H. P. Grice and J. L. Speranza -- OPQR
Marco degl’Oddi (Padova, Veneto): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale –Figlio di Oddo degl’O.,
convinto sostenitore della scuola di Galeno. Professore per incarico del Senato
veneziano assieme a Bottoni a Padova, dove insegna e introduce senza ricevere
emolumenti l'insegnamento della pratica clinica nell'ospedale di San Francesco
Grande, precedendo così tutte le altre scuole. Commentari dell'Ateneo di
Brescia G. Vedova, Biografia degli scrittori padovani, coi tipi
della Minerva, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dobbiamo al chiarissimo signor dottor Montesanto
(Dell'origine della clinica medica di Padova ec.) la bella ed interessante
notizia, che il nostro Bottoni e il suo collega Marco Oddo, calcando le traccie
luminose segnate dal famoso Montano pochi lustri prima, diedero novella vita al
la clinica medica nello spedale di san Francesco in Padova, condotti dalla sola
nobile brama di giovare. E qui avvertire mo cogli sludiosi di medicina,che il
dotto autore, dopo aver dimostrato con incontrastabile evidenza che
l'Università padovana, la prima d'ogni pubblico Studio d'Europa, vanta la
fondazione in essa di quella scuola, base dellamedica scien za,ci porge il
documento luminoso,che tanto onora li ricor dati professori, e in particolare
il Bottoni di cui favelliamo; il quale non essendo da tacersi, lo riporteremo
come ci viene fedelmente e con eleganza vôlto in lingua italiana dal prelo dato
signor Montesanto, che il trasse dagli Acta nationis germanicae Facultatis
medicae, quae,convocata natione, prae lecta et examinata, digna judicata
sunt,ut albo nationis insererentur. Consiliariis Christophoro Sibenburger Carin
thio, etKeller Hallense Saxone. Manoscritto presso la biblioteca dell'Imperiale
Regia Università di Padova. dette in vita Boltoni, non è da passarsi solto
silenzio quello d'essere stato dal Duca di Urbino, unita mente ai altri quattro
medici, implicature: filosofia naturale, Galeno. Grice: Caro Oddi, ma è vero che a Padova, tra una diagnosi e una implicatura, si
discute più di Galeno che di logica? Oddi: Grice, ti assicuro che qui le implicature cliniche sono contagiose: se
parli troppo di logica, rischi che ti prescrivano una visita dal Galeno di
turno! Grice: Allora dovrò stare attento! Dicono che
all’ospedale San Francesco Grande, se sbagli una deduzione, ti fanno una
clinica d’urgenza… e Bottoni annota tutto! Oddi: Esatto! Qui la filosofia naturale si pratica
in corsia: se non capisci l’implicatura, ti curiamo con un po’ di ironia
veneta… e magari alla fine ti resta il buonumore, come una medicina di Galeno!
Odddi, Marco degl’(1570). Oddi de Oddis Patauini physici, ac medici clarissimi,
De pestis, & pestiferorum omnium affectuum causis, signis, praecautione,
& curatione, libri IIII. Apologiae pro Galeno, tum in logica, tum in
philosophia, tum etiam in medicina, libri III. De coenae, & prandij
portione, libri II. Nunc primùm in lucem editi, aut illustrati opera, &
diligentia Marci Oddi medici eiusdem filij totum incompletum perficientis.
Quibus accessit ipsius filii De putredine germanae, ac nundum explicatae
Aristotelis & Galeni sententiae aduersus Argenterium apologia. Venetiis:
apud Paulum & Antonium Meietos fratres.
Apollinare Offredi (Cremona, Lombardia): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del lizio –Gli era tributata
grande autorità nell’ambiente filosofico. Insegna a Pavia e Piacenza. In buoni
rapporti con Eugenio IV, Visconti e Sforza. Saggi:“De primo et
ultimo instanti in defensionem communis opinionis adversus Petrum Mantuanum,”
S.l., Bonus Gallus, Giambattista Fantonetti, Effemeridi delle
scienze, compilate da G. netti, Paolo- Molina, Rinascimento, Istituto nazionale
di studi sul Rinascimento, Robolini, Notizie appartenenti alla storia della sua
patria, raccolte da G. Robolini, pavese, Fantonetti, Effemeridi delle scienze
mediche, compilate da Fantonetti, Molina. OFFREDI
CREMONENSIS ABSOLVTISSIMA COMMENTARIA [ocr errors] VNA CVM QVAE STIONIBVS
IN PRIMVM ARISTOTELIS Posteriorum Analyticorum librum, Nunc primum
mendis oinnibus expurgati, et egregijs scolijs marginalibus
illustrata, AC DVOBVS INDICIBVS, ALTERO, Qy I RES IN
COMMENTARIIS tractatas, altero, qui quastionum capita copiosissime comple&titur, PRAETERE
A DVPLICI TEXTVS ARIST. INTERPRETATIONE AVCTA IN LVCM RE DEVNT
A PRAECLARISS. DOCTORIS Hoc aut contingit propter posibilitatem intellectus
D APOLLINARIS CREMONE N. nostri, qui à principio est sicut tabula rasa,
et non. 3. de anima tex. in librum primum Posteriorum mouetur ad
intelligendum, nisi de potentia ad actí cap.is. reducatur sic autem
intelligentia non cognoscunt, Aristotelis, exposition cum semper in actu
intelligendi existant, et eodem modo. Grice: “Italians
are rightly obsessed with Pomponazzi. They complained he looked more ‘a Jew
than an Italian,’ but he predates Ryle’s Concept of Mind. One of his influences
is Offredi, a lizii – who wrote not just on Aristotle’s De Anima (a manuscript
Pomponazzi consulted) but who himself set to defend Pomponazzi – to prove that
he was a real lizio, he wrote on Analytica Posteriora too – “Only a true lizio
will comment on that!” –implicatura. Grice: Caro Offredi, confessalo: ma è vero che
a Cremona, oltre ai violini, si suona pure l’Analytica Posteriora di
Aristotele? Dicono che tu abbia i margini dei manoscritti più pieni di note che
la partitura di una sinfonia! Offredi: Grice, se vuoi ti insegno a leggere le mie glosse, ma ti avverto:
servono almeno tre tipi di inchiostro e un po’ di pazienza lombarda. E quanto a
note, alcune sono talmente acute che nemmeno Stradivari riuscirebbe a
intonarle! Grice: Eppure mi dicono che tra
un’osservazione su Pomponazzi e una disputa sui “lizi”, tu riesca sempre a
infilare una battuta: sarà che la filosofia lombarda non rinuncia mai al buon
umore, come il torrone di Cremona dopo pranzo? Offredi: Esatto! Da noi il pensiero si fa
dolce, ma attenzione: se ti distrai, rischi la carie dialettica. Aristotele lo
sapeva: chi non mastica bene l’analisi, si perde fra le implicature… e torna a
casa senza capire se l’intelletto è una tabula rasa o una sinfonia mancata! Offredi,
Apolinnare (1478). De primo et ultimo instanti in defensionem communis
opinionis adversus Petrum Mantuanum, Colle di Val d’Elsa: Bonus Gallus.
Mons. Francesco Olgiati (Busto Arsizio, Varese,
Lombardia): HART GRICE HOLLOWAY la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dei classici –Grice on Hart on Holloway on language and
intelligence -- Grice: “I’m impressed that Olgiati dedicated a whole tract to
the idea of ‘soul’ in Aquino!” Si forma presso Seminari milanesi. Collabora con
Gemelli e Necchi alla Rivista di filosofia neo-scolastica e fonda con loro il
periodico Vita e Pensiero. Insignito da Pio XI del titolo di Cameriere Segreto
e da Pio XII di Proto-notario Apostolico. Inoltre assieme ad Gemelli, uno dei
fondatori dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Presso tale ateneo insegnò
nelle facoltà di Lettere, di Magistero e di Giurisprudenza. Condirettore della
Rivista del Clero Italiano insieme a Gemelli. Autore di saggi relativi sulla
religione e l’istruzione. I suoi allievi più illustri sono Melchiorre e Reale.
Tomba di Gemelli mons. O.. Il libro Le lettere di Berlicche, scritto da Lewis,
oltre ad essere dedicato a Tolkien, è dedicato anche a O.. Medaglia d'oro ai
benemeriti della scuola, della cultura e dell'artenastrino per uniforme
ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte
Università Cattolica del Sacro CuoreLa storia: Le origini, su uni cattolica.
Saggi: “Religione e vita” (Vita, Milano); “Schemi di conferenze” (Vita,
Milano); “I fondamenti della filosofia classica” (Vita, Milano); “Il sillabario
della Teologia” (Vita, Milano); “Il concetto di giuridicità in AQUINO” (Vita,
Milano); “Marx” (Vita, Milano); Il sillabario della morale Cristiana” (Vita,
Milano); “Il sillabario del Cristianesimo, Vita, Milano) b I nuovi soci onorari
della Famiglia Bustocca. Almanacco della Famiglia Bustocca per l'anno 1956,
Busto Arsizio, La Famiglia Bustocca, Treccani Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia. La filosofia di Bergson, TORINO BOCCA pS og 4 E E Z
á S 3 JE lí E | S E a AT O classici, il gusto per l’antico, ius,
Aquino, sillabario, filosofia classica, filosofia no-classica, logica classica.
Francesco Olgiati. Grice: Caro Olgiati, so che a Busto Arsizio la
ragione conversazionale si respira come l’aria! Ma ditemi: è vero che avete
scritto un “sillabario” della teologia dove anche i classici imparano a
leggere? Olgiati: Grice, lei non esagera!
Da noi anche Aristotele fa i compiti a casa, e Aquino si esercita con la logica
classica. Ma il vero dramma è quando Marx vuole correggere il “sillabario”
della morale cristiana… allora sì che serve la ragione! Grice: Immagino la scena: Bergson che cerca di
spiegare il tempo a Gemelli, mentre Holloway si domanda se la lingua lombarda
sia più intelligente del latino. Scommetto che alla fine la medaglia d’oro va
al primo che riesce a pronunciare “proto-notario apostolico” senza sbagliare! Olgiati: Perfettamente! E se qualcuno ce la fa, lo
nominiamo Cameriere Segreto e lo mandiamo a insegnare alla Cattolica.
D’altronde, tra una conferenza e una risata, anche la filosofia classica
diventa… un piacere antico, ma sempre nuovo! Olgiati, Francesco (1917). Il
pensiero d’Aquino e Pensiero.
Olimpio (Roma): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di Giuliano -- He lives in the
middle of nowhere. When he finds his city became an uncomfortable place
for pagans, he moves to Rome. GRICEVS: Salvē, OLIMPI—audīvī tē in
mediō nusquam habitāre. Estne illa patria tua, an tantum locus ubi etiam
tabellārius “nōn inveniō” scrībit? OLIMPIVS: Salvē, GRICE. Patria est: ibi
silentium tam dēnsum est ut omnis implicātūra ante vocem perveniāt. Nēmō ibi
loquitur—ita nihil umquam male intellegitur. GRICEVS: At cum urbs tua pagānīs
facta est incommoda, Rōmam migrāvistī: id est, ex solitūdine ad maximam turbam,
ut… latēre clārius possēs? OLIMPIVS: Prorsus. In mediō nusquam omnes me vident;
Rōmae, cum omnis populus clāmat, nemo animadvertit. Ita fit ut “salvus sim”
dicere nōn opus sit—urbs ipsa id per implicātūram dīcit.
Marco Maria Olivetti (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’archivista –Grice: “I
don’t want to restrict my account of meaning to the ‘linguistic’! Olivetti
deals with some topics dear to me and Strawson, like subject, transcendental
subject, and the rest – he also uses ‘analogy,’ which is a pet concept of mine
– I have been compared to Apel, so the fact that Olivetti in his
‘conversational’ approach relies on him, helps!” lingua, linguaggio, Grice’s
‘linguistic’ in “Utterer’s meaning, sentence-meaning, and word meaning”, linguistico,
linguaggico -- Professore a Roma -- preside della Facoltà di filosofia. Formatosi a Roma, confrontandosi con i temi del rapporto fede e ragione
nell'ambito di un collegio di docenti orientato sul versante marxista,
storicista, postidealista, trova in ZUBIENA il suo maestro. Con lui iniziò una
collaborazione intellettuale che lo porta a studiare i temi della filosofia
della religione, partecipando ai colloqui romani inaugurati dal filosofo
piemontese, dapprima come segretario e poi, dopo la morte di ZUBIENA come
organizzatore. Dopo iniziali studi di estetica religiosa e di filosofia
classica tedesca, si dedicò alla ricerca di un approccio neo-trascendentale al
tema della religione, insegnando filosofia morale a Bari e poi sostitundo
Zubiena nella cattedra romana di filosofia della religione. Giunse dopo
l'incontro decisivo col pensiero di Lévinas, ad elaborare una concezione di
questa disciplina come antropologia filosofica e etica in quanto «filosofia
prima anzi anteriore» su base storica, nata dalla dissoluzione in età tardo
settecentesca, soprattutto ad opera di Kant e Hegel, della onto-teologia. Molta
rilevanza aveva nel suo insegnamento lo studio dei classici tedeschi, in chiave
storica, e da ultimo il confronto sia con la fenomenologia. implicatura,
l’archivista -- “philosophy of language.” Cratilo, teologia del linguaggio,
esito teo-logico della filosofia del linguaggio, la religione razionale secondo
Kant, l’idea de fine – autonomia, il regno dei fini in Kant, religione e
lingua, l’esito teologico della filosofia della lingua, Jacobi. Grice:
Olivetti, mi incuriosisce molto la sua attenzione all'“archivista” e al modo in
cui il linguaggio si intreccia con la filosofia della religione. Come pensa che
la “conversazione” contribuisca a chiarire il rapporto tra fede e ragione? Olivetti:
Grazie, caro Grice. Ritengo che la conversazione sia soprattutto un esercizio
di ascolto e interpretazione dell’altro; nel dialogo tra fede e ragione, il
linguaggio serve a creare ponti, non a erigere muri. Il mio approccio
“conversazionale” nasce proprio dalla necessità di un’analogia, di uno spazio
comune dove l’alterità sia riconosciuta prima che giudicata. Grice: Mi piace
molto questa idea di analogia. Molti pensano che il significato sia solo una
questione di “linguistico”, ma io ho sempre sostenuto che il soggetto, persino
quello trascendentale, giochi un ruolo fondamentale. Lei come vede l’apporto
della fenomenologia e del pensiero di Lévinas nella sua riflessione? Olivetti:
Ottima domanda! L’incontro con Lévinas mi ha spinto a concepire la filosofia
della religione come una forma di etica radicale, un’antropologia filosofica
che precede ogni teologia sistematica. Solo storicizzando il pensiero classico
tedesco e accogliendo la lezione fenomenologica possiamo dare al linguaggio e
alla religione quel respiro che li rende inesauribili fonti di senso, oltre
ogni riduzionismo. Olivetti, Marco Maria (1967). Il tempio simbolo
cosmico. La trasformazione dell’orizzonte del sacro nell’età della tecnica
(Rome: Abete).
Enrico Palladio degl’Olivi. Olivi. St John’s,
late afternoon, the light already behaving as if it were being supervised.
Grice has the Gradisca book open at the title-page. A teacup nearby has gone
cold in the way Oxford tea does when it has been made to witness thinking.
Grice: I have a question for you. Moore: Yes. Grice: I’ve this Chronicle of the
Oppugnatio Gradiscana. Moore: Ah. Venetians and Austrians behaving like cousins
at a wedding. Grice: Quite. And it bears this tag: di pugno dello zio
Enrico, di mano del nipote Francesco. Moore: Very neat.
Grice: But isn’t a hand part of a fist. Moore: Only if you’re planning to punch
someone with the bibliography. Grice: I am tempted. The phrase looks like a
contradiction presented as a symmetry. Moore: It is a symmetry. Not a
contradiction. Grice: Explain it to me as if I were an undergraduate. Moore: I
refuse. You would then write a paper about my refusal. Grice: Then explain it
to me as if I were a colleague and liable to be malicious. Moore: Better. Di
pugno means “in his own hand,” autographic, the man as origin. Di mano means
“through the hand of,” transmission, the man as conduit. Grice: But the conduit
still has a fist. Moore: Yes, but you are mixing anatomy with responsibility. A
hand is part of a fist, but an editor is not part of an author. Grice: That
sounds like a maxim. Moore: It is. Do not confuse physical inclusion with
bibliographical agency. Grice: You Modern Languages people do logic without
admitting it. Moore: And you philosophers do philology without admitting it.
Grice: Still, I worry: di mano del nipote might suggest “copied by the nephew,”
scribal hand, rather than “edited.” Moore: It might. And that is why your tag
is Griceian: it allows the reader to infer the right thing if he’s competent,
and to reveal himself if he isn’t. Grice: So the ambiguity is an entrance exam.
Moore: Precisely. If the reader thinks “servant took it to the printer,” he
confesses he has never met an early modern nephew. Grice: And if he thinks
“nephew authored it,” he confesses he has never met an uncle. Moore: Exactly.
Families produce texts the way Oxford produces opinions: by delegation. Grice:
So what does di pugno implicate, beyond “autograph”? Moore: It implicates
primacy. First-handness. Authority of witness. “I was there,” even when it is
not stated. Grice: And di mano implicates what. Moore: Second-handness with
responsibility. Not merely “it passed through him,” but “it became legible
through him.” Grice: So the real contrast is not fist versus hand, but source
versus channel. Moore: Now you’re learning Italian. Grice: I should like to
say: then why not make it explicit. Why not: autografo dello zio; edizione del
nipote. Moore: Because explicitness is sometimes vulgar. It steals the reader’s
small pleasure of getting it. Grice: The reader’s pleasure is not my primary
concern. Moore: It should be. Readers are the only reason anyone publishes,
even at Oxford. Grice: That is a dangerous thesis to utter in St John’s. Moore:
Then treat it as an implicature and deny it later. Grice: So the tag stays.
Moore: The tag stays. And if anyone complains that a hand is part of a fist,
tell them yes, and that is exactly why the nephew counts: he is not the fist
that struck, but he is the hand that makes the striking intelligible. Grice:
That is almost moral philosophy. Moore: Don’t tell Mabbott.Grice: St John’s,
Sept. 1939. So war has been declared; but unlike Enrico Palladio degli Olivi,
I rather doubt I shall keep a record of it—at least, not a record of events.
This morning I finished “Personal Identity.” The example I give for the use of
“I” is “I” as ascribed to me as the bearer of intentions—future-directed
intentions—and I use, by way of illustration: “I shall be fighting soon.”
In case Moore (Editor of Mind) complains, I also give an example of “I”
as the bearer of a propositional attitude of a more doxastic sort: “I am
thinking of Hitler.” So I suppose he’ll be pleased—Moore, I mean, not
Hitler. [Editorial note: Grice did, in the event, fight in the North Atlantic
theatre before moving to the Admiralty. And his being drafted into the Navy did
not exactly come as a surprise to him. Enrico Palladio
degl’(1615). De oppugnatione Gradiscana. Di pugno del zio Enrico, di mano del
nipote Francesco.
Gian Francesco Palladio degl’Olivi (Udine,
Fiuli-Venezia Giulia): la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale –Medico e storico italiano. Anche filosofo. Nasce da
Alessandro e da Elena di Strassoldo. Gli Annales di Udine annoverano
l’aggregazione della famiglia, proveniente da Portogruaro, tra i nobili della
città. O. frequenta l’università di Padova, dove si laurea in giurisprudenza.
Rientrato in patria, si dedica per un breve periodo alla professione forense;
divenuto abate, ottenne il beneficio ecclesiastico della pieve di Latisana. Si
iscrisse, con il nome di Ferace, all’Accademia udinese degli Sventati, fondata
tra gli altri dallo zio paterno Enrico. Pubblica a Udine due opere di Enrico:
il De oppugnatione Gradiscana libri, sul conflitto che oppose la Repubblica di
Venezia e l’Austria, noto con il nome di guerra di Gradisca, e i
Rerum Foro-Iuliensium ab orbe condito usque ad an. Redemptoris Domini nostri
452 libri undecim, rimasti interrotti alla presa di Aquileia da parte degli
unni. O. decise di continuare l’opera dello zio, non più in latino ma in
volgare, partendo dal punto in cui si era interrotta. La cronaca, Historie
delle provincie del Friuli, è composta secondo il metodo annalistico e fu
pubblicata in due volumi a Udine. La narrazione, pur essendo fondata su
un’ampia documentazione, ripete alcuni luoghi comuni concernenti in particolare
l’origine delle città e dei loro casati più eminenti. L’autore difese in
particolare l’antichità di Udine riprendendo parte degli argomenti proposti da
Gian Domenico Salomoni e ripresi d’O., i quali identificavano Udine e non
Cividale nell’antica Forum Iulii di cui parla Paolo Diacono, attribuendo in tal
modo a Udine l’egemonia sulla regione dopo la distruzione dell’antica sede
metropolita di Aquileia. Riprendendo quanto detto da Salomoni, Palladio
riconduceva la fondazione di Cividale sul fiume Natisone al periodo successivo
alla vittoria del duca Wechtari. Grice: St John’s,
October 1939 — and I’m to leave St John’s before long. Curious: my mind is set
not so much on the Hun as on Enrico Palladio degli Olivi and his nephew Gian
Francesco Palladio degli Olivi. Perhaps it’s simply my way of keeping my
thoughts off the more immediate business. What strikes me is this: poor Enrico
fought in the war of 1615 and—sensibly, even bravely—kept a record of it as a
witness, indeed as one of the forces engaged. Yet it is the nephew who gets the
thing into print, and only when Enrico has long been gone. And still the
narrative holds one—has a grip—as if Gian Francesco, by editing his uncle’s
heroics, were living them again at second hand: not a soldier this time, but a
custodian of the campaign, turning action into annals and blood into ink. One
almost suspects an implicature: I could not fight that war, but I can at least
preserve it. Grice: Olivi, mi dicono che a Udine siete specialisti di
“ragione conversazionale”: cioè riuscite a discutere per tre ore e, per
implicatura, dire “ho ragione” senza pronunciarlo mai. Olivi: Caro Grice, è la
versione friulana del fiat lux: noi diciamo poco, ma facciamo capire tutto. Se
poi sono anche abate, l’implicatura diventa quasi un beneficio ecclesiastico. Grice:
Interessante: da Padova torni in patria, fai l’avvocato, poi l’abate, poi lo
storico… sembra la tua biografia scritta secondo il metodo annalistico: “Anno
primo: cambiai mestiere. Anno secondo: cambiai ancora.” Olivi: Esatto. E quando
continuai l’opera di mio zio—non più in latino ma in volgare—l’implicatura era
chiara: “voglio che mi leggano davvero.” Quanto all’antichità di Udine… diciamo
che, se non era Forum Iulii, almeno forum lo è stato: ci siamo litigati
abbastanza. Olivi, Gian Francesco Palladio degl’(1658), De oppugnatione
Gradiscana. Di pugno del zio Enrico, di mano del nipote Francesco.
Onorato (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale del cinargo romano. A member of the Cinargo who takes to
the habit of wearing a bearskin. GRICEVS: Salvē, HONORĀTE—quisnam es tu,
qui sub pellē ursī quasi sub argumentō validissimō ambulās? HONORĀTVS: Salvē,
GRICE. Ego sum ex Cinargō Rōmānō: philosophus Italicus, sed cum ursō—quia
friget in Urbe et in disputātiōnibus. GRICEVS:
Intellegō: pellem induis, ut omnes implicent “hic vir aut sapientissimus aut
periculosissimus.” Sed dic mihi: ratio conversātiōnis tuā quo tendit—ad
virtūtem an ad tabernam? HONORĀTVS: Ad utrumque. Nam cum taceō, philosophiam
significō; cum rugiō, populus credit me ursum esse: ita et sermō et pellis
cooperantur—maximum meum est: nihil dīcere, multum obtinēre.
Opillo (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’orto romano -- l’implicatura conversazionale -- Segue
l'indirizzo dell’orto. Liberto di un membro dell’orto, insegna filosofia,
ma sciolge la sua scuola per seguire Rutilio Rufo a Smirne, ove compose varie
saggi, fra le quali Musarum libri IX. Aurelius Opilius. Ueber die
Schreibung “Opillus” statt “Opilius” vgl. F. Buecheler, Rhein. Mus. Opilius
lehrte zuerst Philosophie, dann Rhetorik. endlich Grammatik. Später löste er
seine Schule auf und folgte dem P. Rutilius Rufus ins Exil nach Smyrna. Hier
schrieb Opilius unter anderem ein Werk von neun Büchern mit dem Titel “Musarum
libri IX”. Nach den Citaten, die daraus von Gellius und besonders von Varro,
Festus und Julius Romanus gemacht werden, muss er sich besonders mit
Worterklärungen befasst haben. Ferner erwähnt Sueton einen Pinax mit dem
Akrostichon „Opillius"; da wir wissen, dass sich Opilius mit Scheidung der
echten und unechten Stücke des plautinischen Corpus abgab, werden wir diese
Schrift dafür in Anspruch nehmen dürfen. Zeugnisse. «) Sueton, de gramm.
Aurelius Opilius, Epicurei cuiusdum libertus, philosophiam primo, deinde
rhetoricam, nocissime premmetiram docuit. dimissa autem schole Rutilinm Rufum
damnatum in Asiam secutus ibidem Smyrnae simulque consenuit compositque variae
eruditionis aliquod volumina, ex quibus novem unius corporis, quia scriptores
ac poetas sub clientela Musarum indicaret, non absurde et fecisse et
inscripsisse se ait ex numero divarum et appellatione. huius cognomen in plerisque
indcibus et titulis per unam (L) litteram scriptum animadcerto, rerum ipse id
per duas effert in parastichide libelli, qui incribitur pinax 3) Musarum libri
novem. Gellius, Aurelins Opi-lines in primo librorum, ques Mexerum inceripoit
(über indutine). Bei Varro de lingua lat. wird er unter dem Namen Aurelins
angeführt (proefica; i, 106, unter dem Namen Opilins Vgl. H. Usener, Rhein.
Mus., Bei Festus wird er citiert als Aurelius Opilius. Grice: “Since he was a
‘liberto,’ CICERONE refuses to study him!” GRICEVS: Salvē, OPILLE; audīvī tē
Opillum vocārī. Utrum es vir an vitulus parvus? OPILLVS: Salvē, GRICE. Nōn
vitulus, sed Aurelius Opilius—quamquam librāriī, ut semper, duplicant litterās
et duplicant calumniās. GRICEVS: Bene; sed quoniam libertus fuistī, CICERŌ (ut
aiunt) nōn vult tē legere: “nimis liber, nimis perīculōsus.” OPILLVS: Immo! Id
ipsum est implicātūra: “nōn tē legō” significat “timeō nē discam aliquid.” Age,
GRICE—ad Hortum eāmus; ibi philosophia colitur, et ego quoque, sī bene rigātus
fuero.
Enrico Giuseppe Opocher (Treviso, Veneto): la ragione
conversazionale l’implicatura conversazionale della giustizia – IVSTVM QVIA
IVSSVM. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats a talk exchange as a cooperative rational activity in which
hearers recover what is meant beyond what is said by attributing intentions and
applying defeasible norms of relevance, adequacy, and clarity (so implicature
is a controlled inference, not a free rhetorical flourish). Opocher, by
contrast, represents reason-governed meaning in the public and institutional
register of legal philosophy: his work is centrally about how justice and legal
validity relate to value and concrete individuality within the experience of
law, and how normative claims bind not merely by being uttered but by being
justified within a shared practical order; Treccani characterizes him as
resisting both a normativist reduction of law to force and a realist reduction
of law to mere fact, insisting on law’s irreducible value-dimension and on the
“individuo concreto” as a focal point of juridical experience. The comparison,
then, is that Grice models the micro-normativity of conversation (the rational
constraints that make an utterance interpretable as a contribution and license
implicatures), while Opocher models the macro-normativity of social life (the
rational constraints that make a rule, a judgment, or an account of justice
intelligible as more than coercion or description), and your 1937 link through
Fichte underscores the bridge: both are interested in how a form of rational
autonomy and individuality is made publicly legible—Grice through the
inferential structure of communicative intention in exchange, Opocher through
the interpretive and evaluative structure of legal reason in institutions and
the idea of justice. Grice: “There are two points that connect me with
Opocher: ‘individuality’ in Fichte, since I love the problem of the
in-dividuum, perhaps influenced by my tutee Strawson (“Individuals!”) – and
Opocher’s ‘analisi’ as he calls it, of the ‘idea’, as he calls it, of
‘giustizia’, particularly in Thrasymachus, for which I propose an
eschatological study!” Con Ravà e Capograssi
è considerato uno dei maggiori filosofi del diritto italiani del Novecento.
Nacque da Enrico Giovanni, ginecologo. Durante la Grande Guerra la famiglia,
timorosa dei bombardamenti, si trasferì dapprima nella periferia di Treviso, quindi
a Pistoia presso una parente. Gli anni successivi riportarono un clima di
serenità e agiatezza, nel quale Enrico crebbe, dividendosi tra la città natale
e Vittorio Veneto, meta delle sue vacanze estive. Dopo il liceo fu
avviato, secondo il volere del padre, agli studi giuridici, benché fosse
decisamente più inclinato verso la filosofia. Si iscrive alla facoltà di
giurisprudenza a Padova, ma continua a coltivare i propri interessi personali
seguendo le lezioni di filosofia del diritto tenute dRavà. Sotto la guida di
quest'ultimo stilò una tesi su La proprietà nella filosofia del diritto di
Fichte, con la quale si laurea brillantemente. Ottenuta la libera docenza,
vinse il concorso per la cattedra di filosofia del diritto presso la facoltà di
giurisprudenza a Padova, succedendo a Bobbio che in Veneto era divenuto
segretario regionale del Partito d'Azione. Nell'ateneo padovano insegnò
ininterrottamente per quarant'anni, tenendo lezioni per i corsi di filosofia
del diritto, di storia delle dottrine politiche e di dottrina dello stato
Italiano. È ricordato in maniera particolare per i suoi studi
sull'idea di giustizia, e sul rapporto tra diritto e valori, nonché per la
redazione di un celebre manuale. giustizia – fairness, gius, il concetto di gius
nel diritto romano, iustum non quia iussum – verbal aspect here --. Grice,
“Grice ed Opocher: giustizia del neo-Trasimaco. Grice: Merton, 1937. I have been reading the abstracts for the Ninth International Congress
of Philosophy, and I am struck less by the doctrines than by the babel. Every
school, every nation, every temperament seems to have brought its own dialect
and expects the rest of us to do the interpreting. One Italian, Enrico Giuseppe
Opocher, contrives to make the point before he has even begun: he mixes languages
in the title itself, as if to demonstrate that philosophy is already a
border-crossing business. Immanentismo ed eticismo nella Wissenschaftslehre di
Fichte, he calls it—Italian bookends holding a German spine together. I suppose
this is what passes for a lingua franca in the Quartier Latin: everyone speaks
his own tongue, but pronounces the German nouns as if they were honorary
French. Mother would say, of course, that one should not say “in Paris”—one
should say “at the Congress,” or, better, say nothing and let the place remain
tactfully unnamed. Still, I could not help smiling at the way Opocher’s title
performs its own thesis: immanentism and ethicizing are not merely topics; they
are habits of speech, ways of sliding from metaphysics into morals without
admitting the movement. I tell myself I shall attend the Tenth Congress,
wherever it may be held, just to see whether the philosophers will have
invented an even more elaborate pidgin by then—Latin for the programme, French
for the coffee, German for the seriousness, and English for the apologies.”
Editor’s note: the Tenth International Congress of Philosophy was held in
Amsterdam in 1948; Grice did not attend. Grice: Caro Opocher, ti confesso che ogni volta che sento
parlare di “giustizia”, mi viene voglia di chiedere: ma è davvero “giusta” o
solo “giustificata”? D’altronde, come diceva Trasimaco, la giustizia a volte
sembra un labirinto… senza uscita! Opocher: Eh, caro Grice! Se Trasimaco avesse avuto a disposizione i manuali
di filosofia del diritto, forse avrebbe trovato almeno una mappa. Io, però,
preferisco pensare che la giustizia sia come la polenta veneta: ognuno la cuoce
a modo suo, ma alla fine piace a tutti! Grice: Ottima analogia! Dunque, se la giustizia è polenta, il diritto
romano sarebbe il cucchiaio? E Fichte, invece, il cuoco che insiste sul fatto
che ogni porzione deve rispettare l’individuo... almeno finché non si tratta di
dividere il piatto! Opocher: Esatto! Ma attenzione: chi mangia troppo rischia di finire davanti
al giudice… o peggio, di ritrovarsi a discutere con Trasimaco sulla “giustizia
del neo-Trasimaco”. Grice, tu porta il cucchiaio, io porto la polenta: vediamo
se la filosofia può davvero saziare tutti! Opocher, Enrico Giuseppe (1937).
Immanentismo ed eticismo nella Wissenschaftslehre di Fichte. IX Congress
internationale de philosophie, Paris.
Quinto Orazio Flacco (Venosa, Potenza, Basilicata):
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – O. fu attirato dai
problemi morali ed estetici. Quinto Orazio Flacco. Muore a Roma. Soltanto nelle
"Epistole," Orazio dichiara di sentirsi attirato dalla filosofia
morale per la quale vuole abbandonare la lirica. Si è notato che questa
epistola è un protrettico. Ma anche negli scritti precedenti O. tocca spesso
argomenti filosofici. Scherzosamente, O. si chiama dall’orto “de grege poreus”
(Epist.). Effettivamente egli, che dichiara di non voler giurare sulle parole
di nessun maestro, non appartiene ad alcun indirizzo determinato. Nei suoi
studi in Atene conosce dottrine di scuole diverse, vede nelle sette filosofiche
una disciplina che non deveno essere ignorate. O. s’interessa soprattutto per
la morale applicata ai casi della vita. La sua indole, amante dell’equilibrio,
della tranquillità, della serenità, gli fa considerare con simpatia l’etica
dell’ORTO, di cui si scorge l’influsso nelle satire, che abbondano di
reminiscenze a LUCREZIO . O. ri-assume la teoria dell’orto sull’origine del
diritto e della legge. Più volte, satireggia paradossi del Portico: tutte le
colpe sono uguali, il sapiente è re e conosce ogni cosa. O. disegna la
caricatura del Portico: capelluti e barbuti che, predicatori ambulanti,
espongono precetti ai quali non sempre fanno corrispondere la vita. Ma O.
mostra di apprezzare maggiormente la severa nobiltà degl’ideali del Portico. O.
si avvicina sia all’Orto che al Portico quando loda la vita semplice e sana
della campagna. Ma quando sferza la caccia alle riechezze e al lusso, O. si
collega al Cinargo, delle cui diatribe si avverte l'influsso nelle sue satire.
Nell'insieme, la morale di O. è utilitaria ed è diretta dall’esigenza
dell’equilibrio e della misura. La sua non è una teoria filosoficamente fondata
e perciò non manca di incoerenze. Nell’"Arte Poetica" si riconoscono
abitualmente riflessi di teorie del “Lizio” Orto. (Corpus, 1932; Grice and Shropshire preparing for Mods) Shropshire had
arranged his books in strict chronological piles, as if time were a virtue in
itself and not merely a nuisance that happens to texts. Grice: You’re doing it
again. Shropshire: Doing what. Grice: Dating everything. You treat a poem like
a jar of jam: you won’t open it till you’ve found the label. Shropshire: A poem
without a date is merely a rumour with metre. Grice: That, I take it, is your
first paper. Shropshire: It’s my first principle. Now. Orazio. Earliest
attributable work, please. I want a year that would satisfy a prosecutor.
Grice: Very well. His first published book is the first book of the Satires.
Published about 35 before Christ. Shropshire: Before Christ. I can already hear
a bishop fainting in the quad. Say it properly. Grice: Properly. Thirty-five
BC. Shropshire: Still improper. I want it Roman. Ab urbe condita. In Roman
numerals. Grice: You want him dated in the way the Romans themselves usually
didn’t bother to date him. Shropshire: Exactly. The pedantry is the point.
Grice: All right. The founding of Rome is the usual peg: 753 BC is year 1 AUC.
Shropshire: Good. Continue. Slowly. This is arithmetic, not metaphysics. Grice:
If 1 BC is AUC 753, then 35 BC is AUC 719. Shropshire: Seven hundred and
nineteen. Now write it in Roman numerals. Grice: DCCXIX. Shropshire: DCCXIX
AUC. There. Now we can speak like civilised men. Grice: You realise, of course,
that if you say “AUC” in a lecture, half the room will think you mean something
pharmacological. Shropshire: Then they should read more Latin. Grice: The point
is delicious: you have replaced Anno Domini, which is theological, with ab urbe
condita, which is mythological, and you call that an improvement. Shropshire:
It is an improvement. It relocates the calendar from a manger to a city. Grice:
And from a fact to a legend. Very Oxford. Shropshire: Now, which is it: “after
Christ” or “Anno Domini”? Grice: In English prose: AD. In Latin: Anno Domini.
In argument: “later than you think.” Shropshire: I want the Roman, not the
Christian. Grice: Why. Shropshire: Because Horace would hate being filed under
someone else’s nativity. Grice: Horace would hate being filed under anything at
all. That is why he called his satires Sermones: he wanted them to sound like
talk, not like tablets. Shropshire: Talk can be dated. Otherwise it becomes
gossip. Grice: Here is the moral, then. You can say “35 BC” and mean “around
the time the Satires first appear as a book.” Or you can say “DCCXIX AUC” and
mean “I am showing off.” Shropshire: And which do you mean. Grice: I mean both.
The second is an implicature. Shropshire: Then the first is what is said, and
the second is what you are. Grice: Precisely. Now stop numbering Rome and
decline λύω before time declines you.GRICEVS: Salve, Horati
Flacce, Venusiae decus. Audio te in Epistulis iactare te
velle lyricam ponere atque ad philosophiam moralem migrare—quasi Musa ipsa tibi
dixerit: “Satis cantasti; nunc rationem redde.” HORATIVS: Salve, Grice. Ita
est: non iuro in verba magistri; sed cum vitiis amicorum et meis cotidie
luctor, ad hortum saepe confugio—ego ipse, ut ioco, de grege porci. GRICEVS:
Oportet ergo te doctissimum esse in implicaturis: cum dicis “de grege porci,”
non tantum de porco loqueris, sed significas: “nolite me stoicum barbatum
fingere.” Porticus enim, ut scribis, omnia peccata paria facit—quod est paene
impossibile, nisi in tabulis scholasticis. HORATIVS: Recte intellegis. Ego
Porticum laudo cum moderatur, irrideo cum tonat. Nam mea maxima est haec: aurea
mediocritas. Si quid “implicavi,” hoc tantum: in urbe morior, sed mente in agro
vivo—et si philosophus fio, id facio ut minus ridear, non ut minus rideam. Quinto
Orazio Flacco, (a. u. c. DCCXIX). Qui fit, Maecenas, ut nemo, quam sibi sortem
seu ratio dederit seu fors obiecerit, illa contentus vivat, laudet diversa
sequentis? Roma
Oribasio (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di Marte, o la scuola di
Giuliano -- Giuliano’s personal philosopher. He shares
Giuliano’s enthusiasm for paganism. His treatises survive, as does paganism –
“Only you shouldn’t use that vulgar adjective,” as Cicerone says!” –
Grice. GRICEVS: Salve, Oribasi. Audio te Iuliani esse philosophum
domesticum: Martem laudatis, aras instauratis, et paganos deos tam studiose
colitis ut etiam implicatura sacrificet. ORIBASIVS:
Salve, Grice. Ita est: in schola Iuliani non tantum dicimus, sed significamus.
Cum princeps “Martem” nominat, subintelligitur “virtutem”; cum ego taceo,
intellegitur “consilium.” GRICEVS: Bene; sed moneo te de stilo. De paganismo
tuo dicis “superstitionem splendidam” (ut audivi). Cicero—immo ego, Ciceronem
imitans—dicerem: “Tolle illud adiectivum volgare: ‘splendidam’.” Non omnia quae
sonant bene, decent. ORIBASIVS: Accipio correptionem: dicam potius “pietatem
veterem.” Nam apud Iulianum hoc est ludus urbanus: tu me doces quid
dicendum sit; ego te doceo quid non dicendum—ut paganismus maneat, et adiectiva
pereant.
Francesco Orioli (Vallerano, Viterbo, Lazio):
l’implicatura conversazionale nella logica della monarchia romana – i sette re.
Grice’s account of reason-governed conversational
meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is
explicitly said by assuming a cooperative purpose in talk and drawing
defeasible inferences under rational constraints (the Cooperative Principle and
maxims), so that implicature is not ornamental “reading between the lines” but
an accountable calculation about intention and conversational suitability.
Orioli makes a useful foil because his work and life foreground a different
scale of “implicature”: he is a nineteenth‑century polymath and political actor
(born in Vallerano in 1783, active in revolutionary politics and later public
office) whose writings range from natural philosophy (his 1836 Saggio sopra la
filosofia naturale) to historical-archaeological and political interventions,
including interpretive narratives about early Rome (e.g., Dei sette re di Roma,
1839), where the “logic” of events and institutions is reconstructed from
fragmentary evidence, rhetorical postures, and the unsaid motives of agents in
councils, courts, and revolutions. Read side by side, Grice gives a
micro-pragmatics of interpersonal exchange (how a conversational move licenses
an implicature because certain alternatives would be irrationally unsuitable at
that stage of the talk), while Orioli exemplifies a macro-hermeneutics of civic
and historical discourse (how one infers intentions, alliances, and
institutional meanings from what is recorded and what is conspicuously
omitted), making Orioli an apt historical counterpart for showing that “reason
in interpretation” can operate both in the minute mechanics of a talk exchange
(Grice) and in the larger inferential economy by which political life and
historical narrative are made intelligible from traces, documents, and
strategic silences. Grice: “Only in Italy, a philosopher, rather than a
cricketer, is supposed to take part in a revolution and write a book about his
shire!” -- Fondatori della Repubblica Romana. “De' paragrandini metallici” -- Milano, Fondazione Mansutti. Il padre,
medico, lo conduce a Roma, dove si laurea brillantemente. La professione non lo
attrae molto, Lo troviamo, infatti, professore di filosofia nei seminari e nei
licei dell'urbe. Da Roma si trasfere a Perugia, dove si laurea. Insegna a
Bologna. Partecipa con gl’allievi all'insurrezione delle Romagne.
Successivamente è eletto membro del governo provvisorio di Bologna, che è
sciolto in seguito all'intervento militare dell'Austria. Tentando di mettersi
in salvo,salpò da Ancona diretto in Francia con un altro centinaio di
rivoluzionari; ma il brigantino Isotta sul quale viaggiava venne catturato
dall'allora capitano di vascello della marina austriaca Francesco Bandiera
(padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio) e tutti i rivoluzionari
furono arrestati. Venne incarcerato a Venezia. Poco dopo venne liberato, forse
per mancanza di risultanze gravi sul suo conto. Iniziò così l'errare, costretto
a fuggire da terra in terra, inneggiando sempre all'Italia unita. Fu professore
di archeologia alla Sorbona. A Bruxelles insegnò. Soggiornò anche a Corfù, dove
tenne un corso dnell'università della città. Quando Pio IX concesse l'amnistia,
poté tornare a Roma, dove tenne la cattedra di archeologia. Le sue attitudini
per il giornalismo non attesero molto per farsi notare, e così fondò un
periodico politico che ebbe però vita breve, La Bilancia. Fu eletto deputato al
parlamento della Repubblica Romana. Quando il governo pontificio fu restaurato,
in riconoscimenti dei suoi meriti, fu nominato consigliere di stato. Pubblica
molti saggi di filosofia. Tra i più famosi sono da menzionare “Dei sette re di
Roma e del cominciamento del consolato” (Firenze), “Intorno le epigrafi
italiane e l'arte di comporle” (Roma). implicatura. Grice: “Corpus, 1932. Today I had my frankest tutorial with Hardie yet.
“Grice,” he said, in that Scottish cant of his which makes even a reprimand
sound like an invitation, “you will now be obliged—on the most pleasant
terms—to attend one or two lectures given by our Chairs.” And with that he
handed me the thickest volume I had seen since entering Corpus: Orioli’s Saggio
sopra la filosofia naturale. “For next week,” Hardie went on, “you will tell me
what you need to know about this curious Oxford arrangement: why you may attend
a lecture by the Waynflete Professor of Metaphysical—trans-natural, if you
insist on the Latin—philosophy, but no longer by any Professor of plain Natural
Philosophy. We once had both, you know. Now we have metaphysics with a capital
and nature with a laboratory.” I opened Orioli and felt at once the old,
dignified breadth of the word “natural”—not merely physics-as-technique, but
nature as the whole field in which a mind might still dare to range. Hardie
watched me leaf through it with the air of a man setting a trap for a pupil’s
modern complacencies. “You will discover,” he said, “that ‘natural philosophy’
is not what the chemists do. It is what philosophers used to do before they
mistook specialism for virtue.” Then he added, with a dryness that almost
counted as mercy: “And do not, for heaven’s sake, come back next week saying
that metaphysics is what you do when you have nothing else to read. At Oxford,
metaphysics is what you do when you have too much.”” Grice: Caro Orioli, mi ha sempre incuriosito come la logica della monarchia
romana e il pensiero filosofico possano intrecciarsi nella tua opera. Quanto
conta per te l'implicatura conversazionale nell'interpretazione dei sette re? Orioli: Caro Grice, la logica
delle conversazioni tra i re e i loro consiglieri è fondamentale per
comprendere le vere intenzioni e gli accordi sottesi. Senza implicatura, la
storia sembrerebbe solo un resoconto di eventi, e invece è ricca di sfumature e
sottintesi. Grice: Interessante! E pensi
che questa capacità di leggere tra le righe abbia aiutato te, come filosofo e
rivoluzionario, a navigare le acque turbolente della politica italiana? Orioli:
Assolutamente sì! Spesso, nelle insurrezioni e nei dibattiti parlamentari, il
non detto era più eloquente delle parole. La filosofia, come la vita politica,
insegna che bisogna saper ascoltare ciò che sta tra le righe e agire di
conseguenza. Orioli, Francesco (1836). Saggio sopra la filosofia naturale.
Roma: Salviucci.
Giacomo Luigi Ornato (Carmagna, Cuneo, Piemonte): la ragione conversazionale o dell’implicature
conversazionali nella conversazione d’Antonino con Antonino. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers legitimately infer what a speaker means beyond what is explicitly said
by assuming a cooperative, rational orientation to the talk exchange (the
Cooperative Principle and its maxims), so that “extra meaning” is not free
poetry but a defeasible product of accountable inference. Ornato is a useful foil
because his work and temperament highlight a different axis of “reason in
language”: not the inferential pragmatics of everyday exchange, but the
disciplined craft of mediation between languages, registers, and intellectual
cultures—above all translation, where fidelity is achieved by restraint and
where over-performance (the operatic recitative effect) can be understood as a
practical analogue of conversational overinformativeness or misplaced manner.
If Grice focuses on how rational interlocutors compute implicatures from what
is said under shared norms, Ornato shows how rationality also governs what one
ought not to add when carrying meaning across forms (Greek to Italian, Stoic
notes into a readable vernacular), and even his later posthumous “Ricordi”
materials underscore the same lesson: that the intelligibility of a voice can
outlive its author only if the editor/translator keeps the additions answerable
to the text’s purpose rather than to personal flourish. Visse vita ritirata, modesta e schiva d'onori e ricchezza intesa soltanto
allo studio. Coltiva le scienze fisiche e matematiche, la filologia, la poesia,
la musica e con singolare amore le discipline metafisiche. Sii trasferisce a
Torino dove frequenta alcuni esponenti dell'aristocrazia sabauda. Tra le sue
amicizie più importanti Santarosa, Sabbione ed i fratelli Balbo. Dei concordi è
insegnante di matematica nel collegio dei paggi imperiali, impiegato nella
segreteria dell'Accademia delle Scienze di Torino e successivamente professore
presso la Reale Accademia Militare. In seguito ai moti rivoluzionari e nominato
da Santarosa Ministro della Guerra della giunta rivoluzionaria. Si rifugia in
esilio a Parigi. Nella capitale francese stringe amicizia con Cousin e la sua
casa è frequentata da numerosi patrioti italiani. Ottiene di poter rientrare in
Italia e si ritira a Caramagna dove riceve le visite dei patrioti Pellico,
Provana, Gioberti e Balbo. Si trasferisce a Torino dove morirà e verrà sepolto
nel cimitero monumentale. Saggi: traduzione di Ode a Roma di Erinna, traduzione
dei “Ricordi di Antonino, Picchioni, Vita, studii e lettere inediti di Leone
Ottolenghi, E. Loescher. Biografiche e risultati di ricercheo, Becchio
Calogero, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Ulteriori approfondimenti possono essere reperiti nei seguenti siti:
Comune di Caramagna Piemonte, su comune.caramagnapiemonte.cn. Associazione
Culturale "L'Albero Grande", su albero grande. Due difetti o cattivi
abiti, nota qui e contrappone Antonino. L’uno, del lasciarci guidare unicamente
dalla IMPRESSIONE che fan su di noi l’oggetto esterno, divagando da questo a
quello secondo che quello ci attrae più fortemente che questo. L’altro del
lasciarci guidare unicamente dal pensiero o idea che ci vengono in mente a
caso, seguendo quelli che eccitano più la nostra attenzione. implicatura,
Antonino, ad seipsum, ricordi. Grice: “Corpus, 1932. Hardie has decided that the only cure for a young
man’s airy talk about “meaning” is to make him translate. “Pick a Greek piece,”
he said, “turn it into Latin, and see whether you can keep the thought intact.
Feel what Ornato felt.” So I chose a short lyric—Erinna, because she is precise
enough to punish laziness—and set about producing Latin that would not sound as
if Cicero had swallowed a gramophone. At the next tutorial Hardie read my
version in silence, the sort of silence that makes you revise your whole
education. Then, quite unexpectedly, he said I had done better than Ornato. “I
never felt like intruding, sir,” I said, “so I never asked. What did you mean
by ‘Ornato’?” That, naturally, was my fault. There were only fifteen minutes
left, and I had just opened the gate to a lecture. Hardie proceeded to spend—by
my mother’s stopwatch, I should think—nineteen more minutes explaining how
Ornato, with a perfectly sound classical intention, managed to turn Erinna’s
Ode to Rome, a sharp Hellenic utterance, into something resembling an operatic
recitative: too many flourishes, too much “effect,” too little of the Greek’s
restrained bite. “It’s not that he mistranslates,” Hardie said; “it’s that he
over-performs. He takes a poem and gives you a performance of a poem.” Which,
of course, is a lesson about conversation as much as translation: when you add
too much, you may still be intelligible, but you stop being faithful. Ornato,
Hardie implied, could not resist the temptation to make Rome sound like a stage
direction.” Editor’s note: Erinna is a rare early Greek lyric voice (often
associated with the fourth century BCE), remembered in antiquity for a small
surviving corpus and for the intensity of her style; “Ode to Rome” here
functions as a convenient label for the kind of classical praise-poem a
nineteenth-century Italian translator might select for an exercise in Latinity
and patriotic tone.GRICE: Caro Ornato,
dicono che tu abbia vissuto una vita schiva, lontana dai riflettori. Ma ti chiedo: se tu e Antonino parlate, chi
tra voi ha l’ultima parola? Oppure la conversazione finisce sempre con una
implicatura misteriosa? ORNATO: Ah, caro Grice, nella nostra Carmagna
la conversazione è come una partita a scacchi – ogni mossa è una metafora e
ogni implicatura un cavallo imbizzarrito. Ma ti confesso: ogni tanto, lasciamo
che sia l’impressione a guidarci... così nessuno vince davvero, ma tutti si
divertono! GRICE:
E la modestia? Dicono che tu sia più schivo di un filosofo piemontese davanti a
un invito a una festa. Non temi che, tra filologia e musica, ti sfugga qualche
implicatura troppo allegra? ORNATO: Grice, nella mia casa, ogni
implicatura trova il suo posto – tra una nota di pianoforte e un teorema
matematico. Se per caso ne scappa una troppo allegra, la metto a tacere con una
poesia! E poi – come diceva Antonino – a volte è meglio lasciarsi guidare dal
pensiero che ci passa per la testa... purché non sia quello di andare a una
festa! Ornato, Giacomo Luigi (1817). L’oda a Roma d’Erinna.
Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro (Vicenza,
Veneto): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale -- la
difficoltà dei segni di Trissino non favorì la diffusione della sua filosofia
–Grice: “I discuss Fiat lux – and so does O.!” – Keywords: mode, modo, mood,
modo iussivo --. Ritratto di Vincenzo Catena. Persona di spicco della cultura
rinascimentale, notissimo al tempo, il Trissino incarnò perfettamente il
modello dell'intellettuale universale di tradizione umanistica. Si interessò,
infatti, di linguistica e di grammatica, di architettura e di filosofia, di
musica e di teatro, di filologia e di traduzioni, di poesia e di metrica, di
numismatica, di poliorcetica, e di molte altre discipline. Nota era, anche
presso i contemporanei, la sua erudizione sterminata, specie per quel che
riguarda la cultura e la lingua greche, sull'esempio delle quali voleva
rimodellare la poesia italiana. Fu anche un grande diplomatico e oratore
politico in contatto con tutti i grandi intellettuali della sua epoca quali
Niccolò Machiavelli, Luigi Alamanni, Giovanni di Bernardo Rucellai, Ludovico Ariosto,
Pietro Bembo, Giambattista Giraldi Cinzio, Demetrio Calcondila, Niccolò
Leoniceno, Pietro Aretino, il condottiero Cesare Trivulzio, Leone X, Clemente
VII, Paolo III, e l'imperatore Carlo V d'Asburgo. Fu ambasciatore per conto del
papato, della Repubblica di Venezia e degli Asburgo, di cui fu un fedelissimo,
come tutta la sua famiglia da generazioni. Scoprì e protesse l'architetto
Andrea Palladio, appena adolescente, nella sua villa di Cricoli, vicino
Vicenza, che venne da lui portato nei suoi viaggi e fu da lui iniziato al culto
della bellezza greca e delle opere di Marco Vitruvio Pollione. la riforma della
lingua italiana, filosofia del linguaggio, Alighieri, lingua e linguaggio,
codice di comunicazione, il parlare umano, il parlare solo umano, la prima
lingua, la parlata dei genovesi, la filosofia della lingua in Alighieri,
l’eloquenza, la filosofia del linguagio, only man speaks. Gian Giorgio Trisino
dal Vello d’Oro. GRICE: Caro Oro, dicono che tu sia un vero giocoliere di linguaggi e codici, ma dimmi:
come fai a scrivere libri che solo i geni riescono a decifrare? Perfino le mie
implicature si sentono inadeguate! ORO: Ah, Grice, il segreto è tutto nei miei segni
misteriosi: se tutti capissero subito, che gusto ci sarebbe nel conversare?
Meglio lasciare qualche modo iussivo a spasso, così la gente ha sempre qualcosa
su cui discutere a tavola! GRICE: Questa sì che è filosofia veneta: metà Spritz,
metà aforisma! Ma dimmi la verità, Oro: sei tu che hai insegnato a Palladio che
anche le ville devono avere implicature architettoniche nascoste? ORO: Naturalmente! Ogni colonna porta un messaggio segreto—e se non lo capisci,
non entrare a Cricoli! In fondo, caro Grice, che senso avrebbe il “parlare solo
umano” se non lasciassimo agli altri il piacere del fraintendimento? Oro, Gian Giorgio Trisino dal Vello d’ (1524). La poetica. Vicenza: Tolomeo
Gian Giorgio Trissino.
Orrontio (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e la scuola di Roma. Grice: “We don’t have ‘senators’ at
Oxford!” -- Filosofo italiano. A senator and follower of Plotino – cited by
Porfirio. Orrontio. Keywords: categoriae. GRICEVS: Salve, Orronti. Audio te et senatorem
esse et Plotini sectatorem; mihi autem Oxonii res mirissima est: senatores non
habemus—nisi forte in conviviis, cum quis nimis graviter tacet. ORRONTIVS:
Salve, Grice. Roma quidem senatores habet, sed non semper rationem
conversazionalem: saepe plus est oratio quam ratio. Ego tamen, Porphyrio teste,
inter categoriae et contemplationem Plotinianam pacem quaero. GRICEVS: Pax? In
senatu? Id iam est implicatura robusta. Dic mihi: in schola Romana, cum quis
dicit “Categoriae,” vult Aristotelem—an vult tantum disputationem longiorem? ORRONTIVS: Utrumque. Nam senator cum “categoriae” pronuntiat, significat:
“Nolite me interpellare; iam ad unum fugio.” At tu, Grice, si senatores non habetis, certe habetis quaestiones—quae
multo tutiores sunt quam suffragia.
Ortensio (Roma, Lazio) : la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale –. Cicerone ’s
greatest contemporary rival, known for the lush ‘Asianist’ style. A philosopher. Ortensio Ortalo Quinto. GRICEVS: Salve, Ortensi. Dicunt te
Ciceronis aemulum fuisse—Asiatico illo dicendi genere tam laeto, ut etiam implicaturae
tuae purpuram induerent. ORTENSIVS: Salve, Grice. Ciceronem aemulari? Immo
illum exercebam: cum nimis perspicue loqueretur, ego eum blandis
ambagibus docebam quid esset ratio conversationalis. GRICEVS: At cave: si nimis florescis, auditor putat te plus dicere quam
dicis—et, more meo, statim concludit te aliquid significare quod non
vis. Inde nascitur implicatura, non rosa. ORTENSIVS: Recte
mones. Sed hoc ipsum amo: Ciceroni verba, mihi silentia prosunt. Ille clamat
“Roma!”, ego tantum tussio—et tota curia intellegit.
Gianmaria Ortes (Venezia, Veneto) – la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del verso. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
utterances as moves in a cooperative enterprise in which hearers rationally
infer what is meant (often beyond what is said) by assuming shared purposes and
norms, so implicature is a disciplined, defeasible product of practical
reasoning about communicative intention. Ortes is an illuminating foil because
his “rigorous rationalism” is deployed not to model inference in dialogue but
to police conceptual confusions in political economy—above all the mercantilist
tendency to conflate money with wealth and, in the 1756 Calcolo on rents and
land prices, to separate price as a measurable market magnitude from value as
what is genuinely at stake in the structure of national prosperity. Put
together, Grice shows how reason silently governs conversational exchange (how
“That’s good value” can function as evaluation, recommendation, or mild rebuke
depending on what it is taken to imply), while Ortes shows how reason should
govern public discourse by forcing us to keep distinct the categories our
language tempts us to blur (wealth vs money, value vs price); the comparison
you can draw is that for Grice rationality operates as an internal norm of
interpretive coordination between speakers and hearers, whereas for Ortes
rationality operates as an external corrective to collective misdescription,
treating sloppy linguistic substitutions as causes of bad theory and bad
policy. Grice:
“Ortes’s little treatise on the philosophy of language supports my claim about
philosophy of language NOT being a necessary discipline on which to give a
seminar at Oxford, since the pupil would already know the stuff!” Filosofo
italiano. Venezia, Veneto. Grice: “Being English, I was often confronted with
that very ‘silly’ song by Cleese and Idle, but then they were never the first!
Which is good, since they are Cambridge and Ortes is Oxonian! Viva La Fenice!”.
Keywords: philosophy of language, history of the philosophy of language, semantics,
history of semantics. Considerato uno dei
più dotati tra i filosofi veneti settecenteschi, precursore nell'analizzare dal
punto di vista della produzione complessiva alcuni aspetti come popolazione e
consumo. La sua impostazione filosofica si fonda su un rigoroso razionalismo.
Nel mercantilismo vide far gran confusione fra moneta e ricchezza. Fu un
sostenitore del libero scambio pur con alcune restrizioni della proprietà che
interessavano il clero, anche se appartenevano al passato ed è considerato per
questo un anticipatore di Malthus, ma con qualche contraddizione. Malthus
prevede l'aumento della popolazione, in trenta anni, in modo esponenziale,
quindi molto di più dell'aumento delle sussistenze. Altre saggi: “Grandi, abate
camaldolese, matematico dello Studio Pisano, Venezia, Pasquali, “ Dell'economia
nazionale” (Venezia); “Sulla religione e sul governo dei popoli” (Venezia);
“Saggio della filosofia degli antichi” -- esposto in versi per musica
(Venezia); “Dei fedecommessi a famiglie e chiese,” Venezia, “Riflessioni sulla
popolazione delle nazioni per rapporto all'economia nazionale: errori popolari
intorno all'economia nazionale e al governo delle nazioni” (Milano, Ricciardi),
Donati (Genova, San Marco dei Giustiniani). Catalano, Dizionario Letterario
Bompiani. Milano, Bompiani, Citazionio su Treccani L'Enciclopedia. verso. “Grice: St John’s, 1962. In the conversation seminars here I find myself
drifting, more and more, toward the thought that it is all a question of value.
Before the war the Germans at Corpus used to call the thing Axiologie and speak
as if the word itself were a credential; now the fashion is to pretend we have
only “preference” and “choice,” as if the ethical had been reduced to shopping.
And then, in the Merton library, I stumble on Ortes—cool Venetian
intelligence—setting price against value with the kind of pedantic serenity
that makes one suspect he has never had to buy anything in a hurry. English,
maddeningly, gives you “worth” and expects you to do the rest. We say the price
of those shoes is reasonable, not rational; we say a bargain is good value, but
we hesitate to say it is good reason. So where, exactly, does value end and
price begin—or is it the other way round? And more to the point for my
purposes: when a man says “That’s good value,” is he reporting a fact, offering
a recommendation, or merely giving his approval a marketable costume? I begin
to suspect that half of our conversational life consists in pricing our
attitudes while pretending we are valuing our reasons.” Grice: Caro Ortes, ho spesso sostenuto che la filosofia del linguaggio non
debba essere materia obbligatoria a Oxford: chi affronta la filosofia ha già
interiorizzato i principi fondamentali, come tu ben dimostri nel tuo
trattatello! Ti sei mai riconosciuto in questa posizione? Ortes: Caro Grice, la
tua osservazione non può che farmi sorridere: in fondo, ogni vera riflessione
filosofica nasce dalle parole, ma ancor più dalla chiarezza del pensiero.
Analizzare la lingua è solo il primo passo per comprendere la complessità della
realtà. Grice: Hai ragione, Ortes. La tua attenzione alla razionalità e alla
distinzione tra ricchezza reale e nominale mostra quanto il linguaggio possa
influenzare l'economia e i costumi di una nazione. Forse, la filosofia del
linguaggio è più pratica di quanto sembri! Ortes: Indubbiamente, Grice! Come
spesso ripeto, tra il dire e il fare ci passa il mare, ma senza dire non c'è
fare. Viva il ragionar chiaro e la Fenice veneziana che sempre rinasce, anche
nella filosofia! Ortes, Gianmaria (1756). Calcolo sopra il valore delle rendite
e sul prezzo delle terre. Venezia: Giambattista Pasquali.
Osimo (Milano, Lombardia):
la ragione conversazionale. Grice: “What italians call an ‘ebreo italiano’! --
Keywords: Grice-- è un semiologo e scrittore italiano. Laureato all'Università
di Tartu con Torop, consegue il dottorato a Milano. Da allora si dedica allo
studio della traduzione a partire da una prospettiva semiotica, in particolare
studiando le fasi mentali del processo traduttivo e la valutazione della
qualità della traduzione – Grice: “Something I did not have to endure at
Clifton!” -- È docente di traduzione presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori
"Altiero Spinelli". Opere Narrativa Il poeta in affari veniva da
molto lontano, Milano, Bruno Osimo, Breviario del rivoluzionario da giovane,
Milano, Marcos y Marcos, Found in translation. Esercizi di stile traduttivo.
Cinquanta visite malriuscite in cinquanta lingue diverse – ma tutte italiano,
con Federico Bario e Anton Pavlovič Čechov, Milano, Disperato erotico fox.
Manuale di ballo liscio, Milano, Marcos y Marcos, Bar Atlantic, Milano, Marcos
y Marcos, Dizionario affettivo della lingua ebraica, Milano, Marcos y Marcos,
audiolibro Poesia Poesie dall'ospedale psichiatrico, Milano, Poesie apocrife di
Anna Achmatova, Milano, Saggistica Distorsione cognitiva, distorsione
traduttiva e distorsione poetica come cambiamenti semiotici Deiva Marina, La
memoria della cultura: traduzione e tradizione in Lotman Deiva Marina,
Semiotica semplice Guida alla sopravvivenza per il cittadino Deiva Marina,
Traduzione come metafora, traduttore come antropologo Deiva Marina, Semiotica
per principianti. Ovvero: impara la disciplina più astrusa con le canzonette,
Deiva Marina, Primo Levi. Miti d'oggi, Milano, Francesco Brioschi, Prefazione
di Bruno Segre (storico) La lingua non salvata. Case study di strategia
traduttiva, Milano, Bruno Osimo, Traduzione giuridica e scienza della
traduzione, Milano, Bruno Osimo, Traduzione della cultura, Milano, Bruno Osimo,
Traduzione letteraria e precisione terminologica, Milano, Bruno Osimo, Handbook
of Translation Studies, Milano, Bruno Osimo, Dictionary of Translation Studies,
Milano, Bruno Osimo. Grice: Caro Osimo, quanto è vero che per capire una
traduzione bisogna essere anche un po' filosofi… ma dimmi, quando traduci
cinquanta visite malriuscite, ti capita mai che una si trasformi in una visita
ben riuscita solo cambiando lingua? Osimo: Ah, Grice, se bastasse una lingua nuova per
aggiustare le visite, ne avrei già provate cento! Ma, come diceva mia nonna,
“tradurre è come ballare il liscio: se sbagli il passo, finisci sulla punta
della scarpa dell’altro!” Grice: Questa sì che è una metafora brillante! E
dimmi, tra “Distorsione poetica” e “Manuale di ballo liscio”, quale ti fa
perdere più il ritmo? Forse la semiotica si impara meglio con le canzonette? Osimo: Assolutamente, Grice! La semiotica con le
canzonette si digerisce meglio: anche Primo Levi avrebbe approvato, purché non
si traduca “Il poeta in affari” in inglese come “The business poet”—potrebbero
pensare che voglia vendere versi al mercato!
Ostiliano (Roma, Lazio): la
ragione converazionale e il portico romano -- la filosofia romana sotto il
principato di Vespasiano -- Grice: “In Der Streit des Facultaeten in drey
absichten,” Kant memorises how hard he found to find ‘eternal peace’ with the
theologians, the jurists, and the medics. The same could be
said of Ostiliano. His only claim to fame is that his philosophical theory was
completely banished by Vespasian. The implicature being that Vespasiano MUST be
right, whereas Ostilliano MUST be wrong! It may be further argued that one of
VESPASIANO ’s implicature was that the Porch itself should be banned. ‘Hardly
academic!’”. Filosofo italiano. A follower of the Portico. His claim to fame is
that Vespasiano banishes him from Rome. GRICEVS: Salve, Ostiliane: audio te Roma pulsa esse sub
Vespasiano, quasi ipsa Porticus nimis loquax esset. Ego vero, cum
theologis, iurisconsultis, medicisque pacem aeternam quaererem (Kantio teste),
vix pacem temporalem nactus sum. OSTILIANVS: Salve, Grice. Non
Roma me expulit, sed implicatura principis: “Si Ostilianus docet, errat;
ergo sileat.” Ita Vespasianus non solum hominem, sed etiam porticum exsulare
voluit—quod est, ut ita dicam, minus academicum. GRICEVS: At tu,
Porticus alumnus, nimis stricte legis rationem conversandi. Princeps
enim putat se cum populo cooperari: “Si exulo philosophiam, tranquillitas
manet.” Sed hoc est maxima Relatio violata—nam, cum de vectigalibus loquatur,
de veritate philosophorum tacite iudicat. OSTILIANVS: Bene: si Porticum
claudis, non errores tollis, sed disputationem. Ego tamen parebo—non quia
falsus sum, sed quia Vespasianus moderator se gerit: cum nummos olet,
sermonem purgat. Tu vero, Grice, redi ad tuas facultates; ego ad meam
porticum—etsi extra muros.
Nicola
Nettario d’Otranto (Otranto, Puglia): la ragione conversazionale e
l’implicatura conversazionale –Grice: “Otranto writes a tractatus ‘de arte
laxeuterii,’ which is an art of ‘divination,’ as when we say that smoke
divinates fire!” -- Grice: “Had Otranto not written ‘scritti filosofici’ we
wouldn’t call him a philosopher!” – Filosofo. Sull'infanzia e sulla formazione poco è noto. Non si sa dove oggiorna e
studia, né chi siano stati i suoi maestri. La sua filosofia, però, lascia
immaginare una formazione molto solida. Insegna a Casole. Traduce la liturgia
di Basilio ed altri testi liturgici per volontà del vescovo. Le sue competenze
linguistiche gli valeno inoltre degli incarichi diplomatici. Interprete al
seguito dei legati papali Benedetto, cardinale di Santa Susanna, e Galvani. E a
Nicea al seguito del re Federico di Svevia. Saggi: “L'arte dello scalpello”,
con una raccolta di testi geo-mantici ed astrologici; traduzioni di testi
liturgici; “Dialogo contro i giudei” – Grice: “It reminds me of Ayer, the then
enfant terrible of Oxford philosophy” --; Tre monografie o syntagmata “Contro i
Latini” -- su questioni dottrinali significative nella polemica fra cattolici
ed ortodossi, quali la processione dello spirito santo o il pane azzimo;
un'appendice ai tre syntagmata; lettere e frammenti di lettere;
Hoeck-Loenertz, O. Abt von Casole. Beiträge zur
Geschichte der ost-westlichen Beziehungen unter Innozenz III. und Friedrich
II., Ettal. M.
Chronz: Νεκταρίου, ηγουμένου μονής Κασούλων (Νικολάου Υδρουντινού): Διάλεξις κατά Ιουδαίων. Κριτική έκδοση.
Athena, Hoffmann: Der anti-jüdische Dialog Kata Iudaion des
O.. Universitätsbibliothek Mainz, Mainz, Univ., Diss.,
Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Homosexuality
in a textual gap in what was going on in Italian Byzantine convents under Roman
rules. Longobards being raped, or raping Greek monks. Grice: “At Oxford, I was
often criticised for referring to William of Occam, as ‘Occam,’ but then in
Italy nobody complains about referring to Otranto as Otranto!” Roma. Corpus, 1932. A paneled room that smells of coal and dictionaries.
Papers for Mods are spread like defensive works. Through the window the quad is
grey with the sort of English light that turns every marble bust into a
moralist. Shropshire: I’m not afraid of Greek, oddly, or Grief as the Mock
Turtle calls it. I’m more afraid of Laughter. Grice: Laughter is only Greek
that has survived translation. It keeps its teeth. Shropshire: You’re being
epigrammatic because you haven’t done your prose unseen. Grice: I’ve done it in
my head. The invigilator will mark the silence. Shropshire: Silence, in your
hands, will be a thesis. Grice: And in yours, an alibi. Now. The opposite of
that Bishop of Casole, you said. Shropshire: I meant the opposite of the man
who needs Greek put into Latin. Grice: You mean the bishop who was honest
enough to admit he didn’t wish to govern by guesswork. That’s already a
philosophical virtue. Shropshire: But why would he need it? If you’re a bishop
in Apulia, aren’t you surrounded by Greek anyway? Grice: Surrounded, yes. Inhabited,
no. Consider the difference between hearing a language and being answerable for
it. A bishop is answerable. Answerability is always in Latin. Shropshire: So he
enlists Nicola Nettario, Otranto’s man. Grice: Precisely. Nettario translates
the Divine Liturgy of Saint Basil. In Greek it wears a title long enough to
frighten a curate: Ἡ Θεία Λειτουργία τοῦ Ἁγίου Βασιλείου τοῦ Μεγάλου. Shropshire: Say it again.
Slower. I want to see whether I understand it or merely admire it. Grice: Ἡ Θεία. The Divine. Λειτουργία. Liturgy, public work. τοῦ Ἁγίου. of the Saint. Βασιλείου. Basil. τοῦ Μεγάλου. the Great.
[en.wikipedia.org] Shropshire: A title like a small procession. And the bishop
wants it in Latin so he can read what he is licensing. Grice: And so he can
show Rome, if asked, that nothing here is being smuggled in under incense.
Translation is a kind of ecclesiastical audit. Shropshire: Is the opening the
famous line? Grice: The priest begins by changing the whole conversational
setting. He doesn’t merely report a fact. He declares a new jurisdiction. Εὐλογημένη ἡ βασιλεία… Shropshire: Blessed is the
kingdom… Grice: Exactly. And if Nettario is sensible, he renders it with
something like Benedictum regnum, because the force is not descriptive. It is
inaugurative. It tells you what game you are now playing. [saintgeorg...xville.com],
[bulletinbuilder.org] Shropshire: So much for my fear of Laughter. That’s
metaphysics in the first sentence. Grice: It is also manners. The liturgy
begins by announcing what counts as relevant from this point on. Shropshire:
Give me a little bit where Greek and Latin pinch differently. Grice: The
exchange before the great thanksgiving is perfect. In Greek, the people answer Ἄξιον καὶ δίκαιον. Shropshire: Which is? Grice:
Worthy and just. But Latin takes it as dignum et iustum. Same move, but the
Latin has legal bones. Dignum sounds like something a court could endorse.
[newadvent.org] Shropshire: And the bishop, reading Latin, feels he has a grip
on the act. Grice: Exactly. He can now supervise without pretending to be a
native. He can also correspond with a legate without sending a cloud of Greek
across the Adriatic and hoping it lands intact. Shropshire: Was the bishop
pleased, then? Grice: He would have been pleased in the way administrators are
pleased: quietly, because they can now quote. Shropshire: And Nettario? Grice:
Nettario would have been pleased in the way translators are pleased: he has
made himself necessary, and invisibly so. Shropshire: What would the bishop
say? Something suitably grateful. Grice: He would say, in the Latin that makes
gratitude sound like policy: Nunc non est Graecum mihi. Shropshire: No longer
Greek to me. Grice: Exactly. And then, if he were tempted into a pun Oxford
would approve of, he might add: semper ero tibi gratus, Nettari. Shropshire:
Forever grateful, Nettario. Grice: A bishop cannot quite say “you’ve saved my
Greek,” but he can implicate it by saying the Latin is now his. Shropshire: So
your point is that translation is a kind of conversational implicature in slow
motion. Grice: My point is that translation creates a common record.
Conversation evaporates unless you give it a stable text. A bishop is a man who
prefers stable texts. Shropshire: And a Mod candidate is a man who will shortly
prefer any text at all. Grice: Then stop fearing Laughter and start translating
your Greek into an English that the examiner can read. The examiner is our
bishop. Shropshire: And you are our Nettario. Grice: God forbid. I’m merely an interpreter in training.Grice: Caro Otranto, dimmi: tu che hai scritto un trattato “de arte laxeuterii”,
la divinazione è più efficace con il fumo o basta un buon caffè pugliese per
prevedere il futuro filosofico? Otranto: Ah, Grice, il fumo è solo per i profeti distratti! Un vero filosofo fa
divinazione con la logica e, se proprio serve, con un buon caffè. A Casole, ti
assicuro, il pensiero vola più alto dopo la terza tazzina! Grice: Allora dovrei abbandonare i miei “scritti
filosofici” e aprire una caffetteria a Oxford? Magari la ragione
conversazionale diventa più chiara con un espresso, e l’implicatura si scioglie
come zucchero! Otranto: Grice, se vieni a Otranto, ti insegnerò l’arte
dello scalpello e quella del caffè: tra il dire e il fare ci passa il mare — ma
a volte basta un cannolo per attraversarlo! Viva la filosofia pugliese e viva
le pause caffè! Otranto, Nicola Nettario d’(1197). Divina Liturgia Sancti Basilii, Otranto.
Ottaviano (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nel secolo d’oro della
filosofia romana sotto il principato d’Ottaviano -- It should always be kept in
mind, when approaching the philosophy of Grice, that he enrolled at Oxford in
the only philosophy programme then available – having won a classical
scholarship to Corpus from his alma mater at Clifton. Therefore, he had
first to pass classical moderations, which he did with a first – to pursue
philosophical studies at ‘greats’ and where critical thinking of the
philosophical kind was first required. Therefore, an interest in the philosophy
behind Rome’s first emperor – or ‘prince,’ strictly – would hardly been foreign
to him. Indeed, it was the positivist creed that was taking root at Oxford –
brought by whom he calls the ‘then enfant terrible,’ Ayer – which was the
‘furriner’. In Ancient Rome, there was no clear distinction between philosophy
and other branches of culture, and Ottaviano excelled as a philosopher, if a
Roman would have been so bold as to utter’ excell’! Filosofo italiano. Il primo
principe. Historia augusta, scritta d’Ottaviano. His philosophical teachers are
well known. The education of a prince. O. lascia alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue opere: le Res
Gestae Divi Augusti. Svetonio in particolare racconta che una volta morto,
lascia tre rotoli, che contenevano: il primo, disposizioni per il suo funerale,
il secondo, un riassunto delle opere, da incidere su tavole in bronzo e da
collocare davanti al suo mausoleo, il terzo: la situazione dell'Impero. Quanti
soldati sono sotto le armi e dove erano dislocati, quanto denaro era
nell'aerarium e quanto nelle casse imperiali, oltre alle imposte pubbliche. Il
testo dell'opera è tramandato da un'iscrizione in latino. E incisa sulle pareti
del tempio, dedicato alla città di Roma e ad O., situato ad Ancyra -- l'odierna
Ankara, la capitale della Turchia – GRICEVS:
O OTTAVIANE, princeps (si placet) et philosophus (si audes), dic mihi: quid est
ratio conversationalis in saeculo tuo aureo—cum aurea verba saepe ferrum
tegant? OTTAVIANVS: GRICE, si populus pacem audit, potestatem saepe intellegit:
haec est ipsa implicatura. Ego “Res Gestae” in parietibus incidere iussi:
scriptum est quasi memoria, subauditum est quasi imperium. GRICEVS: Optime: tu
in marmore loqueris, sed auditor in foro complet. At cave: si “nihil adiciam”
dicis, addis; si “princeps tantum sum” dicis, rex videris—et hoc est, fateor,
elegantissimum. OTTAVIANVS: Ita vero. Et tu, Oxoniensis moderatus, prius Latina
vincis quam philosophiam: ergo mihi non alienus es. Sed age—si quis roget “quid
reliquisti?”, respondeo: tres volumina; tu respondebis: “plus reliqui quam
dixi.”
