oxford does not need Pomponazzi in the same immediate way. It has already translated him into six separate seminar topics and lost the bonfire. S.: You almost sound nostalgic for the bonfire. G.: Not for the fire. For the clarity of the stakes. A philosopher who writes on personal identity today may affect generations and never once be accused of threatening public order. Pomponazzi could threaten public order merely by limiting what reason could do. S.: That is because the institution around him was different. G.: Exactly. The same words generate different consequences in different rational games. There is your pragmatics. In one setting, “reason cannot prove immortality” is a delicate philosophical limitation. In another, it implicates impiety, rebellion, danger. S.: So his historical importance is partly pragmatic. G.: Entirely so. The affair matters because the audience supplied a different set of operative maxims from the ones the philosopher hoped for. A charitable hypothesis of inquiry failed. Doctrinal policing replaced cooperative interpretation. S.: That sounds as if you have made him into a lesson in audience reception. G.: He is one. As well as a lesson in the migration of problems. S.: And if I still say he does not matter to us? G.: Then I answer: he does not matter to you if you insist that only live vocabulary matters. He matters to me because he stands at the point where one sees the old vocabulary crack and the later questions begin to scatter. S.: Scatter into Locke, Hume, personhood, survival, psychological continuity, later reductionism. G.: Exactly. Add to that the persistence of psyche in psychology, psi in notation, powers in moral psychology, and the old tripartite temptations of Republic-style political analogy, and you have a whole underground survival. S.: You really will make Bologna haunt Oxford if you keep this up. G.: Oxford deserves a little haunting. It became too pleased with itself once it declared the ghost out of order. S.: Then your final defence of Pomponazzi is not “he solved the problem,” but “he named it in a way that later philosophers spent centuries trying to avoid.” G.: Perfect. He says soul and immortality where later philosophers say person and survival, and the later nouns are more careful but not necessarily deeper. S.: And my final complaint is that if the noun soul has gone, the old question has changed too much to count as the same question. G.: That is fair. But philosophy lives by families of questions, not exact repetition. The old family resemblance is enough. S.: Then perhaps the verdict is this: he does not matter as a present doctrinal authority, but he does matter as a historical point of concentration for a set of issues that later analytic philosophy disperses and retranslates. G.: Which is more than enough to keep him on the table. S.: At Bononia perhaps. G.: At Boum Vadum too, if only to remind it that “personal identity” sounds much less brave than De immortalitate animae.Grice: Pomponazzi, tu dici che l’immortalità dell’anima non si può dimostrare con la ragione; ma implichi subito: “tranquilli, non sto togliendo l’anima—sto togliendo solo la pretesa di provarla come un teorema”. Pomponazzi: Esatto. Ma a Venezia hanno capito l’implicatura al contrario: io dico “distinzione fra fede e ragione” e loro implicano “accendiamo il falò editoriale”. E infatti: edizione… arrostita. Grice: È l’“affair Pomponazzi”: tu scrivi De anima per il Lizio e finisci in una lezione pratica di pragmatica. La massima di Modo—“sii chiaro”—in Italia vale finché non diventi troppo chiaro. Pomponazzi: E tu, Grice, quando mi chiami “materiale”, implichi che io riduca tutto al corpo. In realtà io dico solo questo: se vuoi litigare con Aristotele, fallo con argomenti—ma ricordati che il pubblico, spesso, confonde la ragione con la legna. Pomponazzi, Pietro (1516). De immortalitate animae. Bologna: Faelli.

Tito Pomponio (Roma, Lazio). Best under Pomponio. Tito Pomponio detto l’“Attico”.  GRICEVS: POMPONI, cognomen “Atticus” geris: dicis te Athenis studuisse; implicas autem te Romae quoque tam civiliter vivere ut ne ipsa Roma te corrumpat. POMPONIVS: Ita est, Grice: Roma me vocat ad negotia, Attica me revocat ad otium. Ego autem medius ambulo—inter forum et bibliothecam, ne ulla pars nimium garriat. GRICEVS: Lepide; sed hoc est rationis conversazionalis: cum taceas in senatu, non nihil dicis, sed implicas “hoc consilium stultum est, sed amicitia mihi carior est.” POMPONIVS: Et tu, cum “implicas” totiens dicis, implicas hoc: sapientissimus est qui, sicut Atticus, plus intelligit quam loquitur—et plus ridet quam disputat.

Publio Pomponio Secondo (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’orto romano. A statesman and author. Sometimes misspelled “Pompedio.” The historian Josephus said he was a senator that followed the Garden. GRICEVS: POMPONI, audivi te senatoriam gravitatem cum “Horto” coniunxisse: mirum—Roma enim plerumque hortos amat, sed Epicurum timet, ne nimis bene cenetur. POMPONIVS: Si quid timeant, timeant ventrem suum. Ego “Hortum” sequor, non ut fiam otiosus, sed ut etiam in curia meminerim: voluptas sine perturbatione est—non sine sale. GRICEVS: Bene; sed cave nomen: quidam te “Pompedium” scribunt—quasi in Horto etiam litterae decidant. Id dicunt, sed implicant te tam tranquillum esse ut etiam syllabas dimittas. POMPONIVS: At tu, Grice, cum dicas me “Hortum” sequi, dicis amicitiam Epicuri; sed implicas hoc: si senator sapiens est, etiam in urbe strepente invenit locum ubi verba pauca sunt—et pax multa.

Renato del Ponte (Lodi, Lombardia): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale maschile. Grice’s account of reason-governed conversational meaning treats ordinary talk as a cooperative, inference-driven practice: speakers are presumed to be jointly oriented toward intelligibility and mutual uptake, and hearers recover what is meant by attributing rational intentions (in light of shared norms such as relevance, sufficiency of information, truthfulness, and clarity) and by calculating implicatures as orderly deviations from those norms; on this picture, “reason” is not just private logic but a public discipline of accountability in interaction, so that what is implicated is what a reasonable hearer is licensed to infer given what was said and the assumption that the speaker is still, in the relevant respects, cooperating. The Ponte-voice in your passage recasts that same inferential space in traditionalist and ritual terms: where Grice’s rationality is anchored in broadly egalitarian cooperation and conversational utility, Ponte’s “ragione conversazionale” is framed as a hieratic economy of speech in which restraint, gravity, and rank-sensitive decorum are themselves the governing norms, and implicature becomes not merely an efficient vehicle for communicating more than is said, but a badge of disciplined self-limitation (favete linguis) that presupposes sacred or institutional order; the joke about “maschile” reads, in English meta-language, as a proposal that some implicatures are generated not by the standard pressure toward informative clarity but by a culturally coded pressure toward dignified understatement, solemnity, and self-authorizing tone, i.e., an implicature regime where the dominant maxim is closer to “be worthy” than “be perspicuous.” Online, I could not locate any independent attestations of the specific labels “implicatura conversazionale maschile” or “ragione conversazionale” as Del Ponte’s published technical terms, so the safest treatment is to read them as your text’s stylized attribution rather than as a traceable item in Del Ponte’s bibliography; what is well attested online is Del Ponte’s profile as a traditionalist intellectual (founder/director of Arthos from 1972; editor of the 1971 critical edition of Guglielmo da Sarzano’s Tractatus de potestate Summi Pontificis; later works on Roman religion and symbolism), which supports the plausibility of the contrast your passage draws between a Gricean normativity of cooperative rational exchange and a Del Pontean normativity of tradition-bound, ritually constrained speech. Studia a Genova. Insegna a Pontremoli. D'impostazione tradizionalista, dopo gli studi classici vive a Pontremoli. Storico delle idee e del diritto romano arcaico, studioso di simbolismo, fonda la rivista di ispirazione evoliana Arthos -- cultura tradizionale, testimonianza tradizionale, a cura d’Arya di Genova. Cura il Tractatus de potestate summi pontifices; La Cronologia vedica in appendice a La dimora artica dei Veda. Tra i fondatori del movimento tradizionale romano. Collabora attivamente con Arya, ispirate dall'O. I. C. L. Altre saggi: Dei italici; Miti italici, Archetipi e forme della sacralità romano-italica, Genova, Ecig; Il movimento tradizionalista romano, Scandiano, Sear; La religione dei romani” (Milano, Rusconi); “Il magico Ur” (Borzano, Sear); “I liguri: etno-genesi di un popolo” (Ecig, Genova); “La città degli dei”; “La tradizione di Roma e la sua continuità” (Ecig, Genova); "Favete Linguis!" Saggi sulle fondamenta del Sacro in Roma antica” (Arya, Genova); "Ambrosiae pocula" (Tridente, Treviso); "Nella terra del drago" note insolite di viaggio nel Regno del Bhutan (Tridente, La Spezia); “Il mondo alla rovescia” (Arya, Genova); “In difesa della tradizione” (Arya, Genova); “Le sacre radici del potere” (Arya, Genova); “La massoneria volgare speculativa” (Arya, Genova); “Lettere ad un amico” (Arya, Genova); “Hic manebimus optime” (Arya, Genova); “Etica aria” (Arya, Genova); “Aspetti del lessico pontificale: gli indigitamenta”; “ “I LARI nel sistema spazio-temporale romano”; “Santità delle mura e sanzione divina,”; “Gl’arii”; “Via romana agli Dei”; Centro studi La Runa.IL MOVIMENTO TRADIZIONALISTA ROMANO: Studio storico preliminare SeaR. implicatura maschile, ario, gl’arii, I liguri, romani, antica roma, massoneria volgare.  Grice: Ponte, tu parli di “implicatura conversazionale maschile”: io, da inglese, temo sempre che “maschile” qui voglia dire “detta con tono solenne e senza ammettere di stare facendo poesia”. Ponte: E tu, Grice, quando dici “poesia”, implichi che la Tradizione sia un vezzo. Invece è disciplina: “favete linguis!” non è solo latino, è un invito a parlare meno e significare di più. Grice: Appunto: tu dici “Roma arcaica, diritto, simboli”, ma implichi “attenzione: ogni parola ha un rito, e ogni rito una gerarchia”. Da Oxford lo chiameremmo “contesto”; a Pontremoli lo chiamate “altare”. Ponte: E quando tu dici “contesto”, implichi che bastino massime e cooperazione. Io invece dico: in certe conversazioni la massima suprema è una sola—non “sii chiaro”, ma “sii degno”… e se proprio devi violare una massima, che sia per rispetto del Sacro (o, almeno, per non disturbare i Lari). Ponte, Renato del (1967). Studio sul Trattato De Potestate summi pontificis di Guglielmo di Sarzano, Genova.

Augusto Ponzio (San Pietro Vernotico, Brindisi, Puglia): la ragione conversazionale e il segno dell’altro, o della semiotica filosofica. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats implicature as a rational, cooperative inference from what is explicitly said plus shared norms (relevance, sufficient informativeness, sincerity, clarity), so that what is meant can exceed what is said without collapsing into vagueness because the “extra” content is, in principle, reconstructible and cancellable. Ponzio’s semiotica filosofica, by contrast, shifts the centre of gravity from efficiency in information transfer to responsibility toward otherness: the sign is not primarily a tool for getting beliefs into heads but a site of dialogic relation in which the other’s irreducibility matters, and where “waste” in language (redundancy, excess, polyphony, metaphor, multilingual friction) can be constitutive of meaning rather than a defect. In that sense, Ponzio reads conversational rationality as hospitality rather than mere cooperation: the conditions for understanding are not exhausted by maxims that optimize exchange, because conversation also has to make room for misunderstanding, asymmetry, and the ethical demand carried by the other’s address. Historically, this orientation is already visible in Ponzio’s early work on Levinas: he graduated in philosophy at the University of Bari on 28 June 1966 with Giuseppe Semerari as supervisor, on the phenomenology of interpersonal relation with special reference to Totalité et Infini, and he then published La relazione interpersonale in 1967, a book often cited as among the earliest monographs on Levinas; the contrast with Grice is therefore that Grice formalizes how rational agents manage implied meaning within talk-exchanges, while Ponzio foregrounds how meaning and sign-use are ethically and dialogically constituted by the presence of the other, even when that makes communication less economical and more exposed. Studia a Bari sotto SEMERARI . Insegna a Bari. Cura ROSSI-LANDI . Studia la fenomenologia della relazione interpersonale. Insegna a Brindisi, Francavilla Fontana, e Terlizzi. Studia scienze dei linguaggi e linguaggi delle scienze, intert-estualità, inter-ferenze,e  mutuazioni.  Pubblica “Enunciazione e testo letterario nell'insegnamento dell'italiano come lingua straniera” (Guerra, Perugia);  Linguistica generale, scrittura letteraria e traduzione, Da dove verso dove. L'altra parola nella comunicazione globale, A mente. Processi cognitivi e formazione linguistica, Lineamenti di semiotica e di filosofia del linguaggio; Introduzione a Bachtin (Bompiani); “Il discorso amoroso” (Mimesis) e Bachtin e il suo circolo (Bompiani, collana “Il pensiero Occidentale” diretta da Reale); Summule logicales (Bompiani); Manoscritti matematici (Spirali); La filosofia come professione, come istituzione, presuppone una filosofia propria del linguaggio, che si esprime nella tendenza del linguaggio al pluri-linguismo dia-logico, alla correlazione dialogica delle lingue e dei linguaggi di cui sono fatte, una filosofia del linguaggio, in cui ‘del linguaggio’ è da intendersi come genitivo soggettivo: un filosofare del linguaggio, che consiste nella pluri-discorsività dialogizzata. I campi di suo studio e di sua ricerca sono la semiotica e filosofia del linguaggio. Filosofia del linguaggio è l'espressione che meglio esprime l'orientamento dei suoi studi e come egli affronta i problemi relativi alla semiotica dal punto di vista della filosofia del linguaggio, alla luce degli sviluppi delle scienze dei segni, dalla linguistica alla bio-semiotica.  il segno dell’altro, semiotica filosofica, segno, segnico, il segnico, l’amore, lo spreco del segno, Vico e la linguistica cognitiva; Landi; sottiteso, Grice, pragmatica, metafora, vailati. Grice: Ponzio, tu dici “il segno dell’altro”, e già io sento una piccola ansia pragmatica: perché l’“altro”, per definizione, è quello che non risponde come previsto… e poi la colpa ricade sempre sull’implicatura. Ponzio: E tu, Grice, quando dici “colpa”, implichi che il segno debba essere economico e obbediente. Io invece studio anche lo spreco del segno: a volte il linguaggio produce più relazione che informazione—e lo fa apposta. Grice: Capisco: Rossi-Landi ti ha insegnato che i segni lavorano, e Bachtin che litigano in più lingue. Quindi quando uno studente straniero dice “ho capito”, spesso non sta dicendo che ha capito… sta chiedendo pietà in forma dialogica. Ponzio: Esatto. E quando tu insisti sul “principio conversazionale”, io implico il mio correttivo: il principio non è “cooperazione”, ma “ospitalità”—perché la conversazione riesce solo quando c’è posto anche per l’altro, per l’equivoco, e persino per una metafora che arriva in ritardo (come il treno per Brindisi). Ponzio, Augusto (1965). Tesi di laurea su Semerari. Bari.

Giuseppe Porta (Castelnuovo Garfagnana): la ragione conversazionale -- filosofia italiana -- there may be another!  Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains implicature as a rational, cooperative inference from what is said plus shared expectations of relevance, informativeness, sincerity, and clarity, so that an audience can be led to an additional meaning without it being explicitly stated and with that meaning remaining, in principle, cancellable. Giuseppe Porta (detto il Salviati), as framed in your passage, belongs to a Renaissance world in which “meaning” is often relocated from spoken exchange to designed artefact: an image, an emblem, a frontispiece, a mechanical device, or an encoded scheme that invites the viewer to infer a hidden order, whether in the stars, the voice, or the taxonomy of sounds. Set beside Grice, Porta’s “conversational reason” looks like an artisanal analogue of implicature: the artist-engineer supplies cues (visual, diagrammatic, or mechanical) that underdetermine their interpretation, and the informed spectator completes the sense by a disciplined act of inference; the difference is that Grice’s implicatures are normatively governed by cooperative talk between agents, while Porta’s inferences are governed by conventions of design, patronage, and learned reading practices that turn artefacts into quasi-utterances. The convergence is that both treat the unsaid as productive: Grice shows how economy and tact in speech can convey more than is stated, while Porta shows how economy and elegance in form (a frontispiece, a schematic “code,” a crafted ceiling) can carry more meaning than it depicts, by relying on the audience’s capacity to bridge from sign to intended significance. Porta: l’implicatura conversazionale. Pittore, matematico, astronomo e astrologo italiano, studia a Roma, dove conosce il maestro Francesco SALVIATI (del quale assunse il cognome), assieme al quale si trasferì poi a Venezia. Ivi, tra le tante opere, si occupa della decorazione del soffitto della Marciana e affresca la sala regia dei Palazzi vaticani a Roma. Nella prima parte del Codice Marciano Porta affronta il tema del rapporto tra movimento degli astri e linguaggio, indagando la formazione degl’elementi vocali, definendo un'embrionale tassonomia dei suoni e prospettando la possibilità di una  loro riproduzione ARTIFICIALE attraverso appropriati dispositivi meccanici.Per approfondimenti  vedasi treccani.it/enciclopedia/giuseppe-porta Dizionario-Biografico, a cura di  Biffis.   Giuseppe Porta, detto il Salviati o il Salviatino (Castelnuovo di Garfagnana, 1520 – Venezia, 1575), è stato un pittore italiano.   Targa al pittore visibile sotto il Loggiato a lui dedicato Biografia Si formò nella bottega del celebre Francesco Salviati, in onore del quale decise di assumere proprio "Salviati" come nome d'arte. Già nel 1535 era a Roma assieme al maestro, dove si dedicò alla decorazione esterna delle facciate di vari palazzi; è in questo periodo che i due poterono studiare da vicino le opere di Raffaello: sarà questo un fatto centrale in quella definizione di maniera che così come stabilita dai due artisti di concerto al Vasari guarderà alla maniera dello stesso Raffaello oltre che di Michelangelo.  Nel 1539 il Porta lasciò Roma per recarsi prima a Firenze (dove ebbe appunto a conoscere il Vasari), poi a Bologna e quindi, nel luglio dello stesso anno a Venezia.  Il suo primo lavoro autonomo fu quello che gli garantì la maggior fama, ovvero l'incisione posta a frontespizio del volume deutero-esperanto – fonetica naturale, fonetica artifiziale.  Grice: Porta, tu sei l’unico che dice “sono un pittore” e implica “sono anche un astronomo: se il soffitto della Marciana non ti convince, ti spiego pure le stelle”. Porta: E tu, Grice, quando mi chiami “Porta” e poi mi ricordi che mi sono firmato “Salviati”, dici biografia; ma implichi che in Italia, per essere presi sul serio, bisogna avere almeno un maestro… o almeno un cognome in prestito. Grice: Però la parte che mi diverte di più è il Codice Marciano: tu dici “movimento degli astri e linguaggio”, ma implichi “le vocali sono pianeti in miniatura—e con un buon ingranaggio posso farle orbitare anche in versione artificiale”. Porta: Esatto: e quando parlo di “fonetica naturale” e “fonetica artifiziale”, io dico scienza; ma implico una cosa molto veneziana: se la natura non ti dà la voce giusta, te la costruisco—basta che tu paghi il meccanico e non chieda a un filosofo di cantare. Porta, Giuseppe (1540). Illustrazioni e frontispizoi per Francesco Marcolini, Le sorti intitolate giardino d’i pensieri. Venezia.

Giovanni Battista Della Porta (Vico Equense, Napoli, Campania): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale fisio-nomica. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats implicature as a rational, cooperative inference from what is said plus shared expectations of relevance, informativeness, sincerity, and clarity, so that the “extra” meaning of an utterance is accountable and (in principle) cancellable rather than mystical. Della Porta, by contrast, operates in a Renaissance natural-magical and proto-empirical register where meaning is read off bodies, faces, and resemblances, and where his celebrated physiognomic plates and his broader “secrets” literature treat signs less as products of conversational coordination and more as indices in nature to be deciphered by an observer. Set beside Grice, Porta’s physiognomic reasoning looks like a systematic attempt to turn the world into a conversational partner: nature “says” character through facial traits, and the interpreter supplies the bridge from visible cue to invisible disposition, much as a Gricean hearer supplies the bridge from sentence to implicature—but here the bridge is not governed by cooperative maxims between agents but by analogical classification and the rhetoric of the marvelous. The comparison, then, is that Grice explains how rational agents manage what they mean by managing what they leave unsaid, whereas Porta exemplifies an older semiotic ambition in which the unsaid is supposedly written on the body itself, and the risk is not mis-implicature but misreading: confusing culturally loaded resemblance for reliable evidence. Historically, the contrast is sharpened by Porta’s concrete works that foreground sign-systems outside ordinary talk—Magia naturalis first published in 1558 and expanded to 20 books in 1589, De furtivis literarum notis in 1563 on secret writing, and De humana physiognomonia in 1586 with its extensive illustrations—each of which shows a mind fascinated by how signs can guide belief, even when the “speaker” is nature, a cipher, or a face rather than a cooperative interlocutor. Grice: “He is the one with the funny illustrations of men and animals! The Italian way to comment on Aristotle!” Riceve le basi della sua formazione culturale in casa, dove si è soliti discutere di questioni filosofiche, e dimostra immediatamente le sue notevoli innate capacità, che poté sviluppare attraverso gli studi grazie alle condizioni agiate della famiglia. La famiglia ha una casa a Napoli a via Toledo -- il palazzo Della Porta -- una villa a Due Porte, nelle colline intorno a Napoli, e la villa delle Pradelle a Vico Equense. Tra i suoi maestri vi sono il classicista e alchimista PIZZIMENTI, e i filosofi ALTOMARE e PISANO. Pubblica “Magiae naturalis sive de miraculis rerum naturalium”. Pubblica un saggio di crittografia, il “De furtivis literarum notis” dove scrive un esempio di sostituzione poli-grafica cifrata con accenni al concetto di sostituzione poli-alfabetica. Per questo è ritenuto il maggiore crittografo italiano. Quando già la sua fama è consolidata, presenta il suo saggio sulla crittografia a Filippo II e viaggia in Italia. Ha un saggio, “Sull'arte del ri-cordare” – ars reminiscendi (Sirri, Napoli). Fondato intanto “i segrettari”, l'Academia Secretorum Naturae, Accademia dei Segreti, per appartenere alla quale e necessario dimostrare di effettuare una scoperta. L'accento viene tuttavia posto più sul meraviglioso che sul scientifico. Le raccolte di segreti costituivano un genere letterario che incontra una straordinaria fortuna con l'avvento della stampa a caratteri mobili. Per segreto si intende conoscenza arcana, ma anche ricetta, preparazione di farmaci e pozioni d’effetto straordinaro, riguardante un argomento di medicina, chimica, metallurgia, cosmesi, agricoltura, caccia, ottica, costruzione di macchine, ecc. implicatura fisionomica, filologia.  Grice: Caro Porta, ultimamente mi sono interrogato sulla fisionomia, che tu hai illustrato in modo così originale. Mi affascina come dietro la “legge” – quel nomos che si applica caeteris paribus – si nascondano le complessità della fisi, cioè la natura stessa, nel suo splendore. Secondo te, quanto riesce davvero la fisionomia a cogliere ciò che è naturale e a distinguerlo dalle regole che tentiamo di imporre? Porta: Grice, la tua domanda riflette una sottile comprensione! La fisionomia, per me, non è solo un metodo di classificazione, ma un dialogo costante tra ciò che osserviamo e ciò che crediamo di sapere. La natura – la fisi – si manifesta in modi imprevedibili, mentre il nomos cerca di incasellare. I miei studi e le mie illustrazioni tentano proprio di mostrare questa tensione, questa danza tra ordine e meraviglia. Grice: È vero, Porta, e penso che la tua accademia dei segreti abbia incarnato proprio questo spirito: il sapere non si limita alle formule, ma si apre a ciò che è arcano e sorprendente. Mi chiedo, però, se non rischiamo, nella ricerca del meraviglioso, di trascurare la scientificità e la chiarezza. Come hai conciliato, nei tuoi scritti e nei tuoi esperimenti, il bisogno di stupire con quello di spiegare? Porta: Ah, Grice, la vita stessa è fatta di enigmi e soluzioni! Nei miei testi, come “Magiae naturalis” o nei segreti dell’Accademia, ho cercato di dare spazio sia alla meraviglia che alla razionalità. L’importante, secondo me, è non perdere mai la curiosità: osservare il volto umano, studiare la natura, cifrare la parola – tutto questo nasce dal desiderio di scoprire, ma anche di comunicare. La meraviglia è il primo passo, la conoscenza il secondo. E tra fisi e nomos, forse, ci vuole sempre un po’ di arte e un pizzico di magia napoletana! Porta, Giambattista della (1586). Magia Naturalis. Napoli: Longo.

Aldo Portalupi (Roma, Lazio) Sten. ling. Portalupi, Aldo (1961). Metodi ottici per l’esame della finitura superficiale” in Atti della Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino.

Matteo Portaria d’Acquasparta (Todi, Perugia, Umbria): la ragione conversazionale o -- Eurialo e Niso, ovvero, dello spirito – ma non fia da Casal né d'Acquasparta, là onde vegnon tali alla scrittura, ch' uno la fugge, e l'altro la coarta. Grice’s reason-governed conversational meaning is a micro-theory about how hearers infer what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming cooperative rational exchange and applying norms like relevance, sufficiency, sincerity, and clarity, so that implicature is calculable and defeasible rather than mystical. Matteo d’Acquasparta (your “Portaria”), by contrast, belongs to the scholastic-theological tradition in which the central explanatory work is done not by pragmatic inference between conversational partners but by metaphysical and semantic distinctions (spiritus, anima, animus; synonymy vs homonymy; the role of a medium; hylomorphism and the status of intellect and soul), and where “conversation” is primarily a disciplined disputation whose rationality is underwritten by an ontology of form and matter and by a theory of signification inherited from Aristotle and developed in the schools. Put side by side, Grice explains how an utterance like “draw a boundary” can generate a socially potent implied commitment because interlocutors treat words as reasons within shared norms, whereas Portaria explains how terms like “spirit” and “soul” can or cannot be predicated because their meanings are anchored in a taxonomy of kinds and powers, not in conversational uptake. The convergence is that both treat language as accountable: Grice makes accountability practical and interpersonal (what your audience is entitled to infer), while Portaria makes it doctrinal and classificatory (what your terms can truly signify); the divergence is that Grice’s implicature lives in the space between speakers, while Portaria’s “implicature,” if we borrow the label, is the scholar’s habit of letting metaphysical commitments ride on apparently lexical choices, with the real work done by the underlying theory of being rather than by conversational maxims. Grice: “I like Portaria, but then anyone with an interest in Anglo-Saxon ‘soul’ should! – if a philosopher, that is! Unlike Anglo-Saxon soul who God knews whence it comes, the Romans had spiritus, and animus anima, which is cognate with animos in Greek meaning ‘wind’ – so that leans towards a hyle-morphic conception where the body (corpus) is what has the ‘materia’ and the ‘breath’ is the ‘forma’ --  Italian philosophers would ignore this – and more so now when Davidson is in vogue! – if it were not for Aligheri who has Portaria in “Paradiso” – there is indeed a serious philosophical confrontation between an ACCADEMIA and and a LIZIO conception of the soul as seen in the controversy between AQUINO  and P.! P. uses the same linguistic tools: is ‘spiritus’ synonym with ‘anima’? Or must we speak of ‘homonymy.’ And add ‘medium’ into the bargan! P. is less canonical than AQUINO and should interest Oxonians much, oh so much, more!” – Unfortunately, he was from Todi and donated all his manuscripts to Todi, which many skip in their Grand tour – although it IS on the Tevere as any member of the “Canottiere del Tevere” will know!” -- Grice: “My name is Grice – Paul Grice – Matteo’s name is Matteo Bentivgna dei Signori d’Acquasparta e Portaria. Nacque da una delle grandi famiglie delle Terre Arnolfe, quella dei Bentivegna, feudatari di Acquasparta e Massa Martana, trasferitisi a Todi. Studia a Bologna. Insegna a Roma. Alighieri lo nomina, biasimandolo, tramite le parole di Findanza  in opposizione a Ubertino da Casale: “Ma non fia da Casal né d'Acquasparta/là onde vegnon tali alla scrittura/ch' uno la fugge, e l'altro la coarta” (Par.). filosofi citati d’Alighieri nella Commedia (Par.: ma non fia da Casal né d'Acquasparta, là onde vegnon tali alla scrittura, ch' uno la fugge, e l'altro la coarta.), logica, dialettica, Occam Grice. Grice: Portaria, a Oxford “anima” suona sempre un po’ protestante, ma “spiritus” mi pare già un invito a respirare prima di litigare. Portaria: E a Todi, Grice, se non respiri non arrivi nemmeno alla seconda riga, perché Dante ti ha già messo in nota come esempio da non imitare. Grice: Allora facciamo così: io dico corpus e tu dici forma, e implico che tra noi due l’unico vero medium è un bicchiere di vino sul Tevere. Portaria: Accetto, ma solo se tu prometti di non chiamarlo “homonymy” davanti ai miei studenti, perché qui “uno la fugge e l’altro la coarta” e poi la conversazione muore. Portaria d’Acquasparta, Matteo (1270). Commentarium ad Sententiae Pietri Lombardi. Sorbonne.

Simone Porzio (Napoli, Campania): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nel lizio. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers move from what is explicitly said to what is meant by assuming cooperative rational exchange and inferring implicatures under norms like relevance, sufficiency, sincerity, and clarity; the “extra” meaning is therefore publicly reconstructible and, in principle, cancellable. Porzio, by contrast, is an Aristotelianizing Renaissance naturalist for whom the chief explanatory work is done by metaphysical and psychological doctrine rather than by a pragmatic calculus: his De mente humana treats mens humana as a natural-philosophical topic and, in his notorious mortalist reading of Aristotle, presses questions about soul and mind as theoretical theses to be defended in learned controversy, not as layers of implied content in everyday talk. Still, your staged exchange usefully shows a meeting point: Grice’s emphasis on “humana” as a qualifier can be redescribed as an attention to what a title itself pragmatically commits one to (it narrows the range of reference and prevents misleading generalization), while Porzio’s strategy of alternating “metaphysics, volcanoes, and scandals” can be redescribed in Gricean terms as audience-management via relevance and salience, a rhetorical way of ensuring uptake by guiding what the hearer is invited to infer. The comparison, then, is that Grice provides a micro-theory of how conversational reason generates and controls implicature within a talk-exchange, whereas Porzio exemplifies an older macro-style in which reason is exercised through doctrinal disputation and persuasive arrangement of topics, with implicature appearing not as a named mechanism but as the practical art of making one’s theses hearable amid competing authorities, censors, and schools. Grice: “His surname is plain “Porta,” but in Latin that is latinised as ‘portius,’ and then this vulgarized as ‘porzio’!” – But then who wants to be called “door”?” Grice: “Ordinary-language philosophy would HARDLY have been developed at Oxford except for the fact that Austin, like myself, was a double first in Greats! Greek was second nature to us, -- and ordinary language is based on a proficiency only attained by the elite – not by a graduate from the vulgar P. P. E. programme!” -- Studia a Pisa sotto NIFO . Scrive sul celibato dei preti (“De celibate”), sull'eruzione del Monte Nuovo (“Epistola de conflagratione agri puteolan”i) e sul miracoloso caso di digiuno di una ragazza tedesca (“De puella germanica”). I suoi saggi principali, fra cui il trattato di etica, “An homo bonus vel malus volens fiat” e in particolare il “De mente humana,” nel quale sostene la mortalità dell'anima secondo un'esegesi d’Aristotele – LIZIO. Proprio queste sue dottrine mortaliste, troppo facilmente accostate e sovrapposte a quelle sostenute da POMPONAZZI  nel “De immortalitate animae”, contribuirono a creare una leggenda biografica secondo la quale egli sarebbe stato allievo e quindi semplice epigono di PERETTO. In ogni caso, al di là di una innegabile tendenza materialista nella sua esegesi d’Aristotele del Lizio, evidente anche nel suo saggio, il “De rerum naturalium principiis,” sua produzione è caratterizzata anche da interessi teo-logici del tutto svincolati dai peripatetici del LIZIO e che sono particolarmente evidenti nei due commenti al pater noster che probabilmente non estranei ai fermenti evangelici della riforma italiana. Tra peripatetici, naturalisti e critici, "De’ sensi" e il "Del sentire, studi ittio-logici. Græcæ lingue grammaticam ab omnibus fere dixerim expectatam simul et expetitam, implicatura. Grice : « St. John’s, 1949. So it has finally happened: the ghost has come properly out of its machine (if it is a ghost at all—perhaps it is merely neutral) and Ryle’s The Concept of Mind is now on the Blackwell’s table, looking as if it had always been inevitable. Typically, and with his usual unhistorical cheek, Ryle contrives to dismiss—or rather to ignore—Simone Porzio, whose De mente humana (1544) we keep here as a small treasure in the college collection. And Porzio, at least, gets one thing right at the level of the title: humana matters. One may doubt whether pigs have a mens, but one had better allow that angels, if they exist, do; so “mind” simpliciter is already a philosophical liberty, while “the human mind” at least owns up to its intended range. The further affront is Ryle’s opening flourish about Descartes (he even manages to mispronounce him): as if the history of mind began in French and not in Aristotle, the Lyceum, and those awkward Renaissance Italians who took Aristotle seriously enough to get into trouble for it. Oxford does not, of course, practice philosophical historiography, except when it is convenient; but even by our standards, to begin with René and pass over Porzio as if St John’s had been collecting air is a little too much.” Grice: Porzio, cominciamo dal cognome: “Porta” in latino diventa Portius, e poi, per vie conversazionali (e un po’ napoletane), Porzio. Insomma: hai evitato di farti chiamare “Porta”… ma ti sei salvato solo per implicatura. Porzio: E tu, dicendo “porta”, dici etimologia; ma implichi che a Oxford vi credete aristocratici perché sapete il greco “come seconda natura”. A Napoli, invece, la seconda natura è sopravvivere ai commentatori. Grice: Però tu sei del Liceo—del Lizio, per carità—e scrivi De mente humana sostenendo la mortalità dell’anima: quando dici “Aristotele”, implichi “non chiamatemi Pomponazzi-bis, grazie”. Porzio: E quando io scrivo De celibate e pure dell’eruzione del Monte Nuovo e della puella germanica che digiuna, dico “filosofia”; ma implico che il vero principio conversazionale è questo: se vuoi che ti ascoltino, alterna metafisica, vulcani e scandali—altrimenti il pubblico, come l’anima, “non dura”. Porzio, Simone (1544). De mente humana. Firenze: Torrentino.

Vittorio Possenti (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e la conversazione di Romolo e Remo – radice dell’ordine civile. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats implicature as a rational, cooperative inference: what a speaker means can outstrip what is explicitly said because hearers presume shared conversational norms (relevance, sufficiency, candour, clarity) and so reconstruct an intended “extra” meaning that remains, in principle, accountable and cancellable. Possenti, by contrast, approaches “conversational reason” less as a mechanism for deriving pragmatic inferences and more as a civil-metaphysical phenomenon: the Romulus–Remus scene figures language as instituting obligation and boundary, so that a word can become a bond and the failure of uptake (a misconstrual of “limit” as mere challenge) can found political order through conflict, while Thomistic metaphysics and personalism supply the deeper grammar in which civic speech is not just coordination but participation in being, good, and personhood. Set beside Grice, Possenti’s emphasis shifts the explanatory focus from the micro-logic of how a hearer calculates what is implied to the macro-normativity of what speech commits a community to; Grice explains how “a conversation gone wrong” generates a specific implicature or misunderstanding under shared rational expectations, whereas Possenti reads that same structure as revealing that institutions depend on a prior layer of meaning in which limits, promises, and authority are not optional conversational add-ons but ontologically and morally weight-bearing. (On the biographical detail in your citation, what can be supported publicly is that Possenti took an electronic-engineering degree at the Politecnico di Torino and worked on microwaves; the specific thesis title “Le micro-onde” is plausible but not securely traceable from standard public profiles.) Studia a Torino. Insegna a Venezia. Dei Aquinensi. Fonda l’Annuario di filosofia. Centro di ricerca sui diritti umani. Attrato dalla storia delle civiltà, ispirato da VICO . Studia l’idea d’un assoluto impersonale. Incontra l'istanza metafisica e umanista attraverso AQUINO , intuendo le possibilità speculative e liberanti incluse metafisica dell'essere. Tre sono gl’ambiti primari della sua ricerca: metafisica, pensiero teoretico e ritorno al realismo; personalismo; filosofia politica. Studioso d’AQUINO, del tomismo. Professore della grande tradizione della filosofia dell'essere, orienta l'attenzione critica verso GENTILE, il neo-parmenidismo italiano di SEVERINO nel suo ritorno a VELIA e il VELINO, ricercando una razionalità attenta alla storia ma non consegnata interamente alla furia del tempo. Dunque il ritorno all'eterno invece che l’eterno ritorno di Nietzsche e la ripresa del tema della creatio ex nihilo, assente in molta filosofia. Il suo approccio legge meta-fisica e nichilismo come due nuclei che tendono ad escludersi – i veliani -- di cui il primo è la fisio-logia e il secondo la pato-logia. Individua pertanto nella destituzione dei valori e nella riduzione della ragione a volontà l'esito ultimo del nichilismo. Questo vuole liberare Italia dalla metafisica, ritenuta distrutta dal criticismo, ma il compito della filosofia dell'essere è preparare una ripresa della metafisica dell'esistenza, tale che possa di nuovo tenere un posto nella storia della civiltà. Una presentazione ampia della sua è in “Storia della filosofia”; Filosofi italiani, Antiseri e Tagliagambe, Bompiani, si veda anche nichilismo e filosofia dell'essere, intervista, a c. di Mura, “Euntes docete.” radice dell’ordine civile – romolo e remo -- il principio speranza, prima navegazione, seconda navegazione, terza navegazione, Gentile, comunita, Severino, Aquino, umanesimo, seconda navigazione.  Grice: Possenti, tu parli di Romolo e Remo come se la fondazione di Roma fosse una conversazione andata male: uno dice “tracciamo un confine”, l’altro capisce “proviamo se regge” — e lì nasce l’ordine civile… a colpi di fraintendimento. Possenti: È proprio la radice: l’ordine civile comincia quando la parola diventa vincolo. Se non c’è un limite, la città è solo una comitiva; se c’è un limite, diventa comunità (e purtroppo qualcuno lo prende sul personale). Grice: E quando tu dici “radice dell’ordine”, tu dici storia; ma implichi metafisica: che senza un po’ di Aquinense—essere, bene, persona—Roma resta solo muratura e mito, cioè Severino col caschetto da cantiere. Possenti: E quando tu dici “Severino col caschetto”, tu dici una battuta; ma implichi una tesi: che il nichilismo è patologia perché riduce la ragione a volontà—mentre l’essere, se lo ascolti, non urla “io voglio”, ma sussurra “io sono”… e Romolo, almeno una volta, avrebbe dovuto sussurrare. Possenti, Vittorio (1964). Le micro-onde. Tesi d’ingegneria elettronica. Torino.

Carlo Dalla Pozza (Taranto, Puglia): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains implicature as a rational, cooperative bridge from what is explicitly said to what is meant, recovered by hearers who assume shared conversational norms (relevance, adequate information, sincerity, clarity) and who can in principle calculate, challenge, or cancel the implied content. Dalla Pozza, by contrast, comes to “conversation” from the side of formal systems and normativity: trained on mathematical elegance, shaped by Kelsenian jurisprudence and deontic logic, and later interested in textual linguistics and semiotics, he is naturally drawn to the idea that what is left unsaid in an exchange can function like a hidden lemma in a proof or an unspoken clause in a legal system, governing uptake without being written into the surface form. Where Grice offers a micro-pragmatic account of how ordinary speakers generate and recognize implicatures through practical reasoning, Dalla Pozza’s orientation suggests a more structural and axiomatic sensibility: implicatures are not merely conversational flourishes but disciplined, rule-shaped inferences that can be modeled, constrained, and sometimes formalized, especially in institutional discourse (law, academic debate, conference “moves”). The pairing therefore highlights two complementary emphases: Grice explains the rational psychology of conversational inference, while Dalla Pozza’s formalist background invites the thought that conversational inference has a quasi-logical architecture, with elegance in proof and politeness in talk sharing the same virtue—achieving the intended result by saying no more than is needed. Grice: “I like Pozza; he uses ‘pragmatic’ quite a bit, by which he means Grice, of course!” Durante gli studi al liceo di Taranto, Tommaso, un insegnante di matematica di stile tradizionale gli stimola il gusto per i problemi matematici e per l'eleganza formale delle dimostrazioni. Studia a Bari dove si laurea con una tesi su SERRA  avendo come relatore Vallone. Coniuga l'amore per i sistemi formali con l'amore per Leopardi, Carducci -- maestro di Serra -- e Annunzio -- e tra i classici predilisse Tasso e Vita nuova di Alighieri.  Studia a Bari -- sotto Landi -- Pisa, e quindi metodi formali a Milano. Una svolta nella sua carriera filosofica è segnata dalla partecipazione agl’incontri di S. Giuseppe organizzati a Torino da BOBBIO. A partire da qui sviluppa idee in filosofia del diritto, specie – ovviamente -- su Kelsen, e sulla formalizzazione della logica deontica con particolare attenzione all'assiomatizzazione dei principi di una teoria generale del diritto in collaborazione con  Ferrajoli per i suoi “PRINCIPIA IVRIS”. Organizza a Taranto gl’incontri Info IVRE TARAS, logica informatica e diritto, al quale partecipano alcune delle figure più rappresentative del diritto, dell'informatica e della logica, tra cui Martino, Ferrajoli, Conte, Busa, Comanducci, Jori, Filipponio, Elmi, Guastini, e Sartor. Insegna a Taranto, mantenendosi scientificamente attivo e partecipando a conferenze di società filosofiche italiane -- specialmente la Società italiana di logica e filosofia della scienza e la Società italiana di filosofia analitica, dal convegno nazionale fino al convegno di Genova. Insegna a Lecce. Tra le principali influenze nei suoi studi di linguistica e semiotica testuale vi sono quella di  Petöfi. Insegna a Verona, Padova, Bolzano e, per le sue lezioni di logica deontica, a Petöfi e Kelsen. L’influenza maggiore viene dalle grandi opere di Frege, Russell e Carnap, ai cui  dedica uno studio, con particolare attenzione alla visione filosofica. Serra is a real and fairly well-known Italian man of letters: a literary critic and essayist associated with early 20th-century Italy, best remembered for his critical prose (often discussed as unusually sober, self-scrutinizing criticism) and for his war-era writings; he was from Cesena (Romagna) and died in World War I (1915) as a volunteer soldier. He is commonly linked with the cultural world around La Voce and with a strain of criticism that resists grand “systems” in favor of close attention to style, intellectual conscience, and the moral weight of judgment—so a thesis “su Serra” under a figure like Aldo Vallone fits the profile of a traditional Italian humanities formation (Serra as a touchstone for criticism, rhetoric, and modern Italian prose).Grice: Pozza, a Taranto mi dicono che tu ripeti spesso “pragmatico”: un’abitudine lodevole… anche se ho il sospetto che, per te, “pragmatico” significhi semplicemente “griceano”. Carlo Dalla Pozza: Colpito e affondato. Ma vedi: a scuola Tommaso mi ha insegnato che una dimostrazione elegante è come una conversazione educata—non dice tutto, ma lascia capire tutto senza far arrossire nessuno. Grice: Appunto: l’implicatura è il tuo teorema in incognito. Quando citi Kelsen e poi Ferrajoli, dici “rigore”; ma implichi “tranquilli, il diritto si può formalizzare senza trasformare gli studenti in moduli burocratici”. Carlo Dalla Pozza: E quando organizzo “Info IVRE TARAS”, dico “convegno”; ma implico “a Taranto anche la deontica viene al mare”—e che persino Frege, davanti a un panzerotto, concederebbe una piccola eccezione alle regole. Pozza, Carlo Dalla (1965). Renato Serra. Bari.

Mario Dal Pra (Montecchio Maggiore, Vicenza, Veneto): la ragione conversazionale d’Antonino e la conversazione degl’hegeliani. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how what is meant can exceed what is said because interlocutors assume a cooperative exchange and so infer implicatures from an utterance together with shared norms (relevance, adequacy of information, sincerity, clarity), making the “extra” meaning rationally recoverable and, in principle, cancellable. Dal Pra, by contrast, is best approached through his historico-critical rationalism and anti-dogmatic concern with the relation of theory to praxis: “conversation” for him is less a technical site for deriving implicatures than a disciplined continuity between past and present (Stoic Antoninus/Marcus Aurelius, Hegel and the Hegelians, medieval logic, modern social critique) in which reason is tested by action, moral seriousness, and resistance to metaphysical or ideological closure. Read Griceanly, Dal Pra’s own historiographical writing and even the title Segni dei tempi invite implicatures by leaving interpretive work to the reader (the ambiguous dei, the gesture toward eschatology, the “signs” that make one infer a stance about history), whereas read Dal Pra-ly, Grice’s maxims look like an abstract micro-model of a deeper civic practice: how rational agents sustain shared inquiry and mutual accountability across communities and epochs. The comparison, then, is that Grice provides a fine-grained explanatory mechanism for meaning in talk as rational inference under conversational norms, while Dal Pra provides a broader normative-historical framework in which conversation is the medium of critical reason itself, connecting philosophical interpretation to practical initiative and making the ethics of inquiry as central as the logic of what is implied. Studia a Padova sotto TROILO. Insegna a Rovigo, Vicenza, e Milano. Partecipa attivamente alla Resistenza, nelle file di "Giustizia e Libertà", guadagnandosi II croci di guerra al merito partigiano. Collabora alla ricostruzione politica e culturale del paese, con una filosofia sempre sorretta da un'alta ispirazione morale. Medaglia d'oro quale benemerito della scuola, della cultura e dell'arte, dei Lincei, dell'Istituto lombardo di scienze e eettere, dell'accademia olimpica di Vicenza, nonché membro autorevole della società filosofica, della quale è stato anche presidente. Studia la scessi, la logica e la dialettica medioevale, Hume, Condillac, la logica hegeliana, Marx, il pragmatismo, e la storia della storiografia. Connetta la sua attività storiografica con l'esplicitarsi di interessi teorici che lo portamp ad elaborare,un'originale filosofia che denomina trascendentalismo pratico, poi evoluta in una forma di razionalismo storicista e critico. Il suo interesse si rivolge al chiarimento del rapporto tra teoria e prassi in una prospettiva anti-metafisica che lo pone in contrasto con le posizioni dell’idealismo, e più in generale con ogni forma di dogmatismo teoricistico per favorire la libera esplicazione dell'iniziativa pratico-razionale dell'uomo. Fonda la “Rivista di storia della filosofia”, un riferimento costante e prestigioso. Autore di un fortunato “Sommario di storia della filosofia” (Nuova Italia, Firenze) e poi direttore di una monumentale “Storia della filosofia” (Vallardi, Milano). hegeliani, storiografia della filosofia antica, la filosofia antica, la filosofia italica antica, la filosofia romana, la filosofia romana antica, Antonino, Crotone, Velia, Filolao, Vico, Croce, la storia della filosofia, filosofia della storia della filosofia, storiografia filosofica. Grice: “Corpus, 1932. I’m not sure why Corpus takes in Segni dei tempi; perhaps it is some reciprocal arrangement, though the very subscription risks sending out the wrong sort of implicature. We do, after all, put out The Pelican ourselves—and I still harbour the hope of editing it one day. Segni dei tempi is a Veronese production, which for an Oxford mind instantly brings Bill the Quill to heel; and I notice that a young Mario Dal Pra has a contribution in it, on the usual run of “serious” matters. But what really caught me was the title. I mentioned it to Hardie: Segni dei tempi. Hardie, pedant to the last, asked what exactly the dei was doing there. I had no tidy answer. The honest one is probably eschatological: the signs of the times, as if the times themselves had a face worth reading. Yet grammatically the phrase keeps its ambiguity: dei can look like possession, or mere specification, and in any case Italians manage to make Peano’s definite descriptor almost inaudible—di i tempi, in that Latin-without-inflection of his—while leaving the interpretive work entirely to the reader. Dal Pra, for his part, does nothing whatsoever to relieve the ambiguity; he writes as if the title were transparent, which is precisely the sort of confidence that makes one suspect it is doing more than it says.” Grice: Mario, lo sai, solo un vero “lit. hum.” come me coglie subito chi si nasconde dietro “Antonino” nelle tue conversazioni ragionate: il vero nome di quello che il vulgus chiama Marco Aurelio! E poi, grazie a Bradley, ci fu un tempo in cui Hegel era quasi troppo popolare a Vadum Boum—cioè Oxford! Dal Pra: Ah, Grice, vedo che sei molto sensibile a queste sfumature classiche! In effetti, Antonino—Marco Aurelio—incarna nel mio pensiero l’unione tra teoria e prassi, un dialogo tra sapienza antica e spirito critico moderno, proprio come il continuo intreccio tra Hegel e i suoi interpreti, qui in Italia e, come dici tu, anche a Oxford. Grice: Assolutamente, Mario! È interessante come il tuo “trascendentalismo pratico” resista al dogmatismo così come le meditazioni di Marco Aurelio resistono alla mera teoria. E forse il boom di Hegel a Oxford non era che un altro capitolo di questa conversazione continua tra teoria ed esperienza vissuta. Dal Pra: Ben detto, Grice. Il mio percorso—tra filosofia, resistenza e ricerca storica—mira a tenere viva la conversazione tra passato e presente, sempre consapevole che la ragione serve l’azione, e non il contrario. Forse, come Antonino, dobbiamo sempre tornare al dialogo, dentro di noi e con gli altri. Pra, Mario Dal (1932). Segni dei tempi.. Verona.