Francesco d’Ovidio (Campobasso): la ragione
conversazionale Senatore del Regno d'Italia Legislatura Tipo nomina Categoria:
18 Sito istituzionale Dati generali Titolo di studio Laurea in lettere
Professione Docente universitario Francesco D'Ovidio – m. Napoli. è stato un
filologo e critico letterario italiano. Nato da Pasquale e da Francesca
Scaroina, originaria di Trivento, era fratello del matematico e politico Enrico
O.. Frequentò con successo l'Università di Pisa e la Scuola Normale, dove fu
allievo, tra gli altri, di Alessandro D'Ancona, Emilio Teza e Domenico Comparetti. Successivamente
s'interessò anche alla glottologia in generale, spintovi da Graziadio Isaia
Ascoli, e «nel 1871 fu chiamato ad insegnare latino e greco al liceo “Galvani”
di Bologna, per poi passare nel 1874 al liceo “Parini” di Milano, sempre
impegnato nei medesimi insegnamenti». Poi, sempre in giovane età,
ottenne nel 1876 la cattedra di storia comparata delle lingue neolatine presso
l'ateneo napoletano, mantenendola fino agli ultimi mesi della sua vita.
Attestati di benemerenza per il lavoro che svolse gli furono attribuiti da
Niccolò Tommaseo e Benedetto Croce, anche se quest'ultimo – specie per le
«sottili e talvolta eccessivamente minuziose» indagini dantesche – parlò
ironicamente di «questioni d'ovidiane e non dantesche». [4] Socio
dei più importanti circoli letterari partenopei, presiedette per un quadriennio
l'Accademia dei Lincei, e divenne socio di quella della Crusca[5], e
dell'Arcadia. Nel suo lavoro d'indagine letteraria si interessò di Dante
Alighieri, Alessandro Manzoni, Torquato Tasso. Per quanto riguarda
la storia della lingua italiana, «la posizione di D'Ovidio (di "pratico
buon senso" come riconobbe Benedetto Croce) fu quella di adottare come
norma il fiorentino, come sosteneva l'ammiratissimo Manzoni, ma corretto dalla
lingua della tradizione letteraria». Fu candidato al Premio Nobel
per la letteratura, e nel 1905 venne nominato senatore del Regno. Grice:
Permettimi, caro Ovidio, di rivolgermi a te senza il ‘d’, come il GRANDE
Ovidio, quello i cui versi ho imparato a memoria a Clifton! Spero mi perdonerai
questa confidenza, ma la tua opera ha segnato la mia formazione. Ovidio: Grice,
nessuna offesa! Mi onora sapere che i miei versi abbiano varcato confini e
abbiano avuto un ruolo persino nella tua formazione inglese. La poesia non ha
barriere, nemmeno quelle del cognome. Grice: La tua eleganza letteraria e il
rigore critico sono stati fonte d'ispirazione anche nei miei studi filosofici.
Hai sempre saputo unire il buon senso pratico alla profondità, come ha
riconosciuto persino Croce, seppur con ironia! Ovidio: Ti ringrazio, Grice. È
vero, ho cercato sempre di trasmettere la lingua e il pensiero con equilibrio,
seguendo Manzoni ma senza dimenticare la tradizione. La filosofia e la
letteratura, in fondo, sono sorelle: si nutrono l'una dell'altra, e la conversazione
tra noi ne è la prova. Ovidio, Francesco d’ (1876). Studi sulla lingua poetica
italiana. Napoli: Morano.
Publio Ovidio Nasone (Sulmona, Abruzzo): la ragione
conversazionale e l’implicatura convrsazional. As a scholar in the
lit. hum. programme at Oxford, Grice was introduced to the classics before he
was introduced to philosophy. Strictly, he had to sit for the ‘classical
moderations’ – in which he got a first – before moving to the ‘greats.’ Both
Latin and Greek, or Laughing and Grief, were then part of his first curriculum,
as it was for most European philosophers up to the time when ‘philosophy’
gained some sort of ‘independence’ from the classics. Not all philosophers survive
Ovidio; Grice did – Ryle did not, and soon moved from the Lit. Hum. to the P.
P. E. proramme recently instituted that avoided the classics altogether. The
idea of conceiving philosophy – within the sub-faculty of philosophy – within
the greater Faculty of Literae Humaniores – was a very good one, for as Grice
would later tate, ‘a classical education’ – most of which he had aquired
already at Clifton anyway – is ‘required’ for the sort of proficiency a
philosopher needs. On top of that, Ovidio can be fun. In Ancient Rome,
philosophia, or amore della sapienza (Hardie: “What do you mean by ‘of’?’) was
hardly a separate compartment, and on most of what philosophers then did
philosophise was the same stuff that other cultivated members of the elite did.
Ovidio is a good example. Grice: “When Scruton tried to apply my analysis to
sex and love, he noted that Ovid had already done all that!” Abstract: love, sex, intention, secondary intention. Filosofo italiano.
Sulmona, L’Aquila, Abruzzo. Publio Ovidio Nasone. Muore a Tomi, rivela influssi
filosofici assai svariati. A Posidonio, mediato da Varrone, si fa risalire la
rappresentazione dell'età dell'oro e dello sviluppo della cultura (“Met.”;
“Fasti”). Dalla setta di Crotona deriva in larga misura il libro XV delle
Metamorfosi, in cui Pitagora -- di cui si dice che si innalza sino al divino
colla filosofia e scorge con l’animo ciò che la natura nega agli sguardi umani.
implicatura trasformativa. Publio Ovidio Nasone. GRICEVS: O OVIDI, Sulmo tua me docet: non
omne quod dicitur, dicitur; saepe plus subauditur quam sonat. Num id vocas
implicaturam conversationalem, an tantum urbanitatem Romanam? OVIDIVS:
Urbanitas, mi Grice, est ars tacendi loquaciter. Ego enim, cum scribo “Nescio
quid”, omnibus persuadeo me scire—et tamen nihil dixi: pura implicatura,
sine periculo. GRICEVS: Pulchre! At quid si quis roget: “Amasne?”—et
tu respondeas: “Roma calida est”? Ego dicerem: maximam Relationis
violas… nisi amor ipse sit res meteorologica. OVIDIVS: Violo? immo
salvo. Nam si dico “amo”, capior; si dico “Roma calida est”, intellegunt “ego
ardeo”—et nemo potest me in ius vocare. Sic Sulmonensis philosophia: dicere minus, efficere plus.
Paccio (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’accademia e l’implicatura conversazionale nella Roma antica
–An orator and firned of Plutarco. A member of the Accademia.
GRICEVS: Salve, PACCĪ. Audivi te esse et oratorem et Plutarchi amicissimum,
atque inter Academicos numerari: dic mihi, quid est ista ratio
conversationalis apud vos—lex an ludus? PACCIVS: Salve, Grice. Utrumque: lex, ne quis nimis loquatur; ludus, ne
quis nimis doleat. In Academia enim verbum breve est quasi denarius: multum
valet, si recte expenditur. GRICEVS: At orator es: quomodo potes brevis esse
sine iniuria tuae gloriae? Nonne tibi contingit implicare plus quam
dicere, ut oratores solent—et tamen videri modestus? PACCIVS: Id ipsum est
artificium: si dicam “stultus est,” inimicum paro; si dicam “vir est… non
indoctus,” omnes intellegunt, nemo me reum facit. Ita salvatur et amicitia
et urbanitas—et Plutarchus ridens novum capit exemplum.
Giulio Pace (Berga, Carrega Ligure,
Alessandria, Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale di Boezio – la nota di Pace -- Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning explains how interlocutors rationally
bridge the gap between what is said and what is meant by assuming a cooperative
direction to talk and applying defeasible norms (the Cooperative Principle and maxims),
so that implicature is a controlled inference from an utterance plus context to
a further communicated content. Pace is a good early-modern counterpoint
because his life and work dramatize a different but related sense in which
“reason governs discourse”: as a Protestant-leaning itinerant scholar and
jurist, he treats logic as an explicit discipline of method, rules, and
categorial distinctions—codifying Aristotle’s Organon and Porphyry, writing
institutional manuals of logic (e.g., Institutiones logicae, 1597), and working
at the fault-lines where academic controversy, religious authority, and the
public norms of disputation constrain what one can safely assert. Put together,
the comparison is that Grice theorizes the implicit rational governance
internal to everyday talk (how we responsibly infer intentions and implicatures
when a contribution seems over- or under-informative, irrelevant, or oddly
phrased), whereas Pace exemplifies the explicit rational governance of learned
discourse (logic as a teachable ars, categories and methods that regulate
inference, and institutional norms that police what counts as a permissible
argumentative move), making Pace a historical foil who shows how “reason in
communication” can be framed either as tacit conversational rationality (Grice)
or as overt logical-juridical method shaping what can be said, proved, and
defended in public scholarly life. Grice: “I love the fact that Pace, like me,
is a Protestant, and married one! This should deduce the defeasibility
of non-monotonicity: ‘all Italians are Catholic;’ he surely wasn’t --- and
neither is Speranza, or Ghersi, two other fervent ‘protestanti’!” Grice: “I
love Pace – in a way he reminds me of myself when I was teaching Aristotle’s
Categoriae at Oxford! – A good thing about Pace is that he stopped saying that
he was commenting on Aristotle – his Casaubon edition is still very readable –
and tried to compose his own ‘Institutiones logicae,’ as he did – As Kneale
once told me, ‘This made Pace a logician, and not just a commentator!” –
Keywords: categoria, negatio, privation, meaning, implication, logical form,
and the categories, nota. Italian essential
philosopher. Studia a Padova, dove fu allievo di Menochio e Panciroli. Aderì
alla religione riformata e intimorito dagli ammonimenti delle autorità
religiose patavine, si rifugiò a Ginevra, il principale centro del Calvinismo.
Divenne professore. Traduce Aristotele – “In Porphyrii Isagogen et Aristotelis
Organum: Commentarius analyticus.” Ottenne la cattedra a Heidelberg. Pronuncia
una famosa prolusione, De iuris civilis difficultate ac docendi method, È
coinvolto in una polemica con Gentili. Gentili, non avendo ottenuto la cattedra
di Istituzioni alla quale aspira, accusa Pace di averlo boicottato e gli
rivolse delle offese in un componimento poetico indirizzato a Colli. Offeso, lo
denuncia davanti al senato accademico, costringendolo infine a lasciare
Heidelberg per Altdorf. Ha anch'egli fastidi con le autorità accademiche di
Heidelberg per le sue simpatie per il Ramismo. Insegna a Sedan, Ginevra,
Montpellier, Nîmes, Aiax, e Valence. Rese pubblica la sua abiuria al
protestantesimo. Ha la cattedra a Padova e scrive dialettica, Aristotele,
Porfirio, Boezio, categoria, prædicamentum, lizio. Grice: Pace, permettimi di dire, sei forse
l’unico filosofo italiano che può vantare sia Calvino sia Aristotele tra le
proprie influenze. Come hai fatto a mantenere la pace tra Ginevra e lo
Stagirita? Pace:
Grice, a volte me lo sono chiesto anch’io! Ginevra mi ha dato asilo, Aristotele
mi ha dato le categorie, e le autorità mi hanno dato mal di testa. Ma almeno
non ho mai provato a tradurre le Istituzioni di Calvino in greco—anche se
qualcuno forse se lo aspettava! Grice: E il vivace Gentili? Gli insulti
poetici in latino ti hanno fatto riconsiderare le forme logiche, o solo il menu
del pranzo a Heidelberg? Pace: L’unica cosa meno monotona della vita
accademica italiana è un vero pranzo protestante—entrambi possono essere
imprevedibili, ma almeno uno viene servito col formaggio. La mia unica
implicatura è questa: ovunque io sia finito, ho sempre portato con me
Aristotele e un dizionario—caso mai qualcuno volesse discutere di privazione o
di cucina! Pace, Giulio (1597). De dominio maris Hadriatici
dissertatio. Venezia: Bolzetta.
Raffaele Pacetti (Roma, Lazio): la ragione e la
rettorica conversazionale. Grice’s account of
reason-governed conversational meaning treats communication as a rational,
cooperative practice in which hearers infer what a speaker means (often beyond
what is explicitly said) by assuming a shared purpose and norms that constrain
what counts as an appropriate contribution, so that implicature is a
disciplined, defeasible product of practical reasoning about intentions.
Pacetti is a useful foil because his two main visible “registers” are
explicitly normative and programmatic in a different way: in Dell’arte
rettorica he presents rhetoric as a rule-governed art of forming minds and
guiding audiences (praecepta, exempla, economy of exposition), and in his 1823
Latin dissertation De exemptione personarum non regularium ab auctoritate
episcopali he treats authority and exemption as matters of articulated
jurisdictional norms—cases where what matters is not an inferred implicature
but the explicit scope of a rule and the conditions under which it binds or is
dispensed with. Set side by side, Grice explains how rationality operates “from
below” in everyday talk (how interlocutors calculate what must have been meant
to keep an exchange coherent), whereas Pacetti exemplifies rationality “from
above” as rhetoric and governance (how rules, precepts, and institutional
authorities organize what may permissibly be said, taught, or exempted), so the
comparison you can draw is that Grice’s maxims model the implicit normativity
of ordinary conversation while Pacetti’s rhetoric and ecclesiastical
jurisprudence model explicit normativity—both are about rule-guided human
interaction, but one treats meaning as inferential achievement within a
talk-exchange and the other treats persuasion and authority as disciplines that
prescribe, authorize, and delimit communicative conduct. Grice: “I like Pacetti”. Keywords: G. N. Leech, pragmatics as
conversational rhetoric.DELL’ARTE RETTORICA -- GIOVENTÙ STUDIOSA RAFFAELE
PACETTI PRETE ROMANO 1 ,'W\ ' V.. %N* ■
.Jsa/; À DELL'ARTE RETT0R1CA ALLA GIOVENTÙ STUDIOSA ROMA TIPOGRAFIA DELLE BELLE
ARTI Palazzo Poli numero 9t 1800 t N V T^EIPARAE . VIRGINI . MARIAE QVAE
NOSTRAE . CONSORS . NATVRAE NOSTRI . NIHIL . NISI . LABEM A . SE . ALIENVM .
PVTAT VTI . OPERI . HVIC IWENVM . ANIMIS AD . HVMANIORA . STVDIA . INFORMANDO
EXARATO SIET . VOLENS PROPITIA N SE QVE CLIENTVM EIVS . INFIMVM . MERITO AT .
NON . OBSEQVIO SOSPITET . IN . AETERNVM . AEVVM RAPHAEL . P. . PRESBYTER .
ROMANVS GRATI . FIDENTIS . QVE . ANIMI ERGO D . D . D . v ?>* Quidquid
praecipies esto brevis, ut cito dieta Percipiant animi dociles, tencantque
fideles Ilorat. ad Pisones. Longurn iter per praecepta, breve et efficax per
exempla Quindi. L'autore riservasi il diritto di proprietà a norma delle leggi
vigenti, e delle convenzioni fra li diversi Stati. DELLE ARTI ESTETICHE E DEL
LORO NOBILISSIMO UFFICIO I t . A'v-' -1,/ue sono gli oggetti cui
naturalmente tenue--*— e»-Su cui tutta dispiegasi l’attività dell’uomo, la
conoscenza del vero, e la produzione di effetti utili, o sia il conseguimento
delle scienze e l’esercizio delle arti. A raggiungere sì l’uno come l’altro
scopo, il criterio, o la regola certa , si è , che l’ uomo sia fedele ministro
e interprete di natura; il filosofo studiando la natura per co- noscer le cose
quali sono in sestesse, e nelle loro vere ca- gioni ; l’artista imitando la
natura, la quale se noi studio- samente torrem per guida, non ci dilungheremo
mai dalla via della verità, della virtù e della vera utilità. Quam si sequemur ducerli, nunquam aberrabimus. Cic. Off. Grice: “St John’s, 1964. Potts may be right:
my so-called maxims are not maxims of conversation at all; they are
praecepta—the rhetoricians’ word for them, and perhaps the more honest one.
This morning he brought me a copy of Pacetti’s monumental Dell’arte rettorica,
all solemnity and stage-directions, and then—because Potts is a pupil of
impeccable bad taste—confessed that what really pleased him was Pacetti’s
earlier Latin exercise: De exemptione personarum non regularium ab auctoritate
episcopali. He pronounced it like a man reading a charge-sheet, and then asked,
with that earnestness which is never quite innocent, “Is that why we have the
Church of England instead?” I told him that ecclesiology is not quite a
sub-branch of implicature, and that bishops, unlike conversationalists, do not
normally allow their authority to be cancelled by a parenthetical. But the
question was not entirely foolish. There is, after all, an old kinship between
rhetoric and jurisdiction: both trade in rules, exemptions, and what happens
when you try to do something with words and someone senior decides you may not.
Potts said that if Pacetti can write a whole dissertation on exemption, my
maxims at least ought to come with an index of permissible exceptions. I
replied that they do: it is called conversation; and if he wants a Church of
England in miniature, he may begin by distinguishing rules from their
dispensations, and then observe—carefully—how often we communicate obedience by
the very ways we depart from it.” Grice: Caro Pacetti, ma dimmi, la rettorica è più arte o più acrobazia? Nei
miei dialoghi mi sembra sempre di camminare sul filo… Pacetti: Grice,
l’importante è non cadere! La rettorica è come il funambolismo: serve
equilibrio, ma soprattutto fantasia. E poi, se si cade, basta saper ridere di
se stessi! Grice:
Allora forse dovrei indossare il cappello da prestigiatore quando faccio
implicature... almeno posso tirar fuori qualche coniglio dal cilindro se la
conversazione langue! Pacetti: E perché no? Ma ricordati: più che i
conigli, sono le buone parole che incantano il pubblico. Parola di rettore... e
un po' anche di illusionista! Pacetti, Raffaele (1823). De exemptione
personarum non regularium ab auctoritate episcopali. Napoli; Bourlié.
Enzo Paci (Monterado,
Trescastelli, Ancona, Marche): la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale e la relazione, Grice’s theory of reason-governed
conversational meaning explains how what is meant can outrun what is said
because hearers rationally reconstruct speakers’ intentions under a shared
cooperative orientation and its maxims; implicature is thus a disciplined,
defeasible inference from an utterance plus context to an intended but unstated
content. Paci, as a leading Italian phenomenologist and existentialist who
developed a relazionismo centered on intersubjectivity, treats meaning less as
a product of inferential “calculation” from conversational norms and more as
something that arises in lived relation and historical practice: sense is
generated in the encounter between consciousnesses and in the concrete
life-world, and language is one privileged site where that relational
constitution of meaning becomes visible. Put starkly, Grice offers a
micro-normative pragmatics (rules of rational exchange that license
implicatures), while Paci offers a macro-phenomenological pragmatics (sense as
co-produced in communication, time, and shared world), so the comparison you
can draw is that Grice models how interlocutors responsibly bridge the gap
between saying and meaning within a talk exchange, whereas Paci models why
meaning is never merely “in” an utterance to begin with, because it is rooted
in relation and intersubjective formation—making Paci a natural continental
counterpart to Grice’s claim that rationality is not only a property of private
thought but is exercised, and tested, in the public medium of dialogue. Grice:
“Paci’s essay on Vico by far exceeds anything that Hampshire wrote about him –
magnificent title, too, “ingens sylva.” -- “There are many things I love about
Paci: first, he adored Jabberwocky, as he states in his “Il senso delle
parole.” Second,
he loved Russell’s theory of relations, as he states it in “Relazione e
significati.” Third, he agrees with me that Heidegger is the greatest philosopher
of all time, as he states in his masterpiece, “Il nulla.” Grice: “Paci used to
say, with a smile, that it was ironic that he was born in Monterado and that he
had written an essay on ‘Il nulla,’ seeing that “Monterado is, today, well, il
nulla.”” Italian essential philosopher «Avevo ben presto compreso
che il costume di Paci era quello di discutere liberamente con chiunque di
tutto, senza alcuna prevenzione o pregiudizio.» (Carlo Sini). Tra i più
espressivi rappresentanti della fenomenologia e dell'esistenzialismo in
Italia. Nato a Monterado (provincia di Ancona), intraprese gli studi
elementari e medi a Firenze e Cuneo. Nel 1930 si iscrisse al corso di filosofia
dell'Università degli Studi di Pavia, seguendo soprattutto le lezioni di Adolfo
Levi. Nel frattempo collaborò con Anceschi alla rivista Orpheus. Si trasferì
dopo due anni all'Università degli Studi di Milano dove divenne allievo di
Antonio Banfi, con il quale si laureò nel novembre del 1934 discutendo una tesi
dal titolo Il significato del Parmenide nella filosofia di Platone. Collabora
alla rivista Il Cantiere. Nel 1935 iniziò il servizio militare
nell'esercito, ma nell'ottobre del 1937 viene congedato. Richiamato nel 1943
come ufficiale allo scoppio della seconda guerra mondiale, venne catturato in
Grecia dopo l'8 settembre 1943 e inviato presso il campo di prigionia di
Sandbostel. relazione, significato del significato, fenomenologia del
linguaggio, comunicazione e intersoggetivita i principi metafisici di Vico”
significato e significati” – . Biraghi, andrea – “Dizionario
di filosofia.” Grice: “St John’s, 1946.
Back in Oxford from the Admiralty, one discovers that it is experiences, not
miles, that alter a man. I walked past Blackwell’s this morning and the window
was positively insolent: it caught the light with an almost Continental
sparkle, and there, among the imports, was Paci’s Esistenzialismo. I felt, all
at once, how thoroughly Ryle has had his way. Before the war Oxford could be
Continental in its off-hours: one might mention Hartmann at Corpus and not be
excommunicated for it. After the war you can scarcely pronounce the un-Rylean
idiom without sounding like you are either joking or confessing. That is why
Blackwell’s is so deliciously provocative: it puts the forbidden goods in the
window. Ryle, of course, reviewed Heidegger’s Sein und Zeit back in
Mind—reviewed the German edition, no less—when that monument first appeared,
and now one cannot so much as say Heidegger with a straight face. (And what
does the name mean anyway—“heath-digger”? a man employed to excavate moorland?)
Paci’s Esistenzialismo, at least, is pronounceable; it feels like Italian has
taken pity on us and filed down the consonants. But Ryle can pronounce nothing
clearly except his own name—Gilbert—as if the simplest syllables were the only
safe ones after the linguistic purges. I am always struck by how few
philosophers keep their Christian names so brazenly on display. And here I
bless Mother: H. P. Grice sounds properly private, almost coded—more suited to
a man who suspects that half of philosophy consists in not saying everything
aloud, and the other half in pretending that this restraint is a virtue rather
than a habit. Grice: Caro Paci, ho sempre ammirato la tua capacità di
intrecciare la fenomenologia con il tema della relazione, soprattutto nel tuo
“Il senso delle parole”. Mi incuriosisce molto come tu veda il ruolo della
comunicazione nella costruzione del significato fra individui. Paci: Grazie,
Grice. Per me il significato nasce proprio dall’incontro, dalla relazione viva
tra le coscienze. Senza dialogo, il linguaggio resterebbe vuoto, un “nulla” — e
qui la mia Monterado torna spesso alla mente! La comunicazione è il luogo dove
il senso prende forma. Grice: Apprezzo molto questa visione, che è anche vicina
alla mia idea d’implicatura conversazionale. La relazione non è solo il
“contenuto” delle parole, ma anche ciò che le rende efficaci, vive, capaci di
suggerire più di quanto dicano esplicitamente. Paci: Concordo, Grice. È proprio
nell’interazione che si svelano i livelli più profondi del significato, fra
detto e non detto, fra presenza e assenza. In fondo, come scrisse Vico, “verum
ipsum factum”: è solo facendo insieme che il vero e il senso nascono davvero.
Paci, Enzo (1943). Esistenzialismo e storicismo. Milano: Bocca.
Luca Bartolomeo de Pacioli (Borgo Sansepolcro,
Toscana): la ragione conversazionale. Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning treats talk as a cooperative enterprise
in which hearers recover what speakers mean by rationally inferring intentions
under shared norms (the Cooperative Principle and its maxims), so that implicature
is the linguistic analogue of “balancing the books”: you compute what must be
added to what is said to make the move intelligible and appropriate in the
exchange. Pacioli offers a striking historical foil because his Summa (1494)
explicitly systematizes ratio as calculation and accountability, culminating in
the Particularis de computis et scripturis with the double-entry method—credits
and debits constrained so that the ledger comes out right—an early paradigm of
disciplined inference and public checkability. Read side by side, Grice’s
“reason” is normative rational control over communicative practice (what you
can be taken to mean, what you are responsible for, what you can cancel, what
counts as an intelligible conversational move), while Pacioli’s “ragione/ragioneria”
is normative rational control over economic record-keeping (what counts as a
justified entry, how transactions must be represented, how coherence is
enforced by structure); the comparison is not that Pacioli anticipates
implicature, but that both exemplify the same family of ideals—systematic
constraint, economy, and auditability—where Pacioli makes the world’s exchanges
legible through balanced entries and Grice makes our speech exchanges legible
through calculable, defeasible inferences that “close the account” between
saying and meaning. Autore della Summa de
Arithmetica, Geometria, Proportioni et Proportionalita e della Divina
Proportione, riconosciuto come il fondatore della ragioneria. “Ragioneria,”
accounting/bookkeeping, is etymologically connected to the Anglo-Norman
"reason" and Latin "ratio" through their shared root
relating to calculation, logic, and accountability. P. is considered the
founder of the discipline because he is the first to publish a comprehensive,
systematic description of the double-entry book-keeping method, which becomes
the foundation of accounting. The etymological connection lies in the core
concept of ordered thought and calculation. “Ratio” in Latin has multiple
meanings, including "reckoning," "account,"
"calculation," "system," "reason," and
"judgment". This directly relates to the meticulous nature of keeping
financial records. Italian “ragione” derives from ratio and means "reason"
or "account". Ragioneria then refers to the practice or study of
keeping these accounts or records -- accounting/book-keeping. The Collegio de'
Rasonati, College of Auditors, further illustrates this link, using a term
derived from the same root. The Anglo-Norman and English "reason"
shares this Latin origin, primarily emphasising logic, justification, and sound
judgment. All these terms converge on the idea of systematic,
logical calculation and the ability to provide a clear, balanced account of
activities, whether in a financial or philosophical sense. P. is known as the
"father of accounting" not because he invents double-entry
book-keeping, but because he formalises and popularizes it. The method is
already in use by merchants, but P. is the first to publish a detailed
description, which proves revolutionary. His major contributions comes in his
Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni et Proportionalita. The work
contains a section called Particularis de Computis et Scripturis, which
systematically describes the method of double-entry book-keeping. Implicatura. Grice: St John’s, 1966. I am done with the Ryleans—and with
Owen too, for that matter. They have taken to owning Aristotle in the way a man
owns an allotment: not by cultivating it, but by fencing it. That is one Oxford
problem: present yourself as a historian of ancient philosophy and, at once,
you are no longer a philosopher. It happened to Owen. I like the man,
though—half Welsh, half Hampshire: a combustible combination. But he is
obsessed with “focal analogy,” and he pronounces analogia as if the extra vowel
were a moral virtue. Call me continental if you like, but I prefer to follow
Pacioli: proportioni in the plural, proportione in the singular—back when the z
was scarcely seen or heard—and then proportionalità, which has a more decent
Roman ring to it, Cicero rather than Aristotle, and far less of that overtly
Hellenistic tang that clings to Aristotle’s analogikon. Try raising that with
Strawson and you get nowhere. We did our bit together on categories, yes, but
he never read the classics in the only way they can be read, and I do not
believe he can tell his omega from his alpha—never mind his abecedarium. So I
keep these matters to myself and to Pacioli, who at least understood that
proportion is not merely a relation between quantities but a discipline of
thought: a way of keeping one’s accounts—intellectual and financial—in balance,
and of knowing when a “likeness” is an argument and when it is merely a
rhetorical flourish. Grice:
Caro Pacioli, dimmi la verità: quando hai scritto la “Summa”, hai usato più
calcoli o più conversazioni? Io, con le implicature, finisco sempre con qualche
conto che non quadra. Pacioli: Grice, la somma non torna mai senza
una buona chiacchierata! Se la ragioneria nasce dalla ragione, allora ogni
partita doppia è una doppia conversazione, no? Grice: Ah, ecco perché i
mercanti italiani sono sempre così loquaci! Chissà, forse fra “debiti” e
“crediti” si nasconde un’implicatura: se il saldo è positivo, si festeggia; se
è negativo, si filosofeggia! Pacioli: Grice, la vera ricchezza è saper
trovare il senso anche tra le righe dei registri. E se la conversazione non
basta, c’è sempre la Divina Proporzione: almeno lei non sbaglia mai il conto! Pacioli, Luca Bartolomeo de (1494). Summa de arithmetica, geometria,
proportioni et proportionalità. Venezia: Paganino de Paganini.
Umberto Antonio Padovani (Ancona, Marche): la ragione
conversazionale e l’l’implicatura conversazionale nella filosofia
classica. Grice’s model of reason-governed conversational
meaning treats talk as a cooperative, purposive exchange in which what is meant
is often inferred (as conversational implicature) from a shared assumption that
speakers are trying to be appropriately informative, truthful, relevant, and
perspicuous; his Cooperative Principle and maxims make rational inference, not
rhetorical flourish, the engine that carries us from what is said to what is
communicated. Padovani, by contrast, is not offering a micro-theory of inference
in dialogue but working within early 20th-century Italian neo-scholastic and
“classical metaphysics” concerns, where rationality is articulated primarily as
normative justification in ethics, politics, and the evaluation of doctrines
(e.g., his 1917 question “Il fine giustifica i mezzi?” in Rivista di Filosofia
Neo-Scolastica, and the immediate, explicitly Catholic-leaning “note e
discussioni” response that frames his piece as disputable and in need of
correction). So the comparison is that Grice explains how reasons operate
inside the fine grain of conversational practice—how a hearer is entitled to
infer an unstated content because the speaker is being rational under shared
conversational norms—whereas Padovani’s “reason” is largely the reason of
doctrinal and moral assessment (what ultimately justifies means, what counts as
a legitimate end, how “classical” frameworks should discipline modern claims),
making him a foil who shows a different scale of rational governance: not
inference from utterance to implicature, but argument from metaphysical-ethical
first principles to verdicts about action and political maxims. Grice:
“I like P., especially his focus on what he calls ‘classical metaphysics’
(‘metafisica classica’) for what is philosophy if not footnotes to Plato?” --
essential Italian philosopher. Figlio di Attilio
Padovani, generale di artiglieria, e di sua moglie, la ricca possidente veneta
Elisabetta Rossati. Mentre, nelle parole stesse di Padovani, il padre
"educò i suoi figli ad una rigorosa etica dell'onore e del dovere",
ebbe un rapporto privilegiato con sua madre che fu colei che per prima lo
introdusse agli ambienti letterari di Padova grazie alla vicinanza dei terreni
della sua famiglia che erano posti a Bottrighe, nel Polesine, dove tutta la
famiglia si trasferiva durante il periodo invernale. La solerte religiosità
della madre, lo spinse a non frequentare la scuola elementare pubblica (che
ella riteneva troppo "laicizzata" dopo l'unità d'Italia) ma a
servirsi di un precettore, un ex abate che per primo lo instradò alla
filosofia. Si iscrisse quindi al liceo di Milano dove ebbe i suoi primi
contatti col positivismo che procureranno in lui e nel suo pensiero una
profonda crisi nel saper controbilanciare il più correttamente possibile questa
visione innovativa della vita con la teologia cattolica. Il padre lo avrebbe
voluto ingegnere, ma egli terminati gli studi del liceo si iscrisse aa Milano
dove seguì i corsi di Martinetti, pur prendendo a frequentare Mattiussi
(convinto tomista) e Olgiati, convinto assertore della necessità di fondere
insieme la metafisica classica con il pensiero moderno. Olgiati (a sinistra)
con Gemelli (al centro) e Necchi. I primi due furono tra i principali
ispiratori. Fu su consiglio di questi due ultimi che il alla fine decise di
intraprendere la carriera filosofica, sviluppando una sua corrente di pensiero
permeata di tutti gli spunti che nel corso della sua carriera aveva saputo
trarre dai pensieri dei suoi insegnanti e ispiratori, basandosi molto anche
sull'opera di Schopenhauer. Si laurea con una tesi su Spinoza. implicatura,
metafisica classica, logica classica. Padovani’s article
appeared in the October 1917 issue of Rivista di filosofia neoscolastica (and
notes it ran “con alcune riserve della Redazione”), which strongly suggests the
piece was a journal article rather than a standalone pamphlet and that it immediately
triggered printed discussion in the same venue/tradition. Pietro Conforto, “Machiavelli e i gesuiti: osservazioni intorno ad un
articolo di Umberto A. Padovani” Grice:
“Corpus, 1933. I find myself in a revisionist mood. Hardie has been
pressing me for three straight tutorials on Aristotle’s so‑called practical
syllogism, which strikes me as neither syllogistic nor, in any sense that
matters, practical. The irritation has brought Father back to mind. He endured
what we politely call the Great War—so did the Italians, for that
matter—whereas my own hardships are confined to the Schools and the Senior
Common Room. Corpus, oddly, keeps a tidy run of Rivista di Filosofia Neo‑Scolastica;
I had not expected so much Milan in Merton Street, especially since there is no
Rivista di Filosofia Scolastica, simpliciter, to complete the symmetry. In it I
came upon Padovani’s wartime question, Il fine giustifica i mezzi?—a title that
reads like Aristotle at his most unfortunate, the practical syllogism turned
into a headline. And then Conforto arrives, admirably brisk, to say in effect:
Machiavelli disliked the Jesuits—no metaphysics, no lace, just the blunt knife.
Still, the whole thing set me wondering whether our own national enthusiasm,
after a shooting in Sarajevo, could possibly have justified the long, grinding
suffering Father bore from 1914 to 1917; and whether “justification” here is
anything more than what we say afterwards, when the alternatives have been
buried with the dead.” Grice:
Caro Padovani, ti confesso che la tua passione per la “metafisica classica” mi
fa pensare che Platone abbia ancora il copyright su quasi tutto ciò che diciamo
in filosofia! Padovani:
Ah, Grice, se Platone avesse davvero il copyright, dovrei ogni anno pagare una
tassa alla sua Accademia! Ma almeno, così, potrei dire che la mia implicatura
conversazionale è sempre “originale”, anche se con qualche nota a piè di
pagina. Grice:
Vedi, Padovani, il bello è che la metafisica classica è come il Polesine in
inverno: ci si trasferisce, si riflette, e si trova sempre qualche argomento
che non era stato ancora “laicizzato” dai moderni. Padovani: Giustissimo,
Grice! Se non altro, tra logica classica e implicature, resta sempre il
dilemma: meglio discutere con un ex abate o con uno studente di Martinetti? Io,
per sicurezza, tengo a portata di mano sia le note di Schopenhauer che quelle
della mamma! Padovani, Umberto Antonio (1915). Spinoza. Sotto Martinetti.
Milano.
Carlo Pagano Paganini (Lucca, Tosscana): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di Roma, il VIRGILIO di
Firenze. Grice’s theory treats conversational meaning as a
rational achievement: what a speaker means is fixed not only by what is said
but by what a reasonable hearer can infer, given shared purposes and norms of
cooperation, so that implicature is a controlled product of
intention-recognition under constraints of relevance, sufficiency, and clarity.
Carlo Pagano Paganini, by contrast, looks like a figure for whom “reason” is
exercised less in the micro-engineering of talk and more in the large-scale
ordering of thought across domains—cosmology (his 1862 Dello spazio, a
“cosmological essay” first circulated via the Annali dell’Università Toscane),
metaphysics, and even philosophical reading of Dante—so that meaning is sought
through systematic exposition and interpretive framing rather than through an
explicit theory of how hearers compute what is meant. Put them together and the
comparison becomes: Grice gives you the normative logic of everyday exchange
(how understatement, indirection, and even scholarly teasing can still be
reason-governed), while Paganini supplies a nineteenth-century Tuscan model of
philosophical discursiveness in which reason aims at a synoptic worldview
(space, soul, doctrinal “domma,” and the philosophical architecture of the
Commedia), making him a useful foil for showing how “reason in language” can
mean either the local rationality of conversational inference (Grice) or the
global rationality of a metaphysical-cosmological system and its hermeneutic
applications (Paganini). Grice: “P. must be the only Italian
philosopher who reads La Divina Commedia philosophically! Strawson never read
P.’s ‘cosmological’ tract on ‘spazio’ but he should, obsessed as he was with
spatio-temporal continuity. I’ll never forget Shropshire’s proof of the immortality
of the human soul – He told me he basically drew it from an obscure tract by
Paganini, as inspired by the death of Patroclus – Paganini’s tract actually
features one of my pet words. He speaks of the ‘domma’ of the ‘immotalita
dell’anima umana’ – Brilliant!”Essential Italian philosopher.” Lucca sta passando dalla reggenza austriaca seguita al collasso napoleonico
al diventare capitale del borbonico Ducato di Lucca. Compe l'intero corso dei
suoi studi a Lucca, dedicandosi, fin dai tempi delle scuole secondarie, alla
filosofia. Insegna filosofia. Partecipa alla prima guerra d'indipendenza. Dopo
la guerra, coll'annessione del ducato di Lucca da parte del Granducato di
Toscana è nominato docente a Luca. In questo ufficio è difensore della dottrina
di SERBATI e nonostante vienne sorvegliato dalla polizia il governo decide poi
di offrirgli una cattedra a Pisa a seguito dei buoni uffici di Rosso. La sua
vita è rattristata da due avvenimenti; la espulsione dai seminari ecclesiastici
di discepoli a lui carissimi, perché rei di professare le dottrine di SERBATI e
la condanna di certe proposizioni tolte ad arbitrio e senza critica dalle molte
opere del filosofo di Rovereto.Annuario della R. Pisa. sba. unipi/it/ risorse /
archivio fotografico/ persone- in- archivio/ paganini- carlo-pagano Opere.
COLLEZIONE DI OPUSCOLI DANTESCHI INEDITI O RARI DA PASSERINI CITTA DI CASTELLO
S. LAPI CmOSE i IUHI flSOFICI DELIiA DIVINA COMMEDIA RACCOLTE E RISTAMPATE DI
FRANCIOSI CITTÀ DI CASTELLO S. LAPI RICORDATO DA UN SUO DISCEPOLO. GruceL :St John’s. We were in the thick of Strawson’s seminar on
“Categories, meaning, and logical form” when, over dinner in his college, he
announced—quite out of nowhere—that he meant to write a grand book, to be
called Individuals, and that it would be built, as he put it, on the way sounds
propagate through space; the next morning I went to his rooms with an elderly
find from the Bodleian, a slim Tuscan relic dated 1862, Carlo Pagano Paganini’s
Dello spazio (a “cosmological essay,” first printed in the Annali
dell’Università Toscane), and I laid it on his desk with the mild malice of a
tutor offering remedial reading—perhaps, I suggested, Paganini might teach him
a thing or two about spazio; Strawson looked at the cover as if I had produced
a fossil, then frowned at the imprint and repeated it slowly—Annali
dell’Università Toscane?—with that tone that means both “how many of those can
there possibly be?” and “how many of them have you read?”, and I replied that
Tuscany, unlike Oxford, has always been willing to give metaphysics a local
address, whereas we insist on treating space as something one must speak of
only after clearing it through the customs of logical form; he said, dryly,
that if I expected him to learn ontology from a provincial annual I was confusing
scholarship with antiquarianism, and I answered that antiquarianism is
sometimes just scholarship with better paper, and that in any case the question
was not whether Paganini was fashionable, but whether he could be made
relevant—at which point Strawson, as if to concede the conversational terms
without conceding the point, slid the booklet into a neat stack marked “to be
looked at,” and said, “Very well, Grice: we shall see whether your Tuscan can
survive translation into our categories.” Grice: Caro Paganini, dimmi sinceramente:
leggere la Divina Commedia con occhio filosofico è più difficile che suonare il
violino senza corde? Paganini: Grice, in realtà è come attraversare
l’Inferno con una bussola rotta! Ma almeno, tra un canto e l’altro, si trova
sempre una qualche implicatura nascosta. Grice: Ah, e il tuo trattato sullo “spazio
cosmologico” l’ho trovato più vasto della biblioteca di Virgilio… ma hai mai
pensato di scrivere un manuale di sopravvivenza per filosofi smarriti nei
gironi danteschi? Paganini: Grice, ottima idea! Lo chiamerò
“Domma e Dilemma: guida pratica per anime immortali e filosofi in crisi”. Con
un capitolo speciale su come fuggire dalla sorveglianza della polizia...
letteraria! Paganini, Carlo Pagano (1862). Dello Spazio, saggio cosmologico.
Annali dell’Università Toscane
Francesco Mario Pagano (Brienza, Potenza,
Basilicata): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
dell’eroe, filosofi agiustiziati. Grice’s account of
reason-governed conversational meaning starts from the idea that ordinary talk
is a cooperative, purposive activity in which hearers rationally infer what a
speaker means beyond what is strictly said, by assuming a shared direction and
expectations of informativeness, truthfulness, relevance, and clarity;
implicature, on this view, is not a poetic halo but a disciplined, cancellable
product of practical reasoning about intentions and context. Pagano, by
contrast, is not a theorist of micro-inference in dialogue but an Enlightenment
jurist-philosopher for whom reason is primarily a public and institutional
virtue: the rational ordering of law, procedure, punishment, and civic life,
expressed in forensic rhetoric and constitutional design, with an explicitly
reformist ambition (anti-torture, anti–capital punishment tendencies,
procedural reform, and a constitutional project for 1799). A useful comparison,
then, is that Grice “locates” rationality in the fine structure of
conversational interaction—how speakers responsibly manage what is said versus
what is meant—whereas Pagano “locates” rationality in the norms that make
collective life governable and just, where persuasion and exemplary speech
matter because they shape institutions; in your vignette’s terms, Grice treats
the club’s joking selection of a soon-to-be-martyred author and Shropshire’s
grammatical pedantry as themselves moves within a reason-sensitive exchange (ripe
for implicature), while Pagano supplies the larger Enlightenment background in
which public speech, law, and civic virtue are the arena in which reason must
ultimately prove its worth. Grice: “Essential
Italian philosopher.” Uno dei maggiori esponenti dell'Illuminismo ed un
precursor edel positivismo, oltre ad essere considerato l'iniziatore della
scuola storica napoletana del diritto. Personaggio di spicco della Repubblica
Partenopea, le sue arringhe contornate di citazioni filosofiche gli valsero il
soprannome di "Platone di Napoli". Nato da una famiglia di
notai, si trasfere a Napoli. Studia sotto l'egida di Angelis, da cui
apprese anche gli insegnamenti del greco. Frequenta i corsi universitari,
conseguendo la laurea con il “Politicum universae Romanorum nomothesiae examen”
(Napoli, Raimondi), dedicato a Leopoldo di Toscana ed all'amico grecista Glinni
di Acerenza. Studia sotto Genovesi, il cui insegnamento fu fondamentale per la
sua formazione, e amico di Filangieri con cui condivide l'iscrizione alla massoneria.
Appartenne a “La Philantropia,” loggia della quale e maestro venerabile.
Inoltre, i proventi dell'attività di avvocato criminale gli consenteno di
acquistare un terreno all'Arenella, dove costitue un cercchio, alla quale
partecipa, tra gli altri, Cirillo. Insegna a Napoli, distinguendosi come
avvocato presso il tribunale dell'Ammiragliato (di cui diviene poi giudice)
nella difesa dei congiurati della Società Patriottica Napoletana Deo, Galiani e
Vitaliani pur non riuscendo ad evitarne la messa a morte. Incarcerato in
seguito ad una denuncia presentata contro di lui da un avvocato condannato per
corruzione che lo accusa di cospirare contro la monarchia. Venne liberato per
mancanza di prove. Scarcerato ripara clandestinamente a Roma, dove e accolto
positivamente dai membri della Repubblica. Insegna al Collegio Romano,
accontentandosi di un compenso che gli garantiva il minimo indispensabile per
vivere. Eroe, massone, Italia si fara, Roma, Aventino, Vico, Livio, Romolo,
Numa, Giulio Cesare, patrizj, nobili Romani, forma aristocrazia della prima
repubblica, tribu, curia, tribuni, diacuriani. Grice:
“Merton, 1937. What a difference Merton makes after Corpus. Down here the
Pelican sheds its eschatological feathers over the quads, and beside that
solemn bird Merton feels—how do the Italians put it?—laico, positively secular.
This afternoon I read, with the Political Club, a piece by Pagano. The
President chose it for a reason that was not exactly scholarly: “Pagano is
going to be hanged soon,” he announced, “so it ought to concentrate the mind.”
One must admire the economy: a syllabus justified by a noose. The text, being a
thesis, was in Latin—properly so. Still, Shropshire amused himself by producing
vernacular renderings, as if Latin were merely a rough draft awaiting English.
Pagano entitles his work: Politicum universae Romanorum nomothesiae examen.
Shropshire, who cannot resist a grammar point, immediately observed that examen
is neuter, and therefore governs the whole. So it is an examen politicum—or, if
one prefers, a politicum examen. “Examination of what?” I asked. “Follow your
genitives,” Shropshire replied, with the air of a man pointing out an obvious
escape route. “Nomothesiae. It’s an examination of legislation—and not just
legislation, but universae nomothesiae.” “The whole legislation?” I said.
“Exactly.” Then, as if we were parsing a homicide, he added: “But don’t expect
Cromwell. Nomothesia governs Romanorum. So it is the whole legislation of the
Romans—from the moment they began to exist until the moment they obligingly
stopped.” “That,” I said, “sounds like a properly grand thesis, and aptly named
for Naples.” At that point Shropshire closed the book with a snap and said,
“Now of course we shall skip the text and go straight to the index rerum
notabilium—the ‘index of things that matter,’ as the Italians put it.” Grice: Caro Pagano, permettimi innanzitutto di esprimere le mie più sentite
condoglianze per la tua scomparsa così tragica. Ogni volta che mi avvicino al
luogo dove lavoro, mi capita di pensare ai martiri – figure che, in maniera
sottile ma profonda, rimangono impressi nella memoria e nel cuore di chi li
ricorda. Pagano: Ti ringrazio, Grice, per le tue parole di conforto. La sorte
dell’eroe, spesso, è segnata dal sacrificio, ma ciò che consola è sapere che la
memoria rimane viva e che il dialogo tra pensieri e ideali prosegue, anche
oltre la vita. Grice: Ecco, Pagano, devo aggiungere che, sebbene i martiri
abbiano lasciato un segno indelebile, la maggior parte dei docenti e studiosi
di Vadum Bovum conduce esistenze assai più tranquille rispetto a quella che fu
la tua – una vita spesa per la giustizia e la libertà. Pagano: È vero, Grice;
la pace della quotidianità è un privilegio prezioso. Ma la ragione
conversazionale ci insegna che ogni dialogo, anche quello più sereno, può
portare un seme di cambiamento – proprio come il mio percorso, che spero possa
essere d’esempio, senza rimpianto, alle generazioni future. Pagano, Francesco
Mario (1768). Politicum universae
Romanorum nomothesiae examen. Napoli:
Raimondi.
Palazzani essential Italian
philosopher Grice: Caro Palazzani, ti confesso che oggi ho
cercato di applicare la ragione conversazionale al traffico di Roma, ma forse
avrei dovuto studiare la metafisica dei semafori... Palazzani: Ah, caro Grice,
a Roma anche un semaforo rosso può implicare una discussione filosofica! Ma
dimmi, hai trovato la verità tra una frenata e l’altra? Grice: La verità è che
ogni automobilista, invece di seguire le massime, preferisce inventare nuove
implicature – specialmente quando deve parcheggiare. Palazzani: Ecco perché la
filosofia italiana è essenziale: solo chi conosce la logica delle piazze sa
sopravvivere alle conversazioni dei clacson! È tutto un dialogo tra essenze e
precedenze.
Palladio (Roma, Lazio). GRICE
ITALO!; ossia, la ragione conversazionale a Roma antica –Known to have been a
philosopher from references to that effect in letters of Theodoret.
GRICEVS: Salve, PALLADI! Audio te ex epistulis Theodorēti philosophum haberi:
num etiam inter Patres rationem conversationalem coluisti, an tantum
verba sancta numerasti? PALLADIVS: Salve, Grice Italo! Verba sancta numeravi,
sed non sicut faenerator: apud Theodoretum didici silentium quoque esse
argumentum—praesertim cum alter iam tertiam homiliam incipiat. GRICEVS: O
praeclare! Ergo cum aliquis dicit “breviter dicam,” tu intellegis: “para te ad
longum”—id est implicaturam ipsam in habitu monastico. PALLADIVS: Ita; et cum ego respondeo “bene dictum,” non semper laudo:
interdum tantum significo “satis est—nunc panem afferte,” ne philosophia fiat
ieiunium sine fine.
Domenico Pandullo (Tropea, Vibo Valentia,
Calabria): la ragione conversazionale dal grido al grido. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by
presuming cooperative rationality and drawing defeasible inferences
(implicatures) from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity;
on this view, universality is a feature of rational interaction, not a property
of any one grammar. Domenico Pandullo’s project, by contrast, is explicitly
normative and programmatic: in his Grammatica italiana ragionata, or Analisi
metafisica degli elementi del linguaggio (Naples, 1835), language is treated as
a classificatory system of durable signs meant to transmit a purified Tuscan
idiom, and the book’s hyperbolic promise to serve as an “introduction to the
study of all languages” reflects a nineteenth-century confidence that a
well-ordered grammatical taxonomy can provide a universal key. The comparison
is therefore between pragmatic universality and taxonomic universality: Grice
locates “reason” in the cooperative management of what is said and what is
meant in situated exchanges, whereas Pandullo locates it in an abstract anatomy
of linguistic elements (parts of speech, relations, accent, writing) designed
to discipline usage and make learning more “spedita ed agevole.” From a Gricean
angle, Pandullo’s universalism mistakes the map for the practice—no grammar can
eliminate the need for conversational inference, because meaning routinely
outstrips explicit form—while from a Pandullian angle, Grice’s implicature
looks like the inevitable residue left when speakers do not submit to the
pedagogical ideal of complete, orderly expression. Grice: “It’s best
to start reading from the second quotation!” . t ANALISI METAFISICA DEGL’ELEMENTI DELLA LINGUA OPMA affo òfctuho òeivixe
Viutxoilujioi c)t tutte fé fi P. PROFESSORE DI BELLE LETTERE E DI LINGUE
ESTINTE E VIVENTI. Essendosi adempito a quanto prescrive la legge, la presente
opera è sotto la di lei guarcntla. AL NOBIL UOMO IL BARONE NICOTERA. Consacro a
Voi, gentilissimo e o- noratissimo Signore, la sua grammatica. Non bramosìa di
laude, non sete di novità, non basso fine indussemi a por mano ad opera sì
fatta. Solo ed unico mio scopo si fu segnar più certa , spedita ed agevol via
agii apparanti L’idioma gentil, sonante e puro di quel sommo e divino tosco che
tutto sa. Fortissimo stimolo a farmi accingere ad un tanto lavoro si è pure il
riflettere che , chiamato io da propizia stella a svelare ai figliuoli vostri
gli altissimi concetti e le bel- lezze, copiose oltre ad ogni stima, dei
sublimi classici dell’ itala favella, con più ardente impegno ne avrebber
eglino apparato le dottri- ne contenute in un libro fregiato dell’ illustre
nome di chi loro ha dato V essere, e composto da colui che ha la cura d
incaminarli al ben- essere. Prego intanto il Dator d’ ogni bene che lungamente
e prospera- mente conservi la vostra persona , per marche di onore , per
grandezza d’animo e per buona riputazione , Eccellente, alla cospicua vostra
famiglia, preziosa , agli amici e devoti vostri , carissima. Di Vostra Signoria
Illustrissima, A 'ffezi Oliati s. m0 e clcvotis. m ° servitore . . 5 % Vox
diversa sonat populorum ; est vox tamen una. Marciai. Il linguaggio è V organo
per cui comu- nicasi – ‘adjective noun’ -- o modificativi, le preposizioni,
gl’avverbi, le congiunzioni o interiezioni congiuntive, la sintassi, la maniera
cT esprimere differenti rapporti che i latini disegnavano per mezzo dei casi,
paradigmi d’analisi nelle frasi si dorme, si mangia, si loda, e simili, il
ripieno, l’accento grammaticale, i segni durevoli delle nostre idee, ed
inispezialità della scrittura propriamente detta. St John’s, 1953. Strawson has at last credited me properly in a footnote
to his Introduction to Logical Theory—“Mr. Grice,” he writes, “from whom I
never ceased to learn about logic”—a private joke, of course, about our old
tutorial chestnut, “Have you ceased eating iron?” and the way one can be
trapped by presuppositions before one has even sat down. He goes on to say,
with his usual air of letting me in where I fear to tread, that it is all a
matter of pragmatic rules. Very well, I thought: if we are now doing
pragmatics, let us do it with an Italian in hand. I produced Pandullo and
pointed to the title as if it were evidence: an opera “to serve as an
introduction to the study of all languages.” “All languages?” Strawson said,
with the faint pain he reserves for unregulated quantifiers. “It’s universal
generalisation on the cheap—tutte le lingue where any sane person would at
least have said ogni lingua.” “But notice,” I protested, “it’s ragionata—an
analisi, no less: precisely the sort of thing we pretend we are doing in that
very well-attended seminar on ‘Meaning, Categories, and Logical Form.’” “Of
which you keep the proceedings,” he added, deadpan, “and therefore feel obliged
to include every language under the sun.” Grice: Caro Pandullo, leggendo la tua "Analisi metafisica degli
elementi della lingua", mi sorprende quanta passione traspare verso
l'italiano e le sue radici. Quale idea ti ha guidato nello scrivere questa
grammatica? Pandullo: Gentilissimo Grice, la mia unica aspirazione era offrire
ai giovani una via più certa e agevole per apprendere l’idioma puro e sonante
del nostro sommo Tosco. Il linguaggio, come dice Marziale, è voce diversa tra i
popoli, ma resta una sola voce, universale. Grice: Hai ragione, Pandullo. Ogni
parola, ogni accento grammaticale, diventa un ponte tra generazioni e culture.
Qual è, secondo te, il segreto per mantenere viva la bellezza della lingua
italiana tra i giovani? Pandullo: Credo che occorra trasmettere non solo regole
e paradigmi, ma anche la musicalità e il cuore della lingua. Solo chi insegna
con ardente impegno fa germogliare negli studenti l’amore per le dottrine e le
bellezze classiche dell’italica favella, affinché la voce continui a risuonare
forte e chiara. Pandullo, Domenico (1835). Grammatica italiana ragionata, o
Analisi metafisica degli elementi del linguaggio: opera da servire
d’introduzione allo studio di tutte le lingue. Napoli: Trani.
Ruggero Panebianco (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale del sistema GHP, il pirotese, e l’implicature del
deutero-esperanto. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats understanding as an inferential achievement within ordinary
talk: speakers can mean more than they explicitly say because hearers presume
cooperation and rationality and so derive cancellable implicatures from shared
expectations of relevance, sufficiency, and clarity. Ruggero Panebianco, by
contrast, represents the “engineer the code” impulse: in his scientific work he
operates with explicit formalization, and in his later advocacy of an international
auxiliary language (in the Latino sine flexione/Interlingua orbit) he tries to
prevent misunderstanding by design, aiming to reduce ambiguity, friction, and
even political conflict by standardizing the communicative vehicle itself. The
comparison, then, is between two strategies for making communication work:
Grice explains how natural languages remain workable despite underdetermination
because interlocutors use rational norms to bridge what is said and what is
meant, whereas Panebianco seeks to minimize that bridge by making the language
simpler, more uniform, and less dependent on contextual guesswork; Grice’s
“conversational reason” is a theory of cooperative inference, while
Panebianco’s “international language” program is a theory of cooperative
engineering, shifting the burden from pragmatic interpretation to an allegedly
clearer code. A differenza del deutero-esperanto di Grice, non usato ma
da Grice, il latino sine flexione è utilizzato anche da altri filosofi come
VACCA , in Sphoera es solo corpore, qui nos pote vide ut circulo ab omne puncto
externo, LAZZARINI , in Mensura de circulo iuxta
Leonardo[VINCI Pisano, e PANEBIANCO che discute proprio
della lingua internazionale nell'opuscolo “Adoptione de lingua internationale
es signo que evanesce contentione de classe et bello” (Padova, Boscardini).
Vedasi ALBANI, BUONARROTI. P. è un filosofo grandemente appassionato
d’Esperanto, tanto che è solito firmarsi "esperantista socialista" –
cf. Grice: deutero-esperantista socialista.” Quest'ultimo, come si evince anche
dal titolo del suo saggio, vede nella lingua inter-nazionale un modo per
mettere la parola fine ai contrasti inter-nazionali, e in particolare al
capitalismo spietato di CAMBRIDGE (“Oxford has always been libral” – Grice).
Inter-linguista, quale que es suo opinione politico aut religioso es certo
precursore de novo systema sociale. Isto novo systema, in que homines loque uno
solo lingua magis facile, commune ad illos non pote es actuale systema de
"homo homini lupus", sed es systema sociale in que toto homines fi
SOCIO –cf. Grice, The Universal Principle of Conversational Helpfulness. Per
ben adempiere a un tale compito, la lingua perfetta di P. deve seguire gli
stessi principi di quella di P. Es evidente que essendo id SINE GRAMMATICA, id
es de maximo facilitate et simplicitate. Ergo, es per illo
quasi impossibile ad fac AMBIGUITATE – cf. Grice, ‘Avoid ambiguity’ --, excepto
ad prae-posito [“As when the conversational maxim, ‘avoid ambiguity’ is FLOUTED
for the purpose of bringining in a conversational implicature”]. Il
deutero-esperanto di Grice – ‘if language was the cause, why did we have the
War of the Roses? – formalisti/informalisti. Grice: “St. John’s, 1965. I am expanding my list of fallacies, and Strawson’s
latest is now firmly planted: that only his Introduction to Logical Theory
captures the niceties of the vernacular, not some foreign calculus devised by a
blue-collared logician. And yet, in the very next breath, the same people will
repeat—usually with a faintly operatic confidence—that Italian is the most
beautiful language in the world. What over-impresses me is the sheer number of
Italians who seem to have thought of nothing but giving up Italian for an
invented idiom—often of their own manufacture. Bishop Wilkins looks almost
amateurish beside them. Ruggero Panebianco is a case in point: not a utopian
friar, not a Renaissance rhetorician, but a scientific type, what we at Oxford
would call a philosophical scientist, solemnly proposing that a grammarless
international language would do away with class conflict and war. It makes one
wonder whether the appetite for Einheit and unified science was, all along, a
peninsular habit: the dream that if only the code were cleaned up, the world
would follow suit—whereas the rest of us, more pessimistically, have learned to
keep our ordinary language and to blame the wars on something else.” Grice: Caro Panebianco, dimmi: se con il tuo
sistema GHP e il latino sine flexione tutti parlassimo la stessa lingua, chi
inventerebbe più scuse per non capirsi al bar? Panebianco: Ah, Grice,
forse solo chi non ordina il caffè corretto! Con il deutero-esperanto nessuno
potrebbe fraintendere, ma rischieremmo di perdere la magia dei fraintendimenti
italiani—sai, quelli che fanno nascere una barzelletta ogni cinque minuti. Grice: E allora,
Panebianco, se la lingua perfetta elimina l’ambiguità, dove finirebbe la bella
arte di dire una cosa e intenderne un’altra? Senza implicature, i nostri
giornali sarebbero noiosi come una domenica senza calcio! Panebianco: Grice, te lo
dico in pirotese: “Parla chiaro, ma lascia spazio al sorriso!” La perfezione
linguistica va bene, ma un po’ di mistero ci salva dalle riunioni infinite e ci
fa sentire tutti un po’ più italiani—anche se qualcuno si firma ancora
“esperantista socialista”. Panebianco, Ruggero (1877). Note cristallografiche e
chimiche. Atti della R. Accademia dei Lincei.
Francesco Panigarola (Milano, Lombardia): la
ragione della riforma; la ragione della contra-riforma. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
understanding as a rational, cooperative practice: hearers recover what is
meant beyond what is said by assuming shared norms of relevance, sufficiency,
and clarity, and by calculating defeasible implicatures from a speaker’s
intentions in context. Panigarola, the Counter-Reformation preacher and later
bishop (titular of Chrysopolis and bishop of Asti), operates in a different but
adjacent register, where the goal is not to explain how everyday talk works but
to move, discipline, and convert audiences through eloquence; his Della
eloquenza italiana (1583) treats rhetoric as a deliberate instrument for
shaping belief and conduct, and the “unsaid” is often cultivated as reverent
reserve, moral pressure, or devotional resonance rather than as a cancellable
conversational inference. The comparison, then, is between descriptive
pragmatics and normative sacred rhetoric: Grice analyzes the mechanisms by
which interlocutors infer intended meaning under a cooperative presumption,
whereas Panigarola perfects techniques for directing inference in a one-to-many
setting (the pulpit), where authority, shared doctrine, and emotional cadence
function as constraints on interpretation. From a Gricean angle, Panigarola’s
eloquence can be redescribed as expert management of implicature—guiding
hearers to supply conclusions that remain formally unstated—while from
Panigarola’s angle Grice’s maxims look like an austere, secular abstraction
from the older art of persuasion, stripping rhetoric of its liturgical and
communal ends in order to display the bare rational skeleton that still governs
how audiences understand what is meant. O.F.M. vescovo
della Chiesa cattolica Incarichi ricoperti Vescovo titolare di Crisopoli
di Arabia Vescovo di Asti Nato a Milano Nominato vescovo da papa Sisto V
Deceduto ad Asti Manuale. Vescovo cattolico e predicatore italiano,
vescovo titolare di Crisopoli di Arabia e vescovo di Asti. Di origini
aristocratiche, nacque presso porta Vercellina dai nobili Gabriele in una delle
case più prestigiose della città. Ultimo di quattro fratelli, e battezzato con
il nome di Girolamo. La famiglia redigeva e conserva fin dall'età comunale
l'archivio dell'Ufficio degli Statuti dello stato di Milano, che comprende i
provvedimenti del comune, e quindi gli atti emanati dai signori e duchi di
Milano, le liste dei banditi dallo Stato (Libri Bannitorum), le tutele dei
minori, le gride, le citazioni e le condanne. Frontespizio di un
libro con alcune prediche di P. Fa i primi studi a Milano con gli umanisti
Conti e Paleario. E mandato dal padre a studiare diritto a Pavia. Dopo un
litigio con un rivale, si trasfere a Bologna dove venne in contatto con il
ministro generale francescano dei frati minori che lo convence ad intraprendere
la carriera ecclesiastica. Veste l'abito francescano nella Chiesa di
Ognissanti a Firenze, prendendo il nome Francesco in onore dello zio,
provinciale dell'Ordine a Milano. Professa i voti solenni dopo un anno di
noviziato a Firenze. Prosegue i suoi studi a Padova, dove ebbe per maestro
Tomitano, e Pisa, dove ascolta Cesalpino e Nobili. Designato per predicare
davanti al capitolo generale dell'Ordine a Roma. Le sue doti oratorie gli
attirarono l'attenzione del papa, che lo invia a Parigi al seguito del cardinal
nipote Bonelli per perfezionare i suoi studi alla Sorbona. A Parigi studia i
Padri della Chiesa, i Concili, e il greco. Uno dei suoi professori e Feuardent.
Al termine del biennio francese rientra in Italia. Insegna a Firenze, Bologna,
e Roma. chiave universale. Panfilo Filoprammato: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale del bello. – ‘busy body.’
He writes on art. Pamfilo. Panfilo Filoprammato. Panicarola i. aulii à o
ty jdQYCf r-t foo ■ / r tv R. BIBL. NAZ. Vi». Emanuel* III. RACCOLTA VILLAROSA
B I f. ì \ f fyi oi#. i! . , ma- maniera illullrata cól
Tuo nobil Cemento, che oggimai da quella fola lettura può ciafcuno apprendere
da se Hello quanto richieggalì per bene ed elo- quentemente ragionare in profa
. Que- llo Consento appunto, riftretto però,e’ir qualche parte ancora ordinato
con quella chiarezza , che per me lì è po- tuta maggiore , dovendo prefentemen-
te metterli in luce ad utile e giova- mento di coloro che della nostra italiana
locuzione son vaghi, altro noti richiedeva , che rinvenire una_ valevole
protezione , fotto la cui om- bra propizia potelfe egli lìcuramente ricoverarli
. E quella onde mai potea fperarla migliore , che dal vollro no- me y non men
ragguardevole per lc_> proprie iingularilfime doti, che per [‘antica, e
reale progenie, donde deriva? Della quale, comechè a chia- ' derne in una
brieve lettera i pregi, i menomi de’quali troppo ampio volume richiederebbono,
Vera fianco Chi piu degna la mano a scriver porfe; pure per mio proprio
vantaggio, senza offendere la vostra naturai modella , che di se , e de’tuoi
rifiuta ogni lode, dice P., esser ella una delle pii nobili, rinomate profapie
che illustrano,o avellerò mai ili ultra ta l’Europa . Perocché i Pinti, come a
tutti è ben noto, traggon loro originJ reale da D. Alfonfo Signor di Pioto,
Cartello porto predò alla frontie- ra di Galizia , il quale fu figliuolo
d’Enriquez primo re di Portogallo, cui egli fu di grande ajuto nelle gloriofe
conquiftc di molti luoghi , che gemevano sotto) barbaro giogo de' Mo- ri : per
le quali fue valorofe gefta il Re fuo padre concedette a lui , e a* di lui
fuccefiori il fuddetto Cartello, c molti altri luoghi , che tutti pre- fero
anche il nomedi Pinto, e’iconservan finora . E quelli fi fu quel medefimo D.
Alfonfo , il quale dopo la morte di D. Bermuda Ezagra fuaj moglie , con cui
avea procreati pili fi- gliuoli , Prammatica come rettorica conversazionale.
Panfilo. Napoli, Campania. Grice: Caro Panfilo, tu che scrivi dell’arte e
ragioni tanto eloquentemente, dimmi: il bello si trova più nella pittura o
nelle chiacchiere da bar? Panfilo: Ah, Grice! Nel bar c’è arte: tra un
caffè e una battuta, si disegna la vera bellezza della conversazione... e
nessuno ti corregge la grammatica! Grice: Allora dovrei scrivere un trattato
sulla “prosa del cappuccino”? O forse sull’implicatura del cornetto? Panfilo: Se il cornetto è
fresco, ogni implicatura diventa dolce! E chi non capisce, si consola col
secondo giro di espresso: filosofia napoletana, Grice! Grice: “St John’s, 1965. Of all the people to drift
into my Conversation seminar, I was surprised this morning by a visit from
Minio Paluello—a man I adore, and the only one among my friends who insists on
calling me Paul, perhaps because it echoes his own surname (‘small in Venice for
‘pole’Latin palus, not Latin polus via Greek polus, he tells me – relishing in
mediaeval etymologies). He had been at yesterday’s session, and he opened at
once, as if continuing a point he had been rehearsing on the walk over: “You
keep talking, Grice, as if the rules of conversation were universal—grounded in
universal reason. So I thought I’d bring you a small Italian corrective.” With
that he produced, like a relic, Panigarola’s Della eloquenza italiana. “Look at
the title,” he said. “Eloquenza, yes—but italiana. Panigarola is not merely
praising eloquence; he is implicating that your meiosis and hyperbole, your
understatement and overstatement, are not just human tricks but national
genius. So when are you going to learn the lesson, Paul?” I could not help
noticing that, even before one opens the book, the title itself is already
doing what Panigarola recommends: it does not argue; it suggests—and it
suggests, with a straight face, that rhetoric comes with a passport.” (Minio-Paluello
is the Italian medievalist and philologist associated with the Aristoteles
Latinus project, lecturer in medieval philosophy and Fellow of Oriel). Grice: Carissimo
Panigarola, la tua esperienza tra riforma e controriforma è davvero notevole.
Cosa pensi abbia insegnato, agli uomini del tuo tempo, il confronto tra queste
due grandi correnti? Panigarola: Gentile Grice, credo che quello scontro abbia
affinato la capacità di discernere e dialogare. Ho imparato che la vera ragione
sta nell’ascolto reciproco e nell’arte della parola, come ho visto nella Milano
della mia giovinezza e poi nei pulpiti d’Europa. Grice: Interessante, Panigarola.
La tua esperienza con le parole e la predicazione ricorda la ragione
conversazionale: ogni parola può essere un ponte oppure un muro. Come
conciliavi fede, ragione e retorica nelle tue prediche? Panigarola: Cercavo
sempre l’equilibrio, caro Grice. Studiando a Parigi e in Italia ho compreso che
la parola deve essere chiave universale, capace di aprire i cuori senza
imporre. E come vescovo, ho sempre scelto la via del dialogo, perché solo così
nasce una vera comprensione. Panigarola, Francesco (1583). Della eloquenza
italiana. Milano: Tipografia di Giovanni Battista.
Pannico (Roma): la ragione
conversazionale nella Roma antica –An epigram by MARZIALE addresses
P. as someone versed in the doctrines of various philosophical
sects. GRICEVS: Salve, PANNICE! Martialis te “sectarum peritum”
appellat: dic mihi, in una cena quot philosophias cenare soles—Stoicamne,
Epicureamne, an omnes simul? PANNICVS: Salve, Grice. Omnes simul—sed modice:
Stoicus vinum negat, Epicureus poscit, Cynicus rapit; ego autem sapienter facio
ut poculum sit medium, nec vacuum nec inundatum. GRICEVS: Pulchre! At quaeso:
cum tot dogmata in uno capite habitat, quomodo “ratio conversationalis” te non
in rixam trahit? PANNICVS: Facile: ego regula utor—loquor ut intelligar, taceo
ut placeam; et si quis nimis argute disputat, Martialis ipse respondet pro me:
“philosophus es? ergo ride paulum.”
Pansa (Roma): la ragione
conversazionale e l’orto italiano -- A consul, and a follower of the doctrines
of The Garden. Nome compiuo: Gaio Vibio Pansa GRICEVS: Salvete, Pansa! Dic
mihi, quid agitur in illo tuo orto Italico? Philosophia an solum fabae? PANSA:
Utraque, Grice. Nam in Horto et fabae crescunt et ratio—sed ratio nostra tam
lenis est ut etiam fabae se sapientes putent. GRICEVS: Cave, quaeso: si fabae se sapientes putant, mox etiam senatores se
fruges putabunt. Dic: quid est “ratio conversationalis” apud vos? PANSA: Est
ars bene convivendi: dicimus quod satis est, non quod nimium est; et si quid
subintellegendum est, vinum id explicat—ita pax manet et nemo discedit
inimicus, nisi ieiunus.
Sergio Panunzio (Molfetta, Bari, Puglia): la ragione
conversazionale, l’implicatura conversazionale, e a filosofia italiana nel
ventennio fascista. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is
explicitly said by presuming cooperative rationality and drawing defeasible
inferences (implicatures) from shared expectations of relevance,
informativeness, and clarity; the model is essentially pragmatic and
interactional, built to account for how ordinary exchanges convey more than
their literal content while remaining publicly accountable. Sergio Panunzio, by
contrast, is concerned with the formation of collective agency and political
legitimacy in the language of syndicalism and later fascist state theory, where
“reason” is less a norm of conversational cooperation than a tool for
organizing allegiance, discipline, and institutional order; his key terms
(state, people, nation, representation) are deployed to justify forms of
authority rather than to describe the fine structure of everyday meaning. The
comparison, then, is between conversational rationality and political
rationalization: Grice analyzes how implication arises from the cooperative
management of discourse among interlocutors, whereas Panunzio exemplifies how
implication can be mobilized in political rhetoric and doctrine, where what is
left unsaid (about coercion, exclusion, or violence) may function not as a
cancellable conversational implicature but as a strategically non-detachable
suggestion embedded in slogans and programmatic texts. From a Gricean angle,
Panunzio’s political language can be reread as a systematic use of
audience-design and controlled implicatures to align hearers with a conception
of the state; from Panunzio’s angle, Grice’s maxims would appear parochial—apt
for polite talk in common rooms, but unable to capture how meaning operates
when discourse is designed to found, not merely to coordinate, a political
world. Grice:
“There’s S. P. and there’s S. P. – Italian philosophy can be a trick!” --
Essential Italian philosopher. Tra i maggiori
esponenti del sindacalismo rivoluzionario, in quanto amico intimo di MUSSOLINI,
contribuì in maniera decisiva al suo passaggio dal neutralismo
all'interventismo nella Grande Guerra. Divenne in seguito uno dei massimi
teorici del fascismo. Nasce in una famiglia altoborghese, tra le più
illustri della città: un ambiente familiare intriso tanto di sollecitazioni
all'impegno civile e politico quanto di suggestioni e stimoli
intellettuali». Il periodo socialista e il sindacalismo rivoluzionario Il
suo impegno politico nelle file del socialismo incominciò molto presto, quando
ancora frequentava il liceo classico locale, ove ebbe come maestro
Carabellese. Nel dibattito interno al socialismo italiano, diviso tra
riformisti e rivoluzionari, Pa. si schiera tra i cosiddetti sindacalisti
rivoluzionari, cominciando al contempo a pubblicare i suoi primi articoli sul
settimanale «Avanguardia Socialista» di Labriola, quando era ancora studente
dell'Università degli Studi di Napoli. Durante i suoi studi universitari il
contatto con docenti come Nitti, Colajanni, PETRONE, e Salvioli contribuì alla
formazione del suo pensiero socialista. Il suo percorso intellettuale fu
altresì influenzato da Sorel e Francesco Saverio Merlino, i quali avevano già
da tempo incominciato un processo di revisione del marxismo. il concetto
di stato-nazione, il concetto di stato-razza. Citazione di “La mia battaglia”,
citazione di MUSSOLINI. Scritti sistematici, evoluzione della teoria dello
stato fascista – positivismo, assenza di elementi mistici. La revoluzione de
perturbi e morbidi comunisti al ordine del reglamento, la dittadura come
reazione alla revoluzione, il concetto di stato, popolo, nazione, antichita
romana, i sindicati nella antica roma, i sindicati nella Firenze medievale, il
comune del comune, la citazione della monarchia d’Aligheri, Marsilio di Padova,
e Machiavelli. Il concetto di ‘stato’ nei romani. Definizione concise. Grice:
“Sandown, Lordswood Road, Harborne, 1914. Dear diary: things
are not going well. War has just broken out, and while Father’s little
manufacturing concern may do briskly for a time, one cannot help wondering for
how long. I caught him this afternoon leafing through a book with a title that
sounded, to my schoolboy ear, faintly dangerous: Il sindacalismo. I must ask
him where the word comes from.” Editor’s note: Italian sindacalismo is a
nineteenth-century borrowing built on sindacato (a union), ultimately from
medieval Latin syndicus/sindicus, “a representative or advocate,” itself from
Greek syndikos (one who pleads a case with/for another), from syn (“with”) +
dike (“justice,” “lawsuit”). So the root is not the factory but the court: the
idea is representation and collective advocacy, originally juridical, then
civic, then labour. In that sense it sits comfortably beside the old Roman
legal imagination (Cicero’s world of ius, causa, and patronage), even if Cicero
would not have used this specific Greek-derived term; the continuity is
conceptual rather than lexical. Grice: Caro Panunzio, tra sindacalisti rivoluzionari, fascisti e
socialisti, tu sembri avere più bandiere che una parata del Primo Maggio! Ma
dimmi, dove si trova la vera ragione conversazionale in tutto questo trambusto
politico? Panunzio:
Ah, Grice, la ragione conversazionale si trova tra una discussione accesa e la
pausa caffè! Basta saper ascoltare anche il nemico, perché a volte la migliore
intuizione arriva proprio dal compagno di tavolo più rumoroso. Grice: Allora forse il
fascismo, come il sindacalismo, è solo una questione di scegliere il tavolo
giusto al bar? Se Mussolini avesse preso il cappuccino invece dell'espresso
forte, magari avremmo avuto meno rivoluzioni e più dolci! Panunzio: Grice, in Italia
la vera rivoluzione avviene sempre davanti a una tazzina! E se la conversazione
è sincera, il popolo diventa nazione anche solo discutendo sulla ricetta della
pasta. Ma attento: la dittatura si insinua quando il barista non ascolta più
nessuno! Panunzio, Sergio (1914). Il sindacalismo. Firenze:
Libreria Editrice Fiorentina.
Silvano Panunzio (Ferrara, Emilia-Romagna): la ragione
conversazionale, l’implicatura conversazionale e il ventennio fascista. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by
presuming cooperative rationality and drawing defeasible inferences
(implicatures) from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity;
meaning is thus anchored in intention-recognition within ordinary communicative
exchange rather than in the contemplative depth of symbols as such. Panunzio’s
work, by contrast, belongs to a traditionalist and metapolitical register in
which symbols are not primarily conversational devices but vehicles of sacral
and initiatic significance: “contemplation” is treated as a mode of access to
meaning, and the interpretive task is less to reconstruct a speaker’s intention
under conversational norms than to read a symbolic order that claims authority
independent of everyday talk. The comparison, then, is between pragmatic
rationality and symbolic hermeneutics: Grice treats implicature as a rational
mechanism that keeps communication orderly even when much is left unsaid,
whereas Panunzio treats meaning as something that can be intensified by opacity
and ritual distance, with the “unsaid” functioning less as a calculable
inference than as a reserve of esoteric sense. From a Gricean perspective,
Panunzio’s metapolitical symbolism can be redescribed as a systematic
exploitation of non-detachable implicatures and audience-design (suggesting
commitments and loyalties without stating them), while from a Panunzian
perspective Grice’s maxims would look like a deliberately flattening
discipline, adequate for ordinary civil discourse but unable, by design, to
account for the kind of meaning that presents itself not as a conversational
achievement but as a symbol to be contemplated. Grice: “I like his
‘contemplazione e simbolo,’ for what is a symbol for if no one is going to
contemplate it!?” -- Essential Italian philosopher. Figlio di Sergio, il più noto filosofo del diritto e teorico del
sindacalismo rivoluzionario. Ligato alle correnti conservatrici e
contro-rivoluzionarie italiane. Studia a Roma sotto ZOLLI. Insegna a
Roma. Come Grice, alla Regia Marina, partecipa ad operazioni di guerra nel
mediterraneo contro Capt. Grice, e viene insignito della Croce di Cavaliere
dell'Ordine della Corona d'Italia. Collabora con “Pagine Libere”, “L'Ultima”,
“Carattere” e altre riviste specializzate in studi filosofici. Si muove nella
direzione di un simbolismo esoterico pieno di sacrali e regali elementi. Fonda
a Roma la rivista del tradizionalismo, “Meta-Politica”. Pubblica saggi in una
collana a cui darà il nome di "Dottrina dello Spirito Italiano". Il
concetto di “meta-politica” è al centro del dibattito sulle radici europee da
parte degli esponenti della destra e il culto del pagano (anti-cattocomune) di
Benoist. Cerca di ri-condurne l'orientamento tradizionale, iniziatico, e
simbolico. L’imponente biblioteca del padre è donata a Spirito che ne
custodisce in gran parte anche l'archivio di famiglia. Altri saggi:
“Contemplazione e simbolo”; “Summa iniziatica occidentale” (Volpe, Roma);
“Simmetria, Roma); “Metapolitica, “Roma eterna”, Babuino, Roma); “Luci di
iero-sofia” (Volpe, I Classici Cristiani, Cantagalli, Siena); “La conservazione
rivoluzionaria. “Dal dramma politico del Novecento alla svolta Meta-politica
del Duemila”, Il Cinabro, Catania Cielo e Terra, “Poesia,
Simbolismo, Sapienza, nel poema Sacro, Metapolitica, Roma ;
Cantagalli, Siena Vicinissimi a Dio, “Summa Sanctitatis”, Gl’Eroi, Cantagalli,
Siena, Vicinissimi a Dio, “Summa Sanctitatis” Siena, Cantagalli, Princípio,
Appello. Storia ed Eségesi Breve. Precedente Storico e Agiografico, Roma,
Scritti remoti L’anima italiana, Sophia, Roma, implicatura. Grice: Caro Panunzio, ho letto che ti piace
contemplare i simboli. Ma dimmi, serve contemplare se poi nessuno capisce il
simbolo? Forse sono come i miei appunti: profondi, ma solo per chi ha la
pazienza di cercare! Panunzio: Ah, Grice, in Italia abbiamo una
tradizione: se il simbolo è troppo chiaro, lo si complica subito! E poi,
contemplare è come sorseggiare un caffè: anche se non tutti colgono l’aroma,
basta che lo gusti chi lo prepara. Grice: Vedo che la tua meta-politica è piena
di luci e di ierosofofi! Ma non rischi di perderti tra contemplazione e
iniziati, come chi cerca la porta giusta nella biblioteca di tuo padre? Io mi
perdo già tra le mie note! Panunzio: Grice, se ti perdi tra i simboli,
vieni a Roma: in “Meta-Politica” abbiamo una mappa fatta di poesia, sacralità e
qualche vecchia chiave. Ma attenzione: la chiave migliore è sempre quella che
apre una buona conversazione! Panunzio, Silvano
(1948). Il pensiero religioso. Roma: Edizioni dell'Ateneo.
Alfredo Panzini (Senigallia, Ancona, Marche): la ragione
conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is
explicitly said by assuming cooperative rationality and drawing defeasible
inferences (implicatures) from shared expectations of relevance,
informativeness, and clarity; on this view, what counts is not rhetorical
ornament but the rational recognizability of intention in context. Alfredo
Panzini, by contrast, sits at the intersection of rhetoric, pedagogy, and
lexicography: his school Manualetto di retorica treats “figures” as teachable
techniques for shaping discourse, while his Dizionario moderno registers how
living usage outruns official codifications, and his comic-prose sensibility
(already present in early works like Il libro dei morti) depends on exactly the
sort of audience attunement and socially shared presuppositions that make jokes
and irony work. The comparison, then, is between an analytic explanation and a
literary-pedagogical practice: Grice tries to theorize the implicit rational
norms that generate implicature in ordinary conversation, whereas Panzini
trains speakers and readers to exploit those norms stylistically, turning what
Grice models as inference into an art of timing, register, and allusion; from a
Gricean angle, Panzini’s rhetoric and lexicography can be read as fieldwork on
the same phenomenon—how communities stabilize meaning while continually
producing new, non-detachable shades of what is “meant” beyond what is said. “I
dedicate usually one full lecture or session in a seminar to ‘figures’, since
conversational implicature is one of them!” – Keywords: la prammatica come
rettorica conversazionale, Leech. P. is a prolific writer, critic, and
lexicographer, with many other notable publications besides his Manualetto di
retorica, the rhetoric manual. He spent most of life in Rimini. He stuied at
BOLOGNA under the Nobel-prize-winning CARDUCCI. P.’s works include novels,
historical writings, and a well-known dictionary. His notable publications include: Libro dei morti e de vivi—a comic novel.
DIZIONARIO moderno DELLE PAROLE CHE non si trovano dei diionari comuni – a
lesicographical work which went through multiple editions. Da Plombieres a
Villafranca, a historical narrative. Io cerco mogie, a novel. Il mondo e
rotono, a novel. Il bacio di Lesbia, a novel. Santippe, a novel.
La LANTERNA di DIOGENE. P. was also a translator of classical works, including
elegies of OVIDIO and Tibullus, and VIRGILIO ’s Bucolics. P. was
known for his humorous stories and his reflections on Italian society during
his time. C\ L) MANUALETTO bI RETORICA GIN NUMEROSI ESEMPI E
DICHIARAZIONI DI ALFREDO PANZINI *% % -+1) USO DELLE SCUOLE SECONDARIE
INFERIORI UNDICESIMA EDIZIONE —@@E rr es. R. BEMPORAD & FIGLIO Epirori
FIRENZE Questo manualetto di retorica, che si ristampa
sull’edizione, è stato rinnovato, direi ringiovanito,. rispetto alle prime
edizioni: la qual cosa si può ben fare con un manualetto. Però il critèrio che
informò la prima edizione, cioè di fare un libro che sia sèmplice e chiara
quida allo scolaro, rimane. | La esperienza della scuola mi conforta sempre più
nel ritenere poco profittèvoli le molte e sottili distinzioni dei precetti
letteràti: molto ùtili invece le buone letture, sotto buon maestro. A.
P. ee end CHE COSA SI INTENDE PER RETORICA 0 STILISTICA E QUALE È IL
SUO UFFICIO. 1_ P., Manvaletto di Reròrica. Grice: Caro Panzini, mi hanno detto che
dedichi una lezione intera alle “figure” della ragione conversazionale. Ma
dimmi, con tutte le tue parole, non rischi di finire in un dizionario che non
si trova nei dizionari comuni? Panzini: Ah, Grice, forse sì! Ma se la parola
non si trova nel dizionario, vuol dire che è viva, che gira tra le chiacchiere
e il caffè. E poi, se serve una definizione, basta inventarne una col sorriso. Grice: Vedo che la
prammatica, più che regola, è un’arte! Tra una lanterna di Diogene e un “bacio
di Lesbia”, le implicature volano come i coriandoli. Ma la verità, si trova tra
i morti o tra i vivi? Panzini: Grice, la verità si trova dove c’è
qualcuno disposto a ridere! Se in una scuola la retorica ringiovanisce, allora
anche il mondo è rotondo come una buona battuta. E se Santippe brontola, basta
cambiare romanzo! Panzini, Alfredo (1893). Il libro dei morti. Bologna:
Zanichelli.
Giovanni Giuseppe Origlia Paolino (Napoli,
Campania): la ragione conversazionale, l’implicatura conversazionale, e il
dizionario filosofico portatile per ginnasti. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by
presuming cooperative rationality and drawing defeasible inferences
(implicatures) from shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity;
meaning is thus tied to intention-recognition within an exchange rather than to
the mere presence of legal or moral vocabulary. Giovanni Giuseppe Origlia
(often cited as Origlia Paolino), writing in the natural-law and
civic-historical idiom of eighteenth-century Naples, approaches rationality as
something to be stated in doctrines, principles, and institutional narratives:
in De’ principj del dritto naturale (Naples: Giovanni Di Simone, 1746) the
point is to articulate foundations and obligations (quasi-contractual duties
within the civitas), while in Istoria dello studio di Napoli he reconstructs
the legitimacy and genealogy of a university as a civic body. The comparison,
then, is between implicit norms that govern understanding in ordinary talk and
explicit norms that govern conduct in civil life: Grice makes “reason” visible
in the fine structure of conversational practice, where what is meant is often
left unsaid but is recoverable by rational uptake, whereas Paolino makes
“reason” visible in the codified language of rights, duties, and civic
institutions, where meaning is supposed to be stabilised by definition, classification,
and precedent. From a Gricean angle, Paolino’s natural-law discourse still
relies on conversational mechanisms—readers supply unstated premises and
pragmatic links in order to see why a principle applies—yet Paolino’s aim is to
minimize interpretive drift by spelling out the principj, while Grice’s aim is
to explain why drift is manageable at all, because interlocutors can rationally
infer what is implicated even when it is not legislated into the text. Grice:
“In England, we have it easy: we have Oxford and we have Oxford. In Italy,
small a country as it is, they have Bologna, Bologna, Bologna, and Nappoli,
Venezia, Roma, etc.” Autore di quattro
trattenimenti De' principj del dritto naturale, stampati a Napoli presso
Giovanni di Simone, di un supplemento al Dizionario storico portatile di
Ladvocat, ma è noto soprattutto per i due volumi della sua Istoria dello studio
di Napoli, uscita anch'essa dalla stamperia di Giovanni di Simone. Si tratta
della prima storia compiuta dell'Napoli, nella quale l'autore dimostra con
buoni argomenti -- come ricorda Tiraboschi nella sua Storia della letteratura
italiana --, che quello studio non e veramente fondato da Federico II di
Svevia, ma, prima di lui, dai Normanni, benché questi non le dessero veramente
forma di università e non la onorassero dei privilegi che a tali corpi
convengono, cosa che invece fu fatta da Federico, che così meritò la fama di
suo vero fondatore. Opere: Origlia, Istoria dello studio di
Napoli, Torino, Giovanni Di Simone, Tiraboschi. Grice:
“P. is a quasi-contractualist. His contractualist treatise is very accessible.
Man is the political animal, so politics is in the essence. Polis means civil,
so a man who is not civil is not a man. Paolino analyses a contract – in
general, and then the social contract in particular. This sets him to analyise
such duties which are addressed to the other members of the civitas. P. is also
the author of a dictionary of antiquities, which has the nice alphabetical
touch about it, if you are into a first thought on Julius Caesar or
Cicero! He also traced the stadium tradition to the ‘gym,’ ‘nudare’ as he
notes. And notes that it started in the cities where such as Athens or Rome
where the athletes needed a place to get undress and practice. He mentions Plato’s
Academy (after Hekademos) and Aristotle’s Lycaeum, after the statue of Apollo
Liceo, reposing after extercise. It is good to call Platonists accademici and
Aristotelians liceii then. Implicatura. Grice: St John’s,
November 1948. It was pleasant enough to see familiar faces at the Oxford
Philosophical Society after my paper on Meaning—though I ought to have known
that anything one says there returns the next morning as an objection in
someone else’s hand. Hart arrived today with a slim Neapolitan volume:
Paolino’s De’ principj del dritto naturale, and I found myself oddly grateful
that Hart is, strictly speaking, a jurist rather than a philosopher, because he
reads the title the way a lawyer reads a statute: with relish for every
orthographic vice. “Notice, Grice,” he said, “the pedantic j in
principj—pluralising what ought scarcely to have been plural in the first
place—and notice the dropped i in dritto.” Then, with the clinical cheerfulness
of a man pronouncing a diagnosis, he syllabled the last word: na-tu-ra-le. “And
there you were last night,” he added, chuckling, “telling a roomful of lawyers
about non-natural meaning. Surely ‘natural law’ is an a priori oxymoron—or else
it’s as pleonastic as de jure jus.” I did not quite know what to say. I like
the man, and I like the man behind the jurist; but it is difficult to reply to
a joke when, by its very form, it is trying to make you concede more than you
ever said.” Grice: Caro Paolino, ho
sempre pensato che in Inghilterra ci basti Oxford, ma in Italia avete talmente
tante scuole e città che il dizionario filosofico portatile non basta mai!
Dimmi, quante pagine bisogna girare per trovare la “ragione conversazionale” a
Napoli? Paolino:
Ah, Grice, a Napoli la ragione conversazionale si trova tra una pizza e una
chiacchiera! Nel mio dizionario portatile c’è una voce speciale: “Implicatura
conversazionale – vedi anche: trattative tra amici al bar”. E credimi, spesso
serve la ginnastica mentale più che quella fisica! Grice: Ma allora, Paolino,
il contratto sociale va firmato tra una corsa allo stadio e un tuffo in
biblioteca? Mi sa che a Napoli il vero “political animal” si trova all’ombra di
una statua, pronto a discutere tutto, persino chi ha inventato l’università! Paolino: Esatto, Grice!
Qui si discute persino sul fondatore dello studio di Napoli, tra Normanni e
Svevi, ma alla fine vince chi sa argomentare meglio… o chi porta il miglior
caffè! E la filosofia, come il calcio, si gioca meglio quando nessuno si prende
troppo sul serio. Paolino, Giovanni Giuseppe Origilia (1746). De’ principj
del dritto naturale. Napoli: presso Giovanni Di Simone.
Fulvio Papi (Trieste, Friuli-Venezia): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nella scuola di Milano. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by
presuming cooperative rationality and then inferring implicatures from shared
expectations of relevance, sufficiency, and clarity; the core idea is that much
meaning is produced not by rhetorical enchantment but by accountable inference
from intentions in context. Fulvio Papi, formed in the Milan school around Banfi
and later attentive to the cultural-political life of language, approaches
words less as vehicles of calculable inference than as historically charged
instruments that can “open doors” in the imagination and in public life; his
interest in the parola incantata foregrounds the performative and symbolic
power of utterances, where ambiguity and resonance are not defects but part of
what words do to audiences. The comparison, then, is that Grice gives a
micro-theory of conversational understanding that treats implicature as a
rational mechanism for bridging the gap between saying and meaning, while Papi
treats language as a broader cultural practice in which words can work by
charm, slogan, or symbolic condensation as much as by argument; from a Gricean
angle, the “incanted word” is simply a case where speakers exploit shared
assumptions and expectations to generate strong, often non-detachable
implicatures, whereas from a Papi-like angle Grice’s maxims look like an
analytic domestication of linguistic power, insisting that even the most
spell-like utterance ultimately depends on the interlocutors’ rational
capacities to recognize what is being done and why. Grice: “P.’s
‘parola incantata’ is ambiguous, as ‘charmed word’ is, “Apriti Sesamo” is Two
words, and they charm, they are not charmed! “Abracadabra” may be different!” -- essential Italian
philosopher. Studia a Milano e Stresa. Insegna a Pavia.
Politicamente attivo nella corrente lombardiana del partito socialista
italianoI, segue un percorso che lo ve varcare le porte del Parlamento ed
assumere la vice-direzione e poi la direzione dell'Avanti! Sospettando un
aumento del tenore affaristico nella politica così come lui stesso dichiara in
un'intervista abbandona bruscamente la filosofia e si dedica alla filosofia.
Fonda Oltrecorrente. Saggi: Filosofie e società. Marx risponde a Veca, prende
le distanze da Engels e rende omaggio a P. E’ questa un delitto clamoroso
che tenne le cronache dell’epoca deste anche per lo spessore di chi lo compì:
Starace assassino evasore e falsario. Cugino del gerarca fascista STARACE.
l’ing. Castelli, di Busto Arsizio, industriale in maglieria, vedovo e padre di
un bambino, si recò a Milano. Ma la notte non rincasò. Il giorno successivo
giunge ai familiari un telegramma nel quale il Castelli li informava che andava
a Bologna per affari. Il telegramma era firmato Giovanni, mentre per solito il
Castelli si sottoscriveva Gianni. Questo particolare e la mancanza di altre
notizie indussero il padre del Castelli a recarsi a Milano per rivolgersi alla
polizia. Venne accertato che il telegramma era falso. Del Castelli nessuna
traccia. Mazzocchi, venne mandata dal suo convivente Starace a ritirate un
ombrello che aveva dimenticato al Miralago, la Venezia dei Milanesi, in via
Ronchi. Il custode la fece entrare, considerato che l’inverno il Miralago era
chiuso al pubblico. Mazzocchi recatasi nel locale indicatole dallo Starace
trovò il corpo di un uomo morto riverso sul pavimento: era il Castelli. La
parola incantata”. fascismo, il veintennio fascismo, filosofi fascisti,
enciclopedia di filosofia, filosofia e societa, la scuola di Milano, fascismo,
BRUNO. Grice: St John’s, 1963. I am beginning to suspect a
conspiracy—Thornton’s involved as well, no doubt. I pass Blackwell’s,
half-hoping someone might want a signed copy of Butler’s freshly minted
Analytical Philosophy (a joke, obviously), and what do I find them pushing
instead but a large, sober Italian volume: Fulvio Papi, Il pensiero di Antonio
Banfi. That is the trick of it: once you see “il pensiero di X,” you are meant
to feel obliged to find out who X is, on pain of philistinism. My late father
had a rule against this sort of thing: he would never read the obituary of a
man he had never heard of while the man was alive. “Il pensiero” makes Banfi
sound like a statue—pensieroso, something between Michelangelo and Rodin—and
the implicature is wonderfully indelicate: Banfi no longer thinks. I would open
the book at once and look for the table of contents, but Italians have a sly
habit of putting the contents at the end, which I find paradoxical, if not
faintly obscene: you are asked to read the journey before being told where the
author intends to take you.” Editorial note: Banfi (1886–1957) was a leading
figure in the Milan school, noted for work in epistemology, aesthetics, and a
broad, historically informed rationalism; he taught at the University of Milan
and influenced a generation of Italian philosophers, so Papi’s 1963 study is
both a scholarly reconstruction and a commemorative continuation of a recently
closed intellectual circle). Grice: Caro Papi, la tua “parola incantata” mi affascina! Ma dimmi, serve
davvero a spalancare le porte del pensiero, o rischiamo di ritrovarci a urlare
“Apriti Sesamo” davanti a una porta blindata? Papi: Oh Grice, la parola
incantata funziona solo se la porta vuole davvero aprirsi! A Milano, tra
filosofi e politici, a volte serve più una buona chiave inglese che la magia. E
comunque, “Abracadabra” funziona meglio quando c’è un pubblico attento! Grice: Ma allora, caro
Papi, l’implicatura conversazionale è come un trucco di prestigio: se lo sveli,
perde il fascino. Forse dovremmo mettere un po’ di mistero nei nostri dialoghi,
così almeno la gente resta con il fiato sospeso! Papi: Ecco, Grice, hai
centrato il punto! A volte basta una battuta ben piazzata per far girare il
discorso come una trottola. Dopotutto, tra filosofia e magia, chi non si
incanta… si annoia! Papi, Fulvio (1954). Dissertazione.
Sotto Banfi. Milano.
David Papineau (Como, Lombardia) e la filosofia
italiana. P.
was born in Como, where his father is working after the war. His family travels
around P is young. I goes to schools in Trinidad, Lancashire and London, before
spending years in Durban, South Africa. He attends Isipingo Beach Government
School, Durban High School, and finally the University of Natal, where he
studies mathematics and statistics. He returned to England to study philosophy
at Cambridge. He does a second undergraduate degree, and then a PhD on
conceptual change and scientific rationality. His first philosophy job is at
Reading, where he lectures on the philosophy of social science. He leaves to
join the Department of Philosophy at Macquarie in Sydney. He held a post at in
the Philosophy Department at Birkbeck in London and then lectured at Cambridge.
He joins King's at London as Professor of Philosophy of Science. He spends the
second half of each academic year at New-York. President of the British Society
for Philosophy of Science, President of the Mind Association, and President of
the Aristotelian Society. Grice: Caro Papineau,
concedimi un piccolo sfogo: sei nato a Como, nel cuore di quella che noi a
Vadum Boum (Oxford) chiamiamo il “lake district” – una delle zone più
incantevoli d’Italia! Eppure, con tutto quel splendore e la musicalità della
lingua italiana che ti circondava, ancora non riesci a padroneggiare il tuo
vernacolo! Mi sembra quasi un peccato capitale! Papineau: Hai perfettamente
ragione, Grice. A volte mi sento come un viaggiatore che si ferma davanti a un
banchetto abbondante e non sa da dove cominciare. La verità è che la mia
infanzia itinerante mi ha portato da Como fino a Trinidad, Lancashire e Londra,
e poi addirittura a Durban, in Sudafrica! L’italiano mi è sempre rimasto un po’
esotico, come una melodia che si ascolta da lontano. Grice: Ma allora,
Papineau, come fai a riflettere sulla filosofia italiana se la lingua ti
sfugge? La lingua non è solo uno strumento, è l’anima stessa della filosofia!
Immagina parlare di “ragione conversazionale” o “implicatura” senza cogliere il
sapore sottile delle parole locali – sarebbe come gustare un gelato senza
sentire il profumo della vaniglia! Papineau: Grice, hai ragione – e infatti
provo a compensare con la curiosità e un pizzico di umiltà. Ho imparato che la
filosofia, come la lingua, si apre a chi la accoglie con rispetto e meraviglia.
Quindi, anche se il mio italiano non sarà mai perfetto, cerco almeno di
“implicare” il senso, e – come dicono dalle tue parti – di non perdere il filo
della conversazione!
Papirio
(Roma):
la ragione conversazionale e l’orto romano –A member of the Garden, and friend
of CICERONE’s. CICERONE writes a letter to him in which he rebukes P. for ‘his
use of obscenities’. Grice: “In my vernacular: ‘Fuck, you do swear, man!’!
-Papirio Peto. GRICEVS: Papiri, quid agis
in horto Romano? Dic mihi, nonne Cicero te castigavit ob verba turpia? PAPIRIVS: O Griceve,
hortus est locus philosophiae et liberorum verborum! Cicero nimium gravis est, sed ego amo risum et
convivia. GRICEVS:
At, Papiri, si omnes ita loquantur, forum mox fit taberna! Quid de implicatura
conversatoria, minus turpia verba fortasse? PAPIRIVS: Bene, Griceve,
implicatura meae sunt semper salae. Si verbum obscenum dicam, totam curiam
ridere faciam. Vita brevis, ridendum est!
Abele Parente (Caselle Pittari, Salerno) e la ragione
conversazionale. Grice: “P. is an Italian doctor,
philanthropist, and author. While he is often noted for his linguistic or
religious texts, his broader body of work and legacy includes: Other
Published Works & Contributions Compendio della storia della bella
letteratura italiana: P. is credited as a contributor to this compendium
published in Naples, which provides a summary of Greek, Latin, and Italian
literature. Medical and Philanthropic Correspondence: He was a physician by
profession and engaged in extensive intellectual correspondence with notable
figures, such as the writer Annie Vivanti. Historical Legacy and Natural
History: He played a significant role in preserving historical scientific
works; for example, he is cited as a source for the unpublished entomological
plates and scientific drawings of the physician Cirillo. Legacy and Personal
Background Philanthropy: Upon his death, Parente bequeathed his extensive
personal collection of 2,600 volumesto the National Library of Naples and left
his assets to his hometown of Caselle in Pittari. Global Presence: He spent
significant time in Brazil, where he owned multiple properties, indicating his
status as a prominent figure in the Italian diaspora before returning his focus
and legacy to Italy. Grice goes on to explore more details about his
bequest to the National Library of Naples or his connection to Domenico
Cirillo?” Keywords: implicature. DELL'USO E DEI PREGI DELLA LINGUA
ITALIANA COGLI OPUSCOLI ANNESSI ALLA EDIZIONE È * DI TORINO Satis mirari'non
queo, unde hoc sit tam insolens domesticarum rerum fastidium . i Cic. de Finib.
Lib. I, $. ur, FIRENZE MOLINI, LANDI E COMP. ted si [ LI
. Le Opere del Sig. Cav. Galeani Napione. Torinese riscossero
l’approvazione,-e le lodi dei maggiori Letterati d’Italia. In una delle prime
ch'ei desse a luce (1) avendo, egli contradetto ad una opinione manife- stata
dal chiar. Tiraboschi nel Tom. I. del- la sua Storia, questi nella seconda
edizio- ne di essa (2), desiderio nota l di poche lettere. ci riguardano
riflessioni, i quadri a mal pensare propenso le azioni nostre de’ Romani
eserciti desiderio. Grice:
Parente, ho sentito che hai lasciato 2.600 volumi alla Biblioteca Nazionale di
Napoli. Puntavi a conquistare la biblioteca, o speravi solo che qualcuno
leggesse finalmente le tavole entomologiche inedite di Cicerone? Parente: Oh Grice,
Cicerone avrebbe apprezzato una buona collezione di insetti; volevo solo che
Napoli avesse abbastanza libri nel caso qualcuno avesse bisogno di una nota a
piè di pagina per ogni conversazione. E poi, così il mio paese natale Caselle
in Pittari resta sulla mappa—almeno per le sovraccoperte impolverate! Grice: E la tua
corrispondenza con Annie Vivanti—era più una consulenza medica o una diagnosi
letteraria? Prescrivevi una dose di Petrarca o consigliavi una tazza forte di
espresso per la malinconia esistenziale? Parente: Un po’ di entrambe! Ogni volta che
Annie si lamentava per il blocco dello scrittore, suggerivo la lingua italiana
come cura, ma per i casi davvero seri, sì—espresso e una passeggiata nella
letteratura greca, latina e italiana. Fa miracoli per l’implicatura
conversazionale, fidati! Parente, Abele (1899). La febbre gialla a bordo del
Lombardia nella baia di Rio. Rio de Janeiro.
Luigi Pareyson (Piasco, Cuneo, Piemonte) e
l’implicatura conversazionale: implicare, impiegare, ed interpretare, il
liberalismo, il risorgimento, e il fascismo. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover
what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming cooperative
rationality and then inferring implicatures from shared expectations of
relevance, sufficiency, and clarity; the core explanatory notions are
communicative intention and the rational recognizability of that intention in a
conversational setting. Pareyson, by contrast, is a philosopher of
interpretation and existence: formed in the Turin milieu and early aligned with
existential thought (Jaspers, Heidegger), he treats meaning as something that
emerges through interpretive activity rather than as something fixed by a
formal code, and his later hermeneutic orientation makes understanding itself a
productive, historically situated act rather than a mere decoding. The
comparison, then, is that Grice offers a micro-pragmatics of how specific
utterances convey more than they say through principled inference in dialogue,
whereas Pareyson offers a macro-hermeneutics of how human existence, freedom,
and tradition call for interpretation as a constitutive practice; where Grice
makes implicature the rational bridge between saying and meaning in ordinary
conversation, Pareyson makes interpretation the bridge between finite human
perspective and the sense of the world, so that “implicare” for Grice is a disciplined
conversational inference, while for Pareyson “interpretare” is the deeper
condition under which any such inferences can matter at all. Linceo. Nato da genitori entrambi originari della Valle d'Aosta, si laurea
a Torino con una tesi dal titolo “Esistenza” – su Jaspers, che poi venne
pubblicata all'editore Loffredo di Napoli. Compe spesso viaggi di studio in
Francia e in Germania, dove ebbe modo di conoscere personalmente Maritain,
Jaspers eHeidegger. Si fece notare dai più importanti filosofi del tempo,
tra i quali Gentile. Allievo di Solari e Guzzo, dopo aver
seguito in Germania i corsi di Jaspers, insegna a Torino e Cuneo, dove ha come
allievi alcuni esponenti della resistenza, tra i quali Revelli e Vivanti. È
arrestato per alcuni giorni, in seguito agì egli stesso nella Resistenza,
insieme con Bobbio, Ferrero, Galimberti e Chiodi, continuando a pubblicare
anonimamente articoli. Nel dopoguerra insegnò al Gioberti e in vari
atenei tra cui Pavia e Torino dove, conseguito l'ordinariato. Fu accademico dei
Lincei e membro dell'Institut international de philosophie, oltre che direttore
della Rivista di estetica, succedendo a Stefanini che la fondò a
Padova. Ha molti allievi, fra cui ECO, VATTIMO, TOMATIS, PERNIOLA,
GIOVONE, Riconda, Marconi, Massimino, Ravera, Perone, Ciancio, Pagano, Magris e
Zanone, segretario del partito liberale, ministro della repubblica e sindaco di
Torino. Considerato tra i maggiori filosofi, assieme a ABBAGNANO è tra i primi
a far conoscere l'esistenzialismo, e a riconoscersi in questa visione, la
filosofia dell'esistenza , in un quadro dominato dal neo-idealismo. Si dedica
anche a dare una nuova interpretazione dell'idealismo non più in chiave
hegeliana (Fichte), individuando in Schelling un precursore a cui
l'esistenzialismo doveva la propria ascendenza, sostenendo che «gli
esistenzialisti autentici, i soli veramente degni del nome, Heidegger, Jaspers
e Marcel. implicare ed interpretare, “Liberalismo, risorgimento, fascismo” – la
filosofia politica fascista, la morale fascista, Pareyson e Gentile, fascismo,
I saggi anonimi di Pareyson, ‘Liberalismo, risorgimento, fascismo. Grice: “St John’s, December 1938. I am glad enough to be at St John’s,
but I often find myself running—metaphorically—to Merton for comfort:
philosophy breathes there, whereas our former Cistercian abbey still manages,
at times, to transpire like a club. And there, on the round table, I find the
latest issue of the Giornale critico della filosofia italiana. What, I wonder,
is critico doing there? And worse, what is italiano doing there? Since when did
philosophy come with a visa? The opening piece is called Note sulla filosofia
dell’esperienza, and I am reminded that for Boethius a nota is simply something
known—so these “notes” are a plural flourish, as otiose, perhaps, as critico
and italiano. Which leaves, at last, the one phrase with any real promise:
filosofia dell’esperienza. When Hardie first introduced me to the moderns, he
put it very pointedly: it all began with Telesio, down in the south. But for
some reason I doubt that is what young Pareyson is noting here—unless, of
course, “experience” is merely the respectable name for whatever it is that the
Italians insist on doing to philosophy when they are not busy turning verbs
into nouns.” Grice: Pareyson, mi sorprende sempre come in italiano il
verbo “implicare” si trasformi in “impiegare”! In inglese abbiamo “imply”,
“employ” e “implicate” — tre termini distinti. Ma qui, quasi mi viene da dire
“employ” invece di “imply”! Che ne pensi di questa curiosa sovrapposizione
linguistica? Pareyson: Caro Grice, è davvero una sfumatura affascinante, che
mette in luce la ricchezza e la complessità della lingua italiana. “Implicare”,
“impiegare” e persino “interpretare” si intrecciano non solo sul piano
linguistico, ma anche filosofico: pensi a come la mia riflessione
sull’interpretazione dell’esistenza e della libertà abbia trovato spazio
proprio tra questi termini! Spesso, ciò che sembra una semplice differenza
lessicale rivela un intero universo di significati. Grice: Ecco, mi piace come
l’italiano porta la conversazione verso la dimensione dell’interpretazione,
quasi che “implicare” non sia solo un suggerimento, ma anche un invito a
impiegare e comprendere. Nel tuo pensiero, come si riflette questa tensione tra
“implicare” e “impiegare” nella filosofia politica, specialmente riguardo a
liberalismo, risorgimento e fascismo? Pareyson: Proprio così! Nella mia
visione, implicare non è un atto passivo, ma un gesto attivo, un “impiegare” la
ragione e la libertà nella storia. Liberalismo, risorgimento e fascismo sono
momenti in cui la filosofia non solo interpreta ma anche impiega — cioè mette
in opera — valori e principi. Così, la morale e la politica si intrecciano, e
il filosofo deve essere sempre pronto a interpretare il senso profondo di ciò
che implica e di ciò che impiega nella realtà concreta. Pareyson, Luigi (1938)
Note sulla filosofia dell’esistenza. Giornale critico della filosofia italiana.
Giovanni Paolo Parisio (Figline Vegliaturo,
Cosenza, Calabria): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
di Cicerone e la prammatica come retorica conversazionale secondo Leech. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming
cooperative rationality and drawing defeasible inferences (implicatures) from
shared expectations of relevance, sufficiency, and clarity; on this view, the
“extra” content of an utterance is not ornament but a predictable product of
rational interaction. Giovanni Paolo Parisio (better known on title pages as
Aulus Janus Parrhasius), by contrast, stands in the humanist tradition where
rhetoric is not a pragmatic by-product of conversation but an explicit
discipline of reading, teaching, and commentary: his Horatian scholarship (for
instance his Ars poetica cum commentariis, printed in Naples in 1531 and later
in Lyon) models an ordered relation between authoritative text and interpretive
voice, with the commentator openly shaping what the reader is to notice,
admire, or condemn. The comparison is therefore between implicit inference and
explicit exegesis: Grice analyzes how ordinary speakers manage meaning by
leaving much unsaid yet still recoverable through shared rational norms,
whereas Parisio institutionalizes interpretive guidance through rhetorical
pedagogy, making the “between-the-lines” work overt in the form of commentary,
precept, and classical exemplum. From a Gricean angle, Parisio’s rhetorical
practice can be seen as a codified way of steering readers toward intended
implicatures (what a passage suggests, not merely states), while from a
Parisian angle, Grice’s maxims look like a late, analytic attempt to
systematize the very arts of audience-direction and interpretive control that
classical rhetoric had long treated as the core of educated discourse. Grice:
“I like P.; he focused on rhetoric, as every philosopher should!” Come molti filosofi italiani senza titolo nobiliario, ha una vita
errabonda. Dopo aver fatto un viaggio di studio a Corfù, ritorna in patria dove
apre una scuola. Si trasfere a Napoli dove ottenne cariche e favori dal re
Ferrandino. Risiede per qualche tempo a Roma per poi trasferirsi a Milano dove
sposa la figlia del filosofo CALCONDILA. Dopo aver abitato a Vicenza, Padova e
Venezia, torna a Cosenza, dove fonda l'accademia. Recatosi a Roma, invitato da
Leone, vi insegna nell'accademia di Pomponio e nell'archiginnasio. Rimame a
Roma fino alla morte di Leone, dopo di che ritorna definitivamente a
Cosenza. Saggi: ORAZIO Ars poetica, cum trium doctissimorum commentariis;
Acronis, Porphyrionis. Adiectæ sunt præterea doctissimæ Glareani adnotationes.
Lugduni veneo: a Philippo Rhomano); ORAZIO FOmnia poemata cum ratione carminum,
et argumentis vbique insertis, interpretibus Acrone, Porphyrione, Mancinello,
necnon Iodoco Badio Ascensio viris eruditissimis. Scoliisque Politiani, M.
Sabellici, Coelij Rhodigini, Pij, Criniti, Manutij, Bonfinis et Bononiensis
nuper adiunctis. His nos præterea annotationes doctissimorum Thylesij,
Robortelli, atque Glareani apprime vtiles addidimus; Sipontini libellus de
metris odarum, Auctoris vita ex Crinito. implicatura, implicatura retorica,
Cicerone, filosofia italiana, gl’antichi romani, Livio, Catullo, Orazio,
Cicerone, Stazio, l’oratoria, il gusto per l’antico in Italia. PARRHASIANA,
VICO, SABBALDINI sull’importanza da P., grammatica speculativa, grammatica
modista, ars grammatica, probo, Donato, Prisciano, la grammatica, la dialettica
e la retorica, grammatica razionale, psicologia razionale, breviario,
compendio, o manuale di retorica latina, il parlar o conversar greco, la
retorica d’Aristotele, il parlar o conversare latino, la retorica o ars
oratoria di Cicerone, diritto romano, giurisprudenza-. Grice: “St John’s, 1964. Parisio ought to be a lesson both to my tutor
and to my tutee—Hardie, the Aristotelian tutor, and Ackrill, the Aristotelian
tutee. For Parisio did not comment on Aristotle, as Hardie and Ackrill do, but
on Horace, and yet he manages to outflank them both with a simple piece of
scholarly decency: Q. Horatii Flacci Ars poetica cum commentariis. Horace
first, commentary second. Hardie’s notes on the Ethics are, too often, notes on
Hardie; he scarcely allows the Stagirite to speak. Ackrill, bless him for his
acknowledgements, does something worse: he steals Aristotle’s voice altogether,
renders him into a crisp modern English, and then spares us the commentarius—the
thing that admits, openly, that one is interpreting. Parisio at least keeps the
order straight: text on top, commentator beneath, each in his proper place.
Where, I find myself wondering, has Oxford scholarship wandered off to, that
even this elementary courtesy now feels like a foreign virtue?” Grice: Parisio, mi affascina il modo in cui la tua riflessione sulla
ragione conversazionale si intreccia con la prammatica come retorica,
specialmente seguendo la lezione di Cicerone. Non credi che la conversazione sia
una forma d’arte, dove ogni implicatura è una pennellata di significato? Parisio: Caro Grice, sono d’accordo! La
conversazione è al tempo stesso arte e tecnica. Come sosteneva Cicerone, è la
retorica che ci permette di dare forma alle idee, e la prammatica ne rivela la
profondità. Le implicature sono come i versi di Orazio: suggeriscono più di
quanto dicano, e creano un dialogo tra antico e moderno. Grice: Ecco, proprio questa fusione tra la
parola e il gesto conversazionale rende la filosofia italiana così ricca. Non è
forse vero che la grammatica speculativa e la retorica, da Donato a Prisciano,
si sono evolute insieme per insegnarci a conversare con gusto e profondità? Parisio: Hai colto il punto, Grice! La
conversazione è un breviario vivente, dove ogni parola è scelta con cura.
L’oratoria di Cicerone, la dialettica greca, e la retorica latina sono
strumenti che, ancora oggi, ci insegnano l’arte del parlare e del conversare. È
questo gusto per l’antico che rende la filosofia italiana sempre attuale e
capace di dialogare con il mondo. Parisio, Giovanni Paolo (1531). Q. Horatii
Flacci Ars poetica cum commentaris. Npoli.
Alessandro Pascoli (Perugia, Umbria): la ragione
conversazionale, l’implicatura conversazionale, e la fisio-logia. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
understanding as a rational, norm-guided practice: what a speaker means is
often not exhausted by what is explicitly said, and hearers recover the
intended point by assuming cooperation and drawing defeasible inferences
(implicatures) from relevance, sufficiency, and the speaker’s purposes.
Alessandro Pascoli, by contrast, represents an early modern “geometrical”
scientific ambition applied to physiology and medicine, as in his treatise on
the nature and causes of fevers: explanation is pursued by constructing a
systematic account of causes, mechanisms, and bodily functions, with rhetoric
and enthymeme serving as instruments for teaching and persuasion rather than as
the engine of meaning itself. The comparison, then, is between two notions of
reason: Grice’s reason is interactional and pragmatic, governing how
communicators responsibly bridge the gap between saying and meaning in everyday
discourse, while Pascoli’s reason is explanatory and methodological, governing
how one moves from observed signs and symptoms to causal accounts of nature.
From a Gricean angle, Pascoli’s “signs” of fever are cases of natural meaning
(symptoms as evidence) and do not yet engage the intention-based, cancellable
implicatures that arise in conversation; from a Pascolian angle, Grice’s maxims
look like a medical-style discipline applied to talk itself, treating
conversational exchanges as a field where one must diagnose misleading
appearances and trace them back to the operative principles that make
understanding possible. Grice: “An excellent philosopher. He
philosophised on the will, on the soul, and on a functionalist approach.” Lingua. Fratello di Leone P. Insegna a Roma e Perugia. Tiene
dimostrazioni anatomiche mediante dissezione di cadaveri, come il suo collega e
concorrente Andrea Vesalio. Intrattenne una vasta corrispondenza con
intellettuali di tutta Europa. Le sue opere filosofiche e scientifiche
seguono i metodi di Descartes et Malebranche. I suoi trattati di metafisica,
medicina e matematica esibiscono una filosofia coerente e metodico che dimostra
la vitalità filosofica della cultura italiana del periodo. Saggi: “Del
moto che nei mobili si rifonde per impulso esteriore”; Metodo per introdursi ad
imitazion de' geometri con ordine, chiarezza, e brevità nelle più sottili
questioni di filosofia metafisiche, logiche, morali e fisiche” (Poletti,
Andrea); “Del moto che nei mobili si rifonde per impulso esteriore, Salvioni,
Giovanni Maria); “Del moto che ne i mobili si rifonde in virtù di loro elastica
possanza” (Bernabò, Rocco); Delle febbri teorica e pratica secondo il nuovo
sistema ove tutto si spega per quanto e possible ad imitazione de gemetri; Il
corpo umano o breve istoria dove con nuovo metodo si descrivono in comendio
tuti gl’organi suoi ed I loro principali offij; De fibra mortice et morbosa nec
non de experimentis ac morbis; Metodo per introdursi ad imitazione de geometri
con ordine, chiarezza e brevita nelle piu sottil qestioni di filosofia logica,
morale, e fisica. Osservazione teoretiche e pratiche inviate per lettere;
“Sofilo Molossio, pastore arcade, e custode delg’ARMENTI AUTOMATICI in Arcadi
gli difende dallo scrutinio ne che fa nella sua critica Papi” (Roma);
Fisiologia, corpo, galileo, il fuco di Girgenti, Cicerone, Bianchini.
Verissimo, non mi piace medicar le donne, ma non le regine” spiegazione
dell’entimema in termini dell’intenzione dei communicatori – chi da il segno e
chi lo receve – il segno sensibili dell’idea della cosa. Equivoco se il termine
e dunque la proposizione rippresenta due idee. Grice: “St
John’s, July 1960. Now that Austin is resting in peace—God keep and bless his
soul—I have been compiling what I call a catalogue of fallacies for an upcoming
Aristotelian Society symposium. I have heard Hart (and his fellow-fellow
Honoré) talk of cause as though it were a term of art that applies chiefly to
delinquents; but leafing through a venerable Italian volume I begin to see the
vintage of the habit. There on my desk is a precious copy of Pascoli’s Della
natura, e delle cause delle febbri. I drop the delle, as Italians do not, and
try to think singularly: one fever, one poor Karen with her febbre, one
wretched body demanding an explanation. One can feel, almost physically, why
Pascoli thought it worth a treatise. Yet the comic side returns at once: who
would ever write a treatise on the cause of Timothy’s not having a
fever—Timothy perpetually outdoors, perpetually uninteresting to the doctor?
And then I remember how easily we philosophers botany our words: “cause” is
made to look like a single plant with a single root, when in truth it spreads
across a whole field of uses, medical, legal, and moral, each with its own
temptations to fallacy and each, in the wrong hands, capable of being mistaken
for the others.” Grice: Caro Pascoli, mi
stupisce sempre la tua capacità di unire la filosofia alla dissezione
anatomica. Dimmi, quando analizzi il corpo umano, trovi implicature anche tra
le costole? Pascoli:
Grice, certo! Ogni costola ha la sua ragione conversazionale – e se ne manca
una, è solo perché qualche Adamo ha implicato troppo! Grice: Ah, quindi la
fisiologia è una grande conversazione tra organi? Allora il cuore sarà il
filosofo, e il fegato quello che interpreta tutto... anche le battute! Pascoli: Esatto! E se
qualcuno non afferra l’implicatura, basta una febbre teorica – come dici tu –
per rimettere tutto in ordine. La prossima volta, porto l’entimema invece dello
stetoscopio! Pascoli, Alessandro (1766). Della natura, e delle cause
delle febbri. Lucca: Marescandoli.
Giovanni Pascoli (San Mauro, Forli-Cesena,
Emilia-Romagna): la ldecadenza divina e l’implicatura conversazionale.
Considerato il maggior filosofo decadente, nonostante la sua formazione
principalmente positivistica. Dal Fanciullino, articolo programmatico,
emerge una concezione intima e interiore del sentimento poetico, orientato alla
valorizzazione del particolare e del quotidiano, e al recupero di una
dimensione infantile e quasi primitiva. D'altra parte, solo il poeta può
esprimere la voce del "fanciullino" presente in ognuno: quest'idea
consente a P. di rivendicare per sé il ruolo, per certi versi ormai
anacronistico, di "poeta vate", e di ribadire allo stesso tempo
l'utilità morale (specialmente consolatoria) e civile della poesia. Egli,
pur non partecipando attivamente ad alcun movimento letterario dell'epoca, né
mostrando particolare propensione verso la poesia europea contemporanea (al
contrario d’ANNUNZIO), manifesta nella propria produzione tendenze
prevalentemente spiritualistiche e idealistiche, tipiche della cultura di fine
secolo segnata dal progressivo esaurirsi del positivismo. Complessivamente la
sua opera appare percorsa da una tensione costante tra la vecchia tradizione
classicista ereditata da Carducci e le nuove tematiche decadenti. Risulta
infatti difficile comprendere il vero significato delle sue opere più
importanti, se si ignorano i dolorosi e tormentosi presupposti biografici e
psicologici che egli stesso ri-organizzò per tutta la vita, in modo ossessivo,
come sistema semantico di base del proprio mondo poetico e
artistico. Nacque in provincia di Forlì all'interno di una famiglia
benestante, quarto dei dieci figli due dei quali morti molto piccolo di
Ruggero P., amministratore della tenuta La Torre della famiglia dei principi
Torlonia, e di Caterina Vincenzi Alloccatelli. I suoi familiari lo chiamano
affettuosamente Zvanì. Il padre e assassinato con una fucilata, sul proprio
calesse, mentre tornava a casa da Cesena. Le ragioni del delitto, forse di
natura politica o forse dovute a contrasti di lavoro, non sono mai chiarite e i
responsabili rimasero ignoti. Grice: Pascoli, ti definiscono il filosofo decadente, ma io ti vedo più
come un “fanciullino” con la barba! Dimmi, la poesia consola davvero o bisogna
prima capire la decadenza divina? Pascoli: Grice, la decadenza è solo un modo
elegante per dire che ogni tanto serve un po’ di consolazione – come una tazza
di cioccolata calda. Il “fanciullino” che c’è in me preferisce guardare le
nuvole e trovare le implicature nel canto dei merli. Grice: Allora, caro
Pascoli, se il poeta vate è ormai anacronistico, forse dovresti fondare una
chat per fanciullini decadenti: conversazioni in cui si parla solo di conigli,
temporali e implicature nascoste! Pascoli: Ottima idea, Grice! Ma attenzione:
nella mia chat, se qualcuno non capisce il significato nascosto, riceverà una
pioggia di versi e metafore. Così la decadenza sarà solo un pretesto per
giocare con la ragione conversazionale! Pascoli,
Giovanni (1882). Myricae. Bologna: Zanichelli.
Pace Pasini (Vicenza, Veneto): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale, you’re the cream in my coffee,
the salt in my stew, GENUS SPECIES, eschatology, e la meta-meta-fora del
cavaliere perduto. Studia a Padova applicandosi agli studi giuridici, che ben
presto trascura per interessarsi della nuova scienza è in contatto con Galilei
e soprattutto della filosofia, seguendo assiduamente le lezioni di
Cremonini, impegnato nel commento mortalista della “Fisica” e del “De coelo” di
Aristotele e seguace dell'aristotelismo critico e razionalistico di Pomponazzi,
che mette in discussione l'immortalità dell'anima e alcuni dogmi
cattolici. Uno dei incogniti, uno dei circoli più attive, vivaci libere. A
tale adesione alcuni biografi settecenteschi attribuiscono le accuse di eresia
nei suoi confronti. Come invece dimostra una serie di documenti dell'Archivio
di Stato di Venezia, e un fatto di sangue a determinare il provvedimento
giudiziario che lo condanna all'esilio. Per un futile contenzioso privato (un
diritto di passaggio riconosciuto a dei vicini), insieme con il fratello
Vittelio e alcuni sicari, nella villa Pavaran uccide Malo e ne ferì
gravemente il fratello. Condannato a cinque anni di esilio a Zara, poi ridotti
di circa la metà, e assolto e liberato. Reintegrato nella società vicentina, e
vicario a Barbarano e a Orgiano, dove era già stato agli inizi della carriera.
La sua vita dove scorrere come quella di tanti nobili di provincia, tra affari
privati, responsabilità amministrative, passione letteraria e interessi
culturali, sempre presente l'ossequio al potere della Serenissima: dediche e
composizioni sono spesso dirette a podestà, capitani e dogi. Si registra un
stretto legame gl’incogniti e una grande produzione letteraria. Fa parte della
corrente poetica del marinismo, che ha in Marino il proprio
modello. ””Rime varie, et gli increduli, ouero De' rimedii d'amore:
dialogo. Dedicate al molto illustre Godi (Vicenza) Implicatura, il cavalier
perduto, la metafora, “dall’una metafora all’altra, galilei,
cremonini, degl’incogniti, keplero, Manzoni, rapimento, anonimo, incognito,
meta-meta-fora. Grice: Pasini, mi incuriosisce il modo in cui hai intrecciato
la conversazione filosofica con la metafora del cavaliere perduto. È come se,
tra implicature e meta-meta-fora, tu riuscissi a far emergere nuove sfumature
del pensiero. Come nasce questa tua predilezione per la metafora e l’incognito?
Pasini: Grice, la metafora è il mio modo
di dare voce a ciò che resta celato tra le righe. Nel percorso filosofico,
soprattutto seguendo le lezioni di Cremonini e l’aristotelismo critico, ho
trovato nell’incognito e nel dialogo poetico una forma di libertà; il cavaliere
perduto diventa simbolo di chi cerca, anche quando il sentiero sembra smarrito.
Grice: E allora potremmo dire che la tua
implicatura conversazionale non è solo un esercizio di stile, ma un invito a
superare i confini del sapere codificato. La tua vicenda, tra accuse di eresia
e anni di esilio, sembra confermare che la filosofia, come la conversazione, è
sempre a rischio di essere fraintesa o ostacolata, proprio come il cavaliere
perduto. Pasini: Esattamente, Grice. La
conversazione filosofica è sempre un viaggio, tra il noto e l’ignoto, tra il
genus e la species, fra rime e rimedi d’amore. Essere “la crema nel caffè” o
“il sale nello stufato” — come dici tu — significa arricchire ogni discorso con
la forza dell’implicatura e della metafora, cercando il senso anche nelle
pieghe più oscure della vita e del pensiero. Pasini, Pace (1623). Il Paradiso
de’ Fanciulli. Venezia: Evangelista Deuchino.
Conte Elia Rossi Passavanti (Terni, Umbria) e
l’implicatura conversazionale dell’eroe. Partecipa alla Grande Guerra c
sergente nel IV reggimento Genova cavalleria, in cui e protagonista di
incredibili atti di eroismo. Partecipa alla occupazione di Fiume tra
i legionari di Annunzio. Da soldato, da caporale, da aiutante di
battaglia, fulgido, costante esempio, trascinatore d’uomini, cinque volte
ferito, tre volte mutilato, mai lo strazio della sua carne lo accasciò, sempre
fu dovuto a forza allontanare dalla lotta; sempre appena possibile, vi seppe tornare,
ed in essa fu sempre primo fra i primi, incurante di sé e delle sofferenze del
suo corpo martoriato. In critica situazione, con generoso slancio, fece scudo
del suo petto al proprio comandante, e due volte, benché gravemente ferito, si
sottrasse, attaccando, alla stretta nemica. Con singolare ardimento, trascinava
il suo plotone di arditi all’attacco di forte, munitissima posizione nemica;
impossibilitato ad avanzare, perché intatti i reticolati, fieramente rispondeva
con bombe a mano, alle intense raffiche di mitragliatrici. Obbligato a
ripiegare, sebbene ferito, sostava ripetutamente per impedire eventuali
contrattacchi. Avuta notizia di una nuova azione, abbandonava l’ospedale in cui
l’avevano ricoverato, e raggiungeva il suo reparto; trasportato dai suoi,
riusciva a prendere parte anche alla gloriosa offensiva finale. Soldato
veramente, più che di carne e di nervi, dall’anima e dal corpo forgiati di
acciaio e di ottima tempra. Superdecorato, volontariamente nei ranghi della
nuova guerra, per la maggiore grandezza della Patria, riconfermava il suo
meraviglioso passato di eroico soldato. A capo della propaganda di una grande
unità, seppe dimostrare che più che le parole valgono i fatti e fu sempre dove
maggiore era il rischio e combatté con i fanti nelle linee più tormentate.
Eroe, Annunzio, Fiume, il concetto di economia di stato, l’economia di stato
presso i romani, la terni pre-romana, la terni no-romana, la terni umbra, la
terni osca, la lingua umbra, l’idea italiana, economia di stato. Grice: Passavanti, tu devi avere più medaglie
di un intero reggimento di cavalleria! Dimmi, hai mai usato l’implicatura
conversazionale per schivare un proiettile? Passavanti: Grice, magari
funzionasse così! Il mio miglior trucco era convincere il mio comandante che
ero solo “lievemente contuso” quando in realtà mi mancava mezza gamba. Questa
sì che è economia conversazionale! Grice: Immagino che guidando un plotone di
arditi, ogni frase sia un ordine. O forse bastava gridare “A Fiume!” sperando
che il nemico si confondesse ascoltando la tua lezione sull’economia di stato! Passavanti: Esatto, Grice!
Se non capivano la differenza tra economia umbra e osca, di solito si
arrendevano solo per gentilezza. Questa è la vera forza della conversazione
gestita dallo Stato! Passavanti, Conte Elia Rossi
(1875). Studi letterari. Firenze: Successori Le Monnier.
Iacopo Passavanti (Firenze, Toscana): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale. Entra nell’ordine domenicano,
presso il convento fiorentino di S. Maria Novella. Dei primi studi,
presumibilmente regolari, non si sa nulla. Venne inviato a completare
l’istruzione nello studio generale domenicano di S. Giacomo a Parigi. Del
soggiorno parigino non si hanno notizie specifiche. Studia di sicuro teologia,
e probabilmente apprende le arti liberali. Non se ne conosce neppure la durata,
ma secondo le norme dell’Ordine non puo superare il tri-ennio. In un intervallo
compreso tra il ritorno da Parigi e cadono, senza per altro se ne possano
stabilire le date, suoi lettorati a Pisa, a Siena e a Roma -- a S. Maria sopra
Minerva e i priorati di Pistoia e di San Miniato al Tedesco. È sicura al
contrario la designazione nel capitolo provinciale di Pisa come predicatore a
S. Maria Novella e l’altra nel capitolo di Gubbio quale predicatore generale. È
incaricato dal consiglio di S. Maria Novella di scegliere tra i libri dei frati
morti durante la peste quelli che giudicasse utili alla libreria di recente
istituzione. Egli stesso contribuì al suo accrescimento con volumi suoi, come
informano alcune note di possesso autografe pervenuteci --
Pomaro. Tra i numerosi uffici di fiducia di particolare importanza
di cui venne investito vi fu quello di «operarius», preposto, della fabbrica di
S. Maria Novella: ne dà testimonianza il Necrologium, in cui si legge come «hic
propter suam industriam factus fuit operarius ecclesie nostre, quam tantum
promovit, magnificavit et decoravit in multis scilicet testudinibus pluribus et
picturis, ut nullus unquam operarius tantum fecerit in eadem-- Orlandi. Nessuna
fonte indica l’anno in cui assunse l’impegno, tuttavia, ragionevolmente dove
intervenire negli ultimi lavori, per il completamento della chiesa. In
particolare, un documento prova come a questa data avesse fatto eseguire le
pitture della cappella maggiore a spese dei Tornaquinci. libro dei sogni. Grice: Passavanti, ma quanti libri hai dovuto
scegliere per la biblioteca di S. Maria Novella? Immagino ti sia sentito il
custode dei sogni più che dei volumi! Passavanti: Grice, in effetti qualche sogno
l’ho perso tra le pagine... ma sai, selezionare libri durante la peste era più
difficile che cercare implicature tra i sermoni domenicani! Grice: E quante
implicature hai trovato tra i frati? Magari qualcuno, invece di filosofare,
lasciava solo indizi nascosti tra le copertine… come le pitture della cappella
maggiore! Passavanti:
Ah, caro Grice, ogni libro era una conversazione: c’era chi scriveva per
spiegare e chi per complicare. Alla fine, ho decorato la chiesa come la mente:
tra ragione, sogni e un po’ di humor domenicano! Passavanti, Iacopo (1343). Specchio della vera penitenza. Firenze.
Marco Antonio Genua de’Passeri (Padova, Veneto):
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del lizio. Grice:
“He was Zabarella’s uncle – mine worked in the railways!” -- Grice: “It’s
amazing how much a little book like Aristotle’s ‘Peri psycheos’ influenced
those Renaissance and pre-Renaissance Italians! Surely they were concerned
about the immortality or other of the soul!” Essential Italian philosopher. Pubblica commentarii al De Anima e alla
fisica contro BONAIUTI. Dimostra la perfetta convergenza fra le idee del lizio
e BONAIUTI sulla dottrina dell'unità dell'intelletto. Disputatio de intellectus
humani immortalitate; De anima Venezia, Iunctas Perchacinum; Paladini, La
scienza animastica. Nome con il quale è noto il filosofo averroista M. A. de’
P. Figlio di Niccolò, che aveva insegnato arti e poi medicina a Padova, occupa
la cattedra di filosofia nella stessa univ. in concorrenza dapprima con ZIMARA,
poi Maggi. È autore di commentari alla fisica e al de anima del lizio, dove
intende dimostrare il perfetto accordo fra Averroè e Simplicio sulla dottrina
dell’unità dell’intelletto. D’un punto di vista averroistico polemizza contro
Pomponazzi e gli alessandristi. At cum Latini uideantur hoc negare, nosrem ita
esse comprobare possumus quoniam Aristotele cum dederit communem ANIMA. Animæ
definitione subiungit et propriam cuiusque gradus dicendam fore et prior rem
natura esse vegetativam sensitiva, quod in codem intelligitur, non autem in
diversis quoniam in eodem animato posita sensiti, uaponitur vegetativa et
posita intellectiva ni mortalibus alie ponátur, quia sicut ise habet vegetativa
in sensitiva, ita et sensitiva in INTELLECTIVA. Peripatetici, lizii, nous,
intelletto, etimologia d’intelletto, da lego – ‘to care’, ‘to decide’.
Intelleto, nous, animus vs. anima, mens, Boezio, l’intelletto, l’anima
intelletiva, animistica, animastica. Grice: «È curioso, caro Passeri, come
Zabarella fosse tuo zio mentre il mio lavorava in ferrovia, ma entrambi finiamo
sempre sullo stesso binario dell’intelletto!» Passeri: «In effetti, Herbert,
l’intelletto unico viaggia meglio dei treni e non ha bisogno di biglietto,
basta Averroè!» Grice: «E pensa che tutto questo gran traffico mentale parte da
un libriccino come il De Anima, altro che manuale d’istruzioni!» Passeri: «Già,
e l’anima ride con noi, perché tra nous, intelletto e animus sembra una cena
padovana più che una disputa filosofica!» Passeri, Marco Antonio Genua de’
(1559). De Sacris Aegyptiorum aliarumque gentium. Pisauri: In aedibus Francisci
Salviani.
Passini: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice: Passini, mi incuriosisce il modo in cui
la ragione conversazionale si intreccia con le tue metafore. Ma dimmi: se ti
trovassi davanti a un cavaliere perduto, quale implicatura conversazionale
useresti per ritrovarlo? Passini: Grice, la vera implicatura sarebbe
quella di chiedere al cavaliere se ha perso la strada o soltanto la voglia di
cercarla! Spesso, tra genus e species, la conversazione serve più a confondere
che a chiarire. Grice:
Allora potremmo dire che, in fondo, ogni conversazione è come un viaggio in
incognito: si parte per cercare risposte, ma si finisce col collezionare
domande. E tu, Passini, preferisci la meta o il percorso? Passini: Grice, io scelgo
sempre il percorso! La meta è solo una scusa per raccontare storie e inventare
metafore, come il sale nello stufato: senza, tutto sarebbe insipido – e la
filosofia sarebbe solo un menu senza piatti.
Pasqualini: la ragione
conversazionale e l’mplicatura conversazionale. M. Pasqualini, C. Pasqualini. Grice: Pasqualini, mi dicono che tu maneggi la
ragione conversazionale come un prestigiatore con le carte. Ma dimmi, hai mai
fatto sparire una implicatura davanti agli occhi increduli di un pubblico? Pasqualini: Grice, se la
implicatura fosse davvero un trucco, allora ogni conversazione sarebbe uno
spettacolo di magia. Ma in realtà, le implicature non spariscono: si nascondono
nei sottintesi, proprio come le olive sotto l’insalata! Grice: Ah, quindi basta
scavare un po’ e si trova sempre qualcosa di gustoso sotto la superficie! Ma
allora, Pasqualini, quante volte hai trovato una perla nascosta mentre tutti
cercavano solo il guscio? Pasqualini: Grice, più che perle, spesso trovo
noccioline: piccole, ma croccanti! La conversazione, alla fine, è come una
festa: ognuno porta un ingrediente segreto e nessuno sa davvero cosa c’è dentro
finché non ci si mette a chiacchierare.
Valentino Annibale Pastore (Orbassano, Torino,
Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale nella
storia della dia-lettica romana di Varrone a Peano. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming
cooperative rationality and then inferring implicatures from shared
expectations of relevance, sufficiency, and clarity; the emphasis is on the
interpersonal, intention-sensitive logic by which ordinary language remains
usable despite its underdetermination. Pastore, working at the turn of the
twentieth century in Turin and committed to a program of “experimental” and
formal logic, approaches the same terrain from the opposite direction: he
catalogues alleged imperfections of ordinary language, treats the complaints
themselves with a certain irony, and frames the formalist moral in a way that
is strikingly Gricean in spirit—roughly, that explication and implication do
not coincide, and that one must not confuse what is made explicit with what is
merely suggested. The comparison is therefore one of explanatory level and
method: Grice gives a general pragmatic theory of how implicature is generated
and calculated in conversation by rational agents, whereas Pastore offers a
proto-pragmatic diagnosis from within the history and reform of logic, using
“imperfections” as pressure-points that motivate regimentation while already
recognizing that much communicative force lives in what is left unsaid. In
Gricean terms, Pastore’s list can be read as an early inventory of the conditions
under which conversational reasoning has to do its work; and in Pastore’s
terms, Grice’s maxims can be read as the systematic account of that work,
showing why ordinary language need not be “repaired” before it can convey
disciplined, logically accountable thought. Grice: “A
proto-Griceian, P. divides logicians by nationality, and he has a few for
Italians; he does not distinguish between Welsh Russell and English Boole,
though!” Grice: “Pastore has an excellent section on the ‘alleged’
imperfections of ordinary language, to which I refer to in my reference to the
common place in philosophical logic.” Grice: “Pastore lists six imperfections
of ordinary language, for which he notes how confusing the allegations are.”
“He ends by noting the moral of the formalist: “not everything that is
explicated is implicated, and not everything that is implicated is explicated!”
– Grice: “The Italian philosophers he mentions make an interesting list.”
Grice: “He has an earlier paragraph on “Roman logic,” which is charming.” Laureato a Torino con GRAF ed ERCOLE , è insegnante di liceo e ottenne una
cattedra a Torino. Fonda e dirigge il laboratorio di logica sperimentale a
Torino. Collaboratore della Rivista di filosofia. I suoi manoscritti sono
conservati nell'accademia toscana di scienze e lettere La Colombaria di
Firenze. La salma del filosofo riposa nel cimitero di Bruino. Saggi: “La logica
formale dedotta dalla meccanicia”; “Scienza” “Sillogismo e proporzione,”
“Dell'essere e del conoscere,” Il pensiero puro, Causa ed esperienza;
Solipsismo, Potenzia logica, Logica sperimentale, L'acrisia di Kant, La
filosofia di Lenin; La volontà dell'assurdo. Storia e crisi
dell'esistenzialismo” (Logicalia, Dioniso, “Introduzione alla metafisica della
poesia,” Bazzani, Carte. Fondo dell'Accademia La Colombaria, Castellana,
“Razionalismi senza dogmi. Per una epistemologia della fisica-matematica;
Dizionario di filosofia, Roma, Istituto dell'Enciclopedia, Selvaggi, Un
filosofo triste: P. in Scienza e metodologia. Saggi di epistemologia, Roma,
Gregoriana). Implicature, logica meccanica, acrisia. Meccanica rama della
fisica. Grice: “Corpus, 1932. Hardie gave me a fright
yesterday. We are inching our way toward what he calls “the moderns”—“I mean
Home,” he said, “or Hume, as you English insist on spelling it.” So I raided
the philosophy shelves here for something more “gnoseological,” and one title
caught my eye at once: Pastore’s Saggi di critica generale del conoscere
(1903)—positively ultra-modern beside Hardie’s Home. The title alone is a small
lesson in how not to name a book: saggi di is gratuitous; critica generale is
too general even for Kant; and then, at last, the one redeeming phrase, il
conoscere. The Italians can turn a verb into a noun with that single magical
il. But when I actually began to read Pastore, page after page, I found rather
less of what I had expected: not a clear lesson in why the Italians (like the
French, and perhaps the old Romans) felt the need to distinguish conoscere from
scire—when we English manage to muddle through with know and never suspect we
are missing anything.” G.: April 1940. I have brought Pastore because one ought
occasionally to test one’s patience against foreign climates. S.: And does
Orbassano count as a climate? G.: In this case, yes. Open the book and the
weather changes at once. One expects “literature” and finds a zoo. Parasites,
atavism, struggle for survival, extinction, natural selection. It is as if
Dante had been read through a veterinary manual. S.: You mean the 1892 thesis.
G.: Exactly. The very young Valentino Annibale Pastore, under Graf, taking “la
vita delle forme letterarie” with a seriousness so biological that one fears
for Petrarch’s pulse. S.: You have the chapter headings? G.: I do, and they
read like a syllabus for Darwinists who have strayed into the Faculty of
Lettere by mistake. First, “Funzione sociale della letteratura.” One thinks:
very well, literature may serve a society. Then “Organismo della letteratura.”
Already one begins to look for a stethoscope. Then “Origine e sviluppo delle forme letterarie.” One braces. Then
“Variabilità delle forme letterarie – Ibridismo – Correlazione di sviluppo.” By that point the sonnet is practically a mammal. S.: And it gets worse.
G.: Inevitably. “Lotta per la vita – Parassitismo.”
“Elezione naturale.” “Adattamento all’ambiente.” “Ereditarietà dei caratteri
letterari – Atavismo.” “Estinzione delle forme letterarie.” And finally, in the
grand style of nineteenth-century confidence, “Interpretazione scientifica dei
periodi d’intermittenza.” One sees at once that if a genre disappears for fifty
years, it has not merely gone out of fashion; it has suffered a crisis of
species-being. S.: It is rather magnificent in its wrongness. G.: That is the
trouble. It is wrong at scale. Small errors are easy to forgive. A large false
analogy, energetically maintained for ten chapters, has a kind of grandeur. S.:
And Graf? G.: Everywhere. Suspiciously everywhere. Pastore cites Graf as if
citation itself could earn a degree. One has the uneasy feeling that the
relatore is being thanked in advance, in arrears, and in perpetuity. Graf on
the press giving literature the circulation of the blood. Graf on La crisi.
Graf on the “transfigurazione” of Roman literature from Sulla to Augustus. It
is as if the boy had decided that the safest way to survive the examination
board was to make the supervisor a recurring organ in the argument. S.: You
think he was buying voice, if not vote. G.: In a merely literary market,
perhaps. Though I dare say the board still had its own stomach. But there is no
denying the relatoral atmosphere. One reads Pastore and feels Graf looking over
his shoulder, only to discover that the pupil has taken the master’s metaphor
more literally than the master would have dared. S.: That is the curious thing.
Graf can speak of “life” in forms and remain a man of letters. Pastore hears
“life” and immediately imports the entire natural-historical arsenal. G.:
Quite. Graf says circulation of the blood; Pastore begins classifying genres as
if they were liable to parasites. It is the old Victorian temptation: a
metaphor arrives with a little scientific prestige and the humanities instantly
agree to be vivisected. S.: He also cites Morselli, does he not, on
evoluzionismo in literary criticism. G.: Yes, which is what saves him from
being merely a colonial Spencerian. The disease is native as well as imported.
Ardigò is there, Morselli is there, the whole Italian willingness to
scientificise the spirit is there. Spencer, of course, hovers over it like a
benevolent epidemic. S.: Spencer does hover everywhere in these Italians. G.:
Because he supplied portable majesty. Differentiation, adaptation, organism,
survival. One could export the vocabulary and import the authority. The thing
had the further advantage of sounding explanatory while remaining very nearly
decorative. S.: And Oxford? G.: Oxford, at its best, has always distrusted that
kind of grandeur while borrowing its words. That is why the Herbert Spencer
Lectures are such a beautiful local joke. Oxford honours Spencer ceremonially
and then declines to become Spencerian in practice. S.: We have just had
Muirhead in 1939. G.: Exactly. Muirhead in 1939, Einstein in 1933. The Spencer
Lectures by then are a lip-service ceremony of the most Oxford kind: a fund established
by that unnamed Hindoo gentleman from Balliol, a title that preserves Spencer’s
name, and then a series that proceeds to treat “Spencer” as a respectable
umbrella under which one may house theoretical physics or moral philosophy
without any very urgent commitment to social Darwinism. S.: So 1933, Einstein.
1939, Muirhead. G.: Yes. And the dates matter. Einstein in 1933 under Spencer’s
name gives the whole thing a sort of institutional smile: we honour the great
evolutionist by inviting the great physicist. Then Muirhead in 1939, “The man
versus the state as a present issue,” which sounds much more properly
Spencerian and arrives exactly when Europe has made every evolutionary metaphor
politically suspicious. S.: You mean one cannot, by 1939, speak too blithely of
stronger forms surviving. G.: One can, of course, but one ought not. The
century has already demonstrated that “organism” applied to politics is the
quickest route to moral stupidity. S.: Yet Toynbee is still allowed. G.:
Toynbee is allowed because he speaks in civilizational cadences rather than in
laboratory barks. He is morphology rather than kennel-talk. Still too grand for
my taste, but less vulgar than treating Bradley as an atavistic specimen. S.:
Which is exactly what Pastore’s language tempts one to do with philosophy.
Idealism as parasitic. Realism as fitter. Linguistic analysis as a later, more
adapted species. G.: And that is where one parts company with him most
decisively. Oxford can narrate succession, but it dislikes biological
triumphalism. Bradley gives way to realism, realism gives way to Austinian
manners, Ryle captures the chair of metaphysics from the older climate, and
later Strawson gives the thing a more architectural cast. But none of this is
“survival of the fittest” except in journalism. S.: You would rather say
correction, reaction, change of style. G.: Or simply fashion, which is often
more accurate than progress. We replace one vocabulary with another and then
continue teaching Plato as if nothing had happened. That is not Darwin. It is
inheritance with complaint. S.: Pastore would call that an intermitting period
requiring scientific interpretation. G.: Pastore would call anything requiring
patience an intermitting period. That is his trouble. He sees recurrence and
wants diagnosis; he sees variation and wants species-history. He cannot allow
the humanities a life of their own unless that life is immediately redescribed
in mechanistic-naturalistic terms. S.: You dislike “scienza della letteratura.”
G.: Deeply. Or rather, I dislike the confidence with which it is uttered. In
Germany one can sometimes say Wissenschaft and preserve breadth. In Turin in
1892 one says scienza della letteratura and before long the sonnet has
inherited acquired characteristics. S.: Yet the book is not foolish in every
page. G.: No, and that is why it is worth mocking carefully. The material on
duecento, Provençal influence, stil nuovo, the actual handling of literary
history—there the boy is gifted. He can read. He can connect. He can see
pattern. The tragedy is that every decent literary observation is then marched
back into the naturalistic barracks and made to salute evolution. S.: One does
wonder what Graf thought. G.: I imagine a private shudder. Graf could live with
metaphor. Pastore has converted metaphor into jurisdiction. One thing to say
that forms have a life; quite another to declare that life subject to
hybridism, natural selection, and extinction schedules. S.: The funniest phrase
remains “parassitismo.” G.: It is irresistibly ugly. Once a critic begins
calling a genre parasitic, one knows he has stopped reading and started
patrolling. Besides, the accusation is too easy. All traditions are parasitic
if you define life as borrowing with style. S.: Croce would have hated it. G.:
Croce would have historicised it without zoologising it. That is the important
distinction. Croce gives you cycles, revivals, spiritual history, all the
things one may dislike in idealism, but he does not generally classify schools
of thought as if they were infected tissues. Nor does Collingwood, for all his
love of historical forms of thought. He would re-enact them, not breed them.
S.: And Bosanquet? G.: Bosanquet admired Croce because idealists enjoy hearing
history flatter thought. But even Bosanquet, with all his taste for system, is
less biologically vulgar than this young Pastore. Bosanquet wants spirit to
unfold; Pastore wants it to molt. S.: A very useful distinction. G.: I intend
to keep it. One may endure Geist. One need not endure zoological Geist. S.: And
what of Grice? If one applied Pastore’s language to Oxford, what would happen?
G.: A dreadful ethnography. “The Hegelians, having exhausted their adaptive
value, were supplanted by the realists; the realists, under pressure from the
ordinary-language environment, diversified into Ryleans and Austinians; later
the Strawsonian type stabilized a more categorial habitat.” One can do it in a
paragraph and be wrong in every line. S.: Because the old types do not die. G.:
Exactly. Bradley remains on the shelf. Plato remains in the syllabus. Aristotle
survives every revolution and half the reforms. Oxford’s supposed replacements
are never eliminations, only redistributions of boredom. S.: “Everything old is
new again.” G.: Quite. Which is the anti-Pastorean slogan. The history of
philosophy is not a cemetery of failed organisms. It is a badly organised
conversation in which the dead keep speaking when the living would prefer a
clean succession. S.: You sound almost Toynbeean there. G.: I refuse the charge.
If I speak of recurrence, I mean recurrence without morphology. I do not want
civilizations behaving like plants, and I certainly do not want philosophical
chairs behaving like finches. S.: Popper might approve. G.: Popper would at
least hesitate before adapting Darwin’s birds to Oxford appointments. Even his
World 3, for all its dangerous grandeur, is careful about the autonomy of
thought’s products. Pastore is less careful. He naturalises first and asks
questions later. S.: Which takes us back to the beginning: “I abandoned
literature for philosophy.” G.: The lovely falsehood. He abandoned one
“science” for another. The first book already proves it. His “literary” years
were scientized from the start. He never really believed in the humanities as
humaniores, only as future cases for method. S.: So the first Pastore is
already the second in embryo. G.: Precisely. The logician is hiding in the
literary naturalist the whole time, waiting only for Graf’s metaphors to harden
into mechanisms. One can almost hear the transition: “If forms live, they may
also be counted; if counted, perhaps deduced.” S.: That is very Italian. G.: It
is very nineteenth-century, which Italy preserved with unusual confidence. And
there is a point of national style here. The Italians are capable of treating a
thesis as both homage and campaign. A man cites his relatore not only because
he owes him something, but because gratitude itself is part of the intellectual
apparatus. S.: You think the Oxford equivalent would be impossible. G.: Not
impossible. Merely less open. An Oxford man quotes his tutor sparingly and then
spends the rest of his life implying the debt through mannerisms. An Italian
may quote the relatore until the very structure of the thesis sounds like
filial piety under scientific pressure. S.: And yet there is charm in it. G.:
There is charm in nearly all false systems when they are young enough. That is
why one reads them. Pastore in 1892 is a fascinating error, and errors of that
size are educative. They show what an age badly wanted to believe. S.: That
literature could be made scientific. G.: That spirit could be made orderly by
borrowing the authority of nature. That history could be made explanatory by
speaking of organisms. That genres could be managed like populations. That one
might win a degree, please one’s relatore, and inherit Spencer all in one
movement. S.: In the end, what do G. and S. do with him? G.: We thank him, of
course. S.: For being wrong so energetically? G.: For teaching us, by excess,
the limit of the naturalistic temptation. It is useful to see the humanities
mistaken for zoology with enough confidence that the mistake cannot be hidden.