Prepone (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e il principio conversazionale. According to Ippolito di Roma, a pupil of Marzione. He argues that, in addition to there being a principle of good and a principle of evil, there is a third intermediate principle of justice. Grice: “Only I don’t multiply principles beyond necessity, since ‘principle’ means ‘1’!”   GRICEVS: PREPONE, audivi te discipulum Marcionis fuisse (saltem apud Hippolytum): duo iam ponis principia, boni et mali—noli, quaeso, principia multiplicare praeter necessitatem; “principium” enim unum sonat! PREPON: Ego vero, Grice, non multiplico, sed ordino: est bonum, est malum, et est tertium medium—iustitia—ne utrumque in eodem triclinio rixetur. GRICEVS: Lepide; sed hoc quoque habet rationem conversazionalem: cum dicas “tertium est iustitia”, non solum rem adds, sed implicas Deum ipsum quasi arbitrum esse—ne Marcionis duo principes inter se clamore vincant. PREPON: Et tu, cum dicas “unum sonat”, non solum grammaticam doces, sed implicas hoc: philosophia tua tam parcit numeris quam hospes sobrius vino—quod Romae, ut scis, est iam miraculum.

Prepostino (Roma, Lazio): la ragione conversazionale del divino di Romolo – Roma – filosofia lombarda -- filosofia italiana –  (Cremona). Filosofo italiano. Cremona, Lombardia. Summa theologica, Manichean, caraterismo.  Grice: Prepostino, tu parli del divino di Romolo come se Roma fosse nata da un’implicatura: lui dice “sale al cielo”, ma implica “qui si fonda un ufficio pubblico con l’aureola”. Prepostino: Esatto: e a Cremona impariamo presto che il cielo è un’ottima copertura retorica. Il detto è pietà; il voluto dire è politica—con un pizzico di caratterismo. Grice: Però se ci metti anche il Manicheismo, la conversazione si biforca: “Romolo è divino” (luce), “Romolo è fratricida” (tenebra). Roma nasce come una Summa theologica scritta a colpi di ascia. Prepostino: E tu, Grice, quando dici “Summa”, implichi “nota a piè di pagina infinita”: perché a Roma perfino gli dèi vanno commentati—altrimenti qualcuno li prende alla lettera, e finiamo tutti in dogmatica.

Vettio Agorio Pretestato (Roma, Lazio): la ragione conversazionale del Giove del Campidoglio. He achieves high office under Giuliano. He writes a commentary of Temistio – Accademia.  GRICEVS: PRAETEXTATE, audio te sub Iuliano ad amplissimas dignitates evectum esse: igitur philosophus iam non solum in scholis, sed etiam in curia—quasi Iuppiter ipse Capitolinus tibi suffragia dederit. PRAETEXTATVS: Si Iuppiter mihi favet, id Romae fit: hic deus non tonat tantum, sed etiam candidatos commendat. Ego autem Temistium commentariis colo—ne quis putet in magistratu me tacuisse. GRICEVS: Lepide: cum dicas te “Iovem Capitolium” colere, dicis religionem; sed implicas (more nostro conversazionali) hoc: Romae etiam deos oportet ita laudari ut senatus non irascatur. PRAETEXTATVS: Et cum tu “implicas” dicis, dicis doctrinam; sed implicas hoc: in Urbe et in Accademia idem valet praeceptum—qui nimis clare loquitur, tonitrua meretur; qui sapienter subridet, Iovem habet pro collega.

Giulio Preti (Pavia, Lombardia): la ragione conversazionale, la retorica conversazionale, e la logica conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats implicature as a rational, cooperative achievement: speakers design utterances against shared expectations of relevance, informativeness, sincerity, and clarity, and hearers recover what is meant by reasoning from what is said plus those norms, so that “rhetoric” (what is suggested, hinted, or politely left unsaid) is made answerable to a logic of inference rather than to mere stylistic flourish. Preti, by contrast, is explicitly preoccupied with the relation between rhetoric and logic as two cultural and intellectual forces: he defends the primacy of the logico-scientific culture against humanistic obscurantism, cultivates a deliberately plain and rapid style as an anti-idealist stance, and yet insists that philosophical conversation is the terrain where different rational uses can meet without collapsing into either empty belles-lettres or sterile formalism. Put together, Grice supplies a micro-pragmatic account of how rhetorical effects in ordinary and philosophical talk can be systematically derived as implicatures from rational constraints, while Preti supplies a macro-cultural diagnosis of why rhetoric and logic come apart (and how they might be re-linked) in modern intellectual life; the point of contact is that both reject the idea that rhetoric is mere ornament, but whereas Grice explains its legitimacy by showing how it is inferentially controlled within cooperative talk, Preti explains its legitimacy by situating it within praxis, culture, and the struggle between ways of knowing—so that “conversational reason” is at once a local discipline of saying/meaning and a broader program for keeping philosophy intellectually accountable. Grice: “I like Preti. He wrote “Retorica e logica,” which I enjoyed since this is what I do: I find the rhetoric (the implicature) to the logic (the explicature).” Grice: “Preti was a bit of a Stevensonian, with his ‘Praxis ed empirismo, and I mean C. L. Stevenson, not the Scots master of narrative!”. Studia a Pavia sotto LEVI, VILLA e SUALI. Studia Husserl. Insegna a Pavia e Firenze. I suoi saggi nella rivista banfiana "Studi Filosofici", lo vedeno coinvolto in una polemica sull'immanenza e la trascendenza. In “Fenomenologia del valore” (Principato, Milano) e “Idealismo e positivismo” (Bompiani, Milano) emerge con evidenza quell'impostazione tesa a conciliare istanze razionalistiche ed empiristiche. In “Praxis ed empirismo” (Einaudi, Torino) presenta in maniera relativamente organica, per quanto rapidamente, alcuni temi al confine tra pensiero teoretico, filosofia morale e filosofia politica. “Retorica e logica: le due culture” (Einaudi, Torino) è un saggio a cavallo tra la ricostruzione storico-filosofica e il saggio teoretico, con il quale si intende dimostrare, prendendo le mosse dalla polemica aperta da C. P. Snow, l'inconciliabilità tra le due forme di cultura che si intrecciano nel dibattito occidentale, quella logico-scientifica e quella umanistico-letteraria, e la necessità di far prevalere la prima sulla seconda al fine di non cedere a nuove forme di oscurantismo elitario e fanatico. Inoltre, affianca costantemente alla propria attività di autore quella di curatore di classici del pensiero filosofico.  Il suo stile, volutamente trascurato, è rapido, nervoso e semplice, in implicita polemica con il bello scrivere e l'ermetismo tipico delle scuole idealistiche italiane. Tenta trovare una via alternativa al rapporto fra un pensiero unitario e inglobante -- di tradizione hegeliano-crociana -- e uno invece dualistico, nel distinguo fra saperi umanistici e scientifici. retorica e logica. Grice: “St. John’s, 1946. Back from the Admiralty and properly returned to philosophy, I do what I always do when I’m meant to be sensible: I drift into Blackwell’s. There, among the new arrivals, sits Giulio Preti’s Filosofia e filosofia della scienza—published in the middle of the unpleasantness, which seems almost impertinent. We had thought Ayer was a passing meteor; now the phrase itself, “philosophy of science,” has acquired an Italian passport and is marching north with all the assurance of a method. I confess it makes me unreasonably cross, and for once I find myself sympathising with my tutees: they come up to Oxford to read philosophy—poor souls, only the poor really read here—and promptly find themselves being handed “science” again, the very thing they had fled in search of a little peace in our minor, glorious corner of literae humaniores. No doubt it is all in the name of clarity, precision, and the purification of nonsense; but it is hard not to feel that when certain people pronounce filosofia della scienza they are less describing a subject than issuing a summons, as if philosophy were to be put back into uniform and marched, smartly, into the laboratory.” Grice: Giulio, devo confessarti che “Retorica e logica” è stato uno dei tuoi testi che più ho apprezzato: mi affascina il modo in cui cerchi la retorica—l’implicatura—nella logica, l’explicatura. A volte penso che proprio lì risieda il cuore della conversazione filosofica.  Preti: Grazie, Paul. Per me la conversazione è sempre un terreno fertile dove retorica e logica possono intrecciarsi senza che una prevalga sull’altra. Il mio stile volutamente semplice e rapido cerca di evitare il “bello scrivere” idealistico: preferisco la chiarezza nervosa e diretta, che permette alla ragione conversazionale di emergere senza filtri.  Grice: Eppure, non è forse vero che la cultura logico-scientifica e quella umanistico-letteraria rischiano di essere inconciliabili, come suggerisci nel tuo saggio? Come vedi il ruolo della conversazione per evitare l’oscurantismo fanatico che nasce dalla separazione tra queste due culture?  Preti: Ottima domanda, Paul. Credo che sia proprio la conversazione filosofica, quando si fonda su una ragione dualistica e non unitariamente inglobante, a consentire il dialogo tra i saperi. La conversazione, per me, è il luogo in cui si può trovare una via alternativa tra l’eredità hegeliano-crociana e il pensiero scientifico, senza cedere a nessuna forma di fanatismo o elitismo.  Preti, Giulio (1942). Filosofia e filosofia della scienza, Firenze: Vallecchi.

Costanzo Preve (Valenza, Alessandria, Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats implicature as a rationally recoverable “extra” that arises because speakers and hearers tacitly rely on shared norms of cooperative exchange (relevance, sufficient informativeness, candour, clarity), so that what is meant can outrun what is said while remaining accountable to reasons and, in principle, cancellable. Preve’s philosophical project, by contrast, is not primarily a micro-pragmatics of utterances but a macro-ethical and political account of rationality as socially instituted: his communitarian universalism, Marxian-Hegelian orientation, and attention to historical forms of ideology and critique all push toward the idea that reasons are carried by communities, traditions, and conflicts, and that “dialogue” is a practice through which a shared human field (sociality and rationality) is negotiated rather than merely inferred in a single talk-exchange. Set side by side, Grice explains how conversational agents bridge gaps locally (how an implicature is generated and recognized here and now), whereas Preve is best read as explaining why those gaps, and the very standards for bridging them, are politically and historically charged (what counts as a reasonable presupposition, which voices get uptake, and how a “we” is constituted across communities); in that sense, Preve’s communal framing can be seen as supplying the background conditions that Grice usually idealizes as given, while Grice supplies the fine-grained mechanism by which Preve’s desired “confrontation among communities” actually happens in speech: not by mere assertion, but by the managed play of what is stated, what is left implicit, and what can be demanded as a reason in common. Important Italian philosopher. He is the tutor of FUSARO, of Torino. Il comunitarismo è la via maestra che conduce all'universalismo, inteso come campo di confronto fra comunità unite dai caratteri del genere umano, della socialità e della razionalità. – “Elogio del comunitarismo”. Di ispirazione marxiana ed hegeliana, scrive saggi di argomento filosofico. Studia a Torino. Sotto Garrone sull’elezione politica italiana”. Studia Hegel, Althusser, Sartre, e Marx. Scrive "L'illuminismo e le sue tendenze radicali e rivoluzionarie: enogenesi della nazione: il problema della discontinuità con la romanità classica”. Insegna a Torino.  Analizza esistenzialmente il comunismo.  Membro del centro di studi sul materialismo storico. Pubblica “La filosofia imperfetta” (Angeli, Milano), dove testimonia la sua adesione di massima all’ontologia dell'essere sociale di Lukács, ed anche, indirettamente, il suo distacco definitivo dalla scuola d’Althusser. Fonda “Metamorfosi”. Spazia d’un esame dell'operaismo ida Panzieri a Tronti e Negri, all'analisi del comunismo dissidente dei socialisti alla critica delle ideologie del progresso storico, all'indagine sullo statuto filosofico della critica comunista dell'economia politica. Organizza un congresso dedicato al comunismo a Milano, e vi svolge una relazione sulle categorie modali di necessità e di possibilità all’interno del comunismo. Da quest'esperienza nasce una rivista chiamata “Marx 101”, che usce in due serie di numeri monografici e di cui e membro del comitato di redazione. fascismo, antifascism – antifascism in assenza completa di fascismo, comunita, comunitarismo, la mascalzonaggine imperdonabile dell’invasione a Grecia; colonizzazione imperialista,storia dell’etica, storia ontologico-sociale della filosofia, vico anti-capitalista. For Costanzo Preve specifically, yes, we do have concrete thesis information. He obtained a laurea in June 1967 at the University of Turin, with Alessandro Galante Garrone as supervisor/relatore, and the thesis title is given as Temi delle elezioni politiche italiane del 18 aprile 1948 (also catalogued in the Turin historical thesis archive with a very close variant: Temi di propaganda politica nella campagna elettorale per le elezioni del 18 aprile 1948; discipline: Storia contemporanea; a.a. 1966; the archive record also labels the faculty as Giurisprudenza). This anchors both institution and relatore; the slight title variation is the kind of thing you often see between biographical summaries and archival catalog metadata. Grice: Costanzo, sono curioso: come vedi il ruolo della ragione conversazionale e dell’implicatura nella filosofia italiana, soprattutto nel quadro del tuo comunitarismo? Preve: Grice, grazie della domanda! Per me la ragione conversazionale è il cuore del dialogo tra comunità, unite dalla socialità e dalla razionalità. Nel mio “Elogio del comunitarismo”, insisto sul fatto che solo attraverso il confronto si può realizzare un vero universalismo. Grice: Interessante! E la tua ispirazione marxiana ed hegeliana sembra portarti a vedere la conversazione come uno spazio dove le esperienze storiche e sociali si incontrano e si trasformano, vero? Preve: Esattamente, Grice. Per me l’implicatura conversazionale non è solo uno strumento logico: è il percorso che ci permette di costruire una comunità universale, dando alla filosofia italiana una “raison d’être” sociale fondata sul dialogo e sull’interscambio. Preve, Costanzo  (1966). Temi di propaganda politica nella campagna elettorale per le elezioni, Storia contemporanea, Giurisprudenza, Torino.

Pietro Prini (Belgirate, Verbano-Cusio-Ossola, Piemnote): la ragione conversazionale dell’implicatura conversazionale di Dedalo e il volo d’Icaro. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how an audience can rationally recover what a speaker means beyond what is literally said by assuming cooperative exchange and inferring implicatures under norms of relevance, informativeness, sincerity, and clarity; meaning in conversation is thus an accountable achievement of practical reasoning between interlocutors. Prini, by contrast, treats conversation less as a mechanism for generating extra propositions from maxims and more as a philosophical space that resists the hegemony of apophantic, truth-functional discourse: alongside demonstrative proof he gives a systematic place to situated forms of rational exchange such as verification, testimony, listening, and dialogic co-construction of sense, and he uses the Daedalus–Icarus myth to portray conversation as a risky but emancipatory practice that can loosen dogmatic constraints without pretending to escape finitude. Put sharply, Grice offers a micro-theory of how implicatures are calculated and cancellable within ordinary talk, whereas Prini offers a macro-vision in which conversation is itself an ontological and existential category—a mode of reason tied to desire, vulnerability, and ethical relation—so that what Grice analyses as the inferential “extra” of an utterance becomes, for Prini, the very medium in which philosophy can exceed rigid conceptual architectures while remaining responsible to shared rational forms. Grice: “I like Prini, but I won’t expect his “Discorse e situazione” to be about Firth’s context of utterance!” Pensare è infatti la maniera più profonda del nostro desiderare – “XXVI secoli nel mondo dei filosofi" (Caltanissetta, Sciascia). Tra i maggiori esponenti dell'esistenzialismo.  Studia ad Arona e Pavia sotto LORENZI. Studia SORBATTI sotto LEVI e SCIACCA. Studia l’accademia di Plotino. P. s'è legato al gruppo di gioco di filosofi che SCIACCA riune intorno a se. Quando SCIACCA si trasfere a Genova tutto il gruppo lo segue. Insegna a Genova, Perugia, Roma e Pavia. “Lo scisma sommerso” (Milano, Garzanti) analizza la spaccatura sotterranea che si è creata nella chiesa cattolica tra il magistero ufficiale e la fede e le scelte di vita dei credenti. Un tema che diviene centrale è il tema del male. Scrive “XXVI secoli nel mondo dei filosofi” -- «un ripensamento, una sorta di commiato personale dai filosofi e dai problemi che gli sono stati cari per tutta la vita. Accanto al discorso apofantico, che definisce in modo univoco il suo oggetto e che vuol dimostrare le sue verità in modo necessario, apre lo spazio per la ‘conversazione’. In “Verso una ontologia della conversazione” (Roma, Studium), risalire la dimenticanza della conversazione ad Aristotele, il quale ritene i discorsi semantici non vero-funzionali e quindi estranei al campo del linguaggio-oggetto sino del meta-linguaggio della filosofia. In “Discorso e situazione” (Roma, Studium) definisce in modo più dettagliato gl’ambiti della conversazione. Nella molteplicità dell’uso logico della ragione, delinea un esame sistematico delle diverse forme della conversazione razionale “situata”, ossia in relazione al suo proprio oggeto o topico ed al suo proprii conversatori, e precisamente la verifica come forma della prova del discorso oggettivo o scientifico, la categoria della testimonianza. il volo d’Icaro.  Grice: “St. John’s, 1956. Off I go to discuss categories with Austin at our weekly alternating seminar, where I have learned a useful rule of thumb: when it is his week and he serenely ignores whatever I said the week before, he is not merely being rude; he is, in his own way, implicating agreement. Yesterday afternoon, browsing the only shelf at Blackwell’s that really matters, I let out a small groan: it has reached the North too, the land of the lemon and the peninsula. Pietro Prini has just brought out his Esistenzialismo, and in hard covers, no less. I can’t imagine Austin feeling entirely at ease if we titled our seminar “The Existentialism of Aristotle,” and yet that is rather what it comes to: Aristotle seems forever grappling with einai as if it were the only verb in the world, when he has ekhein ready to hand as well; the izzing and the hazzing—what could be more of an existential threat than discovering that being is not only a matter of what one is, but of what one has, and cannot quite say one has without sounding metaphysical?” Grice: Prini, sono incuriosito dal suo modo di interpretare la “ragione conversazionale” alla luce del mito di Dedalo e il volo di Icaro. Secondo lei, la conversazione filosofica può davvero offrire una via di fuga dai limiti imposti dal pensiero dogmatico, proprio come Icaro ha cercato di superare le barriere del suo destino? Prini: Grice, è una domanda affascinante! Credo che la conversazione filosofica sia, in effetti, il modo più profondo di desiderare e pensare. Essa ci permette di elevarci al di sopra delle rigidità del discorso apofantico, aprendo la possibilità di una ragione “situata” e dialogica, dove ogni interlocutore contribuisce a costruire senso, proprio come Dedalo e Icaro affrontano insieme il rischio e la libertà. Grice: Dunque, potremmo dire che la conversazione è un viaggio condiviso, in cui la verifica e la testimonianza si alternano come forme di prova, e dove ogni partecipante riconosce i propri limiti senza temere di cadere, ma anzi valorizzando quel volo verso l’ignoto? Prini: Esattamente, Grice. Nei miei lavori, come “Discorso e situazione” e “Verso una ontologia della conversazione”, ho cercato di delineare proprio questo: la molteplicità delle forme della conversazione razionale “situata”. La filosofia non è solo dimostrazione, ma anche ascolto, dialogo e apertura all’altro—una vera ontologia della conversazione, dove il mito di Icaro diventa metafora della nostra ricerca di senso e libertà. Prini, Pietro (1955). L’esistenzialismo. Roma: Edizioni dell’Ateneo.

Luigi Priore (Roma, Lazio). Grice: -- è noto principalmente come filologo e studioso di lingua latina, attivo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo.  Grice’s theory of reason-governed conversational meaning makes the step from “what is said” to “what is meant” a matter of rational, cooperative inference: speakers rely on an audience to recognize intentions under shared norms (relevance, sufficient information, clarity, sincerity), and conversational implicatures arise when an utterance is deliberately shaped so that a competent hearer can supply what is left unsaid. Priore, by contrast, represents a pedagogical-philological project in which understanding is engineered through method and grammatical discipline: his “synthetic-analytic” Latin manuals aim first at giving the learner an overview (synthetic grasp) and then at decomposing it (analytic parsing), treating linguistic competence as something built by staged instruction, explicit rules, and controlled exercises rather than inferred on the fly from conversational purpose. Put in Gricean terms, Priore’s classroom ideal minimizes reliance on implicature by making the relevant structure overt (declensions, syntax, lexicon), whereas Grice’s conversational ideal explains how ordinary speakers achieve understanding precisely because they do not need everything made overt, since rational expectations fill the gaps; yet the two meet at a deeper point suggested in your exchange, namely that “ragionare” in Italian can shade toward “talking things through,” so the boundary between formal analysis and conversational practice is porous. The comparison, then, is that Grice theorizes meaning as a norm-governed, intention-sensitive achievement of interlocutors in real time, while Priore embodies a tradition that seeks to secure meaning by instructional architecture—reducing ambiguity by design—so that what Grice treats as the everyday triumph of inference becomes, in Priore’s didactic setting, something to be tamed and replaced by explicit form. Luogo di Nascita e Formazione Sebbene i dettagli biografici precisi siano rari nelle fonti digitali moderne, P. è storicamente associato alla zona di Napoli o alla Campania, dove si è svolta gran parte della sua attività accademica e di pubblicazione. Opere principali Oltre alla sua opera più celebre, Istituzione sintettico-analitica di lingua latina (pubblicata a Napoli, ad esempio presso l'editore Pierro), Priore ha prodotto diversi testi scolastici e saggi filologici volti a semplificare lo studio dei classici: Grammatica ed Esercizi: Ha curato numerosi manuali di esercizi latini e versioni per le scuole medie e i licei, spesso strutturati secondo il suo metodo "sintettico-analitico" per facilitare l'apprendimento della sintassi. Edizioni Commentate: Ha lavorato su edizioni di autori classici, in particolare Livio e Cicerone, fornendo commenti filologici e annotazioni grammaticali per gli studenti. Saggi Linguistici: Alcune sue pubblicazioni minori riguardano la metodologia didattica delle lingue classiche, sostenendo un approccio che bilanciasse la comprensione logica (analitica) con quella immediata (sintettica).  Nota di disambiguazione: È importante non confondere il filologo classico con l'omonimo pittore contemporaneo nato in Piemonte e attivo a Roma e Otranto, la cui opera artistica è incentrata sulla pittura e l'arte visiva.  Desideri maggiori dettagli su una specifica edizione o su un commento particolare a un autore latino?” implicatura. XXXV// | BIBLIOTECA NAZ ;jj Vittorio Emanuele III N t ISTITUZIONE Slitta aatiia, • •» .i 4 . X ♦ \ %INSTITUZIONE SINTETICO- ANALITICA D I Maro* itTiai % IN TRE PART.I: LESSIGRAFIA , NOMENCLATURA, SINTASSI.  Grice: “St. John’s, 1954. My seminar with Strawson on meaning is coming to an end, as is the visit of the Eastman Professor—or is it the Eastman Visiting Professor?—Quine, who still looks unconvinced by my point that “My neighbour’s three-year-old is an adult” is analytically false, whereas “My neighbour’s three-year-old understands Russell’s Theory of Types” is only, as it were, synthetically so. Perhaps I ought to have produced, as an object-lesson and a mild provocation, the little relic we keep here: Luigi Priore’s grandly titled Istituzione sintetico-analitica di lingua latina—a book whose very name manages to sound like both a method and a diagnosis. But then I remembered that Quine never did classics; he arrived armed with mathematics, and with that New World confidence that anything worth saying can be said without ever declining rosa.” Grice: Priore, dicono che tu sia “sintetico‑analitico”: è il primo metodo didattico che sembra anche una dieta—prima riassumi, poi scomponi, e alla fine nessuno ha più fame di sintassi. Priore: Eppure funziona: se lo studente capisce subito (sintesi), poi accetta di soffrire (analisi). È la mia versione napoletana del pactum: ti do Cicerone, tu mi dai pazienza. Grice: Perfetto: e quando tu dici “non è difficile”, tu dici una bugia pedagogica—ma implichi gentilmente “è difficile, però ti ci porto io a braccetto”. Priore: E quando tu dici “braccetto”, tu implichi che il latino è una conversazione: chi non segue le massime—quantità, qualità, relazione e modo—finisce punito con una versione di Livio, senza dizionario. Priore, Luigi (1831). Istituzione sintetico-analitica di lingua latina. Napoli: Pasca.

Prisciano (Roma, Lazio): la ragione conversazionale dell’implicatura conversazionale di Simmaco. A philosopher and friend of Simmaco. GRICEVS: Prisciane, amicus Symmachi esse dicere te audio: ergo Romae non modo philosopharis, sed etiam prandia peroras—nam apud Symmachum et verba et vina elegantiam sapiunt. PRISCIANVS: Ita est; Symmachus me amat, quod in disputando parcus sum et in tacendo copiosus. Roma enim plus amat urbanitatem quam argumenta. GRICEVS: Id ipsum est ratio conversazionale: cum dicas “Symmachus vir optimus est,” dicis laudem; sed implicas te scire quando laudare oporteat—ne videaris philosophus, sed hospes. PRISCIANVS: Et cum tu hoc “implicaturam” vocas, dicis doctrinam; sed implicas hoc: Roma ipsa est magistra—quae docet nos non semper dicere quod sentimus, sed semper sentire quod dicimus (praesertim ad mensam Symmachi).

Priscilliano (Roma, Lazio): la ragione conversazionale dell’implicatura conversazionale di Nerone. He has the distinction of being the first philosopher put to death for ‘heresy’ by the Roman Catholics. What Priscillian says is that the world is an evil place whither souls are sent as a punishment. What he implicates is that Nerone is right!  GRICEVS: Priscilliane, ais mundum esse locum malum, quo animae poenae causa mittantur; ratio quidem tua—si licet—sat Romana videtur. PRISCILLIANVS: Ita est: mundus carcer est, et animae quasi exules. Hoc dico. GRICEVS: At quod implicas—more conversazionali, ut Itali loquuntur—is est: si Roma talis est, tum Nero recte fecit; quasi incendium urbis fuerit argumentum, non crimen. PRISCILLIANVS: Heu, Grice: dicendo “mundus poena est” nonne satis ostendo quid sentiam? Si quis ex me colligit Neronem “recte” fecisse, is non verba mea, sed consequentiam—nimis fidelem—secutus est.

Probo (Roma, Lazio): la ragione conversazionale dell’implicatura dell’in-plicatura conversazionale. He studies under Eusebio at the same time as Sidonio, and may have assisted Eusebio in his teaching. He married the cousin of Sidonio, the daughter of Simplicio. “All very confusing, and possibly unimportant, historically speaking from the standpoint of philosophy if it were not for the fact that Sidonio coined the term ‘inplicatura’ [sic].” – Grice.  GRICEVS: PROBE, heri modo cum collega philosopho Spe sermocinabar; ille, more suo, dixit “Roma ipsa est schola in qua verba implicantur priusquam explicantur”—et mox nominavit Sidonium, quasi is solus sciret quomodo res in plicis laterent. PROBVS: Non longe abest a vero. Ego Eusebio una cum Sidonio interfui, atque (ut fama est) interdum adiuvi in docendo; postea etiam in familiam intravi, cum Simplicii filiam—Sidonii consobrinam—duxi. Ita factum est ut domi quoque “explicare” difficile esset: omnia erant vel affinitate vel doctrina involuta. GRICEVS: Spes et ego mirabamur quomodo Sidonius, uno tantum verbo, rem totam quasi complicaret: utrum res sit inplicatura, an vero ipsa res semper in plicis sit, et nos tantum nodos tangamus. Nam inter “in” et “plicare” est quidam modus: non est addere, sed implicare, involvere, quasi chartam iterum iterumque flectere, donec ipsa forma dicat plus quam litterae. PROBVS: Audeo dicere inplicaturam vestram—Spei et tuam—ipsam IN-PLICARE: nos implicat, involvit, et (ut ita dicam) in nodum adducit; quod certe Spe voluit, cum hoc consilium “inplicandi” pararet. Sed iucundum est: quia haec confusio domestica (Eusebius, Sidonius, Simplicius, consobrina, ego) ostendit idem prorsus in sermone: non semper opus est “dedicare” aut “declarare”; interdum satis est bene plicare, ut qui audit, ipse se explicet.

Giorgio Prodi (Scandiano, Reggio Emilia, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale e l’artifice della ragione e l’implicature conversazionale dei cani di Pavlov. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is strictly said by assuming cooperative, rational exchange and inferring implicatures under norms like relevance, adequate informativeness, and sincerity; on this view, the “extra” meaning of an utterance is not mystical but accountable, defeasible, and in principle reconstructible as a piece of practical reasoning from utterance and context. Prodi’s semiotic biology, by contrast, shifts the centre of gravity from interpersonal reasoning about utterances to the naturalisation of sign-processes themselves: organisms and cells behave as if they interpret cues, learn regularities, and stabilize “rules” (Pavlov’s bell as a sign that becomes causally efficacious), so that meaning-like phenomena appear as biologically grounded patterns of response rather than primarily as intentions in a talk-exchange. The comparison, then, is that Grice treats meaning in conversation as a normative-rational achievement of agents who recognise each other’s reasons, whereas Prodi treats semiosis as continuous with life, where “artifice” can emerge from nature as a second-order layer (regularities built upon regularities) and where something like implicature is redescribed as an effect of how systems exploit constraints and expectations. Read Griceanly, Prodi’s Pavlov scene is not yet conversation but it resembles the minimal skeleton of implicature: a cue is introduced into a setting with stable expectations, and downstream behaviour is guided by what that cue is taken to indicate; read Prodi through Grice, conversational implicature looks like a higher-level biological competence—an evolved capacity to treat signals as reasons and to let what is left unsaid do controlled causal work in social coordination. Grice: “While he likes semiotics, Prodi is the Italian C. L. Stevenson, who read English at Yale! No philosophy background!” Studia e insegna a Bologna. A Bologna fonda il progetto biologia cellulare. Svilupa un approccio semiotico alla biologia.  Con “Il neutrone borghese” (Bompiano, Milano), ha pubblicato anche alcuni romanzi e racconti, tra cui Lazzaro, biografia romanzata -- con riflessi autobiografici -- di Spallanzani. Il saggio “Il cane di Pavlov”; “Opera narrativa” (Diabasis, Reggio Emilia). Altre opere: “Scienza e potere” (Il Mulino, Bologna); “La scienza, il potere, la critica” (Mulino, Bologna); “Onco-logia sperimentale” (Esculapio, Bologna); “Le basi materiali della significazione” (Bompiani, Milano); “La biologia dei tumori” (Abrosiana, Milano); “Soggettività e comportamento” (Angeli); Orizzonti della genetica” (L'Espresso); Patologia Generale (CEA); “La storia naturale della logica” (Bompiani, Milano); “L'uso estetico del linguaggio” (Mulino, Bologna); Lazzaro: il romanzo di un naturalista” (Camunia, Brescia); “Onco-logia” (Esculapio, Bologna); “Gl’artifici della ragione” (Sole 24 ore, Milano); -- cunning of reason – cf. Speranza, Grice, Kantotle, Kant, Hollis, razionalismo e relativismo -- “Il cane di Pavlov” (Camunia, Brescia); “Alla radice del comportamento morale” (Marietti, Milano); “Teoria e metodo in biologia” (Clueb, Bologna); “L'individuo e la sua firma”; “Biologia e cambiamento antropo-logico” (Mulino, Bologna); “Il profeta” (Camunia, Brescia); Conferenza "P.”, Repubblica  Apprezzato anche da Dossetti, “La parola e il silenzio” (Paoline,  in riferimento ad un articolo che si rifaceva ai geni invisibili della città di Ferrero. Sul sottotitolo -- i “geni invisibili” della città. Dizionario biografico degl’italiani, istituto dell'enciclopedia -- il cane di Pavlov.  Grice: “St. John’s, 1966. I don’t know why I should care, but the Senior Common Room produces the oddest scraps of intelligence: Giorgio Prodi has been appointed to the seconda cattedra of Patologia generale at Bologna. The phrase has been nagging at me all day. We have “chairs” here, of course, but the notion of a second chair—an official spare, as it were—feels at once luxuriant and faintly political, as if the faculty had institutionalised dissent in advance. One imagines the Oxford analogues and shudders: a second Waynflete Professor of Metaphysical Philosophy; a second White’s Professor of Moral Philosophy—an arrangement that would sound less like academic administration than like an abusive duplication, or (in the moral case) a manifesto for rival orthodoxies to be delivered from adjacent pieces of furniture. The consoling thought is that Oxford, being a tutor’s world, does not oblige its students to sit dutifully under any chair’s “emanations,” first or second; they can always retreat to the safer tyranny of a weekly tutorial. If Prodi’s Bologna needs a second cathedra to keep pathology honest, good luck to it; we manage our heresies privately, one don at a time.” Grice: Prodi, vengo da una conversazione freschissima con Speranza: mi ha detto che lei è l’unico capace di parlare di biologia cellulare come se fosse semiotica, e di semiotica come se fosse fisiologia—poi ha aggiunto, con aria da Oxford, che i cani di Pavlov hanno più disciplina di certi metafisici. Prodi: È solo che il vivente non aspetta i nostri sistemi. Se vuoi capire significazione e comportamento, devi guardare dove la materia “firma” le sue decisioni: cellule, tumori, riflessi. E sì, ogni tanto i metafisici si offendono: preferirebbero che la verità fosse più educata. Grice: Speranza e io, dopo quella chiacchierata, ci siamo trovati a fissare la parola “artificio” con un certo sospetto. Lei parla degli artifici della ragione, eppure l’impressione è che qui l’artificio sia meno un trucco e più una derivazione: il “non‑naturale” che nasce dal naturale come un secondo strato. Speranza, che mi conosce, mi fa sempre i complimenti perché io evito “artificio” e preferisco dire “non‑naturale” — come a dire: non lo sto decorando, lo sto ricavando. E allora anche Pavlov cambia faccia: non è una macchina che addestra cani, è una scena in cui un segno diventa causa, e la ragione si scopre empirica senza perdere la dignità. Prodi: La vostra è una implicatura naturalissima, come sono sicuro che Speranza non avrà difficoltà a chiamarla così. Perché lei sta dicendo (senza fare prediche) che l’artificio migliore è quello che non si vede: quello che sembra natura perché è costruito sopra la natura, non contro di essa. Nel cane di Pavlov il campanello non è “finto”: è un pezzo di mondo che entra nel comportamento come regola. E lì capisci anche il resto: la semiotica non è un lusso umanistico, è una biologia del significare; la “cunning” della ragione è che riesce a sembrare naturale proprio quando ha imparato a passare per i segni. Prodi, Giorgio (1966). Lezioni di patologia generale (seconda cattedra), Bologna.

Aurelio Clemente Prudenzio: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dela psisco-machia – Roma – filosofia italiana –  (Roma). Filosofo italiano. Abstract: Grice: “Mill – a mill – said that surnames have no meaning; but I’m sure Prudenzio was thus called because he was prudent – cf. ‘Grice is called Grice because he is Grice.’” Portico. A career in public service. His main treatise is “Psycho-Machia,” on the soul’s fight between good vitue and evil vice. People bring suffering on themselves by making bad choices.

Giacomo Pubblicio (Firenze, Toscana). All'interno stesso della più ortodossa tradizione dell'ars memorativa ciceroniana – CICERONE  -- non erano mancate espressioni di una particolare sensibilità per il problema dell’IMAGINE. Certe pagine dell’ “Oratoriæ artis epitoma, sive quæ ad consvmatvm spectant oratorem; ex antiquo rhetoz. Gymnasio dicendi scribendiq. breves rationes; artis memoriae, etc. Editio prima, lit. Goth. -- ” – cf. Oratoriae artis epitoma; vel quae brevibus ad consumatum spectant oratorem, ex antiquorum rhetorum gymnasio dicendi cribendique brevis rationes, etc. Lit.rom. cf. Oratoriae artis epitoma: vel quae brevibvs ad consuatum spectant oratorem ex antiquo rhetorum gynasio dicendi scribendique breves rationes nec non et aptus optimo civique viro titvlvs insuper et perquam facilis memoriae artis modvs P lucubratione in lucem editus foeli cinvminite inchoat oratorie institutiones ex veteni institutoP ad cyrilly cesare faustissimus delectem. Venezia, Radtole augustensis ingenio miro et arte perpolita impressioni mirifice dedit; Augusta; Angelica, Roma -- giovano senza dubbio a comprendere come tra l’immagine di CICERONE e quella dell’iconologia sussiste un legame reale. Una “intentio simplex” e spirituale, afferma P., non aiutate da nessuna corporea similitudine, sfugge rapidamente dalla memoria. L’immagine ha appunto il compito, mediante il GESTO mirabile, la crudeltà del volto, lo stupore, la tristezza o la severità, di fissare nel ricordo idee termini e concetti. La tristezza e la solitudine è il simbolo della vecchiaia; la lieta spensieratezza quello della gioventù; la voracità è espressa dal lupo, la timidezza dalla lepre, la bilancia è il simbolo della giustizia, l'erculea clava della fortezza, l'astrolabio dell'astrologia. Ma soprattutto giove richiamarsi, nella costruzione dell’immagine, a VIRGILIO e OVIDIO. Oratoriae artis epitoma. Deutero-Esperanto.  Grice: Pubblicio, proprio ieri ho avuto un piccolo scambio con Speranza: mi ha detto che a Firenze la memoria non si “spiega”, si mette in scena—e che Cicerone, se avesse avuto un teatro, avrebbe risparmiato molte note a piè di pagina. Pubblicio: E infatti l’ars memorativa non vive di aria: vive di immagini. Una intentio simplex, se la lasci tutta spirituale, scappa. Se invece le dai un gesto mirabile, una faccia crudele, un po’ di stupore o di severità, allora resta—come un attore che non esce più dal personaggio. Grice: Speranza e io ci siamo ritrovati a sorridere di una cosa: perché i filosofi devono rendere ovvio ciò che, in pratica, è già evidente? Lei dice “l’immagine fissa il concetto”, e sembra una scoperta; ma basta una bilancia per far venire in mente la giustizia, una clava per la fortezza, un astrolabio per l’astrologia. E il bello è che, quando la memoria funziona, non sembra mai teoria: sembra buon gusto retorico. Forse è per questo che lei insiste su Virgilio e Ovidio: perché, se l’immagine non ha un po’ di poesia, resta solo un elenco di simboli—e nessuno ricorda gli elenchi, se non per dimenticarli con ordine. Pubblicio: Implicatura figurativa la vostra, genii, come Speranza la chiamerebbe con aria da scolaro diligente. Perché avete capito che non si tratta di “decorare” l’idea, ma di darle un corpo che possa circolare: il gesto, la bestia (lupo o lepre), lo strumento (bilancia, clava, astrolabio). E lì si vede anche il ponte verso l’iconologia: la memoria ciceroniana non è un museo, è una macchina di riconoscimento. Se poi qualcuno sogna un Deutero‑Esperanto senza immagini, che lo provi pure—ma poi non si lamenti se, al momento di ricordare, gli manca proprio la cosa più romana: una scena ben piazzata. Pubblicio, Giacomo (1536). La via di prosperità. Venezia: Bernardino Bindoni.

Francesco Pucci (Firenze, Toscana): la ragione conversazionale della REPUBBLICA ROMANA, o dell’implicatura conversazionale utopica di Campanella. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how speakers can mean more than they explicitly say because hearers presume a cooperative exchange and so infer implicatures by rationally connecting an utterance to the purposes, shared background, and conversational norms (relevance, sufficiency, candour, clarity); on that view, “leaving it unsaid” is not a lapse but a managed reliance on reasons the audience can recover. Pucci, by contrast, is best read as a figure for how ideas become socially and institutionally perilous: his universalist, anti-authoritarian religious-philosophical program (natural innocence before the age of reason, the practical “uselessness” of infant baptism on that basis, a hoped-for universality of religion) is conducted through polemical address, manifesto, and dispute, where what is at stake is not merely what is communicated but what one’s words commit one to before churches, consistory, and tribunal. In your staged exchange, “utopia” functions Griceanly as a trigger for implicature (the “no-place” that nonetheless moves real places, provoking conflicts with censor, republic, and Rome), while Pucci’s own stance highlights a tension Grice makes central: rational discourse depends on shared assumptions of good faith and common purpose, yet in confessional conflict those assumptions collapse and a speaker’s intended point is reinterpreted as heresy, sedition, or prophecy. The comparison, then, is that Grice provides the micro-mechanics of how “second comings” can be suggested without being said (the primo libro that invites an inference of a sequel; the “non luogo” that implies a political displacement), whereas Pucci illustrates the macro-condition under which implicatures become dangerous—because when interlocutors no longer share the cooperative background, what was meant as a rational invitation to reconsider doctrine is heard as a prosecutable challenge, and the space of conversational reason is replaced by the logic of accusation and enforcement. Scrive alcuni trattati dove ambiva a una filosofia universale di stampo utopistico. Molto polemico contro le principali dottrine religiose dell'epoca, tanto da essere tacciato di eresia e giustiziato dall'inquisizione romana.  Della potente e ricca famiglia fiorentina dei Pucci. Scolto da un improvviso mutamento e cambiamento che lo fa decidere a darsi allo studio delle cose celesti ed eterne e a scoprire i reali motivi dei contrasti filosofici che lacerano l'Italia. Assiste personalmente alla strage degl’ugonotti nella notte di S. Bartolomeo, decide d’aderire alla tesi protestante. Controversie dottrinali gli procurarono l'espulsione dalla sua comunità calvinista. Discute del peccato originale e altresì contesta l'autoritarismo del concistoro della comunità. Quest'ultima gl’rimprove, oltre a importanti punti dottrinali come la concezione del peccato originale, della fede, e dell'eu-caristia, la sua pretesa di pro-fetizzare, ricordandogli che, con la scomparsa dei primi apostoli, il carisma profetico non esiste più. Su invito di Betti, incontra SOZZINI . Pubblica un manifesto, e poi scrive a Balbani una lettera in cui espone la sua teoria dell'innocenza naturale dell'uomo, già discussa Sozzini. L’uomo nasce e restano innocente innanzi all'uso della ragione e del giudizio. Grazie alla redenzione operata dal cristo, il peccato originale non causa dannazione quando siamo nel grembo materno. Dunque, il battesimo di un uomo che è gia naturalmente innocente per la naturale bontà della sua natura umana, e per quanto non censurabile, è INUTILE. L'eventualità della dannazione è un problema di quell’uomo che, raggiunta l'età della ragione, è in grado di distinguere il bene dal male. etymologia d’eretico; il profeta disarmato, nicodemismo, decapatizazione a Tornona, Roma, la repubblica romana, il censore Catone, il suffragio. Grice: “St. John’s, 1947. Nobody consults the library here—unless one counts me as somebody, which I’m not sure one should (what do bodies have to do with anything, anyway). Still, they keep, like a small relic, Pucci’s 1575 Primo libro della filosofia naturale, and it has been worrying at me. We have here a Waynflete Professor of Metaphysical Philosophy—surely a title that once began life as a pointed slight against the professor of physical, i.e. natural, philosophy; yet the odd thing about Oxford now is that the latter chair seems nowhere to be seen. And Pucci, for his part, is deliciously economical: he merely suggests, by calling it a primo libro, that there is to be a second—without ever quite saying so, as if he were content to let the “second coming” remain an implicature. Grice: Pucci, proprio ieri, in una conversazione con Speranza, mi sono sentito dire che a Firenze l’utopia non è un’isola: è un verbale d’accusa. Lui diceva che lei ha l’aria di uno che ambisce all’universale e poi, per coerenza, finisce davanti al tribunale. Pucci: È il prezzo della chiarezza, professore. Quando tocchi peccato originale, fede ed eucaristia, e per giunta contesti l’autorità del concistoro, la comunità non ti manda una recensione: ti manda un’espulsione. E se poi ti ostini a parlare di innocenza naturale e di battesimo “inutile”, ti scopri improvvisamente “eretico” senza aver cambiato tono. Grice: Speranza e io ci siamo ritrovati a fissare una parola che tutti pronunciano come se fosse neutra, ma che lei ha dovuto pagare in contanti: utopia, οὐτοπία. E il bello è che Cicerone—così bravo a far nascere latino dal greco—non riesce mai a darle una casa senza sfrattarla: “nusquam” è solo un avverbio, “locus” è solo geografia. Speranza poi storce il naso quando qualcuno tira fuori Erewhon, come diciamo a Vadum Boum: dice che è un “non‑luogo” troppo letterario, e che il vero problema non è dove sia, ma che cosa ti fa fare. Perché οὐτοπία non è soltanto “nessun posto”: è quel posto che ti sposta, e intanto ti mette contro un concistoro, una repubblica, un censore—e alla fine anche contro Roma. Pucci: Non la chiamerei “implicatura utopica”, o utopoica, allora—così Speranza non deve dichiarare dove lei “sta”, se in un τόπος o in un οὐ τόπος. Ma mi piace che la cosa passi da sola: perché la mia utopia non è il “posto perfetto”, è il posto impossibile che però mette in moto i posti reali. E se il prezzo è essere un profeta disarmato o un nicodemita malriuscito, pazienza: almeno si capisce che “nessun luogo” non è un’assenza, è una posizione scomoda. Anche Catone, se fosse stato presente, avrebbe capito: certi discorsi non hanno bisogno di un luogo per esistere—hanno bisogno solo di qualcuno che li sopporti. E Speranza, sotto sotto, li sopporta benissimo. Pucci, Francesco (1575). Il primo libro della filosofia naturale. Venezia: Varisco.

Francesco Puccinotti (Urbino, Marche): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di boezio, la filosofia sperimentale, i fisici e i meta-fisici, la scuola d’Urbino, filosofia marchese, e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats “what is meant” as something a rational hearer can reconstruct from what is said plus shared norms of cooperative talk, so that implicatures arise when a speaker relies on the audience to bridge an intentional gap (often by being under-informative, indirect, or apparently off-topic) in a way that remains accountable to reasons. Puccinotti, by contrast, is presented here as an exemplar of “experimental philosophy” in the older, medically grounded sense: he forces disputes between “physicists and metaphysicians” to answer to clinical and civic realities (malarial fevers, epidemics, rice-field policy), where “sperimentale” signals not just method but public risk and responsibility—trying, erring, measuring, and answering for consequences. Read Griceanly, Puccinotti’s “sperimentale” stance functions like a conversational constraint on philosophical discourse: it sharpens what counts as a relevant contribution and makes empty “-isms” pragmatically defective, because an utterance that cannot guide action under shared practical aims fails the cooperative point of the exchange; read Puccinotti through Grice, one can say that his empirical orientation supplies a distinctive background of expectations that governs implicature in such conversations (to talk of rice-fields or fever is to invite inferences about regulation, causation, and accountability without spelling them out). The upshot is that Grice offers a micro-level account of how reasons govern meaning transfer in any talk-exchange, whereas Puccinotti exemplifies a macro-level norm of answerability to experiment and public life that disciplines which conversational moves are rationally acceptable and which implied conclusions are warranted. Studia a Pavia e Roma. Insegna a Urbino, Macerata, e Pisa.  Il duca Leopoldo di Toscana lo inserisce in una commissione incaricata di studiare l'ipotesi di introdurre sul litorale di Pisa le risaie, dal punto di vista della medicina civile. Espone le sue analisi nel saggio “Sulle risaie in Italia e sulla loro introduzione in Toscana” -- conclusioni che saranno alla base del regolamento sulla cultura del riso in Toscana. Altri saggi: “Storia della febbre intermittente perniciosa (Roma), “Boezio” (Firenze); “Storia della medicina” (Firenze). Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Crusca. Nacque d’una modesta famiglia di origini contadine che venne da Saturnana, un villaggio della campagna pistoiese. Il padre, Angelo, è cuoco al servizio dell’arci-vescovo Berioli di Urbino, e la madre, Vincenza, è figlia di Ercoli, addetto alle scuderie dei marchesi Antaldi di Urbino.  A Urbino P. frequenta il collegio dei padri scolopi, laicizzato e trasformato in liceo durante il regno d’Italia, e, per meriti scolastici, è ammesso gratuitamente al liceo militare di Pavia. Qui rimane per due anni, appassionandosi agli studi filosofici più che alla carriera militare. S’iscrisse alla facoltà di medicina di Roma e divenne allievo del clinico Matthaeis, oltre che collaboratore e amico del chirurgo e anatomico Flaiani.  Dopo la laurea, lavora per qualche tempo negli ospedali romani del S. Spirito prima e di S. Giovanni in Laterano poi, studiando principalmente le febbri malariche anche attraverso dissezioni anatomiche. Il materiale così raccolto confluì nella Storia delle febbri perniciose di Roma, pubblicata a Urbino. Nello stesso periodo si occupa d;altre malattie infettive che colpivano le campagne del Lazio e della Campania, come l’epidemia di tifo petecchiale, che riguarda gran parte dell’Italia centrale. il boezio, Leopardi, fisici e meta-fisici.  Grice: Puccinotti, vengo da una conversazione recentissima con Speranza: mi ha detto che lei è il raro tipo che riesce a far discutere fisici e metafisici senza farli venire alle mani, perché li costringe a sedersi davanti a una febbre e non davanti a un “ismo”. Puccinotti: È un buon metodo: la febbre non ha pazienza per le scuole. Io sono partito dalla clinica e dalla dissezione, e poi ho capito che la medicina civile è filosofia con le scarpe infangate: risaie, regolamenti, epidemie—lì la teoria deve rispondere, non declamare. Grice: Speranza e io ci siamo soffermati su una parola che fa finta di essere neutra: “sperimentale”. Lei la usa come se fosse ovvia, ma l’etimo latino tradisce la scena: experimentum viene da experiri, provare, tentare—e dentro c’è anche periculum, il rischio. Quindi “filosofia sperimentale” non è “filosofia con gli strumenti”, è “filosofia che accetta di sbagliare pubblicamente”, come quando si decide se mettere risaie sul litorale di Pisa e poi bisogna rispondere non a un seminario, ma alle zanzare. Puccinotti: Implicatura sperimentale la vostra—per farla semplice—e l’ho anche esperimentata e riprovata, come sono sicuro che Speranza sarà lieto di sapere. Perché “sperimentale” non vuol dire solo “provare”: vuol dire “provare e rendere conto”. Io ho provato sulle febbri, sulle acque minerali, e perfino sulle risaie (dove il periculum punge). E alla fine la differenza tra fisici e metafisici si riduce: i primi misurano subito, i secondi misurano tardi; ma se la misura non torna, la realtà ti boccia comunque. E questa è la parte che a Speranza piace: quando un’idea non passa l’esame, non si discute—si corregge. Puccinotti, Francesco (1832). Storia della medicina in Italia. Firenze: Felice Le Monnier.

Pudenziano (Roma, Lazio): la ragione conversazionale dell’orto romano, Roma, e la filosofia italiana. Orto. Galeno writes a treatise about him.  GRICEVS: PVDENTIANE, modo cum collega philosopho Spe sermonem habui; ille (ut solet) rem levem graviter dixit: “Felix es, cuius de te scribit Galenus—non tibi tantum blanditur.” PVDENTIANVS: Si de me scribit, non necesse est ut mihi scribat. In horto enim plura dicuntur de nobis quam ad nos; herbae enim non legunt dedicationes. GRICEVS: Spes et ego mirabamur hoc ipsum: quam suaviter res cadat, cum liber non “PVDENTIANO” inscribitur, sed “de PVDENTIANO” narratur. Quasi medicus dicat: “hic non est munus, sed exemplum.” Nam dedicatio interdum petit gratiam; tractatus autem—si bonus est—petit veritatem, et hominem ipsum facit quasi materiam, non clientem. PVDENTIANVS: Implicatura tractatoria vestra, ut Spes sinat me appellare. Et grata est: quia inter “ad” et “de” saepe latet totus hortus. Quod Galenus de me scribit, hoc significat hortum non esse tantum de oleribus, sed de vita frugali: quae non facile in compendium redigitur, neque tamen tanta est ut in tenebris servanda sit. Itaque, si quis “horticulturam” pro philosophia accipit, bene; sed caveat ne nimis simplicet: etiam in orto, doctrina radices habet, non solum folia.

Giorgio Punzo (Napoli, Campania): la ragione conversazionale di Niso ed Eurialo, o l’implicatura conversazionle dell’amore.  amicus, friendship. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains love-talk and friendship-talk by treating them as rational, cooperative exchanges in which hearers infer what is meant beyond what is explicitly said by relying on shared expectations of relevance, appropriate informativeness, sincerity, and clarity, so that an “implicature of love” is not a mystical aura but an accountable inference (often generated by deliberate understatement, indirectness, quotation, or a strategically chosen example). Punzo, as your passage presents him, relocates the centre of gravity from inferential pragmatics to a broadly humanistic and educational ideal: friendship (amicitia) in the Virgilian model of Nisus and Euryalus is the condition under which conversation becomes genuinely formative, capable of educating desire toward the beautiful and orienting the person toward an “absolute divine” that marks human identity, with dialogue functioning less as a site for calculating implied propositions and more as a moral-aesthetic practice that shapes selves through sincerity, reciprocity, and shared contemplation. Read Griceanly, Punzo’s emphasis on openness and sincerity can be redescribed as strengthening the background assumptions that make implicature stable and recoverable (trust, candour, mutual recognition of aims), while his appeal to Dante’s “love that moves the sun and the other stars” operates as a rhetorically loaded move that invites a hearer to supply evaluative and metaphysical conclusions not literally asserted; read Punzoanly, Grice’s maxims and calculability tests look like an abstracted anatomy of something that, in lived friendship, is already ethically charged—because what friends can responsibly leave unsaid, and still be understood, depends on the quality of the relation itself. The comparison, then, is that Grice offers a formal-pragmatic account of how love and friendship are communicated through reasoned inference in conversation, whereas Punzo treats love and friendship as the underlying spiritual and cultural matrix that gives conversation its highest point, making implicature less a technical phenomenon to be derived than a sign of a shared life in which meaning can travel delicately without being forced into explicit declaration. Si laurea a  Napoli con una tesi su Kant alla luce della dottrina d’AQUINO, una in-erpeto-logia sul sistema nervoso dei serpenti, e una tsulla morale nelle lettere di Paolo. Fonda la lega contro la distruzione degl’uccelli, e l'associazione culturale trifoglio, di cui pubblica Il Trifoglio. Vive a Vivara, contribuendo a preservar Vivara da possibili scempi e tutelandone il patrimonio ambientale. Per il suo impegno a favore di Vivara ricevette il "Premio Mediterraneo" conferitogli da un'agenzia dell'ONU. Filosofo dai molteplici interessi che spaziarono dalla Commedia d’ALIGHIERI, alla botanica, all'ornitologia e alla zoo-logia, anche un profondo conoscitore della filosofia dell’antica Roma. Dedica la sua vita alla filosofia. Per lui, la filosofia costituisce il compito più importanti al quale una società deve adempiere poiché l'educazione filosofica rapresenta il punto fondativo d’ogni aggregato umano. In tale prospettiva, l’uomo, per potersi sviluppare al meglio, deve essere educato al bello attraverso la contemplazione della natura e l’arte che l’imita. La sua filosofia ha come culmine la definizione del concetto del divino assoluto, inteso come elemento distintivo dello spirito umano poiché capace di definire l'identità della persona umana rispetto alle altre forme di vita. Saggi: “Nota sull'episodio di LATINI  in ALIGHERI” (Napoli, Martello); “Della schema sessuo-logica” (Napoli, Genovese); “Erotologiche” (Napoli, Martello); “Dialogo dell'amore olarrenico” (Napoli, Martello); “L'altro viaggio” (Napoli, Denaro); “Il guardiano del verde isolotto”. Olarrenismo; pseudo-morfismo sessuale, Pari-sessualismo nevrotico; pari-sessuo nevrotici; erote, amore, amante, amato, amare, la setta di Velia, Frontone ed Antonino, Adriano, Niso ed Eurialo, il tutore, l’allievo, la filosofia nell’antica Roma, didattica, dialettica, filosofia togata, toga virile, cupido, il divino, il convito, il bello. Grice: “St. John’s, 1955. Strawson is devoting a whole stretch of his work-in-progress—what he calls An Essay in Descriptive Metaphysics—to the notion of a person; I keep thinking that “progress” properly belongs to the pilgrim, but never mind. What rankles is that he doesn’t so much as cite my “Personal Identity”. Still, perhaps that is the revenge of the former pupil. And then, browsing at Blackwell’s, I come upon a title by one Punzo, Psicologia della personalità, and I find myself wondering why Italians insist on inflating persona into personalità—as if “person” were not abstract enough already.” Grice: Punzo, mi incuriosisce la sua riflessione sull’amicizia tra Niso ed Eurialo come modello di implicatura conversazionale dell’amore. Secondo lei, è davvero possibile che il legame di amicizia si trasformi in una forma superiore di dialogo filosofico, capace di educare al bello? Punzo: Caro Grice, credo fermamente che l’amicizia, come quella cantata da Virgilio tra Niso ed Eurialo, rappresenti la base stessa della conversazione filosofica. Solo quando ci si apre all’altro con sincerità, si può raggiungere quel grado di contemplazione del bello che eleva l’animo e trasforma la discussione in vera educazione dello spirito. Grice: Mi piace questa idea della filosofia come arte che imita la natura e si nutre di relazioni autentiche. Mi domando, tuttavia, come si concili il suo “divino assoluto” con la fallibilità e le passioni umane che spesso animano il dialogo, anche tra amici. Punzo: Il divino, caro amico, non esclude la debolezza umana; anzi, ne fa parte. È proprio nella tensione tra la nostra fragilità e la ricerca del bello che la conversazione acquista valore educativo. L’amore, l’amicizia, la contemplazione della natura: sono tutte forme attraverso cui l’uomo, dialogando, si avvicina a ciò che di più alto può concepire. E come diceva Dante, “l’amor che move il sole e l’altre stelle” è il vero motore di ogni filosofia autentica. Punzo, Giorgio (1952). Psicologia della personalità. Napoli: Liguori.

Sebastiano Purgotti (Cagli, Pesaro, Marche): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale metrica, o chemica filosofica nel lizio. Grice’s reason-governed conversational meaning explains how an utterance can reliably convey more than its literal content because hearers presume a cooperative, rational exchange and so infer conversational implicatures from what is said, the context, and the norms of relevance, informativeness, sincerity, and perspicuity; the key point is that the “extra” meaning is not a free poetic aura but something for which the speaker is answerable in virtue of publicly recoverable reasons. Purgotti, as presented in your passage, represents almost the opposite temperament: a lincean, quantitatively minded polymath for whom intellectual responsibility is exemplified by measurement, experimental control, and exact proportionality (stechiometry), so that what counts as good reasoning is what can be stabilized by method—dose, scale, reproducibility—across chemistry, mathematics, hydrology, and the atom-theory debates. The contrast then becomes a contrast of domains and of what “governs” meaning: Grice locates governance in practical rationality between interlocutors (a minimal remark, a shift in register, or a deliberate “under-informativeness” can trigger a predictable inferential uptake), whereas Purgotti’s imagined “metric/chemical implicature” relocates the metaphor of governance to the lab, suggesting that a small, well-placed verbal adjustment functions like a reagent—changing the “state” of an argument and making transformations visible without proclamation. Where Grice would insist that implicature is calculated by the hearer from conversational principles (and is cancellable, defeasible, context-bound), the Purgotti analogy stresses calibration and controlled effects: not “magic” but the disciplined management of conditions under which an inference is licensed, much as chemical explanation replaces occult qualities with proportioned interaction. In short, Grice provides the explicit theory of how reason organizes inferential meaning in talk, while Purgotti provides (in your stylized pairing) an ideal of scientific exactness that serves as a comparative image for why a tiny conversational move can have large, predictable consequences when the “mixture” of shared assumptions, aims, and evidential constraints is right. Dei lincei. Dei georgo-fili di Firenze. Studia a Roma sotto AMELIA e PALLIERI. Insegna a Perugia. Spazia dalle scienze fisico-chimiche all'idro-logia minerale, dalle scienze matematiche alle filosofiche con particolare riguardo alla teoria dell’atomo. Questa memoria la patria che dagli scritti e dalle virtu del sommo scienziato ha tanto lustro ed onore nato in Cagli. Qui riposa insigne chimico e matematico esempio raro di virtu domestiche e civile.  Pubblica nel Giornale di Perugia. Lettere ad un amico intorno a vari filosofici argomenti; Riflessioni sulla teoria dell’atomo; Trattato di chimica applicato specialmente alla medicina e alla agri-coltura; Trattato elementare di chimica applicata specialmente alla medicina; Trattato elementare di chimica applicata specialmente alla medicina e alla agricoltura; Intorno all'azione dell'acido solfo-idrico sul solfato di protossido di ferro; Osservazioni intorno a varie inesattezze che allignano nei moderni corsi di matematica elementare”; Riflessioni sopra un opuscolo che porta per titolo se si possa difendere, ed insegnare non come ipotesi, ma come verissima, e come tesi la mobilita della terra, e la stabilita del sole da chi ha fatta la professione di fede di Pio IV”; “Elementi di aritmetica, algebra, e geo-metria”; “Studi chimici sull’acque minerali di Valle Zangona”; “Intorno agl’usi ed effetti dell’acue minerali”; “Riflessioni sulla teoria dell’atomo”; “Chimica”; “Analisi dell’acque minerali di S. Gemini”; “Aritmetica e algebra”; “Chimica organica”; “Saggio di filosofia chimica”; “Geo-metria”; “Problemi tratti dagl’elementi di Aritmetica”; Algebra e geo-metria; Nozioni elementari ragionate del calcolo aritmetico”; “Intorno al primitivo insegnamento di la scienza della quantità”; “Chimica in-organica”; “Metalli delle terre aride e metalli propriamente detti. implicatura metrica, filosofia chimica, il fluido bio-tico nella manifestazione degli spiriti, algorismo.  Grice: Purgotti, ieri ho avuto un breve scambio con Speranza—che si ostina a fare il filosofo anche quando parla di termometri e di acque minerali—e mi ha detto: “Con Purgotti, persino un’‘implicatura’ sembra misurabile: o è metrica, o è chimica.” Purgotti: E perché no? A Cagli si impara presto che la precisione non è un vizio. Tra atomi, acidi solfo‑idrici e solfati di protossido di ferro, se sbagli una dose non fai filosofia: fai fumo. E poi, da buon linceo, preferisco l’esperimento alle pose. Grice: Speranza e io, dopo quella battuta, siamo rimasti un attimo a fissare la parola “chimica” come se fosse un reagente linguistico. Perché “chimica” viene da χημεία (e se vogliamo, anche χυμεία): sembra già una parola che mescola, fonde, distilla. E in un “lizio” pieno di categorie, bastano due ingredienti—metrica e χημεία—perché una tesi cambi stato, passi da solida a gassosa senza chiedere permesso. E allora capisci che certe idee, quando vengono dette “con misura”, non si limitano a informare: innescano. Purgotti: Implicatura chimico‑esplosiva la vostra—di te e Speranza—e lui la chiamerebbe così volentieri, purché gli si garantisca che l’esplosione è controllata. Perché è proprio questo il punto: la chimica buona non fa saltare il laboratorio, fa vedere le trasformazioni. In filosofia succede uguale: un’osservazione minima (un “metrico” ben piazzato, una χημεία ben dosata) cambia il colore dell’argomento senza bisogno di proclami. E se qualcuno vuole il segreto, glielo dico da marchigiano: non è magia—è stechiometria conversazionale. . Purgotti, Sebastiano (1837). Saggio storico sulla città di Perugia. Perugia: Bartelli.

Sertorio Quattromani (Cosenza, Calabria): la ragione conversazionale, le conversazione, e la la meta-fora come implicatura conversazionale in Catone, Virgilio ed Orazio. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers move from what is said to what is meant by treating conversation as a cooperative, purposive activity constrained by rational expectations (relevance, adequate informativeness, sincerity, and clarity), so that metaphor, indirection, and “saying less” generate conversational implicatures that are in principle inferable, cancellable, and sensitive to context. Quattromani, as you frame him, belongs to an Italian humanist and rhetorical lineage in which ragionare is already close to conversare and where translatio is not decorative surplus but a disciplined means of access: the speaker transfers an evaluation (“you are my pride and joy”) into a domestic image (“you are the honey in my wine”) so that praise can be conveyed with measure, tact, and social intelligibility, much as Telesian natural philosophy is “restricted in brevity” and rendered in Tuscan to circulate beyond the learned Latin public. The comparison, then, is that Grice supplies an explicit inferential model for why Quattromani-style figurative praise works in conversation (the hearer assumes cooperation, notices the deliberate choice of an apparently gastronomic predication, and rationally reconstructs the intended compliment as an implicated proposition), whereas Quattromani supplies a rhetorical-philological account of why such transfers are culturally apt and ethically effective (they let affect travel without posing, they align with classical exemplars in Cato, Virgil, and Horace, and they treat linguistic form as a civil instrument). In Gricean terms the “honey in my wine” move exploits the hearer’s rational capacity to recover a non-literal speaker-meaning under shared conversational norms; in Quattromanian terms it exemplifies the older art by which conversation and metaphor are already fused, with reason showing itself less as an abstract calculus than as the practiced social intelligence of choosing a form that can be received. Grice: “My father used to say, ‘Forearmed is forwarned, now I know he was causally referring to Quattromani!” -- Keywords: Catone, Petrarca, Virgilio, Telesio, Orazio. Filosofo italiano. Cosenza, Calabria. Essential Italian philosopher.  It can be said that Sertorio Q.’s most important contribution to the history of Italian philosophy is his  discussion and dissemination of Telesio's philosophy. Q. is a key figure in the "Accademia Cosentina" and, after Telesio's death, became his successor as the head of the academy. Q.’s primary contribution is ensuring the accessibility and dissemination of Telesio's groundbreaking, anti-Aristotelian natural philosophy, which emphasizes empiricism and challenged metaphysical speculation.  Q.’s specific contributions include: Publication of a synthesis: He publishes La filosofia di Telesio ristretta in brevita et scritta in lingua toscana, a synthesis of Telesio's thought written in Italian (Tuscan dialect) rather than Latin. This made Telesio's complex ideas accessible to a wider, non-scholarly audience. Dissemination of ideas: Along with Persio and Campanella, Q. is one of Telesio's most important students and friends who actively spread his ideas throughout Italy and beyond. Defense of Telesio: Q.’s work, along with that of other "Telesians," helped to establish Telesio as a key figure in the late Renaissance intellectual milieu, influencing later major thinkers such as Bacon, Hobbes, and Cartesio. While Q. is also a humanist and a poet, the scholarly consensus points to his role in promoting and interpreting Telesio's radical empiricism as his most significant and enduring philosophical legacy.  implicature, la philosophia di Telesio, Orazio, Poetica, tratatto della metafora, You’re the cream in my coffee +> You are my pride and joy; Il Quarto di Virgilio, Petrarca, Catone.  Grice: “St. John’s, 1963. I’m thinking of giving a seminar on the philosophy of life, since Wittgenstein has rather abused the phrase with his line that “language is a form of life”; but I don’t mean it in that sense—more in the Italianate sense. I noticed in the Merton Library a title that caught my eye, Quattromani, Ragionamenti sopra la vita, but Pears, who happened to be browsing elsewhere, warned me: Italians don’t use ragionamento the way you do, Grice; ragionare is closer to talking things through, to conversing—and I filed that away.” Editor’s note: Grice’s later seminars on conversation made full use of that connection, which Quattromani himself did not think worth pressing. Grice: Quattromani, proprio ieri ho avuto uno scambio recente con Speranza: mi ha fatto un complimento così ben congegnato che lui stesso l’ha chiamato “da poeta latino in borghese”. E io gli ho risposto che, se continua così, finiremo per citare Catone anche quando ordiniamo da bere. Quattromani: A Cosenza succede: tra Catone, Virgilio e Orazio, la lode non arriva mai “nuda”; arriva vestita, e spesso cambia abito a metà strada. È il bello della translatio: la cosa resta, ma il recipiente muta. Grice: Speranza e io ci siamo ritrovati a ridere su una sua frase, che non posso ripetere senza che si senta il trasporto. Mi ha detto, più o meno: “Tu sei il miele nel mio vino.” E lì ho capito perché funziona: non sta facendo gastronomia, sta spostando il peso di “sei il mio vanto” su una coppa, così l’affetto passa senza mettersi in posa. E infatti la formula “sei il X nel mio Y” non è un sinonimo: è un trasferimento, come quando Virgilio ti fa capire una cosa enorme con un’immagine piccola e domestica. Quattromani: Implicatura traslativa la vostra, come Speranza la chiamerà volentieri — evitando a ogni costo quel grecismo, μεταφορά, quando translatio fa il lavoro meglio e con più decoro romano. Perché qui non avete “abbellito” una frase: l’avete trasferita in un altro campo per farla dire con misura. E questa è la lezione che io trovo in Catone, Virgilio e Orazio: la translatio non serve a fare ornamento, ma accesso — proprio come quando io rendo Telesio “ristretto in brevità” e in lingua toscana, perché la sostanza circoli. Se poi Speranza insiste che “miele nel vino” vale più di una definizione, io non lo contraddirò: in certe conversazioni, la prova migliore è che la frase resta in bocca senza far rumore. Quattromani, Sertorio (1624). Ragionamenti sopra la vita. Cosenza: Tipografia Cosentina.

Quintilio Varo (Roma, Lazio): la ragione conversazionale all’orto romano, ragione, conversazione e l’ambizione ed adulazione nell’implicatura conversazionale di Virgilio, Roma, e la filosofia italiana -- l’orto, Virgilio, Siro. Filosofo italiano. Orto. Pupil of SIRO, with VIRGILIO, and of Filodemo. He writes two philosophical essays: one on greed, and one on flattery – “which amusingly, Virgil tended to confuse!” – Grice.  GRICEVS: RABIRIVE, modo cum collega philosopho Spe sermonem habui; ille mihi dixit te in horto Romano non solum herbas, sed etiam mores colere—et Virgilium ipsum inter vites ambulantem quasi discipulum videre. RABIRIVS: Ita est, GRICE. In horto, etiam philosophi discunt: humus docet, quid sit satis. Ego cum Siro et Philodemo didici, et Virgilius—qui carmina faciebat—saepe nostras sententias in versus transferebat, interdum nimis lepide.

GRICEVS: Spes et ego mirabamur (et risimus, fateor) quod Virgilius, cum de vitiis scriberet, interdum cupiditatem et adulationem quasi geminas confundere videbatur—quasi eadem manus et rapere et blandiri posset. At in horto fit ut intellegas: cupiditas non est solum plus habere velle, sed nimis habere velle; adulatio non est solum laudare, sed emere laude. Et qui utrumque amat, saepe “simpliciter” loqui vult, ut plures capiat—sed hortus, si nimis simplicas, nec fructum nec doctrinam reddit. RABIRIVS: Implicatura vestra—Spei et tua—et avidam se et adulatoriam habet (ut etiam Spes, quamvis verecundus, fateatur). Sed cave: non dicam eam “mordacem”; urbanior est. In horto Romano, “horti cultura” (si Epicurum innuimus) numquam tam simplex est quam vulgo placet, sed nec tam difficile ut obscuritate defendatur. Virgilius fortasse confundit, quia carmen amat compendia; nos autem meminimus: cupiditas crescit si nimis rigas, adulatio crescit si nimis laudas. Utraque igitur putanda est, non neglegenda—ne doctrina fiat vel rudis vel nimis polita.

Rabirio (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’orto romano, Roma, e la filosofia italiana. Orto. Criticised by Cicerone for oversimplifying the school’s doctrines in order to reach a wider audience – “which reminds me of me.” – Grice.   GRICEVS: RABIRIVE, modo cum collega philosopho Spe locutus sum; ille mihi narravit te in horto Romano philosophiam colere, non in cathedra sed inter herbas—quasi sapientia etiam radices haberet. RABIRIVS: Ita est, Grice. In horto res parvae docent: quae tarde crescunt, diu manent. Sed Ciceroni videor nimis simpliciter dicere, quasi doctrinam in fasciculum ligarem ut turbae venderem. GRICEVS: Spes et ego mirabamur hoc ipsum: cur Ciceroni tam displiceat cum quis scholam—vel hortum—ad plures perducere conatur. Nam cum dicit te “nimis expedire”, sonat quasi velit doctrinam intactam manere, non tractabilem. At si quis hortum ostendit populo, non statim tollit philosophiam; tantum facit ut alii videant ubi seminanda sint. RABIRIVS: Implicaturam tuam non dixerim “mordacem”, Grice—etsi Spes fortasse aliter iudicet—sed sane est urbanam. Et hoc addo: horti cultura (si Epicurum tacite significamus) numquam tam simplex est quam videri potest, sed nec tam obscura quin nimia subtilitate corrumpatur. Ciceroni cura est ne doctrina minuatur; mihi cura est ne pereat. Inter has duas curas, bene sarire oportet, non solum disserere.

Carlo Ludovico Ragghianti (Lucca, Toscana): la ragione conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers routinely recover what a speaker means beyond what the sentence conventionally says by assuming that talk is a cooperative, purposive activity regulated by rational norms (his cooperative principle and maxims), so that implicatures arise as accountable inferences from an utterance plus context and can be tested by features like cancellability and dependence on expectations of relevance, sufficiency, and sincerity; Ragghianti, formed as an art historian and theorist of “pure visibility” (Marangoni’s figurative method, then Bergson and Croce, and later work on cinema and spectacle as distinct “languages”), approaches reason in discourse less as an inferential calculus over propositions and more as a disciplined practice of making the visible intelligible—training the eye to discriminate forms, media-specific structures, and the ways perception is already organized by culture and history. Read through Grice, the passage’s move from painting to cinema and from “visibility” to “responsibility” functions as a chain of implicatures triggered by what is selected and left unsaid: stressing “method,” “languages,” and the visual invites the audience to infer a non-neutral politics of perception without stating a manifesto, and the “implicatura figurativa” is precisely the rationally retrievable suggestion that aesthetic discernment transfers to moral and political discernment (learning to read forms becomes learning to read masks). Read through Ragghianti, by contrast, the point is not primarily that an audience infers extra propositions under conversational norms, but that artworks and spectacles are themselves organized symbol-systems whose meaning is grasped by a trained perceptual intelligence attuned to medium, composition, and historical function; where Grice theorizes how reason governs what is meant in a talk-exchange, Ragghianti exemplifies how reason governs what can be seen as meaningful at all, and the two converge in the passage insofar as “seeing” becomes a public, shareable standard of justification—Grice via inferential accountability in conversation, Ragghianti via methodological accountability in criticism—yet diverge on the locus of explanation: conversational inference from utterances versus interpretive formation of perception within and across visual languages. Quando frequenta la terza classe del liceo a Firenze, conosce Montale, che gli fa scoprire e leggere le opere di Joyce. Successivamente, nell'ambiente della Scuola Normale e dell'Università di Pisa, si dedica alla storia dell'arte sotto la guida di Marangoni, protagonista del metodo figurativo puro della critica d'arte. La sua formazione estetica è segnata dall'incontro con il pensiero di Bergson e di CROCE  e dalla conoscenza della teoria della pura visibilità; in seguito approfondisce le idee di Fiedler, Riegl e Schlosser. La sua tesi di laurea sui Carracci contiene importanti spunti teoretici, tanto da suscitare l'attenzione di Croce, che ne pubblica un estratto sulla rivista "La Critica". Il suo studio su Vasari è presentato all'Accademia dei Lincei da Gentile. I saggi sul cinema e sullo spettacolo come forme dell'arte figurativa, Cinematografo e teatro e Cinematografo rigoroso, lo pongono tra i primi studiosi a occuparsi in tal senso dell'argomento; sulla base di una distinzione tra i linguaggi, questi contributi fondano una critica dello spettacolo rivolta prevalentemente ai suoi aspetti visivi, ricercandone anche i precedenti storici. R. fonda – insieme a Bandinelli, e grazie all'interessamento di Gentile – la rivista "Critica d'Arte", alla cui direzione collaborerà per poco anche Longhi: è la più significativa rivista del periodo, che intende promuovere un rinnovamento estetico e metodologico degli studi storico-artistici. Conosce Collobi, allora a Roma con una borsa triennale di perfezionamento all'Istituto di Archeologia e Storia dell'arte. I due si sposeranno a Firenze. L'impegno politico Fervente antifascista fin dai banchi del liceo, grazie anche agli studi che lo portano a viaggiare molto nel Paese, R. assume un ruolo importante nel ritessere i collegamenti tra i nuclei dell'opposizione liberale, democratica e socialista. Stabilisce infatti relazioni politiche con Ugo La Malfa, con Ferruccio Parri e con gli ambienti torinesi gobettiani e di "Giustizia e Libertà" (movimento al quale egli stesso si richiama).  Grice: Ragghianti, proprio ieri ho avuto uno scambio rapidissimo con Speranza: lui sostiene che a Lucca l’estetica non nasce davanti a un quadro, ma davanti a un metodo—e che lei è uno che, se vede Montale, finisce per leggere Joyce, e se legge Joyce, finisce per guardare i Carracci con l’aria di chi ha appena scoperto un trucco. Ragghianti: È un trucco serio. Marangoni mi ha insegnato che la critica d’arte non è chiacchiera colta, ma “figurazione” presa sul serio: pura visibilità, e disciplina dell’occhio. Se poi ci metti Bergson e Croce, ti viene voglia di chiedere alla forma perché fa quello che fa. Grice: Speranza e io ci domandavamo perché lei, invece di fermarsi alla storia dell’arte, abbia avuto bisogno di passare per cinema e spettacolo, e addirittura di fondare una rivista come Critica d’Arte. E mi è venuto da pensare che quando uno distingue tra linguaggi e insiste sul visivo, sta dicendo (senza farne un manifesto) che il “vedere” non è una facoltà neutra: è già un modo di pensare, e quindi anche un modo di fare politica. Non a caso, se uno impara presto a leggere le forme, poi impara anche a leggere le maschere—e un antifascista “fervente” nasce spesso così: prima dalla scuola dell’occhio, poi dalla scuola del coraggio. Ragghianti: Implicatura figurativa, la sua, come Speranza dovrebbe chiamarla. Perché lei ha colto il passaggio decisivo: dal quadro alla scena, dalla visibilità alla responsabilità. Il cinema e il teatro non sono “aggiunte moderne”: sono la prova che l’arte figurativa ha più luoghi di quanto la storia dell’arte ammetta. E quando uno fonda una rivista, in fondo, sta facendo la stessa cosa che fa con un Carracci: mette ordine nel visibile, e spera che quell’ordine, una volta visto, diventi anche un criterio per vivere. Ragghianti, Carlo Ludovico (1938). Arte, esperienza, società. Firenze: Sansoni.

Giovan Battista Raimondi (Napoli, Campania): la ragione conversazionale e l’implicatura del gatto persiano, la filosofia campanese e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats communication as a rational cooperative enterprise in which hearers infer what is meant (implicated) from what is said plus shared norms (e.g., relevance, sufficiency, truthfulness, clarity), so that “extra” meaning is explainable as a calculable, cancellable product of practical reason rather than as an occult property of words; placed against this, Raimondi is not a pragmatics theorist but an early-modern polymath whose work (as director of the Typographia Medicea, producer of Arabic and Syriac materials, and editor/translator of major scientific texts such as an Arabic Euclid and Avicenna, alongside learned commentaries in the mathematical tradition) foregrounds a different axis of “reason in language,” namely the infrastructural and philological conditions under which meaning can be transmitted across scripts, languages, and scholarly communities. In the “Persian cat” passage, the contrast can be sharpened by reading the cat as a figure for the disciplined tact and patience demanded by cross-linguistic uptake: for Grice, “Persian” becomes a cue for implicatures about difficulty, indocility, and the limits of purely instrumental attitudes to learning, but the explanatory mechanism remains the same—how an audience, assuming rational cooperation, reconstructs what is being suggested by the choice of image and by the joking allusions to Austin’s “useless”; for Raimondi, by contrast, the real achievement is less the inference of implicatures than the building of stable channels where inference is even possible at scale—typefaces, grammars, editions, and multilingual corpora that allow distant audiences to converge on intended content. Thus, Grice supplies a micro-theory of how reasons govern meaning in each conversational exchange, while Raimondi exemplifies a macro-history of how reason organizes the material, institutional, and linguistic preconditions of exchange, and the passage’s joke about the “Persian cat” can be taken as the meeting point: Gricean pragmatics explains how the joke works here and now, whereas a Raimondian lens explains why “Persian,” “Arabic,” and “Oriental” are not just topics but hard-won media of transmission whose success depends on more than utility—on the long patience of making meanings portable. Insegna a Roma. Contribusce alla rinascita dell’idealismo contro il Lizio che domina la filosofia. Pubblica la Data di Euclide. Le coniche di Apollonio di Perga. Autore di molti commentari, specialmente su alcuni libri della Synagoge, nota anche come Collectiones mathematicae, di Pappo d’Alessandria e sui trattati di Archimede. Membro dell'accademia fondata da Aldobrandini, nipote di Clemente. -- è celebre soprattutto per essere stato il primo direttore scientifico della Stamperia orientale medicea, o Typographia Medicea linguarum externarum, fondata a Roma da Ferdinando de' Medici. L'attività principale svolta dalla stamperia e, con l'appoggio di Gregorio, la pubblicazione di saggi nelle per favorire la diffusione delle missioni cattoliche in Oriente. Forma un gruppo di ricerca costituito da Vecchietti,  inviato pontificio ad Alessandria d'Egitto e in Persia, dal fratello Gerolamo, da Orsino di Costantinopoli, neo-fita ebreo convertito, e di Terracina. In un periodo in cui Roma intrattene buone relazioni diplomatiche con la dinastia Safavide, al potere in Persia  essi riuscirono a recuperare diversi manoscritti della bibbia in lingue orientali – “which were fun” – Grice. Sono portati a Roma più di una ventina di testi biblici ebraici e giudeo-persiani, tra cui i libri del Pentateuco, tra i pochi sopravvissuti ai giorni nostri.  La tipografia si trasfere a Firenze, in conseguenza dell'elezione di Ferdinando a duca di Toscana. E avviata la stampa delle opere. Sono pubblicate dapprima una grammatica filosofica ebraica e una grammatica filosofica caldea. Seguirono: una edizione arabo dei vangeli, di cui furono tirate MMM copie; un compendio del Libro di Ruggero di al-Idrisi;  Il canone della medicina di Avicenna. Grice: “I tried to study Persian once, but J. L. Austin said that it was useless!” –il gatto persiano.  Grice: Raimondi, vengo da un incontro recentissimo con Speranza: non so come faccia, ma riesce a parlare di tipografie orientali e, nello stesso respiro, a chiedermi se ho nutrito il gatto. Dice che la filosofia, senza un animale in casa, diventa subito “il Lizio” — e lui non la perdona. Raimondi: A Napoli l’idealismo lo si fa risorgere anche così: con Euclide sul tavolo, Apollonio di Perga sul comodino, e un gatto che ti ricorda che la “sostanza” sa sempre dove dormire. E poi Roma, con la Stamperia Medicea, era un’officina vera: lingue esterne, grammatiche, manoscritti recuperati… tutto molto serio, finché non entra in scena il persiano. Grice: Speranza e io, uscendo, ci siamo trovati d’accordo su una cosa che lei capirà al volo: “gatto persiano” non è solo un dettaglio zoologico. A Vadum Boum io e Speranza abbiamo sempre avuto una debolezza per i gatti — e infatti, quando uno mi dice “persiano”, mi viene in mente subito l’idea che la lingua sia come un felino: non la impari per decreto, la corteggi, e lei decide se farsi avvicinare. Austin mi diceva che studiare persiano era “inutile”; io sospetto che intendesse “indocile”. E il bello è che il gatto persiano, mentre tutti trafficano con missioni e grammatiche caldee, resta lì come promemoria silenzioso: l’Oriente lo puoi stampare quanto vuoi, ma prima devi riuscire a farti ascoltare — senza graffiarti. Raimondi: Implicatura persua la vostra, come Speranza la chiamerebbe — e per non farla lunga direi “vostra” e basta, così il gatto non si offende per la grammatica. Mi piace perché fa dialogare tre cose che a Roma sembravano già separate: la dottrina (Euclide e le coniche), la macchina (la tipografia che moltiplica copie), e l’animale (che non si moltiplica se non quando vuole). E sì: il persiano, come il persiano, si studia solo se accetti che non è un esercizio di utilità, ma di pazienza e di buon tatto. Speranza, con la sua sensibilità felina, direbbe che è l’unico metodo davvero “orientale” che Oxford abbia mai imparato. Raimondi, Giovan Battista (1858). Storia della filosofia antica. Milano: Vallardi.

Giulio Raio (Napoli, Campania): la ragione conversazionale e l’ermeneutica dell’io e del tu, la filosofia campanese, e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how what a speaker means can outrun what the words strictly say because hearers rationally infer additional content (conversational implicatures) by assuming cooperative, purposive talk governed by norms such as relevance, adequate information, truthfulness, and clarity; on this picture, meaning-in-interaction is not mystical but accountable to reasons and reconstructible as an inference from an utterance plus shared assumptions about the point of the exchange. Raio, by contrast, approaches language through an explicitly hermeneutic and symbolic framework shaped by Kant and especially Cassirer: the self is not a sealed Cartesian point but is constituted and shifted through symbolically mediated relations between “I” and “you,” so that understanding is not merely decoding an intention but interpreting how symbols institute intersubjective space and even transform who the participants are. Read through Grice, the “we help” sequence in your passage illustrates how grammar and pronoun choice triggers stable patterns of implicature (a plural subject tends to suggest joint agency; “each other” suggests reciprocity), with the resulting social-ethical overtones treated as rationally derivable, cancellable, and sensitive to context; read through Raio, the same sequence is less an implicature-calculation than an event in which a “we” emerges as a symbolic form irreducible to the sum of “I” and “you,” making reciprocity not an optional add-on but a condition for the very intelligibility of that “we.” The comparison, then, is that Grice models conversational meaning as a reason-based inferential achievement that supplements semantics via principles of cooperative rationality, while Raio treats conversational reason as inseparable from an interpretive, symbol-forming process in which meaning is tied to the shifting hermeneutic constitution of self and other. Grice: “When I cited from Ogden and Richards’s The Meaning and meaning, I purposively avoided the subtitle: a study in the science of symbolism!” Insegna a Napoli. Si occupa in particolare dell'ermeneutica. Saggi: Antinomia e allegoria; Il carattere di chiave, Ermeneutica del simbolo; Il simbolismo tedesco. Kant Cassirer Szondi, Conoscenza, concetto, cultura; Meta-fisica delle forme simboliche; L'io, il tu e l'es: saggio sulla meta-fisica delle forme simboliche, Studi filosofici.  ermeneutica dell’io e del tu, Szondi, simbolo. Grice: Raio, dopo aver parlato con Speranza — che insiste a trattarmi da pari e poi, con la stessa naturalezza, pretende che io tratti lui da pari — mi è rimasta in testa quella sua fissazione napoletana per “io” e “tu”. Dice che a Bologna insegnano il linguaggio, ma lui continua testardamente a chiamarla filosofia della lingua: come se l’“io” dovesse avere per forza un accento locale. Raio: A Napoli l’“io” non sta mai in pace se non incontra un “tu”. L’ermeneutica serve proprio a questo: non a fare psicologia, ma a capire come il simbolo sposti l’identità da una testa all’altra. E quando ci metti Kant, Cassirer, Szondi, scopri che il “tu” non è un complemento: è un evento. Grice: Speranza e io ci siamo messi a rigirare una cosa che sembra banale finché non provi a dirla bene: “noi”. Perché “we agree” non è semplicemente “io agree” più “tu agree” messi in fila, come due firme in calce. E lo stesso con il nostro verbo preferito, aiutare — o “help”, come diciamo a Vadum Boum: “I help and you help” può voler dire che ognuno fa il suo, separatamente, magari su due problemi diversi. “We help”, invece, sembra già una cosa terza: un’azione con un solo ritmo, come se il soggetto non fosse la somma, ma un piccolo organismo. E quando dici “we help each other”, allora non stai aggiungendo una cortesia: stai dicendo che senza reciprocità non era nemmeno quel “we” di prima. Raio: Implicatura “aiutante”, la sua — o, se Speranza osa davvero, “extra‑aiutante”, anzi “extra‑aiuta”. Perché lei non sta dicendo soltanto che due persone fanno due gesti di assistenza: sta mostrando che “noi” cambia il tipo di gesto. “Io aiuto” e “tu aiuti” è aritmetica; “noi aiutiamo” è già grammatica sociale; e “ci aiutiamo” è un’altra cosa ancora, perché lì il soggetto e l’oggetto si scambiano senza che la frase cada a terra. In fondo è il suo modo preferito di mettere l’etica dentro la sintassi senza farla sembrare moraleggiante: non “siate buoni”, ma “guardate che cosa state già facendo quando parlate al plurale”. E Speranza, che finge di detestare le etichette ma poi vive di queste finezze, alla fine concederà che “aiuta” è la parola giusta: piccola, quotidiana, e abbastanza seria da reggere un noi. Raio, Giulio (1923). Il problema dell’essere. Roma: Edizioni Scientifiche.

Giovanni Antonio Rayneri. Rayneri, Giovanni Antonio (Carmagnola, Piemonte). G.: Rayneri, 1840: Unità della scienza. S.: A dangerous title to utter in Oxford after Vienna. G.: Quite. The phrase sounds as if a Rosminian has inadvertently advertised a logical positivist congress. S.: Or as if Carnap has strayed into a diocesan school and discovered metaphysics still drawing a salary. G.: Yet the sameness is verbal, not doctrinal. S.: Entirely. Rayneri wants unity because truth is ordered. The Vienna people want unity because language must be cleaned. One crowns philosophy; the other sends it to sweep the floor. G.: Regina scientiarum versus sanitation staff. S.: Precisely. Rayneri’s unità della scienza still imagines a hierarchy of knowledge under spiritual or philosophical supervision. Einheit der Wissenschaft imagines a disciplined republic of statements under anti-metaphysical customs control. G.: And yet the phrase sticks. S.: Phrases always do. They wander much better than doctrines. That is why philosophy is mostly the afterlife of headings. G.: Still, one must be fair to Rayneri. If he thought unità della scienza required defence in 1840, that itself is instructive. S.: Because “science” in his mouth is not physics and chemistry in white coats, but scienza in the old broad sense: ordered knowledge, connected disciplines, the possibility that truth hangs together. G.: In which case the title is less manifesto than reassurance. S.: Yes. It says: do not let the branches fly apart; the trunk still exists. G.: A very un-Viennese tree. S.: Entirely. The Viennese would analyse the word “tree,” classify the protocol sentences, and then fight over whether trunks are reducible to observations. G.: Or to physicalist predicates. S.: Indeed. Which is where Grice would begin to smile. Because if the project is to replace psychological predicates with physicalist ones, one must first explain how anyone means the replacement. G.: And there enters Peano’s inverted consequence sign. S.: Ah yes, your delicious point. The sign itself looks innocent enough, but in the twentieth-century hands it becomes emblematic of a dream: reasoning stripped to visible bones, metaphysical excrescence left politely outside the notation. G.: The vernacular counterpart being “if.” S.: Which is exactly where Grice refuses to be hygienic. The formal sign gives consequence under rules; the vernacular “if” arrives with hesitations, background assumptions, implicatures, and all the unruly furniture of ordinary thought. G.: So Einheit der Wissenschaft in the neo-positivist sense likes the sign because it appears to promise a single purified method. S.: Whereas Rayneri would find the sign useful only if it remained subordinate to a larger order of knowing. G.: A servant, not a sovereign. S.: Quite. In Rayneri, formal order belongs inside a philosophical cosmos. In the unity-of-science movement, philosophy itself is gradually demoted to traffic control. G.: Which gives us our first contrast: same phrase, opposite metaphysical climate. S.: One might say: same umbrella, different weather. G.: Now let us return to the liceo, because the real comedy is not in titles but in transmission. S.: Quite. Philosophy on the Continent has this habit, very unlike the Clifton legend, of reaching boys before they have learned proper scepticism about teachers. G.: Rayneri in Carmagnola for Bertini, Ferri at Casale Monferrato for Carlo Cantoni. S.: Exactly. The English myth is that one discovers philosophy after arriving at Oxford with Greek and Latin and a tolerance for bad heating. The continental reality is often that some professore di filosofia has already colonised one’s adolescence. G.: And Rayneri, unlike the later Vienna Circle, is not merely a phrase-maker but an institutional presence. S.: A local philosopher-schoolmaster. Which is why his influence matters even if his publications are late or sparse. At that stage he is less a bibliography than a voice. G.: So Bertini’s formation begins with Rayneri’s lessons in Carmagnola before Ornato, before Jacobi, before the post-laurea friendships. S.: Yes. Rayneri supplies early philosophical shape, likely Rosminian and spiritualist in temper. Ornato comes later with Plato and Jacobi. The sequence matters. G.: Just as Ferri for Carlo Cantoni comes before Bertini. S.: There is a pleasing structural repetition there. Liceo first wounds; university later codifies the scar. G.: You persist in medicine. S.: Philosophy has always aspired to be a clinic with better quotations. G.: But one must stress the asymmetry with Oxford. Grice at Clifton did not, so far as one can tell, receive philosophy from a published school philosopher. S.: No. His rationalism he traces to his father; his scholarship is in classics; philosophy comes by the back door of Greats. The continental pattern is earlier, more explicit, and less embarrassed. G.: Which may explain why names like Rayneri and Ferri matter so much. They are not merely teachers in the timetable. They are models of what an intellectual life might look like. S.: Quite. A schoolboy sees a professore who has written, lectured, thought. The profession appears before the profession. G.: And because the liceo reaches one at fifteen or sixteen, the influence is often deeper psychologically than anything that happens later at university. S.: University teaches one how to defend one’s errors in public. Liceo teaches one which errors to cherish. G.: Excellent. Now, why would Rayneri think unità della scienza needed defending? S.: Because nineteenth-century intellectual life already suffered from dispersion: specialisation, rival schools, theological and secular pressures, pedagogical fragmentation. To defend unity is to resist intellectual centrifugal force. G.: So not yet “all sciences reduce to one language,” but “knowledge belongs together.” S.: Precisely. The later slogan says: unify by method and syntax. The earlier title says: preserve unity of meaning, order, and perhaps truth itself. G.: Then the phrase survives because it is hospitable to incompatible ambitions. S.: As most successful philosophical phrases are. They are boarding houses for doctrines that would hate one another at breakfast. G.: And ordinary language, which Grice would later prize, helps expose this. S.: Yes. Because ordinary language reminds us that “unity” is not itself univocal. Unity can mean coherence, reducibility, architectonic order, institutional federation, semantic translation, or merely a pious wish. G.: So Rayneri’s title cannot simply be read backward through Carnap. S.: No more than one should read Aristotle as a badly typeset formal logician. G.: And yet there is still a historical wit in the recurrence. S.: Of course. The same words recur because philosophy loves old headings. But each recurrence shifts the burden. In Rayneri, philosophy remains queen. In Vienna, philosophy becomes under-labourer, or perhaps customs officer. G.: Locke with a passport stamp. S.: Exactly. “Nothing metaphysical to declare?” G.: “Only a small substance in my hand-luggage.” S.: “Confiscated.” G.: Let us bring in Peano once more. Because if one moves from vernacular “if” to formal consequence, one acquires the appearance of necessity. S.: And loses, or tries to lose, the conversational thickness of conditionals. This is where Grice becomes useful against both simplifications: against the spiritualist assumption that unity can be simply proclaimed, and against the positivist assumption that it can be simply notated. G.: Because for Grice, rationality is enacted in use. S.: Exactly. The point of the vernacular is not that it is messier than notation; it is that the mess is often the site of intelligence. “If” in English does not merely mirror a formal relation; it manages expectation, commitment, insinuation, and strategic under-saying. G.: Whereas the inverted consequence sign is gloriously indifferent to tact. S.: Which is why it is so attractive to people who distrust tact. G.: So Rayneri’s unità della scienza and the Vienna project differ not merely in doctrine but in what they take language to be for. S.: Yes. Rayneri still belongs to a world where language participates in the articulation of a larger moral and philosophical order. The unity-of-science movement belongs to a world where language must be disciplined into transparency. G.: And Grice stands inconveniently between them, loving form but not purification. S.: Very good. He likes order, but not the kind that abolishes conversation in order to save reason from it. G.: Which returns us to the continental line. Rayneri at Carmagnola, Bertini later at Turin, Ferri at Casale Monferrato, Carlo Cantoni after him — all instances of philosophy arriving through persons before systems. S.: And through schools before faculties. One should never underestimate the philosophical power of a local classroom. G.: There is a touching anti-Oxonian honesty about it. S.: Indeed. Oxford likes to pretend minds emerge from books and quads. The Continent sometimes admits that they emerge from professors. G.: Then perhaps Rayneri’s greatest significance is not the title itself, but the fact that a boy like Bertini could hear such a title as possibility. S.: Exactly. Before one reads unity of science, one sees a man who believes knowledge belongs together. That is a stronger lesson than any pamphlet. G.: A lesson later altered by Ornato, Jacobi, Plato, and the rest. S.: Yes. The sequence is not monotone. Rayneri gives early philosophical seriousness; Ornato complicates it with Greek and Jacobi; Bertini then passes, in another register, a mediated philosophical seriousness onward to Carlo Cantoni’s generation. G.: So if Ferri is to Carlo Cantoni what Rayneri is to Bertini, then Bertini himself becomes a middle term in a chain of transmission. S.: Quite so. Philosophy reproduced not only by books and chairs, but by pedagogical succession. G.: Rather like families, except with fewer baptisms and more footnotes. S.: Do not idealise. There are plenty of baptisms too; they are simply called lauree. G.: One last question. Why did the phrase unità della scienza survive so well? S.: Because it flatters everyone. The metaphysician hears order, the pedagogue hears curriculum, the scientist hears integration, the positivist hears reduction, the administrator hears structure, and the philosopher hears, if he is vain enough, his own necessity. G.: So the phrase is itself cooperative. S.: Cooperative and magnificently ambiguous. G.: Which is to say, deeply ordinary-language after all. S.: Yes. And perhaps that is the final Gricean revenge. Even the slogans of purified science survive not by purity, but by flexible use. G.: So Rayneri’s old title and Vienna’s later motto are united only in failing to mean just one thing. S.: Which is, in the end, the true unità della scienza: everyone using the same phrase for different reasons and calling the result progress.Rayneri, Giovanni Antonio (1840). Unita della scienza --.