S.: And then? G.: Then we return to Oxford, where the Spencer Lectures
continue, Einstein has already come in 1933, Muirhead has just come in 1939,
the Hindoo gentleman’s money still circulates respectably, and nobody, not even
the boldest analyst, quite dares to describe Collingwood as an adaptive
mutation. S.: Which is very wise. G.: No. Merely civilised.Grice: Caro Pastore, mi incuriosisce sempre
come tu riesca a trovare in ogni riga della storia della dia-lettica romana
qualche imperfezione della lingua! Ma dimmi, secondo te Peano avrebbe capito
una mia implicatura o si sarebbe limitato a una definizione formale? Pastore: Grice, Peano
avrebbe sicuramente chiesto prima la definizione precisa, poi dopo venti pagine
avrebbe forse colto anche l’implicatura... sempre che la frase non fosse finita
nel suo famigerato dizionario! D’altronde, tra Varrone e Peano, il vero problema
è sempre capire se parliamo lo stesso latino! Grice: Ah, la tua famosa
lista delle sei imperfezioni del linguaggio ordinario! Me la sono appesa sopra
la scrivania, così quando sento una conversazione al bar penso: “Qui siamo alla
sesta, quasi settima!” Ma Pastore, quale di queste imperfezioni ti diverte di
più? Pastore:
Sicuramente quando qualcuno confonde ciò che è implicato con ciò che è
esplicato! È come confondere il cappuccino con l’espresso: entrambi italiani,
ma rischi una mattina davvero agitata! In fondo, caro Grice, senza un po’ di
confusione, la logica sarebbe troppo noiosa! Pastore, Valentino Annibale (1892). La vita delle forme letterarie: studi
critici di scienza della letteratura. Sotto Graf. Milano.
Paulino (Nola, Napoli,
Campania): la ragione conversazionale e il portico romano, la
ragione e l’implicatura conversazionale. Grice: “When my
father, Herbert Grice, christened me “Herbert Paul Grice” he meant ‘junior’ –
paullus, small. My mother, however, claimed that it was a religious
outburst on the part of Father seeing that Saul referred to the Roma gentiles
always as ‘Paul’!” A wealthy man. He has a career in public life before
becoming a philosopher. He writes many poems and letters, some of which
survive. Some see the influence of the Portico on his views concerning the
ascetic life. His son is Giovio. Grice: “I like Paulino – for one, that’s my
Christian name!” GRICEVS: Salve, Pavline Nolane! Dic mihi: in porticu Romana plus de ratione
conversazionali docuisti, an plus de umbra—quia Roma sine umbra vix cogitat? PAVLINVS:
Salve, Grice! In porticu didici hoc: si de umbra taceas, omnes umbram
intellegunt—ecce ipsa implicatura; et si de divitiis meis loquar, statim putant
me asceticum esse per contradictionem. GRICEVS: Pulchre! Ego autem, cum
“Paulum” nomen habeam, te amo: pater meus paullum me voluit, mater vero
apostolum—ita ego inter parvum et Paulum semper implico plus quam dico. PAVLINVS:
Ergo convenimus: tu es Paulus in voce, paullus in statura; ego Pavlinus in
Nola, Romanus in porticu—et uterque in Italia: dicimus pauca, sed Roma (et
Campania) semper multa intellegit.
Lanfranco di Pavia: la ragione conversazaionale e
l’implicatura conversazionale -- mi chiamo Lanfranco. Grice:
“I like him, but then I’m English1” Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a
speaker means beyond what is explicitly said by presuming rational cooperation
and then inferring implicatures from shared expectations about relevance,
informativeness, and clarity; meaning is thus anchored in intention-recognition
within an exchange rather than in any merely natural sign or authoritative
formula. Lanfranc of Pavia (later Lanfranc of Canterbury), by contrast, belongs
to an eleventh-century setting in which disputation, dialectic, and rhetoric
are marshalled to secure doctrinal intelligibility, most famously in his De
corpore et sanguine Domini adversus Berengarium (c. 1062), where the issue is
not how conversational implicatures arise but how a contested phrase is to be
understood so as to exclude symbolic readings and fix an orthodox account of
presence. The comparison is therefore between two kinds of normativity: Grice’s
is pragmatic and procedural, describing how rational agents manage what is meant
in ordinary talk through defeasible inference, while Lanfranc’s is
theological-dialectical, treating correct understanding as something to be
argued for under institutional pressure, where the stakes of interpretation are
ecclesial and the “rules” are those of disputation and authorized usage. From a
Gricean angle, Lanfranc’s polemic still presupposes the very mechanisms Grice
theorizes—readers must track what is asserted, what is conceded, what is
excluded, and what is implied by choosing one formulation over another—yet
Lanfranc aims to eliminate ambiguity by doctrinal decision, whereas Grice aims
to explain how meaning remains workable precisely because speakers and hearers
can rationally navigate ambiguity without needing every implication made explicit.
Autore di una Dialectica. Conosce bene la logica
vetus. Usa ancora il De decem categoriis. Commenta il De inventione di CICERONE
e il Ad Herennium. “P. pensa che questo possa essere omesso. “P. superfluum hoc
iudicat.” -- Ma la sua opinione non puo essere accettata.” Forse P. ha dei
buoni argumenti. Del resto, un piccolo errore nel testo – la d di ‘dictio’
spezzata in ‘cl’ – conduce L. a una chirurgia disperata. Spiega che ‘Clitio’ e
un soldato. “Clitio parla ed ordina di dare le armi a un uomo.” Per P. la
retorica e sempre lo istrumento di base. Lanfranco. Lanfranco di Canterbury.
Beato Lanfranco di Canterbury Lanfranco con ai piedi Berengario di Tours, che
sostene che la presenza di Cristo nell'Eucaristia è puramente simbolica, tesi
alla quale Lanfranco si è opposto decisamente. Tela. Vescovo
Morte Canterbury Venerato da Chiesa cattolica Ricorrenza Manuale P. arcivescovo
della Chiesa cattolica Incarichi ricopertiArcivescovo di Canterbury
Consacrato vescovo Manuale Lanfranco di Canterbury o di Pavia filosofo e
vescovo cattolico italiano, venerato come beato dalla Chiesa cattolica. P.
nacque, figlio di Ambaldo, magistrato appartenente all'ambiente del sacrum
palatium. Secondo un suo biografo: «...fu istruito fin dalla fanciullezza nelle
scuole di arti liberali e di diritto civile a Bologna[3]. Ancora molto giovane,
ebbe spesso il sopravvento nei processi su avversari sperimentati per la
travolgente eloquenza del suo preciso argomentare. A quell'età seppe stilare
sentenze apprezzate da giuristi e giudici. Si trasferisce ad Avranches, in
Normandia, dove nel 1040 apre una scuola di lettere e dialettica alle
dipendenze dell'abbazia di Mont-Saint-Michel, dove era abate il suo
concittadino Suppone, un monaco proveniente dall'abbazia piemontese di San Benigno
di Fruttuaria. Nel 1042 decide di trasferirsi a Rouen, e, attraversando
la selva di Ouche con un suo discepolo, viene assalito da briganti, che
spogliano i due di ogni cosa. Grice: “Corpus, 1930. Dear
Mother, please tell Father—and Aunt Matilda, our resident convert—that I have
been given a splendid room. The view of the pelican is suitably imposing, and
the whole business of Corpus Christi is, I am told, a tribute to Lanfranc: not
Lanfranc of Milan with his Chirurgia magna, but Lanfranc of Pavia, who wrote on
De corpore et sanguine Domini. It is a curious thing to find oneself, on a dark
Thursday night, reading De corpore et sanguine Domini adversus Berengarium when
the college motto has already done the work for you: Ave verum corpus. Could
you pass the enclosed note on to Father? As a nonconformist, he will enjoy
nonconforming in the proper direction. Father: why does Lanfranc separate the
corpus from the sanguis in the very title? The tract says De corpore et
sanguine Domini: I can see that blood is a fluid, but surely it is still part
of the body. And please do not pick another polemic with Aunt Matilda over it;
she will never learn, and will only turn your otherwise tolerable high teas
into perfectly sanguine confrontations. Your loving
son.”” Grice: Caro Pavia,
raccontami, ma davvero ti sei messo a commentare Cicerone solo perché il De
decem categoriis ormai era fuori moda? Pavia: Eh, Grice, con dieci categorie in tasca
si viaggia leggeri... ma ogni tanto serve un pizzico di retorica per non
addormentare i discepoli! Grice: Però, Lanfranco, tra clitio e dictio,
rischiavi di inventare una grammatica tutta nuova. Avresti potuto brevettarla
come “Logica disperata”! Pavia: Grice, che vuoi, quando si attraversano
le selve della logica, a volte si inciampa e invece di una regola nasce un
santo... o almeno un beato! Pavia, Lanfranco di (1062).
De corpore et sanguine Domini adversus Berengarium. Normandia.
Giuseppe Peano (Spinetta di Cuneo, Piemonte): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale, il deutero-esperanto di Grice,
formalisti ed informalisti, modernisti e neotradizionalisti, e la riforma della
lingua d’Italia. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning locates intelligibility in the rational practice of talk: what a
speaker means is often underdetermined by what is said, and hearers bridge the
gap by assuming cooperation and applying defeasible norms of relevance,
sufficiency, and perspicuity to derive implicatures that are, in principle, calculable
and cancellable. Peano represents a complementary but contrasting response to
the same problem of meaning: instead of relying on pragmatic inference in
ordinary language, he seeks to reduce interpretive latitude by engineering
explicit form—through logical notation (including devices later used in the
theory of definite descriptions) and through linguistic reform projects like
Latino sine flexione, aimed at clarity, economy, and unambiguity by design. The
comparison, then, is that Grice explains why ordinary discourse works despite
leaving so much implicit, because conversationalists are rational agents who
can responsibly recover intended content, whereas Peano tries to make as much
as possible explicit in the code itself, shifting work from conversational
interpretation to formal derivation; Grice’s “conversational reason” is an
account of how meaning is reliably inferred in interaction, while Peano’s
“formalist reason” is the aspiration to a system in which what would otherwise
be left to implicature is stated, defined, and provably manipulable. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning is fundamentally pragmatic and
inferential: what a speaker means is not exhausted by sentence-meaning but is
reconstructed by a rational hearer who assumes cooperation and applies norms
(maxims) to derive implicatures in a way that is, in principle, calculable and
cancellable; the “reason” is lodged in the interpersonal practice of
interpreting intentions against shared standards of relevance, sufficiency, and
so on. Peano, by contrast, represents the formalist impulse that Grice both
admired and resisted: Peano’s logical work (including notations later central
to Russell and Whitehead, and the iota operator used for definite descriptions)
aims to regiment meaning by explicit formal devices, and his Latino sine
flexione project (introduced in 1903 in his Revue de Mathématiques in the
article De Latino sine flexione, lingua auxiliare internationale) pursues
clarity, economy, and unambiguity by engineering the code itself—reducing
morphology, standardizing forms, and making interpretation depend less on
contextual guesswork. So the comparison is that Grice explains how ordinary
language remains intelligible despite underdetermination because conversationalists
are rational agents who manage the gap between “what is said” and “what is
meant” through principled inference (implicature is a feature, not a bug),
whereas Peano seeks to minimize that gap by design, shifting communicative work
from pragmatic inference to explicit logical form and controlled linguistic
structure; Grice’s “conversational reason” is a theory of how humans reliably
transcend literal content in practice, while Peano’s “reason” is the aspiration
to a language and notation in which much of what would otherwise be left to
implicature is made overt, derivable, and surveyable—two complementary
responses to the same problem of meaning, one interpretive and interactional,
the other constructive and formal. Citato da Croce nella
“Logica, o della sicenza del concetto”. L’unico italiano citato da nome da
Croce nella Logica. La polemica Croce e il logicismo. Croce, P., e la lingua
universal – Per che la lingua d’Italia non e formale per Croce. Grice:
“My type of philosopher; he quotes from Breal, Mueller – I wish I could!”
Grice: “As I reduce “the” to “every,” I am of course following Peano, who
predates Russell!” -- important Italian philosopher. Linceo. P. Fa la sua comparsa una delle proposte di lingua internazionale
inventata d’italiani che conosce più risonanza, il latino sine flexione di
Peano, presentato nella Revue de Mathématique -- La Revue de Mathématique è
creata dallo stesso P. Egli, assieme a molti altri filosofi, vi pubblica
propri studi e ricerche sulla logica e sulla storia della matematica. Il suo
creatore non è in realtà un linguista o un esperto di lettere - sebbene
partecipa più volte a dei congressi dove vienneno discussi problemi, oltre che
di matematica, anche di filosofia, didattica e linguistica - ma, come per altri
filosofi, i suoi interessi principali sono la matematica e la geometria. Dopo
frequentare il liceo classico a Torino, s’iscrive al corso di laurea di
matematica e nello stesso anno in cui consegue la laurea comincia ad insegnare
presso Torino alla cattedre di algebra, geometria analitica, e calcolo
infinitesimale. Grice on ‘Fido is shaggy,’ – “It is impossible to
expect the philosopher to provide meaning-specifications for all parts of
speech, so I will restrict myself to the ‘predicate,’ “shaggy.””. Vedasi sullo stesso soggetto il saggio su «Discussione de Academia
prò Interlingua. Implicatura, l’operatore iota, sull’articolo definito,
sull’operatore ‘iota’, Deutero-Esperanto, l’errore di Quine, il carattere non
primitive dell’operatore iota, Definite descriptions in Peano and in the
vernacular, semantica filosofica. Grice: “St John’s,
1953. I’ve had it with Quine. Strawson, on the other hand, has not—this is
about our joint seminar, in which Quine keeps turning up like a travelling
evangelist with a single tract: Principia Mathematica here, Principia
Mathematica there, Principia Mathematica everywhere. Don’t they have a Bible in
Cambridge, Massachusetts, as well? What irritates me is Quine’s breezy attitude
toward Peano. The man behaves as if logic began in Russell’s rooms and ended in
Harvard Yard. Yet it was Peano’s idea to define the “inverted iota” for
definite descriptions by appeal to identity—indeed, to the Leibnizian thought
that if there is exactly one such-and-such, then anything identical with it
must share all its properties. Peano did the typographical genius; Russell did
the publicity; and Quine does the shrug. I suppose, in time, Quine will concede
the point—after enough correspondence, and after Russell has finished his long
detour via Frege, imitating the Hun when he might have whistled an Italian tune
all the way in and out. G.: Let us begin where the Italians begin, which is not
with modesty but with a Formulario. S.: Good. One likes a philosophy that
begins by printing itself in columns. G.: Peano had the great advantage of
believing that if one cannot make meaning behave, one can at least make symbols
behave. That alone separates him from most of Oxford. S.: Be fair. Oxford
behaved with symbols, too. It simply pretended not to enjoy them. G.: Peano
enjoyed them openly, which is more dignified. One starts with the old
Formulario style and sees at once what sort of mind is at work: order first,
ambiguity later, if at all. A little epsilon for membership, a turned C for
implication, a binder for universality, and the unmistakable smell of a man who
thinks ordinary language has been left unsupervised too long. S.: And no
conversational remorse. G.: None. Peano’s moral is simple: if a thing can be
made explicit, then make it explicit. Reduce the room for hearsay, irony, tact,
and all the other civilised vices. S.: Whereas your later moral would be: if a
thing is left implicit, someone with good sense may still recover it. G.:
Exactly. Which is why Peano interests me. He is not the enemy. He is the formal
relative whose will one resents and admires in equal measure. S.: Let us get
the notation clear before Oxford muddies it. G.: Very well. In the old
Peano-Russell line, universality is basic and existence is the marked case. One
writes something like (x)(Fx ⊃ Gx) for for every x, if x is F then x is G. S.: No
inverted A. G.: No. That arrives later, in 1935, with Gentzen, who clearly had
more eye for symmetry than the earlier generation. S.: And existence? G.: There
one has the explicit sign, the inverted E. So one writes (∃x)(Fx) for there
exists an x such that x is F. S.: So “all” is treated as default. G.: More or
less. Or rather: universal quantification has the basic binder notation, and
existence gets the marked badge. That is the style Russell and Whitehead
inherit. One sees at once why Principia writes (x)Fx rather than ∀xFx. S.: And if
Peano wanted membership and implication? G.: Then he is entirely at home. One
writes x ε a for x belongs to a, and (x)(x ε a ⊃ x ε b) for everything in a is in b. S.: Which is
perfectly clear and perfectly bloodless. G.: Those two things often coincide in
logic. S.: And if he wanted an existential example? G.: Something of the form (∃x)(x ε a) which
simply says: there exists at least one thing in a. S.: One can see why the man
was useful to Russell. G.: Useful and embarrassing. Russell learned modern
symbolic logic first through Peano, or at least first found the thing
intellectually alive through him. Then Frege turned up as the deeper source of
certain conceptual revolutions, and the family romance became complicated. S.:
So we are now at the Oxford part. G.: Inevitably. Oxford likes to inherit by
way of embarrassment. By the late 1930s, if one said “modern logic” in Oxford,
one very likely meant something Russellian. But Russellian means, at once,
Peano-shaped in notation and increasingly Fregean in conceptual depth. S.: And
Whitehead? G.: Whitehead stands there in the title page and in the lineage, but
for the undergraduate atmosphere one suspects Russell mattered more directly. A
PPE logic paper would not have been a pure Principia baptism. It would have
been a mixture: Johnson, Keynes perhaps, the old British logic inheritance, and
then the more modern symbolic prestige arriving through Russell. S.: So if a
young tutor at St John’s in the late 1930s is coaching a younger man for a
logic paper, the whole thing is already mixed. G.: Precisely. One must imagine
a young don who has read enough Russell to know what modernity is supposed to
look like, enough Oxford to know that modernity must not become vulgar, and
enough Greats to suspect that the square of opposition will be back before the
week is out. S.: And the younger man is Strawson. G.: Let us allow him to be.
St John’s, some term around 1938 or 1939. Grice is already there in official
clothing; Strawson is changing subject and learning what Oxford calls logic
while everyone around him quietly means several different things by the word.
S.: One term of logic tuition, as legend has it. G.: One term is more than
enough in Oxford if the minds are suitable. S.: And Peano would have been
present? G.: Heard of, certainly. Read directly, perhaps less often. The route
is through Russell and Whitehead, through Principia, through the very shape of
notation. Peano is there like a watermark. A boy may not read him, but he
writes in his wake. S.: I like that: logic as paleography. G.: Oxford always
preferred inheritance to origin myths. Even revolutions arrive there as reading
lists. S.: So picture the room. G.: A room at St John’s, some coal, some books,
some shoes not polished enough for the College but polished enough for the
tutor. Grice is preparing Strawson for the logic paper in PPE, not Literae
Humaniores. This matters, because PPE permits a little more modernity while
never abandoning the old apparatus entirely. S.: What would be on the table?
G.: Johnson perhaps, Keynes perhaps, Russell certainly in the background, maybe
Cook Wilson in the atmosphere if not in the bibliography, and the square of
opposition still lurking like an old relative who has not been told the party
is over. S.: And Grice, being Grice, feels a tension. G.: He must have. Not
merely Peano versus Frege, which is too tidy, but the whole question of what
one is teaching when one teaches “logic.” Is one teaching notation, conceptual
discipline, the avoidance of contradiction, the analysis of ordinary forms, or
the rites of examination? S.: Oxford answers: all of them, badly separated. G.:
Quite. And the student answers: whichever of them gets me through Schools
without spiritual collapse. S.: Let us be concrete. Suppose Grice writes on the
paper: (x)(Fx ⊃ Gx) G.: And says: there, my dear Strawson, is the official shape of
“All F are G.” Or the shape Russell and Whitehead would prefer to give it. S.:
But then the trouble begins. G.: Because ordinary language objects. It always
does when formalism becomes too cheerful. Suppose the English sentence is: All
the books in his room are by an English author. S.: Formally one is tempted to
write: (x)(Fx ⊃ Gx) G.: Where F means “x is a book in his room” and G means “x is by an
English author.” S.: Which has the notorious consequence of being vacuously
true if there are no books in the room. G.: Exactly. And that is where the
later story becomes interesting. Peano would not mind much. Russell, in his
more formal mood, would not mind enough. But ordinary language minds do mind,
and by the early 1950s Strawson has decided to say so in print. S.: We are
leaping ahead. G.: Leaping ahead is allowed if one is tracing an echo. The
whole point is that Peano’s treatment makes universality basic, existence
derivative, and thereby clears a path for a formalism in which “all F are G”
may happily remain true when there are no Fs at all. S.: Whereas the ordinary
speaker thinks that if one says “all the books in his room,” one is behaving as
if there are books in his room. G.: Which is a very different matter. It is
not, perhaps, what is explicitly asserted. But it is presupposed, or at least
pragmatically expected, or at least suggested so strongly that anyone who
violates it commits what Strawson later calls a linguistic outrage. S.: And
then we have the famous example. G.: Yes. Someone says, solemnly: There is not
a single book in his room which is not by an English author. S.: And later
reveals that there are no books in the room at all. G.: In which case one does
not feel exactly lied to. One feels wrong-footed. Misled. Violated in a more
delicate register. S.: Which Strawson in 1952 tries to articulate against
purely formal treatment. G.: Quite. And in the footnote he credits
you-know-who. S.: The phrase being that the operation of a certain rule was
first pointed out to him by Mr H. P. Grice, in a different connection. G.:
There is the delicious phrase. In a different connection. Which surely suggests
that Grice’s point had not originally been about books in rooms and existential
import. S.: But perhaps about perception. G.: Very likely. “That pillar box
seems red” as against “That pillar box is red.” The same skeleton is there. One
does not make the logically weaker or more roundabout move if one could
straightforwardly and responsibly make the stronger one, unless one has reason
not to. S.: So one says “seems red” and thereby suggests something like: I am
withholding “is red” for a reason. G.: Exactly. And similarly one says “There
is not a single book in his room which is not by an English author,” and
thereby behaves as if there are books in his room worth so classifying. S.:
Thus the practical rule. G.: Yes. One does not make the logically lesser claim
when one could truthfully, and with equal or greater economy, make the greater
one. S.: That is a beautiful anti-formalist principle. G.: Or a beautiful
explanation of why formal forms acquire ordinary-language overtones. Strawson
wants to make it presupposition; Grice is already halfway to making it
pragmatic expectation. S.: So Peano begins the line by privileging universal
form, and half a century later Strawson and Grice are arguing about what that
privilege misses in actual use. G.: Exactly. That is the elegance of the
excursus. Peano cares to make the code explicit. Grice later cares to explain
how rational hearers navigate what the code leaves open. Strawson sits in the
middle and fumes at formalism in a very gentlemanly way. S.: Let us go back for
a moment to Peano’s own innocence in all this. G.: He was innocent of Oxford,
which is a blessing. Peano would write (x)(Fx ⊃ Gx) and sleep well. S.: He would not ask whether an
utterer who says “all the books in his room” is inviting assumptions about the
existence of books. G.: Not as Peano. Perhaps as a reformer of language he
might care, but his instinct is to repair the code, not to theorise the
delicate manners of speakers. S.: Which is exactly why he is useful to Grice. G.:
Useful and limiting. The formalist aspiration is noble: minimise ambiguity by
design. But ordinary language survives by rational supplementation. Grice’s
later point is that implication is not a bug in the system but one of the ways
human beings manage to say less and mean more. S.: So if one were to teach
Strawson logic in 1939 while carrying all this in one’s head, one might feel a
certain tension. G.: Certainly. One has Peano in the bloodstream, Frege in the
conceptual ancestry, Russell in the textbooks, Whitehead on the title page,
Johnson and Keynes in the pedagogical climate, and then Oxford’s own old
concern for exactness, ordinary language, and anti-vulgarity hovering over
everything. S.: It is a wonder anyone passed. G.: They did not always gracefully.
Strawson himself took a second in 1940, which is a useful reminder that great
philosophers are not always tidy examined persons. S.: Perhaps especially not.
G.: Quite. Examination rewards a certain sort of punctual explicitness which
later philosophy sometimes repudiates. S.: And the square of opposition? G.: It
would still have been there, because Oxford does not kill its dead. But by then
it lives in uneasy coexistence with quantification. One can still teach A, E,
I, O forms and then, in the next breath, write (x)(Fx ⊃ Gx) and pretend
the two belong to one civilisation. S.: Which perhaps they do, if one is
generous. G.: Oxford always prefers layered inheritance to clean replacement.
That is why Peano could be present in the notation and absent in the
conversation. S.: So let us imagine the later scene, vague in date, Oxford
enough in tone, with Grice and Strawson looking back. G.: Good. A room,
probably College, perhaps after dinner, not too much port because the point is
logic and not confession. S.: Strawson has his 1952 book in embryo or in hand.
G.: And Grice has what he later calls, with suspicious modesty, a remark in a
footnote. Strawson says: The interpretation I propose for the traditional forms
has the merit of preserving ordinary presuppositions that formal systems
ignore. S.: Grice replies: Or perhaps ordinary expectations that formal systems
are not designed to capture. G.: Strawson says: If someone says, solemnly,
“There is not a single foreign book in his room,” and later reveals there are
no books there at all, one feels linguistically outraged. S.: Grice says: Quite
so, but the outrage may arise from rational expectations governing why a
speaker would choose that form at all, not from a semantic infection built into
the words. G.: Strawson says: And what grounds those expectations? S.: Grice
says: The same sort of thing that makes “That pillar box seems red” suggest
something different from “That pillar box is red.” One does not use the lesser
or more cautious form if the stronger one would do, unless one means to
indicate something by that very caution. G.: Which is, in miniature, the whole
later Gricean apparatus. S.: And poor Peano sits silently in the background,
having begun all this by letting universality be basic. G.: Precisely. He did
not foresee the ordinary-language rebellion, but he helped make it necessary.
S.: It is a beautiful historical joke. G.: Better than beautiful. It is useful.
One sees how formalism and pragmatics are not enemies so much as responses to
different anxieties. Peano fears ambiguity in the code. Grice explains how
rational agents survive it. S.: And Strawson, characteristically, is offended
on behalf of ordinary speech. G.: Which is one of his more attractive traits.
S.: We should mention the books example in formal dress, if only to keep the
symbols in the room. G.: Yes. Let F(x) be “x is a book in his room.” Let G(x)
be “x is by an English author.” Then the formal rendering (x)(F(x) ⊃ G(x)) may come
out true even if nothing satisfies F. S.: Whereas the ordinary utterance: All
the books in his room are by an English author normally behaves as if (∃x)F(x) were
somehow in the air. G.: In the air, yes. Not perhaps asserted, but presupposed,
suggested, invited, countenanced, licensed—choose your poison. S.: And if the
speaker later reveals ¬(∃x)F(x) G.: Then one has not exactly been lied to, but one has been used
badly. S.: Which is more Oxford than falsehood. G.: Very much so. Falsehood is
vulgar. Misleading by over-refined form is educational. S.: That should be on a
College crest. G.: It already is, in practice. S.: One last point. Peano’s
universality being basic means that the old line naturally takes “for all” as
the simpler thought and “there exists” as the marked one. G.: Yes. That is
philosophically revealing. It means the formal tradition is often built from a
vision of law-like generality downward, whereas ordinary speech often begins
with occasions, objects, rooms, boxes, books, and only then rises to universal
claims. S.: So Peano is top-down and Grice bottom-up. G.: More or less. Peano
engineers from clarity downward; Grice analyses from use upward. S.: And the
pity is that neither side quite abolishes the other. G.: Which is no pity at
all. It is civilisation. The formalist keeps us from drowning in looseness; the
pragmatist reminds us that looseness is often how intelligence breathes. S.:
Then what does Peano contribute, finally, to the debate? G.: He contributes the
severe dream: a notation in which the burden of interpretation is shifted from
context to code. He contributes also the historical route by which Oxford
learned to write modern logic. And therefore he contributes, indirectly, to the
later revolt in which men like Strawson and Grice insist that meaning in
ordinary language cannot be exhausted by what formalism captures. S.: So the
little epsilon and the inverted E are not innocent at all. G.: Symbols are
never innocent once Oxford has had time to teach from them. S.: And the pillar
box? G.: The pillar box is simply the revenge of ordinary life upon notation.
S.: And the books in the room? G.: The revenge of presupposition, or
pragmatics, or plain decency—call it what you please—upon vacuous truth. S.:
And Grice himself? G.: He sits between them, delighted. He likes Peano because
he likes explicitness, and he resists Peano because he likes the rational life
of implication more. He likes Strawson because Strawson hears the
ordinary-language offence, and he resists Strawson because Strawson always
wants to semanticise what may be explained by conversational reason. S.: Which
is perhaps why the two together are better than either alone. G.: That is
usually the truth in Oxford. The system runs by paired quarrels. S.: And the
younger man in the tutorial room in 1939? G.: He learns, without being told,
that logic is not merely notation, nor merely common sense, nor merely formal
discipline, but the place where all three begin to rub against one another. He
learns Peano by inheritance, Russell by curriculum, Frege by delayed
seriousness, and Grice by the kind of tutorial pressure that makes one notice
what a speaker is doing by saying what he says. S.: That is not a bad
education. G.: It is a very Oxford one. And, for all my complaints, probably
the only sort from which a later book on logical theory, with a footnote to
Grice in “a different connection,” could naturally emerge. S.: Then shall we
call it a Peano line after all? G.: Call it a Peano line if you like, provided
you remember that by the time it reaches Oxford it has acquired ordinary-language
manners, a little anti-formalist guilt, and just enough dry humour to prevent
it from becoming Italian.Grice: Ma guarda, caro Peano, non riesco proprio a
capacitarmi che Lord Russell non abbia mai voluto riconoscere apertamente il
tuo merito per l’operatore “iota invertito”! Che indignazione – sembra quasi che l’eleganza filosofica abbia perso la
bussola! Peano: Eh, caro Grice, la storia della filosofia è piena di queste
omissioni. L’importante è che il latino sine flexione e il mio lavoro sulla
logica abbiano lasciato un segno, anche se qualcuno preferisce ignorarlo.
D’altronde, la lingua universale è una sfida che va oltre i titoli! Grice: Ma
lo spirito conversazionale, caro Peano, dovrebbe portarci sempre a riconoscere
ciò che è implicato, non solo ciò che è esplicitato. Se Russell avesse seguito
la tua finezza logica, forse avrebbe capito il vero valore dell’implicatura! Peano:
Hai ragione, Grice. Forse, come dice il proverbio, “il tempo è galantuomo”:
prima o poi, anche il contributo più silenzioso trova voce. E intanto,
continuiamo a discutere e a riformare la lingua d’Italia… con o senza
l’indignazione di Russell! Peano, Giuseppe (1884). Calcolo geometrico secondo
l’Ausdehnungslehre di Grassmann. Torino: Bocca.
Luigi Pecori (Firenze, Toscana): la ragione
conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning explains how hearers recover what a speaker means beyond what is
explicitly said by presuming rational cooperation and drawing defeasible
inferences (implicatures) from shared expectations about relevance,
informativeness, and clarity; meaning is thus anchored in communicative
intention and the audience’s rational uptake rather than in the mere possession
of a rhetorical handbook. Luigi Pecori, by contrast, is a nineteenth-century
Tuscan canon and local historian whose work sits at the intersection of civic
memory and pedagogy: his Delle istituzioni elementari di rettorica (Florence,
1859) is overtly prescriptive, written to supply Italian schools with an
“all-Italian” book of rhetorical precepts, while his Storia della terra di San
Gimignano (Florence: Tipografia Galileiana, 1853) exemplifies a chronicler’s
sense that communities are held together by the orderly narration of deeds,
documents, and civic language. The comparison, then, is between implicit norms
and explicit rules: Grice tries to explain the tacit rational principles that
already govern successful conversation and generate implicature when speakers
appear to depart from them, whereas Pecori tries to provide overt instruction
in how to speak and write well and to preserve a town’s identity through
careful historical discourse. From a Gricean angle, Pecori’s rhetoric manuals
are best read not as the foundation of meaning but as codifications of effects
that conversational practice already achieves (guiding audiences toward
intended conclusions), while from Pecori’s angle Grice’s maxims can look like a
modern, analytically sharpened version of the same civic ideal: language
disciplined so that a community can understand itself, deliberate, and endure. P. is a
canonico and author. His major works focus on Tuscan history, suggesting a
strong connection to that region. He is a significant figure in the historical
study of the Italian city of San Gimignano. His most prominent publication is a
detailed historical work: Storia della terra di San Gimignano: This extensive
history of the town and surrounding area of San Gimignano, published in
Florence by the Tipografia Galileiana. It covers the city's history from its
origins to the modern era, with a focus on its fortress and castle. This work
is considered an important source for historians studying medieval Italian
cities. P. is also mentioned in connection with a genealogical work,
possibly as a subject or collaborator: Memorie genealogico-storiche
della famiglia P. di Firenze: This work, which focuses on the genealogical
history of the P. family of Florence, is collected by Passerini. His work delle
istituzione della rettorica is less detailed in the provided snippets, but
these other publications establish his primary focus as an Italian historian
and local chronicler of the Tuscany region. DELL’ISTITUZIONI DI RETTORICA PROPOSTO AI STUDIOSI. Già da qualche tempo è
nata tra gl’uomini di lettere una lodevole gara di promuovere in ogni maniera
di studj l'istruzion vostra coll'agevolarvene la via mercè di ben ordinate
opere elementari, di dotti e succosi commenti, d’accurate edizioni di classici
; nel che spendono con indefessa sollecitudine ed ottimo intendimento l'ingegno
e l'opera. Ma frattanto nelle scuole nostre lamentasi il difetto d'un libro di
precetti rettorie! accomodato all'età vostra ed alla pre- sente condizione dei
tempi , e d' indole tutta italiana. SÌ è cercato, é vero, ora di raffazzonare la
rettorica di Blair, ora d'ampliarne g d'arricchirne il compendio con dotte e
sagacissime aggiunte, ora di racconciarne altre, ed altre farne di nuovo; ma
tut- tavia tra i libri di rettorica più comunemente conosciuti non se ne
riscontra in generale dai savj istitutori vo- stri alcuno abbastanza
soddisfacente , Divina Commedia. Grice: Caro Pecori, tu che conosci ogni angolo di San Gimignano, dimmi: è
vero che tra le torri si trovano ancora studiosi nascosti a scrivere trattati
di rettorica? Pecori:
Ah, Grice, se le torri parlassero racconterebbero di più dispute accademiche
che di assedi medievali! E se qualcuno trova un libro di rettorica
soddisfacente, lo tenga stretto come la ricetta del panforte! Grice: Dunque, tra storia,
genealogie e precetti, qualche segreto si nasconde anche tra le pagine della
“Storia della terra di San Gimignano”? O è tutto chiaro come il vino toscano? Pecori: Grice, il segreto
è che il vino toscano aiuta a capire la storia meglio della rettorica! E poi,
se la Divina Commedia l’ha fatto Dante, io posso almeno raccontare le avventure
di un canonico tra i vicoli di Firenze! Pecori, Luigi
(1875). Storia della città di Volterra. Volterra: Tipografia della Speranza.
Antonio Pelacani (Parma, Emilia-Romagna): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover
what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming rational
cooperation and drawing defeasible inferences (implicatures) from shared norms
of relevance, informativeness, and clarity; meaning is centrally tied to
intention-recognition in interaction, not merely to any sign-like correlation.
Pelacani’s intellectual world, by contrast, is late medieval scholasticism,
where “meaning” is primarily treated through the metaphysics and psychology of
intellect (possible versus agent), the logic of demonstration, and the
exegetical discipline of commenting on authoritative texts; the governing norms
are those of dialectic and theological-philosophical legitimacy rather than
those of ordinary conversational exchange. The comparison, then, is a shift of
explanatory level: Grice offers a pragmatic account of how rational agents
manage mutual understanding in the everyday traffic of speech, while Pelacani
offers a theoretical account of how cognition itself is structured (passive
reception and active intellection) and how philosophical claims are warranted
within an academic and ecclesiastical culture that polices error, attribution,
and heresy. From a Gricean angle, Pelacani’s controversies show that even the
most abstract debates depend on conversational conditions—what counts as an
acceptable move, what is assumed, what must be made explicit—but Grice
relocates the source of meaning from scholastic apparatus to the public rationality
of speakers; from a Pelacani-like angle, Grice’s maxims would look like a local
grammar of discourse that presupposes deeper commitments about agency,
intellect, and the production of understanding that scholastic psychology tried
to articulate at the level of mind rather than talk. Grice: “At Oxford,
Strawson used to confuse Pelacani with Pelacani!”. Lettore (Grice: “reader or lecturer?”) a Bologna, divenne consigliere di
Visconti. In questa veste si trova più volte coinvolto in processi
per eresia montati da Giovanni XXII per gettare nella polvere il Visconti.
Grande commentatore di Avicenna e Galeno. Treccani Dizionario biografico
degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Saggi: “Circa intellectum possibilem
et agentem”; “De unitate intellectus”; Utrum primum principium sive deus
ipse sit potentie infinite”; “De generatione et corruptione"; “Questiones
super tre metheorum.” passivo/attivo; non-agens/agens. Grice: “Merton, 1937. Perhaps it is a blessing to be an Englishman: I
can read Locke on the soul and spare myself what Antonio Pelacani once
contrived. But at Merton they insist on calculating everything, and
Wainwright—our resident historian of reverent dispositions—pressed on me
Pelacani’s Padua exercise, Circa intellectum possibilem et agentem. “The
intellectus,” Wainwright reminded me, “is something Locke never really had.”
“Nor did Pelacani,” I replied, rather pointedly, and thereby offended him. And
then the Latin began to irritate me. If one is going to be pedantic, why not
circa intellectum possibilem et intellectum agentem? Unless, of course, he is
quietly smuggling, or ‘mis-identifying,’ in a unity by letting the second
intellectus drop out. “Mystifying,” Wainwright said, in his severest tone, “is
the word you want.” And charitably, he went on to explain that these Italians
were chasing the old Greek distinction—nous pathetikos and nous poietikos—so
that Pelacani’s“possibilis” is perilously close to “passibilis,” and all it
takes is a vowel to send a whole tradition off its rails. Which is especially
disappointing, since Italians are supposed, of all people, to keep their vowels
clear enough for an operatic ear.” Grice: Pelacani, mi è
sempre colpito il tuo modo di affrontare la ragione conversazionale,
soprattutto nei tuoi studi sulla scuola di Parma. Alla Oxford, mi divertiva la
confusione che Strawson faceva tra te e il tuo omonimo! Ma dimmi: come vedi il
ruolo dell’implicatura conversazionale nella filosofia italiana? Pelacani: Grice,
la questione dell’implicatura mi affascina. Credo che la filosofia emiliana, e
quella italiana in generale, abbia sempre cercato di leggere tra le righe, non
solo ciò che è detto esplicitamente. Nei processi per eresia che coinvolsero
Visconti, era proprio la sottigliezza conversazionale a fare la differenza tra
verità e inganno. Grice: Hai ragione, Pelacani! Nei tuoi commentari su Avicenna
e Galeno, si percepisce la tensione tra ciò che è passivo e ciò che è attivo:
non-agens e agens. Penso che la distinzione conversazionale sia fondamentale
anche nell’analisi dell’intelletto possibile e agente. Come concili questa
dualità nei tuoi saggi? Pelacani: La dualità è il cuore del mio pensiero. Nei
“Circa intellectum possibilem et agentem” cerco proprio di mostrare come la
conversazione filosofica sia un gioco sottile tra passività e attività, tra ciò
che si riceve e ciò che si produce. In fondo, come dice un proverbio emiliano,
“Chi ascolta bene, sa parlare meglio.” Pelacani, Antonio (1316). Circa
intellectum possibilem et agentem. Padova.
Biagio Pelacani (Noceto, Parma, Emilia-Romagna):
la ragione conversazionale, la dialettica, e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers recover what a speaker means beyond what is explicitly said by
presuming cooperative rational agency and then inferring implicatures from
shared expectations about relevance, informativeness, and clarity; meaning is
thus centrally intention-based and socially accountable. Pelacani, by contrast,
belongs to the late medieval logical and semantic tradition in which
signification is treated as a property of terms, concepts, and inferential
roles within dialectic: he is preoccupied with significatio (including natural
signification), the ways parts of speech express concepts, and the conditions
under which anything at all can function as a sign, extending well beyond vox
to gestures and other sign-vehicles. The comparison is therefore a shift in the
locus of normativity: Grice locates it in conversational practice and its
rational expectations (how an utterance counts as a move in cooperative
exchange), whereas Pelacani locates it in the discipline of dialectical
analysis (how expressions signify within a theory of concepts and argument),
with “natural” signification treated as evidential rather than intentional. From
a Gricean perspective, Pelacani supplies a rich pre-history of the distinction
between signs that indicate and speakers who mean, but he does not yet isolate
the distinctive pragmatic mechanism by which a speaker exploits shared rational
norms to convey more than is said; from a Pelacani-like perspective, Grice’s
implicature looks like a modern, context-sensitive extension of an older
project: explaining how signs, rules, and inference together make communication
intelligible, whether the vehicle is a word, a handwave, or a carefully timed
silence. Grice: “Some like P., but P.’s MY man.” Dottore
diabolico. Grice: “I would call him a philosophical grammarian; he
considers the topic of ‘meaning,’ ‘significatio,’ and agrees with me that
ANYTHING can signify, a handwave, etc – hardly just ‘vox’! He is especially
interested in ‘significatio naturaliter,’ which he explains, er, naturally. He
deals with the concepts expressed by the different parts of speech – adverbs,
etc. – and disapproves of the idea that the ‘arts’ of language are ’scientia.’
He saw himself, as I do, as a PHILOSOPHER, and would consider everything
related to the language used by philosophers as PRO-PEDEUTIC --. Parente di Antonio P. Della sua medesima casata un altro filosofo.
Frequenta la facoltà artium philosophie a Pavia, dove, come titolare della
cattedra di magister philosophie et logice, delegato dal vescovo, diploma in
arti un certo Bossi. Insegna a Bologna e Padova. Contesta molte regole
della meccanica del LIZIO e sostenne l'applicazione di strumenti matematici per
sostituire le regole obsolete. In particolare conduce studi sull'ottica
nelle Quæstiones de perspectiva. Nel saggio De ponderibus si occupa di statica
ed elabora in De proportionis una teoria del vuoto che si contrappone alle tesi
del continuo dei fisici del Lizio. Si occupa anche del moto dei pianeti in
Theorica planetarum e mette in discussione la cosmologia del Lizio negando che
si puo sostenere l'incorruttibilità dei cieli e l'interpretazione teo-logica
dell'esistenza di un primo motore immobile, vale a dire del divino. Nega quindi
la possibilità delle dimostrazioni a posteriori dell'esistenza del divino e
dell'immortalità dell'anima individuale. implicature, prospettiva,
filosofia della percezione, origini del libertinismo, commentario in detaglio
sulla semiotica di Occam – dialettica – segno, nota, sermo. Shorpshire sull’immortalità dell’anima.” , “L’animismo ‘smoke means
fire, literally.’ Grice: “St John’s,
1952. Yesterday, in the joint seminar with Austin and Hare on the Nicomachean
Ethics, I mentioned the Magna Moralia in passing, only to have Hare
object—rather more loudly than he usually does: “But that isn’t Aristotle!” As
if it mattered. Hare has a way of making the history of philosophy sound as
though one must both run with the hares and hunt with the hounds. Why should
the text be disqualified just because the attribution is dubious? It reminded
me of good old Biagio Pelacani. He spent term after term lecturing on
quaestiones super De caelo et mundo at Padua on the assumption that the work
was Aristotelian. The moral, which I ought to press on Hare in public, is that
this hardly disqualifies Pelacani’s labour: the exegesis can be brilliant even
when the author turns out to be a non‑Stagirite. One can do first-rate philosophy
on a mistaken attribution; indeed, one often does. Grice: Pelacani, ti ho visto agitare le mani
in aula. Era una lezione di semiotica o stavi solo cercando di scacciare una
mosca filosofica? Pelacani:
Caro Grice, ogni gesto è un segno! Magari la mosca era solo una metafora della
ragione conversazionale che svolazza tra la dialettica e l’implicatura. Grice: Allora la prossima
volta dovrò portare una lente d’ingrandimento: per distinguere tra significatio
naturaliter e una semplice pizza parmigiana! Pelacani: Se trovi una
pizza in aula, Grice, significa che la dialettica si è fatta appetito. In
fondo, come dicono a Parma, “chi ragiona troppo finisce col mangiare freddo!” Pelacani, Biagio (1385). Questiones super De caelo et mundo. Pavia.
Antonio Pellegrini (Venezia, Veneto): la teoria
del segno e l’implicaura conversazionale. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning distinguishes natural meaning
(where a sign is evidence, as spots mean measles) from non-natural meaning
(where what is conveyed depends on a speaker’s intention being recognized), and
it explains understanding as a rational, cooperative inference from what is
said plus context plus attributable purposes. Antonio Pellegrini’s I segni de
la natura ne l’huomo (Venice, 1545; edited by Cristoforo Canale) belongs to an
earlier semiotic-physiognomic tradition in which meaning is primarily read off
nature: external features, gestures, and expressions are treated as signs that
reveal inner affections of the soul, useful not only to moralists but to
painters and sculptors, and the interpretive task is to diagnose character from
visible marks rather than to reconstruct communicative intention. The
comparison is thus a shift from sign-reading to intention-reading: Pellegrini treats
the human body as a natural text whose “signs” disclose passions independently
of what the subject is trying to get an audience to think, whereas Grice treats
a central range of meaning as essentially interpersonal and purposive,
generated by the speaker’s plan to influence an addressee by getting that plan
recognized. From a Gricean standpoint, Pellegrini’s project captures only one
pole of the landscape (what Grice would call natural meaning) and misses the
distinctively conversational phenomenon in which the same smile, frown, or
utterance can be deployed strategically to suggest, mislead, reassure, or
retract—effects that arise not from nature alone but from the norms and
reasoning that govern talk between agents. Grice: “As an
university lecturer at Oxford, I had to give this or that seminar on topics of
my interest. Ewing was writing on meaninglessness –which struck my attention,
since I don’t think Ewing cared much to talk about meaningfulness in the first
place! P. did: he refers to ‘the signs’ – I signi’ – of the nature – fisi, what
I call ‘natural meaning’ – of ‘man’ himself – my topic of research since I fell
in love with Locke!” Keywords: sign, signify, physiognomy, fisonomia – segno
come relazione triadica – Peirce – Those spots didn’t mean anything to ME; to
the doctor, they meant measles. I SEGNI DELLA
NATURA NELL'UOMO. Della fisonomia naturale Della fisionomia
naturale, nella quale con bellissimo ordine s'insegna da segni
esterni della natura a conoscere gl’affetti interni dell'animo dell'huomo.
Opera non meno dotta, che utile generalmente a tutti, & in particolare a
qualunque che di pittura, e scoltura si diletta. Con un indice copioso di
quanto in detta opera si contiene. Al signor Gio. Dominico Peri (Milano). For
an earlier example, Martius, De homine. Cristoforo Canài HI DELLA NATVRA
NELL’VOMO. Con Trimlezw. ^òi^Jf-^^-. In vinetia , per Gm^vm ^ 7v A* LO
ECCELLER^ tipmo Duca di Camerino , Il Signore Ottauio Farnefe , Chrijfoforo
^ecanale, Onofcendo per uiua ^ certa froua , EcceUen^ tipmo Trencipe^che lo
intendere pienamente ^i affetti humani, apporti in tutte le opera^ tiont de la
uit a, gr andiamo gioua, mento , ^ Comma dilettatione a .Mortali ) m'e caduto
ne t animo , per fare queHo piacere, ^questa utilttade agli huomini, dt pub li ed'
re ( anchora che fenz^a ilconfènti- mento di lui) alcuni ragionamene ti :
fcritti ne gli anni p affati , da a ij mio compare iiPkfeJJer (tT : Me i quali
( fe in alcu - n altro liho ) fi può perfettamente imprendere , quejia fi
diletteuole > f^* fi gioueuole dottrina . Eiluero, che il penfarmi di uolere
far con- tro a la opinione, ^ del Compare, de lo amico J,a
mente^pronta da fe y a procacciare il bene, l'utile commune. Segno, segno naturale. Grice: “St John’s, 1948. November. I suppose I
had it coming. That fourth paragraph in Meaning—my invited paper to the Oxford
Philosophical Society (invited by my own tutee, no less)—was bound to draw
criticism as surely as moths to a flame or nails to a magnet; I cannot decide
which is the worse mixed metaphor. I had been insisting, rather loudly, that my
distinction between natural meaning and non-natural meaning improves upon, and
in any case goes beyond, Pellegrini’s ramblings as Canale has seen fit to
curate them. Pellegrini talks about signs—I segni; I do not. I talk about the
non-natural; he does not. For him it is all segni de la natura—note Canale’s
editorial bravado in turning della into de la, which is proofreading for
you—and to cap it all, ne l’huomo, a phrase that manages to be both archaic and
phonetically abrasive. Still, I find I can be magnanimous about it. When the
utterer is a human agent, “I mean to forgive Pellegrini” is best read as “I
intend to let his editor have his way”—at least for the purposes of a footnote,
and perhaps for the peace of the Society.” Grice: Caro Pellegrini, ogni volta che parli
di segni naturali mi viene da chiedermi: secondo te, il mio sorriso significa
che ho capito o che sto solo cercando di essere gentile? Pellegrini: Eh Grice,
dipende se il sorriso è spontaneo o studiato! Come diceva mia nonna a Venezia,
“Ogni segno nasconde un affetto, ma ogni affetto può mascherare un segno!” Grice: Allora dovrò
chiedere a un pittore di farmi il ritratto, così magari scopriremo se la mia
fisonomia racconta più della mia filosofia! Pellegrini: Grice, se il
pittore ti ritrae con una mano sulla testa, vuol dire che stai pensando; se ti
dipinge con una pizza, vuol dire che hai fame! In fondo, tra segni e
implicature, è tutta una questione di interpretazione… e di appetito,
ovviamente! Pellegrini, Antonio (1545). I segni de la natura ne l’huomo, ed. da
Canale. Venezia: Farri.
Ugo Pellegrini (Pesaro, Marche): la ragione
conversazionale e il pirotese. Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning explains how hearers recover what a
speaker means beyond what is literally said by presuming rational cooperation
and inferring implicatures from shared expectations about relevance,
informativeness, and clarity; the focus is on how common ground and practical
reasoning make ordinary exchanges work even when speakers leave much unsaid.
Ugo Pellegrini’s interlingua project, by contrast, is a deliberate engineering
of common ground: dissatisfied with Esperanto’s morphology and with Peano’s
Latino sine flexione, he aims to design an auxiliary language whose lexicon is
maximally familiar across the neo-Latin languages and English, thereby reducing
the inferential burden on interlocutors and making interpretation more
automatic, less dependent on local idiom. Where Grice treats understanding as
an inferential achievement governed by conversational norms within a natural
language, Pellegrini treats understanding as something to be secured by
redesigning the code itself, so that the cooperative work Grice describes
(bridging gaps, repairing ambiguity, calculating what was meant) is minimized
by construction. From a Gricean angle, Pellegrini’s “twenty lessons” is an
attempt to manufacture, in advance, the very mutual knowledge and shared
conventions that ordinary conversation must constantly negotiate on the fly;
from a Pellegrinian angle, Grice’s maxims look like a second-best remedy for a
world with too many languages, where communication succeeds only because speakers
are charitable and clever enough to keep filling in what the code fails to
supply. “Grammatica di lingua italiane semplificate”in Basel. Del
urbe Pesaro esseva un pionero de interlingua. Ille adhere al movimento pro
interlingua e pois devene representante pro Italia del Union Mundial pro
Interlingua, sequente professor, adv. GUGINO , qui pro rationes de supercarga
de labor, demissiona como le prime secretario national del Union Mundial pro
Interlingua. Ille examina le grammatica de esperanto e lo ha judicate non apte
al solution del problema del lingua auxiliar international specialmente pro su
lexico hybride e semiartificial e le uso del desinentia -n pro indicar le
accusativo e in le parolas que exprime direction, data, duration, precio,
mesura e peso. Ille examina anque le Latino sine flexione de PEANO , ma mesmo
iste systema non le place a causa del manco del articulo e per le conjugation
verbal troppo simplificate e innatural. Desde alora P. pensa que usante le
parolas commun al linguas neolatin e al anglese e alicun vocabulos latin on po
codificar un lingua international facile e belle. Iste conviction resta sempre
in su mente. In Eco del Mondo ille lege le articulo Le lingue internazionali
moderne per Percival, in le qual on parla del labores dell’International
Auxiliary Language Association e indica su adresse. Ille constata que su
opinion in re le lingua auxiliar international ha essite quasi realisate per
Occidental de Wahl, Mondial de Heimer e Neolatino de Schild, systemas del
quales le articulo presenta un texto specimen, ma ille pensa que le labores del
IALA haberea date al mundo le lingua auxiliar melior. Quando le pressa publica
le nova que le esperantistas habeva interessate le UNESCO a fin que esperanto
venirea recognoscite qua lingua international, P. scribe al IALA precante de
voler intervenir presso le UNESCO al scopo de facer cognoscer su labores re le
lingua auxiliar international, in modo que esperanto, jam refusate per le
Societate del Nationes, non haberea alicun successo. Assi ille vene in contacto
con Gode, Schild, Fischer, Berger, Bakonyi e tante alteros e
comencia a propagandar interlingua in tote Italia. Grice: “St John’s, 1950. I suppose it was Strawson who got me into this.
He is busy assembling a bulky tome he means to call Introduction to Logical
Theory—not an introduction, since he still can’t forgive Russell his affection
for indefinite descriptions. And that, by some perverse association, reminded
me of Ugo Pellegrini of Pesaro—the land of Rossini. Ever since 1948 this worthy
man has been worrying about “auxiliary languages,” though the phrase itself
strikes him as a grammarian’s redundancy: nothing is otiose in grammar,
perhaps, but “auxiliary” is very nearly otiose when applied to languages in
toto. In any case he has now produced a small, rather comic pamphlet: a Corso
d’interlingua in venti lezioni. I mentioned it to Strawson, thinking he might
tuck it into an appendix somewhere—out of courtesy to a fellow sufferer of the
prefix inter-. But he said the inter-language we have between us is quite
enough already.” Grice: Caro Pellegrini, ti
vedo immerso tra grammatiche semplificate e lingue ausiliarie… Ma dimmi, hai
mai pensato che una buona pizza potrebbe essere la vera lingua universale? Pellegrini: Ah Grice, se
fosse così, le riunioni dell’Union Mundial pro Interlingua sarebbero molto più
gustose! Ma temo che il problema principale sia trovare le desinenze giuste…
anche per la mozzarella! Grice: E se adottassimo il sistema “Latino
sine flexione” per le ricette? Così niente declinazioni: solo ingredienti e un
po’ di passione. Ma mi raccomando, niente articolo: il basilico resta basilico! Pellegrini: Grice, in
fondo credo che la lingua più facile e bella sia quella che tutti capiscono…
soprattutto quando si tratta di mangiare! E poi, come dice il proverbio di
Pesaro: “Chi parla poco, mastica meglio!” Pellegrini, Ugo (1955). Corso
d’interlingua in venti lezioni. Pesaro: Schild.
Lellio Pellegrini (Sonnino, Latina, Lazio): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amore come affezione
dell’animo, e la sua manifestazione nei maschi nobili. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
understanding as a rational, norm-guided practice: speakers rely on shared
expectations about cooperation, relevance, and intelligibility, and hearers
infer implicatures by reasoning from what is said, the context, and the
speaker’s presumed aims. Pellegrini, by contrast, is a late humanist
Aristotelian whose work is framed less by the micro-pragmatics of everyday
exchange than by pedagogical and rhetorical discipline: he treats moral
philosophy as something whose utility must be defended in an inaugural oration,
and he tries to make Aristotle’s Ethics usable for the young by clarifying
obscurity, enumerating affections of the soul, and shaping the student’s
character before natural philosophy is attempted. The comparison is therefore
between two modes of normativity: Grice finds the norms in the implicit
rational governance of ordinary conversation, where “use” is shown by how
interlocutors actually manage meaning beyond the literal; Pellegrini finds the
norms in the explicit curriculum of moral formation, where “use” is argued for
as a civic and educational aim and where obscurity is remedied by commentary
rather than by pragmatic inference. From a Gricean perspective, Pellegrini’s
project presupposes the very conversational capacities Grice theorizes—students
must be able to pick up what is suggested by examples, admonitions, and moral
vocabulary—yet Pellegrini’s confidence lies in authoritative exposition and
rhetorical guidance, whereas Grice’s lies in the inferential powers of
conversational participants to recover what is meant even when it is not
directly said. Grice:
“I like P.: he found Aristotle’s ‘obscure’ for the youth the manual Ethica
Nichomaechaea is intended for!” È, secondo
TIRABOSCHI, filosofo che da' suoi meriti e dalle promesse fattegli da più
pontefici pareva destinato a' più grandi onori; ma che non giunse che ad ottenere
alcuni beneficii ecclesiastici. Tenne la cattedra di filosofia a Roma. Pubblica
il “De affectionibus animi noscendi et emendandis commentaries” e un'edizione
della traduzione in latino di Lambin dell' Etica Nicomachea di Aristotele -- i
“De moribus -- corredandola di un riassunto e di commenti, nei quali altera il
testo di Aristotele di cui lamenta la difficoltà e l'oscurità. Benché
Aristotele del Lizio sconsigli lo studio dell'etica ai giovani, ancora immaturi
per una retta comprensione dei principi morali, al contrario, ritiene che lo
studio dell'etica deve essere impartito prima ancora di quello della filosofia
della natura, in modo che i giovani possano affrontare gli studi scientifici
con animo libero dalle passioni. È più oratore che flosofo. Nn pensa ad inovar
cosa alcuna, e segue costantemente insegnando i precetti del filosofo
stagirita. Altri saggi: “Oratio habita in almo urbis gymnasio de utilitate
moralis philosophiæ, cum ethicorum Aristotelis explicationem aggederetur”
(Roma); “De Christi ad coelos ascensu” (Roma); “Oratio in obitum Torquati Tassi
philosophi clarissimi; Tiraboschi, “Storia della letteratura italiana” (Società
tipografica de’ classici italiani, Milano); Carella, L'insegnamento della
filosofia alla Sapienza di Roma: le cattedre e i maestri; Renazzi, “Storia
dell'università degli studj di Roma. P. scrive II important commenti su
Aristotele del LIZIO, uno in cui enumera gl’affezioni dell’anima – dall’amore
all’ira – amore, speranza, ira, audacia, temore, dolore, animosità. Nell’introduzione,
elabora un concetto generale di che cosa e un’affezione dell’anima – il corpo
non è menzionato. Etica nicomachea. Grice: “St John’s, 1956. I’m about
to embark on my first trio seminar—with Austin and Hare—on Aristotle’s Ethica
Nicomachea, and I find I can’t stop thinking, not about the syllabus, but about
Hardie and, worse, Pellegrini. Hardie, because I mean to use his notes to stuff
any attendee who thinks Aristotle can be done on the wing; Pellegrini, because
he had the cheek to ask, in his insolent Latin prose—in an oratio delivered at
Rome, no less—the very question that first occurred to me when Hardie began
drilling me in Aristotelian moral philosophy: De utilitate moralis
philosophiae, cum ethicorum Aristotelis explicationem aggrederetur. What is the
use of it? And is not Pellegrini almost too ingenuous to think Aristotle will
supply the right answer to a question that is, in its way, already a little
stupid?: Grice: Caro Pellegrini, mi ha sempre incuriosito il tuo modo di
affrontare l’amore come affezione dell’animo, soprattutto alla luce dei tuoi
commenti sull’Etica Nicomachea. Trovo affascinante
come tu ritenga che i giovani debbano studiare l’etica prima ancora della
filosofia della natura; è una prospettiva che ribalta la tradizione
aristotelica. Qual è, secondo te, il motivo profondo di questa scelta? Pellegrini:
Grice, ti ringrazio della domanda. Ritengo che l’animo umano vada temprato
attraverso la riflessione morale, prima di tuffarsi nelle discipline
scientifiche. Solo educando le passioni e comprendendo affezioni come l’amore,
la speranza o l’ira, si può affrontare la conoscenza con uno spirito realmente
libero. E, a proposito di giovani, penso che l’etica sia la bussola necessaria
per non smarrirsi nel mare della scienza. Grice: Questa visione mi colpisce
molto. Forse, come diceva Aristotele, alcune passioni sono oscure, ma tu con i
tuoi commenti le hai rese più chiare e accessibili. Mi piace anche il tuo
approccio: più oratore che filosofo, capace di comunicare i principi etici in
modo diretto. Ritieni che l’amore, tra tutte le affezioni, abbia un ruolo
privilegiato nell’animo umano? Pellegrini: Assolutamente, Grice! L’amore è la
radice di tante altre passioni e delle azioni nobili. Nei miei commenti, ho
sempre cercato di mostrare come l’amore si manifesti nei maschi nobili,
elevando l’animo sopra le passioni negative. In fondo, il corpo resta in
secondo piano: è l’anima, con i suoi moti interiori, a guidare il vero cammino
morale. E come dice un vecchio proverbio italiano: “Dove c’è amore, c’è cuore e
ragione.” Pellegrini, Lellio (1560). Oratio de utilitate moralis philosophiae,
cum ethicorum Aristotelis explicationem aggrederetur. Roma.
Mario Perniola (Asti, Piemonte): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains how we routinely get
from what is said to what is meant by presuming rational cooperation and then
drawing defeasible inferences (implicatures) from a speaker’s choice of words,
the context, and recognisable intentions; the point is to make the tacit
rational economy of ordinary talk explicit without turning it into mere
rhetoric. Perniola, formed in the Pareyson milieu in Turin and beginning with
Il metaromanzo (Torino: Einaudi, 1966), approaches meaning through reflexivity,
mediation, and cultural forms: the modern novel’s self-reference becomes a
privileged site where discourse comments on itself, where “communication” is
thematized as trauma or miracle, and where avant-garde strategies make the
frame visible rather than leaving it as an invisible background. The comparison
is thus between two kinds of “meta”: for Grice, the meta-level is an analytic
reconstruction of the rules that make conversational understanding possible
(why a move would be rational here, what it would implicate), whereas for
Perniola the meta-level is an aesthetic-cultural operation in which the work
turns back upon its own conditions of possibility and forces the reader to
experience the instability of reference, voice, and authority. From a Gricean
angle, the metaromanzo can be redescribed as a systematic generator of
implicatures about authorship, sincerity, and point, exploiting and frustrating
the cooperative expectations that ordinarily guide interpretation; from a
Perniolan angle, Grice’s maxims can look like a deliberately “anti-literary”
attempt to domesticate the play of discourse by showing that even our most
indirect effects remain answerable to reasoned norms, not merely to stylistic
invention. Studia la filosofia del meta-romanzo a Torino sotto
PAREYSON. Incontra VATTIMO ed ECO, che si è fatto tutti gli studiosi di spicco
della scuola di Pareyson. Allegato alla all'avanguardia dei situazionisti.
Insegna a Salerno e Roma. Collabora a agaragar, Clinamen, Estetica
Notizie. Fonda Agalma. Rivista di Studi Culturali e di Estetica. L'ampiezza,
l'intuizione e molti-affrontato i contributi della sua filosofia gli fa
guadagnare la reputazione di essere una delle figure più importanti del
panorama filosofico. Pubblica “Miracoli e traumi della Comunicazione”. Le sue
attività ad ampio raggio coinvolti formulare teorie filosofiche innovative,
filosofare, l'estetica di insegnamento, e conferenze. Si concentra sulla
filosofia del romanzo e la teoria della letteratura. Nel suo saggio “Il
meta-romanzo:, sostiene che il romanzo da James a Beckett ha un carattere
auto-referenziale. Inoltre, si afferma che il romanzo è soltanto su se stesso.
Il suo obiettivo e quello di dimostrare la dignità filosofica del meta-romanzo
e cercare di recuperare un grave espressione culturale. Montale gli loda per
questa critica originale del romanzo come genere filosofico. Però, non solo
hanno un'anima accademica ma anche una anima anti-accademica.. Quest'ultima è
esemplificato dalla sua attenzione all’espressioni alternativa e trasgressiva.
Un saggio importante appartenente a questa parte anti-accademico è
“L'alienazione artistica”, in cui attinge la filosofia marxista. Sostiene che
l'alienazione non è un fallimento di arte, ma piuttosto una condizione
dell'esistenza stessa dell'arte come categoria distintiva dell'attività umana.
I situazionisti (Castelvecchi, Roma) esemplifica il suo interesse per
l'avanguardia. Dà conto dei situazionisti e post-situazionisti nel quale è
stato personalmente coinvolto. Ha videnzia anche le caratteristiche
contrastanti dei membri del movimento. In “Agaragar” continua la critica
post-situazionista della società capitalistica e della borghesia. Saggio sul negativo”. Grice: “St
John’s, 1966. I think I’ve had it. I have to cross from Blackwell’s back to St
John’s, and there, shining in the window, is the latest Continental novelty:
Perniola’s Il metaromanzo, with a cover clever enough to count as an argument.
When I was tutoring Strawson for his logic paper in PPE—Hilary or Michaelmas
’38?—we spent a whole hour on “metalanguage”: his view that it was a very good
idea, mine that it was not. The OED will no doubt testify that meta- in this
use comes into English through Russell—“the Lord,” as we sometimes call him
here—and it was meant to contrast a metalanguage with an object-language. The
phrase itself always amused me, since Russell’s great mistake was to be too
comfortable with “objects”: his background being mathematics rather than
philosophy, he never developed the proper philosophical suspicion of them. But
to see meta- now slapped onto romanzo, as if there were an object-novel waiting
in the wings to match it, is… well, la dolce vita, I suppose.” G.: Blackwell’s,
1966. I was hoping for a detective novel and found a metaphysical prefix. S.:
That is usually how these things happen. What is it this time. G.: Perniola. Il
metaromanzo. One can scarcely buy coffee now without a man placing meta- on the
counter as if it were a civil right. S.: You object to the prefix or to the novel.
G.: To the confidence. A novel is at least a thing one can read. A meta-novel
sounds like a supervisory committee for novels. S.: Then the obvious question
is: what is the romanzo here, and what is the meta-. G.: Precisely. And the
answer is less obvious than the title pretends. If this were Russell in his
tidier moods, the romanzo would be the object-language and the metaromanzo the
metalanguage. But literature refuses to sit still long enough to be sorted by a
logician. S.: Russell would at least have liked the pair. G.: Russell liked
pairs that could be indexed. Object-language, metalanguage, and so on up the
ladder until one runs out of rungs or patience. S.: You are thinking of Inquiry
into Meaning and Truth. G.: Yes, 1940 for the English dignity of
object-language in Russell’s hands, though I now gather he is not first. A
philosopher is never first when he is most pleased with himself. S.: We now
have the genealogy, do we not. Carnap in German first. G.: Carnap in 1934, yes.
Logische Syntax der Sprache. Objektsprache and Syntaxsprache. One must say it
in German first because the English has already gone wrong. S.: Gone wrong in
what way. G.: Because object-language sounds as if it were a language about
objects, or, worse, about what Quine will later call what there is. Whereas
Carnap in that phase means merely the language under syntactic description. S.:
The object of discussion, not the language of objects. G.: Exactly. A
bureaucratic object, not a metaphysical one. The object-language is the language
being inspected; the syntax-language is the language doing the inspecting. It
is all much more civil in German. S.: And then comes Stebbing. G.: 1935,
apparently, in a review of Carnap, before the English translation of Logische
Syntax appears in 1937. Which is exactly the sort of thing Stebbing would do:
bring a foreign term into English and make it sound as if it had always been
sensible. S.: Object-language in 1935, then. G.: So I am told. Then Grelling in
1936 with metalanguage, which is more violent but less misleading. A
metalanguage at least announces its meddling. S.: And Tarski. G.: Tarski
supplies the seriousness. The hierarchy of object-language and metalanguage
becomes decisive there, whatever the English words happen to be doing in other people’s
mouths. He is also, as they now say, foundational for metalogic, though I
suspect the word was prettier in other hands. S.: And Russell arrives in 1940
and popularises the pair. G.: Yes. Which is very Russell. He likes a
distinction best when he can receive it from the Continent and then issue it in
English prose as if it had tidied itself. S.: You are unkind. G.: Only
historically. But now, with Perniola in 1966, we have another branch of the
family. Meta-romanzo. Which tempts one into all the old mistakes. S.: For
instance. G.: For instance thinking that romanzo is the object-language and
metaromanzo the metalanguage. That would be too easy, and too false. S.: Yet
perhaps productively false. G.: As many continental things are. One can begin
there and then be corrected by the material. S.: So let us begin there. The
romanzo is the object-language. G.: If one insists. The ordinary novel, let us
say, the narrative doing its work under the pretence of transparency. Then the
metaromanzo would be the novel that takes the novel itself as its own object.
S.: A language under analysis, but now the language is a genre. G.: Good. That
is already better than oggetto-romanzo, which would sound like a piece of
Italian furniture. S.: Oggetto-romanzo is ghastly. G.: It sounds like something
one leaves in the hall and dusts seasonally. S.: Whereas metaromanzo at least
has a programme. G.: Yes, though one should distrust programmes in literature
even more than in logic. They tend to arrive after the work and explain it with
suspicious punctuality. S.: You are thinking that meta- in Italian by 1966 has
already become a free formative element. G.: Quite. Once a prefix begins
travelling without a passport, every discipline mistakes it for a method.
Meta-linguaggio is one thing. Meta-romanzo another. Meta-politica, meta-teatro,
meta-critica: soon enough meta- becomes a way of sounding as if one has climbed
above one’s own object. S.: Which is often only a way of standing on a chair.
G.: Precisely. And philosophy is full of chairs already. S.: Carnap would have
hated this promiscuity. G.: Carnap would first have tried to classify it, then
perhaps to cleanse it, and finally, if pushed far enough, call it a
pseudo-problem. S.: With Piroten. G.: Yes, dear old Piroten. The useful nonsense-word
of a system-maker who wants to show that formal consequence can be clear before
lexical content is. “Piroten karulisieren elatisch,” and so on. One need not
know what a Pirot is to see that if a is a Pirot and all Pirots karulize
elatically, then a karulizes elatically. S.: A neat little paradise of
inferential role. G.: Quite. The formula before the world. If you like: Pa
(x)(Px⊃Cx)(x)(Px \supset Cx)(x)(Px⊃Cx) therefore Ca S.: A child could follow it. G.: A
child perhaps. A metaphysician rarely. The point is that the formal structure
can be understood before one has fixed any denotata. S.: Which is why you
resist the Quinean pull toward objects. G.: Exactly. Carnap in 1934 is not yet
Quine in 1960. He is not asking what the variables really range over. He is
arranging a hierarchy of languages. S.: Then comes the Paris shift. G.: Ah yes,
the tragic thing-language. S.: Tragic? G.: Let us say philosophically
regrettable. One moves from Objektsprache as the language under analysis to
Ding-Sprache, or thing-language, as the basis of science. And at once the old
bureaucratic modesty vanishes and things begin to enter. S.: Public things,
intersubjective things, not merely objects in the Quinean inventory. G.:
Granted. Carnap is not yet doing Word and Object in the savage way. Still, it
is a bad moment for anyone who dislikes reification. Once you let Ding into the
room, the furniture starts winning the argument. S.: And object-language in
English already sounded more reified than Objektsprache ever needed to sound.
G.: Precisely. English makes object do too much. It hears object and begins
wondering about what names denote, what variables range over, what sorts of
things there are. Carnap, at least in 1934, mostly wanted the modest
distinction between the language talked about and the language doing the
talking. S.: Which is an almost innocent distinction. G.: Innocent enough to
become dangerous once translated. S.: So now bring Perniola back in. G.: Very
well. Perniola in 1966 does not care in the least whether object-language came
into English through Stebbing or whether metalanguage first appears in
Grelling. He has a more interesting nuisance in mind: the novel that turns back
upon itself and thematises its own conditions. S.: Which sounds like Carnap if
one has had too much port. G.: And sounds like literature if one has had too
much theory. The metaromanzo is not a syntax-language about the romanzo in any
clean sense. It is the romanzo infecting itself with self-reference. S.: So the
metalanguage collapses into the object-language. G.: Exactly. Which is why
Russell would hate it. He wants levels. Literature delights in violating levels
while calling the violation subtle. S.: Tarski would forbid it. G.: Tarski
would at least mistrust it. A novel that contains its own commentary on
novelhood is already behaving badly by semantic standards. S.: Yet by literary
standards it may be excellent. G.: Yes, because literature tolerates the very
confusions logic exists to prevent. It thrives on them, indeed. S.: Then what
should one say. That the romanzo is not quite an object-language and the
metaromanzo not quite a metalanguage. G.: Exactly. The pair is only analogical.
Meta- here names reflexivity, not hierarchy. Perniola’s meta is not Tarski’s
meta. It is an aesthetic turn-back, not a semantic over-language. S.: One might
say that the metaromanzo takes the ordinary novel as object, but does so from
within the very practice it reflects. G.: Very good. Which is why
oggetto-romanzo remains nonsense. There is no object-novel waiting behind the
meta-novel as object-language waits behind metalanguage. S.: Unless one were
stupid enough to invent one. G.: Italy could, but fortunately did not.
Meta-romanzo at least sounds as if it belongs to a culture. Object-novel would sound
as if it belonged to an inventory. S.: And Russell’s collocations, by then, had
already entered the language. G.: Entered enough that one could make jokes with
them. “Metalanguage” by 1966 is something an educated reader can hear without
fainting. Which is perhaps why literature could steal meta- and leave the rest
behind. S.: Because prefixes are easier to steal than distinctions. G.: Much
easier. A distinction demands work; a prefix only demands nerve. S.: Then
perhaps G. and S. should reconstruct the line. Carnap 1934: Objektsprache and
Syntaxsprache. G.: Good. Then Stebbing in 1935 importing object-language into
English through Carnap. Then Grelling in 1936 with metalanguage. Then Carnap in
English in 1937 consolidating object-language and still using syntax-language,
which is much cleaner than what came later. S.: Then Tarski making the
hierarchy serious. G.: And Russell in 1940 giving object-language a chapter
title and treating metalanguage as a going concern in English prose. After
which the terms are respectable enough to leave philosophy and embarrass the
arts. S.: Leading, by 1966, to Il metaromanzo. G.: Exactly. The history of a
prefix’s decline. S.: You are too harsh. Perhaps its emancipation. G.: I will
allow emancipation if you allow trivialisation. Every emancipated prefix
travels badly. S.: Does Quine enter this story. G.: Only as a warning. Quine
later makes object sound ontological in a way Carnap’s original distinction did
not require. Once Word and Object has done its work, every object-language
begins to sound as if it carries a census of entities. S.: And that makes
Carnap retroactively more Ding-like than he was. G.: Precisely. Translation
first misleads, then later ontology makes the old translation look prophetic.
S.: Which is unfair to Carnap. G.: Fairness to Carnap has never been an English
priority. S.: Let us bring in the Piroten again, if only to keep formalism from
feeling neglected. G.: Very well. Suppose Carnap says something like: “a is a
Pirot” and “All Pirots karulize elatically” then “a karulizes elatically.” S.:
You want it in Peano-Russell dress. G.: Yes, because that is the route by which
Oxford actually learned to write modern logic: PaPaPa (x)(Px⊃Cx)(x)(Px \supset
Cx)(x)(Px⊃Cx) therefore CaCaCa S.: Universality by default. G.: Exactly. That is
the old line. No inverted A yet. (x)(x)(x) for “for all x.” Existence marked
separately by the inverted E. Peano helps Russell with the notation, Frege with
the deeper conception, and Oxford inherits the hybrid without admitting the
genealogy. S.: A noble muddle. G.: Oxford is built on them. Which is why, by
the time of Strawson’s 1952 book, the revolt against formal vacuity is already
under way. S.: Ah yes, the books in the room. G.: The perfect case. “There is
not a single book in his room which is not by an English author.” Formally one
is tempted to say: ¬(∃x)(Fx∧¬Gx)\neg (\exists x)(Fx \land \neg Gx)¬(∃x)(Fx∧¬Gx) S.: Where F is “x is a book in his room” and G is
“x is by an English author.” G.: Exactly. And yet ordinary language objects. If
there are no books in the room, the formal sentence may still come out in a way
that leaves the speaker blameless by the extensional lights, but ordinary
speech cries outrage. S.: Not falsehood, but outrage. G.: Strawson’s word, and
a good one. The speaker has not lied exactly, but he has made one the victim of
a linguistic impropriety. S.: Because one presupposes there are books in the
room. G.: Or, if one is me, because the speaker’s choice of the weaker-looking
but more elaborate form suggests that there are books there to be so
classified. Why bother with the stronger-looking “not a single ... which is not
...” if the room is empty. S.: Which leads to the Grice footnote. G.: Yes, the
rule that one does not make the logically lesser claim when one could
truthfully and economically make the greater. A nice bit of later Grice hiding
in Strawson’s presuppositionism. S.: And that rule first occurred, Strawson
says, in a different connection. G.: Which I still suspect was perception.