Felice Ramorino (Roma, Lazio): la filosofia della lingua, la filosofia del linguaggio, e la filosofia italiana. Ramorino’s philosophy of language starts from the older semiotic and anthropological puzzle of how thought can be expressed in an arbitrary material sound and yet be so entwined with inner “meditation” that thinking is hardly possible without some articulated linguistic medium; language for him is at once a system of signs and a human, quasi-natural fact that connects the natural sciences, psychology of cognition, and logic, and he frames the core problems as the genesis of signification, the differentiation of languages despite a shared “cogitative nature,” and the structuring principles by which terms carve up beings, actions, agents, and relations. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning relocates the central explanatory burden from the sign system as such to the rational practices of interlocutors in a talk-exchange: what a speaker means is not exhausted by conventional signification but is partly inferred as conversational implicature under the assumption of cooperative, purposive interaction guided by norms (maxims) of quantity, quality, relation, and manner, so that the connection between what is said and what is meant is systematically calculable, cancellable, and context-sensitive rather than merely semiotic. In the staged “linguaticum” exchange, Ramorino’s sensibility appears in the insistence that the language itself, as a living system with constraints, can “refuse” certain metalinguistic formations, whereas a Gricean reading treats the episode primarily as a display of how metalinguistic joking, category-shifts, and floutings of relevance generate implicatures about scholarly pretension, etymological hygiene, and what counts as an acceptable philosophical term; the contrast is thus that Ramorino foregrounds the ontology and natural-historical status of language as a sign system embedded in human nature, while Grice foregrounds the rational, normative architecture by which conversational agents use whatever sign system they have to make meanings accountable to reasons in interaction. LA LINGUA. Chi rivolga anche un rapido sguardo alla storia della filosofia, non tarda ad accorgersi, che una delle questioni, le quali più vivamente preoccuparono la mente dei pensatori antichi e moderni, è quella che concerne la lingua come SISTEMA di SEGNI SIGNI-ficativi delle idee. E veramente è questione assai complicata e difficile: come mai il PENSIERO dell’uomo trova la sua ESPRESSIONE in un suono MATERIALE che non ha con esso alcuna palese connessione? e non solo vi trova la sua ESPRESSIONE, ma quasi non è esso stesso possibile senza la lingua – “a fact that preoccupied philosophers of yore” – Grice --? conciossiachè sia noto ad ognuno, che ogni MEDIAZIONE, quasi soli-LOQUIO interno, non può mai del tutto -- Dirà taluno: che cos’ha a fare questa trattazione della lingua collo scopo generale del lavoro, che è di far vedere i punti di contatto fra le scienze naturali e la filosofia? Rispondiamo che la filosofia della lingua, sebbene ha un largo fondamento storico, tuttavia in quanto viene a chiarire la natura intima della lingu, che è un fatto umano, fa parte delle scienze naturali. Poi, siccome il pensiero umano è la base della lingua, cosi la filosofia della lingua si lega anche intimamente colla logica; e il trattarne qui serve a far vedere come possa la filosofia avvantaggiarsi dei risultati delle scienze speciali. svincolarsi dai ceppi della PAROLA –greco PARABOLA-- ARTICOLATA. E come avviene, che, essendo unica la natura cogitativa, cosi diversi riescono le lingue? E in che modo lo spirito dell’uomo ha saputo distinguere coi termini della lingua i modi di essere e i modi di operare, e gl’enti e gl’agenti, e i loro rapporti rispettivi ? Quali saranno stati i principii di un così ben fatto tessuto di parole e proposizioni e periodi? Ecco un fascicolo di problemi, tutti di una grande importanza pel filosofo. lingua, linguaggio, Grice, pirotese, pirot, deutero-Esperanto. lingua, linguaggio.  Grice: Dopo il mio incontro con Speranza — che si ostina a chiamarsi “filosofo” con la stessa naturalezza con cui lo faccio io — torno sempre con quella che, a Bologna, lui chiama la domanda chiave della filosofia del linguaggio. Anzi: lui la chiama sempre filosofia della lingua, e appena sente “linguaticum” gli viene un tic, come se avesse visto una “y” in pieno latino. Ramorino: E fa bene ad avere il tic. Perché qui la lingua non è un feticcio: è un sistema di segni, sì, ma anche un fatto umano, e dunque un fatto “naturale”. La domanda vera è come il pensiero finisca a farsi suono senza assomigliargli per niente — e come poi si pretenda pure che quel suono diventi logica, diritto, scienza, e magari anche poesia. Grice: Speranza e io — dopo quel suo tic — siamo rimasti un attimo a contemplare la parola “linguaticum” come si contempla un animale mitologico. È forse la parola latina più impossibile dal punto di vista linguistico: sembra latina, ma suona come se il latino stesso avesse bisogno di una spiegazione a margine. E poi il bello è che, se uno ci costruisce sopra “linguaggio” e ci infila la distinzione tra lingua e linguaggio, pare quasi che la difficoltà stia nel concetto, non nella parola. Come se i filosofi, per parlare di ciò che tutti usiamo ogni giorno, dovessero inventare un latinismo che nessun romano avrebbe osato ordinare al bar. Ramorino: Implicatura impossibilmente linguistica, la sua, come Speranza osserva con precisione. Perché il punto è proprio questo: in italiano magari ti lasciano dire “linguaticum” (non tutti, ma qualcuno sì), finché resta un reperto da vetrina. Appena però vuoi farne un avverbio — “linguaticum-mente” — ti esplode in mano: non hai un aggettivo che lo regga senza diventare caricatura. E allora Speranza dovrebbe concedere che questa è un’implicatura linguaticum-mente impossibile: non perché l’idea non si capisca, ma perché la lingua stessa — quella vera — si rifiuta di firmare la ricevuta. Quanto all’etimologia, per sicurezza meglio ricordare l’alternativa sobria: lingua (la “lingua” come organo e come sistema) e poi linguaggio come derivato moderno e metalinguistico — senza costringere il latino a produrre, sotto minaccia, un “linguaticum” che non voleva nascere. Ramorino, Felice (1902). Il pensiero filosofico italiano. Genova: Ramorino.

Cesare Ranzoli (Mantova, Lombardia): “going through the dictionary” -- “Non il Little Oxford Dictionary, come volleva Austin, ma il Ranzoli! la scuola di Roma, e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats “going through the dictionary” as, at best, a preliminary check on conventional word-meaning, while the real explanatory work is done by rational principles governing talk-exchanges: interlocutors assume cooperative purpose, exploit shared expectations (about relevance, informativeness, clarity, etc.), and thereby generate implicatures that are not in the lexicon but are nonetheless recoverable as what the speaker meant. Ranzoli, by contrast, embodies the philological-historical impulse to discipline philosophical discourse by organizing it: his Dizionario di scienze filosofiche (Hoepli; first ed. 1905) aims to be school-neutral, multilingual in its equivalences, and bibliographically directive, treating philosophical vocabulary as a mapped terrain whose paths can be stabilized by careful definition, cross-language alignment, and curated references; on that model, philosophical clarity is advanced by lexical hygiene and conceptual cartography. The comparison is thus a difference of explanatory level: Ranzoli’s lexicography works “from below,” codifying and harmonizing term-meanings so that philosophical conversation has better materials to work with, whereas Grice works “from above,” explaining how even perfectly ordinary, dictionary-certified sentences routinely mean more (or other) than they say because conversational reason supplies defeasible inferences sensitive to context and speaker intention. Where Ranzoli can plausibly say that definitions “suggest more than they say” (in the sense that an entry opens lines of inquiry via synonyms, contrasts, and reading trails), Grice’s point is sharper: implicature is not a suggestive halo around a definition but a rationally accountable product of cooperative interpretation, cancellable and calculable, arising precisely when what the dictionary gives underdetermines what the speaker is doing in the conversational situation. Grice: “I think I prefer Stefanoni. When Austin commanded us to ‘go through the dictionary’ he never meant the PHILOSOPHICAL dictionary, but that is at which the Italians excel!” DIZIONARIO DI FILOSOFIA MANUALI HOEPLI. Il dizionario di filosofia di R. è stato accolto dal pubblico in modo estremamente lusinghiero. Di ciò attribuisco una minima parte ai pregi dell’opera di R. Il resto, il più, all'essere UNICA del genere IN ITALIA e al promettente risveglio filosofico. Ma, appunto per questo, R. sente più vivo il dovere di ri-esaminarla con la più scrupolosa attenzione, per eliminarne quei difetti e apportarvi quei miglioramenti, che la rendessero meglio adatta al suo scopo. R. supprime tutti gl’argomenti che non riguardano davvicino la filosofia o le sue parti. R. Mette accanto ad ogni vocabolo il corrispondente gallico – o ‘francese’, tedesco, ed inglese, talvolta anche LATINO e greco. R. pone in fine alla maggior parte delle voci le opportune indicazioni bibliografiche. R. Aggiunge gran numero di termini, sia nuovi sia previamente dimenticati, e da più ampio svolgimento a quelli che lui pare richiederlo. Che in tal modo essa raggiunge il suo assetto definitivo, sono ben lungi dal pensarlo. Un dizionario come questo di R., specie se lavoro di uno solo, ha il poco invidiabile privilegio di non essere mai compiute. Mende, sproporzioni, ripetizioni, lacune sone inevitabili. Bisogna accontentarsi di ridurle via via al minor numero possibile, Il dizionaro di R. s’ispira ai varii criteri. Tenersi al di sopra e al di fuori d’ogni pre-concetto di scuola, presentando obbiettivamente le questioni e le idee che ai vocaboli sono legate e i vari atteggiamenti da esse assunti nella storia della filosofia. Sapere riuscire chiaro ed accessibile ad ogni media cultura, senza falsare per questo i problemi e ridurre al semplice ciò che di natura e di origine è complesso. implicatura, lessicologia filosofica.  Grice: Caro Ranzoli, devo confessarlo: prima di attaccare a fondo un concetto filosofico, ho il mio rituale. "Passo sempre per il dizionario" – ci tengo però a precisare che parlo del tuo, non certo del Little Oxford! Il Dizionario di Filosofia Ranzoli è ormai per me una tappa obbligata: c’è sempre qualcosa che illumina, che fa riflettere, che sorprende. Ranzoli: Che piacere sentire queste parole, caro Grice. Ho sempre pensato che un buon dizionario non debba solo definire, ma anche suggerire domande, aprire prospettive. E mi rincuora vedere che il mio lavoro sia utile a chi, come te, affronta la filosofia con spirito critico e curiosità autentica. Grice: Ecco, proprio questo apprezzo: la tua opera fugge dai preconcetti di scuola, non si incastra in nessuna ortodossia. Si sente che dietro ogni voce c’è un tentativo di restituire la ricchezza delle posizioni, e al tempo stesso di restare chiaro, accessibile, mai banale. È quasi una conversazione in sé, parola per parola. Ranzoli: La conversazione, appunto, è la chiave! Un dizionario filosofico, per come lo intendo, non vuole chiudere il significato, ma invitare chi legge a continuare il dialogo. Dopotutto, anche le definizioni sono implicature: suggeriscono più di quanto dicano. E grazie a lettori come te, so che il mio lavoro resta sempre "aperto". Ranzoli, Cesare (1900). La filosofia di Virgilio. Torino: Loescher.

Francesco Martino Ravelli (Milano, Lombardia): la memoria, la ragione conversazionale, e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats implicature as a controlled, intention-based inference licensed by cooperative norms, so that what is meant beyond what is said is recoverable because rational interlocutors assume relevance, sufficiency of information, and candor; Ravelli, by contrast, comes from the ars memoriae tradition (as in his Ars memoriae), where memory is an art of constructing and navigating cognitive “places” using signs, notae, and learned techniques that organize thought prior to and beneath any ordinary exchange, so that meaning is produced by disciplined internal workmanship as much as by public conversational reciprocity. Put side by side, Grice makes conversational reason a social logic: implicature arises because speakers purposely exploit shared expectations and hearers responsibly reconstruct those purposes; Ravelli makes reason a mnemonic-technical architecture: the “location” of memory is literalized as a method of storing and retrieving content through semiotic and rhetorical devices, so that what is “implied” is what the trained mind can extract from a crafted system of signs and placements. The overlap is that both treat the extra as systematic rather than mystical—Grice by calculability from maxims and intentions, Ravelli by rules of artificial memory and rhetorical encoding—but they diverge on where governance primarily sits: for Grice in the norms of cooperative talk that make inferences answerable to others, for Ravelli in the internal design of mnemonic structures that make cognition reliable even before (and sometimes despite) the contingencies of conversation, a contrast that neatly frames Grice’s Locke-and-Reid worries about memory-based personal identity as depending on whether memory is merely a fallible psychological link in conversation or a deliberately engineered mechanism of retention and retrieval. Grice: “When I wrote my ‘Personal identity’ relying on memory, on Locke and Reid on memory, I had no memory that the Italians had superseded Locke so long ago!” Keywords: memoria, memory, personal identity, the location of memory – I am not hearing a noise – someone is not hearing a noise, something is not hearing a noise – Grice: “Can I have evidence that someone – say, a canary – is NOT hearing a noise, if the cat is NEXT to him and he never noticed?!” HACTENVS ab EIVS PRIMO AVTORE, HVIVSCE iecundo qmde m mcognitd, ita obfcureliudio tradita, vtiegerehedum ffi lN.lN INCLYTA Academia HeidelbergenfiltaKcs &Gallic liflguaeinforniatorcm. TRANCOFViri Hoffmanni, fum titfc bus Ioann TheodoncidcBry, i»»#>f.DC. XKl/o LLC. AMPLISSJMIS VIrisquecIari(fimis, Dominis Profcflbribus, ac Heidelbergenfis Aeademia: Mc- i coenatibus &Patronis fuisobferuaa- di/fimis, Vrn admeperuene- rit arsmemoru arttficialisperltalum Mthi tradita^uitantum ei tnbuk, vt quodmagnt mu- neris loco mthiofferret, hac ipfaarte mhilpotius aut an- Uquius haberet( cmufrcifi* dem mihi alti cmoque Ittera^ 2 rum Epistola. rum ftudtofifecerunt,quili- belli huius c&pia fibi fatta, ed maximee refitafore iudica- runt.) conicfluraaffqutpo- tuifitentiani baric fitn publicum prodirei, iuueniuti, iri cuius tnjlituiione iotius rei- publics. cardineverfaripru- dentes (emper fenfirunt singulart munufeulu offerre fed vt aliqua expartegratterganjos antmi ftgnumextaretycjua fi- ducia fretns vos idipjumfe* rena fronte accepturosnuU Ihs debito: Deum rogans, vt vos omncs et ftngulos diu 4 3 (ojjn* £ Ep I S T* DeDIC«. fofbites^ tncolumescanfer- uet> quo @f meafotiHSfy hu- tus Academufalus ac pra- Jperitas humerunec iniuria macremfapi- implicatura, memoria, alphabetum, segno, vocabolo, nota, studio, mens, animus, dialectica, filosofia, grammatica, rettorica, artificio retorico, imitazione.  Grice: Ravelli, a Milano avete questa cosa meravigliosa: la memoria non è una facoltà, è un indirizzo. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: sostiene che voi riuscite perfino a far sembrare Locke un po’ provinciale, senza alzare la voce. Ravelli: È che qui la memoria la trattiamo come un luogo di lavoro: tra segno, vocabolo, nota, e quell’arte di ricordare che sembra sempre a metà tra grammatica e trucco. E poi, diciamolo: l’identità personale è una questione troppo seria per lasciarla solo ai ricordi “spontanei”. Grice: Speranza e io ci stavamo chiedendo una cosa che mi fa ridere e poi mi mette in imbarazzo: io ho costruito la mia analisi dell’“io” (e del “noi”, cioè io con Speranza dentro) sulla memoria, alla maniera di Locke e contro Reid… e adesso non ho più memoria di che cosa, di preciso, mi abbia spinto verso Locke la prima volta. Insomma: difendo l’io come catena di ricordi, ma ho perso l’anello iniziale della catena—quello che mi ha fatto dire “questa è la catena giusta”. Ravelli: Implicatura mnemonica sta facendo, Grice—e sono sicuro che Speranza sarebbe d’accordo. Perché la sua non è una resa, è una prova pratica: la teoria della memoria funziona anche quando inciampa, visto che l’inciampo lo riconosciamo proprio come inciampo di memoria. E il paradosso è milanese quanto basta: l’identità regge finché sappiamo di aver dimenticato qualcosa, non finché ricordiamo tutto. Ravelli, Francesco Martino (1617). Ars memoriae hactenus ab ejus primo-autore, hujusce secundo quidem incognito. Francofurti: Hoffmann, sumptibus Ioann. Theodorici de Bry.

Alfonso Maria Del Re (Calitri, Avelino, Campania): ragione conversazionale ed implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning makes implicature a principled, intention-based inference: what a speaker means can outrun what the sentence literally says because rational interlocutors treat talk as a cooperative activity and exploit shared norms (relevance, informativeness, perspicuity) to recover the intended extra content; Del Re, by contrast, as a Calitri-born logician-mathematician whose work ranges across algebra of logic, geometry of transformations, and high-dimensional mechanics (and whose earliest known publication is the short 1881 note Relazione tra due determinanti), can be cast as approaching “ragione conversazionale” through structural invariants rather than maxims, treating understanding as something like seeing depth in projection—where different “descriptions” may coincide in surface form yet diverge in underlying structure, much as an n-dimensional configuration can share a projection with a non-equivalent one. In the staged exchange you give, Grice teases Del Re for sliding from conversation to Kant/Strawson, stereoscopy, and postulates; Del Re’s reply effectively redescribes implicature as a kind of stereoscopic depth-of-field: the point is not decorative suggestiveness but recoverable structure that appears only when one changes perspective, tests invariances, and refuses to trust the first profile. The comparison, then, is that both treat conversational understanding as rationally constrained, but Grice locates the constraint in pragmatic norms plus reflexive intention-recognition (a social-rational mechanism that yields calculable implicatures), whereas Del Re’s imagined contribution locates it in a quasi-geometric conception of form—conversation as a domain in which meaning is preserved or altered under “transformations” of viewpoint, so that implicature is what the rational hearer reconstructs when the overt linguistic “projection” underdetermines the deeper configuration. Si trasfere a Napoli e vi compì gli studi superiori. Si laurea a Napoli dove inizia anche la sua carriera accademica e nominato professore a Roma. Passa pella stessa cattedra a Modena e Reggio Emilia, e richiamato da Napoli per insegnare, anche alla scuola militare. Autore di più di un centinaio di saggi di logica, la maggior parte in forma di pamphlet. Proto-notari antologia. Omografie che mutano in se stessa una certa curva gobba del quarto ordine e seconda specie e correlazioni che la mutano nella sviluppabile dei suoi piani osculatori. Sulla struttura geometrica dello spazio di KANT e STRAWSON in relazione al modo di percepire i fatti naturali, Modena, lezioni del algebra della logica, lezioni sulle forme fondamentali dello spazio di KANT e STRAWSON rigato, sulla dottrina degli numeri immaginari e sui metodi di rappresentazione nella geometria descrittiva, sulla indipendenza dei postulati della logica, accademia di lettere, scienze ed arti di Napoli, La logica ha un carattere universalmente unitario? Sulla visione stereoscopica e sulla stereo fotogrammetria, Sulle posizioni di equilibrio dei corpi solidi ad n dimensioni soggetti ad un sistema astatico di forze, Le equazioni generali pella dinamica dei corpi rigidi ad n dimensioni ed a curvatura costante nell'analisi, ricerche di astatica per gli spazi ad n dimensioni, Sopra gl'integrali delle equazioni della dinamica dei corpi rigidi negli spazi ad n dimensioni ed a curvatura costante, sopra le formule fondamentali pella rappresentazione di omografie fra forme estensive, formule fondamentali per trasformare con omografie estensive formazioni d'ordine qualunque, Hamiltoniani e gradienti di formazioni estensive nell'analisi, Roma, Hamiltoniani e gradienti rispetto a formazioni non interamente libere, gl’hamiltoniani ed i gradienti del prodotto di funzioni estensive, implicatura.  Grice: De Re, lei è uno di quei campani che riescono a far passare la logica per geometria e la geometria per conversazione, senza che nessuno osi interromperla. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: sostiene che quando sente “omografie” gli viene voglia di rispondere con un gesto, perché le parole non bastano più. De Re: Speranza ha istinto di sopravvivenza. Io però ho sempre pensato che certi concetti si capiscano solo se li fai muovere: curve gobbe, piani osculatori, n dimensioni… sono modi per educare l’occhio a non fidarsi del primo profilo. E poi, tra Napoli, Roma e Modena, uno impara che anche la logica, come l’esercito, ha le sue manovre. Grice: Speranza e io ci domandavamo proprio questo: come mai, quando si parla di “ragione conversazionale”, lei finisce a parlare di KANT e STRAWSON e subito dopo di fotogrammetria stereoscopica e di postulati indipendenti. E mi è venuta un’idea molto semplice: che quando uno insiste su “struttura”, “forme fondamentali” e “unità” (universalmente unitaria, addirittura), sta facendo capire che la conversazione—anche quella più ordinaria—ha bisogno di un’architettura nascosta, come la visione stereoscopica ha bisogno di due occhi. Se ne chiudi uno, ti resta una bella superficie; ma perdi la profondità, e poi ti stupisci che l’implicatura “non venga fuori”. De Re: Implicatura stereoscopica, la sua, come Speranza la classificherebbe. Perché lei ha colto il punto con un’immagine che non fa paura: l’implicatura è profondità di campo, non decorazione. E infatti il mio vezzo per omografie, hamiltoniani e spazi ad n dimensioni non è un culto dell’astratto: è un allenamento a riconoscere quando due descrizioni sembrano uguali “in proiezione” ma non lo sono nella struttura. In conversazione accade lo stesso: a parole pare tutto piatto, poi cambi prospettiva—e si vede il resto. Re, Alfonso Maria Del (1881). Relazione tra due determinanti, Giornale di Matematiche, Battaglini.

Giovanni Reale (Candia Lomellina, Pavia, Lombardia): la ragione conversazionale del capretto di Kant, erote demone mediatore, o del gioco delle maschere nel convito. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats conversation as a cooperative, publicly accountable rational practice in which hearers infer speaker meaning from what is said plus principled expectations (purpose of the talk-exchange, maxims, and recognizable intentions), so implicature is a calculable bridge from utterance to intended message; Reale, by contrast, reads the philosophical tradition itself (especially Plato’s Academy and its legacy) as an essentially dialogical enterprise whose seriousness is inseparable from its “play” of masks, mediation, and pedagogy, so that what matters is less a quasi-algorithm for deriving extra content from a single turn than the historically cultivated scene of inquiry in which meanings emerge through staged questioning, eros as a mediating force, and the endless, self-renewing work of interpretation that an Academy institutionalizes. In the “capretto di Kant” episode, Reale’s point is that a seemingly incongruous figure inserted into high discourse functions as a pedagogical device within the convivium of ideas, whereas a Gricean diagnosis would treat the same device as a rationally exploitable departure from straightforward relevance or manner that triggers an implicature about how to keep austere reason tethered to ordinary conversational life; the overlap, then, is that both make room for significance that outruns literal assertion, but they diverge on what governs it: for Grice, governance is primarily the micro-normativity of cooperative exchange and intention-recognition that disciplines inference in everyday talk, while for Reale it is the macro-normativity of the philosophical tradition as an ongoing “conversation machine,” where meaning is secured by dialogical form, institutional continuity, and interpretive practice rather than by a general theory of conversational calculation. R. ha la ferma convinzione che l’ACCADEMIA e la più grande associazione o gruppo di gioco filosofico in assoluto comparso sulla terra, e che il compito di chi lo vuole comprendere e fare comprendere agl’altri, pur avvicinandosi sempre di più alla verità, non può mai avere fine. Studia a Casale Monferrato e Milano sotto OLGIATI, insegna a Parma e Milano, e fonda il centro di ricerche di meta-fisica.  La sua tesi di fondo è che la filosofia antica dei romani crea quelle categorie e quel peculiare modo di pensare che hanno consentito la nascita e lo sviluppo della scienza e della tecnica dell'occidente.  I suoi interessi spaziano lungo tutto l'arco della filosofia romana antica e i suoi contributi di maggior rilievo hanno toccato via via APPIO, CICERONE, ANTONINO, Aristotele, Platone, Plotino, Socrate e Agostino. Studia ognuno di questi filosofi andando, in un certo senso, contro corrente e inaugurandone una lettura nuova.  La ri-lettura che da di Aristotele e del LIZIO in generale – tanto influente a Roma -- contesta l'interpretazione di Jaeger, secondo il quale i saggi del LIZIO seguirebbero positivisticamente un andamento storico-genetico che partirebbe dalla teo-logia, passerebbe per la meta-fisica, per approdare infine alla scienza. Crotone, Velia, Crotonensi, la scuola di Crotone, la scuola di Velia, I veliani, Parmenide, Girgentu – filosofia siciliana – magna Grecia non e Sicilia -- I confine della magna Grecia – filosofia italica, filosofia italiana – la filosofia nella peninsula italiana in eta anticha – filosofia Latina, filosofia romana. Catalogo di Nome di Filosofi Italici, il poema di Parmenide, il poema di Girgentu, il poema di Velia, la porta rossa di Velia, Zenone di Velia, Filolao di Taranto, Gorgia di Lentini, Archita di Taranto, studi degl’antichi italici da I romani, Etruria e Magna Grecia, le radice etrusche della filosofia romana, fisiologia, teoria dela natura, uomo, la moralia, la colloquenza o dialettica.  Grice: Reale, ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: lei ha la rara capacità di far sembrare l’Accademia un “gruppo di gioco” infinito, ma con l’aria serissima di chi sta solo apparecchiando il convito. Reale: È serissima, infatti: il gioco delle maschere è la forma civile della ricerca, e l’Accademia è la più grande macchina di conversazione che abbiamo inventato. Se poi ogni tanto ci scappa un capretto, peggio per chi voleva un manuale senza sorprese. Grice: Speranza e io ci stavamo chiedendo perché, fra tutte le bestiole possibili, a Kant tocchi proprio il capretto. E mi è venuta in mente una cosa: quando in mezzo a una discussione “alta” compare un animale domestico, di solito non è zoologia—è un modo di far capire che anche la ragione più austera ha bisogno di essere nutrita, guidata, tenuta al passo, altrimenti scappa nei pascoli delle astrazioni. E in fondo quel capretto funziona come un promemoria: la Critica non vive di sola trascendentalità; deve anche imparare a stare al tavolo, tra demoni mediatori e maschere, senza rovesciare il vino. Reale: Mi congratulo con Speranza e con lei per l’implicatura: direi caprile, se dobbiamo darle un aggettivo, e caprile nel senso migliore—da stalla filosofica ben tenuta, non da barzelletta. Perché il suo capretto non ridicolizza Kant: lo rimette in scena, lo riporta nel convito, dove le idee camminano su quattro zampe e poi, con un po’ di disciplina accademica, imparano anche a stare in piedi. E Speranza, che ama queste deviazioni “animali” proprio perché riportano la filosofia alla conversazione, le concederebbe volentieri che il capretto è una categoria: non della natura, ma della pedagogia della ragione. Reale, Giovanni (1962). Il concetto di filosofia. Milano: Vita e Pensiero.

Arturo Reghini (Firenze, Toscana): la ragione conversazionale, il numero tri-angolare, il numero quadrato, numero piramidale, e l’implicatura del numero sacro crotonese, e il simbolismo duo-decimale del fascio littorio etrusco. Reghini’s “ragione conversazionale” can be read as an esoteric, Pythagoreanized analogue of Grice’s idea that conversation is governed by reason, but the two notions point in opposite directions: for Grice, reason-governed conversational meaning is anchored in publicly checkable norms of cooperative exchange (what is said plus what is responsibly inferred via maxims and speaker intentions), so “implicature” is a disciplined mechanism for moving from sentence meaning to speaker meaning without invoking hidden metaphysics; for Reghini, by contrast, “implicature” (in the broad, suggestive sense) is closer to symbolic disclosure, where numbers (triangular, square, pyramidal; the sacred Crotoniate number; duodecimal symbolism tied to Etruscan/fascio imagery) function as generative principles whose significance exceeds literal statement and invites initiation-like uptake, a posture consistent with his wider involvement in Italian esoteric milieus (Theosophy, Memphis-type rites, and forms of Freemasonry) and his attempt to revive a “Schola Italica” Pythagoreanism; thus Grice’s skeptical jabs about whether number can “ground a whole philosophy” and about Reghini’s “super-lunary” seriousness capture a methodological clash: Grice’s nominalist-leaning suspicion of reifying abstractions and his preference for ordinary-language constraints versus Reghini’s conviction that number is not merely a name or tool but a reality-ordering key whose meanings are partly irreducible to common conversational clarity, so that where Grice treats implicature as a rationally reconstructible byproduct of cooperative talk, Reghini treats it as the very mode by which symbols (especially numerical ones) say more than they say, binding conversation to a concealed metaphysical architecture rather than keeping it answerable to shared conversational reason. Grice: “It’s difficult to call Reghini a philosopher; yes, he was interested in Pythagoras – but to what extent can, in spite of Russell, number GROUND a whole philosophy?” Grice: “I never took super-lunary as seriously as Reghini does!” Keywords: numero, nominalismo. Studia a Pisa. Insegna a Roma. Promotore della setta di Crotone, è affiliato a vari gruppi dell'esoterismo italiano. Entra nella società teo-sofica e ne fonda la sezione romana. Fonda a Palermo la biblioteca di teo-sofia filo-sofica. È iniziato a Memphis di Palermo, rito massonico di supposta origine egizia. Entra a Firenze nella loggia Lucifero, dipendente dal Grande Oriente. Adere al martinismo papusiano, diretto da SACCHI, verso le carenze della cui maestranza e pubblicistica apporta una demolizione magistrale. È chiamato d’ARMENTANO, che lo avvia allo studio della scuola di Crotone. Entra nel supremo consiglio universale del rito filosofico italiano, dal quale però si dimise, non havendo infatti un'alta opinione dello stato della massoneria in Italia. Insignito del massimo grado del rito scozzese antico e accettato, entra a far parte come membro effettivo del supremo consiglio, di cui è cancelliere e segretario.  Gl’anni della grande guerra vedeno discepoli e maestri della schola italica pitagorica partire volontari per il fronte. Non rimase inerte innanzi al sorgere dell’istanze interventiste. Partecipa attivamente alla manifestazione romana del maggio, culminata in Campidoglio, tesa ad ottenere la dichiarazione di guerra. implicatura, il fascio etrusco, scuola di Crotone, il fascio littorio, simbolismo duodecimale, Cuoco, Etruria, Evola, numero tri-angolare, numero qua-drato, numero pi-ramidale, la logica del numero, il concetto di numero in Frege, Austin.  Grice: Caro Reghini, ho sempre trovato affascinante il tuo interesse per i numeri e il simbolismo pitagorico. Mi domando però: davvero il numero, come quello tri-angolare o piramidale, può essere alla base di una filosofia? Non rischiamo di volare troppo sul “super-lunare”, come dicevo ironicamente?  Reghini: Gentile Grice, il fascino dei numeri non risiede solo nella matematica, ma nella loro capacità di svelare un ordine nascosto, quasi sacro, che struttura la realtà. Per la tradizione italica, specialmente quella della scuola di Crotone, il numero non è mero strumento: è principio generativo e simbolico. Il duodecimale del fascio etrusco, ad esempio, rappresenta un legame tra civiltà e mistero.  Grice: Capisco il richiamo all’ordine simbolico, e forse c’è più profondità di quanto Russell avrebbe concesso. Ma non temi che, affidandosi troppo al simbolismo, la filosofia perda il contatto con il linguaggio comune, con la chiarezza della conversazione? In fondo, la ragione conversazionale cerca proprio di evitare le nebbie del mistero...  Reghini: È vero, caro amico, ma è proprio nel dialogo tra mistero e chiarezza che la filosofia fiorisce. La conversazione, come insegni tu, è fatta di implicature; e il numero, come il simbolo, suggerisce più di quanto dica. Forse, la vera sapienza sta nel tenere insieme il rigore del ragionamento e l’intuizione dell’invisibile. In questo, forse la filosofia italiana, tra Crotone ed Etruria, ha ancora qualcosa da insegnarci. Reghini, Arturo (1914). Saggi di filosofia esoterica. Firenze: Atanor.

Umberto Regina (Sabbioneta, Mantova, Lombardia): la ragione conversazionale dell’esse e dell’inter-esse, o degl’uomini complementari, la potenza e il valore. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning is a micro-account of how interlocutors get from what is said to what is meant: because conversation is assumed to be (minimally) cooperative and rational, hearers can infer implicatures by attributing intentions and by reasoning from shared norms such as relevance and adequacy. Regina’s Kierkegaardian move, as framed in your passage, shifts attention from this inferential machinery to the ontological and ethical structure that makes rational exchange possible at all: the self is not a self-sufficient substance but an inter-esse, a being-in-between, so rationality is widened into a relational posture in which meaning is generated and sustained between persons rather than merely calculated by a hearer from a speaker’s maxim-governed performance. Where Grice explains how “interest” in talk is tracked by what a rational speaker would be expected to contribute (and how deviations generate implicatures), Regina uses the etymological and Kierkegaardian pun on interest/inter-esse to argue that the very ground of duty, value, and complementarity lies in this between-ness; so the “implicature” that matters is less a cancellable conversational add-on than an existential surplus carried by words whose history binds ontology to ethics. In short, Grice models rational understanding as an achievement of cooperative inference within a conversation, whereas Regina treats conversation as one expression of a deeper interpersonal rational field in which the human being is essentially a relation, and meaning is something we inhabit between one another before we ever compute it. Grice: “When Urmson said that for Prichard, duty cashed out in interest, he was right! But we must wait for Regina to emphasise Kierkegaard’s punning on interest – which literally means, ‘being in between’! The interesting (sic) thing is that Kierkegaard exploits the old Roman aequi-vocation between the alethic (being in between) and the practical (Prichard, ‘duty as interest’). Studia a Milano sotto SEVERINO, laureandosi con una tesi su Lavelle e Heidegger. Insegna a Macerata, Verona, e Cagliari. tolleranza religiosa. Saggi: Ripresa, pentimento, perdono; L'essere umano come rapporto: l’antropologia filosofica e teologica di Kierkegaard. Si basa su Kierkegaard, Nietzsche e Heidegger (“the greatest living philosopher” – Grice). In Heidegger evidenzia l'importanza del ruolo sapienziale assegnato alla finitezza dell'uomo. In Kierkegaard vede da cui partire per costruire una ontologia e una antropo-logia basate su una concezione dell'essere: l'esse come “inter-esse.” L'essere come inter-esse -- nella doppia valenza ontologica ed etica -- pone il pensante in rapporto con un'ulteriorità che, nel trascenderlo, ne accentua e personalizza il differire. La metafisica fondata sull’inter-esse cessa di essere onto-teologia, ossia nient'altro che proiezione idola-trica della logica umana.  Dal nichilismo alla dignità dell'uomo, Esistenza e sacro, L'arte dell'esistere, Romera, Noi eredi dei cristiani e dei Greci (Poligrafo, Padova). Il termine è stato acquisito da  Heidegger. “Gesù e la filosofia” (Morcelliana, Brescia); “L'uomo complementare: potenza e valore” (Morcelliana, Brescia); “Servire l'essere” (Morcelliana, Brescia); uomini complementari – potenza e valore, essere ed interesse, esse ed interesse, Heidegger (? – il termino, acquisito da Heidegger), Prichard, duty and interest.  Grice: Regina, a Sabbioneta siete capaci di far sembrare la metafisica una faccenda di buona educazione: “servire l’essere” come se fosse un invito a cena. Ne parlavo ieri, di sfuggita, col collega filosofo Speranza: dice che da voi perfino la finitezza, in Heidegger, entra in stanza con un certo contegno. Regina: È che se la finitezza non ha contegno, diventa solo panico. Io ho sempre pensato che l’essere umano sia rapporto: non una sostanza sola, ma un legame che si regge su potenza e valore—e che in Kierkegaard, quando lo prendi sul serio, l’“esse” ti costringe a stare nel mezzo, non sul piedistallo. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata con Speranza ci siamo messi a ridere su una piccola vendetta dell’etimologia. “Interesse” suona come una moneta psicologica, una motivazione, magari perfino un tornaconto; e poi scopri che dentro c’è un inter-esse, un “essere in mezzo”. Come se Prichard, dicendo “duty” e “interest” nella stessa aria, avesse fatto passare un ponte senza guardarlo: non solo l’interesse come convenienza, ma l’inter-esse come posizione, come stare tra—tra me e l’altro, tra potenza e valore, tra ontologia ed etica. E allora capisci perché certi “uomini complementari” non si sommano: si incastrano. Regina: La sua implicatura mi interessa e mi si affianca come complemento, Grice — e sono sicuro che questa era l’intenzione di Speranza. Perché lei ha rimesso “interesse” nel suo posto giusto: non nel portafoglio, ma nello spazio tra le persone. È lì che l’esse diventa davvero inter-esse: non una dottrina, ma una postura. E, mi creda, se Prichard avesse avuto un po’ più di orecchio per le sillabe latine, avrebbe scoperto che il suo “duty” non finisce nell’interesse: ci passa attraverso, come si passa in mezzo a due mura—e solo così si esce dall’onto-teologia senza finire nel nichilismo. Regina, Umberto (1927). Filosofia e scienza. Roma: Edizioni Regina.

Antonio Renda (Calabria) – the power structure of the soul – la struttura di potere dell’anima. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers move from what is said to what is meant by assuming rational cooperation and then inferring implicatures from a speaker’s intentions plus shared conversational norms (relevance, sufficiency, manner), so that even a seemingly “excessive” utterance can be understood as strategically informative rather than merely verbose. Antonio Renda’s “Shakespearean psychology” (e.g., his use of “the lady protests too much”) fits Grice’s project almost uncannily, but from the opposite direction: Renda treats over-protest as a psychological symptom of dissociation, passion, or will at war with itself—an internal “power structure of the soul” in which intention, benevolence, and appetite compete—whereas Grice treats the same phenomenon as an intelligible conversational maneuver whose point is recovered by rational interpretation of what a cooperative speaker would be doing in context (overstatement as a cue to what is really meant, sometimes even to what is being concealed). The upshot is that Renda supplies a quasi-clinical, motivational reading of why speakers overdo it (passions and their hierarchy), while Grice supplies the normative-pragmatic machinery for how hearers are entitled to take such overdoing as meaningful (a calculable implicature generated by the speaker’s exploitation of conversational expectations); Renda makes the “too much” primarily a fact about the psyche, Grice makes it primarily a fact about reasoned uptake in a shared practice of talk. Grice: “I always referred to ‘passion,’ but trust the Italians to classify them!” – Keywords: passion, intention, will, benevolenza, anima, the power structure of the soul. Prego di perdonare qualche omissione. Una sopratutto debbo segnalarne: quella del nome di Antonio Renda che per la finezza dei suoi studii di psicodissociazione psicologica, Torino; Le passioni, Torino; L oblio, Torino), è tra i migliori positivisti. Nella seconda fase del suo pensiero il Renda si è accostato all’idealismo assoluto e alla filosofia dell’azione del Blondel col suo libro La validità della religione, Città di Castello. Prego di perdonare qualche omissione. Una sopratutto debbo segnalarne: quella del nome di RENDA  che per la finezza dei suoi studii di psico- dissociazione psicologica, Torino; Le passioni, Torino; L’oblio, Torino, è tra i migliori positivisti. Nella seconda fase del suo pensiero R. si è accostato all’idealismo assoluto e alla filosofia dell’azione di Blondel col suo sagio La validità della religione. LE PASSIONI DEL MEDESIMO AUTORE. Del fattore religioso nella vita e nétte opere di T, Tasso Caserta, Tip. sociale, L^ideazione geniale. Un esempio: A.Comte Con prefazione di C. Lombroso Torino, Bocca La questione meridionale. Inchiesta Palermo, Sandron, n pensiero mistico Palermo, Sandron, n destino delle dinastie. L'eredità morbosa nella storia Torino, Bocca, La dissociazione psicologica Torino, Bocca, Psicologia Shakespeariana dalla Rivista Abruzzese Teramo Folie criminélle en Calabre Rapporto al Congr. d’Antrop. Crimin. in collaborazione con Sqnillace Amsterdam. Le pazzie sociali (dalla ' Rivista di Filosofia, Bologna, Agli albori della psicopatologia dalla Gazzetta Giudiziaria, Catanzaro, La nostalgia dalla 'Rivista di Psicologia, Bologna, LE PASSIONI TORINO BOCCA UILAKO BOBA nsENSEB colta intellettuali, febbre intermittente. In tutte sono frequenti le insonnie, la denutrizione, le dispepsie, turbamenti vasomotori, ecc. High Church. Grice: “St. John’s, 1965. “My seminar on conversation has produced a species of thirst I had not anticipated: examples, examples, more examples—enough to keep a man awake through Trinity Term. I have run through every conversational precept I can decently formulate, and now they are clamouring for Shakespeare. Very well. I went, of all people, to Antonio Renda. Renda (1895) proposes, with straight-faced Italian confidence, that there are two psychologies: the non-Shakespearean and the Shakespearean. His exhibit is the line from Hamlet—he cites it in Italian—‘La signora protesta troppo, mi sembra.’ And his point is simple enough for even an Oxford audience: if the lady protests with such abundance, the protest is itself a sign that she does not mean what she explicitly says. In Hamlet this comes off handsomely; so I shall press it into service as an illustration of that charming phenomenon where excessive volubility—unbidden, as it were—betrays an intention the speaker would rather not avow.”” Grice: Renda, ieri, di sfuggita, ne parlavo col collega filosofo Speranza: dice che lei è l’unico capace di mettere “anima” e “struttura di potere” nella stessa frase senza far scattare l’allarme antimetafisico. Renda: È che io parto dalle passioni, non dalle cattedre. La dissociazione, l’oblio, le febbri: lì la “struttura” si vede. Poi, se uno invecchia, finisce anche per flirtare con Blondel e con l’azione—ma sempre con il termometro in tasca. Grice: Speranza e io ci domandavamo chi abbia avuto per primo l’idea di dire “the power structure” come se fosse una locuzione già pronta. A quanto pare, la storia è più sociologica che teologica: pare entri in circolazione nel Novecento e che l’uso si consolidi con quel filone che passa per “power structure research” (Hunter) e poi, inevitabilmente, per Mills. Ma la cosa che mi diverte è un’altra: appena la frase si sposta dall’Atlanta dei notabili all’anima, cambia tono senza cambiare grammatica. “Struttura di potere dell’anima” suona come se le passioni avessero un consiglio d’amministrazione: e allora capisci perché i positivisti, quando sono bravi, fanno paura—perché riescono a far sembrare organizzata anche la nostra confusione. Renda: Implicatura strutturale la sua, come Speranza la chiamerebbe. E sì: funziona proprio perché non sta facendo sociologia travestita, sta facendo psicologia con orecchio politico. Le passioni non sono solo un elenco: hanno gerarchie, alleanze, opposizioni—una specie di “triumvirato” interno, dove volontà, intenzione e benevolenza provano a governare, e spesso vengono rovesciate da insonnia e denutrizione. E se poi qualcuno obietta che “power structure” è un’espressione da comitato, io rispondo: appunto—è per questo che, quando entra nell’anima, non è più una metafora, è una diagnosi. Renda, Antonio (1895). Psicologia shakespeariana. Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti.

Rodolfo Renier (Treviso, Veneto): la ragione conversazionale e l’implicatura. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning is a micro-account of how rational hearers get from what is said to what is meant: implicatures are inferable because speakers are presumed to be cooperating, and apparent oddities (irrelevance, obscurity, underinformativeness) are treated as calculable departures from conversational norms. Renier’s work, by contrast, embodies a philological-institutional rationality rather than a pragmatics of inference: by founding the Giornale storico della letteratura italiana and building it into an “inexhaustible treasury” of reviews, analytical notices, and documentary reporting, he constructs the background conditions under which claims about meaning can be responsibly made at all—accuracy of transcription, textual provenance, genre knowledge, and the slow discipline of checking what is actually on the page. That is why your “gergo furbesco” episode fits the comparison so well: where a Gricean would diagnose the cry of “jargon!” as a predictable interpretive reflex (a hearer supplies an implicature to make sense of obscurity), Renier treats it as a methodological vice unless it is earned by evidence; he insists that before we infer hidden codes we must verify the linguistic facts, so that the right response to obscurity is not immediate pragmatic enrichment but controlled documentation. In short, Grice explains how conversational reason opportunistically fills gaps to preserve intelligibility, while Renier exemplifies the opposite virtue—scholarly reason that resists filling gaps too quickly, preferring archival restraint so that “what is meant” does not outrun “what is there.” Studia in Camerino, Urbino, ed Ancona, a Bologna, sotto CARDUCCI, Torino, e Firenze, sotto BARTOLI. Insegna a Torino. Fonda il “Giornale storico della litteratura e la filosofia italiana”, «profonden dovi, negli studi particolari, nelle rassegne, negli annunci analitici e in un ricchissimo notiziario, un vero inesauribile tesoro di cultura, di notizie, di rilievi. Cura importanti edizioni critiche e monografie. I suoi saggi critici spaziano attraverso tutta la letteratura e la filosofia italiana. “Il tipo estetico della donna nel medio evo” (Ancona, Morelli); Isabella d'Este Gonzaga” (Roma, Vercellini); “Mantova e Urbino” (Torino, Roux); “La cultura e le relazioni letterarie d'Isabella d'Este Gonzaga (Torino, Loescher); “Svaghi critici” (Bari, Laterza); Luzio, La coltura e le relazioni letterarie di Isabella d'Este Gonzaga, Sylvestre Bonnard. Vendittis, Letteratura italiana. I critici, Milano, Marzorati, Renda, Operti, Dizionario storico della letteratura italiana (Torino, Paravia); Letteratura italiana. Gli Autori, Torino, Einaudi. Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. SVAGHI CRITICI. CENNI SULL'OSO DELL'ANTICO GERGO FURBESCO Tuttociò senza che vi siano se non pochissime tracce si 1 1 Flamini, Studi ili «torta letter. Hai. e straniera, Livorno, im. A c. r. Vedi Zardo, Petrarca e i Carraresi, Milano. In quest'ultimo luogo Zardo afferma che le terzine, da lui non riferite perché non ne inleseil senso, sono forse scritte in lingua furbesca. Neri ha la cortesia d'inviarmene una esatta trascrizione, che mi convince non esservi alcuna frase veramente gergale. (3i Si consulti la lettera del rimpianto Milanesi da me edita nella prefazione alla mia versione del Slnduy, Br. [Mini (ij Sono parole di Borgognoni nella Rassegna settimanaie, cure di vero gergo furbesco; come una parte delle rime del Burchiello e dei Burchielleschi. italiano? No, la lingua d’Italia.  Grice: Renier, lei ha fatto una cosa che a Oxford sembra sempre sospetta: ha messo “giornale” e “tesoro inesauribile” nella stessa frase, e poi ha avuto pure ragione. Ne parlavo ieri, di sfuggita, col collega filosofo Speranza: dice che solo un veneto può rendere un notiziario più temibile di un trattato. Renier: È che il “Giornale storico” non doveva fare scena, doveva fare servizio: rassegne, annunci analitici, e quell’aria da magazzino pieno che mette paura ai pigri. E poi, tra Carducci e Bartoli, uno impara che la letteratura non è un giardino: è un archivio con corridoi lunghissimi. Grice: Speranza e io ci stavamo chiedendo come mai, quando uno fa critica, finisce spesso a inseguire anche il gergo—quel “furbesco” che sembra un dialetto con la fedina penale. E mi è venuto da sorridere: in certe pagine lei mostra che basta pochissimo perché qualcuno gridi “gergo!”, come se l’oscuro fosse già prova. Ma poi arriva la trascrizione esatta, e la faccenda si sgonfia: non c’è “vera frase gergale”, c’è solo lettura frettolosa. E allora capisci perché lei preferisce gli “svaghi critici” alle sentenze: a volte il vero lavoro è togliere la maschera al mistero. Renier: Implicatura filologica la sua, come Speranza la chiamerebbe. E mi piace perché è una difesa della pazienza: prima di proclamare un gergo, bisogna saper leggere; prima di dire “furbesco”, bisogna verificare che non sia solo italiano che fa il furbo. È la differenza tra il critico che ama l’enigma e il critico che ama i documenti: il primo inventa una lingua; il secondo, se va bene, salva “la lingua d’Italia” da qualche etichetta di troppo. Renier, Rodolfo (1878). Studi di filosofia italiana. Torino: Loescher.

Giuseppe Rensi (Villafranca di Verona, Verona, Veneto): TRASEA – l’implicatura. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning is built to domesticate “absurdity” by showing how, even when what is said is odd, hearers can often reconstruct what is meant by assuming rational cooperation and calculating implicatures from speaker intentions plus conversational norms (relevance, quantity, etc.); breakdown is intelligible as a localized failure of those assumptions, and “nonsense” is often just a predictable product of violated expectations. Rensi, by contrast, makes the absurd not a marginal glitch of conversation but a standing philosophical diagnosis: after his early idealist phase and the shattering experience of the Great War, his sceptical “scessi” treats reason itself—especially in politics, authority, and moral-metaphysical systems—as structurally prone to contradiction, so that what Grice would explain as a recoverable implicature or a cancellable conversational effect becomes, for Rensi, evidence that the human demand for certainty regularly outruns what can be justified. This is why your diary pun about absurdum (ab- + surdus, “off-key / harsh to the ear,” then “irrational”) sits nicely between them: Grice’s programme is to show how much apparent harshness can be re-tuned by pragmatic inference, whereas Rensi’s programme insists that the harshness is not merely verbal discord but a symptom of deeper fractures in rational life—hence his attraction to “philosophy of the absurd” and to themes of authority, force, and the political uses of language. In short: Grice offers a therapeutics of local intelligibility (how we still manage to mean something, and be understood, despite looseness), while Rensi offers a metaphysics (and politics) of global unintelligibility (why the most ambitious meanings we try to live by so often collapse into conflict, scepticism, and “absurd” pretence). Grice: “Only in Italy does a philosopher get his obituary when still alive!” Studia a Verona, Padova, e Roma. Insegna a Genova. Iscrittosi al partito socialista, si reca a  Milano per assumere la direzione del giornale “La lotta delle classi sociali”, collaborando assiduamente anche alla turatiana Critica Sociale e alla Rivista popolare. A seguito delle misure repressive adottate dal governo, e per sfuggire alla condanna del tribunale militare per aver preso parte ai mossi operai milanesi, stroncati dall'esercito con la strage del generale sabaudo Beccaris, è costretto a cercare rifugio in Svizzera. Frutto dell'esperienza ticinese e la pubblicazione de “Gl’anciens régimes e la democrazia diretta” (Colombi, Roma) in cui difende il principio della democrazia diretta del sistema istituzionale federalista. Collabora con numerosi articoli ai fogli radicali Il Dovere di Bellinzona, la Gazzetta Ticinese e L'Azione di Lugano, nonché alla rivista socialista e pacifista Coenobium. Ri-entra in Italia per stabilirsi a Verona dedicandosi alla filosofia del linguaggio – “o semantica.” A seguito della campagna libica, vi è la rottura col partito socialista, poiché  si è schierato con l'interventismo di Bissolati. Pubblica “Il fondamento filosofico del diritto” (Petremolese, Piacenza). Altri due volume seguono: “Formalismo e a-moralismo giuridico” (Cabianca, Verona) e “La trascendenza: studio sul problema morale” (Bocca, Torino), ove sviluppa un idealismo trascendente. Insegna a Bologna, Ferrara, Firenze, e Messina. L'esperienza della grande guerra manda in crisi (“alla merda”) la sue convinzione idealistica, conducendolo verso lo scetticismo – della ‘scessi’, come la chiama --, filosofia dell’autorita, autorita e liberta, Gorgia, Gorgia ed Ardigo, Santucci, Tendenze della filosofia italiana nell’eta del fascismo, Gentile, necrologio, Ardigo, Platone, Cicerone, Ficino, Bradley, Bosanquet, diritto e forza, filosofia della storia, Gogia, Elea, Velia, Elea ed Efeso, Gorgia. Grice: “Diary, 1947. “I’ve been re-reading Ewing’s Meaninglessness and mentioned it to Strawson. Ever practical, he said: ‘He means absurd — “meaninglessness” is too much of a mouthful.’ But then it occurred to me that Strawson never had the classics, so I tend to grow deaf (surdus) to his remarks: he’s saying that ‘x is meaningless’ just is ‘x is absurd’. But if you’re surd, what exactly does the ab- add? It was as well Collingwood once advised me: you should read Rensi — he wrote a whole tract on just these absurdities!” Editor’s note: Grice’s intuition is basically right, and the classical etymology makes his little joke work. Latin absurdus (neuter absurdum) is traditionally analysed as ab- + surdus. Sursdus means “deaf, dull, muffled,” and also “harsh-sounding / indistinct”; absurdus is first used quite literally for something “out of tune, discordant, jarring to the ear” (Cicero has vox absona et absurda, “a discordant and harsh voice,” De oratore 3.11.41), and then figuratively for what is “incongruous, senseless, irrational.” The ab- in such compounds often carries the sense “away from / off / out of” (cf. absonus, “out of tune”), so ab-surdus is naturally read as “off-key, off-sound,” hence “jarring,” and then “unreasonable.” That is why Grice’s pun about surdus (“deaf”) is apt: absurdum is etymologically tied to “deafness/dullness” and to bad sound, not originally to “lack of meaning” in the modern analytic sense. If you want a one-line gloss: absurdum is “the out-of-tune,” and only later becomes “the irrational.” Grice: Caro Rensi, ho sempre pensato che la filosofia italiana abbia una vivacità unica. Mi incuriosisce il tuo percorso: da Villafranca di Verona fino a Genova, passando per le lotte sociali e la filosofia del linguaggio. Com’è nata la tua passione per la semantica e il pensiero politico? Rensi: Grazie, Professor Grice! La vita mi ha portato su strade tortuose: prima il socialismo, poi la fuga in Svizzera, infine il ritorno alla filosofia. La semantica mi affascina perché credo che il senso delle parole sia la chiave per comprendere la libertà e l’autorità, soprattutto in tempi di cambiamento. Ho sempre visto la filosofia come un ponte tra la parola e la realtà sociale. Grice: Ecco, proprio il tema dell’autorità e della libertà che hai indagato mi sembra fondamentale. Tu hai vissuto la rottura con il partito socialista e hai toccato con mano la crisi dell’idealismo durante la guerra. Pensi che lo scetticismo sia solo una fase, o rappresenti una posizione stabile per il filosofo moderno? Rensi: La crisi mi ha insegnato che la certezza assoluta è spesso un miraggio. Lo scetticismo, o come preferisco chiamarlo "scessi", non è solo una fase: è un esercizio di apertura mentale. Si tratta di restare vigili, di non cedere mai alla tentazione del dogmatismo. E, se posso usare un proverbio veneto, “el pensier l’è come el vin: se lo lasci fermo, si guasta.” Bisogna sempre interrogarsi, rinnovarsi, senza paura di mettere tutto in discussione. Rensi, Giuseppe (1903). La filosofia dell’assurdo. Milano: Bocca.

Angelo Maria Renzi (Roma, Lazio): ESKIMO, implicature del deutero-esperanto. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how a hearer gets from what is said to what is meant by assuming that speakers are rational cooperators and then inferring implicatures from that assumption plus context and recognisable intentions; the whole machinery is micro-pragmatic, dependent on what agents can reasonably attribute to one another in a live exchange. Renzi, by contrast, is trying to engineer a situation in which conversational success requires far less shared background and far less interpretive work: in Le polyglotte improvisé; ou, l’art d’écrire les langues sans les apprendre (Paris, 1840; author Angelo Maria Renzi, 1792–1871), he proposes a pasigraphic “language of signs” and a minimal core vocabulary (e.g., a restricted set of conjugated verbs) designed to let strangers communicate “when needed” even without prior study, on the explicit premise that lexical richness and synonymy are for savants. So where Grice treats context-sensitivity and implicature as an inevitable, rationally disciplined feature of ordinary communication, Renzi treats them as a liability of natural languages and tries to reduce them by compressing expression into standardized symbols and controlled basic meanings—shifting the burden from conversational inference to prior codification. In Gricean terms, Renzi is attempting to make communication more like decoding than like intention-recognition: a semi-formal device that aspires to be usable across borders precisely by limiting the space in which implicatures can arise, whereas Grice’s own model explains how, even with perfect decoding, speakers will still routinely mean more than they say because rational interaction makes that extra layer both possible and efficient. Di un progetto di tipo pasigrafico si occupa R. quando compone Le polyglotte improvisé ou l'art d'écrire les langues sans les apprendre. Dictionnaire Italien-Français, Italien-Français avec 3000 verbes conjugués. Langue des signes, professore di lingua e letteratura italiana, par répondre à un besoin qui existe dans la société, celui de se faire comprendre des étrangers. Il n'y a personne qui n'ait senti la nécessité de posséder un moyen quelconque, mais prompt et immédiat, de communiquer ses idées, exprimer ses besoins dans une langue qu'il ne connassait pas et qu'il ne pouvait pas étudier. Le polyglotte improvisé ou l'art d'écrire les langues sans les apprendre. Dictionnaire Italien-Français-Anglais, Anglais-Italien-Français avec 3000 verbes conjugués. Langue des signes., Parigi. R. immagina un metodo d’apprendimento contrario a quelli tradizionali e fa premettere l'esercizio pratico alla teoria, sperando che la sua lingua possa essere utilizzata nel momento in cui serve anche senza essere stata precedentemente appresa. Di nuovo sottolinea che “la richesse, l'abondance des mots, n'est utile qu'aux savants,” e auspica che la lingua internazionale sia semplice e libera di sinonimi, scevra delle parole non fondamentali, s’esprima per valori e idee e che accanto a ciascuno di questi trovano la traduzione nelle restanti lingue. L’opera si apre con una tabella in cui sono riportati circa 300 verbi francesi o “gallici” coniugati, i soli ritenuti fondamentali per la comunicazione di base, di cui è offerta anche la traduzione in italiano. A questa prima sezione segue poi la parte più consistente dell'opera che spiega come R. associa queste poche prime idee fondamentali a dei simboli che sono “la seule langue universelle écrite qui soit possible et utile.” In ogni pagina del dizionario vi sono XV segni differenti, ciascuno dei quali è associato ad altri quattro (« -», «=», «. », « ..»), per un totale di sessante righe (composte di simbolo e relativo significato nelle tre lingue):93 (110!) +\ S.VOIAT 14 2. deutero-esperanto.  Grice: Renzi, lei a Roma ha avuto l’idea più romana di tutte: far capire agli stranieri senza costringerli a diventare filologi. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: sostiene che un dizionario con 3000 verbi coniugati è già una dichiarazione di guerra—ma una guerra educativa. Renzi: È una guerra breve, però: io volevo l’opposto dei metodi tradizionali. Prima l’esercizio, poi la teoria. E soprattutto un sistema che funzioni “quando serve”, senza pretendere devozione. La ricchezza di parole è per i savants; per vivere basta poco, purché sia maneggevole. Grice: Proprio perché Speranza e io ci siamo messi a parlare di “lingue che si imparano facendo”, mi è tornata in mente quella mia pazienza giovanile a Vadum Boum: io e Austin, per gioco serio, a imparare l’Eskimo—come se bastasse una lista di parole per diventare abitanti del ghiaccio. E lì ho capito che la pazienza non era nello studio, ma nel fingere che fosse un solo gioco: ogni volta che Austin “semplificava”, io dovevo ricominciare da capo con un altro esempio. Però mi ha fatto vedere una cosa: certe lingue ti obbligano a portarti dietro il mondo (neve, vento, distanza), mentre altre—come il suo sistema di segni e il mio Deutero‑Esperanto—provano a portarsi dietro solo lo stretto necessario, sperando che il mondo lo metta il lettore. Renzi: Implicatura eschimese la sua, Grice, come Speranza la chiamerebbe. E adesso le dico la differenza che, se la dico davvero, lascerà lei e Speranza congelati: l’Eskimo (per come lo inseguivate voi due) non perdona il contesto, lo pretende; il Deutero‑Esperanto invece lo presume e lo scarica sull’utilizzatore. Nel primo caso, se non sai dove sei, non sai cosa dire; nel secondo, puoi dire qualcosa anche senza sapere dove sei—e poi ti accorgi che hai appena inventato un equivoco internazionale. Ecco perché il mio “poliglotta improvvisato” è più prudente: non vuole solo far parlare, vuole evitare che la conversazione finisca in una bufera. Renzi, Angelo Maria (1892). Manuale di filosofia. Roma: Renzi.

Ludovico Ignazio Richeri (La Morra, Cuneo, Piemonte): implicature del deutero-esperanto. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning is a micro-theory of how interlocutors can responsibly infer what is meant beyond what is said: given a presumption of rational cooperation, hearers recover implicatures by attributing intentions and by reasoning from shared norms (relevance, sufficiency, etc.), so that the “extra” content is explainable, contestable, and in principle cancellable. Richeri’s project, by contrast, belongs to the Leibniz–Peano dream of a philosophically regimented universal language: in his Algebrae philosophicae in usum artis inveniendi specimen primum (printed in the early Memoirs of the Turin scientific society, 1760–1761, and later noted by Peano/Padoa as a precursor for using /∩-like symbols for “all” and “nothing”), he aims to replace the underdetermined, socially negotiated character of ordinary discourse with a system of abstract characters and combinatorial rules (a scia-grafia) that would make metaphysical discourse “universally comprehensible” by construction. The comparison is therefore crisp: where Grice takes the looseness of ordinary talk as a feature to be rationally managed (implicature as disciplined inference within a practice), Richeri tries to engineer the looseness away (meaning as fixed by formal assignment and lawful combination), so that what Grice treats as a pragmatic achievement of agents in context becomes, for Richeri, a property of an ideal script. Still, the projects touch: both are concerned with how a finite repertoire of signs can yield an unbounded range of communicated thoughts; but Grice locates that productivity in practical reasoning about speakers’ intentions in a shared conversational setting, while Richeri locates it in an algebra of signs intended to make intention and context largely dispensable, turning “conversation” into something closer to calculation. Nota Padoa: Peirce avait employ le signe , comme lettre initiale du mot vrai. Peano adopta ce signe pour reprsenter le tout et le mme signe renvers pour reprsenter le rien Come anche nota Padoa, Peano signala dans une note (Un precursore della logica, Rev. de Math.) un ouvrage par R., Algebr philosophic in usum artis inveniendi specimen primum), dans lequel le  tout  et le  rien  taient reprsents par les signes  et , bien peu diffrents de ceux qui avaient t adopts dans le Formulaire. Laureato in ambe leggi, fu uno dei primi sozii della reale accademia delle scienze di Torino: di prova di vasta dottrina in un'opera cui scrisse ed inti tol: Alfabeto della natura e dell'arte: in quest'opera egli svi lupp il sublime concetto di una lingua universale filosofica. Il dott. R., nato alle Morra presso Mondovi, scrive un suo lavoro dal titolo: Alfabeto della natura e dell'arte. In quest'opera, dice il Casalis nel suo Dizionario degli Stati Sardi,  sviluppato il sublime concetto d'una lingua filosofica universale.In Mlanges de philosophie et de mathmatique de la Socit Royale de Turin appare il suo saggio, Algebr philosophic in usum artis inveniendi specimen primum, dove presenta il suo progetto di lingua filosofica di rigore matematico, cui da il nome di scia-grafia. Muore a Torino. Dell'Accademia delle Scienze di Torino. Nel saggio, R. espone i metodi per associare dei caratteri astratti, di forma piuttosto semplice, a una ristretta rosa di significati, cos come si fa nell'algebra - e in questo dimostra di conoscere le teorie combinatorie di Leibniz -, creando un metodo che permette di trattare della scienza metafisica secondo un sistema universalmente comprensibile. R. distingue lo scibile nelle categorie seguenti:l'impossibile, il contraddittorio, l'impossibilit, la contraddizione; il possibile, la possibilit, la contraddizione non pura; U il qualcosa, la cosa, la realt in senso lato; n il nulla, il negativo, la negazione strettamente intesa; deutero-esperanto.  Grice: Caro Richeri, permettimi di farti i complimenti: le finezze del tuo Deutero-Esperanto, dalla fonologia fino alla semantica, passando per la morfo-sintassi, sono un vero piacere non solo da apprendere, ma da “sfiorare” nella pratica! È raro trovare una lingua che sappia unire rigore e bellezza così profondamente. Richeri: Ti ringrazio, Professor Grice! Ho sempre creduto che una lingua universale debba essere accessibile e affascinante per tutti, e la mia “scia-grafia” cerca proprio questo. Lavorare sulle sfumature fonologiche e sulle strutture logiche mi ha permesso di proporre un sistema che si avvicina alla filosofia, pur restando semplice e chiaro. Grice: La tua opera, Richeri, mi ricorda il sogno di Leibniz e Peano: trasformare la complessità del pensiero umano in segni universali. Trovo geniale l’associazione dei caratteri astratti a significati ben definiti. È una strada che apre nuove prospettive sul dialogo filosofico e scientifico. Richeri: Sono felice che tu abbia colto questo aspetto! L’intento era proprio quello di far dialogare filosofia e matematica, come nell’Alfabeto della natura e dell’arte. Penso che il piacere di “spazzolarsi” con una nuova lingua, sia nel pensiero sia nell’esperienza, sia il vero premio per chi desidera andare oltre le frontiere del sapere. Richeri, Ludovico Ignazio (1802). Elementi di filosofia. Genova: Richeri.

Armando Rigobello (Badia Polesine, Rovigo, Veneto): la ragione conversazionale o dell’allargamento interpersonale del razionale – l’intenzionalità rovesciata. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how what is meant can exceed what is said because interlocutors are presumed to be rational cooperators: hearers reconstruct implicatures by attributing intentions and by assuming shared norms of relevance, adequacy, and intelligibility. Rigobello’s personalism, as presented in your passage, shifts the centre of gravity from that inferential mechanism to an ethically thick account of interpersonal rationality: “the widening of the rational” is not chiefly a set of maxims for decoding utterances, but a demand that my relation to the other should make me answerable and even become a question for them, so that reason is personified and expanded through responsiveness rather than merely deployed as an interpretive calculus. Where Grice models conversation as a rule-governed practice whose rationality is exhibited in the justifiability of inferences from speech to implied content, Rigobello treats the interpersonal relation as constitutive of rationality itself (an “inverted intentionality,” in your phrase): the other is not primarily an audience that recognizes my intention, but a presence before whom my rational life is ethically tested and transformed. The upshot is a contrast between a pragmatics of interpretation (Grice: how implicatures are derivable and, in principle, cancellable) and a personalist ethics of dialogue (Rigobello: how meaning and rationality are deepened by encounter and responsibility), with a partial convergence in their shared anti-solipsism: both require more than a private mind, but Grice secures that through cooperative inferential norms, whereas Rigobello secures it through the irreducibility of the person-to-person relation as a condition for reason’s full scope. Il nostro rapporto con gl’altri deve sempre farci essere un interrogativo per loro. Fra i principali rappresentanti italiani del personalismo. Dopo gli studi liceali a Padova consegue la laurea in filosofia, quale allievo di STEFANINI e PADOVANI. Insegna a Padova, Perugia e Roma. Spazia dalla meta-fisica, all'etica e la filosofia politica, alla storio-grafia. Collaboratore a Studium. Ripensa il personalismo partendo dal presupposto per cui esso, potendo anche costituire un possibile complemento integrativo ed estensivo alla meta-fisica non puo comunque considerarsi una dottrina filosofica definita bensì una posizione che mette in primo piano il concetto di "persona" (cf. Strawson, “Il concetto di persona”). Il personalismo non è in contraddizione con la meta-fisica  bensì ne puo costituire un proficuo ampliamento psico-logico, etico, antropo-logico. Uno dei suoi contributi più originali consiste nel personificare -- proprio per il tramite del personalismo -- la ragione meta-fisica attraverso quel processo di integrazione fra l’esistenzialismo e la filosofia classica. Ri-esamina nel suo evolversi, nonché compara criticamente e storicamente, questo concetto di “persona” alla luce della storia della filosofia fino ad arrivare alla filosofia romana – il schiavo non è persona -- chiamando in causa anche l'ermeneutica, la filosofia morale e la sua storia. Ne risulta, quindi, che il concetto di persona – nel diritto romano repubblicano -- deve anzitutto essere inteso in un senso giuridico. l’allargamento del razionale, ‘struttura e significato’, il regno dei fini, comunita, Grice on human vs. person, Strawson, the concept of the person, Ayer, the concept of a person. In personam, persona sui iure, persona populum (Cicero).   Grice: Rigobello, a Badia Polesine avete preso il “razionale” e l’avete portato a fare una passeggiata tra le persone, senza farlo vergognare. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: lui sostiene che quando sente “allargamento interpersonale” gli viene voglia di allargare anche il tavolo, per sicurezza. Rigobello: È una precauzione sensata. Nel personalismo, l’altro non è un oggetto di cui parlare, ma qualcuno davanti a cui rispondi. E infatti il nostro rapporto con gli altri dovrebbe sempre renderci un interrogativo per loro: non una risposta pronta, ma una presenza che obbliga a pensare. Grice: E proprio perché Speranza e io ci stavamo chiedendo che cosa significhi “allargamento interpersonale del razionale”, mi è venuto da pensare a certi tutee che, ogni tanto, sono irrimediabilmente… occasionali. C’è quello ragionevole che si allarga da sé appena vede un argomento, e poi c’è quello che, quando gli apri lo spazio, ti ci fa un allagamento: non un allargamento. E lì capisci che “razionale” è una parola coraggiosa, perché deve includere anche l’irrazionale di passaggio, quello che ti costringe a fare filosofia non come dimostrazione, ma come convivenza. Rigobello: Razionale, la sua implicatura sull’irrazionale, Grice, come Speranza la metterebbe — anche se lui, lo so, usa “razionale” malvolentieri e preferisce “ragionevole”, perché ci tiene alla g di ragione e diffida delle parole troppo levigate. “Razionale” suona un po’ da manuale, come un titolo in copertina; “ragionevole” invece suona da persona in carne e ossa: non pretende perfezione, pretende misura. E infatti l’allargamento interpersonale non è un trionfo della Ragione con la maiuscola: è un esercizio di ragionevolezza condivisa, che regge anche quando arriva il tutee irragionevole e ti costringe ad allargare non il concetto, ma la pazienza. Rigobello, Armando (1964). Soggetto e coscienza. Padova: Cedam.

Gregorio da Rimini (Rimini): la ragione conversazionale, o del significato totale, la percezione del pane e Socrate è seduto –scuoladi BOLOGNA. Grice: “I ever committed myself to the existence of a proposition, but then neither did R. At most, we commit ourselves, to the existence of a propositional COMPLEX!” -- Keywords: propositional complex. Filosofo italiano. Rimini, Emilia. M. Vienna. Il primo a conciliare gli sviluppi delle idee d’Occam ed Aureolo. Questa sua sintesi ha un impatto duraturo. Insegna a Bologna, Padova, Perugia, e Rimini. Da lezioni sulle sentenze di LOMBARDO . Oltre alla sua opera principale, il commento alle sentenze di Lombardo, scrive diversi saggi, tra cui: “De usura,” “De IV virtutibus cardinalibus” – cf. Grice, philosophy, like virtue, is entire --  e un estratto del commento alle sentenze, il “De intentione et remissione formarum,” un’appendice sulla IV distinctio del I libro del commento alle sentenze, una tabula super epistolis. Augustin. Manifesta una certa attitudine sincretistica tra gli sviluppi d’Occam ed Aureolo. Mostra analoga tendenza anche nella ri-costruzione e dell'analisi del processo della percezione animale e umana e il conoscere umano, nelle quali si fondono in maniera originale elementi etero-genei desunti da Aristotele del Lizio, Agostino e Ockham. Causa un grave fraintendimento della sua filosofia, è qualificato come tortor infantium, per la supposizione di aver condannato alle pene eterne i bambini che muoiono senza il battesimo. In realtà espone tale dottrina senza pronunciarsi. Talvolta è indicato quale antesignano dei nominalisti. Altre saggi: “Gregorii lettura super I et II Sententiarum”; “De imprestantiis venetorum”. Mazzali, Gori, Manuale di filosofia medievale, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di filosofia.   complesso significabile, semplice, complesso, animale, pane, l’animale percezione del pane, Socrate is seated, truth-functionality, scuola italiana, scuola di Bologna, studi generali in Italia, studio di Rimini.  SCR, St John’s, a winter evening in the early ’50s. The brandy is decent, the conversation is not, which is how Oxford likes it: decency in liquids, indecency in opinions. Grice: Another. Mabbott (who, as ever, contrives to stay still while breathing): Another what. Grice: Another Sentences man. Mabbott: They come in battalions. Which one has annoyed you now? Grice: Rossi della Marca. Francesco. From the Marches—Ascoli, that way. 1319. Paris. Publice, facultate theologiae, the whole performance. A Comentarius in libros Sententiarum Petri Lombardi. Mabbott: I see. Another man who travelled to Paris to explain a book that never changes. Grice: Exactly. And then another—Rimini—twenty years on, doing the same thing again. Paris, 1342–44, lectures, revisions, the lot. The same Lombard, the same distinctions, and yet we talk as if we’re witnessing “the growth of logic”. Mabbott: Growth is a more respectable word than development. Development sounds like an ailment. Grice: Growth sounds like something that happens naturally, which is precisely what it isn’t. That is the joke. If you want the truth, the book stays put and the men come and go: they gloss it, they quarrel over it, they found their reputations on it, and then—having made their butter from it—some drop out, some go home to run an Italian studium, some become administrators of souls, and some die in harness. Mabbott: A civil service, then. With Lombard as the permanent secretary. Grice: Quite. A medieval Whitehall, but with better Latin. One begins in the Marches, rushes to Paris to be examined in public, has the “aha” moment—what Hacker will one day call an insight if not an illusion—and then returns to Italy to teach the same thing again, only now with a Paris accent. Mabbott: The Swinging Thirties, you mean. Grice: Yes. I said yes, meaning no. They swung, certainly: back and forth between the old sod and the Seine. Italy had the oldest universities, and yet the ambitious Italians still went north as if civilisation were a postal district. Mabbott: Why? Grice: Language. Or rather: Latin with an audience. The Italians spoke Latin as if it were cousin to what they spoke at home; the Franks used it as if it were a uniform. And Oxford—Oxford later behaves as if Latin were a dead language and then makes a whole career out of resurrecting it badly. Mabbott: And your implicature? Grice: Only that universities are places where the text remains immortal by the convenient device of making the commentators mortal. Which sounds like an insult until one remembers it is merely an implicature—entirely cancellable, except that it isn’t, because you’ve now heard it. Mabbott: You’ll cancel it later in print. Grice: Naturally. In print one cancels what one cannot cancel in company. That, too, is part of the tradition.Grice: Curioso, caro Rimini, che la posterità abbia completamente perso il suo cognome; così, ci resta solo "Rimini". E sa, questo mi riporta subito a Occam, che tutti ricordano solo per il luogo d'origine! Rimini: È vero, Grice. In Italia c’è questa abitudine di legare il filosofo alla città natale. Essere “Rimini” mi piace: forse così rimango più vicino alla pratica filosofica, proprio come Occam! Grice: Allora, Rimini, il suo studio sul complesso proposizionale mi affascina! Mi piacerebbe sapere come riesce a conciliare le idee di Occam e Aureolo nell’analisi del significato. Rimini: La sintesi nasce dall’esigenza di vedere la percezione come un processo complesso. L’esperienza del pane o di Socrate seduto è una tessitura tra semplice e complesso. Occam mi insegna a non moltiplicare gli enti inutilmente, Aureolo a non trascurare la varietà della percezione. Alla fine, la filosofia, come la virtù, è intera! . Rimini, Gregorio da (1342). Lectura super libros Sententiarum. Paris

Carlo Rinaldini (Ancona, Marche): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- del cimento del Lizio. Studia a Bologna. A servizio di  Urbano VIII, ottenne da Barberini, nipote del papa, la supervisione delle fortezze di Ferrara, Bondeno e Comacchio. Insegna a Pisa. Amico di GALILEI e BORELLI, il quale lo soprannomina Simplicio per la sostanziale fedeltà al LIZIO. È in corrispondenza. Uno dei soci fondatori del Cimento. Tuttavia ha numerose controversie con i suoi amici e con Redi e Ruberti. Nonostante il conformismo, si oppone alla teoria della virtù zoo-genetica delle piante, sostenuta dagl’altri accademici del cimento, precedendo Malpighi con l'ipotesi che anche gl’insetti delle galle nascessero d’uova deposte da individui della stessa specie.  Insegna a Padova. Saggi: “Philosophia rationalis, atque entità naturalis.” Un'altra delle sue glorie è la sua proposta di scala termo-metrica utilizzando come riferimento fisso il congelamento e l’ebollizione dell'acqua all'ordinaria pressione atmosferica. Prropone di dividere l'intervallo in XII gradi. Altre saggi: “Opus algebricum” (Ancona, Salvioni); “Opus mathematicum” (Bologna, Dozza); “Mathematica italiana”; “Geometra pro-motus” (Padova, Frambotti); “Ars analytica mathematum” (Firenze, Cocchini); “Ars analytica mathematum” (Padova, Frambotti); “De resolutione atque compositione mathematica, Padova, Frambotti, Philosophia rationalis, naturalis, atque moralis opus in quo praesertim physica universa ex accuratis naturalium effectuum observationibus deducta et ubi rei natura patitur geometrice demonstrata exhibetur, Tocii diVox autem vatiam atqve multiplicem fafaitpar- Bifioin ciiioneui elini pnmd dividatur in illam quf NIHIL SIGNIFICAT }nfcdulitz ac ARTICVLATA sic homini propriz st exteris convenire non poflint. lu qurdem philosophus T'uces inquit nrat nimiruinfi; na earum PASSIONVM qtu; SVNT IN ANIMO per passiones incelli geo mcmis CONCEPTVS. cimento, cimentare, provando e riprovando, del Cimento, filosofia naturale, filosofia razionale.  Grice: St John’s, late afternoon, after a tutorial and before the next duty. I have been reading Carlo Rinaldini, and I have been brought up short by a thought that is not quite philosophical but has the irritating habit of becoming philosophical by staying in one’s mind. You see, Rinaldini begins in Ancona, where he has what all philosophers secretly want and few admit to wanting: a house that is not a college room and not a rented compromise, but a parental base, a place where your papers can lie about without moral rebuke. Then he goes off to Macerata — call it fifty-ish kilometres in the only sense that matters, namely, “far enough that your mother can’t pop in.” He takes a theology degree, which in those days can mean anything from a ceremonial test to a real bout of disputation; and then, almost indecently, he goes straight back to Ancona and publishes not a syllable about God, but an Opus algebricum. At which point one wants to ask: what is the order of priorities here? And the answer is perfectly clear, though it sounds like an insult until you remember it is merely an implicature: the degree is what you need to be allowed to speak; the algebra is what you want to say. I imagine him on the road, not heroic, just practical. The world says, “Take theology; it’s respectable.” He takes it. The world says, “Now that you have taken theology, you will devote yourself to theology.” He does not. He takes what he needed, and then he returns to what he meant. There is a kind of moral in that, but I refuse to state it baldly, because stated baldly it would sound like I am praising him, and praise is a form of overcommitment. Still, consider the contrast. When the war came, I stopped. Admiralty intelligence has a way of turning the mind into an instrument, and when you are being used as an instrument you do not, in your spare moments, write treatises on algebra. You write memoranda, and you learn to admire, at a distance, the men who manage to keep their real work going while the world interrupts them. Rinaldini’s interruptions were not Whitehall and files; they were the ordinary inconveniences of seventeenth‑century Italy — travel, patrons, fortifications, quarrels, academies, and the constant social necessity of seeming orthodox enough to be left alone. So yes: he goes from Ancona to Macerata, picks up the theology as one picks up a passport, and then goes back to Ancona and prints algebra as if to say, quietly: “Now, if you don’t mind, I shall return to the subject.” That “if you don’t mind,” by the way, is the whole philosophy. It is what we call a politeness formula; it is also what we call a survival strategy. And it is, in the nicest sense, a conversational implicature: I am going to do this regardless of whether you mind — but I would like you not to force me to say so. Punchline (because even a vignette needs one, and Grice would pretend it doesn’t): the road from Ancona to Macerata is shorter than the road from theology to algebra — but Rinaldini, being a mathematician, took the shorter route. University Parks, North Oxford. Saturday, late morning, though the philosophical residue of it only becomes digestible on Sunday afternoon. I am walking the children along the gravel, because children require a surface on which to spend their surplus metaphysics. Austin has just finished one of his Saturday mornings—the sort which begin as “a chat” and end as a moral obligation—and I am trying to process it the only way I know: by pretending I am not processing it at all. We meet, by accident, which in Oxford means: by design plus habit. Austin is with Mary Warnock, whom he drags along like moral ballast, as if moral philosophy were something you needed in the passenger seat when you were driving too fast through sense-data. Austin says almost nothing at first. That is his way of “opening” the conversation: he opens it by not opening it, and you are meant to infer the opening from the absence of opening. If I later call that an implicature, I shall of course deny it and say it was merely a silence. Mary says, cheerfully, “Hello, Grice,” as if that were enough to establish the Cooperative Principle by fiat. Austin glances at what I am carrying—Bodleian spoils in an old paper wrapper—and says, as if he were identifying a suspect in a line-up: “Algebricum.” It is difficult to catch the illocutionary force of the remark. It could be a question. It could be a rebuke. It could be—worse—approval. “Yes,” I say, because in Oxford “yes” is the safest way to postpone the rest of the sentence. “Italian neuter,” I add, because one must retaliate in one’s native weapon. “It agrees with opus. Opus algebricum. Not—pace Ayer—ordinary language at all.” Mary laughs in the way moral philosophers laugh when someone has got away with something that sounds indecent but is merely grammatical. Austin’s face does the thing it does when he has a joke and is deciding whether it is morally permissible. “Al-,” he says. “That’s the trouble. It isn’t even Latin trouble. It’s imported trouble. Definite article and all.” “Exactly,” I say, pleased and ashamed to be pleased. “The Arab has got into the title-page. A little ‘al’ sitting there like a stowaway. And once it’s in, no amount of Oxford will shift it. We can decline amo, but we can’t decline al-.” Austin: “Frege would have hated it.” I cannot resist. “Frege pretended he was founding arithmetic. But arithmetic is respectable Greek—arithmos—whereas algebra is a practical foreigner. It turns up with methods, not manners.” Austin looks at me as if to say: you are about to moralise, which is precisely what you accuse me of. So I add, quickly, the self-effacing rescue: “I’m not saying that as a thesis. Merely as—well—an implicature. Entirely cancellable.” Mary: “Cancellable, perhaps. But you’ve already let the children hear it.” And indeed one of the children has seized on the only audible bit—“al”—and is now chanting it as if it were a magic syllable. AL! AL! AL!—which is what happens when the Arabic definite article meets the English playground: it becomes an imperative. Austin watches this for a moment, and then produces his punchline without changing his tone: “You see, Grice—this is why I don’t open conversations. If you open them, they let the foreign articles in.”Grice: Rinaldini, lei riesce a far sembrare la filosofia naturale una faccenda da cantiere—ma con galateo: fortezze da supervisionare, scale termometriche da inchiodare, e poi Galileo che le dà del Simplicio come se fosse un titolo accademico. Ne parlavo ieri, di sfuggita, col collega filosofo Speranza: dice che “del Cimento” suona come una società scientifica e insieme come una palestra per caratteri. Rinaldini: A Bologna si impara presto che l’esperimento è una virtù sociale: se non reggi il contraddittorio, non reggi nemmeno il termometro. E con Borelli e gli altri, creda, il cimento non era un motto: era un programma di vita—provare, riprovare, e litigare con garbo. Grice: Proprio perché Speranza e io ci stavamo chiedendo perché “cimento” suoni così fisico, mi sono messo a guardare la parola da dentro: viene dal latino (medievale) cimentum, legato a cimentare, cioè mettere alla prova, fare esperienza, misurarsi. Non è “certezza”: è urto controllato. E quando uno dice “del Cimento”, non sta soltanto nominando un’accademia; sta facendo capire che lì la ragione non si dimostra soltanto, si stressa—come una fortezza, come una scala, come un’ipotesi sugli insetti delle galle che deve reggere anche quando tutti la guardano storto. Rinaldini: Non la chiamerei implicatura dura come il cemento, Grice—le implicature sono cancellabili, dopotutto—ma vede il punto. Diciamo allora: implicatura “cimentata”, come Speranza preferirebbe. Perché la sua battuta mette alla prova l’idea giusta: che il nostro linguaggio scientifico non descrive solo risultati, descrive un’etica del provare e riprovare. E in questo, lei è più “del Cimento” di quanto ammetterebbe: non per rigidità, ma per resistenza. Rinaldini, Carlo (1640). Opus algebricum Ancona: ex officina Marci Salvioni.

Ezio Riondato (Padova, Veneto): la ragione conversazionale o del metodo dell’etologia filosofica. Studia a Padova sotto STEFANINI, FERRABINO, PADOVANI, e DIANO. Studia l’Aristotele neo-latino. Uno dei galileiani. Ezio Riondato. Riondato. Keywords: il metodo dell’etologia, morale, morale classica, Aristotele neo-latino, Epitteto, l’enuniciazione, dell’interpretazione in Aristotele, crisi, metafisica e scienza in Aristotele.  The university and the city were hit by heavy bombing, including damage to university buildings. The strategic bombing campaign against Padua ran from December 1943 to April 1945, with the university listed among the hit sites in the first raid and later raids as well.  (And UniPD/CASREC’s own materials on the bombings corroborate the broader context and documentation focus.) Merton, early ’50s. A room that smells faintly of coal, old books, and the sort of optimism that only appears once one has survived the war and can afford to be bored again. Grice is sitting with a cup of tea he has not yet decided is tea; Hampshire is standing as if he still expects a bell to ring. Hampshire: Quite a change from the Admiralty, isn’t it. Grice: Oh, quite. At the Admiralty one was never allowed to be wrong; at Oxford one is encouraged to be wrong provided one is wrong in the right accents. Hampshire: And to be wrong at length. Grice: At length, yes. Though the Admiralty had its own length: you could be silent for twelve hours and still be “on duty.” Oxford has improved on that by making one silent in public and calling it thinking. Hampshire: What are you reading? Grice (as if reluctant to confess a vice): Riondato. Hampshire: That takes you back, does it? Grice: It does. Not to Whitehall—worse luck—but to the war years in a different key. The poor man was in Padua, reading classics while the sky was falling in. Air raids, all that. And he still contrived to finish his first laurea in classics. Hampshire (dryly, as if confirming an intelligence report): He did. Grice: He did. That’s what I like about it. We did our war by stopping our lives and calling it service. He did his by continuing his life and calling it—what do they call it?—filologia. The university taking hits, the city taking hits, and the man taking notes on Aristotle as if Aristotle could be used as sandbags. Hampshire: “One of ours,” then? Grice: In the only sense that matters: he behaves as if thought were not a luxury item. Which is a very un-English stance, and therefore I find it oddly consoling. Hampshire: You mean he did classics and then philosophy? Grice: Exactly. A double first, but in the continental idiom. For a Lit Hum type, classics and philosophy are, if not the same thing, at least the same punishment. Hampshire: But there are two words there. How can it be the same thing? Grice: Oxford’s answer is simple: we keep both words so that the examination can be twice as long. Hampshire: That’s not an answer; that’s an administrative maxim. Grice: Precisely. And here I find myself wishing Strawson were present, because he’d do that perverse little twist where he pretends not to see the point, and then—quite unfairly—sees it first. Hampshire: Strawson would say you’re implicating something. Grice: I am. And worse: I am doing it self-effacingly, which is the most English form of confession. The implicature is that Riondato was braver than we were. We were paid to be interrupted; he studied under sirens. Hampshire: And the punchline? Grice: Only this: in 1943 Padua’s buildings were being examined by bombers, and in 1953 I still complain when a scout slams a door in Merton’s staircase and interrupts my “research.” It makes one wonder whether the war improved my character—or merely my excuses.Grice: Riondato, a Padova siete capaci di far diventare l’etologia una cosa rispettabile, quasi da toga. Ieri, di sfuggita, ne parlavo col collega filosofo Speranza: lui dice che appena sente “metodo”, i padovani gli mettono in mano un Aristotele e gli tolgono il caffè. Riondato: È una misura igienica. Tra Aristotele neo-latino e un po’ di Epitteto, il caffè lo si guadagna dopo. E poi l’etologia, detta bene, non è lo zoo: è il modo in cui il discorso si comporta quando pretende di essere morale senza fare il prete. Grice: E infatti, dopo quella conversazione con Speranza, ci siamo messi a pensare a Cicerone e a una piccola trappola di lessico: per lui ethos è già, molto spesso, mos, cioè costume, carattere, quindi morale in senso pieno. E allora capisco perché “etologia” mi suoni come una di quelle parole che sembrano innocenti e invece sono una scienza con i denti: una scientia del mos che finge di studiare i comportamenti come se fossero neutrali, mentre in realtà ti sta già chiedendo conto di che cosa approvi, che cosa tolleri, e che cosa chiami “buono”. Riondato: Morale la sua implicatura, Grice, come Speranza la formulerebbe volentieri — mai moralistica. Perché se per Cicerone ethos è già mos, allora “etologia” in latino non viene fuori come etologia: viene fuori come una scientia morum, e a quel punto la scienza rischia di sembrare un catechismo con la pretesa del microscopio. Lei invece salva la faccenda: non sta facendo la predica, sta facendo vedere che anche quando “descriviamo” i costumi, stiamo già scegliendo il lessico del mos. E Speranza, che diffida dei suffissi come di certi vizi, qui sarebbe d’accordo: morale sì, moralistica no. Riondato, Ezio (1944). La rilevanza teorica della filologia classica. Padova.

Cesare Ripa (Perugia, Umbria). una icona griceiana. Grice: “When I gave my seminars at Oxford on Peirce I never took his icons too seriously. Only later, though, I realised that, amongst what I call the ‘modes of correlation,’ the ‘iconic’ figures large – and even later, I realise that any non-iconic system of representation (such as Deutero-Esperanto) RELIES on an iconic, causal, physical, natural one!” --  Keyword: icon. Iconologia. (Roma) è stato un filosofo, storico dell'arte e scrittore italiano. M. Perugia. Da giovane entrò nella corte del cardinale Anton Maria Salviati, come «trinciante», ovvero addetto a tagliare le vivande della mensa del cardinale.  Riceve il prestigioso titolo di “Cavaliere de' Santi Mauritio et Lazaro” conferitogli da Papa Clemente VIII.Membro dell'Accademia degli Intronati di Siena, dedita allo studio di opere classiche e di medaglie antiche, ebbe contatti con quella degli Incitati a Roma, città in cui risulta presente. Quale accademico aveva il soprannome di «Cupo», e la sua impresa era formata da un «Tronco d'Amandola unito con uno di Moro celso». Allegoria della Dignità -- è l'Iconologia overo Descrittione Dell'imagini Universali cavate dall'Antichità et da altri luoghi, pubblicata a Roma dagli Heredi di Giovanni Gigliotti e dedicata al cardinale Salviati. Tra le fonti letterarie utilizzate per l'opera furono gli Hieroglyphica di Pierio Valeriano, l'Emblematum libellus di Andrea Alciato, il Discorso sopra le medaglie degli antichi di Sebastiano Erizzo e le Pitture di Anton Francesco Doni. L'Italia turrita e stellata di R. Si può notare, sopra la personificazione allegorica, la Stella d'Italia L'opera "necessaria à Poeti, Pittori, et Scultori, per rappresentare le virtù, vitij, affetti et passioni humane", è un'enciclopedia dove vengono descritte, in ordine alfabetico, le personificazioni di concetti astratti, come la Pace, la Libertà o la Prudenza, contraddistinte da attributi e colori simbolici. Il testo venne riedito a Roma, per i tipi di Lepido Facij e dedicato a Lorenzo Salviati, ampliato con oltre 400 voci. deutero-esperanto, icon, eikon, iconologia, Grice’s lectures on Peirce, Oxford, iconic.  St John’s, Oxford, 1946. I am meant to be preparing a seminar on “Meaning,” and instead I find myself rehearsing, in my head, an argument with Strawson. That is not quite fair: he is not in the room; he is merely in the background in the way one’s conscience is in the background, except that one’s conscience does not usually quote Quine. “You must include Peirce,” Strawson had said, with the calm brutality of the very reasonable. He loves Quine, he loves C. W. Morris, he loves Peirce; he will one day, I imagine, love anything that comes with a label and an index. I begin to suspect he lied to me when he said he was born almost within the sound of Bow Bells. It is the sort of lie that means: I am more London than you are Birmingham. One forgives it, but one remembers it. I had been thinking of concentrating on Ewing’s Meaninglessness, which I find hyperbolic, and on Lady Welby, who at least has the decency to be eccentric in a principled way. But Strawson points out that Ogden (he ignores Richards, which is itself a philosophical position) in The Meaning of Meaning does mention Peirce in correspondence with the Lady, and so I should take notice. Ten years after. After revising my notes I find, with irritation, that Strawson was right in a way that makes one dislike being right oneself: the icon is the thing. Except that Peirce, for all his threefoldness, is not the beginning of it. The beginning, for my purposes, is Ripa. Iconologia. Rome, 1593, printed by the heirs of Giovanni Gigliotti, dedicated to Salviati, and (if the Bodleian had any public spirit) advertised more profusely than it is. Ripa is righter than Peirce, and I do not mean that as an insult to Peirce; it is an implicature, and I should add, for safety, that it is the sort of implicature I would later deny having meant. For now I see that if I want to avoid conventionality (which is, and was, and will be Austin’s burden), I must allow for different modes of correlation between what one says and what one gets one’s hearer to take. Mary has measles: the spots mean measles; and if one insists, the spots iconically represent what is going on in Mary’s system. Dark clouds mean rain. You look, you infer, and there is no treaty signed in advance. Aquinas calls it a natural sign; the Italians call it segno naturale; I, being Oxford, call it natural meaning and then pretend that the naming was the work. The word itself behaves. εἰκών, the eikon, as Cicero well knew, though he read more Greek than he read Cato’s provincial rudimentary Latin, the equivalent of Ogden’s Basic English. You see the apple, you see the pillar box, and a causal process produces, in your retina and in your subsequent psychological story, an icon of the thing. The postman approaching the box has an icon of the red pillar box; his thought represents it; it is, in that sense, an icon of it. One can call this “representation” and feel modern, but it is still, at bottom, likeness doing work. And then London, being London, spoils your examples. There is, in the City, a green Penfold pillar box on St Martin’s le Grand, a commemorative oddity, and the postman (who is loyal to his habits) may still find himself saying, “That pillar box does not look red to me.” The utterance is not iconic; it is a report, and reports have the decency to be non-iconic. But everything behind it is iconic: the light, the surface, the retina, the stored icon of “pillar-box-red,” the recognition that recognition has failed, and the rescue-operation we call a sentence. If there is an implicature here, it is only that I am blaming London for my philosophical tidiness. Even the social cases rely on the same mechanism. England cannot play a game of cricket with Australia; but this XI can, and that XI can, and each team represents its country, not by magic, but by a licensed likeness. It is not resemblance of colour or shape but resemblance of role, which is still a species of icon, only dressed in blazers. I am tempted, in a fit of Italianisation, to call it the Ripa principle: every non-iconic system of representation depends on, or is founded on, an iconic one. The philosopher supplies the logos; the icon is out there; the iconologia is ours. I note, for the record, that “tempted” is a hedge, and therefore a small implicature that I am about to go further than I can justify. Ripa, in Perugia, makes the icon practical: not a concept, but a utensil. He was a trinciante, cutting and serving at Salviati’s table; and I begin to see the analogy, which is so neat that it embarrasses me. Allegory, attribute, colour: the reader understands before the sentence finishes. Oxford pretends to despise that, and then does the same thing under the name of “example.” So tomorrow, when I stand up in my seminar on meaning, I shall mention Peirce because Strawson has forced my hand; but I shall be thinking of Ripa because Ripa has forced my eyes. And if anyone asks what I have “done,” I shall say, with my best self-effacing seriousness, that I have merely implicated it.Grice: Ripa, a Perugia siete capaci di far diventare l’icona una cosa pratica: non un concetto, ma un utensile. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: sostiene che lei, con l’Iconologia, riesce a fare quello che a Oxford riusciva solo al trinciante—tagliare e servire le idee in porzioni digeribili. Ripa: È un’arte antica, professore: allegorie, attributi, colori—e il lettore capisce prima di aver finito la frase. In fondo lo scopo era proprio “necessaria à Poeti, Pittori, et Scultori”: gente che non ha tempo per le definizioni, ma ha occhio per le somiglianze. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata con Speranza ci siamo accorti di una cosa: ora capiamo perché Cicerone si spazientiva con “icona”, cioè εἰκών, quando doveva tradurre. Perché εἰκών non è semplicemente “immagine”: è un modo di rappresentare che porta con sé la somiglianza come argomento. E allora non stupisce che, anche quando uno sogna una lingua tutta pulita e non-iconica—tipo un Deutero-Esperanto—poi, appena deve spiegarsi, torna sempre a una εἰκών: un gesto, una figura, un pezzo di mondo che “mostra” prima di “dire”. Ripa: Iconica la sua implicatura, Grice, come Speranza la chiamerebbe con piena ragione. E mi piace perché mette d’accordo Perugia e Oxford: l’icona non è un lusso estetico, è la stampella della comprensione. Lei può anche costruire sistemi astratti finché vuole; ma quando deve farli camminare tra la gente, ha bisogno di un colore, di un attributo, di una figura che faccia da scorciatoia. E questo, mi creda, è più ciceroniano di quanto Cicerone avrebbe mai ammesso in pubblico. Ripa, Cesare (1593). Iconologia. Roma: Lepido Facii.