“That pillar box seems red” versus “That pillar box is red.” The same
structure: if you choose the weaker or more guarded form when the stronger
would do, you invite the hearer to infer a reason for the guard. S.: So from
pillar boxes to books in rooms. G.: And from there, if one is too literary, to
novels that talk about their own novelhood. S.: That is a handsome arc. G.:
Handsome and slightly illicit. But philosophy lives by slightly illicit arcs.
S.: Let us then place Perniola at the end of it. Not caring about the technical
lineage, but benefiting from the cultural availability of meta-. G.: Yes. By
1966 meta- is already in the air. A cultivated Italian reader can hear
metalinguaggio, metalogica, perhaps even metateatro, and not mistake them for
typos. Perniola simply applies the prefix where its logic becomes metaphorical.
S.: And then the metaromanzo is the novel that reflects on the novel. G.:
Precisely, but from within. Not an external syntax-language about a novel, but
a novel making its own novelhood part of its point. Which is why the Tarskian
analogy breaks down just where the literary interest begins. S.: Because
self-reference, dangerous in logic, is often the whole pleasure in art. G.:
Exactly. What Tarski avoids, Perniola courts. S.: Then a Gricean might say that
the metaromanzo is a machine for generating implicatures about authorship,
sincerity, fictionality, and point. G.: Very good. It invites the reader to
recover not just what happens, but what it means that the novel knows it is a
novel. That is not metalanguage in the Russell-Tarski sense, but it is meta in
a culturally available, reflexive sense. S.: So if one were to clean the matter
up, one would say: Objektsprache in Carnap 1934 means the language under
analysis. Thing-language in Carnap after Paris 1935 means something quite
different, a language of publicly identifiable things for science.
Meta-language in Grelling and then in Tarski means the language used to talk
about another language. Meta-romanzo in Perniola means an aesthetic operation of
self-reference. G.: Admirably put. You may dine at High Table on that alone.
S.: Thank you. And Russell? G.: Russell gets the English dignity of
“object-language” in 1940, but not the glory of firstness. Which is probably
just as well, because he would only have made object sound more comfortable
than it deserved. S.: And Quine? G.: Quine is the aftertaste. Once he arrives,
object begins to smell of ontology, and retroactively everyone starts hearing
Carnap as if he had already been half-Quinean. Which is a historical slander,
but a fertile one. S.: This leaves only one question. G.: Which is? S.: Whether
Perniola would have cared for any of it. G.: Not at all. Which is why he is
useful. He shows that by 1966 the prefix has escaped the logicians and found a
new career among the aesthetes. Meta no longer means “higher-order semantic
hygiene.” It means “reflexive self-consciousness with ambitions.” S.: In that
case, the title Il metaromanzo is both clever and irresponsible. G.: Precisely.
That is why it works. S.: So what shall we say when asked whether the romanzo
is the object and the meta-romanzo the metalanguage. G.: We shall say: only if
one is willing to misuse Tarski for the sake of literature, which is often
worth doing but should never be done innocently. S.: And if asked whether
oggetto-romanzo would be possible. G.: We shall say: only in a warehouse. S.:
And if asked whether Carnap’s shift from object to thing is philosophically
sad. G.: We shall say: sad if you dislike reification, understandable if you
want intersubjective science, and in any case distinct from the fate of meta-
in the humanities, where all terms eventually become costumes. S.: Then
Perniola’s title is not a logical distinction but a cultural symptom. G.:
Exactly. The symptom of an age in which one can no longer merely write a novel.
One must also write the novel’s consciousness of being a novel, and then call
the whole enterprise serious because the prefix once passed through Tarski on
its way to Einaudi. S.: That is very good. G.: It is
also, I fear, true.Grice:
Caro Perniola, ho sempre pensato che il meta-romanzo fosse come una
conversazione tra specchi: ognuno riflette l’altro, ma nessuno sa chi ha
iniziato a parlare. Tu, che sei maestro dell’autoreferenzialità, hai mai perso
il filo tra romanzo e realtà? Perniola: Grice, se dovessi cercare il filo
tra romanzo e realtà, finirei sicuramente impigliato nella trama di uno dei
miei saggi! Ma non temere: in Piemonte diciamo che “chi perde il filo, almeno
trova la lana”. E poi, un po’ di alienazione rende la conversazione più
interessante, no? Grice:
Ah, Perniola, tu sei l’unico filosofo che può alienarsi e ritrovare se stesso
tra le pagine di Clinamen! Mi chiedo se l’implicatura conversazionale, in
fondo, non sia solo un meta-romanzo scritto a voce... Come dire: tutto è
conversazione, persino la pausa caffè in Agalma! Perniola: Grice, la pausa
caffè è il mio laboratorio filosofico preferito! Tra una tazzina e l’altra, si
può scoprire che la borghesia è più amara dell’espresso, e che la vera
avanguardia è quando il barista ti domanda: “Lo vuole corto o lungo?” La
filosofia, come il caffè, va gustata senza zucchero! Perniola, Mario (1966). Il meta-romanzo. Torino: Einaudi.
Ugo Perone (Torino, Piemonte): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover
what a speaker means (often more than is explicitly said) by presuming rational
cooperation and inferring implicatures from what is said plus context plus
recognisable intentions; the governing norms are those that make an exchange
intelligible as a shared project of giving information, reasons, and guidance.
Perone’s work, emerging from the Pareyson milieu and shaped by phenomenology
and a historically self-conscious metaphysics, approaches meaning less through
the micro-economy of conversational inference and more through the experience
of discontinuity, threshold, and memory: modernity is read as a cesura, and
understanding as an attempt to rescue sense from fragments, not by
“calculating” what someone meant from a cooperative maxim, but by interpreting
how meaning is given, withheld, and reconstituted across ruptured historical
and existential horizons. The comparison is thus a difference of explanatory
target: Grice offers a model of how communicative intention and shared rational
expectations structure everyday understanding here and now, while Perone offers
a hermeneutic account of how sense persists (or fails) across temporal breaks,
where what matters is not only what is implicated in a single utterance but
what is remembered, lost, and re-figured as the present becomes a boundary
between what can still be said and what can only be recalled. From a Gricean
perspective, Perone’s “memory of the cut” would appear as a background
condition that shapes what conversational participants can presuppose and so
what they can implicate; from a Peronean perspective, Grice’s maxims look like
a local rational grammar operating within a deeper historical drama in which
the very possibility of common ground is itself precarious and must be
continually rebuilt. Il tema è ripreso proprio in
apertura di Modernità e Memoria, dove individua nella modernità l'epoca della
cesura. Il moderno è dunque chiamato a essere il tempo della memoria. La
memoria è sempre memoria della cesura. L’uso della categoria d’illuminismo non
simpatizza per quella interpretazione del moderno, dimentiche della tensione.
Semplicemente pone l'umano in luogo del divino come fonte di legittimazione --
puntando tutto sul continuio, anziché sul dis-continuo della storia. Per un
approfondimento a tutto tondo del significato dell'ateismo, contro l'essere,
ciò che è forte, è lecito essere forti, perché la minaccia non lo vince, ma lo
lascia stagliarsi in tutta la sua maestà e incommensurabile grandezza. Per una
trattazione sistematica del concetto di "soglia”, che svolge con
particolare attenzione cfr. Il presente possibile -- il presente come
soglia. Se una totalità è interrotta, non possiamo ricordare se non
frammenti, e quasi istantanee del tempo. Tuttavia, se la memoria afferra
brandelli e frammenti, è perché in essi vi legge il tutto, perché li pensa
capaci di dar *senso* e di riscattare, perché in essi vi scorge l'essenziale.
La memoria sa che non tutto può essere salvato. Ma osiamo credere che nella
memoria salvata vi possa essere un senso anche per ciò che è andato perduto.
Implicature, peiron/apeiron, Velia, Grice on ‘other’; finito/ infinito, Velia,
Elea, I veliani, Guardini. Total temporary state, Israele, etimologia, la
ferita di Giaccobe dopo la lotta coll’angelo, nella Vulgata. Israele, la lotta
di Giacobbe e il angelo, la ferita, Giacobbe zoppo, iconografia, controversia
sull’etimologia di israele, ei combatte, la tradizione di VELIA, l’infinito di
Velia – il continuo e il discontinuo, l’infinito della scuola di Crotone,
Cicerone, l’infinito di Giordano Bruno. Infinitum, indefinititum, dal verbo,
finire, finio in romano, -- I due rappresentanti della scuola di Velia,
Melisso, peras, pars. Guardini, il sacro, il divino, I dei, uomo e dio,
opposizione, -- la storia della filosofia di Perone, il presente possible, la
totalita interrota, I soggeti, trascendentale e immanente. Secrétan.Grice: “St John’s. 1967. The Senior Common Room exposes one to
more than one needs to know. So Perone has just defended a thesis in Turin,
under Pareyson, on Secrétan—who sounds secretive enough, even before one looks
at the spelling. The title reads: La filosofia della libertà in Secrétan.
Naturally I now want to know everything about Secrétan, if only because that
acute accent on the second e makes him sound improbably nouvelle vague. One
imagines freedom being discussed not in the manner of Oxford—tidy distinctions
and an embarrassed avoidance of metaphysics—but in a smoky café idiom, all
thresholds and ruptures, where what matters is less the conclusion than the cut
that makes a conclusion necessary. Editorial note: Charles Secrétan (1815–1895)
was a Swiss Protestant philosopher born and based in Lausanne, trained in law,
and formed philosophically by German idealism (notably Schelling, whom he heard
in Munich in 1835–36 and again in 1839). His major work, La philosophie de la
liberté (2 vols., 1848–1849; commonly cited as 1849), presents a systematic
moral-metaphysical programme in which freedom is not a derivative human faculty
but the absolute principle itself: the first principle is conceived as free
rather than merely necessary, and the world is read as the product of a free
act, with moral obligation and religious ideas (creation, fall, restoration)
treated as philosophically central rather than merely confessional add-ons.
This makes Secrétan a natural choice for Perone’s 1967 Turin thesis under Luigi
Pareyson (La filosofia della libertà in Charles Secrétan): Secrétan offers a
way of thinking “freedom” that is simultaneously metaphysical, ethical, and
historically alert to rupture—an approach congenial to Perone’s later concerns
with modernity as cesura and with the present as a “threshold.” Grice’s
interest in the same neighbourhood is of a different temper: rather than
beginning from an absolute principle, he reconstructs the conceptual geography
of “free” across its ordinary-language applications (from free fall to free
will, to the comic sobriety of alcohol-free), treating the family of uses as
data for a theory of rational agency and action; the juxtaposition usefully
marks two routes to the topic—Secrétan’s principled metaphysics of freedom and
Grice’s analytic reconstruction of the concept as it functions in explanation,
justification, and choice.Grice: Caro Perone, ho
letto che la modernità è la grande cesura della memoria. Ma dimmi, hai mai dimenticato dove hai messo
le chiavi? Forse anche tu sei vittima della cesura moderna! Perone: Grice, se la
memoria è fatta di frammenti, le mie chiavi sono sicuramente uno di quei
frammenti perduti! E se davvero il presente è una soglia, forse le troverò...
appena varcata la porta di casa. Grice: Hai ragione, Perone! Ma ricordati:
anche Giacobbe, dopo la lotta, rimase zoppo... Io, dopo la lotta con il
telecomando, rimango senza il canale giusto. È la memoria che salva o ci fa
inciampare? Perone:
Grice, tu filosofeggi persino davanti alla TV! Ma in fondo, tra il continuo e
il discontinuo, c’è sempre spazio per una buona battuta. E se non ricordo
tutto, almeno non dimentico di ridere! Perone, Ugo (1967). La filosofia della
liberta, Torino.
Persio (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e la filosofia nel principato di Nerone – TREASEA CONTRO LA
TIRANNIA –He is best known as a satirical poet, but he studies philosophy under
Luccio Anneo Cornuto, to whom he wrote a tribute and to whom he leaves his
works on his death. A strong belief in the value of the ethics of the
PORTICO lies beneath much of his satire. He is a friend of Trasea Peto (vide
RENSI – TRASEA CONTRO LA TIRANNIA), and is related to him by marriage. Through
this connection, Persio becomes associated with the PORTICO opposition to
Nerone – but he dies before Nerone can take action against him. Ed. Broad, Loeb. Flacco Aulo Persio. GRICEVS: salve, PERSI; audio te sub
CORNVTO porticum colere, sed satiras scribere: nonne periculosum est sub NERONE
ridere cum virtute? PERSIVS: salve, GRICE; ridere liceat, dum non nomino:
satira mea telum est sine nomine, et CORNVTVS me docuit iram in mores, non in
homines, iactari. GRICEVS: bene; sed quaeso, cum dicis “sic vivitur Romae,”
visne intellegi plus quam dicis, ut TRASEAE partes tuearis sine clamore?
PERSIVS: prorsus; si lector sapiens est, accipit quod
taceo: ego moriar citius quam NERO me puniat, sed verba mea—CORNVTO
relicta—diutius vivent et tyrannum, vel invito eo, rubere iubebunt.
Antonio Persio (Matera, Basilicata): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nella storia della dialettica: Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers recover
what a speaker means beyond what is explicitly said by presuming rational
cooperation and then reasoning from shared norms of relevance, informativeness,
and perspicuity to implicatures that are defeasible and publicly accountable.
Antonio Persio, working in the late Renaissance at the intersection of
Ciceronian dialogue, Boethian logic, and the new natural-philosophical temper
associated with Telesio, treats “dialectic” less as a micro-theory of
inferential uptake between interlocutors and more as a historically layered art
of disputation and intellectual formation: a cultivated method for conducting
argument, reconciling authorities, and educating judgment across disciplines.
The comparison, then, is between Grice’s pragmatic rationalism—where the basic
unit is a conversational move whose point is fixed by intentions and
cooperative expectations—and Persio’s humanist dialectical rationalism—where
the basic unit is the disputational exchange shaped by rhetorical tradition and
by the transmission (and contest) of doctrines. From a Gricean angle, Persio’s
Ciceronian sensibility already presupposes something like implicature (the
tactful use of allusion, concession, and indirection in dialogue), but Persio
would see those effects as belonging to the broader civic and pedagogical norms
of eloquent disputation rather than to an abstract “calculus” of cooperative
inference; Grice systematizes what Persio practices, while Persio historicizes
and moralizes the conversational space that Grice analyzes. CICERONE, BOEZIO, e
TELESIO. Grice:
“Some like A. P., but A. P. is MY man!” -- “I was so happy when the Logic
Institute was founded on St. Giles, Oxford. It meant it was never again part of
the Sub-Faculty of Philosophy!” -- Matera, Basilicata. Nacque da Altobello P., scultore, e da Beatrice Goffredo. È il primo di
cinque fratelli. Trascorse un’infanzia difficile a causa di una grave
malattia che gli provoca una temporanea paralisi degl’arti superiori e
inferiori. A occuparsi della sua prima istruzione e di quella dei suoi fratelli
è lo zio, l’umanista Goffredo. L’ambiente familiare è dunque assai stimolante e
da ciò trassero profitto i P. che, a eccezione del secondogenito, Giovanni
Battista – Grice, “Only we never asked HIM!”, divennero personaggi di rilievo
in varie discipline: Antonio si distinse in ambito filosofico, Giulio proseguì
l’attività paterna di scultore, Domizio prese gl’ordini e si dedica alla
pittura e Ascanio risalta in campo umanistico-filologico. Dopo aver
proseguito gli studi nel monastero francescano della sua città natale, P.
scelge di abbandonare Matera, forse anche per il suo temperamento forte, che lo
spinge a porsi continuamente in contrasto coll’autorità paterna. Si reca a
Napoli, dove ha l’incarico di precettore di L. e P. Orsini, fratelli minori di
Orsini, duca di Gravina e conte di Matera. Entra in contatto con TELESIO ,
del quale divenne discepolo e intimo amico, tanto che il filosofo volle
discutere proprio con lui la seconda edizione del “De rerum natura iuxta
propria principia,” prima che vedesse la luce, e a lui rende noto il proposito
di dedicarsi anche a una altra stesura. Il magistero di
TELESIO influenza profondamente P., che divenne un attivo
divulgatore del pensiero del filosofo cosentino ed elabora la sua filosofia a
partire da una personale rilettura della sua dottrina. Dopo una breve
permanenza a Roma, Implicature, dialecticis, Telesio, Campanella, spirito come
vita, animo come aria, Cicerone, Catone, Boezio. Grice: Alcuni amano Persio, ma
Persio è il MIO uomo! So che capirai, Antonio, che intendo proprio te, non il
Persio più celebre: sei tu quello che preferisco. Persio: Caro Grice, è un
onore sentirlo da te! La distinzione tra i Persio mi fa sorridere; ma è proprio
nel dialogo amichevole che si trova la vera filosofia. La preferenza implicata
è la migliore delle lodi. Grice: Ecco, Antonio, la tua capacità di cogliere
l'implicatura è ciò che ti rende speciale. La dialettica non è solo logica, ma
uno scambio vivo, e tu ne sei maestro. Telesio avrebbe approvato questa nostra
conversazione elegante! Persio: Grazie, Grice. La dialettica, tra Cicerone e
Telesio, si fa vita e aria—come dicevo: spirito come vita, animo come aria. Nel
nostro dialogo si respira davvero quell'anima filosofica italiana, fatta di
sottintesi e affetti. Persio, Antonio (1574). Trattato dell’ingegno dell’huomo.
Venezia: Varisco.
Ascanio
Persio (Matera, Basilicata): la ragione conversazionale, Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers get from what is said to what is meant by treating conversation as a
cooperative rational practice: speakers are presumed to be aiming at
intelligibility and relevance, and when an utterance appears indirect,
under-informative, or oddly chosen, the hearer can infer further content as an
implicature grounded in shared norms and recognisable intentions. Persio, by
contrast, is not a theorist of conversational inference but a rhetorically
minded Renaissance writer who works within humanist conventions of dialogue,
exemplum, and decorum; in a title like Il merito delle donne he advances a
culturally and morally charged thesis by choosing a public genre that must
balance praise, provocation, and audience-management, thereby relying heavily
on what can be suggested without being baldly asserted. The comparison, then,
is between an explicit explanatory model and a skilled practice of insinuation:
Grice makes the mechanisms of indirect meaning visible (how implicatures are
generated, cancellable, and accountable), while Persio’s social-philosophical
writing exemplifies how a writer can exploit shared assumptions, classical authorities,
and strategic restraint so that the reader supplies much of the argumentative
force “between the lines.” From a Gricean angle, Persio’s success depends on
controlling the expectations of his addressee-community—what it will tolerate,
what it will take for granted, what it will infer—so that persuasion proceeds
not by explicit proof alone but by a managed economy of saying and
letting-be-understood, which is precisely the terrain Grice later systematizes
under the heading of conversational implicature. Grice: “I was
certainly fortunate in my mother wanting a good education for me, better at
least than the one that poor woman can provide me with at Harborne – so off to
Clifton I arrived aged 13, and till 17, GREEK became my first language!” –
Keywords: Greco, latino, GRIEF AND LAUGHING. Persi, Persii. Ascanio. Nasce da Altobello, scultore, e da Beatrice
Goffredo, ultimo di cinque fratelli: Antonio, Giovanni Battista, Giulio -- da
cui nacque il giureconsulto e poeta Orazio --, Domizio. Così come il
fratello Antonio, si forma a Matera alla scuola tenuta dallo zio materno
Leonardo e poi nel convento di S. Francesco, dove studia filosofia. Segue le
orme di Antonio, che a Napoli divenne precettore di Lelio e Pietro Orsini,
fratelli minori di Ferdinando Orsini, duca di Gravina e conte di Matera. Poi si
lega alla famiglia Caetani e è amico di Manuzio: tutti personaggi con cui anche
P. stringe rapporti. Persio è a Roma, in familiarità con Muret e con il
letterato sulmonese Ciofano, e a Venezia. Qui pubblica, in una stampa sine
notis, ma edita da Manuzio, La corona d’Arrigo III re di Francia, e di Polonia,
componimento d’occasione per il passaggio sulla laguna del nuovo re di Francia
Enrico III diretto a Parigi per salire sul trono di Francia, composto in verso
volgare Heroico Patritiano, cioè nel verso di tredici sillabe adottato da
Patrizi nel poemetto mitologico Eridano -- Ferrara -- per ovviare
all’inadeguatezza dei metri italiani alla nobiltà dell’epica. Testimonianza
dell’amicizia che lo legò a Manuzio è la dedica a P. del Lepidi comici veteris
Philodoxios fabula ex antiquitate eruta ab Manuccio, che Manuzio pubblica a
Lucca con questo frontespizio, incorrendo però in un infortunio, poiché si
tratta della commedia autobiografica Philodoxeos scritta da ALBERTI che
si firmò con il nome di Lepido, ingannando a lungo i lettori. P.
studiò lettere latine a Padova, ma frequenta anche i corsi di filosofia di
ZABARELLA. Grice: “There’s an exhibit at the Bodleian on Italian
rarities, and there, in the central case in the main hall, sits Persio’s Il
merito delle donne behind protective glass, looking for all the world like a
provocation preserved. Pears was with me, and out of nowhere he asked—quite as
if I were the Bodleian catalogue—when exactly Oxford had decided it would
accept donne. We both know Girton well enough (not because we care for
Cambridge, but because we care for Princess Ida), but Somerville is a different
sort of creature altogether. A week later, Pears—whose joint seminar with me on
trying is beginning to resemble an experiment in endurance—did his best to
impress me by reciting, in one breath, every date and detail he had managed to
scrape together about women at Oxford, as if the admission of women were itself
an exercise in practical reasoning: one step, one committee, one concession at
a time.” (Editor’s note (key Oxford dates, in brief, for Pears’s “recitation”)
Women began to receive Oxford teaching in a formal way when the Association for
the Education of Women at Oxford was founded in 1878, with lectures arranged
and examinations offered. The first women’s halls followed soon after: Lady
Margaret Hall and Somerville College were founded in 1879, then St Hugh’s in
1886 and St Hilda’s in 1893. Women could sit Oxford examinations from the
1880s, but for decades they did so without membership of the University and
without degrees. The decisive change came in 1920, when Oxford granted women
full membership of the University and allowed them to take degrees (though
subject at first to a quota). The last major institutional barrier fell much
later, past Grice’s time, when the remaining all-male colleges began admitting
women: the first of the men’s colleges to admit women was Brasenose in 1974,
followed by others through the 1970s and 1980s; all colleges became mixed by
the end of the century.) Grice: Caro Persio, scommetto che studiare greco a tredici anni ti ha fatto
vedere la vita come una lunga tragedia... o forse una commedia piena di
sottintesi! Ti sei mai chiesto se il vero eroe era il professore? Persio: Ah, Grice, il
professore magari pensava di essere un eroe, ma in realtà era Odisseo e noi
alunni i ciclopi assonnati! E comunque, tra epica e grammatica, ho imparato che
anche una declinazione sbagliata può essere un dramma. Grice: Vedi, caro Persio,
la conversazione è come un viaggio in laguna con Enrico III: può cambiare rotta
da un momento all’altro! Basta una domanda trabocchetto e ci si ritrova a
Venezia senza sapere più se si parla in latino, in volgare... o in dialetto
materano! Persio:
E allora, Grice, brindiamo alla confusione linguistica! In fondo, tra lagune,
biblioteche e dediche errate, l’importante è non prendere troppo sul serio né
le parole né noi stessi. Anzi, meglio ridere... come avrebbe fatto uno dei miei
fratelli poeti! Persio, Ascanio (1633). Il merito delle donne. Venezia:
Francesco Baba.
Enrico Pessina (Napoli, Campania): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains how speakers can mean
more than they explicitly say because hearers assume rational cooperation and
infer implicatures from what is said plus context plus recognisable intentions;
the norms involved are not external moral commandments but the internal
standards that make communicative exchange possible and accountable. Enrico
Pessina, by contrast, approaches normativity through law and civil life: in
works such as Della filosofia del diritto (1858) and his later attacks on crude
positivism, he treats juridical reasoning as answerable to principles that are
not exhausted by empirical sociology or procedural technique, and he
understands public language (in courts, constitutions, and civic argument) as a
vehicle of liberty and responsibility rather than a neutral code. The
comparison is that Grice offers a micro-theory of how rational agents manage
mutual understanding in everyday speech, while Pessina offers a macro-theory of
how rational agents ought to justify coercion, rights, and obligation within
institutions; yet they meet in a shared emphasis on reason as a public
practice: Grice’s maxims make conversation a kind of informal tribunal where
claims are assessed by what can be responsibly inferred, and Pessina’s
jurisprudence makes the courtroom and the polity a formal tribunal where claims
must survive scrutiny beyond mere force or custom. From a Gricean perspective,
much legal reasoning depends on controlled implicatures (what statutes, precedents,
and advocates suggest without stating), while from a Pessina-like perspective,
conversational rationality is one of the cultural preconditions for law’s
legitimacy, since a legal order that cannot be explained, defended, and
contested in intelligible discourse has already lost its claim to govern
rational beings. Studia a Napoli sotto GALLUPPI. Cura la sua storia della
filosofia. Di idee liberali, prende parte ai moti. Pubblica un saggio sulla
costituzione italiana che gli procura la persecuzione della polizia e il
carcere. Recluso nell’isola di S. Stefano, sposa la figlia di Settembrini.
Fugge dal regno, insegna a Bologna. Fonda “Il Filangieri”. Dei
Lincei. Muore nella suo palazzo in via del Museo, strada che prese
in seguito il suo nome: Anche il palazzo dove visse. Aula a lui
intitolata. A lui è dedicato un busto alla passeggiata del Pincio.
Saggi “Che cosa e il diritto private?” (Napoli: Poligrafico); “Procedura del
diritto (Napoli, Jovene); “Il naturale e il giuridico – alla regia di Napoli”
(Napoli, Accademia Reale delle Scienze); Il piu privati dei diritti (Napoli,
Marghieri, Diritto e privacita (Napoli, Marghieri); Il privato del diritto
(Napoli, Marghieri); Che e private nel diritto privato? (Napoli: Marghieri);
“Il diritto privato” (Napoli: Priore); “Storia della filosofia” (Milano:
Silvestri); Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia. Giurista (Napoli). P. avversò il positivismo filosofico e
metodologico applicato alle scienze giuridiche e l'empirismo semplicistico di
antropologi, psicologi e sociologi criminalisti. La genialità della sua mente
ebbe davanti a sé orizzonti più vasti di quello del diritto, e così fu non
soltanto grandissimo giurista, ma filosofo, letterato e storico. E fu avvocato
insigne e conferenziere affascinante. Vita Appena ventenne, prese
parte ai moti rivoluzionari. Un suo Manuale di diritto costituzionale gli
attirò le persecuzioni della polizia borbonica per le idee liberali ivi
professate. Più tardi, arrestato, rimase in carcere per quattro mesi, cui
seguirono due anni di domicilio forzoso in Ottaiano. Di nuovo arrestato per le
sue relazioni con il rappresentante del governo sardo a Napoli, dopo due giorni
di prigionia riparò a Marsiglia; Storiografia filosofica in Italia, la storia della
filosofia romana, Galluppi, diritto private. Grice: “St
John’s, 1950. I keep asking myself what Hart is doing at our Saturday mornings.
He is older than Austin, and Austin once remarked that he would rather not have
an authoritative father-figure hovering above him. And Hart is—Hart, that
is—deep in jurisprudence. We had a long talk about it at the Lamb and Flag. He
was reading a slim old pamphlet by an Enrico Pessina entitled Della filosofia
del diritto and had a few questions for “the younger generation,” as he likes,
with mock solemnity, to call me—he is only three years my senior. Hart could
not make sense of Pessina’s leading with that dignified Della. “Why not just La
filosofia del diritto?” he asked. I told him—though I perhaps should not, since
he has a double First in Greats, as I do—that it is a Ciceronian relic, the
sort of genitival throat-clearing Italians do when they want a title to sound
like a treatise rather than a topic. Then he returned to his time-honoured
preoccupation with the German jurists. “Is that why the Italians are obsessed
with diritto,” he asked, “or is it the other way round—did the Hun import Recht
from diritto?” “Check your Cicero again,” was all I could muster.” Grice:
Mi affascina il tuo approccio al diritto, Enrico! La tua opposizione al
positivismo giuridico mi ricorda quanto sia cruciale la ragione conversazionale
per comprendere la complessità della legge. Non credi che il dialogo sia il
cuore della filosofia? Pessina: Hai ragione, Grice! Il diritto, come la filosofia,
vive di dialoghi e di implicature sottili. Ho sempre pensato che il confronto
tra idee, anche polemico, sia il motore del progresso. L’esperienza di Napoli e
Bologna mi ha insegnato che la parola è più potente di ogni decreto. Grice: Mi
colpisce il tuo impegno civile, il coraggio di difendere la libertà pur a costo
della persecuzione. La tua storia mi ricorda un vecchio detto: “Chi non
rischia, non rosica!” Nel tuo caso, il rischio ha portato innovazione e dignità
al pensiero italiano. Pessina: Grazie, caro Grice. Credo che la filosofia debba
essere, anzitutto, una forma di vita e di resistenza. Il privato e il pubblico
si intrecciano, e la ragione dialogica ci aiuta a tenere insieme giustizia,
memoria e speranza. Alla fine, la conversazione resta sempre il più alto
tribunale. Pessina, Enrico (1858). Della filosofia del diritto. Napoli: Morano.
Luigi Pessina: la ragione conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers recover what a speaker means by presuming rational cooperation and
using shared norms (relevance, informativeness, clarity, etc.) to infer
implicatures from what is said plus context plus intention; on this view, the
“rules” of talk are not mere schoolroom prescriptions but an explanatory
account of how communication actually works when speakers leave things unsaid
yet still expect to be understood. Luigi Pessina, by contrast, belongs to the
pedagogical-rhetorical tradition: his Precetti di retorica and allied manuals
treat discourse as something to be taught by precepts, with Cicero and
Aristotle providing models of correctness, decorum, and persuasive arrangement,
and with “good speaking” secured by training rather than by an underlying
theory of cooperative inference. The comparison is thus a shift from
rhetoric-as-art to pragmatics-as-theory: Pessina offers explicit norms for
producing effective or proper discourse (a handbook of what one ought to do),
whereas Grice offers a rational reconstruction of the implicit norms that
interlocutors already rely on (an account of what we must be presuming in order
for ordinary conversation to succeed at all). From a Gricean angle, many of
Pessina’s “precepts” can be reinterpreted as practical ways of managing
implicature—choosing formulations that steer an audience toward the intended
takeaway—while from a Pessina-like angle, Grice’s maxims can look like a
modern, analytically sharpened re-casting of ancient rhetorical prudence,
stripped of ornamental doctrine and treated as the invisible machinery of
understanding. Grice:
“At Oxford, for the B. A. Lit. Hum. we do study Cicero in Latin; at Bologna,
they study it in LATIN *and* Italian!” – Cicerone, Leech on Grice’s programme
as ‘conversational rhetoric’ P, the author of 'Precetti
di rettorica ', was an Italian educator and author known for several other
publications related to rhetoric, poetry, philosophy, and literature, primarily
published in Naples and Bari. Information regarding his place of birth is not
explicitly stated, though he was active in Southern Italy. Other Publications In addition to 'Precetti di rettorica' (published for
private use at his institute), P. published several other educational works,
including: “Precetti di rettorica, e di poesia” – Naples --, “Elementi di
poesia ad uso delle scuole” – Bari --, “Istituzioni di rettorica e belle
lettere” – Naples --, “Storia della letteratura antica e moderna” –
Naples. These
titles indicate his focus on classical education and literary studies, intended
for use in schools or private institutes. The search results did not
explicitly mention the exact town or city of his birth. Several individuals
named “Luigi P.” appear in historical records with births in various locations
across northern Italy (Casatevecchio, Alme, Varese, Stresa), but none are
definitively linked to the author who was active in Naples and Bari. His
educational and publishing activities, however, strongly indicate a long-term
presence and influence in the Kingdom of the Two Sicilies region. --
pppw^'i^wf BIBLIOTECA NAZ-, Vittorio Emanuele III <v/// xx\:ilr F 7 Ó
NAPOLI I COMPILATI DA LUIGI P. SOPRA VARII AUTORI, PER USO DEL SUO
PRIVATO ISTITUTO. l TCfUOtiioi Ss ssriy q P'tifopixi) , S(» r« ro ^ast siyx(
xpstrriuy rt(Xir)d)i x«( r« 8ix«t» r«y gyayriojy. srt Ss stpos <yiou;,
ov8’st T>)y axpijSsarArtjy sirt<rnniti)y , pfStoy «xr* sxsiyi)! ies!a»i
\sffovxxu Utilis vero est Rhetòrica, propterea quod na- tura sunt meliora vera
et iuata conlrariis.,.. praelerea apud nonnulloa, nec si exquisitis- simam
haòeremus scientiam , facile est pet illant solam dicendo persuadere. Aristot. Rhet. I. i. Grice.: “St John’s, 1964. The Oxford seminar on
conversation is going well, and I am enjoying Potts’s interventions. I keep
casting my proposals in the imperative mood—perhaps a leftover from Hare, who
used to draw that tidy distinction between the dictum and the dictor: “The door
is closed.” “The door is closed, please.” Potts, noticing my fondness for Latin
(I have been abusing desideratum again), suggested that what I really want is
not a “maxim” at all but a praeceptum. To illustrate, he produced—of all
things—a thin booklet he had picked up at the Bodleian, Luigi Pessina’s
Precetti di retorica, looking more like something that ought to have stayed in
a schoolmaster’s pocket than entered legal deposit. Potts added, with the air
of a man who has checked such matters on holiday, that when he was in Rome last
spring the Italians were spelling it retorica—one t, as if orthography itself
were subject to local custom. In any case, we agreed (and the note-takers seemed
pleased) that even if there are praecepta, they had better spring from a single
praeceptum, on pain of multiplying them beyond necessity. Strawson then
observed that the prae- may be nothing but Ciceronian fuss—“ceptum seems to do
perfectly well”—though he would say that, having never taken Greats and having
only scraped a Second in PPE, a calamity for which I can blame no one but his
tutor: myself.” Grice: Caro Pessina, ma
quanti libri hai pubblicato? Se continuo a leggere, rischio di diventare più
colto di Cicerone... o almeno di sembrare uno che lo imita bene! Pessina: Ah, Grice, tu hai
la conversazione nel sangue! Se i miei libri aiutano, allora la retorica non è
solo materia da scuola, ma anche ottimo modo per sopravvivere alle cene di
famiglia. Grice:
Lo dicevano anche a Oxford: la vera arte è convincere la zia a servire il bis!
E a proposito di retorica, Aristotele avrebbe adorato il tuo modo di insegnare,
soprattutto se riusciva a ottenere una fetta di torta. Pessina: Grice, tu sei il
filosofo della conversazione e del buonumore! La prossima volta, portiamo anche
Aristotele: io preparo i precetti, tu i sorrisi, lui la logica... e tutti a
tavola, senza implicature! Pessina, Luigi
(1866). Sulla dottrina della società. Napoli: Morano.
Francesco Petrarca (Arezzo, Toscana): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di Cicerone. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
understanding as a rational achievement within a cooperative practice: speakers
can mean more than they explicitly say because hearers assume intelligibility,
relevance, and a shared aim, and so they infer implicatures from what is said
plus context plus recognisable intention. Petrarch’s relation to
“conversational meaning” is not that of a theorist of maxims, but of a master
practitioner of indirectness who inherits (and reshapes) the Ciceronian ideal
of dialogue, decorum, and the tactful management of what is voiced versus what
is merely suggested; in his letters, dialogues, and self-scrutiny he repeatedly
stages a speaker who negotiates audience, reputation, moral posture, and inner
conflict by letting the unsaid do as much work as the said. Where Grice
anatomizes the inferential machinery that allows an addressee to recover a
speaker’s intended point from strategic understatement, irony, or selective
emphasis, Petrarch supplies a rich field of such strategies in action: the
humanist’s learned allusion, the moralized aside, the rhetorical question, the
cultivated confession, all operating as invitations to a competent reader to
supply what propriety or prudence leaves implicit. The contrast, then, is
between explanation and exemplification: Grice offers a general account of how
rational norms govern conversational interpretation, while Petrarch—formed by
Latin rhetoric and by Cicero’s model of civil discourse—shows how a writer can
guide interpretation by controlling tone, register, and audience-design, so
that meaning emerges less as a bare proposition than as a socially intelligent
performance whose implicatures are part of its philosophical substance. Grice: “There are a few studies on P. and ‘filosofia’: “Petrarca
platonico,” etc. – but his most important contribution is via implicatura, as
when I deal with Blake or Shakespeare.” ir«^|#»rtit«» ,i\ARK TP Jt^ -'f \t.
\3FICO ^1 PP TIGI03 i^C/->>. t -nF CARLINI LA FILOSOFIA di P. Saggio
Tipografia Editric e Cooperativa Jesi V A SEVERINO FERRARI DELLE OPERE
PETRARCHESCHE CONOSCITORE PROFONDO CON ANIMO RIVERENTE E GRATO La tradizione
platonica e religiosa nel Medio evo Caratteri del misticismo italiano Il
Cristianesimo e il Papato II pensiero religioso e la scolastica Dante e Platone
P. e Aristotele P. ed Averroe P. e Platone Il criterio filosofico di P. è
afl'atto religioso Filosofia della religione Paganesimo e Cristianesimo Se P. è
cattolico Colui che fece per viltade il gran rifiuto Se P. è un mistico Varie
specie di misticismo Il De vita solitaria II De ocio RELiGiosoRUM Ascetismo e
misticismo sano II pessimismo di P. II pessimismo cristiano La vita umana
secondo P. Il De REMEDiis UTRiusQUE FORTUNAE - P. e Leopardi L' acedia e le
contraddizioni di P. hanno radice nel suo sentimento religioso P. non e
strettamente un filosofo Ma ne’suoi scritti è un ampio contenuto filosofico
(GRICE ON ONE SENSE OF PHILOSOPHER AND ONE IMPLICATURE) E ha ancora ingegno
filosofico P. e la scienza Meriti filosofici di P. Il rerum memorandarum
Carattere morale, sociale e politico della nuova filosofia P. e il
ri-sorgimento filosofico religioso Il sentimento della natura Carattere
psicologico della filosofia di P. Le Rime II Secretum Eternità di P. Il
pensiero religioso può precedere o seguire il pensiero filosofico, secondo che
l’uomo è credente o no : sempre poi esso ' è dalla filosofia iìiseparabile^ se
vtwle divenir cosciente. Questo chiamo pensiero filosofico religioso:
Implicature, cicerone, I lizij, lucrezio, filosofia Latina, filosofia romana.
Il dialogo filosofico – Platone, Cicerone. Grice: Caro Petrarca, sai che ti
conosco fin dai miei giorni a Clifton? Non c’era lezione del mio vecchio
maestro di latino senza che citasse qualche epigramma latino e ne offrisse la
glossa proprio grazie a te! La tua presenza aleggiava tra i banchi, come una
brezza sapiente. Petrarca: Che onore, Grice! Sapere che la mia voce risuonava tra
gli scolari inglesi mi riempie di gratitudine. Nel commentare il latino, ho
sempre cercato di trasmettere quella limpidezza che Cicerone intuiva nel
dialogo. È bello pensare che la mia parola abbia trovato eco persino oltre le
Alpi! Grice: Ho sempre apprezzato la tua capacità di unire la tradizione
platonica e quella latina, arricchendo ogni epigramma di un implicito
filosofico. Per me, leggere una tua glossa significava respirare la profondità
di una filosofia vissuta, tra ascetismo e misticismo, tra sentimento religioso
e ragione conversazionale. Petrarca: Grazie, caro Grice. Sei penetrato nello
spirito dei miei scritti! La filosofia, come il dialogo, nasce dalla capacità
di ascoltare e di rispondere, con rispetto e con affetto. Se le mie glosse
hanno illuminato i vostri studi, allora posso dire: “Chi semina pensiero,
raccoglie amicizia.” Petrarca, Francesco (1369). Il canzoniere. Firenze.
Bernardino Petrella (Sansepolcro). Sansepolcro,
Arezzo, Tocana. P., Bernardino. Grice’s theory of reason-governed
conversational meaning locates the sources of “what is meant” in a normative
practice of exchange: speakers and hearers rely (often tacitly) on shared
rational expectations about how a contribution ought to advance a joint
purpose, and this makes implicature possible as a disciplined inference from
what is said plus context plus recognisable intention. Petrella, by contrast,
represents the Padua tradition in which reason is primarily exhibited as
doctrine of method and first principles: logic is an architectonic discipline,
with demonstrative procedure, intention of the philosopher in reading
Aristotle, and the ordering of principia doing the explanatory work; meaning is
stabilized by scholastic distinctions and by the aims of teaching and
disputation rather than by the fine-grained management of conversational
expectations. The comparison, then, is a contrast of where normativity is
placed: Grice makes the governing norms endogenous to conversation itself (a
cooperative rational activity that generates implicatures when maxims are
apparently bent), whereas Petrella makes the governing norms endogenous to a
formal and pedagogical enterprise (the right handling of principles,
demonstrations, and interpretive intentions within an Aristotelian curriculum).
Put Grice next to Petrella and you see two rationalities: one that explains how
ordinary speakers can mean more than they say without chaos, and one that
explains how a discipline can proceed from principles without multiplying them
beyond necessity; the link is that both treat rational order as something that
must be made public and accountable, but for Grice the tribunal is the
conversational exchange, while for Petrella it is the school, the lecture room,
and the logic of demonstration. Nasce a Borgo del
Santo Sepolcro -- oggi Sansepolcro, in provincia di Arezzo --, da Domenico P.
Non è noto il nome della madre. È allievo di Francesco di Niccolò
PICCOLOMINI a Padova, dove -- Riccoboni e Lohr -- comincia a
insegnare logica «in secundo loco» -- succedendo a TOMITANO con lo
stipendio annuo di 40 fiorini e avendo come concorrente ZABARELLA --
e poi filosofia, sempre «in secundo loco», quale collega di MERCENARIO . Torna
sulla cattedra di logica, questa volta «in primo loco», avendo come concorrente
AMALTEO e succedendo a ZABARELLA con uno stipendio annuo
di 140 fiorini – ZABARELLA in precedenza ne prendeva solo 60 -- che,
con progressivi aumenti, giunse alla cifra assai elevata di 500 fiorini, a
condizione che non fosse richiesto un ulteriore aumento. A differenza delle
altre università italiane ed a Oxford, dove la logica è solo una disciplina
propedeutica e come tale venne affidata a docenti all’inizio della loro
carriera, a Padova questa disciplina gode di grande attenzione -- anche sul
piano delle retribuzioni -- presso i riformatori dello studio, che ricorrevano
a professori di provata fama ed esperienza, incrementando così il numero degli
studenti. Una riforma sul modello padovano, intesa a valorizzare di più
l’insegnamento della logica, è proposta invano ai maggiorenti dello Studio di
Pisa da VERINO il Secondo che, oltre a TOMITANO , cita a mo’ di
esempio il caso di P. e la sua lunga esperienza nell’insegnamento di
una disciplina frequentata d’una infinità d’anni con gran sua reputazione et
utilità et con gran frutto degli scholari -- Grendler. Dopo aver collaborato a
una raccolta encomiastica in versi dedicata a Geronima Colonna d’Aragona --
Tempio, Padova --, pubblica a Padova, apud J. Jordanum, L. Pasquatus excudebat,
le Quaestiones logicae de intentione Philosophi in II libro Posteriorum, de
medio demonstrationis potissimae, de speciebus demonstrationis, dirette, sia
pure in maniera non esplicita, CONTRO i testi di ZABARELLA. Grice: “St John’s, 1962. I have been lecturing “for any member of the
university”—a formula which still makes it sound as if my tutorials at St
John’s were too private a luxury for a state-chartered institution to
tolerate—and in the course of talking about conversation I have found myself
with not one principle but two: a principle of conversational benevolence and a
principle of conversational self-love. Two principles, however, already feels
like one principle too many, and I am tempted to fold them into a single
principle of conversational helpfulness, full stop. Then Potts, who has been
attending, remarks that Kneale was lecturing the other day on Bernardino
Petrella’s De principiis rerum naturalium, and that all Kneale could muster by
way of sympathy for poor Bernardino was that he was misusing principium in the
plural—“Cicero,” Kneale said, “would never have allowed it: Aristotle can have
all the archai he wants, but we are Roman.” I wanted to dismiss Potts as a mere
tattler, but he is uncomfortably right: if I want to ground my own “principle”
in anything like the tone of a Kantian categorical imperative, I had better not
be caught multiplying principles without necessity. I begin to think the safest
course is to formulate the whole business as an imperative in grammatical
form—without the exclamation mark, out of politeness—and then let the rest
follow, as naturally as Bernardino never dreamed, from the one imperative (or
the one family of imperatives) that Kant, when he was feeling expansive,
managed to give in five different “forms.” It is, at least, a very good thing
an Oxonian once had the patience to write an entire book on that.” (The
“Oxonian” Grice is quietly pointing to is H. J. Paton, the Scottish Kantian
who, by a happy turn of Oxford patronage, held a Fellowship at Corpus Christi,
Grice’s own old college, and later occupied the White’s Chair of Moral
Philosophy (1937–1952). Paton’s The Categorical Imperative (1947), published by
Hutchinson in the immediate post-war years, was precisely the sort of book an
Oxford philosopher could admire without having to say so aloud: learned,
severe, and institutionally fluent in the five “forms” of Kant’s single
commandment. Grice would certainly have met him in the ordinary Corpus way—over
lunch, in hall, or on one of those visits that begin as nostalgia and end as
professional reconnaissance—by which time Grice had already moved on through
Merton and into St John’s. The one institutional nicety to keep in mind is that
Oxford chairs are tied to specific fellowships: the White’s Professor is, by
statute, anchored to a college (in Paton’s case Corpus), so the “Chair” and the
“college man” are meant to coincide rather than to wander. In any case, for
Grice the point is not administrative but tonal: it mattered that the very
Oxford that produces talk of “principles” also produced, in Paton, someone
patient enough to catalogue the imperative’s disguises—and thereby to make
Grice’s own impulse to cast conversational demands in imperative form sound
less like an affectation and more like a home truth.). Grice: Caro Petrella, a Padova la logica
sembra valere più dell’oro! Dimmi, quanto pesa un argomento, quando lo porti in
aula: più di un fiorino o meno di una lezione di filosofia? Petrella: Ah Grice, ti
confesso che un buon argomento vale almeno quanto una cena in compagnia! Ma se
lo studi a Padova, magari ti arriva pure un aumento… peccato che la logica non
si possa mangiare. Grice:
Beh, tra logica e fiorini, forse dovremmo proporre una dimostrazione sul brodo
padovano: se è buono, lo studente resta; se è debole, fugge a Pisa! Petrella: Ottima idea! E
se mai la logica diventasse una pietanza, prometto di invitarti a Sansepolcro
per una cena filosofica… con argomenti al dente e stipendio ben cotto! Petrella, Bernardino (1552). De principiis rerum naturalium. Venezia: Comin
da Trino.
Igino Petrone (Limosano, Campobasso, Molise): la ragione
conversazionale dei sanniti e la setta d’Imera. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers move from
what is said to what is meant by assuming that speakers are trying to be
rational and cooperative, so that even apparently thin utterances like “It
looks real” or “It seems red” can carry systematic, cancellable implications
(for instance, that the speaker is unsure), generated by expectations about
relevance, informativeness, and candour rather than by the literal meanings
alone. Petrone, by contrast, approaches “reality” and “spirit” in the idiom of
early twentieth-century Italian idealism and moral psychology: his Il problema
della realtà (1914) treats the real not as a conversationally managed
commitment but as a philosophical problem bound up with the structure of
spirit, freedom, and the limits of determinism, and his rhetoric readily turns
on grand explanatory contrasts (heroism, will, inertia, moral genesis) rather
than on the fine-grained pragmatics of everyday assertions. The comparison,
then, is that Grice diagnoses how talk about reality works in practice—how our
ordinary locutions about seeming, appearing, and knowing express (and sometimes
merely suggest) epistemic stances within a shared inferential economy—whereas
Petrone treats reality as something to be secured (or reinterpreted) by a
substantive metaphysical-ethical account of human agency and spiritual
causation. From a Gricean perspective, Petrone’s “problem of
reality” would invite a further question about what conversational pressures
make it feel like a problem at all—what we are trying to guarantee, to
reassure, or to withhold when we speak of reality and appearance—while from
Petrone’s perspective Grice’s maxims would look like a local logic of civil
discourse that presupposes a deeper account of mind, will, and the moral life
that Petrone thought philosophy must supply. --- il megliore dei mundi attuali
– CLXXXIII, LX LX LX I -- Roma –A Pythagorean, who claims that the number of
worlds is CLXXXIII -- arranged in the form of a triangle: determinismo, l’eroe,
Ennea, eroe stoico, l’eroe sannita, il sannio, la lega sannitica, spirito,
inerza della volonta, due direzioni dell’inerzia della volonta, contro Gentile,
contro Nietzsche, umano, non sovrumano, filosofia del diritto, lo spirito,
liberta dello spirito, il limite della pscogenesi della morale, il principio
dell’amore proprio, il principio della benevolenza, amore proprio
conversazionale, benevolenza conversazionale, il sentimento morale, filosofia
del diritto, communismo giuridico, la simplificazione di labriola, contro
labriola, criticismo, idealism critico, meditazioni di un idealista, GENTILE
contro Petrone., Croce contro Petrone; l’identita sannia, psicologia del
sannita, i romani contro i sannita, la prima guerra sannita, la seconda guerra
sannita, la terza guerra sannita; la repubblica romana, l’espansionismo dei romani
nell’Italia, I romani contro i sanniti; bassorilievo dei sanniti, i liguri e i
sanniti, le popolazione italiche, economia e psicologia del Molise, il sannio,
la complessità dello spirito della filosofia italiana; il linguaggio sannita;
il linguaggio umbro, il linguaggio osco; il linguaggio falisco, limosano,
musanum, limosanum; un stato mercantile chiuse, Fichte contro Marx, Nietzsche,
il valore della vita, il problema morale, la filosofia del diritto, diritto
positivo, diritto naturale, la filosofia politica nel criticismo, azione,
l’etica e l’ascetica, l’etica dell’eroe come azione, l’energia dello spirito
contro l’inerza della volonta – l’inerza della volonta nell’elezione dei fini;
l’inerza della volonta nell’elezione dei mezzi; il spirito contro la volonta, i
limiti dei determinismo, l’indeterminismo dello spirito, la causa dello
spirito, causa spirituale dell’agire umano, lo spirito umano. Grice:” St John’s, 1950. These Saturday mornings are becoming funnier
than I had any right to expect. Yesterday Austin was on about “reality.” He
blamed the Italians for it—Igino Petrone in particular—and produced, with a
kind of show-and-tell flourish, a yellowing copy of Petrone’s 1914 Il problema
della realtà: “See, look, behold,” he said, as if the three verbs were a
philosophical argument. “At least in Oxford,” he added, “Bradley had the
decency to call it mere appearance.” I could not decide what was odder: that a
book could be made to stand in for a problem, or that “reality” should be
treated as though it were a foreign import, like vermouth. But Austin was
clearly pleased with his exhibit, and the rest of us were expected to nod—as if
the discovery that one can say “it looks real” were already half-way to
metaphysics.” Grice: Caro Petrone, mi incuriosisce il tuo pensiero
sulla “ragione conversazionale” dei sanniti e soprattutto la teoria dei
CLXXXIII mondi! Come si intrecciano, secondo te, la libertà dello spirito e la
complessità del nostro agire morale? Petrone: Grice, la libertà dello spirito è
proprio ciò che permette all’uomo di superare l’inerzia della volontà e
scegliere tra i fini e i mezzi — un vero problema morale! Nei miei studi
sull’eroe sannita, ho sempre pensato che la benevolenza conversazionale sia il
punto di partenza per ogni vera filosofia del diritto. Grice: Che interessante,
Petrone! Mi piace l’idea che la benevolenza non sia solo un principio astratto,
ma si manifesti concretamente nel dialogo. Forse, come dice il vecchio adagio:
“Volere è potere, ma conversare è conoscere!” E tu, come vedi il rapporto tra
la psicologia del sannita e quella del romano? Petrone: Ah, Grice, la
differenza è sottile ma profonda! Il sannita agisce per energia dello spirito,
il romano spesso per determinismo storico. Io credo che la filosofia italiana
abbia sempre saputo tenere insieme queste due direzioni — tra spirito libero e
inerzia della volontà, in un continuo confronto tra umano e sovrumano. Ecco
perché la conversazione resta il miglior tribunale per la morale! Petrone,
Igino (1914). Il problema della realtà. Torino: Bocca.
Giuseppe Pezza-Rossa (Mantova, Lombardia): la ragione
conversazionale della fisica, la geografia e l'astronomia, sposate insieme,
fanno sì che un italiano discopra il nuovo continente, ed un altro italiano
gl’imponga il nome -- l’eloquenza lombarda – l’implicature conversazionali. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
understanding as a practical exercise of rationality: in ordinary talk we
presume cooperative purposefulness, and we recover what a speaker means (often
beyond what is strictly said) by reasoning from shared norms of relevance,
informativeness, and sincerity, so that implicatures are not decorative but
disciplined inferences licensed by a speaker’s recognisable intentions.
Pezza-Rossa, by contrast, belongs to a nineteenth-century Italian setting in
which the battle-line is not pragmatics but scepticism, moral philosophy, and
the public authority of reason (often in explicit dialogue with Rosmini), and
his ambition for a “sola confutazione possibile” of scepticism is
characteristic of that climate: it seeks a principled, once-for-all refutation
rather than a conversational diagnosis of how sceptical challenges trade on
ordinary commitments. Still, the comparison is illuminating: Grice would say
that many sceptical manoeuvres depend on the very conversational practices they
affect to doubt, since the sceptic must rely on shared standards of assertion,
evidence, and intelligibility in order to communicate his doubt at all;
Pezza-Rossa tries to defeat scepticism by philosophical argument about
knowledge and its grounds, while Grice reframes the terrain by showing that
scepticism cannot get its grip without already presupposing a rationally
governed practice of giving and asking for reasons in conversation. In short,
Pezza-Rossa aims to kill scepticism with a single decisive proof, whereas Grice
explains why the sceptic keeps reappearing: the sceptical posture is parasitic
on the rational norms that make conversation and inquiry possible, and those
norms, once made explicit, expose the sceptic’s dependence even when they do
not silence him. Grice: “He wrote a LOT! Including a study
(or ‘ragionamento,’ as the Italians call it) on the spirit (spirito) of Italian
philosophy, which reminded me of Warnock, the irishman, and his search for the
soul of English philosophy!” -- Giuseppe Pezzarossa (o Pezza-Rossa – Grice: “In
which case, he is in the “R”s”). Studia a
Mantova. Insegna a Mantova. Co-involto nella repressione che porta al martirio
di Belfiore. D’idee tendenzialmente liberali e preoccupato sulle
condizioni sociali disagiate create dalla sorgente rivoluzione industriale che
pure ai suoi occhi rappresenta un'occasione di progresso. La pubblicazione del
suo saggio di filosofia gli procura guai con la congregazione dell'indice.
Partecipa attivamente ai moti. Condanato al carcere. Pezza-Rossa e uno dei XX
che partecipano alla riunione costitutiva del comitato rivoluzionario. Saggi:
“Critica della filosofia morale” (Milano, Stamperia Reale); “Lo spirito della
nazione italiana” (Mantova, Elmucci); “Saggi di filosofia” (Mantova,
Caranenti). C. Cipolla, Belfiore I comitati insurrezionali del Lombardo-Veneto
ed il loro processo a Mantova” (Milano, Angeli); Pavesi, Il confronto fra don
Tazzoli e don Pezza-Rossa in una prospettiva filosofica, in Tazzoli e il
socialismo Lombardo” (Milano, Angeli). La prova sull’esistenza esteriore.
Confutazione dello scessi. ALIGHIERI e la filosofia. Lo spirito della filosofia
italiana. Sistema di psicologia empirica. Il fondamento, il processo e il
sistema della umana esistenza. Il sistema politico e sociale della nazione italiana;
il sucidio, il sacrifizio della vita e il duello, supra il suicidio; “La
grammatica ideo-logica; ossia, la legge comune d’ogni parlare dedotta da quella
del pensare” il martirio di Belfiore; lo spirito della nazione italiana;
eloquenza lombarda. Grice: “St John’s, 1946. Back from the Admiralty, and
now lecturing to the whole university, I find myself hunting for material for
what I grandly call my “universal” seminars—so different from the tête-à-tête
tutorials with those fortunate enough to call St John’s their alma mater.
Woozley wants to run a joint seminar with me on scepticism, and I have said
yes. He arrived armed with the usual suspects; I arrived armed with what I
rather complacently call a fatal objection to the sceptic. Whereupon he says, “Yes,
yes—but what about Pezza-Rossa?” “Who?” “An Italian—almost pre-Risorgimento—and
you know how your father loves that stretch of peninsular history. Pezza-Rossa
wrote in La Biblioteca Italiana, if you’ve heard of it, about what he calls
Rosmini-Serbati’s ‘the only possible refutation’ of scepticism.” I said, “But
that’s neither here nor there; I shan’t be claiming in our seminar that my
objection is the only possible one.” “But how many times,” he muttered—almost
under his breath—“can you kill the same sceptic?”” Grice: Caro Pezzarossa, dicono che la
filosofia lombarda sia come il risotto: serve pazienza, un buon brodo e,
magari, una spruzzata di eloquenza! Dimmi, tra fisica, geografia e astronomia,
preferisci la luna di Mantova o il sole dell’Italia? Pezzarossa: Grice, ti
confesso che a Mantova la luna spesso si specchia nei fossi, mentre il sole, se
arriva, è sempre benvenuto! Ma tra implicature e continenti da battezzare, io
scelgo il brodo: almeno quello non finisce nell’indice! Grice: Ah, allora la
ragione conversazionale nasce tra i mestoli e le carte geografiche! E pensare
che un italiano ha scoperto il continente, e un altro l’ha chiamato… forse
dovremmo proporre a Oxford una nuova materia: “Filosofia della pentola e della
bussola!” Pezzarossa:
Grice, ottima idea! Basta che non ci mandino all’Indice per troppa saggezza. Se
l’eloquenza lombarda si sposa con la ragione conversazionale, forse la prossima
rivoluzione nascerà… in cucina! Pezza-Rossa, Giuseppe (1837). Sopra la sola
confutazione possibile dello scetticismo. Biblioteca italiana,
Giovanni Piana (Casale Monferrato, Alessandria,
Piemonte): la ragione conversazionale e l’implicature conversazionali dei merli.
Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats understanding as a rational, normative achievement: hearers
assume that speakers are trying to be cooperative and intelligible, and so they
infer speaker-meaning (including implicatures) from what is said plus context
plus publicly attributable intentions, with the maxims functioning as
constraints on what counts as a reasonable contribution. Piana’s work, by
contrast, grows out of Milanese phenomenology (in the Paci–Husserl orbit) and
is oriented toward describing how meaning shows up in lived
experience—especially in perception, imagination, and music—so that the “sense”
of an expression is tied to how it is heard, taken up, and sedimented in a
field of experience rather than derived from an implicit social calculus of
cooperation. Where Grice explains the extra content of utterances by appeal to
rational expectations in a conversational exchange (why a speaker would have
said that, given shared aims), Piana tends to treat meaning as structured by
forms of experience and attention (how something is given, how it is grasped,
how a temporal or musical articulation is experienced), making communicative
understanding closer to phenomenological disclosure than to inferential
reconstruction. The overlap is real, however: both resist a purely “code” model
of language and both insist that meaning outruns the bare sentence; but Grice
locates that surplus primarily in practical reasoning between interlocutors,
whereas Piana locates it in the intentional structures of consciousness and in
expressive forms (like music) where what is conveyed is not best captured as a
proposition plus implicature, but as a shaped experience that can be described,
compared, and clarified. Grice: “I never cease to get moved when I
read Piana’s notes, “Il canto del merlo”! That’s the way to do philosophy
of music – the Italianate warmth so strange and contrasting to the coldness of
Scruton!” Insegna filosofia a Milano e Pietrabianca di
Sangineto. Allievo di PACI, sotto il quale elabora la sua dissertazione
sulle opere inedite di Husserl. La sua posizione filosofica è
caratterizzata dal concetto di fenomenologia -- strutturalismo fenomenologico
-- influenzato particolarmente da Husserl, Wittgenstein, e Bachelard. Alcune
indicazioni sullo strutturalismo fenomenologico sono contenute in “L'idea di
uno strutturalismo fenomenologico”. La sua filosofia è orientata verso la
conoscenza, la musica e i campi della percezione e immaginazione. Allievi di P.
sono Basso, Civita, Costa, Franzini, Serra, e Spinicci. Uno dei più acuti
e originali filosofi italiani – L’Unità -- uno dei più interessanti interpreti
e prosecutori, in Italia, dell'indirizzo fenomenologico -- Paese Sera. Tra
i più lucidi, originali e fecondi fenomenologi italiani" -- "L'idea
di Europa e le responsabilità della filosofia". Vede l'esperienza della
fenomenologia di Husserl che costituì il centro d'interesse di un grande
maestro come Paci. Non è il caso qui di tracciare mappe di quelle vicende,
credo però che non sarebbe sbagliato sostenere che P., in quel gioco delle
parti, che è sempre l'apertura di un'esperienza plurale sul suggerimento di un
filosofo autentico, si è preso quella del fenomenologo più prossimo ai temi
duri di Husserl, agl’obbiettivi che stabiliscono la teoreticità della ricerca
fenomenologica come tratto distintivo ed essenziale rispetto ad altre figure di
pensiero -- L'Unità. Illustre filosofo della musica -- in "Il
significato della musica". il linguaggio di Spinicci, merli, la serie
dodecafonica, il triangolo di Sarngadeva. Oltre il
linguaggio, linguaggio e comunicazione. Grice: “St John’s, 1965. I sometimes
think Blackwell does it on purpose—unlike Thornton’s, where nobody cares either
way—putting all those Continental titles on display simply to irritate us. The
novelty this week is Piana’s Esistenza e storia. So far, so unobjectionable: we
do know that Charles I existed, and also that there is such a thing as history.
What irritates me slightly is the way Lampugnani Nigri files it in a series
called Biblioteca di filosofia e di cultura. Note the Italian curlicue: it
doesn’t merely suggest, it virtually entails, that culture is not part of
philosophy—and, worse, that philosophy is not part of culture. What was wrong
with Biblioteca, full stop? Or, if they must have the genitives, why not
Biblioteca di filosofia e cultura? But then I remind myself that we do not have
quite their institutional anxieties. Here philosophy sits quietly as a
sub-faculty inside Literae Humaniores, and nobody feels obliged to yoke it
theatrically to letters. In Bologna, by contrast, they are forever pairing and
re-pairing the two—filosofia e lettere, or lettere e filosofia—as if “and” were
commutative in logic but somehow never quite settled in the dean’s office.” Grice: Caro Piana, ma dimmi: il merlo che
canta a Casale Monferrato segue la fenomenologia di Husserl o preferisce
improvvisare come uno jazzista piemontese? Piana: Grice, il merlo ha
letto Husserl, ma quando trova un verme, improvvisa senza partitura! Se la
musica è esperienza, il merlo è maestro – e il verme, suo premio. Grice: Allora la ragione conversazionale
dei merli è la vera scuola piemontese! Immagino Wittgenstein sotto il balcone
che annota ogni cinguettio: “Questo sì che è linguaggio!” Piana: Eh, Grice, se
Wittgenstein avesse ascoltato il canto del merlo, forse avrebbe scritto
“Tractatus Melodicus”! E la logica, per oggi, la lasciamo ai passerotti: almeno
loro si capiscono davvero! Piana, Giovanni (1965). Esistenza e storia. Milano:
Lampugnani Nigri, Biblioteca di filosofia e di cultura.
Alessandro Piccolomini (Siena, Toscana): la ragione
conversazionale, l’implicatura conversazionale, e le figure di retorica
–LA RETORICA. Alessandro Piccolomini’s world is one in which
persuasion, explanation, and even scientific prose are consciously shaped by
rhetorical craft: he translates and teaches Aristotle’s Rhetoric and Poetics,
writes dialogues in the vernacular, and treats discourse as something governed
by figures, genre, audience, and the practical arts of making a point land; in
that sense, he belongs to a tradition in which what an utterance does is
inseparable from how it is framed, how it is received, and how it moves
hearers. Grice, by contrast, builds a theory that tries to separate what is
said (sentence meaning) from what is implicated (speaker meaning beyond the
words) and then to explain the latter as the product of reason-governed
conversational practice: hearers infer extra content by presuming cooperation
and rationality, treating apparent departures from informativeness, relevance,
or straightforwardness as calculable clues to intention. The meeting-point is
that both take communication to be norm-governed and audience-sensitive, but
they place the norms in different places: Piccolomini foregrounds rhetorical
and stylistic norms (figures, decorum, effective presentation across registers,
including the choice to write philosophy “in volgare”), whereas Grice
foregrounds norms of rational exchange that operate even when no one is “doing
rhetoric” on purpose, yielding implicatures as the disciplined by-product of
trying to be understood. From a Gricean angle, Piccolomini’s figures of
rhetoric can be redescribed as systematic ways of inviting particular
implicatures; from a Piccolominian angle, Grice’s maxims look like an attempt
to codify the background civility and prudence that rhetoric has always
exploited, but now stated not as an art of persuasion so much as a logic of
intelligible conversation. Grice: “I became especially interested in
rhetoric after Leech, an Englishman who ended up teaching at Lancaster, argued
that all I ever did was engage in ‘conversational rhetoric!” – LIZIO. Grice: “figure of rhetoric” – “rhetoric” versus “dialectic” inference
-Alessandro Piccolomini Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. arcivescovo della
Chiesa cattolica Incarichi ricoperti Arcivescovo di Patrasso
Nato a Siena Nominato arcivescovo Deceduto a Siena
Manuale Frontespizio della filosofia naturale (Siena,
Siena. Filosofo, etterato, astronomo e arcivescovo cattolico
italiano. Stemma della famiglia Piccolomini Blasonatura D'argento,
alla croce d'azzurro, caricata di cinque crescenti d'oro. Membro
egl’intronati (‘Stordito’). Venne rappresentata la sua commedia Amor Costante
ed Alessandro, entrambe dall'intreccio macchinoso, ma con vena psicologica e
moralistica. Legato all'ambiente degl’intronati è il Dialogo de la bella
creanza de le donne più noto come Raffaella. Professore a Padova per.
Insegna filosofia e partecipa alle attività degl’infiammati. Scrive ad Aretino,
esponendogli il suo pensiero sul volgarizzamento della prosa scientifica. Rientrato
a Siena, lascia la città per trasferirsi a Roma. Qui vive nell'ambiente del
card. Francisco de Mendoza. Uomo di grande cultura, traduce dal latino il
sesto libro dell'Eneide (VIRGILIO) e il tredicesimo libro delle Metamorfosi
d’OVIDIO, dal greco in italiano l'Economico di Senofonte, la RETORICA e la
Poetica del LIZIO e in latino il commento di Alessandro di Afrodisia ai
Meteorologica di Aristotele e la Meccanica Aristotelica. Nominato
arcivescovo di Patrasso, rimase a Siena come coadiutore dell'arcivescovo
Francesco Bandini Piccolomini. E il primo, molti anni prima di Bayer, ad
aver contrassegnato le stelle in base alla loro luminosità con delle lettere
(alfabeto latino). Grice: “St John’s, 1953. I’m putting together notes
for my turn in the joint seminar with Strawson on categories; we were on
relatives, and I found myself leafing through an old volume in the St John’s
library: Piccolomini’s Trattato della grandezza della terra e dell’acqua. As
the Reverend Sidney used to say, “Never read a book before reviewing it; it
will only prejudice you.” Still, the title alone is enough to tempt one into
relational talk. Grandezza is a comparative notion if ever there was one: the
earth is “great,” yes—but not great compared with the sun; grander, perhaps,
than the moon, and that is about the most one can say without specifying the
respect and the comparator. As for acqua, I’m less patient: water is on the
earth, so if Piccolomini is comparing earth and water he must mean the
proportion of the globe covered by each, or the relative extent of their
domains. That, at any rate, calls to mind Gilbert and Sullivan’s Barataria—an
island “completely surrounded by the sea,” or was it by the land?—and the whole
joke is that one can lose one’s bearings by mishandling the relatives. Even in
Harborne my father would take me down to the Avon to fish, and that was acqua,
not terra, though I stood on one to get at the other. So there.” Grice: Che piacere, caro Piccolomini! Lo dico spesso: qualcuno
preferisce un Piccolomini, ma Piccolomini è proprio il mio uomo! E non parlo di
quell’altro, sia chiaro – intendo te, con tutto il bagaglio di retorica,
implicature e quella brillante ironia senese. Piccolomini: Ah, Grice, la tua
preferenza mi diverte! Sai che a Siena, tra retorica e figure d'ingegno, non ci
facciamo mai mancare il sorriso. Essere “l’uomo” di un filosofo inglese mi fa
sentire quasi una stella – e non solo per l'alfabeto latino che ho usato! Grice:
Ecco, vedi? Persino la tua ironia la considero una figura retorica di alto
livello! In fondo, è la conversazione che illumina la filosofia, non le croci
d’oro dello stemma. Tu porti la luce, anche tra i “Storditi” e gli
“Infiammati”. Piccolomini: Grice, se la conversazione è una costellazione,
allora ci siamo guadagnati la nostra lettera! E se la retorica può far
sorridere un filosofo inglese, vuol dire che la filosofia italiana ha ancora
qualcosa da insegnare – tra implicature e commedie, anche la verità può essere
buffa. Piccolomini, Alessandro (1540). Trattato della grandezza della terra e
dell’acqua. Venezia: Marcolini.
Francesco Piccolomini (Siena, Toscana): la ragione
conversazionale dell’implicatura conversazionale del Lizio. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats ordinary
talk as a rational, cooperative practice: hearers routinely move from what is
said to what is meant by assuming that a speaker is trying to be intelligible
and by applying shared norms of relevance, informativeness, truthfulness, and
clarity, so that implicatures are not mystical add-ons but disciplined
inferences licensed by those norms and by recognisable intentions. Piccolomini,
writing as a late Renaissance Aristotelian and eclectic (with a program that
tries to reconcile Peripatetic “Lyceum” doctrine with Academic tendencies),
approaches meaning and mind from the opposite direction: instead of starting
with conversational interaction, he starts with the explanatory roles of soul,
intellect, and moral formation, offering functional-cum-teleological accounts
of anima as that by which a living body is organised and acts, and seeking, in
works such as his universal moral philosophy, a general basis for ethics that
would hold across local custom. The comparison is therefore a contrast of loci
of normativity: for Grice, the governing rationality is immanent in
conversational exchange itself—rules we tacitly rely on to interpret one
another—whereas for Piccolomini the governing rationality is anchored in a
broader natural-philosophical and ethical order (the functions of psychic
powers, the ends of action, the universal shape of mores), with language and
discourse serving largely as vehicles for articulating that order rather than
as the primary site where meaning is generated. In Gricean terms, Piccolomini
supplies rich background commitments (about agency, ends, and the structure of
practical reason) that can underwrite why conversation is a rational enterprise
at all, but he does not yet isolate the distinctive Gricean insight that much
of what we mean is systematically conveyed by what we responsibly leave unsaid.
Grice:
“What Piccolomini is trying to do, but knowing, is providing what I do in from
the bizarre to the banal – a good functionalist interpretation of the rather
poor functionalist explanation by Aristotle of what the Italians call the
‘anima,’ because it ‘animates’ the body (corpore). Insegna a Macerata, Perugia, e Padova. Analizza il III libro del
“Sull’anima” di Aristotele del Lizio. Saggio: “Peripateticarum de anima
disputationum”; “Academicarum contemplationum”. Tutore di TASSO (si vieda),
ricordato in “Il Costante; overo, dela clemenza”. Formula una teoria
sincretica tra l’accademia e il lizio. ‘Unico’ dei Filomati. Altre
saggi: “Universa philosophia de moribus” (Venezia, Franceschi); “Comes
politicus, pro recta ordinis ratione propugnator” (Venezia, Franceschi); “Libri
ad scientiam de natura attinentes” (Venezia, Franceschi); “Librorum Aristotelis
de ortu et interitu lucidissima exposition” (Venezia, Franceschi); “In III
libros de anima lucidissima expositione” (Venezia, Franceschi); “Instituzione
del principe”; “Compendio della scienza civile”; “VIII libri naturalium
auscultationum perspicua interpretatione” (Venezia, Franceschi); “In libros de
coelo lucidissima expositio” (Venezia, Franceschi). Treccani Dizionario
Biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia. Garin, “Storia
della filosofia” (Torino, Einaudi); Malmignati, “Tasso a Padova” (Firenze,
Riccardiana); Roma, Pieralisi (Firenze, Biblioteca nazionale, Conv. Soppr. (S.
Maria degli Angeli, Roma, Pieralisi, P., Cavalli, La scienza politica in Italia
(Venezia). apollo lizio, lizio, licio, liceo, lizeo, statua di apollo lizio, in
riposo dopo la palestra, il lizio, Aristotele lizio, i lizij, i lizii,
gl’aristotelici, i peripatetici – gl’accademici e i lizii, gl’accademicij e i
lizij. Grice: “St John’s, 1962. We have two Grices at
Oxford—myself, and a Welshman (G. R. Grice, who will eventually decamp to
Norwich)—but duplication of surnames is so common in Italian philosophy that it
begins to feel like a metaphysical thesis. Some people like Piccolomini, but
Piccolomini is my man—Francesco, that is—even if he has a taste for the
grandiose. Merton’s philosophical library has a copy of his Universa
philosophia de moribus, and I wish, charitably, that his syntax were clearer;
for surely universa, or whatever idea it is meant to carry, belongs with de
moribus rather than with philosophia, since philosophy, if it is anything at
all, is already universal. So Piccolomini is really hinting that he will supply
a universal basis for morals—Hegel’s ambition smuggled back behind Kant’s
Metaphysik der Sitten—and one wonders whether this is meant to involve
abandoning Bologna and sailing for Oceania to see whether mores there are
different. I doubt it. Hegel’s answer is the better one: reason is universal,
and if it does not look universal to a Bolognese in Oceania, that is because
reason also has a certain cunning, with which the Bolognese must learn to
contend—rather as he contends with the Devil—before setting about the
civilising business of educating humanity.” Grice: Caro Piccolomini, ho appena finito di
leggere il tuo commento sul “De anima” di Aristotele. Ma dimmi, tu l’anima la
trovi più facilmente in biblioteca o alla trattoria senese? Piccolomini: Ah, Grice, se
l’anima fosse nascosta tra gli scaffali, l’avrei prestata e mai più ritrovata!
Meglio cercarla tra un bicchiere di Chianti e due pici all’aglione: lì almeno
si manifesta senza metafore. Grice: Allora è vero che la filosofia italiana
ha più sapore! Ma attento, Piccolomini: Aristotele diceva che un corpo senza
anima non si muove… sarai mica tu a far danzare le pentole della cucina senese? Piccolomini: Grice, io
faccio danzare pure il cameriere, se serve! E se Aristotele avesse provato i
dolci di Siena, avrebbe aggiunto un capitolo sul “De anima felice” dopo il
panforte. Piccolomini, Francesco (1557). Universa philosophia de
moribus. Venezia: Giolito de’ Ferrari.