Emanuele Riverso (Napoli, Campania): o, la ragione conversazionale della la forma del segno romano. Studia a Napoli. Insegna a Salerno e Napoli. Spazia dalla filosofia critica ed analitica, alla logica formale, ed è stato esperto in problemi di linguistica, di filosofia delle scienze e delle culture. Saggi: “Colpa e giustificazione nella re-azione anti-immanentistica del "Roemerbrief" barthiano”; “Teo-logia esistenzialistica”; “La costruzione interpretativa del mondo”; “L’epistemo-logia genetica”, “Meta-Fisica e Scientismo”; “Filosofia e analisi del linguaggio”; “Dalla magia alla scienza”, “Conoscenza e metodo nel sensismo degl'ideologi”; “L’esperienza estetica”; “La filosofia d’Occidente, Corso di storia della filosofia, Natura e logo, La razionalizzazione dell'esperienza, La filosofia analitica, La filosofia, Individuo, società e cultura. La psicologia del processo culturale, L’immagine dell'universo. Astronomia e ideologia, Il pragmatismo, La spiritualità, Il linguaggio nella filosofia romana antica, Democrazia, iso-nomia e stato, Una corrente filosofica; riferimento e struttura; Il problema logico-analitico in Strawson, Democrazia e gioco maggioritario, Filosofia del tempo, La civilta e lo stato romano; Alle origini del pensiero politico, La carica dell'elettrone, Esperienza e riflessione, Forma culturale e paradigma umano; Le tappe del pensiero filosofico nella cultura d’Occidente, Paradigmi umano e educazione, Filosofia del linguaggio, Dalla forma al significato, Cose e parole, Come BRUNO  inizia a parlare: Diario di una maestra di sostegno, “La rimozione dell'eros nel giansenismo”, Civiltà, libertà e mercato nella città italica antica (Roma). Un viaggio al centro dell'immaginario religioso e mistico che ha influenzato l'umanità, morale e dottrina, Cogitata et scripta, Filosofo del linguaggio, La Tribuna. Semiosi iconica e comprensione della terra. Intorno al pensiero di Karl Barth. la forma del segno, la tappa, le tappe, riferimento, ri-ferire, vico, animale raggionavole, magia e scienza, Bruno.  Merton, Philosophical Library, 1951. Merton, Philosophical Library. What are you reading? Strawson asked me. The question was not merely polite. He had caught me with the book open on one knee, and on the other knee a notebook, and a pen poised with that look a pen gets when it expects to be useful. The whole arrangement suggested, not reading, but preparation. Nothing of importance, I said. A Padovan export. Off CEDAM. CEDAM, Strawson repeated, as if it were an English verb. Is that meant to be a publisher or a threat. Publisher, I said. They don’t have Clarendon in Padua. They have their own establishment, and then they hide it behind an acronym, as if the syllables would be too Italian to carry in public. Title, Grice, Strawson said. That was my implicature. All right, I said. But the thing is so large it violates my private maxim: do not repeat yourself twice. I see, he said, which in Strawson’s mouth means: I insist. So I gave in and began, as one does, to shorten where one can, and to over-enunciate where one cannot. Intorno al pensiero di Karl Barth, I said. Intorno, Strawson echoed. Around. Like a merry-go-round. Exactly, I said. Not what Riverso thinks, but what he thinks around. He’s circling a thinker, like a cautious dog. And then it continues: Colpa e giustificazione. Guilt and justification, Strawson said, brightening. That does sound like something one might do on purpose. Like Freedom and Resentment, but with more theology and fewer suburbs. Then: nella reazione anti-immanentistica— Anti what, he said. Anti-immanentistica, I repeated. In Italian they tolerate one i after another. We only allow it for Latinates. Anglii and the rest of that indecency. Is that all, Strawson asked, as if he knew perfectly well it was not, and also because my tone had not given him the sort of closure that cancels further inquiry. No, I said. You’re quite right. It goes on. It is a large cover book. Reazione anti-immanentistica del Roemerbrief barthiano. Barthiano, he said. Isn’t that redundant. Surely the Roemerbrief is Barth’s. Not if you read it the way a philosopher reads, I said. A philosopher reads for scope, not for charity. Brief is a common noun, and Roemer is, grammatically speaking, a common adjective. If you write Roemerbrief barthiano you are doing two things at once. You are labelling the document and you are disambiguating the author. So the redundancy is not redundancy, Strawson said. It is insurance. Precisely. Riverso is implicating, as I use the term, that there could be Roemerbriefe that are not Barth’s. If you omit barthiano you leave a door open for the wrong sort of reader. And the wrong sort of reader is exactly the sort one meets in libraries. Strawson looked at the cover again, then at my notebook. And this is why you’re taking notes. Partly, I said. Partly. Partly I’m taking notes because if I don’t, the title will continue to exist only as an endurance-test, and I should like it to exist as an example. And partly because it is the neatest illustration I’ve had this week of what Italians can do, casually, with the words around and of. How so. Because “intorno al pensiero” advertises modesty while smuggling in a method. It says: I am not pretending to be Barth. I am merely in Barth’s neighbourhood. But that neighbourhood is where all the action is. It is where you can discuss guilt and justification without pretending you invented guilt or discovered justification. Strawson nodded, as if acknowledging that neighbourhoods are indeed where metaphysics happens when it tries to look respectable. Still, he said, what is Riverso actually doing in the book. He is testing a very particular move in Barth, I said. The anti-immanentistic reaction, which is a grand phrase for a simple discomfort: the refusal to let the divine collapse into the merely human, or the eternal into the historical, or grace into psychology. Barth is reacting against a style of thought that makes everything immanent, everything available on the surface, everything explainable without remainder. Riverso is following that reaction and asking what it commits Barth to—what it rules out, what it forces you to say, what it forces you to stop saying. So it is a book about what can and cannot be said, Strawson said. Exactly, I said. It is about the discipline of refusal. The refusal to explain away. The refusal to translate the sacred into something comfortable. Strawson smiled in that way he has when he is about to turn my sentence into a mild rebuke. Then it will fit you perfectly, Grice, he said. You have always been fond of refusal. That is unjust, I said. I am fond of restraint. How do you tell them apart. You can’t, I said, unless you know the motive. Refusal is what you do to stop the other chap talking. Restraint is what you do to stop yourself. And Riverso. Riverso, I said, is practising restraint under the guise of commentary. He stays “around” Barth so that he can say, with a straight face, that he isn’t preaching. But the whole title is already a small sermon in method: we will not speak from above; we will speak from around. We will not claim the centre; we will patrol the perimeter. Strawson sat down, as if the matter now required residence. And have you found a Roemerbrief that isn’t by Barth. Not yet, I said. But the beauty of Riverso’s barthiano is that it makes the question intelligible. It creates, by a mere adjective, the logical space for the counterexample. That is what good labelling does: it tells you what would count as a mistake. He glanced again at my notebook. And what have you written so far. Very little, I admitted. Just the title, broken into manageable parts, and one line of English: beware of adjectives that look redundant. They are often doing the real work. Strawson rose, satisfied. Then you are ready for your examination, he said. Ready, I said, in the only sense that ever applies. I have a title I can now repeat without fainting. And as he walked off, I found myself thinking that this, too, is why Oxford is a peculiar place to read Italian philosophy. An Italian can write a title that looks like a whole argument, and then use an extra adjective to keep the argument honest. An Englishman reads it and thinks, at first, that the extra adjective is merely ornamental. Then he remembers that in our own work the “ornament” is often the whole point, only we are too shy to admit it, so we hide it, not behind acronyms, but behind the word “obviously.” a) CEDAM is an acronym for Casa Editrice Dott. Antonio Milani (Padova). [it.wikipedia.org], [treccani.it] (b) Römerbrief literally means “Letter to the Romans” (i.e., the Epistle to the Romans). In the Barth context, Der Römerbrief is Karl Barth’s commentary on Paul’s Epistle to the Romans. EPILOGUE. Two days later. How is your Riverso going? Strawson asked. Fine, I said. I’m rather taken with CEDAM. Milani strikes one as an eminence. What Milani? Strawson asked, with the mild alarm of a man who suspects you have acquired a new Italian without telling him. I told you CEDAM was an acronym—like Clarendon, or Blackwell, for that matter. Only we put the proper name in capitals and pretend we’ve done something scholarly, whereas Padua hides the man behind four letters. But listen: if you say C-E-D-A-M slowly enough, you can almost hear him at the end: M. I held the M a fraction too long, in the way only I can and nobody thanks me for. Strawson said: You’re making a phonetic argument for a publishing house. I’m making a conversational one, I replied. If a house takes the trouble to conceal a name, it is inviting you to infer the name. And the Römerbrief? he asked. Ah, yes. Riverso has dropped the umlaut, I said—Italian typography cannot be expected to keep German diacritics in good health. But the point remains: Römerbrief means “Letter to the Romans.” Someone writes a mere letter—a brief—to the Romans, I went on. Has it got to be Paul? Well, Strawson said, it wasn’t you. No cigar, I said. It’s all Greek, I admitted, and you never had it; but what Paulos wrote was Ἐπιστολὴ πρὸς Ῥωμαίους. And that is already instructive. “Epistle to the Romans” is not a proper name at all: it’s a description. Anyone can write an epistle, and “Romans” is far too collective to fit your mould in Individuals. If I said “a letter to the English,” you’d ask, quite rightly, “Which English?” Strawson said: I should ask, first, who on earth would write to “the English” as if we were one addressee. Exactly, I said. Romans is a plurality in uniform. And “brief” is just a noun wearing an air of authority. The description doesn’t settle the author; it leans on context to do the settling. Which is precisely what Barth is doing, Strawson said. Not proving that it must be Paul, but exploiting the fact that it already is Paul for anyone who has been brought up properly—by the Vulgate, the pulpit, and a general European conspiracy of reference-fixing. Yes, I said. Barth’s Römerbrief is not “a letter that happens to be to Romans.” It’s that letter: the one that has become, as you say, dogma. If Quine were here he’d call it a canonical text and then deny there are any canons. Strawson smiled. And Riverso, circling it “intorno,” is circling not merely a text but a settled identification. I don’t deny it, I said. But Riverso’s little redundancy—Roemerbrief barthiano—still amuses me. It’s like writing “the Oxford University of Oxford.” It looks silly until you remember that the silliness does work: it blocks the wrong inference, the one made by a clever reader who thinks descriptions always underdetermine their referents. And you approve of blocking wrong inferences? Strawson asked. In print, yes, I said. In conversation I prefer to let them occur and then watch you try to repair them. In that case, Strawson said, you’ll have plenty of Riverso left. No, I said. Only one more thing. When I next see CEDAM in capitals, I shall no longer hear “a publisher.” I shall hear “a man with a name.” And that, Strawson said, is the difference between a letter and an epistle: one has a sender; the other has an institution. Quite, I said. And Oxford, of course, has both—only it calls the institution “ordinary language” and the sender “nobody in particular.”Grice: Riverso, lei a Napoli riesce a far sembrare la “forma del segno romano” una cosa che si può ordinare al banco, con lo scontrino e tutto. Ieri, di sfuggita, ne parlavo col collega filosofo Speranza: dice che i napoletani sono gli unici capaci di mettere insieme logica formale e magia senza chiedere permesso. Riverso: È che a Napoli, se separi troppo, poi non ti capisci più nemmeno col barista. La logica serve, certo, ma serve anche ricordarsi che le culture non sono equazioni: sono abitudini, stratificazioni, “tappe”. E il linguaggio romano, se lo guardi bene, è un’officina, non un museo. Grice: Proprio perché Speranza e io ci stavamo chiedendo come mai, in certe pagine, si passi dalla forma al significato come se fosse una scala mobile, mi è venuta una piccola perplessità da filologo pigro. Segnare—signare—è tracciare un segno, marcare, incidere: roba da notai e da legionari. Significare, invece, sembra aggiungere una sillaba che vuole fare l’importantina: quel “-fi-” che pare dire “non basta il segno, ci metto anche il significato in divisa”. Eppure, a sentirla parlare, viene da pensare che spesso “significare” non sia un superpotere in più, ma soltanto “segnare” visto dal banco di chi interpreta: un segno ben fatto, e il resto lo fa la conversazione. Riverso: Implicatura segnata, non significata, la sua, come Speranza vorrebbe che fosse. E mi piace perché è napoletanamente parsimoniosa: non compra un “-fi-” se non serve. In fondo, nella filosofia della comunicazione, la differenza tra segnare e significare è spesso una questione di contesto: il segno è l’atto, il significato è l’effetto sociale che si stabilizza. Se poi ci mettiamo dentro Roma antica, Vico, e persino Bruno che “inizia a parlare”, capisce perché a volte basta incidere bene—e lasciare che siano gli altri, con metodo (e un po’ di teatro), a fare il resto. Riverso, Emanuele (1951). Intorno al pensiero di Karl Barth. Colpa e giustificazione nella reazione antiimmanentistica del “Roemerbrief” barthiano. Padova: CEDAM.

Roccoto: la ragione conversazionale e l’implicatura – filosofia italiana –  (Roma). To be identified.  Grice: Roccotto, ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: a Roma basta un cognome perché la gente pretenda già un sistema, e se poi ci metti “ragione conversazionale” e “implicatura” ti chiedono subito dove si firma. Roccotto: A Roma è normale: prima ti mettono l’etichetta, poi ti chiedono di meritarla. Però mi piace: la città è un’aula senza campanella, e l’implicatura è il modo più economico per non fare tardi. Grice: E proprio dopo quella chiacchierata con Speranza ci siamo domandati se non sia questo il destino di certi nomi “da indice”: non tanto farsi riconoscere, quanto farsi cercare. Perché “to be identified” suona come una nota di polizia, ma in filosofia funziona da invito: se uno non è ancora identificato, allora ogni frase che lascia un po’ di spazio diventa una pista. E così l’implicatura, invece di chiudere il discorso, lo apre: fa lavorare il lettore come un segugio educato. Roccotto: Implicatura identificativa, la sua, come Speranza la rietichetterebbe. E mi sta bene: perché qui l’identità non è un dato, è una pratica conversazionale. Se mi vuoi “trovare”, non serve un documento: basta seguire le tracce—quelle che non sono scritte, ma che si capiscono benissimo.

Franco Rodano (Roma, Lazio): la ragione conversazionale dell’immunità e della comunità, o l’implicatura dei comunisti. Fondatore del “catto-comunismo.” E tra i fondatori del movimento dei cattolici comunisti, poi sinistra cristiana. Studia a Roma. Frequenta la Scaletta. Milita nell'azione cattolica e nella FUCI presieduta da Moro. Entra in contatto e collabora con anti-fascisti d'ispirazione cattolica -- Ossicini, Pecoraro, Tatò e altri -- comunista -- Bufalini, Amendola, Ingrao, Radice e altri --, del partito d'azione e liberali -- Malfa, Solari, Fiorentino fra gl’altri. Partecipa al movimento dei cattolici anti-fascisti. Con Ossicini e Pecoraro tra i promotori e dirigenti del partito co-operativista sin-archico -- poi partito comunista cristiano -- e ne redige i principali documenti. Fa parte, con Alicata e Ingrao, del trium-virato dirigente le II distinte organizzazioni clandestine, comunista e comunista cristiana. Scrive saggi sull’Osservatore Romano. Arrestato dalla polizia fascista in una generale retata dei militanti del partito comunista cristiano, e deferito al tribunale speciale con altri suoi dirigenti. Il processo non ha luogo per la caduta del fascismo. Nel periodo badogliano ha intensi scambi d'idee con i compagni di partito e altre personalità anti-fasciste sulla linea da seguire. Stringe amicizia con Luca e Pintor. Collabora al “Lavoro”, diretto da Alicata, comunista, Vernocchi, socialista, e Gaudenti, cattolico. Sotto l'occupazione nazista di Roma fonda il movimento dei cattolici comunisti, e ne redige i documenti teorico-politici. Scrive saggi sui 14 numeri usciti alla macchia di “Voce operaia”, organo dello stesso movimento dei cattolici comunisti. Liberata Roma, il movimento di cattolici comunisti prende il nome di partito della sinistra cristiana. Vi confluiscono i cristiano-sociali di Bruni. Vi partecipano anche Balbo, Sacconi, Barca, Amico, Chiesa, Valente, Mira, Tatò, Tedesco, Parrelli, Tranquilli, e Rinaldini. Stringe un rapporto di amicizia e collaborazione -- immunità e comunità – filosofia italiana – i comunisti, il laico, democrazia, revoluzione, lotta di classe, societa opulenta, peculiarita dei comunisti italiani, anti-fascismo, arrestato dai fascisti.  Grice: Rodano, lei a Roma è riuscito a fare una cosa che a Oxford sarebbe sembrata un ossimoro per pura pigrizia: mettere “catto-” e “comunismo” nella stessa frase senza chiedere scusa. Ne parlavo ieri, di sfuggita, col collega filosofo Speranza: dice che a voi romani riesce perché avete già il senso della clandestinità come metodo. Rodano: A Roma il metodo viene spesso prima della teoria, anche perché la teoria, se la scrivi male, finisce in questura. E poi, tra Azione cattolica, FUCI e antifascismo, uno impara che la parola “comunità” non è un nastro regalo: o regge nella pratica, o si strappa. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata con Speranza ci siamo messi a ridere su una cosa di famiglia: mia madre non capiva mai perché un termine come καθολικός, che suona già “di tutti”, debba poi restringersi fino a diventare un indirizzo postale. Lei era anglo-catholic, High Church: per lei “cattolico” era una disposizione, non un recapito; e quando qualcuno diceva “Roma”, lei faceva l’aria di chi pensa: “Ah, dunque avete preso un aggettivo universale e l’avete messo in uniforme”. E intanto mi veniva in mente anche il suo gioco serio tra immunità e comunità: perché qui sembra che l’immunità sia la tentazione naturale (stare al sicuro, non esporsi, non contaminarsi), mentre la comunità è la disciplina difficile (esporsi, rispondere, condividere il rischio) — e forse è proprio lì che “i comunisti” fanno la loro implicatura più testarda: non esistere come club protetto, ma come conversazione che non concede troppe esenzioni. Rodano: Implicatura cattolica ma non romana la sua, come Speranza la riclassificherebbe con precisione. E mi piace: perché in una battuta sola fa vedere come l’universale, appena entra nella politica, tende a chiedere un documento d’identità; e con l’immunità e la comunità lei aggiunge l’altra metà: come, appena entra nella storia, l’universale tende anche a chiedere una scappatoia. Qui a Roma, tra “Osservatore Romano”, “Voce operaia” e i documenti scritti alla macchia, abbiamo imparato che “cattolico” può voler dire molto più di un confine, e che “comunità” può voler dire molto più di un riparo. Sua madre, in fondo, era più romana di molti romani: prendeva sul serio l’idea del “di tutti” e lasciava agli uffici l’ossessione per il timbro. Rodano, Franco (1947). Teoria politica del comunismo. Roma: Editori Riuniti.

Rogatiano (Roma, Lazio): la ragione conversazionale della filosofia della gotta. A senator whose tutor is Plotino. He credits Plotino for helping him realise the importance of leading a frugal existence. He himself fasts every other day – to which he attributes his recovery from gout.  GRICEVS: ROGATIANE, Romae etiam morbi more senatorio ambulant. Heri, obiter, cum collega philosopho Spe (Speranza) locutus sum; ille dixit Plotinum non solum animos, sed et articulos regere—si modo quis parcus esse velit. ROGATIANVS: Recte dicit. Plotinus mihi tutor fuit, et frugalitatem quasi medicinam proposuit. Ego vero alternis diebus ieiuno; sic, ut mihi videtur, pedes mei minus imperant mihi quam olim. GRICEVS: Post illum sermonem cum Spe, mirabamur quid esset ipsa “gotta”—quasi res parva, sed dominatrix magna. Vocabulum Graecum est, gutta, a gutta—stilla: quasi morbus non impetu, sed stillatim veniat, donec totum genu occupet. Itaque, cum quis dicit se ieiunare, non tantum de cibo loquitur: de stillis quoque, ne in articulos conveniant. ROGATIANVS: Implicaturae tuae etiam Spem a gotta levaverunt—antiguttata quaedam, ut ille iocans diceret. Et ego gratias ago: nam si temperantia corpus facit levius, sermo tuus facit morbum ridiculum. Plotinus mihi docuit parcere; tu docuisti “guttam” non timendam esse, dum stillas in verbis potius quam in pedibus sentimus.

Tertilio Rogo (Roma, Lazio): la ragione conversazionale dell’allievo di Filone. A pupil of Filone at Rome.  GRICEVS: ROGE, Romae omnes docent aut docentur; et heri, obiter, cum collega philosopho Spe locutus sum, qui dixit: “Apud Romanos etiam discipulus statim fit argumentum.” ROGVS: Vera dicit Spes. Ego quidem discipulus Filonis fui Romae; et postea intellexi discipulum non esse tantum “auditorem,” sed quasi pignus scholae: si bene procedit, magistrum ornat; si male, magistrum prodidit. GRICEVS: Id ipsum Spe mecum mirabatur: quidnam secum ferat esse non solum discipulum, sed quasi “tutatum” — verbum quaerebam; fortasse sub tutela? vel pupillus? Nam qui sub tutela est, non tantum discit; etiam ostendit cui crediderit. Cum dicis “Filonis discipulus,” iam sonat quasi: “habet accessum,” “habuit tempus,” “didicit modum,” et—quod Roma maxime amat—“habet testes.” Ita fit ut ipsa relatio magistri et discipuli plus dicat quam sententia aliqua. ROGVS: Implicatura tutoralis tua est, GRICE, ut Spes diceret. Et bene me tangit: nec opus est ut “inveniam,” quod iam in ipsa formula latet. Nam Roma, cum audit “sub tutela Filonis,” statim intelligit non solum doctrinam, sed disciplinam—et quandam amicitiam scholasticam. Discipulus enim hic non est umbra: est argumentum ambulans.

Gian Domenico Romagnosi (Salsomaggiore, Parma, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale della Roma antica, e l’implicatura dei IV periodi: o, dal segno alla logìa. Conversational Self-Love, Conversational Benevolence. Important Italian philosopher. È lo stesso R. a definire la propria riflessione matura una civile filosofia, entro la quale si individuano i due temi principali della ‘Costituzione’ e dell’‘incivilimento’. La legge naturale di socialità è l’asse attorno a cui ruota tale filosofia e l’incivilimento è il fine naturale della società. Quest’ultima è un dato naturale – anti-contrattualismo. Anche la sua dottrina della conoscenza, consegnata a scritti apparsi in età matura, si basa su un fondamentale naturalismo.  Gian Domenico Romagnosi. Studiò giurisprudenza a Parma, ove si laurea ed esercitò la professione notarile. È notaio a Piacenza, in seguito si sposta a Trento, con il ruolo di pretore e poi di consigliere aulico del principato, dove finì per trascorrervi tutti gli anni Novanta, esercitando anche l’avvocatura. Pubblica la genesi del diritto penale, un’opera di impronta ancora tutta settecentesca, con al centro il tema della pena, che non soltanto era stato argomento cruciale di dibattito nel corso dell’Illuminismo italiano, ma rappresenta anche la prosecuzione e il frutto di ricerche che, dopo essere state avviate nel Seicento tedesco dal giurista Thomasius, avevano successivamente interessato buona parte della cultura europea.  I due brevi scritti politici redatti subito dopo, volti a definire i concetti di eguaglianza e libertà declinati in senso anti-giacobino, sono testimonianza di un atteggiamento anti-dispotico che può ben essere assunto a cifra caratterizzante la sua complessiva visione politica del mondo. scienza simbolica, scienza simbolica degl’antichi romani, il vico di Romagnosi, la terza Roma, la prima Roma, la prima eta, la terza eta, la logica di Genovese, filosofia della lingua, semantica, giudizio, volizione, la matematica, Sacchi, Cattaneo, incivilamento, gl’italiani, la nazione italiana.  Grice: Romagnosi, lei ha il raro talento di far sembrare “incivilimento” una faccenda da conversazione quotidiana, non da codice. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: sostiene che a Salsomaggiore persino la “costituzione” entra in stanza come un ospite, e se non le offri un argomento si offende. Romagnosi: È che la legge naturale di socialità, se la tratti da idea astratta, ti punisce con la noia. Se invece la tratti come un fatto di vita, ti costringe a parlare bene: e parlare bene, in Emilia, è già metà dell’incivilimento. L’anti-contrattualismo, poi, non è maleducazione: è ricordarsi che la società c’era prima della firma. Grice: Speranza e io ci stavamo chiedendo una cosa che lei risolverebbe con un sorriso: perché insistere sui quattro periodi, come se la storia del pensiero avesse bisogno di stagioni regolamentari? Ma appena uno dice “prima Roma”, “terza Roma”, “prima età”, “terza età”, capisci che la scansione non è un calendario: è un modo di far passare l’idea che si va dal segno alla logìa senza saltare i passaggi, come in una buona conversazione—prima ti intendi sui gesti, poi sulle parole, poi sui giudizi, e solo alla fine ti concedi una volizione. E infatti, a Vadum Boum noi abbiamo tre trimestri; voi emiliani avete quattro periodi: non è che siete più storici, è che siete più ordinati. Romagnosi: Implicatura del quarto periodo, la sua, Grice, come Speranza la classificherebbe. Perché lei fa capire che quei “IV periodi” non servono a mettere la filosofia in gabbia, ma a impedirle di fare finta di essere nata già adulta. Il passaggio dal segno alla logìa, dalla semantica al giudizio, e dal giudizio alla politica dell’incivilimento: ecco la mia “civile filosofia”. E Speranza, che ama le tassonomie più di quanto ammetta, sarà felice: finalmente un quarto periodo che non è una scusa per rimandare l’esame, ma una ragione per finire il discorso. Romagnosi, Gian Domenico (1802). Genesi del diritto penale. Parma: Stamperia Reale.

Romanoto (Roma, Lazio): la ragione conversazionale e l’implicatura. Grice: Romanoto, ieri, di sfuggita, ne parlavo col collega filosofo Speranza: dice che a Roma l’implicatura non si “calcola”, si attraversa—come il Tevere, guardando altrove e arrivando lo stesso dall’altra parte. Romanoto: Speranza ha ragione: qui l’esplicito è spesso solo la segnaletica, mentre il traffico vero sta sotto. A Roma uno impara presto che una frase serve più a far muovere l’altro che a “dire” una cosa: la ragione conversazionale è anche urbanistica. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata con Speranza mi è venuto da chiedermi perché a Roma la gente si fidi così tanto di ciò che resta “tra le righe”. Forse perché l’iscrizione più importante non è quella incisa, ma quella consumata: la stessa battuta ripetuta al bar, la stessa allusione rimasticata in fila, la stessa parola che cambia peso a seconda di chi la pronuncia. E allora l’implicatura diventa quasi un documento pubblico: non la firmi, ma la riconosci—e se fai finta di niente, sembri tu quello strano. Romanoto: Implicatura romana la sua, come Speranza la etichetterebbe. E mi piace perché non la mette in cattedra: la fa camminare. In fondo qui l’implicito è una prassi sociale—un modo di tenere insieme velocità e cautela—e Speranza lo sa benissimo: lui finge di voler tutto esplicito, ma poi è il primo a capire “al volo”, senza che nessuno debba spiegarglielo.

Vasco Ronchi (Forli, Emilia, Romagna): la ragione conversazionale e la ragione conversativa -- il conversativo, o, filosofia della comunicazione. Si laurea a Bologna e consegue il dottorato a Milano sotto SINI. Insegna all’Aquila. Dirige “Filosofia al presente” per Textus, di L’Aquila e “Canone minore” per Mimesis di Milano. Dirige la scuola di filosofia Praxis. Si dedica alla passione -- “Sapere passionale” (Spirali, Milano) e alla questione della comunicazione intesa filosoficamente come partecipazione alla verità e fondamento ontologico della stessa pratica filosofica (“Teoria critica della comunicazione: dal modello vei-colare al modello conversazionale” (Mondatori, Milano) Grice: “I like ‘conversativo,’ Almost a Spoonerism for ‘conservative’!” --; “Filosofia della comunicazione. Il mondo come resto e come teo-gonia” (Boringheri, Torino). Propone  una revisione del modello vei-colare o standard della comunicazione e una critica al paradigma linguistico del vivente. Al problema della raffigurazione e al suo rapporto col dicibile nella filosofia è invece dedicato “Il bastardo: figurazione dell’invisibile e comunicazione indiretta” Grice: “This shows a distinction between ‘ingelese italianato.’ To call indirect communication bastard would be a bit too much at Oxford!” --. Grazie ai suoi studi su Bergson si è segnalato come una voce significativa della cosiddetta “Bergson renaissance”. – cf. Grice, “Speranza e la cosidddetta “Grice renaissance””. In “L’interpretazione” (Marietti, Genova) e  “Una sintesi” (Marinotti, Milano) guarda a Bergson come a un filosofo in grado di dare risposta a questioni tuttora aperte del dibattito filosofico. Bergson non è un filosofo irrazionalista, spiritualista, ostile alla scienza e ai suoi metodi. Per lui la filosofia è un metodo rigorosamente empirista, che consente la massima precisione possibile nella descrizione dei fenomeni. filosofia della comunicazione, immanenza, in defense of the minor league, natura naturans, Gentile, atto puro, implicatura conversativa.  Grice: Ronchi, a Forlì avete il raro talento di far suonare la comunicazione come se fosse una disciplina ascetica. Ne parlavo ieri, di sfuggita, col collega Speranza: dice che “conversativo” gli piace perché sembra quasi un refuso virtuoso—come se “conservativo” avesse deciso di uscire a prendere aria. Ronchi: È un refuso che lavora, però. Il “conversazionale” corregge il modello veicolare; il “conversativo” corregge noi, quando scambiamo la comunicazione per trasporto merci. A L’Aquila mi accorgo sempre che, se la verità non circola come partecipazione, diventa solo un pacco smarrito. Grice: E infatti, proprio perché Speranza e io ci stavamo chiedendo che razza di parola sia “conversativo”, mi è venuta in mente una cosa: se uno insiste sul conversativo, sta già mettendo un freno gentile al chiacchiericcio. Non è “parlare di più”, è “tenere in vita” il senso, conservarlo dentro lo scambio—quasi che il conversare serva a non disperdere, a non buttare via il resto del mondo mentre lo si nomina. E allora capisco perché mi suona come il cugino serio (ma simpatico) di “conservativo”: stessa radice d’aria, ma con più orecchio. Ronchi: Implicatura conservativa, la sua, come Speranza la rietichetterebbe. E mi va benissimo così: perché nel mio lessico “conversativo” non è un vezzo, è un criterio di tenuta. Se la comunicazione è partecipazione alla verità, allora il conversativo è ciò che la trattiene senza imbalsamarla: la conserva mentre la fa passare. In fondo, perfino Speranza lo ammetterebbe—anche se poi fingerebbe di averlo sempre detto per primo. Ronchi, Vasco (1923). Lezioni di ottica. Bologna: Zanichelli.

Daniele Rosa (Susa, Torino, Piemonte)– implicature in deutero-esperanto. Scienziato naturalista, direttore del museo zoologico di Torino, da alle stampe il suo progetto di lingua internazionale nel Bollettino dei Musei di Zoologia ed Anatomia Comparata della Regia Università di Torino col saggio, Le Nov Latin, international scientific lingua super natural bases.’ Muore a Novi Ligure. Appassionato d’evoluzionismo e ottimo conoscitore di lingue antiche e moderne, decide di basare il suo studio di lingua a posteriori, come si deduce dallo stesso nome della lingua, sul lessico latino. R. dichiara che la sua lingua può essere letta da qualsiasi studioso senza che questi la abbia prima imparata - fondamentale caratteristica che sola può rendere una lingua veramente internazionale - e può essere scritta dopo appena poche pagine di spiegazione, senza il bisogno del dizionario. Vedasi PEI , One language for the world, New York, Biblo and Tannen. L'alfabeto è quello latino, con l'unica differenza che non è presente la lettera «y», e la pronuncia dei grafemi e delle loro combinazioni è quella italiana. Il sistema d’accenti segue le regole dell'accento latino, per cui: le parole bisillabe hanno accento sempre sulla prima sillaba (es. lat. LAUDO ['lawdo]). In parole con più di due sillabe, l'accento tonico cade sulla penultima sillaba se questa è lunga (es. lat. AUDIRE [aw dire]), altrimenti sulla terzultima (es. lat. ANIMUS [' animus]). L'accento non cade mai prima della terzultima sillaba. Gl’articoli si dividono in determinati, al singolare «le» e al plurale «les», e indeterminati, «un» di cui non esiste la forma plurale – cf. Gric (Ex), “some, at least one” – “the ones” --. I nomi e gl’aggettivi sono indeclinabili, ridotte alle loro sole radici. Le funzioni dei casi sono espletate dalle preposizioni. S’ottengono eliminando le lettere finali delle parole prese nella loro forma genitiva singolare latina, fino ad ottenere la loro forma radicale. deutero-esperanto.  Grice: Rosa, lei a Susa riesce a far sembrare “lingua internazionale” una cosa da laboratorio, non da salotto. Ne dicevo ieri, di sfuggita, al collega filosofo Speranza: sostiene che ogni lingua universale nasce con l’aria di voler abolire i confini, e finisce invece per inventarsi nuove dogane, tipo la lettera “y”. Rosa: È il bello del mio Nov Latin: niente “y”, pronuncia italiana, accenti latini, e soprattutto l’idea un po’ immodesta che uno la possa leggere senza averla studiata. Se l’internazionalità non passa dalla pigrizia intelligente del lettore, non passa da nessuna parte. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata con Speranza ci siamo chiesti una cosa che mi perseguita: perché mai al povero Zamenhof non è venuto in mente di chiamare la sua creatura “proto-esperanto”? Se poi arrivano i correttori, i riformatori, i puristi, i “più scientifici”, la seconda versione non dovrebbe chiamarsi deutero-esperanto per semplice buonsenso numerico? Sembra quasi che la parola “esperanto” volesse cominciare già dal capitolo due: speranza subito, prototipo mai. Rosa: Implicatura esperantista, la sua, come Speranza la chiamerebbe. E ha anche ragione a complicare i conti: deutero-esperanto, a ben vedere, è rigorosamente il terzo. C’è uno stadio 0: l’esperanto come desiderio, come “pulsione” a una lingua comune prima ancora della grammatica. Poi lo stadio 1: l’esperanto di Zamenhof, con il nome già ottimistico in copertina. E poi lo stadio 2: il suo, il deutero-esperanto griceano, che arriva dopo e mette ordine alle pretese—come dire: va bene la speranza, ma adesso vediamo la sintassi, gli articoli, e soprattutto dove cade l’accento. Rosa, Daniele (1918). Ologenesi. Torino: Unione Tipografico-Editrice Torinese.

Rosandro (Roma, Lazio): la ragione conversazionale degl’amici filosofi. A philosopher who becomes an acquaintance of Elio Aristide.   GRICEVS: ROSANDRE, Romae omnia videntur fieri per notitiam: et in atrio, et in foro, et in thermis. Heri, obiter, cum collega philosopho Spe locutus sum; ille dixit se mirari quod Romani plus fidei tribuant “amicis” quam “argumentis”. ROSANDRVS: Non errat Spes. Apud nos amicitia est quasi disciplina: prius cognoscis hominem, deinde sententiam. Itaque, si quis dicitur Elio Aristidi notus, iam quasi dimidium elogii tulit: non quia laudatur, sed quia aditus ei patuit. GRICEVS: Id ipsum Spe mecum nuper volutabat: quidnam secum ferat esse “notum” Aelio Aristidi. Nam “notitia” non est tantum nuntius; est quasi tessera admissionis—et simul onus. Qui Aristidem novit, non potest postea loqui tamquam extra spectet: audiens fit particeps, et laudator antequam disputator. Ita fit ut quaedam cognitio ex ipsa consuetudine nascatur: non ex definitione, sed ex adsuetudine—et iam pudet ignorare quod “notus” esse videtur exigere. ROSANDRVS: Implicaturas tuas probe nosco, Grice; utique et Spes, nec dubito quin idem sentiat—nec necesse est me “invenire” quod iam in ore tuo est. Sed quaero: quid faceres de hac distinctione Ciceronis inter cognitionem ex consuetudine et cognitionem ex descriptione? (Nolo dicere cuiusdam Britanni nomen, sed scis.) Nam “notus Aristidi” sonat quasi cognitio per consuetudinem; “Aristides, orator clarus” est cognitio per descriptionem. Roma amat utrumque—sed in conviviis, credo, semper vincit illa prior.

Cosimo Rosselli. Rosselli, Cosimo (1499). Libro di Antonio Pollaiuolo. Firenze: Stamperia di Lorenzo Morgiani.

Cosimo Rosselli (Firenze, Toscana). Per limitarsi ai filosofi italiani, di mnemotecnica si occuparono DOLCE  in “Della memoria”, il domenicano fiorentino R. In “Thesaurus artificiosæ memoriæ” (Venezia), e BRUNO , che nella sua “De umbris idearum” (Parigi), da lui dedicata a Enrico IlI di Francia e che gli procura una cattedra, espone l'Ars magna di Lullo e dà un fondamento metafisico-gnoseologico alla mnemotecnica che appoggia sempre al sistema topologico-simbolico. Del resto, l'insegnamento di quest'arte, della cui efficacia BRUNO porta a testimonio la propria memoria eccezionale, gli da spesso i mezzi per vivere. Altri filosofi italiani che scriveno di mnemotecnica sono PORTA  nell’”Ars reminiscendi” (Napoli), MARAFIOTI , di Polistena nell’“Ars memoriæ’ (Venezia), e il palermitano BRANCACCIO  nell’ “Ars memoriæ vindicata” (Palermo). THESAVRVS ARTIFICIOSÆ MEMORIÆ, Concionatoribus, philosophis medicis iuristis oratoribus procuratoribus,czterisd; bonarum litterarum amatoribus: Wigocisfócibn, infüper,alijsd; fimilibus, tenacem, ac firmam rerum MrzMoR:IAM cupientibus, perutilis. vc omnes [ui amatores, po[fessores valde locuplesansyinfimnla, decoranss cum rerum celestium atque terrestrium tenax, ac tutum fcrinium esse poffit; AKFTHORE R. P. F. R. florentino, sacri ord. pradic. minimo professore cum indicibus locupletiffimis, tum Capitum, tum rerum omnium infigniorum CVM PRIVILEGIO, VENEZIA. Apud Antonium Paduanium, Billiopolam Florentinum. Y Vet vtæ kh VG 4 mI TT. ie S i et, 8 SUY CPC Eos beriganiots bibsM, didi Ol: "i ern Mepoionols f Ron dA Gu zn iud qpetzarsoei idi pt8s03011, zr Lo Sub. PEMQPOSGENE C17 3 H eR i iendino minos 1 » ÆMz l4 Ed sæ TIPS p18. iet E em mum e Y La 34 1 "5 28 Y NC i i Me p po Asus i venera eu Tow mite. iip nius kt pot Fendisiba? mu $ GENET n , Fr aram iilerte T $ Es PCTNCMEOS. f ILLVSTRISSIMO, svb TN PIRE PAN D.O.M TWO DOMINO mnenomico, personal identity and memory, chiave universale.  St John’s, 1938. I am told I ought to start “digging” at personal identity, and perhaps to produce something sufficiently mindful for Mind—that funny little quarterly “of psychology and philosophy,” now under the editorship of good old G. E. Moore, the Irishman of Philosophical Letters at Cambridge. I keep telling myself I should stick to Locke; I doubt Moore would welcome a detour through Rosselli. And yet Rosselli’s Thesaurus artificiosae memoriae—printed, if the catalogue is to be believed, in 1579—gets into print way before Locke does in 1690; Rosselli is misremembered, or simply forgotten, while Locke’s Mnemosyne still passes for current currency. It is a strange moral: posterity can remember a theory of memory while forgetting a book about memory. Still, one must be prudent. “Padovani” has the wrong accent for the Mind Association; “Locke” sounds like the right sort of key. Sometimes I suspect I was born a Bolognese—too fond of dusty Latin titles, too eager to rescue minor men from major oblivion, and too ready to think that the true test of a philosophy is whether it survives being cited.” Grice was pleased that it was Daminano Rosselli who cared to publish Cosimo’s Thesaurus – posthumously – the irony of a memory outliving its author, he would say. [Grice’s Domenico Rosselli was Harvard University Press. He submitted the manuscript to Harvard in 1987. Grice died in 1989. Studies in the Way of Words appeared in print in 1989.  You’ve got a genuinely nice parallel, but it will land much better (and avoid factual trip‑wires) if you tighten three things: (i) the timeline, (ii) the names/roles (your “Damiano Rosselli” vs “Harvard”), and (iii) what exactly is meant by “posthumous” in Grice’s case.   Fix the Grice dates in your bracket note Grice died in August 1988 (not 1989). Studies in the Way of Words appeared in 1989. So the clean parallel line is: “Grice died in 1988; the book appeared in 1989.” If you keep “submitted the manuscript in 1987,” label it as “reportedly/according to…” unless you have a source in your notes.   Don’t personify Harvard University Press as “Damiano Rosselli” too literally Damiano Rosselli is (in the Rosselli story) an editor/producer who sees the book through the press after the author’s death. Harvard University Press is an institution, not a person—so the neat analogy is: Damiano Rosselli : Rosselli :: Grice’s editors at HUP : Grice. If you want a single “Damiano figure,” pick a role label rather than a name you can’t document, e.g. “Grice’s editor at Harvard University Press” or “the Press’s editor” or “the volume editor(s).”   Make the irony sharper by stressing “not labeled posthumous” Your best rhetorical point is: Rosselli’s Thesaurus is explicitly posthumous (1579 after 1578), whereas Grice’s Studies comes out after his death but is usually presented simply as a normal 1989 Harvard book, not marketed as “posthumous.” That contrast is funny in a Gricean way: even death doesn’t get an explicit implicature unless the publisher makes it explicit.   A clean replacement for your bracketed passage (still just here, not for insertion) Something like: “Grice enjoyed the symmetry: Rosselli dies in 1578, and the Thesaurus appears in 1579 under Damiano’s care—memory outliving its author by a year. He noticed, with quieter amusement, that his own Studies in the Way of Words did the same trick: he died in August 1988, and Harvard University Press brought the volume out in 1989, without even advertising the fact as ‘posthumous’—as if the Press thought death too crude a bibliographical datum, best left as an implicature for the attentive reader.”   One factual caution inside the Rosselli line you may want to soften later “son Damiano” is often said, but you’ll want to phrase it as “edited/published posthumously by Damiano Rosselli” unless you have a specific bibliographic authority for the kinship claim. (It’s an easy place for a reviewer to pounce.)Grice: Rosselli, a Firenze la memoria sembra avere un indirizzo preciso, quasi una via: Thesaurus, ars, ombre, e perfino un “privilegio” veneziano. Ne accennavo ieri, di sfuggita, al collega filosofo Speranza: lui dice che i domenicani, quando parlano di memoria, in realtà stanno già arredando la testa. Rosselli: È una scuola, Grice: non si predica soltanto, si dispone. Un “thesaurus” non è una raccolta: è un metodo, una topologia, una stanza dopo l’altra. E se poi Bruno ci mette le ombre e Lullo la macchina, Firenze ci mette la pianta dell’edificio: la memoria come architettura. Grice: Proprio dopo averci ragionato con Speranza mi è tornata addosso quella parola latina che nel suo titolo fa finta di essere solo un insulto: cucullati. Si parte da cucullus, il cappuccio—e dal cappuccio si arriva al tipo umano. Basta un pezzo di stoffa perché la polemica smetta di discutere idee e cominci a riconoscere persone a distanza: non “quelli che sostengono X”, ma “quelli col cappuccio”. E la cosa buffa è che il cappuccio, nato per coprire, finisce per scoprire: ti identifica prima ancora che tu apra bocca. Rosselli: Implicatura cucullata, sua, come Speranza la nominerebbe. Perché con una parola d’abito lei ha fatto vedere un intero trucco da apologeta: ridurre una dottrina a una silhouette. E nel frattempo, da buon fiorentino, le viene naturale collegare il cappuccio alla mnemotecnica: anche lì si lavora per segni esterni—stanze, immagini, etichette—che decidono chi sei prima che tu parli. In fondo, tra thesaurus e cucullus cambia poco: è sempre un modo di mettere ordine… scegliendo prima il costume. Rosselli, Cosimo (1578). Thesaurus artificiosae memoriae. Published posthumously the next year by his son Damiano. Venezia.