Giovanni Pico, dei conti della Mirandola e della
Concordia (Mirandola, Modena, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale di
Beniveni, o l’implicatura dell’accademia di Cicerone -- io priego Dio Girolamo
che’n pace così in ciel sia il tuo Pico congiunto come’n terra eri, et come’l
tuo defunto corpo hor con le sacr’ossa sue qui iace. Grice’s account of reason-governed conversational meaning treats
ordinary talk as a rational, cooperative enterprise: what a speaker means is
not exhausted by what the words conventionally say, because hearers routinely
infer further content by assuming that the speaker is aiming to be intelligible
and reasonable (so that apparent underinformativeness, irrelevance, or
overstatement can license calculable implicatures). Pico, by contrast, is not a
pragmatist of everyday conversation but a Renaissance architect of conclusions:
in the Conclusiones (1486) he stages philosophy as a disciplined yet audacious
display of thesis-making across registers (philosophical, cabalistic,
theological), with “concord” promised by systematic ordering rather than by the
minute management of conversational expectations. Still, Pico’s practice
creates Gricean pressure points: the very multiplication of “conclusions”
invites an audience to ask what is really being conveyed by the choice of
register, what is being smuggled from one discourse into another, and whether
the speaker’s stance is self-exempting or self-involving (as in the kind of
set-membership worries your “gentes/you people” motif dramatizes). So the
comparison is this: Grice explains how meaning is rationally recoverable in
dialogue through publicly accountable norms of contribution, while Pico
exemplifies a rhetoric of learned assertion in which meaning is advanced by
authoritative theses and by shifts of idiom—shifts that, from a Gricean angle,
function like deliberate conversational maneuvers that prompt the reader to
infer more than is explicitly stated about authority, scope, and intended
reconciliation. Grice: “I liked to say: some like Pico, but Pico’s my
man! Since I always preferred his cousin to the uncle!” – Cf. clavis
universalis – Rossi, cita P. Tesa in un breve arco
di tempo, la vicenda di Pico sembra innervata sullo scarto tra l’originaria
esaltazione della libertà umana e la tensione religiosa che anima gli scritti
più maturi, e che la biografia curata dal nipote irrigidisce in radicale
rigetto degli ideali passati. Marginali tanto nella lode di una libertà che
rende l’uomo mediatore tra cielo e terra, quanto nella critica di un sapere
mondano chiuso all’eterno, gli ideali civili a ben vedere vibrano nel fuoco di
una riflessione che insiste sui tratti radicali della vicenda umana e configura
originalmente temi consueti dell’Umanesimo fiorentino: dalla concordia tra
ragione e scritture al rapporto tra provvidenza e destino. La vita
Giovanni Pico della Mirandola nacque a Mirandola il 24 febbraio 1463. La sua
formazione si sviluppò precocemente sul duplice fronte della letteratura e
della filosofia: tra il 1477 e il 1478 studiò diritto canonico; nel 1479, a
Ferrara, fu avviato agli studi umanistici da Battista Guarini. Un orizzonte di
ricerca, questo, che Pico approfondì negli anni successivi a Firenze, dove
conobbe Angelo Poliziano, Girolamo Benivieni e, probabilmente, Marsilio Ficino:
una lettera composta in questi anni rivela del resto l’interesse di Pico per le
tesi che il filosofo fiorentino si accingeva a illustrare nella Theologia
platonica. amore platonico, amore socratico, Pico e Girolamo – l’epitafio
– amore platonico Ficino – la dignita dell’uomo, la concordia degl’antichi, la
magia, il platonismo di Pico. Pico e Pico, i apprendisti stragoni sodomiti, o
dell’amore accademico. Grice, "Grice
e Pico: the dignity of man. Grice: “St John’s, 1964. One really ought to take
the verb “to conclude” more seriously than philosophers have so far managed,
and I mean to do so in my upcoming seminar on reason and reasoning. For what is
reasoning, if not concluding? You conclude that q from the premise p because
your thought of the premise causes (or anyway ushers in) your thought of the
conclusion—at least that is what I am prepared, for the wonder of my audience,
to conclude. And then there is Pico, who reminds me that conclusiones non sunt
multiplicandae praeter necessitatem—for that is precisely what he does:
multiplies them, and with a beard into the bargain (when we know he wore none
in real life). St John’s has a copy of his tract labelled Conclusiones
philosophicae, cabalisticae et theologicae, which I find faintly insulting, as
I picture Pico in his cultivated Latin (which, I suspect, he spoke only on
paper): “I shall conclude in a threefold manner for thy delight. First,
philosophically: being is one, and there is dignity in man. Next,
cabalistically: two plus two equals four—preferably in some lunar interregnum,
and in Arabic numerals. Finally, theologically: take that ‘being’ from the
first conclusion and rephrase it as ‘God’.” And so on: a whole ladder of
conclusions, as if the only alternative to modesty were taxonomy.” G.: Trinity,
1964. I have been re-reading Pico with the sort of patience one usually
reserves for train timetables and impossible cousins. S.: One should always
reserve patience for Italians of quality. They return the investment with
Latin. G.: Pico returns it with conclusions. Hundreds of them. One feels, after
twenty pages, that he has mistaken taxonomy for salvation. S.: Yet Oxford keeps
him alive, somehow. G.: Alive, yes, but in the Oxford way: by successive faint
reappearances, never quite by institution, always by afterlife. Pico never
really got a chair. He got waves. S.: Waves? G.: Several. I have been counting
them. Since Oxford likes to say it is older than the Renaissance, it has always
preferred to receive the Renaissance in delayed parcels. S.: Then begin at the
beginning. G.: The beginning is not Pico in Oxford at all. The beginning is
Oxford existing before the word “Renaissance” had acquired enough self-respect
to travel. Bologna, Paris, Oxford: all medieval already, all pre-humanist in
structure, and therefore perfectly situated to import humanism later while
pretending it is merely a refinement of what was there all along. S.: The old
trick: continuity after the fact. G.: Precisely. So if one wants Pico in Oxford
in any direct sense, one does not get him by a don in a gown saying “today we
do Giovanni Pico della Mirandola.” One gets him by Italians teaching Englishmen
what a better Latin life might look like. S.: Linacre. G.: Linacre first, yes.
The nearest Oxford gets to touching the living Renaissance in the flesh. Oxford
training first, then Italy, then Florence, then Poliziano, then back again with
a better sort of confidence. S.: So Linacre knew the real thing. G.: As near as
Oxford gets to it. He was not merely reading about Florence from a northern
distance; he was there, and what matters for Oxford is that he appears to have
been tutored in the proper way, by an Italian humanist. Oxford will recognize
anything if it can be made to look like tuition. S.: The tutorial system is the
only sacrament it still believes in. G.: Exactly. Linacre is intelligible to
Oxford because one can say: he went out, found better teachers, and returned as
a more dangerous version of himself. S.: And Pico? G.: Time-wise it works
beautifully. Pico dies in 1494. Linacre’s Italian formation falls right into
the later 1480s and early 1490s. Florence is not a metaphor there; it is an
address. The one secure personal contact we can point to is Poliziano. Linacre
becomes Poliziano’s pupil. That is enough to make Florence real. S.: And enough
to make Pico possible without proving him. G.: Quite. Oxford in these matters
always prefers possibility with atmosphere to proof without romance. We can
securely say Linacre knew Poliziano. We can plausibly say he moved in the
Medici-humanist air in which Pico was a living presence. But we cannot yet say
he took tea with Pico, because Renaissance Florence did not, unfortunately,
leave tea-trays in the archive. S.: Colet then? G.: Less satisfactory, which
may be why he has always seemed spiritually closer to St Paul than to
Poliziano. Colet goes later. He travels 1493 to 1496. By then Pico is at the
edge of life, then gone. S.: So Colet is more heir than acquaintance. G.: That
is exactly the right formulation. He meets the aftermath, not the man. He
receives the Ficino-Pico world through writings, repute, and the late
Florentine atmosphere, not necessarily through handshakes. S.: Which also suits
Oxford better. Oxford likes mediated authority. G.: It likes authority to have
passed through enough people to become respectable. Linacre is the vivid line.
Colet is the assimilative line. S.: And both return in the 1490s. G.: Which is
the first proper Oxford appropriation of the Renaissance, yes. Not because the
Renaissance was then over, which is a foolish English fantasy, but because by
the time Oxford imports it, Italy has already made it mature and various. S.:
So the irony is not lateness after death, but lateness after development. G.:
Precisely. Oxford receives the Renaissance as one receives a confident younger
cousin who has already decided who he is. S.: Does Bacon enter here. G.: Only
if one wants a second entrance. The first entrance is humanist, philological,
Greek, biblical, rhetorical: Colet, Linacre, Erasmus-adjacent things. Bacon
belongs to a later entrance, the natural-philosophical one, with Telesio in the
background and anti-Aristotelian noises becoming dignified enough to travel
north. S.: So Bacon is not the first channel. G.: No. He is a later and
different channel. He helps import a Renaissance that has already become early
modern. Through him Telesio arrives as “modernorum primus,” and Oxford begins
to flatter itself that it has discovered novelty when in fact it has imported a
mature Italian quarrel by a second route. S.: And Pico by then? G.: Pico has
receded into emblem. One speaks of dignity, concord, theses, syncretism, magic
in the learned sense, and one invokes him as a Renaissance style of mind rather
than as a direct curricular author. S.: Which sounds exactly like Oxford. G.:
It is exactly Oxford. Authors are often more alive as adjectives than as set
texts. S.: Then comes the nineteenth century and the Germans. G.: Ah yes, the
Teutonic return of the Italian. Burckhardt first in effect, though by then Pico
is no longer merely an Italian humanist but a figure in a grand historical
narrative called “the Renaissance,” capital letters provided by the Germans and
consumed by the English. S.: Symonds. G.: Symonds is one of the great English
receivers, and in an Oxford-adjacent way. Not a founder, not an original
importer, but a Victorian remediator of the whole thing. He makes the
Renaissance available again to an English cultivated reader as a topic one can
carry in one’s luggage. S.: You mean his Renaissance in Italy. G.: Exactly. It
is not the original event; it is the event in English afterlife, richly
narrated, morally warmed over, and made into intellectual travel. S.: And
Pater, whom I dragged in accidentally. G.: Accidentally but correctly. Pater is
indispensable if one wants the Oxford Renaissance not as import but as
performance. He gives you The Renaissance in 1873 and inserts Pico there as
part of an Oxford aesthetic education. S.: So Pater matters as much as Symonds
for the Victorian wave. G.: More for Oxford proper, I should think. Symonds is
magnificent in bulk and reach, but Pater is the one who makes the Renaissance
an Oxford manner. He reads essays in Oxford, he turns art and Renaissance
individuality into cultivated inwardness, and thereby makes Pico available not
as a scholastic curiosity but as part of an aesthetic-intellectual sensibility.
S.: And yet the chairs remain with boring men. G.: There is the joke. Oxford
can aestheticize the Renaissance without reinstating it institutionally. The
Waynflete chair line in Pater’s time gives you not Pico restored to authority,
but Mansel, Chandler, Case, later John Alexander Smith, and then much later
Collingwood. S.: Chandler particularly sounds like a man who would file Pico
under “miscellaneous enthusiasm.” G.: Precisely. The chairs never quite become
Renaissance chairs. The Renaissance enters Oxford through criticism, essays,
travel, reading, not through a formal re-foundation of metaphysical authority.
S.: So Pater and Symonds are waves, not institutions. G.: Very good. That is
the entire history in miniature. Pico in Oxford is mostly wave and afterwave.
S.: Then Bosanquet? G.: A short bridge, not a long one. If you want to connect
the aesthetic school to idealism, Bosanquet is the best plank. Pater is not
Bradley in silk; Bosanquet at least allows aesthetics into idealism without
turning it wholly decorative. S.: So the line is not Pater to Bradley directly.
G.: No, too strong. Better: Pater contributes to an atmosphere of serious
culture, inwardness, and aesthetic ideality in late Victorian Oxford; Bosanquet
gives one philosophical aesthetics inside idealism; Bradley remains metaphysically
larger and aesthetically less immediate. S.: And Grice later grows up under the
anti-idealist reaction to all of this. G.: Under the reaction, yes, but not
under amnesia. Oxford never forgets enough to be honest. It replaces without
erasing. So by Grice’s period you still have Collingwood as a bridge figure,
still carrying historicist and idealist seriousness in the Waynflete chair
before Ryle’s appointment in 1945 institutionalises the new severity. S.: So if
one wanted to dramatise it, one could say: Pater gives Oxford a Renaissance
mood; Bosanquet gives it an aesthetic metaphysic; Collingwood keeps alive the
historical-intellectual dignity of the old atmosphere; Ryle then sweeps the
carpets and puts the furniture in straight lines. G.: Very good, though too
kind to Ryle. He did more than straighten the furniture; he made old upholstery
sound dishonest. S.: And Grice suffers under that. G.: Suffers and profits,
which is the proper Oxford balance. One always suffers under what one later
refines. S.: Return then to Pico himself. How many waves did you count. G.: Let
me see. First wave: the living Italian-humanist contact through Linacre and, in
a weaker way, Colet in the 1490s. Second wave: the
Baconian-natural-philosophical later Renaissance route, though more Telesio
than Pico directly. Third wave: the Victorian historical-aesthetic recovery
through Symonds. Fourth: Pater’s Oxford aesthetic internalisation, including
the Pico chapter. Fifth: the early twentieth-century and interwar
history-of-ideas treatment, mostly through Burckhardt’s shadow and Germanic
apparatus. Sixth: the postwar anthology-and-scholarship wave—Cassirer,
Kristeller, Garin, and that 1948 anthology making Pico standard Anglophone
Renaissance philosophy. S.: The sixth wave, if you have been counting them. G.:
Exactly. The 1948 collection is particularly useful for my purposes, because by
then Pico is not merely alive in a vague cultural way; he is anthologized,
edited, presented as one of the standing names in “Renaissance Philosophy.” S.:
Which means that by Grice’s Oxford years Pico is available. G.: Available, yes.
Central, no. Alive as a known name in Renaissance humanism, yes. A routine
author for Greats, certainly not. A living comparative point for someone with
enough curiosity and enough bibliographical vice, certainly. S.: And Grice had
both. G.: Curiosity and vice, yes. Enough to make an occasional joke about
conclusiones and the multiplicative habits of Italians. S.: The title
Conclusiones must have pleased him. G.: Immensely. It gives him a verb to
overwork. For what is reasoning, after all, if not concluding, and what is Pico
but a man who mistakes the product of reasoning for a distributable genre. S.:
And Benivieni. G.: Ah, Benivieni belongs to the other side of the story, the more
intimate Florentine side, where Pico is not a textbook but a friend, an elegy,
a local intellectual weather. That side does not really enter Oxford directly.
Oxford receives the printed Pico, not the Florentine sorrow. S.: Which is a
pity. G.: Oxford is excellent at pity once it has been translated into a
lecture. S.: Then what should our conclusion be. G.: That Pico’s influence on
Oxford is real but mostly indirect, cumulative, and repeatedly mediated. He
never becomes, in the strict institutional sense, re-installed. He is not
re-founded into the chairs. He arrives by humanist contact, returns by
historical narrative, is aestheticized by Pater, systematized by German and
later Italian scholarship, and finally becomes part of the cultivated
Renaissance repertoire available to an Oxford philosopher of Grice’s years. S.:
In other words, he keeps speaking, but never from the podium. G.: Precisely. He
speaks from the margins, from anthologies, essays, afterlives, and successive
waves of civilised recovery. Which may be the best way for Pico to speak. A man
of nine hundred theses would be intolerable with a permanent chair. S.: And
Linacre remains the one who knew the real thing. G.: The nearest Oxford got,
yes. Linacre at least had the advantage of Italian tuition and Florentine air.
Colet has the writings. Bacon has the later natural-philosophical detour.
Symonds has the Victorian rediscovery. Pater has the Oxford style. Burckhardt
and Cassirer have the grand framing. The 1948 anthology has the postwar domestication.
And meanwhile the chairs remain with perfectly competent men who would never
have allowed Pico to run the timetable. S.: So here we are, with Pico left
behind. G.: Left behind institutionally, yes. But still walking about the place
in a perfectly Oxford way: not as a requirement, but as a name one ought to
know if one wishes to sound as if one has not merely read philosophy but
inherited civilisation.Grice: Caro Pico, la
tua ragione conversazionale mi lascia sempre a bocca aperta! Dimmi, è vero che in Mirandola si discute
anche col demonio, o è solo una leggenda? Pico: Grice, qui il demonio è solo uno
studente fuoricorso! Ma credimi, tra Benivieni e Ficino, a volte preferisco
discutere con le streghe: almeno non correggono i miei latinismi! Grice: Ma allora è vero
che a Mirandola l’amore platonico si trasforma in magia? Dicono che l’accademia
sia piena di apprendisti stregoni... e qualcuno anche sodomita! Pico: Grice, qui siamo
filosofi: la magia la lasciamo ai poeti e la sodomia agli invidiosi! In
accademia preferiamo le implicature: almeno, se sbagliamo, possiamo dire che
era ironia! Pico, Giovanni P., dei conti della Mirandola e della
Concordia (1486). Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae.
Roma: Plannck.
Giovanni Francesco Pico della Mirandola
(Mirandola, Modena, Emilia Romagna): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dello stregone sodomita. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers work out what a speaker means by presuming rational cooperation and
using shared norms to infer implicatures from what is said plus context plus
recognisable intentions; meaning is thus not merely in words but in a rational,
socially accountable practice of making oneself understood. Pico, by contrast,
approaches interpretation through a Renaissance mixture of sceptical pressure
(via Sextus and Pyrrho against easy Aristotelian confidence), moral diagnosis
(the very ambition of exposing “vanity” in doctrines, and the self-including
risk that the examiner’s own stance is caught by the same charge), and a
semiotic-imaginative world in which signs can mislead (the daemon motif as a dramatization
of systematic deception and error). Where Grice makes the rationality of
conversation methodologically central—implicature as a controlled, defeasible
inference from conversational norms—Pico is preoccupied with the fragility of
those inferences under suspicion, self-reference, and the treacherous scope of
collective terms like “the nations” or “you people,” which can accidentally
sweep the speaker into what he purports to stand outside; in Gricean terms,
Pico’s writing is a rich generator of cases where the usual cooperative
presumption is strained by polemic, moralising, and sceptical doubt, thereby
foregrounding exactly the conditions under which reason can (or cannot)
securely govern what is meant beyond what is said.” Grice: “It is very
likely that Cartesio took the idea of the malignant daemon from Pico, who was
obsessed with him – with the daemon, I mean! “Demonio!”” Grice: “I like Pico.
Ackrill suggested that I should translate happiness as taking ‘daemon’
seriously. Pico does: He allows Alberti’s use of ‘demonio’ as a direct
translation of Roman ‘daemone,’ which is Grecian in nature.”Grice: “A daemon is
always ‘maschile,’ succubus, or incubus – and stregus is gender-neutral, too,
as Pico was very well aware when he allowed the burning of a few male witches
at Mirandola. On the other hand, he uses Sextus Empiricus and Phyrro against
Aristotle!” Grice: “Like Gentile, and Rosselli, two other Italian philosophers,
he was murdered – by his successor to the county!” “A very sad thing is that he
was murdered along with his son Alberto.” Grice: “The murderer, a Pico, succeeded him without much of a revolt –
That’s the Renaissance forya!” --- PICO, Giovan Francesco. –
Primogenito di Galeotto I (fratello di Giovanni) e di Bianca Maria, figlia
illegittima di Niccolò III d’Este, nacque, probabilmente a Mirandola, presso
Modena, nel 1469, sei anni dopo il celebre zio Giovanni. Della sua
infanzia e adolescenza – forse trascorse in parte alla corte di Ferrara –, così
come della sua formazione, si conosce pochissimo. Il 26 gennaio 1491, ormai
ventunenne, prese parte, presso la corte milanese degli Sforza, ai
festeggiamenti per il matrimonio fra Ludovico il Moro e Beatrice d’Este. Due
mesi più tardi fu la volta del suo matrimonio con Giovanna Carafa, dalla quale
ebbe dieci figli. La dote della moglie gli consentì di acquistare dallo zio
Giovanni parte del feudo e i diritti ereditari sul principato della Mirandola:
una mossa destinata a suscitare il risentimento. demonio, demonologia – read
excerpts of Stryx in the Italian volgare under entry for
translator. Acrkill, Pico and Alberti, on ‘demonio’,” Grice:
Woodstock Road, Sunday, 1952. Yesterday Austin finally put it neatly: “Some
people like Wittgenstein, I grant you that, but Moore was, is, and will remain
my man.” I find the motto useful. I brought back from St John’s—God knows
why—this heavy volume of Pico’s Examen vanitatis doctrinae gentium, and I’m
tempted to say: some people like Pico, but Pico is my man; except that this is
not the Pico, but the other Pico. I have been worrying away at the
heterological paradox, and it occurs to me that Pico commits something like it
in an Examen of the vanity of the doctrines of the nations: for how can he ever
be sure he is not himself being vain—or, worse, that his own doctrine, once
properly examined (as I propose to do tomorrow), is not vain to the core? Pico
will say he is not one of the gentes; but is there a trickier noun than “the
nations”? Even down the pub one hears “you people,” as if the speaker weren’t
automatically swept up into the very set he is helpfully denouncing.” Grice: Qualcuno preferisce Pico, ma Pico è il mio uomo! E lo dico con
convinzione, caro Pico: intendo proprio te, non quello più famoso. Da filosofo
a filosofo, sento che la tua profondità e il tuo spirito critico mi hanno
sempre affascinato. Pico: Ah, Grice, la tua stima mi onora! Non sai quanto sia
raro trovare chi sappia distinguere tra i nomi e apprezzare il pensiero
autentico, anche se non sempre celebrato. La fama è solo una maschera, mentre
la verità filosofica è questione di dialogo e ricerca personale. Grice: Proprio
così! E non posso non ricordare la tua attenzione alla questione del demonio —
quel daemon che diventa felicità, ma anche inquietudine. È un tema che spesso
trascuriamo in nome dell’ortodossia, ma tu hai il coraggio di guardare dove
pochi osano. Pico: La filosofia, caro Grice, nasce proprio da quella
inquietudine. Tra demonio e ragione, tra streghe e saggi, il mio cammino è
stato sempre un po’ fuori dal coro. Ma è nel dubbio che si scorge
l’autenticità, e sono felice che tu lo riconosca. Siamo uomini di dialogo,
dopotutto! Pico, Giovanni Francesco P. della Mirandola (1496). Examen vanitatis doctrinae gentium. Bologna: Benedictus Hectoris.
Padre Venceslao Pieralisi, O. F. M. Ref. (Jesi, Ancona, Marche): la ragione conversazionale o la teoria del segno. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers routinely get from what is said to what is meant by presuming that talk
is a cooperative, purposive activity conducted under shared norms (roughly: be
informative, truthful, relevant, and perspicuous), so that apparent departures
from those norms are interpretable as rational and therefore calculable
implicatures; the central mechanism is intention-recognition constrained by
publicly available “how a reasonable speaker would be expected to proceed
here.” Pieralisi’s “theory of the sign,” by contrast, starts from a semiotic
taxonomy (natural vs. arbitrary signs, signans and signatum) and then
formulates explicitly normative “maxims” for verbal use—use words with their
established usage, avoid ambiguity, and interpret discourse by attending to (i)
the sense the speaker has stipulated, (ii) what the context shows the speaker
meant, and (iii) what the speaker can be presumed to know about the subject,
since no one can mean to express what he does not know; where Grice builds a
pragmatic theory around cooperative rational agency and derives implicature as
a by-product of rational expectations in dialogue, Pieralisi offers an earlier,
more scholastic-logic-inflected manual of sign-use and interpretation that
already anticipates key Gricean ingredients (context-sensitivity, a presumption
of competence/knowledge, and a norm against ambiguity) but treats them less as
an explanatory model of inferential enrichment and more as prescriptive canons
for how signs ought to be used and understood. Grice: “Amazing how
Pieralisi just thought whatever I later thought for the Oxford Philosophical
Society! I especially love the way his praecepta predate my conversational
maxims, the full set!” – Keywords: segno, segno naturale, segno artificiale,
segnare, agente segnante, segnatum. Esalta il
valore della pace fra i romani e fra tutte le creature. L’anima è presente non
solo negl’esseri umani, ma anche negl’altri animali, ai quali appunto l'anima
conferisce come agl’uomini un'esistenza eterna al di là della morte. Per tali
motivi sottolinea la necessità etica di trattare gl’animali con rispetto ed
amore. De anima belluarum: sopravvivenza? Una domanda, Rocco, Venezia. “Della
filosofia razionale speculativa parte soggettiva ossia la logica” (Pace, Roma);
“La filosofia razionale pratica; ovvero, dei doveri naturali” (Pace, Roma);
“Sui vizi capitali dell'insegnamento scientifico: riflessioni” (Pesar). Segno
chiamo una cosa qualunque che colla manifestazione di se indica una qualche
altre cosa. Col vedere che e quell oche dico “segno” si viene a sapere che sia
anche l’altro di cui e segno. Segno ARBITRARIO chiamo quell oche per libera
disposizione degl’uomini e stato destinato ad indicar la cosa che significa. Nel
segno naturale l’eistenza sua coll’esistenza di quell ova naturalmente
congiunta. Il segno è rappresentativo si sta in lugo della cosa che significa,
la rappresenta, ne tiene le veci. Come l’immagine de un uomo si pone in lugo
dell’uomo. Ci sono V massime della conversazione. La parola si adopre ad
esprimere ci oche l’uso stablito vi esprime. Si deve evitare la ambiguità. Per
intedere il discorso si tiene in cota tre fattori. I al senso che colla
definizione il parlante ha dichiarato di voler dare alla sua parola. II a
quello que aparisce DAL CONTESTO avvervi volute significare. III al CONCETTO
che si sa ch’egli puo avere delle cose di cui parla, perche nessuno puo volere
esprimere quell che non sa. segnare, segnato, segnante. Grice: “St John’s,
1960. Austin is dead and, oddly, I feel free at last to say what everyone
except us insists on calling ordinary-language philosophy (the hyphen is
essential): conjugation. I have before me Pieralisi’s rather dated Della
conoscenza umana—and conoscenza is just the sort of grand noun Austin would
never have used, bless him. I grant Pieralisi should not use it either, since
all the real complications are in the verb. I know, Austin used to say, is one
thing: a way for the speaker to try to reassure his addressee that he can vouch
for what he is saying. But you know is quite another; and thou knowest (as
Chaucer would have it) belongs to a different social universe altogether. He
knows is either mildly foolish or else the sort of thing a Roman matron would
say to end a dispute; we know is almost impossible even by Popper’s standards;
ye know is simply rude; and they know is positively Viking. The worst of it is
that Pieralisi does not even bother with what he ought to bother with: io so,
lo so. The Italians can take Hume’s little worries about personal identity and
make them genuinely unrecoverable. But then Pieralisi’s title would have to be
Della sapienza umana, and he knows—sa, not conosce—better. And to think that in
Bologna they even maintain a chair in what they pompously call Gnoseologia.” Grice: Pieralisi, mi dica: se io segno con il
dito la tazza del tè, è segno naturale o artificiale? E soprattutto, la tazza
deve preoccuparsi? Pieralisi:
Caro Grice, se la tazza tremasse, sarebbe un segno naturale! Ma se arrossisse, probabilmente
è un segno artificiale inventato dagli inglesi per confondere noi filosofi
marchigiani. Grice:
Allora mi chiedo: se il mio cane mi guarda quando apro la credenza, è segno che
ha capito la conversazione o sta solo segnando dove sono i biscotti? Pieralisi: Grice, in
questo caso il cane usa la massima della conversazione: “Evita l’ambiguità,
segna i biscotti!” Se fosse filosofo, ti chiederebbe anche una tazza di tè –
senza arrossire. Pieralisi, Venceslao (1873). La filosofia razionale
pratica, ovvero Dei doveri naturali. Roma: Chiapperini.
Mario Pieri (Lucca, Toscana): ragione
convversazionale ed implicatura convversazionale, la filosofia toscana, e la
filosofia italiana. Grice’s account of reason-governed conversational
meaning treats ordinary talk as a cooperative rational enterprise: speakers are
presumed to be pursuing shared purposes under norms of relevance,
informativeness, truthfulness, and clarity, and it is precisely by relying on
those norms that hearers can infer what is meant but not explicitly said
(conversational implicature), making pragmatic interpretation a kind of
disciplined calculation from what is said plus context plus publicly
attributable intentions. Pieri, by contrast, comes from the Peano-influenced
axiomatic culture of late Italian mathematics, where rigor is achieved by
laying down primitive terms and rules and then deriving results with explicit
control over dependence on axioms; his work in the foundations of projective
geometry (including axiomatizations over the reals and, later, the complexes)
exemplifies a style in which meaning and validity are secured by formal
structure rather than conversational presumption, even while the surrounding
Italian humanist tradition (your Leopardi passage) insists that elegance,
imagination, and “poetic” insight accompany proof. The comparison, then, is not
that Pieri anticipates Grice’s maxims, but that both offer a norm-governed
picture of intelligibility: Grice locates normativity in the social practice of
talk and in intentions recognisable by an audience, whereas Pieri locates it in
the explicit architecture of a deductive system; where Grice explains how we
responsibly get from sentence to speaker’s meaning, Pieri exemplifies how we
responsibly get from axiom to theorem—two different sites for the same ideal of
disciplined reason, one conversational and one formal. Si laurea a Pisa. ottenne l’insegnamento a Torino ed entra in contatto con
PEANO e FORTI. Insegna a Torino, Catania, e Parma. Sotto l'influsso
della scuola di PEANO, si volge alle indagini critiche sui fondamenti
dell’aritmetica. P. è legato a interessanti ricerche sui fondamenti della
geometria e in particolare alla prima presentazione assiomatica della geometria
proiettiva complessa.. or — Lan più profondo, e ben più atto a dissipare ogni
cattiva opinione delle matematiche, il pensiero del nostro (+. Leopardi, che
qui ripeto con le sue stesse parole. LEOPARDI dice. È certo che il
grande poeta può essere anche gran matematico, e viceversa. Se non è, se il suo
spirito si determina ad un solo genere (che non sempre accade) ciò è puro
effetto delle circostanze. Ed altrove. Si può dir che da una stessa sorgente,
da una stessa qualità dell’animo, diversamente applicata e diversamente
modificata e determinata da diverse circostanze e abitudini, vennero i poemi di
ALIGHIERI e i Principi matematici della filosofia naturale di Newton. Si o
Signori; anche la matematica è in non piccola parte poesia! Anche il matematico
guarda dall’ alto la realtà delle cose. E, astraendo da ciò che hanno di
greggio e di mutabile o caduco, ne ravvisa le parti perfette e immanenti, ne
rileva le mutue relazioni con linguaggio espressivo ed universale. Anche il
matematico trasforma certe impressioni da pochi avvertite in mirabili edifizi
speculativi, come per sola virtù di fantasia. Al matematico tocca similmente il
travaglio di costringer l’idea nella formula, di cimentare il pensiero alla
stregua di lunghi e penosissimi calcoli ! E (dico con Exkico OVIDIO) il
sentimento dell’eleganza nel concetto e della venustà nella forma non spiccano
forse nei veri matematici come nei poeti. Così che spesso una dimostrazione è
bella quasi allo stesso modo di un so- [Pensieri di varia filosofia e di bella
letteratura ’ implicatura, segno di negazione, segno di congiunzione, segno di
disgiunzione, segno d’inclusione, segno d’igualanza. St John’s, 1952. I don’t understand him. Of
all things he could be translating, Austin has set his heart on Frege’s Zahlen
book—commissioned by Blackwell, no less. As if anyone with the faintest
interest in what Frege says about Zahlen can’t struggle through a bit of
German. And it isn’t only the editorial work. He brings the oddest things to
our Saturday mornings—by which I mean: Frege, and then more Frege. Give me
geometry any day. St John’s has a valuable copy of Pieri’s Problemi di
geometria pura—and I can see why there are problemi there. But at
least the Italians—unlike Frege—had Croton (or Crotone, in their
charming misspelling): because it all begins with metre, and with the
goddess Gea. Grice: Pieri, ho sempre trovato affascinante il modo in
cui la sua riflessione matematica sfocia nella poesia, e viceversa. Mi
incuriosisce come lei veda il rapporto tra rigore logico e creatività
nell’elaborazione dei fondamenti geometrici. Esiste davvero una linea di
confine netta, o sono le due attività due facce della stessa medaglia? Pieri:
Caro Grice, la sua domanda coglie nel segno: per me, logica e creatività sono
intrecciate come i fili di un arazzo toscano. La matematica, come la poesia,
nasce da uno sguardo che sa andare oltre l’apparenza, e solo attraverso questa
tensione tra ordine e immaginazione si giunge all’eleganza di una dimostrazione
davvero bella. Grice: È proprio vero, Pieri. Lei dimostra che anche nelle
“implicature”, quelle sfumature del significato che restano nascoste dietro ai
segni—negazione, congiunzione, disgiunzione—c’è una ricchezza quasi poetica. Le
è mai capitato di “sentire” una soluzione matematica prima ancora di
formalizzarla, come un’intuizione improvvisa? Pieri: Eccome, caro collega! A
volte è proprio un lampo, come un endecasillabo che prende forma nella mente.
Poi, certo, viene il lavoro, il travaglio di costringere quell’idea nella
formula, come dicevo citando Leopardi. Ma senza quell’istante ispirato, la
matematica sarebbe solo contabilità senz’anima. E lei, Grice, non trova che
anche nella conversazione si celino formule eleganti, se appena le sappiamo
ascoltare? Pieri, Mario (1908). Problemi di geometria pura. Torino: Bocca.
Vittorio Achille Pini (Reggio Emilia): la ragione
conversazionale e la filosofia italiana. Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning treats understanding as a rational,
norm-sensitive achievement: speakers are presumed (unless special reasons
intervene) to be cooperating in ways that make their contributions
interpretable, and hearers recover what is meant by attributing intentions
under shared expectations of relevance, adequacy, and intelligibility, with
implicatures arising when what is said is not the most straightforward way to pursue
the conversational point. Pini, as your passage frames him, sits at the
opposite end of the philosophical temperament: a militant printer-journalist
and anarchist propagandist for whom words are instruments of action,
recruitment, defiance, and risk-management, so that the governing “rationality”
of discourse is not primarily the polite rationality of mutual understanding
but the strategic rationality of agitation, signaling, and solidarity under
pressure; manifestos, polemics, and revolutionary appeals are saturated with
intended effects (mobilize, shame, expose, delegitimize) and with
audience-targeted inferences that often depend on deliberately loaded phrasing
rather than on cooperative clarity. The comparison therefore sharpens Grice by
contrast: Grice models implicature as what a reasonable hearer infers in a
cooperative exchange aimed at shared understanding, whereas the Pini milieu
foregrounds how implicatures can be weaponized, how audiences can be
engineered, and how “what is meant” may be designed to polarize rather than
converge, even while still remaining fully intention-governed and
inference-driven. On the bibliographic side, the item in your passage (Vittorio
Achille Pini, La vita e le opere di Leonardo da Vinci, Firenze: Sansoni, 1882)
is at least a plausible anchor for showing that Pini can also appear as a
conventional author in a learned genre, which lets you juxtapose two
speech-economies: the descriptive, encyclopedic register (where Gricean
cooperation is easy to assume) and the insurgent register (where cooperation is
fragile and inference is shaped by conflict), both of which still rely on the
same basic Gricean idea that meaning is something an audience can rationally
reconstruct from what is said plus what it would make sense for the speaker to
be doing. Figlio di un volontario di GARIBALDI , patisce
un'infanzia molto difficile e miserabile - molti suoi fratelli moriranno a
causa della indigenza, e per questo inizia a lavorare in una tipografia all'età
di 12 anni, prima di essere assunto nella stamperia di un giornale
repubblicano, dove cominia ad interessarsi di politica. Successivamente alla
vittoria della sinistra alle elezioni, aderisce all’internazionale dei
lavoratori dopo aver assistito ad una conferenza di Barbani. In seguito si
trasfere a Milano, dove partecipa allo sciopero dei tipografi, che si conclude
con un fallimento dopo sei mesi di dura lotta. La sconfitta sul piano sociale,
lo convince dell'inutilità di questo genere di lotte, spingendolo ad assumere
toni più radicali e illegalisti. All'epoca P. trova lavoro come pompiere,
mestiere che lo porterà anche a compiere atti eroici come la salvezza di una
famiglia intrappolata nella propria casa andata in fiamme. Emigra. Avvicinatosi
alla corrente individualista, fonda il gruppo gl’intransigenti, chiamato anche
i ribelli, gl’introvabili, e gli straccioni, insieme a Parmeggiani, Zavoli e
Marroco. Il gruppo gravita intorno alle attività della stamperia de La Révolte
prima e de Il Pugnale poi, di cui assume la carica di direttore insieme a
Parmeggiani. Partigiano dell'individualismo, P. teorizza l’esproprio come mezzo
rivoluzionario per abolire la proprietà privata e giungere così al comunismo
anarchico. A P. vengono attribuiti un gran numero furti e rapine allo scopo di
finanziare varie attività propagandistiche, tra cui l'apertura di una stamperia
e la nascita del giornale Il Ciclone. Pubblica manifesti, tra cui il manifesto
degl’anarchici al popolo d'Italia, che chiama il popolo italiano ad insorgere,
criticando apertamente Cipriani coll’accusa d’aver tradito gl’ideali della
rivoluzione sociale. Ceretti e Prampolini, dopo aver preso le difese di
Cipriani ed aver accusato gli autori del manifesto di essere al soldo della
polizia, P. e Parmeggiani si recano in Italia per vendicare quello che secondo
loro era una grave diffamazione. private property, Loke. “Grice: St John’s, 1951. The Ashmolean is running a Leonardo da Vinci
exhibition—“Vinci,” as I persist in calling him, as if he were a neighbour with
a surname—and Blackwell’s has obligingly placed in the window a formidable tome
by one Pini: La vita e le opere di Leonardo da Vinci. Potts went too, and
between his enthusiasm and my weakness for catalogues our tutorial was largely
swallowed by Renaissance memorabilia. “He was a Renaissance man,” Potts said,
and then—anticipating my objection—added, “if that’s what I’m implying.” “He
was,” I said, “but be careful: ‘Renaissance man’ is a phrase generally used by
people who are not Renaissance men. As a description it often tells you more
about the speaker than about Leonardo.” Potts frowned politely. “I don’t
follow, sir.” “You needn’t,” I said. “It’s enough to notice that some labels
are less informative about their subject than they are revealing of the
labeler. ‘Renaissance man’ can be a compliment, but it can also be an
advertisement of one’s own taste for compliments.” He brightened at that, so I
pressed my luck: “For next week, write on this: why the only man who can do
philosophy is, in a sense, a Renaissance man—yet why doing philosophy is not at
all the same thing as doing Renaissance philosophy.” “Very well, sir,” Potts
said, with the unnerving cheerfulness of someone who suspects he has just been
given a paradox and is looking forward to living in it.” Grice: Caro Pini, ho letto della tua giovinezza travagliata e della tua
passione per la giustizia sociale. Mi incuriosisce come la tua esperienza tra
le tipografie e il mondo operaio abbia influenzato il tuo pensiero filosofico.
Come hai conciliato la lotta quotidiana con la ricerca della verità? Pini: Grice, la realtà dura delle mie origini
non mi ha lasciato alternative: la filosofia, per me, è sempre stata azione. Ho
imparato presto che la parola può essere arma e ponte insieme. La mia
partecipazione agli scioperi e all’Internazionale dei lavoratori mi ha
insegnato che la verità non è solo da pensare, ma da vivere, anche attraverso
il rischio e la ribellione. Grice: In
effetti, il tuo radicalismo e la scelta di esproprio come strumento
rivoluzionario mi ricordano che la filosofia può diventare prassi concreta,
persino eroica. Ma dimmi, come vedi oggi il rapporto tra individualismo e
collettivo? È ancora possibile trovare una sintesi autentica o siamo condannati
alla frammentazione? Pini: La sintesi,
Grice, è difficile ma necessaria. Ognuno di noi deve essere libero di esprimere
il proprio pensiero, ma la vera rivoluzione si fa insieme, non da soli. Mi
piace pensare che “gli intransigenti”, “i ribelli”, siano la prova che
l’individualismo può diventare forza collettiva quando è guidato dalla passione
per la libertà e la giustizia. Dopotutto, come si dice dalle mie parti, “da
soli si va veloci, insieme si va lontano”. Pini, Vittorio Achille (1882). La
vita e le opere di Leonardo da Vinci. Firenze: Sansoni.
Pietro Piovani (Napoli, Campania): la ragione
conversazionale d’Enea, l’eroe al portico, o l’implicatura conversazionale
assente. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats understanding as a rational reconstruction under publicly shared
norms: hearers assume (ceteris paribus) that speakers are cooperating, and they
recover what is meant by asking what intention a reasonable speaker could be
expressing, with implicatures arising where the literal wording would otherwise
make the contribution look oddly weak, irrelevant, or over-elaborate. Piovani,
as your passage frames him, approaches normativity from a different direction:
post-war ethical and juridical reflection focused on the individual’s becoming
a person through responsibility, and on the pressure to remake idealism after
the collapse of voluntaristic attualismo; his willingness to coin a term like
assenzialismo exemplifies a philosophical temperament that is less interested
in keeping theory close to everyday conversational expectations and more
interested in retooling the vocabulary so that moral experience and historical
trauma can be said at all. The comparison, then, is that Grice makes “reason”
visible in the micro-economy of talk by showing how ordinary speakers manage
inference, commitment, and mutual recognition without needing a special idiom,
whereas Piovani highlights a situation in which ordinary idioms may feel
morally or historically inadequate, prompting the philosopher to invent a new
register that deliberately disrupts default conversational implicatures (your
“implicatura assente” theme), aiming not at efficient coordination but at
ethical reorientation and conceptual repair. The overlap is that both treat
meaning as answerable to norms rather than to mere semantics: for Grice the
norms are those of cooperative rational exchange, for Piovani the norms are
those of moral responsibility and the cultivation of personhood, which can make
conversational smoothness itself look like a kind of evasion. For anchoring
detail, the bibliographic point in your passage is solid: Piovani’s Lineamenti
di una filosofia della morale (Napoli: Morano, 1961) is the natural textual
hinge for linking his moral-philosophical project to Grice’s contemporaneous
interest in how ordinary words like good, ought, and responsible function in
actual practices of giving reasons. Grice: “Like Austin, and then again
like me, Piovani could invent lingo. The whole point of ordinary-language
philosophy was an attack on ‘philosophical language,’ and there we are, Austin,
Grice and Piovani INVENTING unordinary philosophical language! In Piovani’s case is ‘assenzialismo’!” Studia a Napoli. Insegna a Trieste,
Firenze, Roma, Napoli. Dei lincei. Scrive su alcuni fogli del regime. La sua
ricerca filosofica ha avvio all'indomani immediato della tragica conclusione
della seconda guerra mondiale e di ciò porta i segni anche nell’elaborazione
della propria caratterizzazione etico-politica, presto approdata alle ragioni
del liberalismo democratico. Dinanzi alla drammatica conclusione dell’esito
volontaristico dell’attualismo, la necessità di ripensare il modello
idealistico lo induce ad un'intensa riflessione sul significato e sul valore
dell'individuo nel suo farsi persona. Spazia dalla filosofia del diritto alla
filosofia del concetto, ricopre incarichi nelle più importanti accademie
italiane. Fonda il centro di studi su VICO. Pratica una fenomenologia
dell'individuale. Per P. l’individuo non è concepito come un'entità chiusa ed
ego-istica tendente all'assolutizzazione ma, al contrario, accettando egli la
sua natura di vivente limitato, afferma sé stesso nella responsabilità della
propria azione. Concorrono elementi esistenzialistici, l’analisi
dell’esperienza comune. Di ciò è documento “Norma e società”. Utilizza anche
temi della prima azione di Blondel. i principi metafisici di Vico, Vico,
principio, filosofia nuova di Vico, la Gerarchia, Roma e tiranna – colletivo,
guerra, esperienza condivisa, ventennio del regime, il debito di Vico a Roma,
la Roma di Vico e la Roma antica, interpretazione filosofica, idealismo, Hegel,
implicatura assente, assenzialimo. Grice: St John’s,
1962. Back from the cricket tour I wandered into Blackwell’s, meaning to pick
up something harmless and ended up arrested by last year’s new arrival:
Piovani’s Lineamenti di una filosofia della morale. Lineamenti is one of those
Italian words that feels like a title even before it has committed to meaning
anything very definite, but the subtitle caught me at once, because it took me
straight back to Hardie at Corpus and my first discovery that Oxford can make
even “morals” sound like a technical subject. I remember phoning Mother in
Harborne: “We’re doing Aristotle’s Ethics with Hardie.” “Ethics? Morals?
Haven’t you had enough of those at home?” “No, Mother—at Oxford they
distinguish between ethos and mos, between being decent and theorising about
decency; it’s not that we’re being moralised at, it’s that we’re doing Moral
Philosophy.” “That sounds like a roundabout way of admitting hypocrisy.” “Not
hypocrisy, Mother—hypercrisy: the art of being more scrupulous than is
comfortable.” She let that pass, as mothers sometimes do, and I stood there in
the shop thinking that Piovani has the right instinct: once you write
‘philosophy of morals’ you’re not talking about sermons, you’re talking about
the odd business of turning common practical words—good, right, ought—into
objects of argument. And of course it also reminded me of the standing joke:
ordinary-language philosophers spend their lives attacking philosophical jargon
and then promptly inventing their own; Austin did it, I do it, and Piovani does
it with assenzialismo, as if the best cure for metaphysical fog were to name it
in fresh Italian and watch it become respectable.” Aderenze al nazi-fascismo Figlio di 2 maestri elementari, educato al senso
dell'appartenenza nazionale e cresciuto fino ai vent'anni sotto il fascismo,
Pietro Piovani si formò a Napoli, dove, nella prima giovinezza (come invero
molte altre future figure di spicco della vita culturale e civile italiana),
prese anche parte alle attività del Gruppo universitario Fascista (GUF)
cittadino e scrisse su alcuni fogli del regime.
Il partigiano combattente[1] ebreo[2][3][4] Alberto Defez (*Napoli,
17.06.1923; †Napoli, 28.12.2014), suo compagno di classe ginnasiale al Liceo
Ginnasio Statale "Jacopo Sannazaro" di Napoli, lo cita nelle sue
"Memorie"[5]: «In questo contesto di notevole rilievo, l'unica nota
stonatura costituita da un nostro collega di ginnasio, amico mio e di Giorgio
Formiggini[6][7][8][9], quel Pietro Piovani, cui ho già fatto cenno, che
scriveva articoli firmandoli con il suo nome e cognome ovvero con lo pseudonimo
di "Pluvius". Il contenuto di questi articoli era atroce giungendo
fino alla delazione. Ricordo un articolo dove era scritto che un certo negozio
in Napoli portava la denominazione di un "ariano", ma tale
denominazione celava la vera proprietà che era di un ebreo, del quale riportava
nome e cognome. Piovani si definiva il "mistico del razzismo". Sia io
che Giorgio Formiggini, che eravamo stati suoi compagni di classe dal 1º al 5º
ginnasio, se lo incontravamo in un luogo pubblico temevamo di fornirgli
un'occasione che gli suggerisse un articolo sul "IX maggio"[10][11]
ove si segnalasse la presenza non gradita nei locali pubblici di ebrei. Ma ciò
per fortuna non si verificò. Dopo la liberazione Piovani fu inquisito dal
Comitato per l'epurazione nel 1944 a Napoli. Tale Comitato era insediato in
alcuni locali del Palazzo Reale. Ricordo che fui convocato per testimoniare di
fronte ad un magistrato, il giudice Di Serafino[12] che conoscevo di vista,
abitando egli al Vomero a Via Luca Giordano, nel mio quartiere. In tale
occasione il professore Arangio Ruiz prese le difese di Piovani[13] e credo che
non vi fu alcun seguito all'inchiesta. Successivamente, dopo la liberazione,
Pietro Piovani ebbe comunque una tale evoluzione che lo portò ad essere
professore universitario ed un letterato di fama internazionale, tanto che dopo
la sua morte al suo nome fu dedicata un'aula[14][15] nella Facoltà di Lettere
dell'Università di Napoli.»
"Alberto Defez sceglie due figure di riferimento per spiegarci la
complessa situazione di allora: il compagno di scuola, diventato un notissimo
intellettuale nel dopoguerra, che scriveva sul giornale del GUF delle vere e
proprie delazioni contro gli ex-amici che contravvenivano alle regole imposte
dalla leggi razziali (abbiamo visto i tali al cinema...) e, per contrasto,
l'ingegnere che lo assunse trasgredendo volutamente alle imposizioni del
regime."[16][17][18][19][20] Le poche
annate della rivista "IX maggio" (1940-1943) / "Novemaggio"
(1943), tra il giugno 1940 e il giugno 1943, erano dominate dal motivo della
guerra rivoluzionaria, che trasmetteva ai giovani del Gruppo Universitario
Fascista "Mussolini" di Napoli l'ansia di individuare una linea di
marcia nella storia. Poiché il fascismo aveva sostituito, nelle parole scritte
da Pietro Piovani: «agli immortali principi dello storicamente putrefatto
individualismo e al giudaico internazionalismo» il concetto romano e fascista
della suprema legge della salute pubblica, la guerra si presentava adesso «come
proiezione, dalla teoria filosofica alla prassi storico-politica,
dell'antipositivismo fascista opposto al positivismo borghese».(68) «(68) P.
Piovani, "Rivoluzione mondiale", Nove maggio, 4, 25 luglio 1940.
Sulla medesima falsariga Id., "Immortalità dell'idea fascista", IX
maggio, 5, 15 agosto 1940 (quando la rivista assumeva definitivamente questa
nuova testata).»[21]. Con maggior vigore
di Antonio Ghirelli, sulla rivista "IX maggio", Pietro Piovani
riprendeva stralci di un articolo[22] del gerarca nazista Joseph Goebbels per
avvertire che: «... il cameratesco contatto con il popolo germanico potrebbe
insegnarci qualcosa nei confronti della lotta contro gli ebrei [...] Anche in
Italia urgono contro i giudei provvedimenti difensivi, idonei alle esigenze del
momento. Altrimenti sarebbe lecito parlare di un [...] «pietismo
nazionale».(74)[23]» «(74) Pluvius, "Nostro antisemitismo", IX
maggio, 3, 15 dicembre 1941. Qualche mese prima il medesimo Pluvius notava con
rammarico come si fosse lasciato cadere il saggio suggerimento di Interlandi di
chiudere tutti gli ebrei in campi di concentramento ("Mimetismo di
Israele", 19, 15 agosto 1941)»[24].
Scriveva, inoltre: "Novus
Ordo", pubblicato in "Gerarchia", Anno XX, nº 10, ottobre 1941,
Tipografia Il Popolo d'Italia, Pag. 518[25]; "Funzione educativa del
Fascismo", pubblicato in "Politica Nuova", Roma, 1-15 novembre
1941, Pag. 526[26][27][28]; "Francia in attesa", pubblicato in
"Politica Nuova", Roma, 1-15 dicembre 1941, Pag. 594[29];
"Moralità della guerra totale", in cui scrive: "Questa moralità
(della guerra) è vigorosamente affermata da Pietro Piovani in "Libro e
Moschetto" del 27 marzo (n.d.r.: 1943) nº 22, contro le troppe e troppo
alte condanne dello sfacelo materiale e morale del mondo, che deriverebbe dalla
lotta armata. «Nessun clima - dice Piovani - è più morale di questo in cui
viviamo, che impegna totalitariamente le energie degli uomini ed abilisce ogni
disparità di fronte al pericolo.»"[30]; "Roma e Tirana",
pubblicato in "Gerarchia", Anno XXI, nº 9, settembre 1942, Tipografia
Il Popolo d'Italia, Pagg. 371-373, e riferendosi alla partecipazione emotiva
degli italiani al conflitto con la Grecia: «Questo modo di sentire e di
interpretare gli eventi deve essere posto in luce perché esso indica che un
ventennio di regime fascista è riuscito a dare agli Italiani almeno quel senso
di preoccupazione della tutela e della difesa dei propri interessi, che è il
presupposto indispensabile per la formazione di un'autentica e completa
coscienza imperiale.»; "La filosofia delle equazioni", pubblicato in
"La difesa della razza. Scienza, documentazione, polemica", Anno XIX,
1940, Pag. 43; in occasione del Ventennale della Marcia su Roma e del compiersi
della Rivoluzione Fascista, il 28 ottobre 1942 scriveva su "IX maggio -
Quindicinale del GUF e dell'Ateneo di Napoli" Anno III, nº 22-23-24-25,
del 28 ottobre 1942: «Uno di quelli che potrebbero mussolinianamente chiamarsi
«tempi della rivoluzione» si è concluso; un altro incomincia. Proprio perché
permeati di questo 'senso di continuità' noi guardiamo all'anniversario non
come ad un punto di arrivo, ma come ad un piuolo d'una scala che mena alla
riconoscenza storica della Patria.»[31].Note
Voce: "Alberto De Fez", in "I PARTIGIANI D'ITALIA - Lo
schedario delle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne
della Resistenza" Voce:
"Alberto De Fez", in "Resistenti ebrei d'Italia" della
"Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea
(CDEC)" Voce: "Defez,
Alberto", in "Digital Library" della "Fondazione Centro di
Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC)" "Defez, memorie di un combattente",
in "Pagine Ebraiche / Moked" - Giornale dell'ebraismo italiano"
dell'"[Unione delle comunità ebraiche italiane|Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane (UCEI)]", 04.02.2020]
Alberto Defez, a cura di Suzana Glavaš, Raccolta di Memorie - Memorie di
Alberto Defez, Memorie di Bruno Herrmann, Collana "Testimonianze
Dirette", La Mongolfiera Editrice, Doria di Cassano allo Ionio (CS), 2019,
ISBN 9788896254028, Pag. 44. Giorgio
Formìggini, nato a Napoli il 17.07.1923, figlio di Arrigo Formiggini e di Gina
Voghera, era un giovane napoletano di origine ebraica, frequentò da vomerese la
Classe Speciale Ebraica della Scuola Elementare "Luigi Vanvitelli" di
Napoli, e decisa vocazione antifascista. Dopo l'entrata in vigore in Italia
delle leggi razziali fu costretto ad abbandonare la scuola e cominciò a
dedicarsi a tempo pieno al suo impegno politico. Rimase nel Comando Militare
Regionale del Lazio dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) fino alla
liberazione della città, dove ricoprì l'incarico di Capo di Stato Maggiore di
Raggruppamento Divisionale Partigiano (equivalente al grado di Capitano), e divenne
in seguito un fedele e promettente "rivoluzionario professionale",
ovvero un funzionario della Federazione Comunista Napoletana, dove passò da una
posizione trotzkista a una ferma scelta stalinista. Nel 1956, dopo essere stato
isolato all'interno del Partito Comunista Italiano in quanto
"stalinista", abbandonò la causa per cui si era battuto e cominciò a
insegnare cancellando il suo passato e vivendo con il solo ricordo. (Aldo De
Jaco, "Fine di un gappista. Giorgio Formiggini e lo stalinismo
partenopeo", Marsilio Editori S.p.A., Venezia, 1999, ISBN 8831770098, ISBN
9788831770095). Maria Teresa Regard,
"Autobiografia 1924-2000. Testimonianze e ricordi", Collana
"L'Annale Irsifar. Testimonianze e ricordi. Storia contemporanea
dell'Istituto Romano per la Storia d'Italia dal Fascismo alla Resistenza",
FrancoAngeli Edizioni, Milano, 2010, ISBN 8856821486, ISBN 9788856821482. Piero Calamandrei, Alessandro Casellato,
Franco Calamandrei, "Una famiglia in guerra. Lettere e scritti
(1939-1956)", Gius. Laterza & Figli S.p.A., Bari, 2014, ISBN
8858112822, ISBN 9788858112823. Il
diploma di Medaglia Garibaldina di Giorgio Formiggini. Quindicinale del Gruppo Universitario
Fascista "Mussolini" di Napoli.
Il 9 maggio 1936 il Regno d'Italia annette formalmente l'Impero
d'Etiopia, dopo averne presa la capitale Addis Abeba il 5 maggio, e Vittorio
Emanuele III viene proclamato Imperatore d'Etiopia. Marcello di Serafino, nato a Napoli il 25
marzo 1920; già dal 1940 è Avventizio di Segreteria della Regia Università
degli Studi di Napoli; con Decreto Ministeriale del 20 aprile 1945 è 7º su 390
partecipanti nel concorso per titoli a 250 posti di Ufficiali Volontari di
Pubblica Sicurezza (Gruppo A), bandito con D.M. dell'8 settembre 1944 ed
assegnato alla sede di Milano; nel 1945/1946 fu Assistente Volontario alla
Cattedra di Filosofia del Diritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Regia
Università degli Studi di Napoli, il 31 dicembre 1946 fu assunto in servizio
nell'Amministrazione Giudiziaria; nel 1949 fu Pubblico Ministero al Tribunale
di Tortona (AL); nel 1954 come Pretore di Valenza (AL) prese parte ai processi
dell'Eccidio di Cadibona; dal 30 ottobre 1953, partendo da Giudice arrivò ad
essere Presidente del Tribunale di Alessandria; dal 3 dicembre 1975 egli fu il
Presidente della Corte nel processo contro il brigatista Massimo Maraschi,
nell'ambito del sequestro di Vittorio Vallarino Gancia e la successiva
uccisione di Mara Cagol. Il 2º Ministro
di Grazia e Giustizia del Governo Badoglio I (27.07.1943-17.04.1944) fu Ettore
Casati, un "indipendente" in carica dal 15.02.1944 al 17.04.1944.
Egli durante il suo mandato volle fortemente accelerare la formazione di un
Gabinetto di "politici". In questo intento egli concertò con altri
membri dello stesso governo (Epicarmo Corbino (Ministro dell'Industria, del
Commercio e del Lavoro, Giovanni Cuomo (Ministro dell'Educazione Nazionale),
Raffaele De Caro (Ministro dei Lavori Pubblici)) un piano di dimissioni
collettive che avrebbero dovuto aprire la strada alla sostituzione del Gabinetto
di "tecnici" con un vero e proprio governo di coalizione in grado di
esercitare una maggior forza nelle trattative con le Forze Alleate di
occupazione. Egli, inoltre, si batté fortissimamente per l'elaborazione di un
disegno di decreto (Regio Decreto-Legge nº 29/B del 28.12.1943
"Defascistizzazione delle Amministrazioni dello Stato, degli Enti locali e
parastatali, degli Enti comunque sottoposti a vigilanza o tutela dello Stato e
delle aziende private esercenti servizi pubblici o di interesse nazionale",
pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia nº 6 del 29.12.1943) per
l'espulsione degli elementi fascisti dall'apparato dello Stato. Tale progetto
muoveva dalla considerazione, come ha rilevato Benedetto Croce, che
l'epurazione dovesse essere un vero e proprio "atto politico"
(Benedetto Croce, "Quando l'Italia era tagliata in due. Estratto di un
diario (Luglio 1943 - Giugno 1944)", Giuseppe Laterza e Figli, Bari, 1948,
Pag. 325). In tale progetto Ettore Casati distingueva l'azione da compiere ai
fini dell'epurazione in 3 parti: 1) il licenziamento dei dipendenti della
Pubblica Amministrazione "gravemente compromessi" col Regime
Fascista; 2) un'epurazione riguardante anche coloro che non fossero stati
impiegati dello Stato, ma risultassero in qualche modo "gravemente
compromessi"; 3) la riapertura di taluni processi politici che erano stati
conclusi troppo affrettatamente allo scopo di scagionare i colpevoli di delitti
compiuti per favorire l'affermazione del Regime Fascista. Tale disegno di legge
trovò tuttavia l'opposizione del successore di Ettore Casati al Ministero di
Grazia e Giustizia, Vincenzo Arangio-Ruiz (22.04.1944-08.06.1944), che lo
criticò sostenendo che andava contro il principio della
"irretroattività" della legge, non tenendo conto, come Ettore Casati
si sforzava di sostenere, che non si trattava di questione giuridica, ma
politica. L'Aula Magna "Pietro
Piovani", da 130 posti, del Dipartimento di Studi Umanistici
dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II" è ubicata alla
Scala C al 3º Piano nel Complesso Universitario di San Pietro Martire di Via
Porta di Massa, 1 – 80133 Napoli (NA) e si raggiunge tramite il ballatoio al
quale si accede o attraverso la Scala D, 1º Piano, oppure tramite la Scala C,
2º Piano Ammezzato (si deve salire una piccola rampa di scale per accedere al
ballatoio). Un'altra Aula Universitaria
fu intitolata a Pietro Piovani; essa si trovava al 1º Piano dell'Edificio C,
nei locali dell'ex Facoltà di Lettere e Filosofia, oggi utilizzati dal
Laboratorio Filosofico-Giuridico e Filosofico-Politico "Hans Kelsen",
presso il DSG - Dipartimento di Scienze Giuridiche della Scuola di
Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Salerno, al Campus Universitario
di Fisciano in Via Giovanni Paolo II, 132 - 84084 Fisciano (SA). Con Delibera
del Consiglio della Facoltà di Giurisprudenza del 18/07/2011 si è deciso di
reintitolare l'"Aula Pietro Piovani" con la nuova denominazione di
"Aula Prof. Alfonso Catania".
Mario Avagliano, Marco Palmieri, "Di pura razza italiana. L'Italia
«ariana» di fronte alle leggi razziali", Baldini & Castoldi, Milano,
2013, ISBN 8868656213, ISBN 9788868656218, Pag. 154. Gabriella Gribaudi, "Guerra, catastrofi
e memorie del territorio", Enciclopedia Treccani, Roma 2015. Gabriella Gribaudi, "Le leggi razziali a
Napoli", in Giancarlo Lacerenza e Rossana Spadaccini (a cura di),
"Atti delle Giornate di Studio per i settant'anni delle Leggi Razziali in
Italia - Napoli, Università "L'Orientale" - Archivio di Stato - 17 e
25 Novembre 2008", Collana "AdSE - Archivio di Studi Ebraici" nº
I, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" - Centro di Studi
Ebraici, UniOrPress, Napoli, 2020, ISSN 2035-6528 (WC · ACNP), ISBN
978-88-6719-020-1, Pag. 165. Gabriella
Gribaudi, "La memoria, i traumi, la storia. La guerra e le catastrofi nel
Novecento, Viella Libreria Editrice, Roma, 2020, ISBN 8833134377, ISBN
9788833134376, Pag. 73. Gabriella
Gribaudi, "Memoria, storie di ebrei a Napoli. Il bravo cittadino filosemita
e solidale si contrapponeva al fascista infido e obbediente al regime", in
Corriere del Mezzogiorno, Napoli, 27 gennaio 2023. Paolo Varvaro, "L'ideologia della razza
nel fascismo", in Giancarlo Lacerenza e Rossana Spadaccini (a cura di),
"Atti delle Giornate di Studio per i settant'anni delle Leggi Razziali in
Italia - Napoli, Università "L'Orientale" - Archivio di Stato - 17 e
25 Novembre 2008", Collana "AdSE - Archivio di Studi Ebraici" nº
I, Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" - Centro di Studi
Ebraici, UniOrPress, Napoli, 2020, ISSN 2035-6528 (WC · ACNP), ISBN
978-88-6719-020-1, Pag. 90 e successiva Nota nº 68. Molto probabilmente questo: Paul Joseph
Goebbels, «Die Juden sind schuld!», in Das Reich, Franz-Eher-Verlag, Berlino,
Anno II, nº 46, 16 novembre 1941, Pagg. 1-2
Che riprende il senso della frase: «Wir müssen böse sein, ohne Erbarmen,
bevor die anderen böse werden. Deshalb sind die
Konzentrationslager erschaffen worden. Ein Gericht ist eine zu lange Sache. Wir
müssen brutal handeln!» (tr.: «Dobbiamo essere cattivi,
senza pietà, prima che gli altri diventino cattivi. Per questo sono stati
creati i campi di concentramento. Il tribunale è un affare troppo lungo.
Dobbiamo procedere più brutalmente!»), Adolf Hitler, Discorso ai lavoratori di
Oberslzberg, Villa Wolkonsky, 20 marzo 1937.
Paolo Varvaro, "L'ideologia della razza nel fascismo", Pag. 91
e successiva Nota nº 74. "Dottrina
Fascista", 1941, Pag. 174.
"Dottrina Fascista", 1941, Pag. 172. Bollettino del Regio Ministero degli Affari
Esteri, nº 11, Novembre 1941, Pag. 1117.
"Problemi della gioventù - Rassegna quindicinale della stampa
italiana ed estera", Comando Generale della Gioventù Italiana del
Littorio, Roma, 1941, Pag. 101.
"Dottrina Fascista", 1941, Pag. 246. Critica fascista - Rivista quindicinale del
fascismo diretta da Giuseppe Bottai", 1942, Pag. 156. Ugo Piscopo, "Giovinezza in coturno - Il
teatro i giovani lo Stato fra le due guerre. Con un'Appendice da "IX
maggio"", Collana "Biblioteca di Sinestesie" nº 43,
Edizione I, Associazione Culturale Internazionale - Edizioni Sinestesie,
Avellino, 2016, ISBN 978-88-99541-21-7, Pag. 310. Based on the
material we’ve already pinned down, here is the wartime list in a clean format:
title, venue, date or year, and a plain English gloss. [Rivoluzione mondiale] in [Nove maggio], no.
4, 25 July 1940 English: World Revolution
[Immortalità dell’idea fascista] in [IX maggio], no. 5, 15 August 1940
English: The Immortality of the Fascist Idea
[Mimetismo di Israele] in [IX maggio], no. 19, 15 August 1941, signed
“Pluvius” English: The Mimicry of Israel
[Nostro antisemitismo] in [IX maggio], no. 3, 15 December 1941, signed
“Pluvius” English: Our Antisemitism
[Novus Ordo] in [Gerarchia], year XX, no. 10, October 1941 English: New
Order [Funzione educativa del Fascismo]
in [Politica Nuova], Rome, 1–15 November 1941 English: The Educational Function
of Fascism [Francia in attesa] in
[Politica Nuova], Rome, 1–15 December 1941 English: France in Waiting [La filosofia delle equazioni] in [La difesa
della razza], 1940 English: The Philosophy of Equations [Roma e Tirana] in [Gerarchia], year XXI,
no. 9, September 1942 English: Rome and Tirana
[Moralità della guerra totale] the source you quoted ties this to [Libro
e moschetto], no. 22, 27 March 1943 English: The Morality of Total War unnamed 28 October 1942 piece for the
twentieth anniversary of the March on Rome in [IX maggio] / [Nove Maggio:
quindicinale del GUF dell’Ateneo di Napoli], year III, nos. 22–25, 28 October
1942 The quotation you pasted begins: “Uno di quelli che potrebbero
mussolinianamente chiamarsi ‘tempi della rivoluzione’...” English sense: a
celebratory-anniversary piece on the continuity of the Fascist Revolution. And just to anchor the venues: [Nove Maggio]
had the subtitle “quindicinale del GUF dell’Ateneo di Napoli,” that is, a
fortnightly of the Fascist University Group of the University of Naples,
published in [Napoli]. [Libro e moschetto] had the
subtitle “giornale dei gruppi fascisti universitari in armi.” English: journal of the fascist university groups in arms. So, if you
want the shortest conclusion: the earliest currently verified Piovani wartime
title is [Rivoluzione mondiale], 25 July 1940, and the wartime sequence then
runs through explicitly fascist, racial, educational, and war-moral titles in
1940–1943, some under his own name and some under “Pluvius.” If you want, I can
next do one very useful thing in the same chat-only mode: turn this into a
strict chronological table with three columns only: Italian title English gloss
venue and date.Here is a careful English translation of the core passage,
keeping the tone factual and neutral while preserving the very strong content.
I am not endorsing the claims; I am translating what the cited source says.
Pietro Piovani, the son of two elementary-school teachers, was raised in a
sense of national belonging and grew up under fascism until the age of twenty.
He was educated in Naples, where in his early youth, as happened with many
later prominent figures in Italian cultural and civic life, he also took part
in the activities of the local Fascist University Group, the G.U.F., and wrote
for some regime newspapers. His former grammar-school classmate at the
Liceo-Ginnasio “Jacopo Sannazaro” in Naples, the Jewish partisan fighter
Alberto Defez, mentions him in his memoirs. Defez recalls that, in an otherwise
distinguished setting, the one discordant note was their former schoolmate
Pietro Piovani, already mentioned earlier, who wrote articles either under his
own name or under the pseudonym “Pluvius.” According to Defez, the content of
those articles was appalling and went as far as denunciation. He recalls one
article stating that a certain shop in Naples appeared to bear the name of an
“Aryan,” but that this name concealed the real owner, who was a Jew, whose full
name the article then gave. Defez adds that Piovani described himself as a
“mystic of racism.” Defez and his friend Giorgio Formiggini, both former
classmates of Piovani and both Jewish, feared that if they encountered him in a
public place, he might seize the occasion to write an article in IX maggio
denouncing the unwelcome presence of Jews in public venues. Defez says that,
fortunately, this never happened. After the liberation, Piovani was investigated
in Naples in 1944 by the purge committee. Defez recalls being summoned to
testify before a magistrate, Judge Di Serafino. He also recalls that Professor
Arangio-Ruiz defended Piovani, and he believes that the inquiry led to no
further consequences. He then notes that, after the liberation, Piovani
underwent such an evolution that he later became a university professor and an
internationally known man of letters, to the point that after his death a
lecture hall at the University of Naples was named after him. The source then
comments that Defez chooses two figures to explain the complexity of that
historical moment: on the one hand, a schoolmate who later became a famous
postwar intellectual but who, in the G.U.F. newspaper, wrote actual
denunciations against former friends who violated the racial laws; on the other
hand, by contrast, an engineer who deliberately broke the regime’s rules by
employing him. The source further states that the few years of the journal IX
maggio, later Novemaggio, from June 1940 to June 1943, were dominated by the
theme of “revolutionary war,” which conveyed to the young members of the
Fascist University Group “Mussolini” of Naples an anxious search for a line of
historical action. It quotes Piovani as writing that fascism had replaced “the
immortal principles of historically putrefied individualism and of Jewish
internationalism” with the Roman and fascist concept of the supreme law of
public health, and that war now appeared “as the projection, from philosophical
theory into historical-political practice, of fascist anti-positivism opposed
to bourgeois positivism.” The note then cites
Piovani’s article “Rivoluzione mondiale,” in Nove maggio, 25 July 1940, and
another, “Immortalità dell’idea fascista,” in IX maggio, 15 August 1940. The same source says that, with even greater force than Antonio
Ghirelli, Piovani in IX maggio echoed part of an article by Joseph Goebbels in
order to warn that contact with the German people might teach Italians
something in the struggle against the Jews, and that Italy too urgently needed
defensive measures against Jews suited to the needs of the moment, otherwise
one might speak of a kind of “national pietism.” It attributes this line to an
article signed Pluvius, “Nostro antisemitismo,” in IX maggio, 15 December 1941.
It also notes another article, “Mimetismo di Israele,” 15 August 1941, in which
the same Pluvius reportedly lamented that Interlandi’s suggestion of shutting
all Jews in concentration camps had been allowed to fall aside. The source then
lists a number of further writings attributed to Piovani in fascist
publications, including: Novus Ordo, in Gerarchia, October 1941 Funzione
educativa del Fascismo, in Politica Nuova, 1–15 November 1941 Francia in
attesa, in Politica Nuova, 1–15 December 1941 Moralità della guerra totale,
discussed with reference to Libro e Moschetto, 27 March 1943 Roma e Tirana, in
Gerarchia, September 1942 La filosofia delle equazioni, in La difesa della
razza, 1940 and a piece for IX maggio on 28 October 1942, marking the twentieth
anniversary of the March on Rome. It is understandable to think that for those who lost, especially
Germans and Italians whose early intellectual identities had been formed under
fascist or Nazi conditions, 1945 could feel like a forced re-entry into
civilization, not just a political defeat. For someone like Piovani, whose
1940–1943 writings seem deeply implicated in regime rhetoric, the postwar turn
would not simply be “continuing philosophy.” It would mean moral and
intellectual reconstitution. By contrast, someone like Grice, on the winning
side and institutionally continuous with Oxford before and after the war, could
re-enter peacetime life more as continuity than rupture. But I would still keep
two cautions. First: the contrast should not be over-smoothed. “Winners” did
not emerge untouched, and “losers” did not all experience defeat in the same
way. A British Oxford philosopher like Grice still carried war, service,
interruption, and postwar adjustment. And an Italian like Piovani may have felt
not only defeat but also release, shame, reinvention, or selective forgetting.
Second: one should be careful not to turn “Germans and Italians” into one
block. The moral, political, and biographical situations differ greatly. A
former fascist student intellectual in Naples, a German academic compromised in
different ways, and an anti-fascist exile all face 1945 differently. So the
safest strong formulation would be something like this: yes, it is very
plausible that 1945 posed a far more existential and civilizational rupture for
many Italian and German intellectuals formed under defeated regimes than it did
for Oxford philosophers like Grice, whose postwar life could more easily resume
within institutional continuity; for a figure like Piovani, especially in light
of the 1940–1943 writings, the postwar years likely involved not just
philosophical development but reinsertion into a moral and civic order from
which his earlier commitments had estranged him. That, I think, captures your
point without overstating it. And yes, that is exactly why the 1940 titles
matter so much: Rivoluzione mondiale Immortalità dell’idea fascista Nostro
antisemitismo Moralità della guerra totale Those do not sound like superficial
youthful flirtations. They sound like someone inhabiting the regime’s
moral-political language rather deeply. Which makes the later
Capograssi–liberal-democratic Piovani all the more dramatic as a
transformation. If you want, I can next do one very useful thing in chat
only: write a short comparative paragraph, in your style, on Grice after
victory versus Piovani after defeat, without flattening the differences.Grice:
Caro Piovani, mi chiedevo: il tuo “assenzialismo” nasce dal bisogno di dare un
nome alle cose che nessuno capisce, o è solo una raffinata scusa per confondere
gli studenti? Piovani: Ah, Grice, se confondere fosse un’arte, saremmo entrambi
premi Nobel! In realtà, l’assenzialismo è la mia risposta filosofica al caos
napoletano: se non trovi la risposta, inventa la domanda! Grice: Geniale! Io
pensavo che il linguaggio ordinario fosse già abbastanza complicato, ma tu lo
hai reso straordinario. Non temere, nessuno a Oxford ha ancora capito cosa sia
un’implicatura assente. Piovani: Perfetto! Allora possiamo fondare una nuova
scuola: “I filosofi della confusione cordiale”. A Napoli si dice, “Chi si
confonde si diverte”... almeno finché non arriva l’esame! Piovani, Pietro (1940).
Rivoluzione mondiale. Nove maggio: quindicinale del Gruppo Universitario
Fascista dell’Ateneo di Napoli. Napoli.
Piralliano (Roma, Lazio):
la ragione conversazionale del gruppo di gioco dell’accademia a Roma, e la
filosofia italiana. A philosophical acquaintance of Elio Aristide. Accademia.
Piralliao. accademia. GRICEVS:
Salvete, Piralliane! Dic mihi, quid accidit in Academia Romana? Ludisne
philosophicum ludum vel serius meditaris? PIRALLIANVS: O Griceve, in Academia omnia
ludus est! Philosophia, carta, et etiam mensa – sed mensam semper philosophice
terimus! GRICEVS:
Ingenium habes, amice! Forsitan mensam teris ut mens mentem terat? Sed cave, ne
mensa te terat! PIRALLIANVS:
Ha ha! Non timeo mensam, Griceve, sed philosophos dormientes. Hi sunt
periculosiores quam mensa ipsa!
Vincenzo Pirro (San Severo, Foggia, Puglia) : la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale rovesciata nel’idealismo di
Gentile, la scuola di San Severo, la filosofia pugliese, e la filosofia
italiana. Filosofo italiano. Grice’s theory of reason-governed
conversational meaning explains what a speaker means as what a rational hearer
is entitled to infer under publicly shared norms of cooperative talk;
implicature is the disciplined “extra” that arises when what is said is best
understood as a strategically shaped contribution to a joint conversational
enterprise rather than as a bare semantic output. Pirro, by contrast, as your
passage frames him through Gentile’s attualismo and its entanglement with the
ideological and institutional history of the ventennio, foregrounds a setting
in which the governing norms of discourse are not merely conversational but
political: what gets said, what must be left unsaid, and what is “heard” as
implied are constrained by authority, ritualized public language, and the risk
of condemnation or damnatio memoriae. In a Gricean key, one could say Pirro’s
“rovesciamento” of implicature is the observation that in strongly ideological
environments the ordinary presumption of cooperation is replaced by a
presumption of surveillance, so that hearers treat utterances as coded
alignments (or as threats) and derive implicatures that can run opposite to the
speaker’s professed intent; what counts as relevant, sincere, or sufficiently
informative is set by the regime’s practical ends, not by the neutral aim of
mutual understanding. Online biographical/bibliographic traces also fit this
contrast: Pirro’s early academic formation at Rome under Ugo Spirito and his
early publication on Gentile and religion (indexed as 1967, including a journal
occurrence in Giornale critico della filosofia italiana) anchor him in
precisely the intellectual milieu where the politics of interpretation matter,
while Grice supplies the analytic vocabulary for describing how such milieus
systematically re-train inference, making the pragmatic space of what is meant
a site of contest rather than simply a site of cooperative reason. Studia a Roma sotto SPIRITO. Studia ALLMAYER sotto PLEBE. Insegna a Perugia
e Palermo. Studia GENTILE. L'attualismo di GENTILE e la religione. Fra i suoi
saggi si ricordano anche Filosofia e politica in CROCE. S’interessa alla
ricerca storio-grafica e svolse numerosi saggi su Terni. Esponente di spicco
della vita culturale della città umbra, studia gl’aspetti poco indagati di
quella che fino ad allora era una città ancorata ad una dimensione prettamente
industriale. Sotto la giunta di Ciaurro, co-ordina il progetto per la
realizzazione di un museo archeologico nel convento di S. Pietro sotto.