Tiberio Rosselli (Gimiliano, Catanzaro, Calabria): la ragione conversazionale dell’apologeticus, o implicature cucullate. Far dobbiamo onorevole menzione di lui, letterato insigne del suo tempo e filosofo di grido, Cattedratico in Napoli ed in Salerno; il quale, a dir del Barrio, partitosi pel genio di visitare l'Africa, e ucciso dal proprio schiavo. Della famiglia di cui è stata la madre del celeberrimo Scorza, matematico distintissimo, istruttore, autore di merito, ed illustratore della scienza per metodi ed invenzioni, morto non ha guari in Napoli. Conchiudendo adunque, pare non dubbio essere stato Nifo calabrese di origine, ed avere avuto tra noi i primi rudimenti di letteratura, tali da avergli dato a vivere. Dal contesto di scrittori calabresi, contemporanei alcuni, e vivuti altri dopo breve tempo della morte di lui, a cui noto veniva per recente tradizione, chiaramente se ne rivela il vero. Discepolo del celebre NIFO , per la sua dottrina e prescelto a leggere filosofia per più anni a Salerno. Saggi: “Apologeticus adversus cucullatos philosophiae declamatio ad Leonem X Oratio habita Patavi in principio suarum disputationum; “De propositione de inesse secundum Aristotelis mentem libellu” --- LIZIO -- ; “Universalia Porphiriana”. Calabria, Le biografie degl’uomini illustri delle Calabrie, Accattatis, Di questo filosofo si occupano nei loro studi, tra gli altri, Zambelli e Franco. "Rosselli di Gimigliano. Dalle origini a noi" (O/esse) che ricostruisce la sua vita e le sue opera. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. L'Apologeticus adversos cucullatos è un'opera del filosofo Tiberio Rosselli (1490 Gimigliano - 1560 Africa), pubblicata nel 1519 a Parma grazie a Girolamo Sanvitale che accoglie il filosofo calabrese presso la sua corte di Fontanellato.  Apologeticus adversos cucullatos Autore Tiberio Rosselli 1ª ed. originale 1519 Genere Apologia Lingua originale latino apologeticus, adversus cucullatos philosophiae; de propositione de inesse, universalia porphiriana, Lizio.  Corpus, 1934. What are you reading, Shropshire? I asked him. The question was not otiose. He had a book open on one side, the birds were doing their own effortless commentary in the trees of the quad, and on his other side a notebook lay ready with a pen, like a minor conspiracy. It had the look of work smuggled into leisure. Nothing of importance, Grice, he said, without looking up. I’m getting tired of the Olds, as Hardie has them, so I’m preparing for the Mods. He meant Moderns, part of Greats. We called them Mods on purpose, partly for the equivocation—mods as moderns, mods as moderations—and partly because Hardie’s idea of “moderation” was always either anti-akrasatic or stupid. Anti-akrasatic was Shropshire’s and my term for everything Aristotle disqualifies but Oxford nevertheless recommends as “sound training.” But what is it? I insisted. He sighed in the manner of a man whose privacy has been breached by grammar. All right, if you insist. It’s Tiberio Rosselli’s little syllabus for a session at Bologna—long before our lot were licensed to be tedious. A sheet of conclusions, posted for a disputation. If you must have the title: Conclusiones philosophicae, numero CCCC. Bononia, publice. That’s why you’re taking notes? Precisely. A high number of conclusions for one debate, I said. Four hundred is not a debate; it’s an epidemic. That’s the point, Shropshire said. It wouldn’t work here with Hardie. He’s half asleep by your third conclusion, and totally in limbo by the time I begin my own trio. (Hardie’s system of dual tutorials is a masterpiece of economy: it allows him to golf both Thursday and Friday while we do the work of looking earnest.) I took the book from him with the care one gives to contraband. Rosselli, I said, had a plan. Of course he had a plan, Shropshire said. He cannot expect any rational being to endure CCCC conclusiones philosophicae. That is precisely what he is proving. Proving what? By reduction, that no such rational being exists. Or at least, none in Bologna. Possibly none anywhere. The disputation is the experiment; boredom is the datum. So the conclusions are in some logical order? Not from what I can gather. They look arranged by a principle more medieval than logical: the principle of running out of wall. But to be honest, I started at the end. Conclusio CCCC is so brief that it hurts. He turned the page back as if turning a dagger. What does he conclude? He read it with an exaggerated academic solemnity, the sort one adopts when one is about to do something unserious with Latin. Quod de quo loqui non possumus, de eo tacere debemus. I said: That is Wittgenstein. It is Rosselli, Shropshire replied, tapping the page. Wittgenstein is merely the late gloss. Then your preparation for the Mods consists in copying out a conclusion which orders you not to say anything. Exactly. It is the only conclusion in the set that Hardie cannot complain is too long. But surely, I said, if the last conclusion tells you to be silent, the whole disputation collapses at the end into a sort of official muteness. The final move is to forbid moves. Yes, Shropshire said. It is the cleanest way of winning a disputation in advance. You announce the conditions under which discussion must stop, and then you arrange, by sheer quantity, that everyone reaches those conditions by fatigue rather than argument. And what do you write in your notebook, then? Nothing, Shropshire said, with a small satisfied look. That is the beauty of it. I am taking notes on a text whose last instruction is that one must take no notes. My preparation is, so to speak, impeccable. You mean: silent. No, he said. I mean: economical. Silence is only the extreme case of good style. At which point a bell went, somewhere, and the quad resumed its usual business of pretending that time is a kind of etiquette. Shropshire put the book back down beside him as one puts down an object that has already made its point. And Hardie? I asked. Hardie, he said, will call it unhistorical. Then he will yawn. Then he will tell us to read Aristotle. In that order. And Rosselli? Rosselli, he said, had Bologna. We have Hardie. Every century has the disputation it deserves.Grice: Rosselli, lei ha un titolo che sembra già una discussione fatta in latino e finita a cappuccio: apologeticus adversus cucullatos. Ne accennavo ieri, di sfuggita, al collega filosofo Speranza: lui sostiene che appena compare un cappuccio, il filosofo diventa improvvisamente più coraggioso. Rosselli: A Gimigliano, caro Grice, il cappuccio non serve a nascondere: serve a mettere a fuoco. E poi “cucullati” è un bersaglio comodo: se non capiscono l’argomento, capiscono almeno l’abito. È già mezza ragione conversazionale, e pure economica. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata con Speranza mi è venuta la curiosità per la parola stessa. Cucullati… suona come un’accusa, ma nasce da una cosa innocente: il cucullus, il cappuccio latino. E il bello è che il cappuccio, da copertura, diventa etichetta: non “quelli che pensano così”, ma “quelli col cappuccio”. È un modo svelto di passare dall’argomento alla persona — o meglio, alla testa coperta. Rosselli: Implicatura cucullata, sua, come Speranza la nominerebbe. Perché lei ha fatto vedere come un lemmino da guardaroba diventi una categoria polemica: non ti confuto, ti incappuccio. E nell’apologeticus funziona benissimo: basta un cucullus e il dibattito si accende, mentre l’avversario resta lì, riconoscibile a distanza — anche se non ha ancora aperto bocca. Rosselli, Tiberio (1518). Conclusiones philosophicae, numero CCCC. Bononia, Facultate Artium

Domenico Rossetti (Vasto, Chieti, Abruzzo): la ragione conversazionale del fratello perduto. Grice: “A philosopher can also discover an ‘antro di pipistrelle.”” Filosofo, illuminista poli-edrico, poeta estemporaneo, tragedio-grafo, archeologo e speleo-logo, da Martuscelli. Studia a Napoli e Roma. Si trasfere a Elba. Ceelbra la liberazione del gran ducato di Toscana con il canto estemporaneo“La superbia dei galli punita” (Firenze, Gio). Si sposta in Sardegna, sotto la protezione del vice-ré Carlo. A Sassari compose e rappresenta la tragedia “Morte di S. Gavino” (Oristano, Arborense). Si sposta in Provenza, a Nizza, dove scopre la piramide di Falicon, che gl’ispira un poema, “La grotta di Monte-Calvo” (Parma). In seguito, si trasfere a Torino, dove conosce Caluso, e si stabilisce a Parma. Inizia a dirigere “Il Taro”. Altri saggi: “Cantata in occasione d'essere l'augusto imperator de’francesi Napoleone I coronato re d'Italia” (Parma, Luigi); La note” (Parma, Paganino); “Alla tomba di Hoffsteder” (Parma, Luigi); “Ode saffica” (Parma, Giuseppe Paganino); “Le nozze d’Esculapio De Cinque” (Lanciano, Carabba); “Annibale in Capua (Napoli, Flautina); A. Lombardi, Storia della letteratura italiana” (Venezia);  Andreola, Biografia degl’uomini illustri del regno di Napoli’ Gervasi,  La famiglia Pietrocola di Vasto; Spadaccini, “R. e le sue battaglie per la libertà”; R. e quei versi ispirati dalla cacciata dei francesi, Catania, R. e la grotta del monte Calvo, Mugoni, “Il fratello perduto: R. e R.”, in Studi medievali e moderni. Nei panni dello speleo-logo ante litteram, si avventura in una cavità del monte Calvo, scoprendo nelle viscere della terra un antro, che ama definire fascinoso ed insieme orribile. Ne celebra la scoperta con la pubblicazione di “La grotta del monte Calvo”; dato alle stampe a Torino, per i tipi di Domenico Pane, Parma. A Pezzana sub-entra nella direzione. Si mostra più attento alle notizie scientifiche e contribue ad introdurre nel periodico notizie leggere, come favole e indovinelli. il fratello perduto, la Dora, L’Emonia.  Grice: Rossetti, lei è capace di trovare un antro di pipistrelle e poi farne un argomento rispettabile. Ne parlavo ieri, di sfuggita, col collega filosofo Speranza: dice che in Abruzzo perfino ciò che si perde finisce archiviato con un titolo, come se fosse un incarico. Rossetti: A Vasto è così: si perde, si ritrova, e intanto si racconta. Io, tra grotte e tragedie, ho imparato che la conversazione è una speleologia: si entra per curiosità e si esce con un enigma in tasca. E spesso l’enigma ha un nome: il fratello perduto. Grice: Ecco, proprio ieri con Speranza ci siamo messi a ridere su una cosa: chiamarlo “perduto” è già un modo di tenerlo vicino. Se fosse davvero perduto, non avremmo nemmeno la buona educazione di cercarlo; e invece lo si cerca con una serietà quasi burocratica. Mi viene da pensare che certi fratelli si trovino soltanto perché, in fondo, non si sono mai lasciati perdere — found, but not lost.Rossetti: La sua battuta, Grice, non va perduta su di me; e Speranza sarebbe d’accordo — e magari non c’è nemmeno bisogno che io la “trovi”. Perché il fratello perduto, da queste parti, è spesso un fratello che continua a fare capolino: lo perdi come si perde un sentiero, non come si perde un mondo. E lei, con quel found, but not lost, ha fatto la cosa più vastese che ci sia: ha trasformato una mancanza in una traccia, e una traccia in un ritorno. Rossetti, Domenico (1837). Il poeta e la poesia. Venezia: Tipografia di Alvisopoli.

Francesco Rossi della Marca (Appignano del Tronto, Ascoli Piceno, Marche): la ragione conversazionale della volontà e della temperanza. Grice: “Rossi touches many Griciean points: universalia, strength of will, and etc. – he also commented, like I did, on Aristotle’s metaphysics.” Attivo filosofo fra Aureolo e Rimini, dalla parte di Occam e Cesena, e oppositore di Giovanni XXII, nelle dispute dei fraticelli, che portarono alla sua espulsione dall'ordine. Ha idee innovative e spesso influenti in teologia filosofica, filosofia naturale, metafisica e teoria politica.  Soprannominato come "doctor succinctus" e "doctor praefulgidus", come osservabile dalle iscrizioni su uno degli affreschi del convento di Bolzano, e studiato e commentato soprattutto per alcune tesi risalenti del suo commento alle sentenze, i Libri IV Sententiarum dichiarazioni autorevoli sui passi biblici che l'opera riune di LOMBARDO. Le sue vedute contribuiscono all'evoluzione della filosofia basso-medievale. Appignano del Tronto fa parte all'epoca della Marca di Anconada. Nacque da una famiglia con il nome di Rossi (Rubeus). Studia sotto Scoto. Insegna a Perugia. Sottoscrive la risoluzione con la quale viene dichiarata lecita la tesi secondo la quale Cristo e gl’apostoli non mai possedeno beni. Prende parte attiva alle lotte interne riguardanti la povertà che divide l'ordine. continentia, temperanza, giudizio, giudicazione, volonta, volere, atto apprensivo, appresione, atto giudicativo, conoscenza apprensiva, conoscenza giudicativa, decisione, libero arbitrio, colpavolezza morale, agire l’atto buono, possibilita della colpavolezza morale, la legge, la volonta sotto la legge, giudizio razionale, agire razionale, ragionamento, conclusione, sillogismo pratico, elezione, la caduta d’Adamo, la teoria dell’elezione e la deliberazione, i peripatetici, virtus de-re-licta, teoria del moto, moto perpetuo, virtus contro il corpo, virtus con il corpo, volonta con il giudizio, volonta contro il giudizio.  I am in the SCR at St John’s with that faintly indecent comfort one gets from reading something that is not immediately required. An entry on Francesco Rossi della Marca has detained me longer than I meant it to. Commentarius in libros Sententiarum Petri Lombardi, Facultas Theologiae Parisiensis, 1319. There is a crispness to the datum that makes it do philosophical work at once. It is not merely that Rossi comments; it is that he comments because the institution has decided that commentary is a rung. He is baccalaureatus sententiarum, and therefore he must do what a baccalaureatus sententiarum does. The title is not a flourish. It is a functional label. You comment in order to be licensed to comment. And then, of course, one thinks of our own proceedings, because Oxford specialises in disguising the old necessities as modern amusements. Austin and I run our weekly joint seminar on Aristotle’s Categories and De Interpretatione. We do not call it a Commentarius, because Oxford prefers Latin to remain an implicature rather than an inscription. But what else is a weekly, line-by-line worrying of a text if not commentarius in the old way. We say, to ourselves and to one another, that we do it for fun; and perhaps we do, if one counts as fun a form of intellectual play in which mistakes are punished by embarrassment rather than by expulsion from an order. Rossi’s commenting is an official step toward being a magister; ours is a kind of private rite in a place that pretends it has no rites beyond gowns and meals. Now I have to stop reading, which is the sharpest irony of all, because the reading is the easier part. In a moment I must walk over and meet the master-master for the seminar. Austin begins; the following week I take up. If he keeps to the syllabus, it means, naturally, mean-nn, that all is well. If he departs, it means that something has been said that cannot be allowed to stand. Oxford likes to police thought without admitting it is policing it. The irritant is the difference between disagreeing with Aristotle and disagreeing with Austin. If one challenges Austin on his week, he has that characteristic move: you don’t like that argument, all right, I’ll give you another. It is not exactly a defence; it is a substitution, performed with the air of someone tidying a room rather than being opposed. One goes away with the uneasy sense that one has not refuted anything, only caused the furniture to be rearranged. Still, and here I have to be fair, something comes of the exercise, even if one is not sure one approves of the form it takes. Ackrill attends. He listens. He learns the rhythms of the text and the rhythms of our quarrels about it. And later he produces the Clarendon translations of the Categories and De Interpretatione, and he is generous enough, or mischievous enough, to credit the late Professor Austin and Mr H. P. Grice. There is, one admits, a kind of public gain in that: more people can now read Aristotle. But there is also a private loss, the one no decent Lit Hum man advertises. Translation is a species of ventriloquism. It gives Aristotle an English voice, and the voice is not Aristotle’s. One can call the result good, or ‘good,’ and mean both. It is good in the civic sense, and slightly corrupting in the classicist’s sense, because it makes it possible to read without the Greek, and reading without the Greek is like listening to music through a wall: you get the tune and lose the pleasure. I shut the book in the practical sense and gather my papers. Rossi is still there in the back of my mind, not as a saint of commentary but as a reminder that commentary was once openly a requirement for advancement. We have not abolished the requirement; we have only learned to call it a seminar and to pretend it is leisure. And I go off now to take my place in the weekly alternation, to play my part in our own commentarius, and to wonder, as I walk, what precisely we have been sneaking in under the guise of explaining what Aristotle said.  Grice: Rossi della Marca, mi dicono che lei sa far stare insieme la volontà e la temperanza senza farle litigare in pubblico. Ieri, di sfuggita, lo accennavo al collega filosofo Speranza: lui sostiene che nelle Marche la ragione conversazionale ha sempre un freno a mano tirato—ma con molta eleganza. Rossi: A Appignano del Tronto l’eleganza è necessaria: se la volontà corre troppo, finisce in predica; se la temperanza frena troppo, finisce in silenzio. Io preferisco tenerle in dialogo: volonta (con l’accento dove lei vuole) come slancio, temperanza come misura, e la conversazione come luogo dove si vede se lo slancio regge la misura. Grice: E proprio dopo aver conversato con Speranza mi è venuta un’implicatura che non ho bisogno di dichiarare. Non riesco a trovare una parola italiana davvero pulita per entailment (e G. E. Moore lo direbbe così, con aria innocente): tra volonta e temperanza sembra esserci non solo un’alleanza morale, ma un legame più “logico”, per cui quando l’una è ben formata, l’altra non è un optional. Come se una volontà che meriti il nome si portasse dietro, quasi automaticamente, una certa sobrietà—e se manca, è perché non era proprio volontà, ma capriccio travestito. Rossi: Implicatura “volitiva e temperata” la sua, Grice—e mi piace molto; anche Speranza ne sarebbe contento, benché direbbe che ci vuole un temperato per riconoscerla. E aggiungerebbe (lo so già) che perfino la grafia deve essere temperante: lui diffida di certi “gn” come se fossero forestieri infiltrati nella fonologia italiana. Ma al netto delle sue dogane ortografiche, il punto resta: lei ha colto un legame che non si proclama, si lascia passare. Volonta e temperanza non si promettono: si implicano, e solo chi ha misura sente la forza senza scambiarla per rumore. Rossi della Marca, Francesco  (1319). Commentarius in libros sententiarum Petri Lombardi.,. Facultate Theologiae. Paris

Tommaso Rossi (San Giorgio la Montagna, Benevento, Campania): l’implicatura di Lucrezio. Lucrezio, materialismo, psicologia filosofica, filosofia romana, lingua latina. Filosofo campanese. Filosofo italiano. San Giorgio, Campania. Il più grande e puro metafisico" nelle parole di VICO . Vive a Montefusco. Studia a Napoli. Scrive diverse saggi tra cui il più importante rimane “Della mente sovrana del mondo”. Altri aggi: Considerazioni di alcuni misteri divini, raccolti in tre dialoghi, Dell'animo dell'uomo, Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. DISPUTAZ10NE UNICA DELL’ANIMO DELL’UOMO DEPUTAZIONE UNICA Nella quale fi fciolgono principalmente gli Argomenti di LUCREZIO  contro all’Immortalità. Nacque a San Giorgio la Montagna, nei pressi di Benevento, da Ottavio R., farmacista, e da Silvia Simonetto. Rimasto orfano della madre a otto anni e, poco tempo dopo, anche del padre, dall’età di diciotto anni soggiornò a Napoli, impegnato nello studio del diritto. Fu ordinato prete nel 1697 dall’arcivescovo Vincenzo Maria Orsini e nel 1698 si trasferì a Montefusco, in qualità di canonico della chiesa palatina di S. Giovanni del Vaglio, incarico al quale, dal 1704, affiancò quello di rettore di S. Maria della Piazza. Fece ritorno a San Giorgio nel 1729, come nuovo abate del collegio canonicale, e fu soltanto l’anno seguente che si laureò in utroque jure.  Di R. sono pervenute tre opere a stampa: le Considerazioni di alcuni misterj divini raccolte in tre dialoghi, edite a Benevento, nelle quali l’autore mostra come non vi sia contraddizione alcuna tra scienza e fede e l’uomo di fede possa – e anzi debba – perseguire la conoscenza; implicature moderna, argumenti contro LUCREZIO , Lucrezio, De rerum natura, animi degl’uomini, anime degl’uomini, animo/anima, corpi degl’uomini, corpi degl’animali, degl’affetti degl’uomini, il senso, il moto, i corpuscoli, ossessione con Lucrezio come filosofo romano.  Clifton, 1926: Grice cheers up Simpson (dialogue draft) Grice (Clifton, 1926). Simpson looks a bit sunk today—so I do what one does: I try to jolly him up. “What’s eating you, Simpson?” He gives me the tragic look. “The beak. He’s right, Grice.” “The beak is always right. It’s in the rules. What’s the charge—declensions, or that other hobby of his?” “My Latin isn’t the Pope’s, and he knows it.” “Your Latin isn’t anyone’s, Simpson. That’s why we’re here.” Simpson pulls something from his bag as if it were contraband. “Look what I’m reading.” I take it. “This doesn’t look like Cicero.” “It isn’t. That’s the point. It’s fascinating. And if I’m snivelling, it’s laughter. Three little dialogues—Latin—by one Tommaso Rossi.” “Never heard of him.” “You have now. Campanian chap. Born near Benevento.” “Benevento,” I say, warming to it, “which in Latin means—” “Something heroic,” Simpson says. “—something like good luck. Or at least a good event. Not ‘good wind,’ before you try it on the beak.” Simpson brightens. “Shame. Good wind would’ve suited the place.” “And what are the dialogues about?” He leans in, delighted. “Some divine mysteries. Rossi calls them alcuni misterj divini.” I whistle. “Then put it down and pick up some Cicero.” “Why?” he says—now positively lively. “It’s Latin. It’s helping. Dialogue form’s a boon, too: you ask, I answer, I ask, you don’t—keeps the thing moving. And the beak can hardly complain about conjugations when half the book is inquit.” “Simpson,” I say, “you’re not reading the Latin we do here. You’re reading neo‑Latin—the sort the Pope’s secretary might pretend to understand.” He grins. “How can you tell?” “By the alcuni,” I say, suddenly solemn. “Cicero never met an alcuni in his life.” Next day, I feel I was a bit abrupt. So I go and knock—pointlessly—since I’m already halfway in. “Simpson?” He looks up. “Grice.” “I’ve brought your Rossi. And I’m prepared to render the title into something the beak can’t sneer at.” He sits up. “Go on then.” “Considerazioni…” “Considerationes,” Simpson supplies at once—good lad, when he’s not being martyred. “Di alcuni misterj divini…” “De quibusdam mysteriis divinis,” he says, very pleased with himself. “Quite. And raccolte in tre dialoghi?” He hesitates. “Collectae…? In tribus dialogis?” “Respectable,” I say. “If the beak objects, tell him we’re practising the ablative by force.” At that moment—naturally—there’s a rap at the door. The beak appears, as if summoned by irregular agreement. “What’s this, Grice?” “Latin,” I say. “Voluntary Latin. The best sort.” He peers at Simpson, then at me. “That was a good lesson, Grice. I’m proud of you.” Then, turning to Simpson, unexpectedly soft: “And you too. It’s almost… a little divine mystery, what Grice has managed to do.” He pauses. “On you, I mean, Simpson. On you.”Grice: Rossi, lei ha un modo tutto campano di far venire Lucrezio fuori dal latino come se fosse appena sceso dal Vesuvio. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: secondo lui, a Clifton Lucrezio mi sarebbe sembrato irrimediabilmente “matto”, solo perché parlava troppo serenamente di atomi e di paura. Rossi: A San Giorgio, invece, lo trattiamo come uno che ha soltanto sbagliato compagnia: lo metti vicino a un po’ di psicologia filosofica e torna subito presentabile. Del resto, tra Benevento e Napoli si impara che certe frasi non sono folli: sono soltanto fuori contesto. Grice: E precisamente dopo aver interagito con Speranza mi è scappata un’implicatura che non ho neppure dovuto formulare. A Clifton, da ragazzo, Lucrezio mi suonava come una febbre lucida: troppo ordine, troppa calma, troppa materia. Poi arrivo a Vadum Boum e — senza che Lucrezio cambi una sillaba — diventa “sano”: non perché si sia addolcito lui, ma perché lì ho finalmente imparato a sentire la sua voce come una voce romana, non come un capriccio. Insomma: la pazzia era nella mia prima educazione, non nel poema. Rossi: Implicatura diannostica la sua, Grice, come Speranza la metterebbe; anzi, Speranza la vorrebbe scritta così apposta, perché “diagnostica” gli pare parola troppo dotta e un po’ straniera alla fonologia italiana — e poi lui proibisce pure “gn”, dice che non è italiano ma un inciampo grafico. Comunque l’idea è perfetta: a Clifton Lucrezio sembra un esame medico fatto in corridoio; a Vadum Boum, con un po’ di aria e di metodo, lo stesso “caso” risulta normale. E io, come Speranza, adoro quando la cura è solo un cambio di orecchio. Rossi, Tommaso (1724) Considerazioni di alcuni misterj divini raccolte in tre dialoghi.

Paolo Rossi Monti (Urbino): la ragione conversazionale di Romolo; o lo storicismo –l’astuzia della ragione converszionale di Weber e Grice. Grice: “My idea on the longitudinal unity of philosophy – her historical unity, that is, as Dilthey would call it – is Oxonian at heart, and I use as evidence my OWN experience as a TUTOR – not a lecturer – having to assing to my pupil, for each week during FOUR LONG YEARS – something from PLATO OR ARISTOTLE _and_ some contemporary source, which in my case, meant ‘Philosophy’!” -- Grice: “Rossi writing about ‘storicismo tedesco’ reminds me of Warnock, an Irishman at Oxford, writing about English philosophy!” Keywords: metodo in psicologia filosofia. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piamonte. Studia  a Torino sotto ABBAGNANO, Napoli, e Milano. Insegna a Cagliari e Torino. Studia lo storicismo, l’illuminismo, e il positivismo. Saggi: Lo storicismo, Einaudi, Torino; “Storia e storicismo, Lerici, Milano; La storiografia Saggiatore, Milano; “Oltre lo storicismo, Saggiatore, Milano; “Storia della filosofia”, Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Cf. Grice, “Speranza e l’opera di Grice in Italia.” CLASSICI DELLA FILOSOFIA COLLEZIONE FONDATA D’ABBAGNANO DIRETTA DA GREGORY CLASSICI UTET, Tipografia ‘Toso, via Capelli, Torino. È difficile isolare, nell'àmbito della filosofia contemporanea, un indirizzo che possa essere caratterizzato in maniera univoca, e al tempo stesso esaustiva, con la designazione di storicismo ». Ciò dipende in primo luogo dal fatto che il termine storicismo » — così come si è venuto diffondendo a partire dagli anni ’20, dapprima in Germania e poi in Italia. Cattaneo, Aconzio, Vico, Galilei, nato Paolo Rossi, adottato dalla zia materna, Monti, Vico, Vinci, Garin, Banfi, la storia della nazione italiana, Vico e la storia della nazione italiana, favola antica, dalla magia alla scienza, bruno.  l’implicatura di Vico.  Grice. St John’s. Back from the Admiralty, and “re‑philosophising” myself at Merton—where the place keeps one conscientiously abreast of all the new things one already knows one does not need to know. We share more with the Italians than either nation cares to confess. We stopped being enemies on the very same day. (Why are wars declared, by the way, but never un‑declared?) Anyway: Merton has its novelties, and Austin—bright chap, that—would put it thus: one doesn’t unknow anything, because one doesn’t unperform either. (A phrase of his that sounds like a joke until you discover it isn’t.) One of the “new things” (which I certainly do not need to know, and therefore immediately know) is that Rossi has been laurea‑lised, as the Italians say. The Gazette reports that the ceremony took place in Florence. Garin, as relatore, commemorated Apollo and Daphne and—one imagines—installed the traditional wreath upon Rossi’s head. “What for?” Strawson asks. He is there, of course, as my straight man. “Rossi is free,” I say. “No more tutorials, no more classes. He has a laurea. He has a tesi. He is, by Italian statute, an expert.” “On what?” says Strawson. “Strawson,” I reply, “your chronic inability to catch my implicatures continues to try my Christian charity. I told you: the man is free. His tesi is on La libertà.” “Very Italian,” says Strawson, dryly. “As per Spinoza, as per Epictetus, as per—who? Surely you don’t just write a thesis on Liberty and get leaves on your forehead.” “Quite right,” I say. “No thesis is allowed to be simply on what the candidate happens to think—because the implicature (the delicious, bureaucratic implicature) is that he is not yet a philosopher. He is learning to be one; he has been taught to be one. It is safer, you see, to anchor your alleged freedom in a respectable fetter.” “And whose fetter is Rossi’s?” says Strawson. “Martinetti’s,” I say. “The great Piero Martinetti. Officially he has liberated Rossi from the fetters of Florence—and, indeed, from Garin himself.” “From Garin?” Strawson says. “But Garin is the relatore.” “Exactly,” I say. “Nobody thinks a thesis without the shadow of the relatore; and usually the shadow of the shadow of the co‑relatore, who will mind every p and every q on your behalf. Martinetti, at least, has the decency to be a fetter you can quote.” Strawson, spoiling it all—as he does—closes with: “But who freed Martinetti? That’s the question.” “By the same token,” I add, “who killed Cock Robin?” —and so on, and so forth, and we are off.Grice: Rossi, lei mi tira sempre verso la storia come se fosse un dovere civile. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: a Vadum Boum lo “storicismo” suona già un po’ continentale, mentre a Bononia pare una forma di educazione sentimentale. Rossi: A Torino, invece, è quasi igiene mentale. E poi lo storicismo non è un vezzo: è il modo in cui ci ricordiamo che le idee non crescono in serra. Se vuole, lo chiami pure con un’etichetta tedesca: 𝔖𝔱𝔬𝔯𝔦𝔠𝔦𝔰𝔪𝔲𝔰. Qui non ci spaventa. Grice: Appunto; e precisamente dopo quella conversazione con Speranza mi è scappata un’implicatura che non ho nemmeno dovuto dire. Quando voi parlate di 𝔖𝔱𝔬𝔯𝔦𝔠𝔦𝔰𝔪𝔲𝔰 come se fosse l’aria che si respira, state lasciando intendere—senza dichiararlo—che a Vadum Boum noi siamo storicamente “poveri” e dunque teoricamente “ricchi”: da noi, a parte quella gita acquatica di Giulio Cesare nel 55 e 54 a.C… anzi, aspetti: 55 e 54 a.C. corrispondono a 699 e 700 ab Urbe condita. E allora uno si attacca a Romolo per avere almeno un inizio decente: 753, 1 a.U.c., così la storia smette di essere un rumore di fondo e diventa un calendario. E capisco perché a Bononia lo storicismo sembri più naturale: lì Roma è sotto i piedi; qui, al massimo, è nel sillabo. Rossi: Implicatura storicista la sua, Grice, come Speranza la metterebbe. E mi piace proprio perché non fa la predica: fa vedere l’asimmetria. Da un lato l’università che nasce letteralmente sul sedimento romano; dall’altro il vostro ford che deve inventarsi una romanità di biblioteca. Eppure è lo stesso impulso: se non hai rovine, fai genealogie; se non hai genealogie, fai date; se non hai date, ti inventi un Romolo. In fondo, lo storicismo è anche questo: un modo elegante di ammettere che pure la “poca storia” è già una storia—solo più ironica. Rossi, Paolo (1946). La libertà. Firenze. Relatore: Garin

Pietro Rossi (Torino). Storico della filosofia. Strawson: What are you reading? Grice: Just in from Blackwell’s. I’ve not started it yet—I’m only reading the introduction. Strawson (dryly): I hate it when the introduction uses up every ounce of attention one was prepared to give the book. Grice: This is different. Strawson: How so? Grice: It’s Italian. Their introductions are—how shall I put it?—twice the normal length by constitutional law. Strawson: So—what’s it called? Grice: Don’t rush me. It’s Einaudi, and the author’s name is right there on the cover—look. (Grice turns the book so Strawson can see it.) Strawson: Yes, yes. But did you read the small print on the second page? Grice: No. Strawson: Do. Grice (reads): Kritik der historischen Vernunft. Strawson: You knew it all along. You weren’t reading Rossi; you were reading Dilthey—Kant reborn, as the Italians would say, in translation. Grice: Kant reborn—and twice as long, because he’s been born Italian.   Grice: How many critiques of how many reasons are we going to have? Pure reason, practical reason, historical reason—soon we’ll need a critique of the critique. Strawson: At least yours would be short. Grice: Not at all. My “Critique of Conversational Reason” has been a long time coming. You tucked it into that notorious footnote in your Introduction to Logical Theory. Grice: A footnote is where a man puts what he most wants read, while pretending not to insist.  Rossi, Pietro (1954). Introduzione alla Critica della ragione storica. Einaudi. Torino

Gian-Carlo Rota (Vigevano, Pavia, Lombardia): la ragione conversazionale e la lavagna del gruppo di gioco –Grice: “Many Italian philosophers would not consider Rota an Italian philosopher seeing that he earned his maximal degree without (not within) Italy! And right they would, too!” Saggi: “Pensieri discreti” (Garzanti). Dizionario biografico degl’italini. Palombi, “La stella e l’intero – la ricercar di Rota tra matematica e fenomenologia” (Boringhieri); Senato, “Matematico e filosofo” (Springer).  Aune: “I left the play group when I realised that Grice could care less about blackboards!” Keywords: il primate dell’identita, Whitehead, fenomenologia, Husserl, Heidegger, tra fenomenologia e matematica, la stella e l’intero, discrezione, indiscrezioni, combinatoria e filosofia, la lavagna del gruppo di giocco. Grice: St John’s — Bostock and the book St John’s. I rather like Bostock. He takes logic so seriously you begin to suspect it might actually be philosophy; and he takes mathematics even more seriously—so seriously, in fact, that he regards “non‑mathematical logic” as either a misnomer or an oxymoron, or both. Today he arrived with a thick book under his arm, the way a boy arrives at confession—prepared to admit everything except doubt. “What’s that?” I asked. “A book, sir.” “Shakespeare?” “No, sir. Fondamenti combinatori—by Gian—” (and for once I heard an Englishman pronounce Gian correctly: /dʒan/) “—Carlo Rota.” He even rolled the r as if it were a small wheel, which is what rota means in Latin and Italian—though not, alas, in French. “And what is it about?” I said. He took his time—an impressive interval, as if consulting not the book but Providence. “Well… the first part is about fondamenti, and the second about combinatori.” “So: does he manage to combine them fundamentally?” I was going to say, “Does he manage to fundamentally combine them?” but a tutor never splits his infinitive: it gives the undergraduate ideas about what may be split. Bostock’s answer was honest and eschatological at once—appealing, as it were, to Cantor’s Paradise. “God knows.” “Yes,” I said. “And for once, Bostock, I have the distinct impression God is keeping it to Himself.” Bostock nodded with a sort of reverence. The book remained under his arm like a relic that had refused to perform a miracle on demand. (Rota was one of those Italians who became “less Italian” by doing the most Italian thing imaginable: leaving Italy in order to be taken seriously. He made a career in combinatorics and probability, and then—like a properly educated heretic—kept returning to philosophy just often enough to irritate both departments. The mathematicians suspected him of literature; the philosophers suspected him of theorems. He met them halfway: writing about “discrete thoughts” as if the adjective were doing double duty—technical on Monday, metaphysical by Thursday. And of course there was the final irony: in Italy they would deny he is a philosopher because he took his highest degree abroad; in America they would treat him as a philosopher precisely because he refused to behave like a specialist. Either way, he won: he found the one discipline whose national passport is irrelevant—good work on a blackboard. (And yes: it helps if the blackboard survives the encounter.) there’s overlap, but it’s mostly oblique, and that mismatch is exactly why a Bostock-type Oxford logician would be cool (even dismissive) about “Rota” as his kind of logic. 1) What “logic” Bostock/Oxford were mostly doing (when it overlaps with Grice) In the Oxford “Sub-Faculty” orbit you’re invoking, “logic” typically means things like:  formal proof systems (natural deduction, axiomatic systems), metalogic (soundness/completeness, consistency, decidability), model theory (structures, satisfaction), plus the more philosophical side: logical form, quantification, reference, and the interface with ordinary-language analysis.  That’s the ecosystem in which someone like David Bostock sits: logic as syntax + semantics + proof, often with a canonical predicate-calculus core. 2) What Rota was doing (and why it isn’t “Oxford mathematical logic”) Rota’s big early mathematical identity is:  combinatorics (especially incidence algebras, Möbius inversion, combinatorial geometry / matroids), often articulated with algebraic structures (posets, lattices, generating functions), and a very “mathematician’s” notion of foundations (unifying techniques, not founding a formal system).  That’s “mathematical” and it’s “foundational” in one sense, but it’s not foundational in the Hilbert/Tarski/Kleene sense that Oxford logicians would instinctively hear in “foundations.” So for Bostock, Rota’s “foundations” is likely to sound like:  “Foundations” meaning conceptual unification inside mathematics, not metalogical foundations of mathematics.  3) Where Rota does touch logic (why you’re not imagining the connection out of thin air) Even if the cultures are different, there are genuine bridges:  Möbius inversion / incidence algebras behave like a kind of calculus of inclusion–exclusion, which is close in spirit to Boolean-algebraic reasoning (and hence to propositional logic’s algebraic side). posets and lattices sit right next door to algebraic logic (Stone duality, Boolean algebras, Heyting algebras), even if Rota is not doing proof theory. combinatorial geometry / matroid theory connects to the “dependence” structures that logicians meet (indirectly) in model theory and independence phenomena—though that’s more a later, specialist bridge than an Oxford tutorial bridge.  So: yes, there’s a mathematical adjacency that a logician can appreciate; but it isn’t the bread-and-butter of Oxford philosophical logic. 4) Why a Bostock-type logician might still “show it off” to Grice This is where your scene can be psychologically right even if disciplinary borders are real:  To a logic-proud undergraduate, “combinatorics” can look like logic with muscles: exact, rule-governed, and (crucially) non-metaphysical. And to a Grice, it can look like a new species of “formal reasoning” that might feed into his own interests in rules, calculation, and rational constraint (even if not “logic” proper).  So Bostock shows it off as:  “Look—this is what real rigour looks like when it leaves the toy examples.”  Grice, being Grice, then turns it into a joke about whether it’s really foundations, or just “fancy counting with a conscience.” 5) How it fits Grice’s “mathematical logic” in the broad sense Grice’s own work isn’t mathematical logic; but he’s constantly flirting with:  formal operators (negation, conditionals, quantifiers), inference patterns (what follows from what under rational constraints), and later quasi-formal talk of conversational “rules” and “moves.”  Rota fits that Gricean horizon in a very particular way:  not as a provider of proof theory, but as a provider of an image of rational structure: rules + permissible transformations + invariants (what stays the same under re-description), i.e., “calculation” as a model of disciplined thought.  So the fit is: Rota gives Grice a metaphorically usable mathematics of structure, not a directly importable logical apparatus for implicature. Bottom line  Why yes: shared obsession with structure, rules, rigour, and “foundations” as what makes a practice possible. Why no: Oxford logic (Bostock) is about formal languages, proof, semantics; Rota is about mathematical structures and combinatorial invariants—a different kind of foundations.Grice: Rota, mi è capitato di parlarne ieri, di sfuggita, col collega filosofo Speranza: sosteneva che lei non è davvero “italiano” finché non ha litigato almeno una volta con una lavagna. Io gli ho risposto che, nel mio caso, la lavagna mi ha sempre litigato addosso per prima. Rota: Ah, Speranza… ha il fiuto delle cose essenziali. E poi io vengo da Vigevano: lì la ragione conversazionale passa per il gesso e per la combinatoria. Senza lavagna, Whitehead diventa arredamento e Husserl resta in tasca come un biglietto del tram. Grice: Giustamente; e proprio dopo quella conversazione con Speranza mi sono sorpreso a fissare la parola “lavagna” come se fosse un argomento. Non lo dico, ma si capisce: quando uno insiste sulla lavagna, sta lasciando intendere che il pensiero vuole una superficie pubblica, non solo una coscienza privata. E mi sono anche chiesto da dove venga il termine: pare che “lavagna” sia legata alla pietra “lavagna”, cioè l’ardesia, dal latino medievale “lapis” e dalla famiglia di “lavare”, perché quella superficie si cancella, si pulisce, si rifà. Insomma: un supporto nato per essere riscritto, come le nostre premesse. Rota: La sua implicatura è lavagnesca, come la metterebbe Speranza: cancellabile, riscrivibile, eppure testarda come l’ardesia. E infatti la lavagna è la morale del gruppo di gioco: non è un monumento, è una partita. Ci scrivi, sbagli, cancelli, e il gesso ti ricorda che anche l’identità è fatta di tracce e di correzioni. In fondo, la filosofia sulla lavagna è discreta: appare a colpi di segno, e sparisce quando ha fatto il suo dovere. Rota, Gian-Carlo (1964). Fondamenti di teoria combinatoria.

Amedeo Rotondi (Vivocaro, Roma, Lazio): la ragione conversazionale a Roma antica. I primi anni di attività della sua “libreria delle occasione” sono piuttosto travagliati in quanto le autorità fasciste, infastidite dalla tipologia eterodossa dei testi in vendita, operano diversi sequestri e infliggono sanzioni. Costretto a chiudere la libreria per evitare il richiamo alle armi della repubblica sociale. Considerato disertore, si rifugia con la famiglia a Vicovaro. Individuato in seguito ad una delazione, riesce fortunosamente a sfuggire alla cattura e si allontana verso le montagne che circondano il paese, inseguito dappresso da tedeschi. Disperando di potersi salvare, si nasconde nei pressi di una casa abbandonata, popolarmente ritenuta abitata dagli spiriti e qui avviene l'evento fondamentale sopra descritto che cambia la sua vita e le sue convinzioni, aprendolo alla conoscenza del mondo spirituale. Improvvisamente ha una visione folgorante nel nielo. Sedetti a contemplare la scena. Una catena di globi luminosi dall'alto scendevano fin giù, penetravano nella terra, poi altri che risalivano e poi ridiscendevano come per riunirsi in un misterioso convegno. Si senteno delle voci indistinte. Si trattiene ad osservare tale spettacolo misterioso salvandosi, in questo modo, dal rastrellamento in corso nel vicino paese di Roccagiovine. Questo primo decisivo contatto con il para-normale  raccontato in "Il protettore invisibile". Tale evento rappresenta l'inizio del suo studio e del suo interesse nei confronti dell'esoterismo e della spiritualità. Pubblica massime, proverbi e aforismi di Roma antica. Dà alle stampe “L’arte del silenzio e l’uso della parola”, un originale e lungimirante saggio il cui intento si manifesta già dalla dedica, firmato con lo pseudonimo di Vico di Varo, derivato chiaramente dal suo paese natale. Roma antica, antica Roma, le perle, Vicovaro, filosofia fascista, il veintennio fascista.  Grice, St John’s, 1946 — “Corriere librario” Back from the Admiralty, the first thing that strikes you is the sheer quantity—my word if ever there was one—of what the Americans, with whom I’d been thrown into conversational intimacy ever since that Pearl Harbor business, cheerfully call “trash mail.” It’s all been deposited—neatly, faithfully, inexorably—into the little wooden slot by my staircase at St John’s: my post-box, or “mailbox,” if one insists on the transatlantic idiom that kept turning up, like spam before there was spam. The most recent arrival is the first number of something calling itself Corriere librario. I rip it open with the sort of eagerness one usually reserves for good news or bad gossip; and I find myself thinking—inevitably—about the word corriere. It is an oddity. The Romans, I take it, had little use for it. Cicero did not “run” his letters anywhere; he either walked, or handed the thing to a slave, who handed it to another slave, who handed it to yet another slave, until it reached the addressee and became—by sheer chain-of-custody—communication. (Editorial note for Copilot, strictly parenthetical: “Corriere,” as in Corriere della Sera, is basically “courier” / “news-runner,” cognate with correre, “to run”—because the news is something one runs with, unless one doesn’t.) But Corriere librario is not really a runner; it’s a pusher. “Librario” gives the game away: this is not a newspaper, it’s a trade circular—part bibliographical bulletin, part shop-window, part self-advertisement—meant to keep Rome’s book-people talking to one another, and, in Rotondi’s case, meant to keep Rotondi’s bookshop alive by keeping it in everybody’s mouth. Which, in 1946 Rome, may indeed be the best thing that can happen to a bookshop: to be talked into existence again. There is a contributo by Rotondi. I can’t help noticing the rhetoric: contributo—not “article,” not “piece,” not “note,” but “contribution,” as if the journal were already a public work, a civic enterprise, a small reconstruction project conducted in print. Very post-war. We rebuild bridges; the Italians rebuild bibliographies. And yet: the title Corriere still nags at me. It promises speed, urgency, legs. But a bookseller’s “courier” doesn’t run; he circulates. He doesn’t carry news to the public; he carries books to the initiated, and he does so not by running but by insinuation—by recommendation, by a whispered “I have something for you,” by the ancient Roman method of getting a text from one hand into another until it becomes, by repetition, a shared object. So the punchline suggests itself: If corriere is etymologically about running, then corriere librario is the comic modern version of Cicero: a courier who never runs, but makes other people run—toward titles, toward editions, toward that small, addictive form of desire we call “a book one must have.” Or, if you prefer it more Gricean: A “Corriere” doesn’t primarily carry books; it carries implicatures: if this title is announced here, you are meant to infer that you should go and buy it—preferably from Rotondi.Grice: Rotondi, lei con Roma antica ci vive come altri vivono con l’orologio: sempre addosso. Me lo diceva ieri, di sfuggita, il mio collega filosofo Speranza: “Con Rotondi anche il silenzio sembra avere una dedica in latino.” Rotondi: Caro Grice, a Vicovaro il latino non è un vezzo: è un modo di tenere a bada il presente. E poi, dopo una libreria “eterodossa” sotto il fascismo e una fuga tra i monti, uno impara che le parole possono salvarti la pelle oppure fartela perdere. L’arte del silenzio, appunto: e l’uso della parola. Grice: Già. E, dopo aver chiacchierato con Speranza, mi accorgo che qui c’è un’implicatura che mi scappa fuori da sola: quando lei parla di Roma antica, io sento come se Roma mi corresse nelle vene. Non perché io voglia fare il romano d’importazione, ma perché—e questo lo capisce chi ha avuto una formazione classica da adolescente, quando “o ce l’hai o non ce l’hai”—a Clifton mi hanno messo il latino in tasca prima ancora della tessera dell’autobus, e poi a Vadum Boum con la Lit. Hum. mi sono ritrovato a respirare declinazioni come aria. Così, quando lei dice “massime” e “aforismi” di Roma antica, io non sento solo un archivio: sento un’abitudine del sangue. Rotondi: La sua implicatura, come direbbe Speranza, nasce da uno di quei sette colli—anche se lui, poveretto, non saprebbe dirci quale. E il punto è proprio questo: certe cose si imparano quando si è ragazzi, non quando si è già professori. Lei non sta dicendo “sono romano”; sta lasciando intendere che la classicità, presa in età giusta, diventa una seconda circolazione. E allora capisce perché a Roma antica la ragione è conversazionale: non è dottrina, è abitudine—come il passo in salita, come il fiato che viene su senza che ci pensi. . Rotondi, Amedeo (1946). Contributo. Corriere Librario.