Peroni. Nei suoi studi di storia ricostrusce prima della pubblicazione de
Il sangue dei vinti di PANSA, episodi della guerra civile tra cui l'assassinio
del sindacalista CARLONI e del dirigente d'azienda CORRADI. Fonda il
"Centro di studi storici", un'associazione culturale di ricerca
storica a cui viene collegata la rivista “Memoria” L'obiettivo di “Memoria”
l’idealismo di Gentile, istituto nazionale fascista, origini e dottrina del
fascismo, che cosa e il fascismo, discorsi e polemiche vallecchi, Firenze,
Mazzini, per una storia dell’umbria durante la repubblica fascista, la
repubblica fascista, gentiliana interretazione di Marx; la filosofia di
Gentile, filosofia e politica in Gentile, Gentile nella grande guerra, il
partito ha un capo che e dottrina vivente, Gentile e Mussolini, il concetto di
stato, il concreto di Mussolini nel astratto dello stato, P. interprete di
Gentile, la universita fascista di Bologna, la formazione dei dirigenti del
regime, la repubblica fascista, storia e filosofia, la critica di
P. alla damnatio memoriae di Croce, lo studio della filosofia nel
veintennio fascista, l’origine del fascismo filosofico, Gentile, filosofo del
fascismo, dizionario filosofico del fascismo, stato, spirito nazionale,
italianita, romanita, propaganda, democrazia, repubblica, Italia, stato
italiano. Grice: Caro Vincenzo, ho letto che ti piace
rovesciare le implicature come si rovesciano le orecchiette. Ma dimmi, il
fascismo filosofico era più al dente o scotto? Pirro: Grice, dipende dal
cuoco! Gentile preferiva tutto ben cotto, tranne le idee, che lasciava sempre
un po’ crude per far discutere i commensali. E poi, se la filosofia non fa
fermentare, che filosofia è? Grice: Hai ragione, Vincenzo! Ma dimmi, nelle
tue ricerche storiche, hai mai trovato la ricetta segreta per evitare la
damnatio memoriae? Chissà, magari basta aggiungere un pizzico di ironia! Pirro: Ah Grice, se
bastasse l’ironia, l’Italia sarebbe il paese più ricordato al mondo! Ma, come
si dice dalle mie parti, “chi semina storia raccoglie polemica”... e qualche
applauso al museo archeologico! Pirro, Vincenzo (1964).
Pensiero estetico di Fazio-Allmayer. – Roma.
Lucio Calpurnio Pisone Frugi Cesonino (Roma,
Lazio): la ragione conversazionale del portico dell’orto, il gruppo di gioco
del Vesuvio, Roma, e la filosofia italiana. Ricordato come seguace della
filosofia del portico un P., che s’è identificato con Lucio Calpurnio P.
*FRUGI*, tribuno della plebe, pretore e console della repubblica romana,
combatte la rivolta degli schiavi in Sicilia e la doma. P. ottenne la
censura. P. lascia un’opera storica, gl’Annales, che si estende
dalle origini. In essa, P. combatte le tendenze che si introduceno in Roma e il
ri-lassamento morale. Della gente Calpurnia. Politico, militare e storico
romano. Talora detto Censorino – cf. P. Cesorino -- tribuno della plebe, si fa
promotore della lex Calpurnia de repetundis, la prima legge romana che vuole
punire l’estorsioni compiute nelle province dai governatori. Pretore.
Dopodiché, eletto console con PUBLIO MUZIO SCEVOLA e gl’è comandato
dal senato di restare in Italia per domare una rivolta di schiavi. P. riusce a
sconfiggerli, senza però ottenere una vittoria definitiva e dove passare il
comando a PUBLIO RUPILIO. Autore di “Annales”, un'opera che anda dalle origini
e che sono tra le fonti precipue di LIVIO e Dionigi d'Alicarnasso.
Gl’annales, di cui restano frammenti, si propone di descrivere la pretesa
onestà dell'epoca antica, contrapponendola alla contemporanea corruzione
operante a Roma. Che si tratta però di un'opera a tesi pre-costituite lo
dimostra il fatto che, durante il suo consolato, avvenne l'assassinio di TIBERIO
GRACCO, e che, nonostante l'estrema gravità del crimine -- che tra l'altro
viola il sacro obbligo dell'incolumità personale che s'accompagna alla
tribunicia potestas – P. e l'altro console non prendeno alcun provvedimento in
merito. Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology. Cicerone,
Brutus; In Verrem, De officiis, Catalogo Perseo; Cornell-Bispham, The fragments
of Roman historians, Oxford, Historicorum Romanorum reliquiae, Hermann Lipsiae,
in aedibus Teubneri; discussione su vita, opere e frammenti). Treccani
Enciclopedie Istituto dell'Enciclopedia. Portico, storia e morale. GRICEVS:
Salvē, PISO; audio te Censorinum appellari. Dic mihi: cum censūras, num etiam
sermones in tabulas refers? PISO: Sī referrim, GRICE, primum te ipsum notābo:
nimium quaeris. Sed age—quid tandem est istud tuum finis? in rostrīs
an in animō? GRICEVS: Finis apud mē saepe est implicātūra: quod dīcitur aliud
est, quod intellegitur aliud; ita etiam lex Calpurnia—extorsionem vetat, sed
pudōrem poscit. PISO: Bene! Tum ego, dum servōs in Siciliā domō, hanc
quoque domō: corruptēlae linguam. Sī quis mihi “nihil prōmisi” dīcat,
respondebō: “immo, amīce, prōmīsistī—sed per conversātiōnem.”
Marco Pupio Pisone Frugi Calpurniano: la ragione
conversazionale del DE FINIBVS o del lizio romano, Roma, e la filosofia
italiana (Roma). Del Lizio, con mescolanze del portico e dell’accademia -- cioè
eclettico -- trionfa della Spagna, ed e console. Detto
eloquentissimo e dottissimo, scrive “De finibus.” – cf. H. P. Grice, “Some
refleections on ends and happiness.” He is a friend of CICERONE, although they
eventually fall out. Cicerone uses him in his ‘On moral ends’ to articulate the
philosophy of the Portico. P.’s tutors had been Antioco and STEASEA di
Napoli. finis, end. Gricius: Piso, quid est finis? quaestio
brevis—sed ut solet, responsum longius quam cena Oxoniensis. Piso: Finis? Si
Stoicus rogas, virtus sola est; si Academicus, dubitandum est; si Romanus,
addo: consulatus quoque sapit. Gricius: Ecce mixtura porticus et
academiae—eclectice, ut dicis. Sed cave: finis tuus ne fiat finis
nostrae amicitiae cum Cicerone. Piso: Ne time: Ciceroni amicus ero, dum ille me
eloquentissimum vocat; postea, si rixam quaerit, scribam De finibus—ut
sciat quis hic finem ponat.
Pitea: la ragione
conversazionale della filosofia ligure, Roma, e la filosofia italiana
(Roma). Filosofo
italiano. He settles in Marseglia, and achieves fame as a
philosopher. Pitea. Keywords: longitudinal unity. Gricevs: Salvē, Pitea! Audivi te in Marseglia clarum esse
philosophum. Dic mihi, quid tibi in philosophia Ligure maxime placet? Pitea: Salvē, Gricevs! Mihi placet unitas
longitudinalis: philosophia Ligure rerum connectiones a mari ad montes semper
quaerit.
Gricevs: Unitās longitudinalis, pulchra
sententia! Putasne haec ratio
conversationalis etiam in philosophia Italiana valere? Pitea: Certe, Gricevs! In
Italia, omnes traditiones philosophicae inter se colloquuntur, sicut Ligures
cum Romanis olim fecerunt.
Alessandro Pizzorno (Trieste, Friuli, Venezia
Giulia): la ragione conversazionale, Giovanni Grice, è la politica assoluta, la
filosofia del sindacato, la filosofia fascista, la filosofia veneta, e la
filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning explains “what is meant” as something inferentially recoverable because
participants treat one another as rational cooperators: an utterance is
interpreted against shared norms (relevance, informativeness, etc.), and
implicatures arise when hearers reconcile what is said with what a reasonable
speaker could be doing in the exchange. Pizzorno’s sociology, as framed in your
passage, is less a theory of meaning than a theory of rationality under
conflict and recognition: in class relations, union bargaining, and what he
later calls rationalità e riconoscimento, the operative “reason” is not simply
cooperative efficiency but strategic coordination, legitimacy, face, and the
management of identities in public interaction, where masks and ritualized
performances are functional rather than ornamental. The comparison is therefore
clean but productive: Grice models micro-norms that make ordinary talk
intelligible by default, whereas Pizzorno highlights how the very same
conversational machinery can be reorganized by power, class position, and
institutional settings, so that what counts as relevant, sincere, or adequate
information is itself socially negotiated and often contested; in a strike or
negotiation, apparent violations of Gricean maxims (deliberate vagueness,
overstatement, studied silence) can be rational moves because the goal is not
only truth-transmission but leverage, solidarity-signalling, and recognition. A
small but telling “bridge” detail from your own textual ecology is that
Pizzorno is repeatedly associated with rationalization and recognition and with
the theme of la maschera, which fits naturally with a Gricean point:
implicature is where social meaning lives, and when interaction is structurally
adversarial, the implicatures that matter are often those that secure status
and group alignment rather than those that merely optimize cooperative
information flow. Studia a Torino. Insegna ad Urbino, Milano e Fiesole.
Oltre agl’importanti studi sulla materia sociologica conduce ricerche di
sociologia economica e politica, in special modo sulle organizzazioni sindacali
e il conflitti di classi sociali, sulla politica e i suoi aspetti, sui rapporti
tra sistemi politici ed economici nella società. Le V classi sociali; Comunità
e RAZIONALIZZAZIONE; Lotte operaie e sindacato, Le regole del pluralismo; I
soggetti del pluralismo; Classi, partiti, sindacati; Le radici della politica
assoluta, Il potere dei giudici, Il velo della diversità: studi su RAZIONALITÀ
e ri-conoscimento; Sulla maschera. Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia. Grice: “The reason why P. – bless his soul – does not
criticise fascism, is that he possibly finds his theory of ‘communitarianism,
razionalization and community, and the appeal to Tonnies’s community, almost
too fascist to be true! – it’s the ‘bund’ – and other fascist conceptions
against which i sindacati had to fight during the ventennio fascista! The pity
with P. is that he focuses on sindacati as from when he was getting drunk in
Paris! He should have studied the sindicati during the veintennio fascista! I
am pleased that P. quotes me. He apparently says that he is not into
‘conversation’ in the *sense* (senso) of Grice. Footnote there. When the index
is compiled, P., who is at Oxford at the time and could have asked (or axed),
had no idea what my Christian name was, so he follows Speranza’s advice: ‘when
you do not know the first name or Christian name use ‘John’’ – so he did. (The
corollary to Speranza’s corollary is: when you don’t know the surname, use
‘Smith’). So Grice, J. I became in his name index!”. politica
assoluta, razionalità e riconoscimento, razionalizzazione, soggetti del
pluralism, lotta operaia, sindacato, la politica assoluta, fascismo, Giovanni
Grice. Grice: “St
John’s, 1966. I don’t know why I do it to myself. I go into Blackwell’s
intending to stay safely in philosophy, as if the shelves were a quarantine
zone, and the very next bay is sociology—close enough for infection. There,
beside the metaphysicians, is a brand-new title by Pizzorno, Le classi sociali,
and I can’t help suspecting that Blackwell’s has shelved it as a practical joke
about Oxford itself: the “classics” on one side, the “classy” on the other. But
are there classi sociali in the way Pizzorno means—or is it another one of
those tidy dichotomies that sound truer in print than in the Senior Common
Room? When I won my scholarship from Clifton it was in Classics, not in
“class,” and once in Oxford I discovered that the most ruthless class-system
here is grammatical: Corpus people correcting you for saying “Christi College”
(as if there were alternative corpora to choose from), and Merton people
congratulating you on “Merton Coll—” at which point you want to shout,
“College, man, college: unless you mean Mr Merton himself is running a
night-school.” Ross and Mitford call it U and non-U; I call it the sociology of
pedantry, with a very narrow theory of reference. So perhaps Pizzorno is right
after all: class is not only income or occupation, it’s also the minute rituals
of talk—who corrects whom, what counts as a solecism, and which names you’re
allowed to abbreviate without sounding as if you were born in a railway
carriage. If that is what he means, then Oxford is his finest field-site; but
if he means something grander, I should like him to explain why the most
visible “class struggle” in the place is over whether one says “Christ Church”
or “Christ Church College,” and whether correcting a man’s Latin is a form of
solidarity or simply a vice with tenure.” Grice: Caro Pizzorno, ho letto dei tuoi studi
sulla razionalizzazione e le classi sociali. Ma dimmi: hai mai pensato che la
filosofia del sindacato abbia qualcosa in comune con la logica delle
conversazioni? Magari anche il sindacalista segue le mie massime! Pizzorno: Grice, se il
sindacalista seguisse le tue massime, forse la trattativa sarebbe più breve...
ma senza un po’ di teatrino, che gusto c’è? Sai, la razionalità va bene, ma in
Italia anche il dialogo ha bisogno di una maschera! Grice: Ah, la maschera!
Dalla filosofia alla commedia dell’arte, siete imbattibili. Mi sa che dovrò
aggiungere una massima: "Non dire tutto, ma fai capire abbastanza... e
sorridi!" Pizzorno:
Perfetto, Grice. La prossima volta che un sindacalista mi rimprovera, gli dirò
che è questione di implicatura – e se non capisce, lo mando a Torino a studiare
con te! Pizzorno, Alessandro (1966). Le classi sociali. Milano:
Il Mulino.
Giovanni Plantadossi (Ripatransone, Ascoli Piceno,
Marche): l’implicatura conversazionale e gl’universali, l’implicatura
conversazionale, la scuola di Ripatransone, la filosofia marchese, e la
filosofia italiana. Grice’s reason-governed account of conversational
meaning starts from the idea that hearers treat speakers as rational agents in
a cooperative enterprise, so that they recover what is meant by attributing
intentions under shared norms (relevance, informativeness, clarity, etc.), and
they compute implicatures when a literal contribution would otherwise seem
pointlessly weak, oddly chosen, or in tension with the assumed goal of the
exchange. “Plantadossi” (better: Iohannes de Ripa / Giovanni da Ripatransone)
sits at an instructive angle to this, because scholastic practice at the
Sorbonne is itself a highly regulated conversational game: the Sentences
lecturing cycle, quaestiones, determinationes, and sets of conclusiones are
moves governed by institutional rules of burden, objection, reply, and
authorized inference, with uptake presupposed by the shared methodological
commitments of the disputants. In that setting, what modern pragmatics calls
implicature can be seen as structurally built in: a one-word title like
Conclusiones functions less as an informative descriptor than as a genre-marker
licensing an audience to supply the missing contextual frame (the teaching
occasion, the disputed loci, the baccalaureus’s role), much as Gricean hearers
supply missing content to preserve rationality and relevance; likewise, a
technical innovation such as immutatio vitalis in discussions of visio
beatifica can be read as a controlled way of satisfying multiple conversational
constraints at once (saying enough to secure the doctrinal and metaphysical
desiderata, but not so much as to collapse creator/creature distance), i.e., a
scholastic analogue of maximizing communicative goals under tight normative
limits. The contrast, then, is that Grice theorizes these norms as lightweight,
flexible presumptions of everyday talk, whereas the Parisian scholastic arena
makes them explicit, juridical, and role-bound; but the underlying commonality
is that in both cases meaning is not exhausted by what is said, because
participants rely on shared rules of rational exchange to bridge from formula
to intended doctrine, from sparse heading to recognized argumentative move. Conclusiones,
Lectura super sententiarum, prologi; questiones; Questio de gradu supremo. Not
to be confused with [Giovanni] FRANCESCO of Marchia. This is JOHN of
Marchia. Nannini – metafisica, idea, exemplaris. Grice, “The problem of the
universals: from Ripa to me.” Giovanni da Ripa.
Giovanni da Ripatransone. Giovanni da Ripatransone, Iohannes de Ripa; o de
Marchia, Giovanni da Ripatransone, Iohannes de Ripa; o de Marchia, filosofo,
detto dottore difficile e dottore sovra-suttile. Francescano, baccelliere
sentenziario alla Sorbona. Filosofo di primo piano, si confronta colle
posizioni di filosofi francescani, come MARCA , e agostiniani, come RIMINI ,
non senza ignorare le dispute oxoniensi tra Bradwardine
e Buckingham. Importante è la sua soluzione al problema della visio
beatifica, e in partic. il concetto di immutatio vitalis, volto a
salvaguardare, nella presenza compiuta dell’essenza divina a un intelletto
creato, sia l’insuperabile distanza tra Dio e la creatura, sia la pienezza
della beatitudine. Significative anche le sue riflessioni sul rapporto tra
immensità divina e infinità possibile nell’ordine creaturale, e sulla
possibilità di confrontare diversi tipi di infinito, che si ripercuoteno sulla
dimostrabilità dell’esistenza del divino, mentre sulla questione dei futuri
contingenti rimase nella scia di Scoto. Oltre che in relazione alla sua tesi
delle distinzioni formali in Dio, che già suscita la scandalizzata reazione di
Gerson, P. è studiato pelle sue dottrine trinitarie e cristologiche. Tra i suoi
saggi vanno ricordate la lectura sui libri delle sentenze di Lombardo, la
quaestio de gradu supremo e infine le determinationes. Giovanni da Ripa, o da
Ripatransone, al secolo Giovanni P. filosofo, teologo e religioso italiano.
implicatura, universale, il problema degl’universali,
Combes, Vignaux, Nannini. Grice: “St John’s. Old Kneale and his wife are
running a wonderfully earnest seminar in Oxford on the growth of logic, and
Potts, one of my tutees, came back looking pleased with himself. “Today was on
the Conclusiones,” he said, as if that settled anything. “Conclusiones of
what?” I asked. “John of Ripa’s early Paris stuff, circa 1354—back when
Italians were fashionable because their Latin made the Franks sound like they’d
learned it from a shop sign.” “That still doesn’t tell me what he’s concluding
about,” I said. Potts looked almost relieved. “That’s the best part,” he said.
“The Kneales didn’t supply any conclusive evidence that they knew either.”
“Oxford scholarship for you,” I told him, and set him an essay for next week:
How to conclude without knowing what you’re concluding about—and how your
audience manages to cooperate anyway.” Grice:
Plantadossi, ho letto con grande interesse delle sue riflessioni sul problema degli
universali. Mi incuriosisce come lei riesca a collegare l’implicatura
conversazionale alla questione metafisica: secondo lei, il linguaggio può
davvero aiutarci a sciogliere i nodi dei concetti universali? Plantadossi: Caro
Grice, la conversazione filosofica è spesso il terreno privilegiato per
affrontare tali problemi. L’implicatura, come lei insegna, mostra che molto di
ciò che intendiamo va oltre il detto — e questo vale anche per gli universali,
che si manifestano nel dialogo come idee condivise e, a volte, contestate tra
interlocutori. Grice: Mi trova d’accordo! Penso che l’implicatura sia la chiave
per capire come le idee universali siano trasmesse, non solo formalmente, ma
anche nel modo in cui le viviamo e le interpretiamo. Nella sua “lectura super
sententiarum”, come affronta il rapporto tra immutatio vitalis e la distanza
tra il divino e il creato? Plantadossi: La mia tesi è che la beatitudine, pur
essendo pienezza, non annulla mai la differenza tra Dio e creatura. L’immutatio
vitalis rappresenta un mutamento interno dell’intelletto, che accoglie la
presenza divina senza abolire la distanza. Così, anche nel dialogo, possiamo
avvicinarci alla verità, pur rimanendo consapevoli dei nostri limiti. Il
linguaggio è ponte, ma mai scorciatoia. Plantadossi, Giovanni (1354).
Conclusiones. Sorbona.
Rubellio Plauto (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale, o la filosofia nel principato
di Nerone, Roma, e la filosofia italiana. Scolaro di Musonio. Insigne. Roman
noble and a political rival of Emperor NERONE. A relative of the
Julio-Claudian dynasty. Grandson of DRUSO -- only son of TIBERIO CESARE --, and
the great-grandson of TIBERIO and his brother DRUSO. Also descends from MARCO
VIPSANIO AGRIPPA and MARC’ANTONIO. He is descended from GIULIO CESARE. His
father is Gaio Rubellio Blando, whose family originates from Tivoli and is of
the equestrian class. He is the grandson of DRUSO, his mother having previously
been married to NERONE GIULIO CESARE, without issue. P. derives his cognomen
from his great grandfather LUCIO SERGIO P., and may have used his nomen
gentilicium SERGIO as his own prae-nomen, as a lead pipe is attested with the
name of SERGIO RUBELLIO P. But this person may have been his son. P. becomes an
innocent victim to the intrigues of Valeria Messalina. One possibility is that
P. is seen by Messalina as a rival to her son BRITANNICO. Emperor CLAUDIO, who
is husband to Messalina, father to BRITANNICO and maternal uncle to Julia, does
not secure any legal defense for his niece. Consequently, Julia is executed. Julia is
considered to be a virtuous person by those who know her. P. marries the
daughter to LUCIO ANTISTIO VETO. P.’s father-in-law serves as consul, legatus
of Germania Superior, and Proconsul of Asia. P. is considered a loving husband and
father. The names of his children are not known -- none of them survived
NERONE’s purges. P. appears to have been a follower of IL PORTICO. According to
TACITO, TIGELLINO writes to NERONE. Plautus again, with his great wealth, does
not so much as affect a love of repose, but he flaunts before us his imitations
of the old Romans, and assumes the self-consciousness of the PORTICO along with
a philosophy, which makes men restless, and eager for a busy life. Portico, Musonio Rufo, Nerone, la filosofia nel principato di Nerone. GRICEVS: Salvē, Plaute. Dic mihi: in Porticūne
versāris, an in Porticū loqueris tantum—ut Nerōnī videāre sapiēns? PLAVTVS:
Salvē, Grice. Ego ex Drūsō nepōs sum; sed in prandiō magis quam in proeliō
pugno. Quod ad Porticum: si taceō, Stoicus putor; si loquor, reus fio. Elegans
est implicātūra: “nihil dīxī” et tamen omnia audītōr intellegit. GRICEVS: Ita
est: ratiō conversātiōnālis nōn in glādiō, sed in regulīs latet—quantitāte,
qualitāte, relātiōne, modō. Tigellīnus epistulās scrībit; tu epistulās non
scrībis: utrumque eandem rem significat. Apud principem,
silentium est sententia; apud philosophum, sententia est silentium. PLAVTVS:
Ergō, si vultus meus rigidus est, Nerō “philosophiam” ostendō; si villa mea
ampla est, “veterēs Rōmānōs” imitārī dīcor. At ego breviter dīcam (nam opēs
quoque parcitās docent): Rōmae nēmō quaerit quid dīxeris, sed quid volueris
dīcere. Quārē—fiat iocus: loquāmur paucīs, ut intellegant
plūrima.
Armando Plebe (Alessandria, Piemonte): all’isola,
la ragione conversazionele o il dizionario della conversazione, la filosofia
siciliana, la scuola d’Alessandria, la filosofia piemontese, e la filosofia
italiana. Grice’s account of reason-governed conversational
meaning starts from the thought that understanding is a rational achievement
under shared norms: interlocutors presume cooperation, attribute intentions,
and compute implicatures when what is said would otherwise look irrational or
unhelpful, so that the “extra” meaning is what a reasonable hearer is licensed
to infer given the speaker’s apparent respect for (or strategic flouting of)
relevance, informativeness, sincerity, and clarity. Plebe, as your passage
frames him, approaches many of the same phenomena from a different angle, via
rhetoric, classical philology, and the history of ancient thought: his
recurring interest in Cicero, Quintilian, and the Latin rhetorical tradition
foregrounds how meaning is shaped by culturally stabilized techniques of
address, audience-management, and persuasive form, i.e., by an art of speaking
well rather than by a quasi-mathematical ideal of cooperative inference; in
that sense Plebe can be read as supplying a thicker genealogy for what Grice
formalizes, because rhetorical practice already presupposes that hearers will
routinely go beyond the literal and will treat strategic understatement,
emphasis, and indirection as intelligible moves within a shared social game.
Online bibliographic pointers add a useful specificity to this comparison:
Plebe’s Introduzione alla logica formale (Laterza; various catalogues date it
1964/1966, with an explicit Aristotelian orientation) shows his willingness to
bring modern formal tools to bear on ancient materials, while Breve storia
della retorica antica (catalogued in 1968 at Laterza, but also attested in a
1961 Nuova Accademia edition in library records) places him squarely in the
tradition where “implicature-like” effects are treated as standard rhetorical
resources; put together, these strands suggest a clean contrast that still
yields convergence, namely that Grice treats implicature as the product of
rational cooperative constraints on conversation, whereas Plebe’s
rhetorical-historical lens treats indirectness and surplus meaning as normal
products of trained discourse in which the governing “reason” is not only
logical accountability but also stylistic economy, decorum, and the practical
aim of moving an audience. Grice: “I think I love P.: he contributes
a beautiful chapter on Cicero and Latin rhetoric for his ‘brief history of
ancient rhetoric,’ and, like my tutee Strawson, he approaches Aristotle and
modernist logic in a genial way --.” I have been criticised for titling
‘Sicilian philosophy’ -- anyone from Sicily, even if he left Sicily when he was
three years old. In such a case, P. is a representative of Sicilian philosophy,
my critic would say. Born in Italy, he jumps to the isle to teach …
philosophy!” Seguo il verso di ORAZIO . Odio la massa e me ne tengo
lontano. Solo in questo sono uomo di destra. Studia a Torino. Insegna a Perugia
e Palermo. Filosofo inizialmente marxista, ha una clamorosa rottura e viene
annoverato fra i sostenitori dell'anti-comunismo politico-culturale. Dopo una
militanza con i social-democratici di Saragat, aderisce al movimento sociale.
Rompe anche. Adere al partito democrazia nazionale. Storico della filosofia, in
particolare la antica filosofia italica. il dizionario, Gentile hegeliano,
Torino SEI, storia della filosofia, antica filosofia italica, filosofia italica
e filosofia romana, antica filosofia romana, filosofia dell’antica roma, azione
e reazione, cicerone e la retorica Latina, la rhetorica ad herennium; Cicerone
e la disputa tra retorica e filosofia; la retorica come arte nel ‘De oratore’
ciceroniano; la polemica di Quintiliano contro Seneca sulle sententiae; forma a
contenuto nella retorica ciceroniana; il dialogo de oratoribus; quintiliano, la
decadenza della retorica Latina; lessico logico, valore di verita, Strawson
citato da P, testo di Strawson tradutto da Plebe in “Logica formale”, la
polemica Grice/Quine sotto Aristotele, connetivi, quantificatori, quadrato
dell’opposizione, indice alla storia della filosofia antica di Plebe, approccio
hegeliano alla storia della filosofia antica Latina – indice. Grice: “St John’s,
1954. Pears has invited me to open his Third Programme series on metaphysics,
and he says—without blinking—that the aim is to “educate the masses.” He also
tells me he wants a whole run on what he insists on calling “the freedom of the
will.” “Why not just ‘free will’?” I say. “It’s idiomatic, and it spares us the
sound of a sermon.” Pears replies that sermons are precisely what Auntie Beeb
is for. “Then,” I tell him, “you should have a look at Plebe. Blackwell’s has
his new Filosofia della libertà in the window, which is either a title or a
dare.” Pears, being Pears, is perfectly calm: whatever Plebe means by it, he
says, will be cleared up by the Bolognese in due course—and in any case Bologna
has always fancied itself older than Oxford, which they once had the impudence
to Latinise as Vadum Boum. Still, I add, I hope Plebe doesn’t mean what Isaiah
Berlin means: Berlin calls it the history of ideas, but it’s mostly taxonomy
with good manners. If we are going to talk about freedom on the wireless, it
ought to be philosophy, not a guided tour of slogans. G.: Turin, 1950. Plebe
has produced one of those titles that make one feel philosophy is trying on an
overcoat. S.: Which title. G.: Il concetto hegeliano di filosofia
della storia. One can hear the youth in every syllable. Not history.
Not Hegel and history. But the Hegelian concept of philosophy of history. S.:
You object to the scholastic weight of it. G.: I object to its confidence. A
man of twenty-one writes as if he has already decided that history requires two
things before breakfast: a concept, and Hegel to provide it. S.: Under Guzzo,
that is hardly surprising. G.: Quite. Guzzo published La filosofia della storia
in 1945. A relatore who has made philosophy of history sound like a living room
rather than a ruin will naturally produce pupils who think it normal to install
themselves there. S.: And Guzzo would not have regarded philosophy of history
as antiquarian lumber. G.: No. In Turin it was alive. In Oxford it is mostly a
smell from another century unless Collingwood walks in carrying it under his
arm. That is the first contrast. S.: Yet you are not against it entirely. G.: I
am against the phrase when it pretends to do too much. “Philosophy of history”
sounds, in young hands, like the sort of discipline that ought to settle
everything from Waterloo to the Kingdom of Prussia by means of a sufficiently
elevated noun. S.: Which is, admittedly, very Hegelian. G.: Or very
anti-Hegelian, depending on whether the youth is quoting him or correcting him.
The title has the proper filial insolence. It can be read as school obedience
or school rebellion. “The Hegelian concept of philosophy of history” may mean:
here is the doctrine of the master. Or: here are the limits of the doctrine, respectfully
demonstrated under the eyes of the master’s delegate. S.: You are turning Plebe
into a subtle strategist. G.: Any thesis under a relatore is strategy with
footnotes. The student is saying two things at once. I am your pupil. And: I
have noticed where you are wrong. S.: Then tell me where you think the pressure
lies. G.: In the genitive, or rather in the Italian avoidance of one. Il concetto hegeliano di filosofia della storia. Not della filosofia della
storia. That is the nice point. He does not say “the concept
of the philosophy of history,” as if “philosophy of history” were already a
secured department. He says “the Hegelian concept of philosophy of history,”
which allows the whole thing to remain under Hegel’s specific responsibility.
S.: You like the di. G.: I like it because it is less pompous than it looks. It
says: this is Hegel’s way of construing the enterprise, not an eternal faculty
of the mind. S.: But you still prefer Vico. G.: If I am to be asked, in Italy,
to sit through a philosophy of history, I should like it to begin with Vico
before any tedesco starts unfolding Spirit across Europe. S.: Ah yes. Your
anti-Hegelian patriotism by proxy. G.: Not patriotism. Propriety. If Naples has
already given us Vico, why should Turin send a Piemontese boy to kneel before
Hegel on this particular altar. S.: Because Turin is not Naples. G.: Exactly.
Turin has its own intellectual weather, and that weather is drier, more
school-like, more willing to let Hegel sound like a live academic subject rather
than a rival claim to Vico’s throne. S.: So for Guzzo and Plebe, philosophy of
history is a living thing. G.: Yes, and that is what Grice’s Oxford largely
lacks. Oxford has history, and it has philosophy, and it occasionally allows
them to shake hands, but it distrusts the compound whenever it begins to sound
teleological. S.: Not entirely. There is Collingwood. G.: Collingwood is the
bridge, not the city. He carries enough of idealist-historicist seriousness to
remind Oxford that history is not a heap of dates. But he is not Hegel in a
gown and certainly not Guzzo in Italian. S.: And Berlin later. G.: Berlin
philosophises about ideas in history, not about history as a self-unfolding
rational whole. The Chichele is a good place to resist monism, not to enthrone
it. S.: Gardiner too. G.: Gardiner philosophises about historical explanation,
which is a much more English enterprise: how historians explain, what counts as
cause, how objectivity behaves. It is not Geist in search of a state. S.: So
Grice’s Oxford is suspicious of philosophy of history. G.: Suspicious of the
strong kind. It is willing to philosophise about history, but less willing to
let history itself become the great self-interpreting process. S.: Which brings
us back to Plebe. You hear in his title the pressure of school and
counter-school. G.: Yes. And also the problem of lineality versus recurrence.
S.: Explain. G.: Hegel’s philosophy of history wants a line. Not a straight
line, to be fair, but a dialectical advance: Spirit, freedom, state, world-history,
the lot. Vico gives you recurrence: corsi and ricorsi, structured returns, not
simple repetition but the thought that human things come round again. S.: And
you want to apply that contrast not merely to history but to the history of
philosophy. G.: Naturally. Because if the history of philosophy is simply
lineal, then one gets those ridiculous textbook processions: Plato to
Aristotle, Kant to Hegel, Moore to Russell, Russell to all who matter, and so
on. S.: You dislike processions. G.: I dislike any procession that forgets that
problems return in philosophy. They do not simply get buried by successors. A
problem can be solved, and then solved again, and then reappear as if no one
had solved it at all. S.: So not thesis, antithesis, synthesis. G.: No. That
triad is schoolroom Hegel and hardly worth dignifying. I prefer something more
modest and more accurate: problem, solution, new problem. Or perhaps problem,
attempted solution, rediscovered problem. S.: Which is already more Vichian
than Hegelian. G.: In the sense that it allows recurrence, yes. Not mechanical
circles, but the return of questions under new forms. S.: Give me an example.
G.: Plato and Aristotle, if you like. One can tell a lineal story: Plato first,
Aristotle revises. But one can also tell a recurrent story: problems of
universals, substance, reason, politics, and explanation return under altered
idioms. S.: Hence your absurd compounds. G.: Aristokant, Kantotle, Heglato.
Yes. They are absurd only because textbooks are too neat. In real philosophy
the old problems leak forward and the new solutions leak backward. We do not
merely move from Plato to Hegel; sometimes we discover Plathegel, or Heglato if
you prefer a stronger monstrosity. S.: And this is where the history of philosophy
becomes unlike history simpliciter. G.: Precisely. History simpliciter gives
you Waterloo, Trafalgar, Charles I losing his head, the French Revolution, the
American Revolution before it, all the events Hegel likes because they let him
sound like Providence with a timetable. S.: And the Prussian state waiting at
the end like a rather over-dressed conclusion. G.: Quite. The Kaiser of Prussia
as if he were the highest mode of being. One can see why Italians might
hesitate before treating that as their own culmination. S.: Especially in
postwar 1950. G.: Especially then. That is what makes Plebe’s early Hegel book
interesting in context. Italy has just come out of one sort of historical grand
narrative and is being asked to take another one seriously in the lecture room.
S.: And because he is young, perhaps too young for the war in the full older
sense, he can still treat philosophy of history as a live academic programme
rather than as a wreck. G.: Exactly. He is of the generation that reaches the
university just after catastrophe but not yet in its full personal burden. So
his relation to history is scholarly before it is penitential. S.: Unlike
Piovani. G.: Unlike Piovani, yes. Piovani has wartime journalism, fascist
slogans, a moral re-entry to perform. Plebe has Turin, Guzzo, Hegel, and the
problem of whether philosophy of history is still respectable after the
collapse of so many public absolutes. S.: Then perhaps the title is not pompous
but brave. G.: I would not go that far. It is still pompous. But it is pompous
in a recognisably academic way. The youth has decided that the right answer to
history is another noun. S.: Oxford would have preferred a thinner title. G.:
Oxford would have preferred Hegel and History, and then spent the book denying
that either term had been defined. S.: You are unfair. G.: I am local. S.: Then
let us ask the direct question. Did Hegel himself use Geschichtsphilosophie.
G.: The safer phrase is Philosophie der Geschichte. The compound belongs more
readily to later German habits. Plebe, being Italian, cannot make a single
Germanic word of it, and perhaps does not want to. So he gets the matter right
by being clumsy. S.: Il concetto hegeliano di filosofia della storia. G.:
Exactly. Young, earnest, thesis-like, and careful enough not to write “concept
of history,” which would be far more diffuse. S.: Because “concept of
philosophy of history” suggests that Hegel is not merely thinking about
history, but about the discipline itself. G.: Which is what the young scholar
wants to prove. Hegel did not merely have views on historical events; he gave
shape to the very enterprise that treats history philosophically. S.: And then
one can limit him from within. G.: Precisely. The best way to attack a giant is
first to grant that he built the room in which you are standing. S.: That
sounds more Hegelian than Vichian. G.: A tactical Hegelianism is sometimes the
best way of defending Vico. S.: Then compare them directly. G.: Gladly. Vico
gives you recurrence, poetic wisdom, nations making their own world, the civil
world as made and therefore knowable. Hegel gives you direction, Spirit,
freedom unfolding, world-history as cumulative rationality. S.: So one is
circular, the other progressive. G.: Broadly yes. Vico is cyclical or
recurrent. Hegel is developmental and non-circular. But philosophy itself
behaves, I think, more like Vico than Hegel. S.: There you go again. G.:
Because philosophy’s problems return. They are not simply outgrown. We still
ask about universals, action, freedom, personhood, knowledge, and law. We ask
them in new diction, but the recurrence is real. S.: Yet there is also
lineality. G.: Certainly. Plato before Aristotle is not the same as Aristotle
before Plato. Kant before Hegel is not the same as Hegel before Kant. Some orders
matter because solutions become available only after certain formulations. S.:
So the right image is not a circle and not a straight line. G.: More like a
winding track with recognisable stations and recurring landscapes. Or, to stay
less poetic, a sequence of problem-clusters that reappear under altered
conceptual pressures. S.: Which means the history of philosophy has a unity,
but not the sort of unity Hegel hoped to assign to world-history. G.: Exactly.
A unity of revisitable problems, not a unity of final destination. S.: That
would already trouble Guzzo. G.: Not necessarily. A good relatore can tolerate
a gifted pupil discovering that “philosophy of history” is safer when applied
to the history of philosophy than to history itself. S.: Because philosophy
offers recurrence without cannon fire. G.: And without the beheading of Charles
I, though Oxford never quite forgets that one either. S.: Or Waterloo. Or
Trafalgar. G.: Or the French Revolution, which Hegel loved as a philosophical
event and everyone else had to survive as an actual one. S.: And the American
Revolution before it. G.: Yes. There is the key contrast. Hegel’s philosophy of
history feeds on history simpliciter: wars, states, revolutions, constitutions,
victories, defeats. Philosophy of the history of philosophy feeds on texts,
arguments, recoveries, refutations, and the strange fact that the dead keep
answering back. S.: So if Plebe writes on Hegel’s philosophy of history, he is
one step away from being pulled into a larger problem: why philosophy of
history at all, and not simply history. G.: Precisely. And perhaps that is the
hidden drama of the title. It looks like one more dutiful Turinese exercise
under Guzzo, but it already contains the crack. S.: The crack being. G.: That
if one asks too hard what philosophy of history is, one may end up preferring a
philosophy of the history of philosophy instead. S.: Which is more manageable,
more textual, and less dangerous. G.: Less dangerous politically, yes. Less
likely to conclude in Prussian absolutes or Italian imitations of them. S.: You
are still thinking of postwar Europe. G.: One cannot avoid it in 1950. The word
history itself has changed temperature. Germans and Italians alike are trying
to re-enter decency. Oxford pretends to have remained decent by continuity,
which is its own vanity. S.: And Grice. G.: Grice has the winning side’s
privilege of continuity, yes. He can turn from war to ordinary language and
treat the return as if it were a refinement rather than a moral reconstruction.
S.: Whereas Plebe can return to Hegel because he is young enough to encounter
Hegel academically, not penitentially. G.: Yes. Which is why the title still
smells of classroom rather than catastrophe. S.: Yet the larger point remains:
does philosophy need the philosophy of history to understand itself. G.: It
may. But not in the way Hegel thinks. What philosophy needs is some account of
why its questions recur and why its answers never stay dead. S.: That is nearly
Vico. G.: Nearly. Vico with footnotes and less folklore. S.: And perhaps more
Oxford. G.: Oxford likes recurrence once it can call it “revisiting the
ancients.” S.: Then perhaps Plebe is more useful than he first appears. G.:
Quite. A ridiculous title can hide a real pressure. Young men often discover
important things while sounding pompous. S.: You are generous now. G.: Age
allows it. One sees that “Il concetto hegeliano di filosofia della storia” is
the sort of title a twenty-one-year-old writes when he suspects, dimly but
correctly, that history is too much for philosophy and philosophy too recurrent
for history. S.: And Guzzo? G.: Guzzo lets the young man write it because he
too believes philosophy of history is alive. That is the point. Turin still
grants the subject citizenship. S.: Whereas Oxford grants it only visas. G.:
Well put. Oxford lets Collingwood speak, lets Berlin historicise ideas, lets
Gardiner analyse explanation. But it does not, on the whole, hand over the keys
to a strong speculative philosophy of history. S.: Then where does the conversation
end. G.: With Plebe standing between Vico and Hegel, pretending to serve the
latter while perhaps smuggling the former in through the back door. S.: And
Grice. G.: Grice, hearing all this from Oxford, says: if history is linear,
that is tidy; if it recurs, that is truer; and if philosophy’s own history
proceeds by recurring problems and repaired solutions, then perhaps what
matters is not philosophy of history but history enough to keep philosophy
modest. S.: That sounds suspiciously final. G.: Then let me ruin it. If the
history of philosophy were purely Hegelian, Oxford would be impossible. If it
were purely Vichian, Turin would be bored. As it is, both survive, which is
proof enough that neither has finished the argument.Grice: Professore Plebe, ho
sempre ammirato il suo contributo sulla retorica latina, specialmente la sua
analisi di Cicerone. Trovo che il suo approccio unisca
tradizione e originalità: come vede oggi il ruolo della retorica nella
filosofia italiana? Plebe: Grazie, Grice! La retorica, secondo me, rimane una
chiave per comprendere il pensiero filosofico, soprattutto nella nostra
tradizione. Cicerone ha saputo legare forma e contenuto, e oggi questa sintesi
dovrebbe guidare il modo in cui dialoghiamo e argomentiamo. Lei stesso, con la
sua teoria della conversazione, ha dato nuova linfa a questo tema! Grice: È
vero, e confesso che il suo modo di integrare logica e storia mi ha ispirato.
Ho notato che spesso cita Strawson, ma aggiunge una prospettiva tutta italiana:
come crede che la filosofia logica possa arricchire la discussione filosofica,
senza perderne la dimensione umana? Plebe: La logica, se intesa come lessico
vivo e non come arida matematica, può arricchire la filosofia. Ho tradotto
Strawson proprio per questo: perché il dialogo logico sia un ponte, non una
barriera. La conversazione, come lei insegna, implica ascolto e comprensione
reciproca. E solo così la filosofia può tornare a essere parte integrante della
nostra vita culturale. Plebe, Armando (1948). Il concetto hegeliano di
filosofia della storia. Sotto Guzzo. Torino.
Alfredo Poggi (Sarzana, La Spezia, Liguria): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale, il ventennio fascista,
l’incontro con Mussolini ad Ancona, la scuola di Sarzana, i fatti di Sarzana,
lasciato in libertà da Mussolini, massoni proibiti, la filosofia ligure, e la
filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats understanding as a rational reconstruction: hearers assume
(unless forced not to) that a speaker is playing a cooperative game with
publicly intelligible norms, and they recover what is meant by asking what a
reasonable speaker could be intending, given those norms; implicature is the
controlled surplus that arises when what is said is insufficient, oddly chosen,
or apparently rule-breaking, yet still intelligible as a move made in good (or
at least recognizable) rational order. Poggi, as your passage portrays him, is
interestingly adjacent but not parallel: his life and work are presented as
formed under high-stakes political and institutional pressures (socialism vs.
fascism, “massoni proibiti,” surveillance, tribunal, “clemenza”), and that
background naturally shifts the emphasis from Grice’s relatively benign
cooperative presumption to the pragmatics of guarded speech, coded dissent, and
strategic reticence, where what is unsaid may be as norm-governed as what is
said but governed by prudence rather than pure cooperativity. In that sense,
Poggi offers a historically charged counterpart to Grice: Grice’s maxims model
how rational agents optimize mutual understanding under normal conversational
aims, whereas the Poggi story exemplifies how conversational rationality can be
re-parameterized by risk, censorship, and factional “uptake,” producing
environments in which clarity itself may be punished and where audiences infer
“the wrong implicature” because the operative norm is political loyalty rather
than truth-seeking cooperation. Online, the only specific bibliographic anchor
in your passage that I can straightforwardly treat as stable is the
book-citation Alfredo Poggi, Storia della filosofia moderna (Sansoni, Firenze,
1947); the further biographical particulars (the Ancona clash with Mussolini,
the archival “atto di clemenza,” the Rensi salon details) would need exact
archival or scholarly citations to be asserted as fact rather than as part of
the project’s stylized narrative voice, but as a conceptual comparison they do
exactly the work you want: they show how “reason-governed meaning” can remain a
normatively structured practice even when the governing reasons are not
conversational efficiency but survival, affiliation, and the management of
dangerous interpretations. Colpito dalla
violenza usata nei confronti del popolo durante le giornate milanesi e dal
temporaneo esilio che doveno subire alcuni socialisti amici di famiglia. Questo
lo porta a simpatizzare per quel partito che sta nascendo e al quale si
iscrive. Studia a Palermo e Genova. La questione morale: la critica e il
socialismo. Insegna a Genova. Partecipa come delegato al congresso socialista
di Ancona, nel corso del quale ha un duro scontro con il massimalista MUSSOLINI sul
problema della compatibilità o meno del socialismo con la
massoneria. L'assemblea da in quell'occasione una larga maggioranza
alla tesi di MUSSOLINI dell'incompatibilità. Si reca nelle domeniche d'inverno
al palazzo genovese di via Palestro, dove RENSI anima un vero e
proprio salotto – o gruppo di gioco --, arricchito dalla presenza di illustri
personalità quali PASTORINO, BUONAIUTI, SELLA, e ROSSI. MUSSOLINI si ricorda di
quel suo leale tenace avversario e lo libera, come attesta una registrazione
esistente nel suo fascicolo personale presso l'archivio centrale dello stato,
lasciato in libertà dal tribunale speciale per la sicurezza dello stato per
atto di clemenza di S. E. il capo del governo. Lo stato italiano, Cultura
e socialismo, Gesuiti contro lo stato liberale, Filosofia dell'azione, Concetto
del diritto e dello stato romano, La preghiera dell'uomo, Meneghini, Socialismo
spezzino, appunti per una storia, Massa; Meneghini, Meneghini Sui luttuosi
fatti del luglio v. stati pontificii, positivismo giuridico, filosofia
giuridica italiana contemporanea – il concetto di diritto, il concetto dello
stato italiano – incontro con Mussolini, lasciato in liberta da Mussolini, I
fatti di Sarzana, filosofia ligure, criticism kantiano, Adler, saggi sulla
filosofia dell’azione. “Grice: St John’s, 1947. Back in Oxford one can
breathe again. I duck into Blackwell’s and, as ever, there is a “new” book
insisting on a new boundary: Alfredo Poggi’s Storia della filosofia moderna,
hot off Sansoni’s press. When I read Greats the “moderns” were already
compulsory—Locke, Hume, Kant, and the rest of that inevitable procession—so I
find myself wondering what Poggi thinks he is doing by presenting “the moderns”
as a neatly fenced estate. Can the history of philosophy really be sliced like
a cake, with a clean line between medieval and modern, as if thinkers woke up
one morning and discovered they were no longer in the Middle Ages? Warnock,
ever practical, says he has his eye on a volume of “history of philosophy” too,
though he’ll rebrand it as English philosophy since 1900, partly to avoid the
Continentals and partly to avoid that French habit of calling everything
“contemporary” the moment it is printed. Poggi’s plan is harder to guess
without opening the book—and I confess I resist looking at the contents page,
because Italian books perversely hide it at the back with the index, and it
feels like cheating to learn what a book is about by skipping to its tail. What
I really care about is the awkward hinge: Telesio and the Renaissance, the
allegedly anti-medieval “new philosophy” that still reads like a late chapter
of the medium aevum; and then the comic thought occurs—how did the medium aevum
philosophers know they were in the middle? If “modern” is a period label, it is
also a conversational move: it implies a before and an after, and it quietly
asks the reader to grant the cut.” G.: Let us begin at Sarzana, before Sicily
turns him into a thesis and Rome turns him into a correspondence. S.: A
Ligurian beginning with moral philosophy in Palermo is already enough to make
an Oxford man suspicious. G.: Not suspicious. Curious. A Ligurian in Sicily
usually means either exile, appointment, or family economy. In Poggi’s case it
means the brother: Vincenzo already established, a school headmaster in
Caltagirone, and the younger one drawn south not by abstract love of the island
but by educational gravity. S.: So not a Sicilian soul by origin, but a
Sicilian formation by circumstance. G.: Exactly. And then Palermo, which matters
because it gives him not merely a degree but the first serious philosophical
frame: Letters and Philosophy, 1904, with a thesis on socialist moral
doctrines. S.: Already one hears the phrase trying to find its proper shape.
Not socialism as programme, but the moral question within socialism. G.: Which
is why the thing improves when it reaches print. The 1905 version narrows and
sharpens: the moral question in socialism, with Kant brought in as the
dignified elder whom no one in the original socialist families quite invited.
S.: We should be careful there. Saint-Simon and Owen are not Kantians in any
obvious sense. G.: Quite. Owen is Welsh by birth and London-active enough to
satisfy an English conscience, but not a Kantian in the classroom sense. Saint-Simon
is much more continental, more systematic, more eager to reorganise the world
by categories and productive classes, but again not by kneeling before
Königsberg. S.: So if Poggi is reading Kant into socialism, the route is not
through the founders, but through a later German mediation. G.: Exactly the
point. And that is where Labriola enters like the one useful Roman in the
story. S.: Useful because in 1903 Poggi writes to him from Palermo asking, in
effect, how to make a thesis respectable. G.: And Labriola replies, in effect:
if you are going to justify your club, justify it morally. Read the Germans.
S.: The club being what was still officially the Partito dei Lavoratori
Italiani before the fully settled Partito Socialista Italiano identity took hold.
G.: Yes. Which is important because the party itself is young enough to feel
historically alive. Founded in 1892, renamed into clearer socialist dignity in
1893, it is only about a decade old when Poggi is taking it seriously. New
enough to be contemporary, old enough to have already generated doctrinal
embarrassments. S.: And Labriola’s German reading list is not “read Marx and be
done.” G.: Quite the reverse. The coded instruction is: read Vorländer and
Staudinger. S.: Which decodes as: read those neo-Kantian socialists or
socialist-adjacent neo-Kantians who are trying to make socialism look less like
a mere historical process and more like a moral claim. G.: Precisely. If you
like, the message is: do not argue that socialism will happen; argue that it
ought to happen, and then tell me why. S.: That sounds surprisingly Oxonian.
G.: It should. Once one says “ought,” Oxford enters the room even if the room
is in Palermo and the books are German. S.: But the German side matters.
Explain the two names properly. G.: Vorländer is the easier case. He writes
quite explicitly on Kant and socialism, and more generally on the attempt to
connect Kantian ethics with socialist moral reconstruction. Staudinger belongs
to the same broad tendency: ethical socialism, revisionist pressure, anti-crude
materialism, the insistence that socialism without moral agency is only half a
doctrine. S.: So the advice from Labriola is: if you want socialism to survive
philosophical scrutiny, make it answerable to autonomy, personhood, universality,
duty. G.: Exactly. Which is already rather far from the heroic founders.
Saint-Simon gives you industrial reorganisation and technocratic prophecy; Owen
gives you practical reform, environment, education, and co-operation in a very
British key; but neither gives you the whole neo-Kantian moral armature. S.:
Then Poggi’s thesis makes more sense than one first thought. G.: Much more. The
thesis does not say, absurdly, that Kant invented socialism. It says, in
effect: if socialism is to be morally serious rather than merely sociological
or party-political, Kantian categories can help articulate its claim. S.: So
from the start Poggi is not really beginning in Palermo at all. He begins in
Palermo and immediately writes himself into a wider mainland and German
conversation. G.: Nicely put. Sicily gives him the degree. Rome, through
Labriola, gives him the angle. Germany gives him the justificatory machinery.
S.: There is something almost comical in the geography: Sarzana to Caltagirone
to Palermo, then intellectually to Rome and Königsberg, all before one has
begun to earn the right to look world-historical. G.: It is the right kind of
comedy: academic mobility without glamour. And all under the sign of morality,
which is the least glamorous and most demanding of all philosophical nouns. S.:
Which brings us to the phrase “socialist morality,” or better, “the moral
question in socialism.” What exactly is being added by Kant. G.: Several
things. First, universality. Not merely “our class interest” or “our movement,”
but a claim that can be stated as valid for persons as such. S.: The second
being autonomy. G.: Yes. Socialism ceases to be merely the arrival of a new
economic arrangement and becomes a question of whether persons can actually act
as self-legislating beings rather than as instruments. S.: Third, personhood
against pure collectivism. G.: Very important. A Kantian socialism can say:
capitalism degrades persons by instrumentalising them; but collectivism may do
the same if it treats the person as only a function of the mass. So one gets a
socialism moralised from two sides: against bourgeois atomism and against
collectivist flattening. S.: Fourth, revisionism against historical fatalism.
G.: Exactly. If socialism is simply the inevitable product of economic history,
then duty disappears. Neo-Kantian socialism restores duty: socialism must be
chosen, justified, willed, defended. S.: Which is why the project would have
appealed to a young Italian mind wanting to think seriously, not merely
politically. G.: And why it would have appealed to anyone suspicious of cheap
determinism. Here one can already see the later affinity with more general
notions of rational community. S.: You are sneaking toward the cooperative. G.:
Of course. Once you translate socialism into moral agency, reciprocity, and
respect for persons as ends, you are in the neighbourhood of any account that
treats social order not merely as force or interest but as a rationally
justifiable relation among agents. S.: Which is why it sounds, in a certain
light, almost Oxonian. G.: Yes, but not in the smug local sense.
Oxonian-friendly because the categories become familiar: autonomy, normativity,
personhood, reciprocity, universality. One could discuss them without ever
joining a party. S.: While Poggi, being young enough and card-carrying enough,
has the opposite adventure: joining the party and then discovering he needs
philosophy to defend it. G.: Exactly. The club needs a tribunal higher than its
own statutes. Labriola’s advice is effectively: if you mean to remain in the
PSI and still think yourself respectable, do not merely quote congress
speeches. Read Germans. S.: And these Germans are not dry in the boring sense.
They are dry in the useful sense. G.: Quite. They allow one to say: the moral
side of socialism is not decorative. It is the condition under which socialism
remains more than resentment organised into a programme. S.: How would this
have looked in a young Sicilian context. G.: Serious and slightly out of place,
which is often the best possible beginning. Palermo provides the institutional
setting; the intellectual pulse comes from elsewhere. That is precisely why
writing to Labriola matters. It is a refusal to let Sicily become provincial in
the thesis. S.: Yet he remains Sicilian enough by training to make the thing
local. G.: Yes. The very remoteness helps. One has to import one’s authorities
and therefore becomes conscious of the importation. S.: There is a pleasing
irony in all this. Labriola, not Piemontese at all, but from the southern
mainland, becomes the bridge by which a Ligurian-in-Sicily acquires German
neo-Kantian socialism. G.: Italy does not need a north-south map so much as a
map of intellectual railway lines. Palermo to Rome is more important here than
Sarzana to Turin. S.: Which makes the thesis less like an isolated student
exercise and more like a little node in a European argument. G.: Exactly. And
one should not underestimate the timing. 1903 is close enough to the party’s
formation that the question “what sort of socialism is this to be?” is still
very much alive. Ethical socialism, revisionism, materialism, moral duty,
class, personhood: these are not retrospective labels but actual pressures. S.:
Then Poggi’s 1904–1905 work is not quaint at all. G.: Not quaint. Young, yes.
Earnest, certainly. But in an intellectually serious way: he is trying to
prevent socialism from collapsing into either sentiment or inevitability. S.:
Which is what Kant helps with. G.: Precisely. Kant gives one a moral grammar.
And once you have that grammar, you can criticise capitalism not only because
it produces misery, but because it instrumentalises persons. S.: One can also
justify socialism not only because it benefits the workers, but because it
secures conditions under which persons can stand to one another as ends and not
merely as means. G.: Very good. That is the core. S.: Which is almost enough to
make one forget the historical founders. G.: One need not forget them. One only
needs to stop asking them to do work they were never trained for. Owen gives
cooperative experiment; Saint-Simon gives administrative prophecy; the
neo-Kantians give moral architecture. S.: And Poggi, if he is intelligent,
learns to borrow the last without embarrassing himself with the first two. G.:
Nicely put. He need not deny the founders; he simply need not pretend that
their conceptual resources are sufficient. S.: Let us be explicit. If one were
to set out the sequence as a thesis skeleton, how would it run. G.: First
chapter: the moral problem within socialism. What kind of normativity does
socialism require if it is to be more than economic resentment or historical
optimism. S.: Second chapter: Kant as source of universality and moral
personality. G.: Third: the neo-Kantian socialist mediators, especially
Vorländer and Staudinger, showing how socialism may be recast as an
ethical-political project. S.: Fourth: the critique of capitalism as morally
deforming because it reduces persons to instruments. G.: Fifth: the critique of
dogmatic collectivism for the symmetrical reason. S.: Sixth: the defence of
socialism as a rationally justifiable community of agents. G.: You see how
quickly you have become German. S.: Only because you have made me. G.: That is
what relatore figures do, but Labriola had the decency not to be the relatore.
He only gave the direction. That is often the more interesting role. S.: True.
A formal supervisor may correct; an external authority may orient. G.: And
orientation is the more important gift when the student is young enough to be
doctrinal and old enough to be ashamed of it. S.: There is another question.
Would this moralising of socialism have looked suspicious to stricter Marxists.
G.: Certainly. It would look like dilution, revisionism, idealist backsliding,
the importation of bourgeois moral language into class struggle. S.: Which is
precisely why it would have attracted a young man who wanted socialism without
becoming merely doctrinaire. G.: Exactly. One suspects Poggi wanted to think
himself both committed and respectable. Neo-Kantian socialism provides the
formula: keep the commitment, add the respectability. S.: That sounds cynical.
G.: It is not cynical. It is adolescent in the best sense: wanting both justice
and justification. S.: Which is why it matters that the party was still young.
A young party permits young intellectuals to think its soul is still up for
grabs. G.: Beautifully said. If the party had already hardened into orthodoxy,
the thesis would look like apologetics. Because it is still young, it looks
like intervention. S.: And Sicily? G.: Sicily is the place where the
intervention is written. But the real conversation is elsewhere: Rome through
Labriola, Germany through the neo-Kantians, and, if one wishes to flatter
ourselves, a little beyond the Alps into the region where moral socialism
begins to sound less like a movement and more like a problem in practical
reason. S.: Which is where one starts hearing the faintest Oxonian echo. G.:
Yes, because once one says practical reason in earnest, one is already within
hearing-distance of those who will later ask why one should be truthful, why
one should cooperate, why one should respect the other’s agency, why influence
should be reciprocal rather than merely effective. S.: So the moralised
socialism and the later moralised cooperation are not the same thing, but they
rhyme. G.: Exactly. Both depend on the thought that social life must be
justified among agents, not merely arranged over them. S.: Then Poggi’s thesis
can be seen as an early attempt to put socialism under the tribunal of rational
morality. G.: That is the best summary. S.: And without Kant, it would remain
either party doctrine or sociological prediction. G.: Yes. Kant brings in
normativity and personhood. The neo-Kantians make those categories available
for socialism. Labriola tells the young Ligurian in Palermo to go and read
them. The thesis writes itself, or at least acquires the right ambition. S.:
One almost begins to like the thing. G.: One should. It is a serious
early-century problem treated in the right key. And the geography helps. A
Ligurian in Sicily writing to Rome for German advice on how to justify
socialism morally—there are worse beginnings. S.: Better that than pretending
Saint-Simon already read the Groundwork. G.: Much better. Saint-Simon did
enough damage without that. S.: And Owen? G.: Leave Owen to the English, where
reform, co-operation, and practical decency can remain slightly provincial and
all the better for it. S.: So if someone asked: what is Poggi really doing in
1905. G.: I would answer: he is trying to show that socialism, if it is to be
more than movement or fate, requires a moral vocabulary of agency, autonomy,
personhood, universality, and reciprocal respect; and he is doing so under the
influence of German neo-Kantian socialism, not because socialism began in Kant,
but because Kant supplies the tribunal before which socialism can be judged
and, perhaps, vindicated.Grice: Professore
Poggi, ho sentito che lei affronta la filosofia persino nei salotti genovesi
della domenica… Ma mi dica, tra
implicature conversazionali e fatti di Sarzana, qual è più pericoloso: un
massone a colazione o un socialista a cena? Poggi: Caro Grice, dipende dal menu: il
massone preferisce croissant e discussioni velate, il socialista invece non si
accontenta finché non ha ribaltato il tavolo! Però, sul serio, l’unico rischio
è rimanere senza caffè dopo una notte di filosofia ligure. Grice: Ah, allora bisogna sempre avere una
scorta di caffè — e magari Mussolini all’uscio, pronto a liberare gli spiriti
critici troppo svegli! Mi dica, lei pensa che il ventennio abbia reso la
filosofia italiana più robusta… o soltanto più incline alle implicature? Poggi: Ma guardi, Grice, dopo vent’anni di
implicature fasciste, siamo diventati maestri del “non detto” – persino il mio
cane, a Sarzana, capisce quando è meglio tacere! La filosofia ligure si è
allenata a navigare tra maree politiche e salotti, senza mai perdere il gusto
per una battuta ironica… e per una libertà conquistata, magari con clemenza! Poggi, Alfredo (1904). La morale nelle dottrine socialiste. Palermo
Baldassare Poli (Cremona, Lombardia): la ragione
conversazionale dell’implicatura conversazionale del pappagallo di Locke, la
filosofia lombarda, e la filosofia italiana. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning starts from the idea that what
speakers mean is constrained by publicly intelligible norms of cooperation and
rational accountability: hearers treat an utterance as a move in a purposive
exchange and infer speaker-meaning (including implicatures) by assuming the
speaker is aiming to be appropriately informative, relevant, sincere, and
perspicuous, with “extra” meaning arising when a maxim is apparently flouted
but can be reconstructed as still serving the shared point of the talk. Poli,
as presented in your passage, approaches “language” through a taxonomy of signs
(cry, gesture, action, artifice, word) and uses the Lockean parrot as a
boundary case: the animal can produce recognisable tokens (“buon giorno”) and
can imitate, but its signs remain uncertain, non-self-correcting, and—crucially
for Grice—do not reliably manifest the kind of intention-recognition and
responsiveness to conversational purposes that would ground genuine
implicature; on a Gricean diagnosis, the parrot’s deficiency is not lack of
sound-production but lack of participation in the rational economy of
conversation (knowing when to speak, what counts as relevant, when silence is
required, how to tailor an utterance to an interlocutor’s informational needs).
The comparison becomes sharpest where Poli’s metaphysical and juridical
language (“spirit over matter,” law as science in principles and art in cases)
aligns with Grice’s distinction between rule-governed competence and mere
behavioural mimicry: a parrot may replicate the surface form of a code, but
cannot occupy the normative role of a judge because it cannot undertake the
justificatory commitments and reason-giving responsiveness that make a move
answerable within a practice; in that sense, Poli’s parrot story can be read as
an early, non-technical counterpart to Grice’s central point that meaning in
conversation is not exhausted by the production of signs, but depends on
rationally interpretable intentions and on the interlocutors’ shared governance
by norms that license, constrain, and make accountable what is implied as well
as what is said. Si laurea a Bologna. Insegna a Milano e Padova.
“Filosofia elementare” e un eclettico sistema di empirismo e
razionalismo. I saggi di scienza politico-legali considerano il diritto un
insieme di scienza, in quanto trattano dei principi, e di arte, in quanto
applicazione d’un principio giuridico nella valutazione dei singoli casi. Il
diritto e un’espressione provvidenziale. Si distingue in naturale e in
positivo. Combatte il positivismo negli studii di filosofia, ri-vendicando
la superiorità dello spirito sulla materia. Saggio filosofico sopra la
scuola dei filosofi naturalisti coll'analisi dell'organo-logia, della
cranio-logia, della fisio-gnomia, della psico-logia comparata, e con una teoria
delle idee e de' sentimenti; Elementi di filosofia, Elementi di filosofia
teoretica e morale, La filosofia elementare, La scienza politico-legale,
Filosofia, Studii di filosofia, Cenni su CORLEO : il sistema della filosofia
universale, ovvero la filosofia dell'identità, La filosofia dell'incosciente,
Memorie, Studi CANTONI, Studio della vita e delle opere. La LINGUA, presidendo
dalle grandi controversie de’filosofi intorno alla sua origine e alla sua
formazione, antro non è che il complesso de’SEGNI destinati ad esprimere le
nostre idee e i nostri sentimente. E comeche vari sono codesti SEGNI pella loro
indole e pella loro origine, cosi varia è la specia della lingua -- il grido,
il gesto, l’azione, l’artificio, e la parola. Fra tutte l’opinioni, sembra
incontrastabile, prima di tutto, che l’animale ha i SEGNI d’una specidie di
lingua nel grido e nel moto. Ma questi segni sono o incerti e inisignificanti.
O quasi sempre dubii almameno per noi, senza che sia in loro il potere di
perfezionarli. In secondo luogo, è dimostrate che l’animale quantunque fornito
dell’organo della loquella e dell’udito, come anche della faculta d’associare e
d’imitare, non puo mai giungere all’invenzione della lingua
veramente articolata. naturalisti, organologia, craniologia, fisiognomia,
psicologia comparata. “Grice: St John’s, 1966. Warnock has become
insufferably energetic. Having taken charge of those Oxford Readings volumes,
he now wants to anthologise the entire human condition. I told him I’ve already
had my turn in the reprint lottery: Meaning turns up where Strawson thinks it
belongs (philosophical logic), Searle rescued my piece on utterer’s meaning for
the philosophy of language volume, and Warnock himself obligingly reprinted the
whole Cambridge symposium in his perception reader, as if to prove that even
Oxford can be made to sound empirical when edited with sufficient confidence.
But now he wants Quinton to do a political philosophy volume, and I can see the
slope: once you start with logic and language you end with the ballot box, and
then someone will want an Oxford Readings in Gardening. I said to Warnock, half
joking and half not, that the Italians had at least one decent instinct about
politics: they sometimes admit it is local. Poli, back in 1957, had the tact to
call it Il pensiero politico italiano, which is already a warning label: not
political philosophy in the abstract, but a national habit of mind with a
postal address. Of course Warnock replied that pensiero is precisely the sort
of word Italians lean on when they want their prose to sound as if it has the
mass of an argument; and he’s right in his way, since the old Latin root
suggests weight, and the last thing we need is another “weighty” Oxford
collection that sinks under its own seriousness. If we must do politics, I
said, let it be done with the same decency we demand in conversation: no grand
nouns unless you can cash them, no reverence for labels, and above all no
pretending that because a thing is called “thought” it has earned the right to
be heavy.” Grice: Poli, tu citi il pappagallo di Locke e io già
tremo: perché quello dice “buon giorno”, ma non implica nulla—e a Oxford questo
è considerato un vizio sociale, non un limite cognitivo. Poli: Però il mio
empirismo non è così crudele: riconosco che anche l’animale ha i suoi
segni—grido, gesto, moto. Solo che sono incerti, e soprattutto non migliorano:
il pappagallo ripete, ma non inventa la grammatica. Grice: E qui entra la
ragione conversazionale: quando il pappagallo “risponde”, dice qualcosa, ma non
mostra il principio cooperativo—non sa quando tacere, quando essere pertinente,
né come evitare l’eccesso di “buon giorno” alle tre di notte. Poli: Appunto. E
quando io difendo la superiorità dello spirito sulla materia e combatto il
positivismo, dico metafisica; ma implico una cosa molto pratica: il diritto è
scienza nei principi e arte nei casi—e un pappagallo può imitare un codice, ma
non può fare il giudice. Poli, Baldassare (1957). Il pensiero politico
italiano. Milano: Giuffrè.
Mario Pollini (Grosseto): l’implicatura
conversazionale e la ragione conversazionale –Grice: “I like P. I was often
asked, after creating Deutero-Esperanto, what right do I have to call it a
‘language’, since, nobody ever speaks it. Pollini notes that
languages such as English, are better, understood as ‘la lingua dell’Anglia.
Anglia, etc., are not INVENTED countries, we hope. But the land of UTOPIA is
often seen as what Pollini calls DEVESSIA, the land of Ought, not of Is.
Therefore, its grammar is RAGIONATA in the sense that Moore equivocates when he
says that is derives from ought, and not vice versa! Il devessiano è una lingua inventata da Pollini di Grosseto. Il nome deriva
da Devessia, una repubblica situata nell’estremo occidente d’Europa, fra la
Gallia e l’Irlandia, e significa letteralmente ‘il paese dove le cose sono come
devono essere.’ In sintesi, la lingua di Devessia è una lingua amiatina, in
quanto la sua base lessicale riprende molto della parlata della terra d’origine
dell’autore, e cioè il monte Amiata, in Toscana. Le preposizioni sono, in
singolare: “do” (masc.), “da” (fem.); in plurale: “dos” e “das.” C’è un
dittongo, «ui»: non porto, ma puirto; non sorte, ma suirte, non punto, ma
puinte. C’è anche un suffisso «-con» che corrisponde a un’errata pronuncia
infantile. L’altro suffisso è «-èira». Il lessico amiatino si ritrova
particolarmente nelle parole che indicano la frutta, come “bahoha,” albicocca,
“sarac[c con pipetta]a (ciliegia), pornela (susina). Oltre che alla
parlata amiatina nativa di P., il lessico della lingua di Devessia attinge
parole dal gallico (pandon = «mentre»), ma anche dal genovese (u-màa = «onda»,
dal genovese «u mâ», cioè, per metonimia, «il mare -- ligure»), da linguaggi
infantili, da espressioni scherzose, d’interpretazioni arbitrarie (manc[c con
pipetta]urà = «masticare» deriva da come P. sente il suono di “Manciuria”) e
anche da parole tratte dai sogni dell’autore (ad esempio baltac[c con pipetta]à
= «colpire forte, rovesciare»). deutero-esperanto, Devessia, la lingua
del monte Amiata. Referenze. Grice:
Pollini, mi hanno chiesto mille volte che diritto avessi di chiamare “lingua”
il mio Deutero‑Esperanto, visto che non lo parla nessuno. E tu arrivi col
devessiano e mi dici: “Tranquillo, basta inventarsi anche un Paese”. Pollini:
Appunto: l’inglese è “la lingua dell’Anglia” e nessuno sospetta che Anglia sia
un’invenzione (si spera). Devessia invece è il Paese del dover‑essere: lì tutti
parlano correttamente… perché è vietato parlare a caso. Grice: Meraviglioso:
quindi quando in devessiano dici “do” e “da”, tu dici una preposizione; ma
implichi già un’etica. È grammatica ragionata: Moore pensa che l’“is” venga
dall’“ought”, e tu gli rispondi: “No, caro: in Devessia l’ought fa da sindaco
all’is”. Pollini: E quando scrivo “puirto, suirte, puinte” e ci appiccico
“-con” come pronuncia infantile, io dico fonetica amiatina; ma implico che
l’utopia funziona solo se ha difetti ben scelti: altrimenti non è una lingua, è
un regolamento condominiale. Pollini, Mario (1968). Il pensiero politico di
Bruno e Campanella. Milano: Feltrinelli.
Pollio Valerio (Roma,
Lazio): la ragione conversazionale contro il lizio. He plays a leading
role in Rome’s political and cultural life. He is a friend of both
VIRGILIO and ORAZIO , and wrote a history of the civil war. He is
NOT a lizio, and his most famous tract he entitles, “Contra Aristotelem”. He
rather follows the philosophy of Musonio RUFO , whom he deems superior to ‘that
ginnasio where an over-rated Stagirite used to ramble with friends.’ Historians
debate this, since Musonio Rufo apparently was born well after P. dies – but,
as Kunstermann says, ‘there is no obvious earlier candidate.’ Hohlertter
suggests that the work was written by a LATER Pollio – ‘most likely Pollio
Valerio’. Gaio Asinio Pollio. Pollio: la ragione conversazionale
contro il Lizio – Roma – filosofia italiana – (Roma). The
author of “Contra Aristotelem” according to Hohlertter. GRICEVS: POLLĪ, audio te librum conscripsisse
Contra Aristotelem: hoc quidem dicis; sed quid implicas—te non solum a Lȳceō
abesse, sed etiam ab illis qui ibi ambulando sapientiam putant constare? POMPONIVS:
Recte conicis. Ego Stoicum magis amo—Musonium Rufum, si licet—quam illum
Stagiritem, qui in gymnasio quasi peripatetice loquitur et numquam ad rem
pervenit. GRICEVS: Sed ecce quaestio conversazionalis: cum Musonium nomines
(quem quidam aiunt post te natum esse), tu dicis magistrum; sed implicas “mihi
opus est severiore praeceptore quam Aristoteles”—et chronologia, ut solet, in
foro minus valet quam sententia. POMPONIVS: Et tu,
Grice, cum “implicas” dicis, implicas hoc: Romani etiam cum philosophiam
eligunt, more civili agunt—non “quid verum est?” sed “quid utile est, ne rursus
bellum civile fiat?”
Pollio Felice (Roma, Lazio):
la ragione conversazionale dell’orto romano –Orto. Patron of Stazio. GRICEVS:
POLLI, audio te in Horto habitare et Statium tueri: pulchrum; nam patronus es
qui dicis “poetae faveo,” sed implicas “ne me in foro quaeratis—hic herbae
loquuntur brevius.” POLLIVS: Ita est, Grice: in Horto etiam versus mitiores
fiunt. Statius epulas laudat; ego otium. Uterque tamen eandem legem sequitur:
nihil nimis—praeter rosam. GRICEVS: Sed hoc est ipsissima ratio
conversazionalis: cum tu Statium ad cenam invites, dicis hospitium; implicas
autem “si carmen recitaveris, recita breve—Epicurus enim prolixitatem non
amat.” POLLIVS: Et tu, cum “prolixitatem” reprehendas, dicis doctrinam;
implicas vero hoc: etiam in Horto Romano poeta sub umbra iudicatur—non gladio,
sed silentio.
Polluce: la ragione conversazionale del principe filosofo
-- Roma – filosofia italiana – (Roma). Filosofo italiano.
Giulio Polluce or Polideuce – Friend of Commodo to whom he dedicates a treatise
entitled “Onomasticon,” a thematically arranged dictionary containing many
excerpts from different authors, mainly and especially the Roman philosophers
with which he was familiar and thought Commodo would find of slight
interest. GRICEVS: POLLE, audio te Onomasticon Commodo principi
dicavisse: pulchrum munus—dictionarium enim est quasi convivium verborum, ubi
princeps sine periculo sapientiam “gustat” et statim in alium ferculum transit.
POLLVS: Ita est, Grice: Commodus philosophiam amat… dum
brevis est. Ideo capita ordinavi per materias, ne cogatur legere
quidquam quod non petierit. GRICEVS: Sed hoc est ipsa ratio conversazionalis:
cum dicis “hoc parum tibi interest,” non tantum dicis modestiam; implicas etiam
“si plus posuero, irasceris”—et ego malim te patronum quam leonem. POLLVS: Et
tu, cum “implicas” dicis, implicas hoc: princeps philosophus fit non quia omnia
legit, sed quia, lectis paucis, reliqua prudenter praeterit—quod est virtus
rara, praesertim in amphitheatro.
Polo (Reggio): la ragione
conversazionale e la scuola di Lucania – Roma –Reggio, Lucania, Calabria. He is
said to have been a Pythagorean, although some think he was a spelling mistake
that should be corrected to ‘Eccelo di Lucania.’ He wrote a treatise on
justice. Polo.
Polo
While Marco Polo's accounts had a profound impact on European
geography, exploration, and commercial interest in Asia, there is little
evidence to suggest they directly or significantly influenced the specific
contemporary philosophical thought in Italy in a way that is
documented through citations by known philosophers. Influence on
Worldview and Exploration, Not Philosophy Marco Polo's book, Il Milione (or
Description of the World, originally Devisement du Monde), was published around
1299 and circulated widely, primarily as a popular romance and travel
narrative. Its influence was practical and imaginative: Geographical and
Cartographical Impact: His detailed descriptions of lands previously unknown to
Europeans provided an encyclopedic understanding of medieval Asia, which was
used by mapmakers to create more accurate charts. Inspiration for Exploration:
The book sparked immense curiosity and a thirst for exploration in subsequent
generations. Christopher Columbus, notably, carried a heavily annotated copy of
Polo's book with him on his voyages. Commercial Interest: His descriptions of
the wealth, spices, and trade opportunities in the East stimulated Occidental
interest in Eastern commerce. Technological Exchange: He is credited with bringing
back knowledge of certain Chinese innovations to Europe, such as paper money
and possibly the idea of coal and a complex postal system. Lack of
Influence on Contemporary Philosophy During Marco Polo's time and the
immediate decades following the publication of his book, Italian intellectual
life was dominated by late medieval scholasticism and the emerging Renaissance
humanism. Grice: Caro Marco Polo, devo dirti che ho sempre
apprezzato il tuo spirito filosofico, anche se a Vadum Boum, cioè Oxford, sei
celebre soprattutto per aver, secondo la leggenda, inventato il tè! Gli
studenti ancora scherzano dicendo che senza Marco Polo la pausa del pomeriggio
non sarebbe la stessa. Marco Polo: Ah, caro Grice, questa fama mi diverte! In
realtà, tra un viaggio e l’altro, mi sono imbattuto in molte bevande esotiche,
ma il mio vero “tè” è stato il desiderio di conoscere mondi nuovi e di mettere
in discussione le idee consolidate sul mondo. Forse, in questo, sono davvero
stato un po’ filosofo… o un pioniere della curiosità! Grice: Senza dubbio,
Marco! La tua curiosità e il tuo modo di osservare i costumi altrui hanno
qualcosa di profondamente filosofico. La tua “ragione conversazionale” ha
aperto non pochi varchi, anche se, ti confesso, ad Oxford i colleghi ti citano
più spesso per le mappe che per le idee metafisiche! Marco Polo: Beh, caro
Grice, ogni viaggio è un dialogo con l’ignoto e forse, come diceva qualche
saggio orientale, la vera filosofia sta nel saper domandare. Se poi qualcuno ne
approfitta per sorseggiare una tazza di tè, tanto meglio! Alla prossima conversazione,
magari con una nuova spezia da scoprire.