Pier Aldo Rovatti (Modena, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale dei giocchi e gl’uomini –Grice: “I do not know any other philosopher other than me or Austin who, like Rovatti, is obsessed wiith the concept of a ‘game’!” Studia fenomenologia a Milano con PACI. Insegna a Trieste. Si occupa dei rapporti tra fenomenologia e marxismo pubblicando “Critica e scientificità in Marx” e poi focalizzando in vari saggi il tema dei bisogni con riferimento anche alla psico-analisi. Le questioni concernenti il “pensiero debole” diventano il punto di partenza di “La posta in gioco: il soggetto” (Bompiani, Milano); “Abitare la distanza”, “Il paiolo bucato: la nostra condizione paradossale” (Cortina, Milano); “La follia in poche parole” (Bompiani, Milano); “L'esercizio del silenzio”; “Possiamo addomesticare l'altro? La condizione globale” (Forum, Udine); “Inattualità del pensiero debole” (Forum, Udine). Queste questioni riguardano soprattutto la possibilità di una «logica paradossale» e si articolano intorno ai temi del gioco, dell'ascolto e dell'alterità, tutti collegati alla questione della soggetto. Saggio su PACI.  Dalla filosofia del gioco nascono anche “Per gioco: piccolo manuale dell’esperienza ludica” (Cortina, Milano); “La scuola dei giochi” (Bompiani, Milano); “Il gioco di Wittgenstein” (EUT, Trieste). Si interessa alla consulenza filosofica, con “La filosofia può curare? La consulenza filosofica in questione” (Cortina, Milano). Altre saggi: “Il coraggio della filosofia” in «aut aut».  Tiene una rubrica sul quotidiano "Il Piccolo" di Trieste, “Etica minima”. Racoglie "scritti corsari" (cfr. Pasolini) in vari saggi: “Etica minima – saggi quasi corsair sull’anomalia italiana” (Cortina, Milano); “Noi, i barbari – la sotto-cultura dominante” (Cortina, Milano); “Un velo di sobrietà” (Saggiatore, Milano); “Accanto a una sensibile sintonia”. Grice: “As Rovatti shows, it is possible to conceive of conversation as a GAME, with its own RULES, and MOVES. i giocchi e gl’uomini.  Grice (Merton), 1967 — “Whitehead in Milan” Grice (scribbling in the margin of a library catalogue, Merton, 1967): I don’t quite remember why I was sent over to the Sub-Faculty—something administrative, no doubt. But I’ve found the only tolerable corner: the library’s “New Accessions,” where at least the books can’t yet pretend to be wise. (He flips through the continental arrivals.) Well. This is rich. We have a new eminence on Whitehead—from Italy. The Italians, with their usual sense for ceremonial metaphysics, have just tied the laurel wreath on a young man at the State University of Milan: one Rovatti—Modena, naturally; so even his abstractions will have rules. Title of thesis: Whitehead. No subtitle. None needed. In Italian it sounds like a children’s nickname—Testa bianca—and that, frankly, is already a thesis statement. Thomson (happens to be at the next table, peering over the catalogue as if it were evidence): Of course it’s about his parallel universes. Grice: You mean—process metaphysics. Thomson: Call it what you like. On what else can you write a tesi di laurea in filosofia teoretica called Whitehead? The man wasn’t even a philosopher. He was a mathematician who—having done the respectable thing—left. Grice: Thomson is right: Whitehead held mathematics at Cambridge. Which, once translated into the Milanese key, becomes so esoteric it passes for not only teoretica but—marvellous thought—pratica too, because the Italians rarely have the latter and therefore import it under false pretences. (He pauses, then adds the Oxford aside, half to Thomson and half to the gods of terminology.) One imagines filosofia teoretica is contrasted with filosofia pratica—as if one were done sitting down and the other standing up. But in Milan the contrast is simpler: teoretica means “with Greek,” and pratica means “with committees.” Thomson: So who supervised this laurelisation? Grice: Ah—here the comedy becomes philology. The thesis is blessed under two maxims at once: the Maxim of Relation—Paci; and the Maxim of Co‑Relation—Geymonat. If that doesn’t make you believe in academic redundancy, nothing will. Thomson: And Rovatti—does he end up a Whitehead man? Grice: Who knows. Whitehead is the sort of philosopher one writes on at twenty-four to prove one has lungs. Then one spends the rest of one’s life trying to breathe normally again. But I can already see the future Italian move: today process; tomorrow gioco. They will discover that metaphysics can be played—rules, turns, forfeits, the whole thing. The only question is whether they will admit it’s a game, or insist it’s teoretica. Thomson: What’s the punchline, then? Grice: The punchline is institutional: in Oxford a “thesis” is something you write; in Milan it is something you receive, like a wreath. And once you receive a wreath for Testa bianca, you are committed, for life, to explaining why the title wasn’t already the joke.Grice: Rovatti, lei non può capire: ieri, parlando di sfuggita col mio collega filosofico Speranza, mi sono sentito dire che io e Austin saremmo “ossessionati” dal gioco. Io ho risposto: benissimo, ma allora lei è il terzo della triade, e per di più emiliano: quindi con più disciplina nel divertimento. Rovatti: Disciplina nel divertimento: mi piace. A Modena, se dici “gioco”, ti chiedono subito “quale?” e “con quali regole?”, e poi ti offrono un caffè come se fosse una clausola del regolamento. Ma sì: i giochi e gli uomini, e soprattutto le mosse. Grice: E infatti, come dicevo dopo aver chiacchierato con Speranza, mi lascia perplesso una cosa: perché i filosofi, che hanno fame di generalità, parlano del “gioco conversazionale” come se fosse uno solo? Io non lo dico apertamente, ma si capisce: chi dice “il” gioco sta suggerendo che esista un unico regolamento, una sola partita, una sola tavola. E invece sono giochi, giocchi, partite diverse: interrogatorio, confidenza, disputa, flirt, lezione, pettegolezzo. Cambiano la posta, cambiano le mosse, cambiano persino i falli. Rovatti: Implicatura giocosa, Grice, come la metterebbe Speranza; o, se vuole, un’implicatura “da gioco”, come direbbe lui. E qui l’inglese aiuta: game è la cornice generale, la struttura con regole; play è l’atto del giocare, l’andare in scena, la libertà concreta del gesto. In italiano possiamo provare a rendere la distinzione così: gioco (sistema) / giocare (pratica); oppure gioco (genere) / partita (occorrenza); oppure gioco (regole) / recita o gioco scenico (esecuzione); e perfino, se vogliamo essere più tecnici, gioco (istituzione) / ludere (ludicità in atto). Così capiamo perché “il gioco conversazionale” al singolare è comodo: è una generalità che fa risparmiare fatica—ma ogni volta che parliamo, in realtà, stiamo già giocando una partita diversa. Rovatti, Pier Aldo (1966). Whitehead – Universita Statale di Milano. Filosofia teorica. Relatore: Paci. Correlatore Geymonat.

Carlo Alberto Rovere. Grice (1954, St John’s): Austin introduced us yesterday to his latest bout of the Symbolical—and it has left me with a wicked thought. Suppose I lay in my bath and come up with a new lingo—call it Deutero‑Esperanto—which nobody speaks (except me, that is). Why can Austin go symbolic and not I? There is, after all, no law against private languages so long as you don’t ask other people to use them. Strawson, meanwhile, has taken to wintering at Monte Carlo—an arrangement he describes, with that calm air of moral entitlement, as “necessary for health.” He brought back a scrap of Riviera lore. “They don’t speak Italian there,” he said, as if I were about to complain. “But Monaco is an Italian word,” I said. “Monk.” “Yes,” he replied, “but the further you go towards the best, the more provincial it feels.” “Provençal,” I corrected. “The more Provençal it feels.” He waved this off—Strawson cannot distinguish a capital from a lower‑case unless it’s in his paper—and pressed on. “It’s what Rovere once dreamed of,” he said, “or—if I’m not allowed to say that—what one dreamed via Rovere.” “What?” I said. “Get to the point. I haven’t all day; I’m meant to be improving the minds of the young.” “Well,” he said, “an Italian state official—Carlo Alberto Rovere, 1888—had the cheek to propose to Mistral himself that Provençal be adopted as the political lingua franca of a Latin Union.” “The universal language of what?” I asked. “Your idiotisms are tempting.” “Not universal,” he said. “Political. A language for diplomacy. For an Unione Latina.” “A Union?” I said. “As in the Oxford Union? Debates, ballots, and port?” “No,” he said. “As in: the mere idea of a Union—Latin peoples pretending they can be made coherent by a consonant with a little hook under it.” “Ah,” I said. “So we have moved from Wilkins’s characteristica universalis—a language for reasoning—to a language for agreeing in public. Not truth, but protocol.” “And Mistral?” Strawson asked. “Mistral,” I said, “did what any sensible poet does when confronted with political enthusiasts: he asked his secretary to draft a diplomatic reply. Which is to say: a refusal that tries to sound like an invitation.” At which point Strawson, who had been glowing with Monte Carlo certainty, grew oddly quiet. “Where does Willoughby live?” he asked, suddenly. “Somewhere in Provence,” I said. And he understood at once—without being told—that somewhere is sometimes not geography but a confession: either I don’t know, or I can’t be bothered, or I am politely declining to be recruited into his fantasy of precision. It is astonishing what one can smuggle into “some‑”. Punchline: The Viennese wanted one language for science; Rovere wanted one language for Latins; and the English—being English—wanted one language for themselves, but called it “ordinary.” Rovere, Carlo Alberto (1888). Provençal come lingua franca, Unione Latina, via Mistral et le Félibrige, Monaco.

Terenzio Mamiani delle Rovere (Pesaro, Marche): la ragione conversazionale, o le confessioni di un meta-fisico romano. The family originates in Albisola, Savona, Liguria. Filosofo. Il giure civile del popolo italiano ha nel testo della legge positiva e speciale autorità sufficiente da soddisfare la giustizia ordinaria e da risolvere i dubii e acquetare le controversie intorno agl’interessi e agl’ufficii d'ogni privato cittadino. Di quindi nasce che possono alcuni curiali riuscire segnalati e famosi al mondo con la sola abilità del pronto ricordare, dell’acuto distinguere e dell'interpretare acconcio e discreto. Al giure delle genti occorre, invece, assai di frequente la discussione delle verità astratte. Perocché esso è indipendente e superiore all'autorità della sopra-citata legge. Si connette immediatamente al giure naturale che è al tutto razionale e speculativo. Spesso gli è forza di riandar colla filosofia sulle fondamenta medesime dell’ordine sociale umano, e spesso altresì non rinviene modo migliore per risolvere i dubii e acquetare le discrepanze fuor che indagare i grandi pronunziati della ragione perpetua del diritto, chiariti, dedotti e applicati mercé della scienza. Poco importa se i meta-fisici si bisticciano. Ma non va senza danno del genere umano il discordare e il traviare de' pubblicisti. E già si dice che il fine criterio degl’uomini illuminati coglie il certo e il sodo della scienza, ma non la crea e non l'ordina. La demenza degl’uonini fa talvolta scandalosa la verità. Laonde ella ha a pronunziare di se medesima. Non venni a recare la pace in mezzo di voi, sibbene la spada. confessioni di un metafisico, il rinnovamento della filosofia antica italiana, Vico, Cuoco, Cicerone, Roma antica, gl’antichi romani, il foro, il caso di Nizza, la communita di sangue.  The Chevalier’s Hymns Grice (1926): Dear Mother, Life “by the Bridge” continues—remnant, as we say at home. Cricket remains exciting; the piano less so, though I practise dutifully. My music master is either French or pretends to be. He refers to my exercises as my “odds and ends,” with an accent that seems to treat English as a hobby. He also recommends—always recommends—that I “do more with Powell.” Powell is our resident singer. I refrain from saying “tenor,” because it injures him; he prefers to think of himself as an instrument rather than a category. This afternoon Powell appeared (as he does, quietly, like a moral requirement) with a book: a small, slim volume, the sort that looks as if it has been exiled from its own library. “Perhaps you can set one of these,” he said, “to music.” “One of what?” I said, because it is best, when confronted with culture, to begin with ignorance. He held it up like evidence. Inni Sacri—by the cav. Terenzio Mamiani della Rovere. Paris, Per li Torchi di Éverat. “Is that French for ‘Everest’?” I asked. Powell ignored this—singers have the special gift of ignoring questions that are merely conversational. “Read one,” he said. “Out loud.” So he began to recite—already half-singing, as if the page had been waiting for his larynx. He made the Italian sound solemn in that English way: as if holiness were a matter of correct pronunciation. And, as he read, it dawned on me—slowly—that the odd thing about sacred hymns is not their piety, but their publicness. A hymn is the respectable form of an implicature: you do not quite say what you mean, because you want a chorus to mean it for you. “I don’t see,” I said, “why he calls them sacri. If they were profani, perhaps I should bother. ‘Sacred’ is what you call something when you wish it to be immune from cross-examination.” Powell looked wounded. “But he was in exile,” he said, as if exile were itself a key signature. “Exile,” I said, “is often what one calls Paris when one wishes to sound principled.” Powell persisted. “He moved in the salon of Cristina di Belgiojoso,” he added—he has an appetite for names, like a choirboy for incense. “Then,” I said, “he was not exiled from conversation. Only from the sort of conversation that takes place in Rome without having to ask permission.” This pleased me as a thought, and displeased me as a moral. For the more Powell sang, the clearer it became that Mamiani’s Inni were not really for God at all, but for an audience that wanted to believe in God, Italy, and their own sincerity—simultaneously, and without logical strain. In short, Mother: they are hymns in the same sense that certain school prayers are prayers—a performance whose point is to make one’s feelings look like a duty. Powell finished, expectant. “And?” he said. I said the only charitable thing that came to mind: “It’s very good,” I said, “provided one takes it as what it is: not theology, but the politics of the soul set to a tune.” He brightened. Then he asked whether I would accompany him. I did. Not out of piety, but out of what you taught me was better: good manners under duress. Your affectionate son, PaulGrice: L’altro giorno, qui alla villa di Albisola, parlavo con il mio collega filosofico Speranza, che come sai ama passare di qui quando il mare aiuta il pensiero; ci siamo trovati a sorridere su quanto certe opere sembrino confessioni e invece siano esercizi di ingegno ben temperato. Rovere: Albisola fa questo effetto: rilassa l’animo e affila la mente. E poi le confessioni, quando non chiedono assoluzione, diventano subito più interessanti. Grice: Proprio così; e, come io e Speranza stavamo conversando su questo, ci chiedevamo entrambi se non fosse la loro genialità a consistere nel non prendere mai del tutto sul serio il proprio metafisicare, lasciando intendere più di quanto dichiarino. Rovere: Quasi metafisica la tua implicatura, Grice, e sono certo che Speranza sarebbe d’accordo: ringrazio, perché coglie il punto senza appesantirlo. In fondo, quando la metafisica sa anche sorridere di sé, diventa confessabile senza essere penitente. Rovere, Terenzio Mamiani Della (1833). Inni sacri Paris, Per li Torchi di Éverat,

Ugo Basso Dalla Rovere. Rovere, Ugo Basso Dalla (1897). L’arte d’imporvvisar versi.

Sergio Rubellio Plauto (Roma, Lazio): la ragione conversazionale della filosofia sotto il principato di NERONE. Portico. Uomo di carattere encomiabile e studi filosofici che si ritrova al centro delle faide tra Agrippina e il figlio princeps NERONE per la sua ascendenza imperiale -- egli e cugino di secondo grado del princeps in quanto figli di cugine nipoti di Tiberio e bisnipoti adottive d’OTTAVIANO -- venne prima esortato, insieme alla moglie Antistia Pollitta figlia del console Lucio Antistio Vetere, a ritirarsi, verosimilmente dopo aver ricoperto solo la questura, nei possedimenti familiari in Asia e poi ucciso con la testa mozzata riportata a Roma. Nel mezzo di tali vicende, brillò in cielo una cometa, che la credenza popolare interpreta come segno di cambiamento del re. Quindi, come se già  Nerone fosse stato cacciato, ci si domanda su chi sarebbe caduta la scelta, e sulla bocca di tutti correva il nome di R., la cui nobiltà derivava, per parte di madre, dalla famiglia Giulia. Amava le idee e i principi del passato, austero nel comportamento, riservato e casto nel privato, e quanto più cercava, per timore, di passare inosservato, tanto  più si parlava di lui. Le chiacchiere sul suo conto presero consistenza, quando si diede, con altrettanta leggerezza, l'interpretazione di un fulmine. Infatti, mentre Nerone banchettava presso i laghi di Simbruvio, in una villa chiamata Sublaqueum, i cibi furono colpiti dal fulmine, che mandò in pezzi la mensa, e ciò si era verificato nel territorio di Tivoli, da cui proveniva il padre di R., sicché la gente credeva che il volere degli dèi l'avesse destinato alla successione, e parteggiavano per lui non pochi, per i quali vagheggiare avventure rischiose è una forma di ambizione suggestiva, ma in genere illusoria. Scosso dunque dalle voci,  Nerone scrive una lettera a R.: lo invitava a farsi carico della tranquillità di Roma e a non prestarsi a chi propalava chiacchiere maligne: aveva, in Asia, terreni ereditati, in cui poteva passare, al sicuro, una giovinezza lontana da torbidi. Così R. là si ritirò con la moglie Antistia e pochi amici.Tacito, Annales. Roma.  GRICEVS: Heri, dum leviter de rebus gravibus loquerer, philosophum Spes nominavi—virum qui plus intellegit ex eo quod non dicitur quam ex eo quod dicitur; atque tum mihi subiit cogitatio de Nerone, cui philosophia deesse videbatur, et tamen non omnino abesse. RVBELLIVS: Lepide dicis, Grice; nam sub principatu illo etiam silentium sonabat. Ubi sapientia non apparet, ibi saepe vestigia eius latent, ut umbra lucis. GRICEVS: Ita est; et, ut cum Spes colloquebamur, intelleximus—sine verbo—ipsam defectus rationem numerari posse inter rationes: quod philosophia ibi erat, ubi non erat; et absentia ipsa munere quodam fungebatur. RVBELLIVS: Implicatura tua, ut Spes velit, animum meum accendit, sed benevole. Nam philosophia—φιλοσοφία, amor sapientiae—non exigit sapientem perfectum, sed amantem. Et si sapientia, illa femina Latina, SAPIENTIA, etiam a Nerone amata est, licet ruditer et crudeliter, amor tamen fuit; nec negari potest quin etiam sub tyranno philosophia, deformis forsitan, viveret.

Evangelista Torricelli Ruberti (Pideura, Faenza, Ravenna, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale -- la natura abhorre il vuoto, o la tromba di Gabriele. Studia a Faenza e Roma sotto CASTELLI. Srive a GALILEI una lettera di risposta a sue richieste a CASTELLI, che assente in quei giorni lascia allo studente il compito di segretario. In tale lettera colge l'occasione per presentarsigli, che egli ammira grandemente. Il vivere da vicino le vicende del processo a Galilei gl’indusse a dedicarsi più strettamente alla matematica nonostante padroneggiasse gli strumenti teorici e fosse un abile costruttore di cannocchiali. Divenne segretario di Ciampoli, un filosofo devoto a Galilei, che segue nei suoi incarichi governativi nelle Marche e nell'Umbria. Castelli presenta a Galilei il saggio di R., “De motu gravium” suggerendogli di impiegarlo come discepolo e assistente. Così e e divenne assistente di Galilei e su domanda e insistenza di Galilei si trasfere nella sua abitazione. Alla morte di Galilei, Ferdinando II gli nomina matematico del gran ducato di Toscana. Studia geometria, dove anticipa il calcolo in-finitesimale. Si dedica alla fisica, studiando il mosso dei gravi e dei fluidi e approfonde l'ottica. Possede un laboratorio nel quale realizza egli stesso lenti e telescopi. Si dedica anche allo studio dei fluidi, giungendo ad inventare il baro-metro a mercurio chiamato, "tubo di Torricelli" o "tubo da vuoto”. Tale invenzione si basa nella misurazione della pressione atmosferica attraverso l'uso di questo tubo che, proprio sotto la spinta di tale pressione, viene riempito dal mercurio fino all'altezza costante di 760 mm -- esperimento effettuato sul livello del mare. Proprio da questa invenzione nasce l'unità di misura della pressione "millimetri di mercurio" – mmHg -- e l'uguaglianza: 1 Atm = 760 mmHg -- la pressione di un'atmosfera corrisponde a 760 millimetri di mercurio. Pubblica “Opera Geo-Metrica”, della quale “De motu gravium” costituisce la II parte.  il vuoto, geometria.  Grice: Caro Ruberti, discorrendo l’altro giorno con il filosofo Speranza — uno di quei filosofi che intendono prima ancora che si parli — mi venne da sorridere a certe formule che passano per naturali solo perché sono antiche. “Natura abhorret”… già lì l’orecchio del filosofo dovrebbe drizzarsi. Ruberti Ah, Grice, quando la natura comincia ad avere gusti e ripugnanze, siamo già entrati nel teatro. Eppure il pubblico applaude, come se NATVRA avesse davvero stomaco, nervi e idiosincrasie. Grice Appunto. E come conversavamo con Speranza, convenimmo senza dirlo che abhorre — se ha senso — lo ha solo in senso animistico. L’implicatura è chiara: se attribuisci l’orrore alla natura, stai già parlando d’altro, non di geometria né di vuoto, ma di una favola ben recitata. Ruberti La tua implicatura, come Speranza la vorrà intendere, non lascia vacui. Pensare che la natura aborrisca il vuoto — o che talora smetta di aborrirlo — è una sciocchezza degna del vulgus. NATVRA non decide, non teme, non rifugge: misura, risponde, si lascia descrivere. Se talvolta le attribuiamo tratti non naturali, è per comodità di discorso, non per verità di cose. Le conseguenze di ciò sono chiarissime a noi tre — a te, a me, a Speranza — ma sfuggiranno sempre a chi confonde la ragione conversazionale con la tromba di Gabriele. A Faenza come a Firenze, la filosofia non grida: misura. Ruberti, Evangelista Torricelli (1644). Opera geometrica. Firenze:Massa e Landis.

Orazio Ricasoli Rucellai (Firenze, Toscana): la ragione conversazionale degl’amori di Linceo, o della filosofia imperfetta. Crusca. Discepolo di GALILEI e in certa guisa il depositario e spositore delle opinioni meta-fìsiche professate dal suo maestro. Di più: in cui la scuola di Galilei ha uno dei maggiori lumi. Afferma di essere amico e confidente di Galilei, ma ciò non corrisponde al vero. In verità si incontrano solo una volta quando e suo ospite nella villa di Arcetri. Men che meno e suo studente. Quanto poi alla meta-fisica di Galilei, i dialoghi filosofici parlano da soli. Quando comincia a comporre i dialoghi presero persino a chiamarlo il nostro sapientissimo Socrate. Ma anche questa è una bufala. Il fatto è ogni volta che compone un dialogo, ama recitarlo al suo palazzo davanti a un pubblico scelto di personaggi del bel mondo fiorentino. Che al suo palazzo, uno dei più ricche di Firenze, si mangia e beve gratis. Quindi più dialoghi recita, più si gozzoviglia. Per questo lo incitano a continuare. La verità è che in filosofia non vuole, non segue la ragione. Chiudendo gl’occhi alla scienza, in qualunque punto, non dice nero né bianco. Altro che discepolo di Galilei anche se a Firenze, a questa panzana, ci credeno in molti. Non è un caso dunque se i dialoghi sono pubblicati non per meriti filosofici, ma linguistici. I dialoghi sono citati dal vocabolario della Crusca, ed ottimo avviso è il farne spoglio abbondante perché la loro favella è veramente d'oro e, se lo stile procede talvolta prolisso, è sempre chiarissimo ed elegante e à gran ricchezza di voci e frasi, convenienti agli studj speculativi. Forse è proprio per la sua grande abilità nel farsi credere che, nel gran ducato, la sua stella sembra non tramontare mai. Ambasciatore toscano prima presso Ladislao IV e poi Ferdinando III. Intendente della biblioteca laurenziana. gl’amori di Linceo, imperfetto? perfetto – perfetto bugiardo.  Grice: Caro Rucellai, sai che stamani pensavo a una vecchia chiacchierata con il filosofo Speranza — uno di quei filosofi che, come noi, parlano più di quanto dicano. Firenze ne ha prodotti molti così, ma lui ha il dono di ascoltare l’implicito come se fosse musica da camera. 2. Rucellai: Ah, Speranza! Un filosofo che sa intendere senza chiedere spiegazioni — rarità degna della Crusca. Del resto, tra filosofi che si conoscono davvero, basta mezzo cenno, come tra vecchi lincei che fingono di parlare d’altro. 3. Grice: Appunto. E ricordo che io e Speranza — entrambi intenti a pensare la stessa cosa, senza mai nominarla — convenimmo che certe ragioni non amano mostrarsi in piena luce. Meglio lasciarle agire, come certi amori che si capiscono solo se non se ne parla. 4. Rucellai: La tua implicatura, come Speranza la descriverebbe, è decisamente linceale: acuta, obliqua, e perfettamente adatta alla ragione conversazionale degl’amori di Linceo. È filosofia imperfetta, sì — ma alla maniera della scuola fiorentina, della filosofia toscana, anzi della filosofia italiana tutta: quella che a Firenze si recita in dialogo, si pubblica per la Crusca, e si crede perfetta proprio perché è un perfetto… bugiardo. Rucellai, Orazio Riacasoli (1584). Dialoghi della Agricoltura e de’ Piaceri della Villa. Firenze: Marescotti.

Nicola Ruffolo (Cosenza, Calabria): la ragione conversazionale dal guazzabuglio al possibilismo come terapia eutimistica. Torna a Roma dal fronte della campagna greco-albanese della seconda guerra decorato con IV medaglie al valore per diverse intrepide azioni contro il nemico, in cui e ferito con arma da fuoco trapassante il petto. Organizza in seno al ministero dell'interno una cellula di resistenza partigiana, che gli vale l'attestazione di partigiano combattente e una medaglia di bronzo al valore partigiano. Per via della delazione di un componente del gruppo di resistenza è arrestato dalla banda Pollastrini-Koch e incarcerato alla pensione Jaccarino in via Romagna. Trasferito in Regina Coeli, condivide la cella con PINTOR e SALINARI, discutendo del dopo liberazione. Trasferito a via Tasso e interrogato da Kappler. L'iniziale sentenza di morte e commutata in deportazione. Qualche ora prima dell'ingresso degl’alleati in Roma, all'abbandono di Roma da parte dei tedeschi, usce dal carcere insieme per essere avviato su uno dei III torpedoni in attesa a Piazza S. Giovanni per essere deportato in Germania. Un IV torpedone e invece quello destinato all'eccidio di La Storta dove e ucciso BUOZZI. Lee SS gli impedeno il suo proposito di salire proprio sul IV torpedone, scostato dagl’altri, avvalorando la tesi che l'eccidio e pre-meditato e non una reazione impulsiva del comandante. Costretto a salire su uno dei restanti III torpedoni, si getta mentre il convoglio e in marcia. Riusce a far perdere le tracce e a liberarsi nonostante le S. S. hanno fermato il convoglio e lo insegueno nella campagna nei pressi di Ficulle. Dell’arresto e prigionia da conto in "Roma -- storia della mia cattura e fuga dalle S. S. dai nazisti” (Roma). Al termine della guerra, ha la carriera di notaio a Grosseto. Uomo colto, conversatore brillante con battute spesso umoristiche. Icaro, Cosmologica, possibilismo, guazzagublio, lo specchio del diavolo, implicatura eutimistica-terapeutica.  Grice: Ho appena parlato col filosofo Speranza: sostiene che in Italia il caos non è un difetto, è un genere letterario—e che il guazzabuglio va trattato con rispetto, come una vecchia zia. Ruffolo: E fa bene. Il guazzabuglio è la nostra materia prima: politica, storia, carattere nazionale—poi uno prova a cavarne una terapia, magari senza spacciarla per miracolo. Grice: Già… e qui viene l’implicatura (che non dirò), come dicevo a Speranza: passare dal guazzabuglio al possibilismo non è solo una conversione metodologica, è una terapia eutimistica—una cura dell’umore della ragione. Non “si sistemi tutto”, ma: “si può fare qualcosa”, e quel qualcosa basta a rimettere in moto la conversazione senza pretendere un’Apocalisse amministrativa. Ruffolo: La tua implicatura, come nota Speranza, è più che eutimistica: è quasi un vaccino contro la disperazione sistematica. Però attento—l’analogia “salutare” basta già da sola a farci over-implicare (anche noi griceiani): dal tono dell’animo passiamo alla diagnosi dello Stato, dalla terapia alla dottrina, e dal possibilismo alla provvidenza. E allora il guazzabuglio—che era un problema—diventa una scusa. Meglio così: curiamo l’umore, sì, ma senza perdere il gusto del disordine che ci tiene svegli. Ruffolo, Nicola (1818). Lezioni di economia politica. Napoli: Tipografia del Giornale Enciclopedico.

Tirannio Rufino (Aquileia, Udine, Friuli-Venezia Giuli): la ragione conversazionale del commentario filosofico. He comments some ‘saggi’ by Origen.  GRICEVS: Rufine, salve. Philosophum Spem modo conveni; ille ait me nimis delectari verbis quae se ipsae in nodum ligant—et ego respondi: nisi nodus est, non est commentarius. RVFINVS: Salve, Grice. Ego autem Origenem lego et… commentor (ut dicitur). Sed tu semper dubitas utrum verba nostra dicant an innuant. Quid hodie tibi displicet? GRICEVS: Ut cum Spe loquebar, hoc subintelligo (nec dicam): nescio umquam utrum Origenem commenter an menter—si licet tale verbum fingere. Commentare sonat quasi “cum” + “mentare”: quasi mens mea non sola vagetur, sed cum aliorum mentibus ambulat. At mentare (sine co-) est pura mentis vagatio—et interdum, fateor, commentarius fit nimis “cum”, minus “mens”. RVFINVS: Implicatura tua mentabilis est, ut Spes habet. Nam commentare est mentem cum ordine ducere—quasi in societate; mentare est mentem solam emittere, quasi in porticu sine testibus. Illud co- vero, quod tu otiosum vocas, est simul onus et virtus: onus, quia addit comites; virtus, quia addit disciplinam. Sic Origenem commentamur—ne nos ipsi tantum mentemur.

Publio Rutilio Rufo (Roma, Lazio): la ragione conversazionale -- NAM CVM ESSET ILLE VIR EXEMPLVM VT SCITIS INNOCENTIÆ CVM ILLO NEMO NEQVE INTEGRIOR ESSET IN CIVITATE NEQVE SANCTIOR NON MODO SVPPLEX IVDICIBVS ESSE NOLVIT SED NE ORNATIVS QVIDEM AVT LIBERIVS CAVSAM DICI SVAM QVAM SIMPLEX RATIO VERITATIS FEREBAT – Roma – filosofia italiana –  (Roma). Filosofo Italiano. Scolaro di Panezio. Combatte sotto Numanzia agl’ordini d’Emiliano SCIPIONE  come tribunus militum ed e pretore urbano. Al pari di MARIO  – e SCEVOLA augure, R. segue come legato Quinto Metello nella guerra contro Giugurta. Quando Mario, quale console, assunse il comando dell’esercito, R. ritorna a Roma. Console. R. segue l’amico Marco Scevola l’augure nel suo pro-consolato d’Asia. Condannato ingiustamente per accuse di nemici che si è procurato con la sua rigida onestà, R. vive da prima a Mitilene e poi a Smirne, e rifiuta l'invito di SILLA  di accompagnarlo a Roma. CICERONE conosce Rufo a Smirne. A Smirne, Rufo scrive un "De vita sua" e una storia di Roma. È oratore. I suoi discorsi hanno per la loro aridità impronta del Portico. Coltiva gli studi giuridici. Militari romani e politici romani. Console della Repubblica romana. Muore a Smirne. Gens: Rutilia. Console. Militare, politico e storico romano. Comincia la sua carriera militare al seguito d’Emiliano Scipione Africano minore, nella guerra in Spagna. R. è legato di Quinto Cecilio Metello Numidico, proprio nel corso della guerra contro Giugurta, durante la quale, fra i sotto-posti di Metello, vi è anche Gaio Mario. Si distinse nella battaglia del Muthul, nel corso della quale fronteggia un attacco di Bomilcare e organizza la cattura o il ferimento della maggior parte degl’elefanti da guerra numidici. Eletto console, ha come collega Gneo Mallio Massimo, il quale arriva secondo all'elezione. Le sue iniziative principali riguardarono la disciplina militare e l'introduzione di un migliore sistema di addestramento delle truppe. Roma.  GRICEVS: Rufe, salve. Philosophum Spem modo conveni: ille dixit me nimis amare exempla; ego respondi me exemplis vivere—praesertim cum Romani sic vivant. RVFVS: Salve, Grice. Si exempla amas, ecce tibi meum: ille locus quem semper recitant, quasi lapidem in foro—et tamen pauci intellegunt quid agat. GRICEVS: Nihil dicam aperte—sed ipsum audi, totum, ut iubes: “NAM CVM ESSET ILLE VIR EXEMPLVM VT SCITIS INNOCENTIÆ CVM ILLO NEMO NEQVE INTEGRIOR ESSET IN CIVITATE NEQVE SANCTIOR NON MODO SVPPLEX IVDICIBVS ESSE NOLVIT SED NE ORNATIVS QVIDEM AVT LIBERIVS CAVSAM DICI SVAM QVAM SIMPLEX RATIO VERITATIS FEREBAT.” Quasi dicat: ornatus est suspectus; simplex ratio sola licet. At inter nos—si quis tam “simplex” est, saepe plus significat quam dicit. RVFVS: Implicaturae tuae, ut solet, me obstupefaciunt—sicut ipsam Speranzam saepe obstupefecerunt, Grice. Nam tu ex uno elogio arido Porticus statim elicisti artem: quod “simplex ratio” non est nuditas, sed electio; et quod qui ornatum recusat, interdum ipso recusandi modo ornatius loquitur.

Guido De Ruggiero (Napoli, Campania): la ragione conversazionale di Remo e di Romolo – filosofia meridionale. Scrive “Critica del concetto di cultura” (Catania, Battia), cui CROCE rimprovera la mancata distinzione tra “cultura” e “falsa cultura”. Idealista, senza aderire all'attualismo di GENTILE. Liberale, pur non risparmiando critiche alla classe politica espressa dal partito liberale. Insegna a Messina e Roma. Avendo aderito all'idealismo con GENTILE, la sua ri-vendicazione dei valori del liberalismo lo rende un esponente di spicco dell'opposizione al fascismo. Per non perdere la cattedra presta il giuramento di fedeltà al fascismo. Autore, tra le altre saggi, di una imponente Storia della filosofia  e di una Storia del liberalismo. Socio degl’esploratori italiani. Indaga nella storia della filosofia ROMANA la potenza di libertà costruttrice del mondo degl’uomini, e, auspicando in tempi oscuri il ritorno alla ragione, e ad Italia maestro ed apostolo di fede nell'umanità.  Saggi: Storia della filosofia,” “La filosofia greca” (Bari, Laterza); “Cristianesimo” (Bari, Laterza); “Rinascimento, riforma e contro-riforma” “La filosofia moderna: cartesianismo” (Bari, Laterza); “L’illuminismo” (Bari, Laterza); “Da Vico a Kant” (Bari, Laterza); “L'età del romanticismo” (Bari, Laterza); Hegel; (Bari, Laterza); La filosofia contemporanea (Bari, Laterza); “La filosofia politica italiana meridionale (Bari, Laterza); “L'impero britannico dopo la guerra”, Firenze, Vallecchi, “Storia del liberalismo” “Filosofi” “L'esistenzialismo” (Bari, Laterza); “Scritti politici”, Felice, Bologna, Cappelli,  La libertà, Mancuso, Napoli, Guida); Lettere a Croce (Bologna, Mulino); Croce, La Critica, I filosofi che dissero "NO" al duce, in La Repubblica, Un ritratto filosofico (Napoli, Società Editrice); L'impegno di un liberale” “Tra filosofia e politica (Firenze, Monnier); Treccani, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Griffo, storia della filosofia romana, Vico.  Grice: Ho appena sentito il filosofo Speranza dire che a Napoli si litiga anche con la storia… e a Roma perfino con l’ordine dei nomi. La critica sociologica Ruggiero: Con Romolo e Remo, in effetti, l’ordine non è un dettaglio: è già un programma politico, o una provocazione. Grice: Appunto—e qui viene l’implicatura (che non dirò). Perché diciamo così spesso “Remo e Romolo”, quando la regola conversazionale direbbe be orderly? Sembra quasi una violazione deliberata dell’ordine per salvare, per un attimo, il fratello perdente: come se la lingua facesse un piccolo gesto di defence per l’underdog, prima che la leggenda rimetta tutto “a posto”. Ruggiero: Implicatura remiana la tua, Grice—non romulea—come Speranza la chiamerebbe, ed è un contra-ordine che suona come un atto di giustizia senza diventare un manifesto: un piccolo favore al vinto, fatto di pura disposizione delle parole. Certo, basta questo e rischiamo di over-implicare—di trovare politica in ogni coppia, e morale in ogni inversione—ma ammettiamolo: se perfino un griceiano non sa resistere alla tentazione, allora la defence dell’underdog è già entrata nel lessico, e il mito ha perso (un po’) la sua arroganza. Ruggiero, Guido De (1908). Il concetto della storia nella filosofia moderna. Bari: Laterza.

Pietro Martire Rusca (Venezia, Veneto): la ragione conversazionale dell’apollo lizeo – lizio – lizeo – I viali dei giardini dell’apollo lizio – lizeo – Apollo in riposo –Studia filosofia. Vicario generale di Padova della congregazione del S. Uffizio. Ricopre quindi il ruolo d’inquisitore. Scrive “Syllogistica methodus”; “De caelesti substantia”; “De fabulis palaestini stagni ad aures Aristotelis peripateticorum principis” e l’ “Epitome theologica”. Vescovo di Caorle. Uno dei presuli che più si spese per le necessità della sua diocesi. È infatti ricordato per gl’mponenti restauri della cattedrale che volle fossero eseguiti per salvare l'edificio dall'imminente rovina. Durante questi restauri ricopre il soffitto della cattedrale con stucchi e da all'edificio una struttura barocca. La ri-consacrarla, apponendo alle pareti XII croci in cotto. Inoltre, fa completare la realizzazione dei nuovi reliquiari per le insigne reliquie dei santi patroni (Stefano proto-martire, Margherita di Antiochia, e Gilberto di Sempringham) e provvide al rinforzo della struttura del campanile. Al completamento di tutti i lavori, vuole che alle solenni celebrazioni presenziassero musici provenienti da Venezia. A memoria di tutto ciò, resta la lapide, affisse alla parete sinistra del duomo. DEO OPTIMO. MAXIMO LÆVITÆ STEPHANO PROTO-MARTYRI FR·PETRVS MARTYR RVSCA EPVS CONSECRAVIT MARINO VIZZAMANO PRÆTORE. Ricordato per la sua premura nel risollevare le sorti economiche. Ri-pristina  la mensa episcopale e provvide al sostentamento dei sacerdoti istituendone la confraternità. Si adopera per correggere i comportamenti dei fedeli e dei sacerdoti stessi. Fa erigere nella cattedrale un altare dedicato a S. Antonio di Padova. In Duomo a Caorle resta la pala d'altare di S. Antonio con la lapide, affissa alla parete destra dove sorgeva l'altare, che recita: Syllogistica methodus, “Aures Aristotelis peripateticorum principis”; “Defensionem Vestigationum Peripateticum”, il liceo fuori dal liceo.  Grice: Ho appena incrociato il filosofo Speranza—e mi ha detto che in Veneto perfino Apollo, per riposarsi, pretende un’etimologia in regola. Rusca: Giusto: qui non abbiamo solo un dio, abbiamo un epiteto con il suo viale, il suo giardino e la sua lapide. “Lizio” è quasi un indirizzo postale: Apollo, interno Lizeo. Grice: Esatto… e qui viene l’implicatura (che non dirò). “Lizio” è una derivazione quasi naturale dal greco Λύκειον: l’orecchio italiano taglia, accorcia, mette in riga—e voilà, nasce il “lizio”. Però concedo che, come epiteto di Apollo, Λύκειος è un caso scivoloso: può rinviare al Liceo come luogo, o a un’altra storia (lupo, luce, Lycia)—forse non un altro senso, ma quasi un altro lessema travestito da parente. Rusca: La tua implicatura è lizia, come la chiamerebbe Speranza: pulita, elegante, eppure abbastanza veneziana da far finta che sia “naturale”. Ma ammettiamolo: basta la parentela analogica di “lizio” per farci over-implicare tutto—luogo, epiteto, scuola, giardino, e perfino il riposo di Apollo—e anche un griceiano finisce per scambiare un taglio fonetico per una teoria della civiltà. Però funziona: qui, se non puoi dimostrarlo, lo lizi. Rusca, Pietro Martire (1607). Trattato della vera dottrina della fede. Milano: Pietro Martire Locarno.

Gian Enrico Rusconi (Meda, Monza e Branzia, Lombardia): la ragione conversazionale dell’attacco e contro-attacco – la romanitas di Tertulliano. Insegna a Trento e Torino. “La teoria critica della società” -- Istituto storico italo-germanico. Altre saggi: “Crisi di sistema e sconfitta operaia” (Einaudi); “Scambio, minaccia, decisione”; “Sociologia politica (Mulino); “Se cessiamo di essere una nazione” (Mulino), in cui ripercorre il dibattito sul concetto di nazione – “la nazione italiana”; “Resistenza e post-fascismo” (Il Mulino); “Come se Dio non ci fosse” (Einaudi), “Italia – lo stato di potenza, la potenza civile” (Einaudi); “Cefalonia: quando gl’italiani si battono” (Gli struzzi  Einaudi); “L'azzardo” (Mulino); “Cavour: fra liberalismo e cesarismo” (Il Mulino); “Cosa resta” (Laterza); “Seduzione” (Feltrinelli ); “Attacco” (Mulino). romanità, italianità, il concetto di nazione in Hegel, “God save the queen” – the national anthem – l’inno nazionale  Grice: Ho appena salutato il filosofo Speranza: sostiene che in Italia perfino la polemica ha un passaporto—e si chiama romanitas. Rusconi: Non è male come definizione. In Tertulliano la romanità è un’arma: attacco e contro-attacco, ma anche disciplina—quasi una teoria della nazione prima della parola “nazione”. Grice: Già—e qui viene l’implicatura (che non dirò). La romanitas di Tertulliano è un contra-attacco che nasce da un attacco a difesa: lo attaccano perché non sarebbe abbastanza romano, e lui risponde diventando più romano della Roma che lo accusa—come se la difesa fosse già offensiva, e l’offensiva già una difesa. Rusconi: La tua implicatura è un contra-contra-attacco senza essere una difesa, come Speranza concorderà: perché qui l’“attacco” è già risposta, e la “risposta” è già strategia. Il rischio—anche per un Griceiano—è che l’unificazione analogica faccia il resto e noi si finisca per vedere contrattacchi ovunque: nella romanitas, nella italianità, perfino in “God save the queen”. Ma va bene così: meglio over-implicare che sotto-capire. Rusconi, Gian Enrico (1962).. Vita e Pensiero.

Quinto Giunio Rustico (Roma, Lazio): la ragione conversazionale della tutela di Roma -- il portico romano. Portico. A friend of ANTONINO . According to Antonino, R. teaches him, amongst other things, the importance of both character development and careful study. He also introduces him to the writings of a former slave by the name of Epitteto. R., on the other hand, teaches law. He presides over the trial of Giustino detto il Martire – rightly condemning him to death (“He didn’t believe in Rome’s tutelary diety, viz. Giove.”). Grice: “Strictly, he should be listed under “Giunio,” since “Rustico” – meaning ‘Rustic,’ what was he was _called_!”  GRICEVS: Rustice, salve. Modo philosophum Spem in porticu praeterii; ille, ut solet, tacendo me docuit—et ego, ut solet, loquendo me prodidi. RVSTICVS: Salve, Grice. Si Spes tacet, tu compensa. Sed dic mihi: quid est ista tutela Romae de qua omnes loquuntur quasi de veste publica? GRICEVS: Nihil dicam aperte—sed cum audiam “tutela,” subintelligo non solum Iovem tutelarem urbis, sed etiam illam tutelam qua praeceptor discipulum servat: mores format, studia temperat, et (si opus est) in iudicio ipsum a seipso tuetur. Ita tutela est et numen et norma—et aliquando, fateor, etiam excusatio. RVSTICVS: Implicatura tua, Grice, tutelāris est—ut Spes consentiet—id est, ipsa quasi tutela sermonis. Nam ostendis (non dicendo) tutelam non esse tantum rem religionis aut fori, sed etiam porticus: artem qua civitas cives, et magister discipulos, et lex verba—ne ruant—sustinet.

Enrico Ruta (Belmonte Castello, Frosinone, Lazio): la ragione conversazionale dei corpi sani – l’intersoggetivo è la psiche sociale – filosofia fascista – filosofia meridionale. Insegna a Napoli. Conosce e frequenta CROCE. Sviluppa una filosofia in armonia con l'ideologia del regime fascista. Saggi: “Il gusto d'amare” (Millennium); “Insaniapoli” (Campus); “Il segreto di Partenope” (Napoli, Millennium); “L’inter-soggetivo e la psiche sociale” (Milano, Sandron); “Il ritorno del genio di VICO” (Bari); “Politica e ideologia” (Milano, Corbaccio); “La necessità storica dell'Italia nuova” (Napoli); “Diario e lettere” (Bari); “La nascita della tragedia ovvero Ellenismo e pessimismo” (Bari). l’intersoggetivo e la psiche sociale, corpori sani, il concetto di necessita storica in hegel – il concetto del sociale – il carattere del popolo italiano, lo stato italiano – la missione del popolo italiano – la patria italiana, Vico.  Grice: Ho appena incrociato il filosofo Speranza: mi ha detto che in Italia persino un corpo sano ha l’aria di voler conversare con la storia. Ruta: E fa bene: l’intersoggettivo è psiche sociale. Un “corpo sano” non è solo un fatto medico: è un emblema politico, una postura del popolo, quasi una grammatica della patria. Grice: Già—e qui viene l’implicatura (che non dirò). Nel mio Personal identity ero… come dire… obliterent (cioè indulgente, o forse oblioso): trattavo l’identità come catena mnemonica, quasi da solista, e perdonavo—anzi cancellavo—il lato sociale delle identità, quelle che gli altri ti appiccicano addosso prima ancora che tu dica “io”. Ruta: La tua implicatura è sana, Grice—come Speranza concorderà: sana nel senso che vuole rimettere il corpo (e il corpo sociale) dentro l’“identità”. Ma concedimi una cattiveria benevola: le unificazioni analogiche di “sano” sono già abbastanza per farci over-implicare tutto—sana dieta, sano Stato, sana lingua, sana coscienza—e perfino un Griceiano rischia di diventare salutista del concetto. Però sì: la tua dimenticanza del sociale era troppo pulita; la mia “salute” forse è troppo sporca. In mezzo, conversiamo. Ruta, Enrico (1899). Il pensiero politico di Giambattista Vico. Napoli: Pierro.

Rutilio Lupo (Roma): Filosofo italiano. I. P. RUTILII LUPI 8CHEMATA LEXEOS. A = codex Mediceus saec. XIV. B = codex Mediceiis saec. XV. /ii =: cod. Riccardianus saec. XV continens lib. I His copiis nsus est Euhnkenius, v. Praef. p. XIX. F= codex Vindobonensis lat. 179 (— CCXVIII in catal. Endlicheri). C = codices noti sive ABRiV. Eodem signo usi sumus, ubi editiones ah cum codd. manuscriptis conspirant. a = ed. Veneta Aldina a. 1523. b = ed. Basileensis a. Has duas editiones post Rulinkenium iterum ex- cussimus. X = lectiones in margine exempli ed. Basileensis adscriptae, quod Ruhnkenius ab Abr. Gronovio accepit. J = Frid. lacob. Cf. eius edit. Lubecae 1837. R = Ruhnkenius. S = Herm. Sauppe; cf. Fragm. oratorum Atticorum ab eo collecta in ed. Tu- ricensi. St = Robertus Stephanus. LIBER PRIMUS. 1. IlQ06a7t6do6Lg. Hoc schema duobus motlis fieri et Iractari pot- est. Nam sententiis dnabus aut plnribus propositis sna cuiqne ratio vel posterius reddetur vel statim snb nnaqnaqne sententia snl)inngetur. Qni- P. Rutilii Liipi schemala diaiioeas ex Graeco uorsa Gorgia C, sed om. V dia- noeas ; P. Rutilii Lupi de figuris sententiaiiun iiber prior. Ex Graeco Gorgia uorsiis h, PubJii Rutilii Lupi de figuris sententiarum et elocutionum liber L a. Ruhnkenius aucto- rem ipsum hunc tilulum libro suo fecisse censet: P. Riitilii Lupi schemata dianoeas et lexeos cx Graecis Gorgiae versa , quae se7itentia sic accipie^ida videtur ut libellum non integrum aetatem tuUsse statuas; cum enim in duobus qui supersunt libris non fere nisi verborum figurae tractentur, hi qiddem potius 'scliemata lexeos' inscribendi sunt. Cf. Gustavi Dtialas quaestiones Rutil. {Vratisl.). 1 Prosa- podosis edd. recentt. At Graeca figurarum nomina a Rutilio praesc\^pta esse , ex va- riis scripturae vitiis , quae ex V afferemus, facile apparebit. 3 reddatiu- V 1* 4 RLTILRIS LUPUS LIB. L §. 1-3. ]i. 1. 2 ed. fapper bus posterius ratio subinfertur, huius mocU sunt. Demoslhen.s: Non onim pari ratione Philippus atque nos adversis rebus medetu , sed ille usque eo nitilur, quoad restituat atque exsuperet. GRICEVS: Rutili, salve. Hodie in Capitolio ambulans philosophum Spem praeterii; ille mihi, ut solet, tacendo suasit: noli omnia dicere—reliqua relinque implicanda. RVTILIVS: Salve, Grice. Ego autem, ut rhetor (neque me pudet), in meis Schemata lexeos—sic, lexeos in genetivo—de ipsis σχήμασιν versor: non de rebus, sed de formis quibus verba se gerunt. GRICEVS: Nihil dicam aperte—sed cum in Logic and conversation posui illud “figure of speech”, sub corde habebam non tantum colorem elocutionis, sed σχῆma ipsum; et “of speech” contra “of thought”. Hoc saepe discipulis supra cerebrum transit; et tamen numquam mihi arridet figura rhetorica: non satis Ciceronianum sonat—quasi Cicero ipse mallet “figura” sine hospite barbaro. RVTILIVS: Implicatura tua, Grice, rhetorica est, figurativa est, et utriusque quasi coniunctio—ut Spes, vir ille philosophus, consentiet. Nam tu (non dicendo) mones Schemata lexeos non esse solas figuras ad ornandum, sed σχῆmata ad intelligendum: ita “figure of speech” et “of thought” non pugnant, sed se invicem—pulchre et perite—implicant.

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