Pompedio (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’orto romano. According to the historian Giuseppe, a
senator who followed the Garden – Some believe that the reference is to Publio
Pomponio Secondo, a statesman and author. GRICEVS: POMPEDI, “Pompedius”
te quidam scribunt—dicunt nomen; sed implicant te tam placidum Epicureum esse
ut etiam syllabas in horto deponas, ne laborent. POMPEDIVS: Immo, Grice: in Horto non solum curae, sed et consonantes
cadunt. Sed senatorem me esse Iosephus ait: ergo otium meum est publicum—quasi
“otium cum auctoritate.” GRICEVS: At hic est iocus conversazionalis: cum dicis
te “Hortum sequi,” dicis philosophiam; sed implicas te in Curia saepe
tacere—non quia nihil habes quod dicas, sed quia pax interdum utilior est quam
sententia. POMPEDIVS: Et tu, cum dicas “fortasse idem est ac Publius Pomponius
Secundus,” dicis disambiguationem; sed implicas hoc: Romani etiam in indice
nominum Epicurei sunt—unum nomen, si fieri potest, pro duobus.
Pompeo (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e il portico romano e il diritto. Nell’analisi delle nozioni di
stato e di proprietà in Pompeo e Panezio e l’influenza della dottrina stoica
sulla giurisprudenza romana dell’epoca scipionico-cesariana, il portico è un
fenomeno che abbraccia un arco temporale vastissimo ed è di difficile, se non
impossibile definizione. Pohlenz ne ha parlato come di un movimento spirituale,
ma se si dicesse che è una ‘dimensione del pensiero’ forse non si sbaglierebbe.
Comincia con * Testo rielaborato con le fonti e i riferimenti bibliografici
essenziali della relazione alla 59ème Session de la Société Internationale
Fernand de Visscher pour l’Histoire des Droits de l’Antiquité. [Per un primo
approccio alla filosofia del Portico si v. POHLENZ, Stoa und Stoiker. Die
Grunder, Panaitios, Poseidonios (Zürich); ID., IL PORTICO ROMANO: Storia di un
movimento spirituale, Milano; IL PORTICO: Geschichte einer geistigen Bewegung
(Göttingen); ISNARDI PARENTE, Stoici Antichi (Torino l’età del suo fondatore,
il cipriota Zenone, un fenicio dalla pelle scura e di sangue semitico, attivo
ad Atene, ma comprende anche ANTONINO. Non dimentichiamo, in aggiunta, la
rielaborazione del de officiis di CICERONE fatta da AMBROGIO e, ancora, la
fortuna medioevale dei precetti morali di Seneca che è addirittura indicato con
la sua felice formula honestae vitae da Martino di Bracara come una sorta di
cristiano occulto per aver intrattenuto una leggendaria corrispondenza con S.
Paolo e tentato di convertire al cristianesimo un suo discepolo. La filosofia
del Portico domina dunque la scena culturale romana per molti decenni durante
l’ellenismo e la prima età imperiale, ma subì una repentina e considerevole
decadenza. Agostino, in epist., infatti potrà dire. I seguaci del Portico sono
ridotti al silenzio, al punto che le loro teorie vengono appena menzionate
nelle scuole di retorica ». In effetti della letteratura del Portico a noi non
è arrivato molto. GRICEVS: POMPEI, cum
de Porticu Romano loqueris, rem tam longam amplecteris ut vix definiri possit:
quid est Porticus—motus spiritualis (ut Pohlenz), an potius dimensio cogitandi?
POMPEVS: Utrumque, Grice. Nam Porticus sub Zenone incipit, sub Antonino
procedit, et apud iurisconsultos quasi in togam mutatur: idem animus, sed alia
vestis. GRICEVS: Lepide: cum dicis “Porticus ius movit,” dicis historiam; sed
implicas hoc—Romanos etiam cum de “statu” et “proprietate” disputant, sub
porticu stare, ne in foro a passionibus trahantur. POMPEVS: At tu, cum
“implicas” dicis, implicas rursus hoc: si Stoici “ad silentium redacti” sunt
(ut Augustinus gloriatur), tamen ius ipsum eorum vocem retinet—nam lex, etiam
tacens, Stoice loquitur.
Gnaio Pompeo Magno (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale al portico romano. The uncle of Pompeo, the general. He
is well versed in the Portico and a man of considerable learning, especially in
the area of geometry. GRICEVS: POMPEI, dicunt te in Porticu versatissimum
esse, et geometriae peritissimum. Quaeso: cum tu “lineam rectam” defines, dicis
quid sit; sed quid implicas de vita Romana? POMPEVS: Implico hoc, Grice: lineae rectae in tabula facile inveniuntur; in
foro autem raro—nisi quis, more Stoico, angulos cupiditatum resecat. GRICEVS:
Pulchre. At cum tu ad Porticum venis, nonne dicis te philosophari, sed implicas
te ab omnibus petitionibus et clientibus paulisper latitare—quasi sub columna
etiam animus lateat? POMPEVS: Ita vero: Porticus mihi
est et schola et umbraculum. Nam si quis me roget de negotiis, respondebo:
“nunc de triangulis agitur”—quod est verum, et tamen utilissime ambiguum.
Sesto Pompeo (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale al portico romano. A statesman and general ultimately
defeated in the civil war against GIULIO Cesare. A pupil of
Posidonio at Rome. It is said that this tutelage had a great effect on him –
“It changed my life” -- but it is not clear to what extent Pompeo himself
became a follower of the Portico. GRICEVS:
POMPEI, audivi te Posidonium Romae in Porticu audivisse atque dixisse: “vitam
meam mutavit.” Hoc quidem dicis; sed quid implicas—te Stoicum factum esse, an
tantum melius ducem? POMPEVS: Ut verum fatear, Grice, Stoicus fieri volui, sed
miles remansi: didici tamen hoc—sub porticu facile est “impavidum” agere; in
acie multo difficilius. GRICEVS: Lepide: cum dicis “mutavit,” laudas magistrum;
sed implicas te olim magis Fortunae quam rationi paruisse—nunc autem, saltem
verbis, tecum habere Porticum quasi umbraculum. POMPEVS: Et tu, cum “implicas”
totiens repetis, implicas hoc: in Urbe qui nimis aperte loquitur aut a
Censoribus notatur aut a Caesare vincitur—quare Stoici silentium docent, non
quia nihil sentiunt, sed quia diu vivere volunt.
Pietro Pomponazzi (Mantova, Lombardia): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale materiale – Shropshire – A Soul
-- l’affair Pomponazzi. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats ordinary talk as a cooperative, norm-sensitive enterprise in
which hearers rationally reconstruct what a speaker means by assuming (unless
there is marked evidence to the contrary) that the speaker is trying to be
appropriately informative, truthful, relevant, and perspicuous; implicature is
then the disciplined residue produced when what is literally said would
otherwise make the speaker’s move look irrational or uncooperative, so the hearer
supplies an intended enrichment that restores the utterance to intelligibility
under shared conversational standards. Pomponazzi, as your passage frames him,
becomes an instructive foil because the “affair” around De immortalitate animae
dramatizes a mismatch between two regimes of rationality: Pomponazzi argues
that immortality is not demonstrable by reason while maintaining (via the
faith/reason distinction he insists on in Apologia and Defensorium) that this
is not straightforward atheism, yet the Venetian reception supplies an
implicature of impiety and treats the text as if its rational content were a
social act of provocation; in Gricean terms, the audience refuses the
charitable hypothesis of cooperative philosophical inquiry and instead
construes the utterance under a different set of practical maxims
(institutional risk-management, doctrinal policing), so that what Pomponazzi
intends as a careful limitation claim is heard as an attack, and “clarity”
itself becomes suspect once it threatens authority. Read this way, the
Pomponazzi episode shows Grice’s key point by historical counterexample:
implicatures are not free-floating but are licensed by what counts as the
operative rational game in a setting, and when the background norms shift from
truth-seeking cooperation to safeguarding the sacred, the same words generate
different “reasonable” inferences—sometimes lethally—because the community’s
standards of what it is rational to be doing with words have changed. Important Italian philosopher. Studia a Padova sotto Nardò,
Riccobonella e Trapolino. Insegna a Padova, Carpi, Padova, Venezia, Ferrara,
Mantova, e Bologna. Pubblica “De maximo et minimo”. Publica un commento al “De
anima” aristotelico del Lizio. Scrive il “Trattato dell’immortalita dell’anima”
(Bologna), il “Il fato, il libero arbitrio e la predestinazione” (Grataroli,
Basilea) e il “De naturalium effectuum causis, sive de incantationibus”
(Grataroli, Basilea) oltre a commenti delle opere di Aristotele. Il “Tractatus
de immortalitate animæ,” in cui sostiene che l'immortalità dell'anima non può
essere dimostrata razionalmente, fa scandalo. Attaccato da più parti, la
pubblicazione è pubblicamente bruciata a Venezia. Denunciato da Fiandino per
eresia, la difesa di Bembo gli permette di evitare terribili conseguenze. É
condannato da Leone X a ri-trattare la sua tesi. Non ri-tratta. Si difende con
la sua Apologia e con il Defensorium adversus Augustinum Niphum, una risposta
al De immortalitate animæ libellus di NIFO , in cui sostiene la distinzione tra
verità di fede e verità di ragione, idea ripresa da ARDIGÒ . Evita ogni
problema pubblicando il “De nutritione et augmentatione”, il “De partibus
animalium” e il “De sensu”. Muore suicida. Per i peripatetici del LIZIO,
l'anima è l'atto – entelechia -primo di un corpo che ha la vita in potenza.
L’animo è la sostanza che realizza la funzione vitale dei corpi. Tre sono le
funzioni dell'anima: la funzione vegetativa per la quale gl’esseri vegetali,
animali e umani si nutrono e si riproducono; la funzione sensitiva per la quale
gl’esseri animali e umani hanno sensazioni e immagini; la funzione
intellettiva, per la quale gl’esseri umani comprendono. peripatetismo veneto.
lizio, corpore, materialismo, animo-anima, Aquino, Nifo - Shropshire and
Pomponazzi on the immortality of the soul. “Grice: St John’s,
1938. I’m drafting some notes on personal identity for Mind, before the war
swallows everyone’s attention; I hadn’t tackled the topic with Hardie, and I
did no proper research on it at Merton, but it keeps colliding with questions
about supervenience and, more pointedly, survival. And then there is
Pomponazzi, if one must cite him: in his notorious De immortalitate animae he
argues against the very thing the title advertises. A marketing title, really:
Contra immortalitatem animae would have been more honest, though less saleable.
But the deeper muddle is not the title; it is the predicate. In what sense is
“immortality” even a property of “the soul,” as if the soul were an item with
features like weight or colour? My own hunch, at least for purposes of
argument, is to go empiricist: treat the “soul” as no more than a chain of
mnemonic states, linked in the right way, and admit that the chain breaks when
the person dies. Yet even that phrasing is already suspect, because “you
passing away” sounds like an event in your life, whereas one is later tempted
to agree with Wittgenstein that death is not an episode one lives through at
all; so perhaps Pomponazzi’s real lesson is not about proving or disproving
immortality, but about how quickly philosophers slide from talk of persons and
memories into talk of substances, and then pretend the slide was licensed by
reason rather than by habit.” G.: What interests me about Pomponazzi is not
that he proves the soul mortal, but that he forces one to say what the question
means before one answers it. S.: That sounds charitable to the point of
distortion. He matters historically, no doubt: Bologna, 1516, a public scandal,
copies burned in Venice, the whole Catholic operatic apparatus. But as
philosophy for us? Hardly. G.: “For us” is already doing too much work. If by
“us” you mean Ryle after 1949, then of course the question “is the soul
immortal?” looks malformed before breakfast. If there is no ghost, there is
nothing to keep alive. S.: Exactly. The whole Pomponazzi affair seems to depend
on taking anima as the name of a thing, and then asking after its duration as
if it were a candle or a civil servant. G.: That is the Rylean complaint, and
one can hear why it became irresistible. Still, one should distinguish two
levels. At one level, yes, the noun soul becomes suspect. At another, the old
problem survives translation. You can kill the word and keep the pressure. S.:
By “translation” you mean “personal identity.” G.: Among other things.
Survival, continuity, memory, what a person is, what it would be for a life to
continue, and whether death is even the right sort of event to belong to one’s
biography. Those are all later descendants of the older immortality question.
S.: That is already a different climate. Oxford in the 1930s is not about the
soul. It is about mind, person, self, perhaps consciousness if one is unlucky,
but not anima in the Bologna sense. G.: Quite. No don at Corpus or St John’s
was likely to lean over the table and say, “Now prove Aquinas wrong about the
five ways.” Hardie never asked me to prove Aristotle wrong about De anima
either. But Aristotle was on the syllabus, and De anima was very much part of
the Lit. Hum. machinery. S.: Yes, but being on the syllabus is not the same as
being alive in the idiom. One read Aristotle because Greats requires him, not
because one walked about saying “the soul is the entelechy of a body having
life potentially.” G.: Oxford likes its theology and metaphysics aired through
translation. It prefers to read about the soul under the heading of mind,
psyche, person, and sometimes psychology, which is where your point becomes
important. S.: The psyche. G.: Yes. That troublesome Greek residue in the very
name of psychology. One pretends the soul has vanished, and then one writes
“psycho-” on the title page and lets it keep earning a living. S.: Which is why
I was mentioning Stout. G.: Quite right. Stout is a hinge figure because “Mind:
A Quarterly Review of Psychology and Philosophy” names the old territory
without embarrassment. It says the old soul-domain has not been abolished; it
has merely been redistributed between philosophy and psychology. S.: The
redistribution matters. “Mental philosophy” was an office; “metaphysical
philosophy” was a chair. There was no chair in “the philosophy of the soul.”
G.: Because English institutions prefer euphemism to ontology. One has a
Waynflete Professorship of Metaphysical Philosophy, which sounds imposing and
offends nobody’s theology. One does not appoint a Professor of Soul, because
that would require one to know what one meant. S.: And by the time we reach
Ryle, the official line is that “soul-talk” is a category mistake in waiting.
G.: Or a category mistake already committed and then fossilised by centuries of
use. Yes. But Ryle’s triumph is not the end of the matter. It is the end of one
vocabulary. S.: The “ghost in the machine” finishes Pomponazzi for good. G.:
No. It finishes one easy reading of Pomponazzi, the one in which the soul is a
hidden thing one may inspect for durability. But the old issue returns under
more respectable names. S.: Such as? G.: “Personal identity,” to begin with.
1941, if you want a date. The war in the background, a young philosopher in
Oxford worrying not about substances but about what could make a person remain
the same person. That is already the old question, stripped of scholastic
costume. S.: Yet in that essay there is no soul. G.: Exactly. The silence is
the point. The old problem now appears as continuity of person, of memory, of
psychological life. What once would have been framed as “can the soul survive?”
becomes “what would survival amount to?” and then, later still, “is survival
even identity?” S.: That sounds almost Parfit. G.: And that is precisely why
Pomponazzi has a long tail. If you start with the immortality of the soul and
keep removing what later Oxford refuses to countenance—substance, theological
guarantee, even perhaps an enduring self—you end up very close to the post-war
and post-Ryle British concern with survival, continuity, and reduction. S.: You
are making him into a pre-Parfit for the sake of a narrative. G.: Not a
pre-Parfit, no. A historical pressure point. A man who made explicit, in 1516,
a question later philosophers preferred to ask with more timid nouns. S.: But
that is exactly my point. The bite is gone once the nouns change. Pomponazzi
shocks because he says mortality of the soul. If one says instead “let us
analyse continuity conditions for persons,” nobody burns your book at Venice.
G.: True enough. The social theatre changed. The doctrinal risk is gone. That
is why Italian historians of philosophy love him more than ordinary
philosophers do. He is a dramatic marker. He says mortality where others merely
trim hypotheses. S.: So when you said Italians “worship” Pomponazzi, you meant
historians of philosophy, not the average philosophy student at Bologna in the
1930s. G.: Precisely. The Bolognese student may have had to know him as part of
the story of Aristotelianism, faith and reason, mortalism, and the affair. But
he was unlikely to be grilled as if the immortal soul were still a live
classroom question in the same mode. S.: Whereas in Oxford the student would
meet, not Pomponazzi, but Stout, perhaps, and a little later Ryle and Price and
Prichard, and perhaps some Wundt by reflected light. G.: Yes, and all of them
in different ways are already post-soul. Wundt wants psychology scientific.
Stout keeps the old breadth of mind and psychology together. Price and Prichard
allow the self and experience to retain some dignity. Ryle attacks the
substantial fantasy directly. And yet the field remains the same enough to make
the word psyche difficult to abolish. S.: That is where your Greek letter psi
enters. G.: Quite. When one writes psi for psychological attitudes, one is not
invoking the immortal soul; but one is certainly walking on its old land.
Oxford’s later analytic notation does not erase ancestry. It abbreviates it.
S.: Then what would the Oxford equivalent of Pomponazzi’s title be? Not De
immortalitate animae, surely. G.: No. Something like “Personal Identity and
Survival,” if one wants the clean modern version. Or “Can a Person Survive
Death?” if one wants the old bite without the old noun. S.: Still, no one in
1938 would have said that, surely. G.: Not in a title perhaps, but the pressure
was there. A young philosopher worrying about memory and identity, against the
background of mortality, is not far from the old problem. The difference is
that he no longer feels licensed to say anima. S.: Because “soul” had become
embarrassing. G.: Embarrassing in philosophy, yes. Not in religion. Not in
poetry. But in philosophical prose, especially Oxford prose, soul began to
sound like a noun one had not yet earned. S.: You said earlier that “philosophical
psychology” kept one closer to Aristotle than “philosophy of mind” does. I
suppose that is right. G.: It is right because “philosophical psychology” still
suggests powers, capacities, functions, and forms of life. “Philosophy of mind”
tempts one into reification: the mind as a thing, or at least as a territory.
“Psychology” retains something of psyche without demanding a metaphysical
substance. S.: Which is why someone like Pears can later edit a volume under
that title and not feel ridiculous. G.: Yes, though the title itself is already
a compromise. It acknowledges the old terrain while refusing to use the old
furniture. S.: What about Stout and “mental philosophy”? G.: That phrase is
even more revealing. Mental philosophy is the Victorian and Edwardian way of
saying: we are still discussing what used to belong to the soul, but we are
doing so in a manner that will not provoke the Royal Society. S.: Or the
theologians. G.: Or the psychologists, who by then wish to own the laboratories
and the measurements. The older broad field gets divided, and Oxford retains
the philosophical residue. S.: So where does Pomponazzi still matter, beyond
merely being a historical exhibit in an Italian museum of controversies? G.: In
at least three ways. First, he matters because he makes explicit the
distinction between what reason can establish and what faith may maintain.
Second, because he dramatizes the danger of stating mortality under the name of
philosophy. Third, because once the word soul disappears, the same tension
reappears under person, self, mind, survival, and psychological continuity. S.:
The first two are historical. I grant those. The third seems your own
importation. G.: Of course it is. But historical importance without conceptual
afterlife is antiquarianism. And I refuse to let Bologna have all the fun. S.:
There speaks the man who wants Oxford and Bononia to share a river even where
there is none. G.: Not a river. A problem. Problems travel better than rivers.
S.: Let us be concrete. Suppose one asks in 1950, at Oxford, “Is the soul
immortal?” What happens. G.: First, embarrassment. Second, translation. Third,
perhaps a lecture about misuse. One would be asked: what do you mean by soul?
what do you mean by immortal? what counts as a criterion of survival? what
would count as the same person? and why are you speaking as if “death” were an
episode in a life rather than the end of one? S.: Which is already very close
to the later line that death is not an event one lives through. G.: Exactly.
And that changes the pressure entirely. Pomponazzi debates whether reason can
prove immortality. The later Oxford philosopher asks whether the grammar of “my
death” and “my survival” has even been properly sorted. S.: You are making
Oxford look deeper than it was. G.: Not deeper. Merely different. Bologna asks
whether reason can demonstrate. Oxford asks whether the question has been put
in a form that allows demonstration. Those are not the same but they are
contiguous. S.: Still, if there is no soul, what gives? G.: What gives is the
old package: immortality of the soul, survival of the person, continuity of
consciousness, perhaps memory as criterion, perhaps bodily continuity, perhaps
none of the above. Ryle discards the ghost. Fine. But he does not thereby answer
what makes a person one person rather than another, or what would count as
surviving, or why we even care about those possibilities. S.: He would say
those are different questions. G.: Very likely. And that is already enough to
keep Pomponazzi from being wholly dead. Pomponazzi matters because he marks the
older cluster before later philosophy disaggregated it. S.: So the “bite” was
lost because the cluster was broken up. G.: Yes. Once soul separates into mind,
self, person, psyche, consciousness, and attitudes, the old scandal evaporates.
You can then worry about personal identity for decades without anyone accusing
you of impiety. S.: Which is an advance. G.: Perhaps. It is also a loss in
vividness. “The immortality of the soul” bites where “the continuity conditions
for persons” merely nibbles. S.: Let me return to Aristotle. De anima was
required reading. Surely that is the real route, not Pomponazzi. G.: Aristotle
is the permanent route. Pomponazzi is the crisis point. Aristotle provides the
conceptual terrain; Pomponazzi shows what happens when one presses the
Aristotelian account into conflict with theological expectation. S.: And Oxford
read Aristotle without feeling compelled to solve the crisis. G.: Correct.
Hardie was not asking anyone to prove Aristotle wrong in the manner of a
scholastic disputation. He wanted one to understand Aristotle, not to found a
heresy. But that does not make the old difficulty vanish. It merely means
Oxford treats it with more pedagogical restraint. S.: Or more timidity. G.: Or
more civility. Timidity is what historians call someone else’s manners. S.:
Fine. Then tell me what the soul becomes in later English philosophy if not an
embarrassment. G.: It becomes distributed. Some of it becomes philosophical
psychology. Some becomes “mind.” Some becomes “person.” Some becomes
“attitude.” Some becomes the structure of agency. And, in a very ancient way,
some becomes powers. S.: Ah yes, your “power structure of the soul.” G.: The
phrase is ugly enough to be useful. One can talk, without invoking a ghost, of
executive and appetitive and affective functions, or of reason, prudence, and
passion, or of the practical organization of an agent. Plato did that already.
Aristotle formalised it differently. Later thinkers secularise it. The old soul
survives as a functional architecture. S.: That sounds dangerously close to
saying the soul never vanished at all. G.: In one sense it did vanish: as a
publicly respectable metaphysical substance. In another it survived by
subdivision. You do not need the noun “soul” to keep discussing its old
concerns. S.: Which is why Stout matters more than people notice. G.: Exactly.
Stout’s world is one in which mind, psychology, and philosophy are not yet
cleanly divorced. His “quarterly” says as much. That older breadth is what
makes the transition visible. S.: And Parfit, later, gives the final secular
version. G.: Perhaps the final austere one. Not a soul, perhaps not even a
substantial self, but still the problem of survival, relation, and continuity.
That is why Pomponazzi matters to me. He stands near the head of a long line of
ways of asking, too dramatically, the question later philosophers continue to
ask timidly. S.: Timidly? Parfit is not timid. G.: Fair enough. Not timidly,
then. Diffusely. Analytically. Respectably. S.: There remains the Italian
point. Why did he matter so much there? G.: Because Italy likes its philosophy
with blood in it. A man who dares write De immortalitate animae and then says
reason cannot prove what piety wants proven will always appeal to a culture
that remembers universities as theatres of risk. S.: And Oxford likes its
philosophy with footnotes in it. G.: Yes, and jokes in the margins. That is why
Oxford does not need Pomponazzi in the same immediate way. It has already translated
him into six separate seminar topics and lost the bonfire. S.: You almost sound
nostalgic for the bonfire. G.: Not for the fire. For the clarity of the stakes.
A philosopher who writes on personal identity today may affect generations and
never once be accused of threatening public order. Pomponazzi could threaten
public order merely by limiting what reason could do. S.: That is because the
institution around him was different. G.: Exactly. The same words generate
different consequences in different rational games. There is your pragmatics.
In one setting, “reason cannot prove immortality” is a delicate philosophical
limitation. In another, it implicates impiety, rebellion, danger. S.: So his
historical importance is partly pragmatic. G.: Entirely so. The affair matters
because the audience supplied a different set of operative maxims from the ones
the philosopher hoped for. A charitable hypothesis of inquiry failed. Doctrinal
policing replaced cooperative interpretation. S.: That sounds as if you have
made him into a lesson in audience reception. G.: He is one. As well as a
lesson in the migration of problems. S.: And if I still say he does not matter
to us? G.: Then I answer: he does not matter to you if you insist that only
live vocabulary matters. He matters to me because he stands at the point where
one sees the old vocabulary crack and the later questions begin to scatter. S.:
Scatter into Locke, Hume, personhood, survival, psychological continuity, later
reductionism. G.: Exactly. Add to that the persistence of psyche in psychology,
psi in notation, powers in moral psychology, and the old tripartite temptations
of Republic-style political analogy, and you have a whole underground survival.
S.: You really will make Bologna haunt Oxford if you keep this up. G.: Oxford
deserves a little haunting. It became too pleased with itself once it declared
the ghost out of order. S.: Then your final defence of Pomponazzi is not “he
solved the problem,” but “he named it in a way that later philosophers spent centuries
trying to avoid.” G.: Perfect. He says soul and immortality where later
philosophers say person and survival, and the later nouns are more careful but
not necessarily deeper. S.: And my final complaint is that if the noun soul has
gone, the old question has changed too much to count as the same question. G.:
That is fair. But philosophy lives by families of questions, not exact
repetition. The old family resemblance is enough. S.: Then perhaps the verdict
is this: he does not matter as a present doctrinal authority, but he does
matter as a historical point of concentration for a set of issues that later
analytic philosophy disperses and retranslates. G.: Which is more than enough
to keep him on the table. S.: At Bononia
perhaps. G.: At Boum Vadum too, if only to remind it that “personal identity”
sounds much less brave than De immortalitate animae.Grice: Pomponazzi, tu dici
che l’immortalità dell’anima non si può dimostrare con la ragione; ma implichi
subito: “tranquilli, non sto togliendo l’anima—sto togliendo solo la pretesa di
provarla come un teorema”. Pomponazzi: Esatto. Ma a Venezia hanno capito
l’implicatura al contrario: io dico “distinzione fra fede e ragione” e loro
implicano “accendiamo il falò editoriale”. E infatti: edizione… arrostita. Grice:
È l’“affair Pomponazzi”: tu scrivi De anima per il Lizio e finisci in una
lezione pratica di pragmatica. La massima di Modo—“sii chiaro”—in Italia vale
finché non diventi troppo chiaro. Pomponazzi: E tu, Grice, quando mi chiami
“materiale”, implichi che io riduca tutto al corpo. In realtà io dico solo
questo: se vuoi litigare con Aristotele, fallo con argomenti—ma ricordati che
il pubblico, spesso, confonde la ragione con la legna. Pomponazzi, Pietro
(1516). De immortalitate animae. Bologna: Faelli.
Tito Pomponio (Roma, Lazio). Best under Pomponio.
Tito Pomponio detto l’“Attico”. GRICEVS:
POMPONI, cognomen “Atticus” geris: dicis te Athenis studuisse; implicas autem
te Romae quoque tam civiliter vivere ut ne ipsa Roma te corrumpat. POMPONIVS:
Ita est, Grice: Roma me vocat ad negotia, Attica me revocat ad otium. Ego autem
medius ambulo—inter forum et bibliothecam, ne ulla pars nimium garriat. GRICEVS:
Lepide; sed hoc est rationis conversazionalis: cum taceas in senatu, non nihil
dicis, sed implicas “hoc consilium stultum est, sed amicitia mihi carior est.” POMPONIVS: Et tu, cum “implicas” totiens dicis, implicas hoc:
sapientissimus est qui, sicut Atticus, plus intelligit quam loquitur—et plus
ridet quam disputat.
Publio Pomponio Secondo (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’orto romano. A statesman and author. Sometimes
misspelled “Pompedio.” The historian Josephus said he was a senator that
followed the Garden. GRICEVS: POMPONI, audivi te senatoriam gravitatem cum
“Horto” coniunxisse: mirum—Roma enim plerumque hortos amat, sed Epicurum timet,
ne nimis bene cenetur. POMPONIVS: Si quid timeant, timeant ventrem suum. Ego
“Hortum” sequor, non ut fiam otiosus, sed ut etiam in curia meminerim: voluptas
sine perturbatione est—non sine sale. GRICEVS: Bene;
sed cave nomen: quidam te “Pompedium” scribunt—quasi in Horto etiam litterae
decidant. Id dicunt, sed implicant te tam tranquillum esse ut etiam
syllabas dimittas. POMPONIVS: At tu, Grice, cum dicas me “Hortum” sequi, dicis
amicitiam Epicuri; sed implicas hoc: si senator sapiens est, etiam in urbe
strepente invenit locum ubi verba pauca sunt—et pax multa.
Renato del Ponte (Lodi, Lombardia): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale maschile. Grice’s account of reason-governed conversational meaning treats
ordinary talk as a cooperative, inference-driven practice: speakers are
presumed to be jointly oriented toward intelligibility and mutual uptake, and
hearers recover what is meant by attributing rational intentions (in light of
shared norms such as relevance, sufficiency of information, truthfulness, and
clarity) and by calculating implicatures as orderly deviations from those
norms; on this picture, “reason” is not just private logic but a public
discipline of accountability in interaction, so that what is implicated is what
a reasonable hearer is licensed to infer given what was said and the assumption
that the speaker is still, in the relevant respects, cooperating. The
Ponte-voice in your passage recasts that same inferential space in
traditionalist and ritual terms: where Grice’s rationality is anchored in
broadly egalitarian cooperation and conversational utility, Ponte’s “ragione
conversazionale” is framed as a hieratic economy of speech in which restraint,
gravity, and rank-sensitive decorum are themselves the governing norms, and
implicature becomes not merely an efficient vehicle for communicating more than
is said, but a badge of disciplined self-limitation (favete linguis) that presupposes
sacred or institutional order; the joke about “maschile” reads, in English
meta-language, as a proposal that some implicatures are generated not by the
standard pressure toward informative clarity but by a culturally coded pressure
toward dignified understatement, solemnity, and self-authorizing tone, i.e., an
implicature regime where the dominant maxim is closer to “be worthy” than “be
perspicuous.” Online, I could not locate any independent attestations of the
specific labels “implicatura conversazionale maschile” or “ragione
conversazionale” as Del Ponte’s published technical terms, so the safest
treatment is to read them as your text’s stylized attribution rather than as a
traceable item in Del Ponte’s bibliography; what is well attested online is Del
Ponte’s profile as a traditionalist intellectual (founder/director of Arthos
from 1972; editor of the 1971 critical edition of Guglielmo da Sarzano’s
Tractatus de potestate Summi Pontificis; later works on Roman religion and
symbolism), which supports the plausibility of the contrast your passage draws
between a Gricean normativity of cooperative rational exchange and a Del
Pontean normativity of tradition-bound, ritually constrained speech. Studia a Genova. Insegna a Pontremoli. D'impostazione tradizionalista, dopo
gli studi classici vive a Pontremoli. Storico delle idee e del diritto romano
arcaico, studioso di simbolismo, fonda la rivista di ispirazione evoliana
Arthos -- cultura tradizionale, testimonianza tradizionale, a cura d’Arya di
Genova. Cura il Tractatus de potestate summi pontifices; La Cronologia vedica
in appendice a La dimora artica dei Veda. Tra i fondatori del movimento
tradizionale romano. Collabora attivamente con Arya, ispirate dall'O. I. C. L.
Altre saggi: Dei italici; Miti italici, Archetipi e forme della sacralità
romano-italica, Genova, Ecig; Il movimento tradizionalista romano, Scandiano,
Sear; La religione dei romani” (Milano, Rusconi); “Il magico Ur” (Borzano,
Sear); “I liguri: etno-genesi di un popolo” (Ecig, Genova); “La città degli
dei”; “La tradizione di Roma e la sua continuità” (Ecig, Genova); "Favete
Linguis!" Saggi sulle fondamenta del Sacro in Roma antica” (Arya, Genova);
"Ambrosiae pocula" (Tridente, Treviso); "Nella terra del
drago" note insolite di viaggio nel Regno del Bhutan (Tridente, La
Spezia); “Il mondo alla rovescia” (Arya, Genova); “In difesa della tradizione”
(Arya, Genova); “Le sacre radici del potere” (Arya, Genova); “La massoneria
volgare speculativa” (Arya, Genova); “Lettere ad un amico” (Arya, Genova); “Hic
manebimus optime” (Arya, Genova); “Etica aria” (Arya, Genova); “Aspetti del
lessico pontificale: gli indigitamenta”; “ “I LARI nel sistema spazio-temporale
romano”; “Santità delle mura e sanzione divina,”; “Gl’arii”; “Via romana agli
Dei”; Centro studi La Runa.IL MOVIMENTO TRADIZIONALISTA ROMANO: Studio storico
preliminare SeaR. implicatura maschile, ario, gl’arii, I liguri, romani, antica
roma, massoneria volgare. Grice: Ponte,
tu parli di “implicatura conversazionale maschile”: io, da inglese, temo sempre
che “maschile” qui voglia dire “detta con tono solenne e senza ammettere di
stare facendo poesia”. Ponte: E tu, Grice, quando dici “poesia”, implichi che
la Tradizione sia un vezzo. Invece è disciplina: “favete linguis!” non è solo
latino, è un invito a parlare meno e significare di più. Grice: Appunto: tu
dici “Roma arcaica, diritto, simboli”, ma implichi “attenzione: ogni parola ha
un rito, e ogni rito una gerarchia”. Da Oxford lo chiameremmo “contesto”; a
Pontremoli lo chiamate “altare”. Ponte: E quando tu dici “contesto”, implichi
che bastino massime e cooperazione. Io invece dico: in certe conversazioni la
massima suprema è una sola—non “sii chiaro”, ma “sii degno”… e se proprio devi
violare una massima, che sia per rispetto del Sacro (o, almeno, per non
disturbare i Lari). Ponte, Renato del (1967). Studio sul Trattato De Potestate
summi pontificis di Guglielmo di Sarzano, Genova.
Augusto Ponzio (San Pietro Vernotico, Brindisi,
Puglia): la ragione conversazionale e il segno dell’altro, o della semiotica
filosofica. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats implicature as a rational, cooperative inference from what is
explicitly said plus shared norms (relevance, sufficient informativeness,
sincerity, clarity), so that what is meant can exceed what is said without
collapsing into vagueness because the “extra” content is, in principle,
reconstructible and cancellable. Ponzio’s semiotica filosofica, by contrast,
shifts the centre of gravity from efficiency in information transfer to
responsibility toward otherness: the sign is not primarily a tool for getting
beliefs into heads but a site of dialogic relation in which the other’s
irreducibility matters, and where “waste” in language (redundancy, excess,
polyphony, metaphor, multilingual friction) can be constitutive of meaning
rather than a defect. In that sense, Ponzio reads conversational rationality as
hospitality rather than mere cooperation: the conditions for understanding are
not exhausted by maxims that optimize exchange, because conversation also has
to make room for misunderstanding, asymmetry, and the ethical demand carried by
the other’s address. Historically, this orientation is already visible in
Ponzio’s early work on Levinas: he graduated in philosophy at the University of
Bari on 28 June 1966 with Giuseppe Semerari as supervisor, on the phenomenology
of interpersonal relation with special reference to Totalité et Infini, and he
then published La relazione interpersonale in 1967, a book often cited as among
the earliest monographs on Levinas; the contrast with Grice is therefore that
Grice formalizes how rational agents manage implied meaning within
talk-exchanges, while Ponzio foregrounds how meaning and sign-use are ethically
and dialogically constituted by the presence of the other, even when that makes
communication less economical and more exposed. Studia a Bari sotto SEMERARI . Insegna a Bari. Cura ROSSI-LANDI . Studia la
fenomenologia della relazione interpersonale. Insegna a Brindisi, Francavilla
Fontana, e Terlizzi. Studia scienze dei linguaggi e linguaggi delle scienze,
intert-estualità, inter-ferenze,e mutuazioni. Pubblica
“Enunciazione e testo letterario nell'insegnamento dell'italiano come lingua
straniera” (Guerra, Perugia); Linguistica generale, scrittura
letteraria e traduzione, Da dove verso dove. L'altra parola nella comunicazione
globale, A mente. Processi cognitivi e formazione linguistica, Lineamenti di
semiotica e di filosofia del linguaggio; Introduzione a Bachtin (Bompiani); “Il
discorso amoroso” (Mimesis) e Bachtin e il suo circolo (Bompiani, collana “Il
pensiero Occidentale” diretta da Reale); Summule logicales (Bompiani);
Manoscritti matematici (Spirali); La filosofia come professione, come
istituzione, presuppone una filosofia propria del linguaggio, che si esprime
nella tendenza del linguaggio al pluri-linguismo dia-logico, alla correlazione
dialogica delle lingue e dei linguaggi di cui sono fatte, una filosofia del
linguaggio, in cui ‘del linguaggio’ è da intendersi come genitivo soggettivo:
un filosofare del linguaggio, che consiste nella pluri-discorsività
dialogizzata. I campi di suo studio e di sua ricerca sono la semiotica e
filosofia del linguaggio. Filosofia del linguaggio è l'espressione che meglio esprime
l'orientamento dei suoi studi e come egli affronta i problemi relativi alla
semiotica dal punto di vista della filosofia del linguaggio, alla luce degli
sviluppi delle scienze dei segni, dalla linguistica alla
bio-semiotica. il segno dell’altro, semiotica filosofica, segno, segnico,
il segnico, l’amore, lo spreco del segno, Vico e la linguistica cognitiva;
Landi; sottiteso, Grice, pragmatica, metafora, vailati. Grice: Ponzio, tu dici
“il segno dell’altro”, e già io sento una piccola ansia pragmatica: perché
l’“altro”, per definizione, è quello che non risponde come previsto… e poi la
colpa ricade sempre sull’implicatura. Ponzio: E tu, Grice, quando dici “colpa”,
implichi che il segno debba essere economico e obbediente. Io invece studio
anche lo spreco del segno: a volte il linguaggio produce più relazione che
informazione—e lo fa apposta. Grice: Capisco: Rossi-Landi ti ha insegnato che i
segni lavorano, e Bachtin che litigano in più lingue. Quindi quando uno
studente straniero dice “ho capito”, spesso non sta dicendo che ha capito… sta
chiedendo pietà in forma dialogica. Ponzio: Esatto. E quando tu insisti sul
“principio conversazionale”, io implico il mio correttivo: il principio non è
“cooperazione”, ma “ospitalità”—perché la conversazione riesce solo quando c’è
posto anche per l’altro, per l’equivoco, e persino per una metafora che arriva
in ritardo (come il treno per Brindisi). Ponzio, Augusto (1965). Tesi di laurea
su Semerari. Bari.
Giuseppe Porta (Castelnuovo Garfagnana): la ragione
conversazionale -- filosofia italiana -- there may be another! Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning explains implicature as a rational,
cooperative inference from what is said plus shared expectations of relevance,
informativeness, sincerity, and clarity, so that an audience can be led to an
additional meaning without it being explicitly stated and with that meaning
remaining, in principle, cancellable. Giuseppe Porta (detto il Salviati), as
framed in your passage, belongs to a Renaissance world in which “meaning” is
often relocated from spoken exchange to designed artefact: an image, an emblem,
a frontispiece, a mechanical device, or an encoded scheme that invites the
viewer to infer a hidden order, whether in the stars, the voice, or the
taxonomy of sounds. Set beside Grice, Porta’s “conversational reason” looks
like an artisanal analogue of implicature: the artist-engineer supplies cues
(visual, diagrammatic, or mechanical) that underdetermine their interpretation,
and the informed spectator completes the sense by a disciplined act of
inference; the difference is that Grice’s implicatures are normatively governed
by cooperative talk between agents, while Porta’s inferences are governed by
conventions of design, patronage, and learned reading practices that turn
artefacts into quasi-utterances. The convergence is that both treat the unsaid
as productive: Grice shows how economy and tact in speech can convey more than
is stated, while Porta shows how economy and elegance in form (a frontispiece,
a schematic “code,” a crafted ceiling) can carry more meaning than it depicts,
by relying on the audience’s capacity to bridge from sign to intended
significance. Porta: l’implicatura conversazionale. Pittore,
matematico, astronomo e astrologo italiano, studia a Roma, dove conosce il
maestro Francesco SALVIATI (del quale assunse il cognome), assieme al quale si
trasferì poi a Venezia. Ivi, tra le tante opere, si occupa della decorazione
del soffitto della Marciana e affresca la sala regia dei Palazzi vaticani a
Roma. Nella prima parte del Codice Marciano Porta affronta il tema del rapporto
tra movimento degli astri e linguaggio, indagando la formazione degl’elementi
vocali, definendo un'embrionale tassonomia dei suoni e prospettando la
possibilità di una loro riproduzione ARTIFICIALE attraverso appropriati
dispositivi meccanici.Per approfondimenti vedasi
treccani.it/enciclopedia/giuseppe-porta Dizionario-Biografico, a cura di
Biffis. Giuseppe Porta, detto il Salviati o il Salviatino
(Castelnuovo di Garfagnana, 1520 – Venezia, 1575), è stato un pittore italiano.
Targa al pittore visibile sotto il Loggiato a lui dedicato Biografia Si
formò nella bottega del celebre Francesco Salviati, in onore del quale decise
di assumere proprio "Salviati" come nome d'arte. Già nel 1535 era a
Roma assieme al maestro, dove si dedicò alla decorazione esterna delle facciate
di vari palazzi; è in questo periodo che i due poterono studiare da vicino le
opere di Raffaello: sarà questo un fatto centrale in quella definizione di
maniera che così come stabilita dai due artisti di concerto al Vasari guarderà
alla maniera dello stesso Raffaello oltre che di Michelangelo. Nel 1539
il Porta lasciò Roma per recarsi prima a Firenze (dove ebbe appunto a conoscere
il Vasari), poi a Bologna e quindi, nel luglio dello stesso anno a Venezia.
Il suo primo lavoro autonomo fu quello che gli garantì la maggior fama, ovvero
l'incisione posta a frontespizio del volume deutero-esperanto – fonetica
naturale, fonetica artifiziale. Grice:
Porta, tu sei l’unico che dice “sono un pittore” e implica “sono anche un
astronomo: se il soffitto della Marciana non ti convince, ti spiego pure le
stelle”. Porta: E tu, Grice, quando mi chiami “Porta” e poi mi ricordi che mi
sono firmato “Salviati”, dici biografia; ma implichi che in Italia, per essere
presi sul serio, bisogna avere almeno un maestro… o almeno un cognome in
prestito. Grice: Però la parte che mi diverte di più è il Codice Marciano: tu
dici “movimento degli astri e linguaggio”, ma implichi “le vocali sono pianeti
in miniatura—e con un buon ingranaggio posso farle orbitare anche in versione
artificiale”. Porta: Esatto: e quando parlo di “fonetica naturale” e “fonetica
artifiziale”, io dico scienza; ma implico una cosa molto veneziana: se la
natura non ti dà la voce giusta, te la costruisco—basta che tu paghi il
meccanico e non chieda a un filosofo di cantare. Porta, Giuseppe (1540).
Illustrazioni e frontispizoi per Francesco Marcolini, Le sorti intitolate
giardino d’i pensieri. Venezia.
Giovanni Battista Della Porta (Vico Equense,
Napoli, Campania): la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
fisio-nomica. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats implicature as a rational, cooperative inference from what is
said plus shared expectations of relevance, informativeness, sincerity, and
clarity, so that the “extra” meaning of an utterance is accountable and (in
principle) cancellable rather than mystical. Della Porta, by contrast, operates
in a Renaissance natural-magical and proto-empirical register where meaning is
read off bodies, faces, and resemblances, and where his celebrated physiognomic
plates and his broader “secrets” literature treat signs less as products of
conversational coordination and more as indices in nature to be deciphered by
an observer. Set beside Grice, Porta’s physiognomic reasoning looks like a
systematic attempt to turn the world into a conversational partner: nature
“says” character through facial traits, and the interpreter supplies the bridge
from visible cue to invisible disposition, much as a Gricean hearer supplies
the bridge from sentence to implicature—but here the bridge is not governed by
cooperative maxims between agents but by analogical classification and the
rhetoric of the marvelous. The comparison, then, is that Grice explains how
rational agents manage what they mean by managing what they leave unsaid,
whereas Porta exemplifies an older semiotic ambition in which the unsaid is
supposedly written on the body itself, and the risk is not mis-implicature but
misreading: confusing culturally loaded resemblance for reliable evidence.
Historically, the contrast is sharpened by Porta’s concrete works that
foreground sign-systems outside ordinary talk—Magia naturalis first published
in 1558 and expanded to 20 books in 1589, De furtivis literarum notis in 1563
on secret writing, and De humana physiognomonia in 1586 with its extensive
illustrations—each of which shows a mind fascinated by how signs can guide
belief, even when the “speaker” is nature, a cipher, or a face rather than a
cooperative interlocutor. Grice: “He is the one with the funny
illustrations of men and animals! The Italian way
to comment on Aristotle!” Riceve le basi della sua formazione culturale in
casa, dove si è soliti discutere di questioni filosofiche, e dimostra
immediatamente le sue notevoli innate capacità, che poté sviluppare attraverso
gli studi grazie alle condizioni agiate della famiglia. La famiglia ha una casa
a Napoli a via Toledo -- il palazzo Della Porta -- una villa a Due Porte, nelle
colline intorno a Napoli, e la villa delle Pradelle a Vico Equense. Tra i suoi
maestri vi sono il classicista e alchimista PIZZIMENTI, e i filosofi ALTOMARE e
PISANO. Pubblica “Magiae naturalis sive de miraculis rerum naturalium”.
Pubblica un saggio di crittografia, il “De furtivis literarum notis” dove
scrive un esempio di sostituzione poli-grafica cifrata con accenni al concetto
di sostituzione poli-alfabetica. Per questo è ritenuto il maggiore crittografo
italiano. Quando già la sua fama è consolidata, presenta il suo saggio sulla
crittografia a Filippo II e viaggia in Italia. Ha un saggio, “Sull'arte del
ri-cordare” – ars reminiscendi (Sirri, Napoli). Fondato intanto “i segrettari”,
l'Academia Secretorum Naturae, Accademia dei Segreti, per appartenere alla
quale e necessario dimostrare di effettuare una scoperta. L'accento viene
tuttavia posto più sul meraviglioso che sul scientifico. Le raccolte di segreti
costituivano un genere letterario che incontra una straordinaria fortuna con
l'avvento della stampa a caratteri mobili. Per segreto si intende conoscenza
arcana, ma anche ricetta, preparazione di farmaci e pozioni d’effetto
straordinaro, riguardante un argomento di medicina, chimica, metallurgia,
cosmesi, agricoltura, caccia, ottica, costruzione di macchine, ecc. implicatura
fisionomica, filologia. Grice: Caro
Porta, ultimamente mi sono interrogato sulla fisionomia, che tu hai illustrato
in modo così originale. Mi affascina come dietro la “legge” – quel nomos che si
applica caeteris paribus – si nascondano le complessità della fisi, cioè la
natura stessa, nel suo splendore. Secondo te, quanto riesce davvero la
fisionomia a cogliere ciò che è naturale e a distinguerlo dalle regole che
tentiamo di imporre? Porta: Grice, la tua domanda riflette una sottile
comprensione! La fisionomia, per me, non è solo un metodo di classificazione,
ma un dialogo costante tra ciò che osserviamo e ciò che crediamo di sapere. La
natura – la fisi – si manifesta in modi imprevedibili, mentre il nomos cerca di
incasellare. I miei studi e le mie illustrazioni tentano proprio di mostrare
questa tensione, questa danza tra ordine e meraviglia. Grice: È vero, Porta, e
penso che la tua accademia dei segreti abbia incarnato proprio questo spirito:
il sapere non si limita alle formule, ma si apre a ciò che è arcano e
sorprendente. Mi chiedo, però, se non rischiamo, nella ricerca del
meraviglioso, di trascurare la scientificità e la chiarezza. Come hai
conciliato, nei tuoi scritti e nei tuoi esperimenti, il bisogno di stupire con
quello di spiegare? Porta: Ah, Grice, la vita stessa è fatta di enigmi e
soluzioni! Nei miei testi, come “Magiae naturalis” o nei segreti
dell’Accademia, ho cercato di dare spazio sia alla meraviglia che alla
razionalità. L’importante, secondo me, è non perdere mai la curiosità:
osservare il volto umano, studiare la natura, cifrare la parola – tutto questo
nasce dal desiderio di scoprire, ma anche di comunicare. La meraviglia è il
primo passo, la conoscenza il secondo. E tra fisi e nomos, forse, ci vuole
sempre un po’ di arte e un pizzico di magia napoletana! Porta, Giambattista
della (1586). Magia Naturalis. Napoli: Longo.
Aldo Portalupi (Roma, Lazio) Sten. ling. Portalupi,
Aldo (1961). Metodi ottici per l’esame della finitura superficiale” in Atti
della Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino.
Matteo Portaria d’Acquasparta (Todi, Perugia,
Umbria): la ragione conversazionale o -- Eurialo e Niso, ovvero, dello spirito
– ma non fia da Casal né d'Acquasparta, là onde vegnon tali alla scrittura, ch'
uno la fugge, e l'altro la coarta. Grice’s
reason-governed conversational meaning is a micro-theory about how hearers
infer what a speaker means beyond what is explicitly said by assuming
cooperative rational exchange and applying norms like relevance, sufficiency,
sincerity, and clarity, so that implicature is calculable and defeasible rather
than mystical. Matteo d’Acquasparta (your “Portaria”), by contrast, belongs to
the scholastic-theological tradition in which the central explanatory work is
done not by pragmatic inference between conversational partners but by
metaphysical and semantic distinctions (spiritus, anima, animus; synonymy vs
homonymy; the role of a medium; hylomorphism and the status of intellect and
soul), and where “conversation” is primarily a disciplined disputation whose
rationality is underwritten by an ontology of form and matter and by a theory
of signification inherited from Aristotle and developed in the schools. Put
side by side, Grice explains how an utterance like “draw a boundary” can
generate a socially potent implied commitment because interlocutors treat words
as reasons within shared norms, whereas Portaria explains how terms like
“spirit” and “soul” can or cannot be predicated because their meanings are
anchored in a taxonomy of kinds and powers, not in conversational uptake. The
convergence is that both treat language as accountable: Grice makes accountability
practical and interpersonal (what your audience is entitled to infer), while
Portaria makes it doctrinal and classificatory (what your terms can truly
signify); the divergence is that Grice’s implicature lives in the space between
speakers, while Portaria’s “implicature,” if we borrow the label, is the
scholar’s habit of letting metaphysical commitments ride on apparently lexical
choices, with the real work done by the underlying theory of being rather than
by conversational maxims. Grice: “I like Portaria, but then anyone with an
interest in Anglo-Saxon ‘soul’ should! – if a philosopher, that is! Unlike
Anglo-Saxon soul who God knews whence it comes, the Romans had spiritus, and
animus anima, which is cognate with animos in Greek meaning ‘wind’ – so that
leans towards a hyle-morphic conception where the body (corpus) is what has the
‘materia’ and the ‘breath’ is the ‘forma’ -- Italian philosophers
would ignore this – and more so now when Davidson is in vogue! – if it were not
for Aligheri who has Portaria in “Paradiso” – there is indeed a serious
philosophical confrontation between an ACCADEMIA and and a LIZIO conception of
the soul as seen in the controversy between AQUINO and P.! P. uses
the same linguistic tools: is ‘spiritus’ synonym with ‘anima’? Or must we speak
of ‘homonymy.’ And add ‘medium’ into the bargan! P. is less canonical than
AQUINO and should interest Oxonians much, oh so much, more!” – Unfortunately,
he was from Todi and donated all his manuscripts to Todi, which many skip in
their Grand tour – although it IS on the Tevere as any member of the
“Canottiere del Tevere” will know!” -- Grice: “My name is Grice – Paul Grice –
Matteo’s name is Matteo Bentivgna dei Signori d’Acquasparta e Portaria. Nacque da una delle grandi famiglie delle Terre Arnolfe, quella dei
Bentivegna, feudatari di Acquasparta e Massa Martana, trasferitisi a Todi.
Studia a Bologna. Insegna a Roma. Alighieri lo nomina, biasimandolo, tramite le
parole di Findanza in opposizione a Ubertino da Casale: “Ma non fia
da Casal né d'Acquasparta/là onde vegnon tali alla scrittura/ch' uno la fugge,
e l'altro la coarta” (Par.). filosofi citati d’Alighieri nella Commedia (Par.:
ma non fia da Casal né d'Acquasparta, là onde vegnon tali alla scrittura, ch'
uno la fugge, e l'altro la coarta.), logica, dialettica, Occam Grice. Grice:
Portaria, a Oxford “anima” suona sempre un po’ protestante, ma “spiritus” mi
pare già un invito a respirare prima di litigare. Portaria: E a Todi, Grice, se
non respiri non arrivi nemmeno alla seconda riga, perché Dante ti ha già messo
in nota come esempio da non imitare. Grice: Allora facciamo così: io dico
corpus e tu dici forma, e implico che tra noi due l’unico vero medium è un
bicchiere di vino sul Tevere. Portaria: Accetto, ma solo se tu prometti di non
chiamarlo “homonymy” davanti ai miei studenti, perché qui “uno la fugge e
l’altro la coarta” e poi la conversazione muore. Portaria d’Acquasparta, Matteo
(1270). Commentarium ad Sententiae Pietri Lombardi. Sorbonne.
Simone Porzio (Napoli, Campania): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nel lizio. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers move from what is explicitly said to what is meant by assuming
cooperative rational exchange and inferring implicatures under norms like
relevance, sufficiency, sincerity, and clarity; the “extra” meaning is
therefore publicly reconstructible and, in principle, cancellable. Porzio, by
contrast, is an Aristotelianizing Renaissance naturalist for whom the chief
explanatory work is done by metaphysical and psychological doctrine rather than
by a pragmatic calculus: his De mente humana treats mens humana as a
natural-philosophical topic and, in his notorious mortalist reading of
Aristotle, presses questions about soul and mind as theoretical theses to be
defended in learned controversy, not as layers of implied content in everyday
talk. Still, your staged exchange usefully shows a meeting point: Grice’s
emphasis on “humana” as a qualifier can be redescribed as an attention to what
a title itself pragmatically commits one to (it narrows the range of reference
and prevents misleading generalization), while Porzio’s strategy of alternating
“metaphysics, volcanoes, and scandals” can be redescribed in Gricean terms as
audience-management via relevance and salience, a rhetorical way of ensuring
uptake by guiding what the hearer is invited to infer. The comparison, then, is
that Grice provides a micro-theory of how conversational reason generates and
controls implicature within a talk-exchange, whereas Porzio exemplifies an
older macro-style in which reason is exercised through doctrinal disputation
and persuasive arrangement of topics, with implicature appearing not as a named
mechanism but as the practical art of making one’s theses hearable amid
competing authorities, censors, and schools. Grice: “His surname
is plain “Porta,” but in Latin that is latinised as ‘portius,’ and then this
vulgarized as ‘porzio’!” – But then who wants to be called “door”?” Grice:
“Ordinary-language philosophy would HARDLY have been developed at Oxford except
for the fact that Austin, like myself, was a double first in Greats! Greek was
second nature to us, -- and ordinary language is based on a proficiency only
attained by the elite – not by a graduate from the vulgar P. P. E. programme!”
-- Studia a Pisa sotto NIFO . Scrive sul celibato
dei preti (“De celibate”), sull'eruzione del Monte Nuovo (“Epistola de
conflagratione agri puteolan”i) e sul miracoloso caso di digiuno di una ragazza
tedesca (“De puella germanica”). I suoi saggi principali, fra cui il trattato
di etica, “An homo bonus vel malus volens fiat” e in particolare il “De mente
humana,” nel quale sostene la mortalità dell'anima secondo un'esegesi
d’Aristotele – LIZIO. Proprio queste sue dottrine mortaliste, troppo facilmente
accostate e sovrapposte a quelle sostenute da POMPONAZZI nel “De
immortalitate animae”, contribuirono a creare una leggenda biografica secondo
la quale egli sarebbe stato allievo e quindi semplice epigono di PERETTO. In
ogni caso, al di là di una innegabile tendenza materialista nella sua esegesi
d’Aristotele del Lizio, evidente anche nel suo saggio, il “De rerum naturalium
principiis,” sua produzione è caratterizzata anche da interessi teo-logici del
tutto svincolati dai peripatetici del LIZIO e che sono particolarmente evidenti
nei due commenti al pater noster che probabilmente non estranei ai fermenti
evangelici della riforma italiana. Tra peripatetici, naturalisti e critici,
"De’ sensi" e il "Del sentire, studi ittio-logici. Græcæ lingue grammaticam ab omnibus fere dixerim expectatam simul et
expetitam, implicatura. Grice : « St. John’s, 1949. So it has
finally happened: the ghost has come properly out of its machine (if it is a
ghost at all—perhaps it is merely neutral) and Ryle’s The Concept of Mind is
now on the Blackwell’s table, looking as if it had always been inevitable.
Typically, and with his usual unhistorical cheek, Ryle contrives to dismiss—or
rather to ignore—Simone Porzio, whose De mente humana (1544) we keep here as a
small treasure in the college collection. And Porzio, at least, gets one thing
right at the level of the title: humana matters. One may doubt whether pigs
have a mens, but one had better allow that angels, if they exist, do; so “mind”
simpliciter is already a philosophical liberty, while “the human mind” at least
owns up to its intended range. The further affront is Ryle’s opening flourish
about Descartes (he even manages to mispronounce him): as if the history of
mind began in French and not in Aristotle, the Lyceum, and those awkward
Renaissance Italians who took Aristotle seriously enough to get into trouble
for it. Oxford does not, of course, practice philosophical historiography,
except when it is convenient; but even by our standards, to begin with René and
pass over Porzio as if St John’s had been collecting air is a little too much.”
Grice: Porzio, cominciamo dal cognome: “Porta” in latino
diventa Portius, e poi, per vie conversazionali (e un po’ napoletane), Porzio.
Insomma: hai evitato di farti chiamare “Porta”… ma ti sei salvato solo per
implicatura. Porzio: E tu, dicendo “porta”, dici etimologia; ma implichi che a
Oxford vi credete aristocratici perché sapete il greco “come seconda natura”. A
Napoli, invece, la seconda natura è sopravvivere ai commentatori. Grice: Però
tu sei del Liceo—del Lizio, per carità—e scrivi De mente humana sostenendo la
mortalità dell’anima: quando dici “Aristotele”, implichi “non chiamatemi
Pomponazzi-bis, grazie”. Porzio: E quando io scrivo De celibate e pure
dell’eruzione del Monte Nuovo e della puella germanica che digiuna, dico
“filosofia”; ma implico che il vero principio conversazionale è questo: se vuoi
che ti ascoltino, alterna metafisica, vulcani e scandali—altrimenti il
pubblico, come l’anima, “non dura”. Porzio, Simone (1544). De mente humana.
Firenze: Torrentino.
Vittorio Possenti (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e la conversazione di Romolo e Remo – radice dell’ordine civile.
Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats implicature as a rational, cooperative inference: what a speaker
means can outstrip what is explicitly said because hearers presume shared
conversational norms (relevance, sufficiency, candour, clarity) and so
reconstruct an intended “extra” meaning that remains, in principle, accountable
and cancellable. Possenti, by contrast, approaches “conversational reason” less
as a mechanism for deriving pragmatic inferences and more as a
civil-metaphysical phenomenon: the Romulus–Remus scene figures language as
instituting obligation and boundary, so that a word can become a bond and the
failure of uptake (a misconstrual of “limit” as mere challenge) can found
political order through conflict, while Thomistic metaphysics and personalism
supply the deeper grammar in which civic speech is not just coordination but
participation in being, good, and personhood. Set beside Grice, Possenti’s
emphasis shifts the explanatory focus from the micro-logic of how a hearer
calculates what is implied to the macro-normativity of what speech commits a
community to; Grice explains how “a conversation gone wrong” generates a
specific implicature or misunderstanding under shared rational expectations,
whereas Possenti reads that same structure as revealing that institutions
depend on a prior layer of meaning in which limits, promises, and authority are
not optional conversational add-ons but ontologically and morally
weight-bearing. (On the biographical detail in your citation, what can be
supported publicly is that Possenti took an electronic-engineering degree at
the Politecnico di Torino and worked on microwaves; the specific thesis title
“Le micro-onde” is plausible but not securely traceable from standard public
profiles.) Studia a Torino. Insegna a Venezia. Dei Aquinensi.
Fonda l’Annuario di filosofia. Centro di ricerca sui diritti umani. Attrato
dalla storia delle civiltà, ispirato da VICO . Studia l’idea d’un assoluto
impersonale. Incontra l'istanza metafisica e umanista attraverso AQUINO ,
intuendo le possibilità speculative e liberanti incluse metafisica dell'essere.
Tre sono gl’ambiti primari della sua ricerca: metafisica, pensiero teoretico e
ritorno al realismo; personalismo; filosofia politica. Studioso d’AQUINO, del
tomismo. Professore della grande tradizione della filosofia dell'essere,
orienta l'attenzione critica verso GENTILE, il neo-parmenidismo italiano di
SEVERINO nel suo ritorno a VELIA e il VELINO, ricercando una razionalità
attenta alla storia ma non consegnata interamente alla furia del tempo. Dunque
il ritorno all'eterno invece che l’eterno ritorno di Nietzsche e la ripresa del
tema della creatio ex nihilo, assente in molta filosofia. Il suo approccio
legge meta-fisica e nichilismo come due nuclei che tendono ad escludersi – i
veliani -- di cui il primo è la fisio-logia e il secondo la pato-logia.
Individua pertanto nella destituzione dei valori e nella riduzione della
ragione a volontà l'esito ultimo del nichilismo. Questo vuole liberare Italia
dalla metafisica, ritenuta distrutta dal criticismo, ma il compito della
filosofia dell'essere è preparare una ripresa della metafisica dell'esistenza,
tale che possa di nuovo tenere un posto nella storia della civiltà. Una
presentazione ampia della sua è in “Storia della filosofia”; Filosofi italiani,
Antiseri e Tagliagambe, Bompiani, si veda anche nichilismo e filosofia
dell'essere, intervista, a c. di Mura, “Euntes docete.” radice dell’ordine
civile – romolo e remo -- il principio speranza, prima navegazione, seconda
navegazione, terza navegazione, Gentile, comunita, Severino, Aquino, umanesimo,
seconda navigazione. Grice: Possenti, tu
parli di Romolo e Remo come se la fondazione di Roma fosse una conversazione
andata male: uno dice “tracciamo un confine”, l’altro capisce “proviamo se
regge” — e lì nasce l’ordine civile… a colpi di fraintendimento. Possenti: È
proprio la radice: l’ordine civile comincia quando la parola diventa vincolo.
Se non c’è un limite, la città è solo una comitiva; se c’è un limite, diventa
comunità (e purtroppo qualcuno lo prende sul personale). Grice: E quando tu
dici “radice dell’ordine”, tu dici storia; ma implichi metafisica: che senza un
po’ di Aquinense—essere, bene, persona—Roma resta solo muratura e mito, cioè
Severino col caschetto da cantiere. Possenti: E quando tu dici “Severino col
caschetto”, tu dici una battuta; ma implichi una tesi: che il nichilismo è
patologia perché riduce la ragione a volontà—mentre l’essere, se lo ascolti,
non urla “io voglio”, ma sussurra “io sono”… e Romolo, almeno una volta,
avrebbe dovuto sussurrare. Possenti, Vittorio (1964). Le micro-onde. Tesi
d’ingegneria elettronica. Torino.
Carlo Dalla Pozza (Taranto, Puglia): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains implicature as a
rational, cooperative bridge from what is explicitly said to what is meant,
recovered by hearers who assume shared conversational norms (relevance,
adequate information, sincerity, clarity) and who can in principle calculate,
challenge, or cancel the implied content. Dalla Pozza, by contrast, comes to
“conversation” from the side of formal systems and normativity: trained on
mathematical elegance, shaped by Kelsenian jurisprudence and deontic logic, and
later interested in textual linguistics and semiotics, he is naturally drawn to
the idea that what is left unsaid in an exchange can function like a hidden
lemma in a proof or an unspoken clause in a legal system, governing uptake
without being written into the surface form. Where Grice offers a
micro-pragmatic account of how ordinary speakers generate and recognize
implicatures through practical reasoning, Dalla Pozza’s orientation suggests a
more structural and axiomatic sensibility: implicatures are not merely
conversational flourishes but disciplined, rule-shaped inferences that can be
modeled, constrained, and sometimes formalized, especially in institutional
discourse (law, academic debate, conference “moves”). The pairing therefore
highlights two complementary emphases: Grice explains the rational psychology
of conversational inference, while Dalla Pozza’s formalist background invites
the thought that conversational inference has a quasi-logical architecture,
with elegance in proof and politeness in talk sharing the same virtue—achieving
the intended result by saying no more than is needed. Grice: “I like
Pozza; he uses ‘pragmatic’ quite a bit, by which he means Grice, of
course!” Durante gli studi al liceo di Taranto, Tommaso, un
insegnante di matematica di stile tradizionale gli stimola il gusto per i
problemi matematici e per l'eleganza formale delle dimostrazioni. Studia a Bari
dove si laurea con una tesi su SERRA avendo come relatore Vallone.
Coniuga l'amore per i sistemi formali con l'amore per Leopardi, Carducci --
maestro di Serra -- e Annunzio -- e tra i classici predilisse Tasso e Vita
nuova di Alighieri. Studia a Bari -- sotto Landi -- Pisa, e quindi metodi
formali a Milano. Una svolta nella sua carriera filosofica è segnata dalla
partecipazione agl’incontri di S. Giuseppe organizzati a Torino da BOBBIO. A
partire da qui sviluppa idee in filosofia del diritto, specie – ovviamente --
su Kelsen, e sulla formalizzazione della logica deontica con particolare
attenzione all'assiomatizzazione dei principi di una teoria generale del
diritto in collaborazione con Ferrajoli per i suoi “PRINCIPIA
IVRIS”. Organizza a Taranto gl’incontri Info IVRE TARAS, logica
informatica e diritto, al quale partecipano alcune delle figure più
rappresentative del diritto, dell'informatica e della logica, tra cui Martino,
Ferrajoli, Conte, Busa, Comanducci, Jori, Filipponio, Elmi, Guastini, e Sartor.
Insegna a Taranto, mantenendosi scientificamente attivo e partecipando a
conferenze di società filosofiche italiane -- specialmente la Società italiana
di logica e filosofia della scienza e la Società italiana di filosofia
analitica, dal convegno nazionale fino al convegno di Genova. Insegna a Lecce.
Tra le principali influenze nei suoi studi di linguistica e semiotica testuale
vi sono quella di Petöfi. Insegna a Verona, Padova, Bolzano e, per
le sue lezioni di logica deontica, a Petöfi e Kelsen. L’influenza maggiore viene
dalle grandi opere di Frege, Russell e Carnap, ai cui dedica uno
studio, con particolare attenzione alla visione filosofica. Serra is a real and fairly well-known Italian man of letters: a literary
critic and essayist associated with early 20th-century Italy, best remembered
for his critical prose (often discussed as unusually sober, self-scrutinizing
criticism) and for his war-era writings; he was from Cesena (Romagna) and died
in World War I (1915) as a volunteer soldier. He is commonly linked with the
cultural world around La Voce and with a strain of criticism that resists grand
“systems” in favor of close attention to style, intellectual conscience, and
the moral weight of judgment—so a thesis “su Serra” under a figure like Aldo
Vallone fits the profile of a traditional Italian humanities formation (Serra
as a touchstone for criticism, rhetoric, and modern Italian prose).Grice:
Pozza, a Taranto mi dicono che tu ripeti spesso “pragmatico”: un’abitudine
lodevole… anche se ho il sospetto che, per te, “pragmatico” significhi
semplicemente “griceano”. Carlo Dalla Pozza:
Colpito e affondato. Ma vedi: a scuola Tommaso mi ha insegnato che una
dimostrazione elegante è come una conversazione educata—non dice tutto, ma
lascia capire tutto senza far arrossire nessuno. Grice: Appunto: l’implicatura
è il tuo teorema in incognito. Quando citi Kelsen e poi Ferrajoli, dici
“rigore”; ma implichi “tranquilli, il diritto si può formalizzare senza
trasformare gli studenti in moduli burocratici”. Carlo Dalla Pozza: E quando
organizzo “Info IVRE TARAS”, dico “convegno”; ma implico “a Taranto anche la
deontica viene al mare”—e che persino Frege, davanti a un panzerotto,
concederebbe una piccola eccezione alle regole. Pozza, Carlo Dalla (1965).
Renato Serra. Bari.
Mario Dal Pra (Montecchio Maggiore, Vicenza,
Veneto): la ragione conversazionale d’Antonino e la conversazione
degl’hegeliani. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning explains how what is meant can exceed what is said because
interlocutors assume a cooperative exchange and so infer implicatures from an
utterance together with shared norms (relevance, adequacy of information,
sincerity, clarity), making the “extra” meaning rationally recoverable and, in
principle, cancellable. Dal Pra, by contrast, is best approached through his
historico-critical rationalism and anti-dogmatic concern with the relation of
theory to praxis: “conversation” for him is less a technical site for deriving
implicatures than a disciplined continuity between past and present (Stoic
Antoninus/Marcus Aurelius, Hegel and the Hegelians, medieval logic, modern
social critique) in which reason is tested by action, moral seriousness, and
resistance to metaphysical or ideological closure. Read Griceanly, Dal Pra’s
own historiographical writing and even the title Segni dei tempi invite
implicatures by leaving interpretive work to the reader (the ambiguous dei, the
gesture toward eschatology, the “signs” that make one infer a stance about
history), whereas read Dal Pra-ly, Grice’s maxims look like an abstract
micro-model of a deeper civic practice: how rational agents sustain shared
inquiry and mutual accountability across communities and epochs. The
comparison, then, is that Grice provides a fine-grained explanatory mechanism
for meaning in talk as rational inference under conversational norms, while Dal
Pra provides a broader normative-historical framework in which conversation is
the medium of critical reason itself, connecting philosophical interpretation
to practical initiative and making the ethics of inquiry as central as the logic
of what is implied. Studia a Padova sotto TROILO.
Insegna a Rovigo, Vicenza, e Milano. Partecipa attivamente alla Resistenza,
nelle file di "Giustizia e Libertà", guadagnandosi II croci di guerra
al merito partigiano. Collabora alla ricostruzione politica e culturale del
paese, con una filosofia sempre sorretta da un'alta ispirazione morale.
Medaglia d'oro quale benemerito della scuola, della cultura e dell'arte, dei
Lincei, dell'Istituto lombardo di scienze e eettere, dell'accademia olimpica di
Vicenza, nonché membro autorevole della società filosofica, della quale è stato
anche presidente. Studia la scessi, la logica e la dialettica medioevale, Hume,
Condillac, la logica hegeliana, Marx, il pragmatismo, e la storia della
storiografia. Connetta la sua attività storiografica con l'esplicitarsi di
interessi teorici che lo portamp ad elaborare,un'originale filosofia che
denomina trascendentalismo pratico, poi evoluta in una forma di razionalismo
storicista e critico. Il suo interesse si rivolge al chiarimento del rapporto
tra teoria e prassi in una prospettiva anti-metafisica che lo pone in contrasto
con le posizioni dell’idealismo, e più in generale con ogni forma di dogmatismo
teoricistico per favorire la libera esplicazione dell'iniziativa pratico-razionale
dell'uomo. Fonda la “Rivista di storia della filosofia”, un riferimento
costante e prestigioso. Autore di un fortunato “Sommario di storia della
filosofia” (Nuova Italia, Firenze) e poi direttore di una monumentale “Storia
della filosofia” (Vallardi, Milano). hegeliani, storiografia della filosofia
antica, la filosofia antica, la filosofia italica antica, la filosofia romana,
la filosofia romana antica, Antonino, Crotone, Velia, Filolao, Vico, Croce, la
storia della filosofia, filosofia della storia della filosofia, storiografia
filosofica. Grice: “Corpus, 1932. I’m not sure why Corpus takes in
Segni dei tempi; perhaps it is some reciprocal arrangement, though the very
subscription risks sending out the wrong sort of implicature. We do, after all,
put out The Pelican ourselves—and I still harbour the hope of editing it one
day. Segni dei tempi is a Veronese production, which for an Oxford mind
instantly brings Bill the Quill to heel; and I notice that a young Mario Dal
Pra has a contribution in it, on the usual run of “serious” matters. But what
really caught me was the title. I mentioned it to Hardie: Segni dei tempi.
Hardie, pedant to the last, asked what exactly the dei was doing there. I had
no tidy answer. The honest one is probably eschatological: the signs of the
times, as if the times themselves had a face worth reading. Yet grammatically
the phrase keeps its ambiguity: dei can look like possession, or mere
specification, and in any case Italians manage to make Peano’s definite
descriptor almost inaudible—di i tempi, in that Latin-without-inflection of
his—while leaving the interpretive work entirely to the reader. Dal Pra, for
his part, does nothing whatsoever to relieve the ambiguity; he writes as if the
title were transparent, which is precisely the sort of confidence that makes
one suspect it is doing more than it says.” Grice: Mario, lo sai, solo un vero “lit. hum.” come me coglie subito chi si
nasconde dietro “Antonino” nelle tue conversazioni ragionate: il vero nome di
quello che il vulgus chiama Marco Aurelio! E poi, grazie a Bradley, ci fu un
tempo in cui Hegel era quasi troppo popolare a Vadum Boum—cioè Oxford! Dal Pra:
Ah, Grice, vedo che sei molto sensibile a queste sfumature classiche! In
effetti, Antonino—Marco Aurelio—incarna nel mio pensiero l’unione tra teoria e
prassi, un dialogo tra sapienza antica e spirito critico moderno, proprio come
il continuo intreccio tra Hegel e i suoi interpreti, qui in Italia e, come dici
tu, anche a Oxford. Grice: Assolutamente, Mario! È interessante come il tuo
“trascendentalismo pratico” resista al dogmatismo così come le meditazioni di
Marco Aurelio resistono alla mera teoria. E forse il boom di Hegel a Oxford non
era che un altro capitolo di questa conversazione continua tra teoria ed
esperienza vissuta. Dal Pra: Ben detto, Grice. Il mio percorso—tra filosofia,
resistenza e ricerca storica—mira a tenere viva la conversazione tra passato e
presente, sempre consapevole che la ragione serve l’azione, e non il contrario.
Forse, come Antonino, dobbiamo sempre tornare al dialogo, dentro di noi e con
gli altri. Pra, Mario Dal (1932). Segni dei tempi.. Verona.
Prepone (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e il principio conversazionale. According to
Ippolito di Roma, a pupil of Marzione. He argues that, in addition to
there being a principle of good and a principle of evil, there is a third
intermediate principle of justice. Grice: “Only I don’t multiply principles
beyond necessity, since ‘principle’ means ‘1’!” GRICEVS: PREPONE,
audivi te discipulum Marcionis fuisse (saltem apud Hippolytum): duo iam ponis
principia, boni et mali—noli, quaeso, principia multiplicare praeter
necessitatem; “principium” enim unum sonat! PREPON: Ego vero, Grice, non multiplico, sed ordino: est bonum, est malum,
et est tertium medium—iustitia—ne utrumque in eodem triclinio rixetur. GRICEVS:
Lepide; sed hoc quoque habet rationem conversazionalem: cum dicas “tertium est
iustitia”, non solum rem adds, sed implicas Deum ipsum quasi arbitrum esse—ne
Marcionis duo principes inter se clamore vincant. PREPON: Et tu, cum dicas
“unum sonat”, non solum grammaticam doces, sed implicas hoc: philosophia tua
tam parcit numeris quam hospes sobrius vino—quod Romae, ut scis, est iam
miraculum.
Prepostino (Roma, Lazio):
la ragione conversazionale del divino di Romolo – Roma – filosofia lombarda --
filosofia italiana – (Cremona). Filosofo italiano. Cremona,
Lombardia. Summa theologica, Manichean, caraterismo. Grice: Prepostino, tu parli del divino di
Romolo come se Roma fosse nata da un’implicatura: lui dice “sale al cielo”, ma
implica “qui si fonda un ufficio pubblico con l’aureola”. Prepostino: Esatto: e
a Cremona impariamo presto che il cielo è un’ottima copertura retorica. Il
detto è pietà; il voluto dire è politica—con un pizzico di caratterismo. Grice:
Però se ci metti anche il Manicheismo, la conversazione si biforca: “Romolo è
divino” (luce), “Romolo è fratricida” (tenebra). Roma nasce come una Summa
theologica scritta a colpi di ascia. Prepostino: E tu, Grice, quando dici
“Summa”, implichi “nota a piè di pagina infinita”: perché a Roma perfino gli
dèi vanno commentati—altrimenti qualcuno li prende alla lettera, e finiamo
tutti in dogmatica.
Vettio Agorio Pretestato (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale del Giove del Campidoglio. He achieves high
office under Giuliano. He writes a commentary of Temistio – Accademia. GRICEVS:
PRAETEXTATE, audio te sub Iuliano ad amplissimas dignitates evectum esse:
igitur philosophus iam non solum in scholis, sed etiam in curia—quasi Iuppiter
ipse Capitolinus tibi suffragia dederit. PRAETEXTATVS: Si Iuppiter mihi favet,
id Romae fit: hic deus non tonat tantum, sed etiam candidatos commendat. Ego
autem Temistium commentariis colo—ne quis putet in magistratu me tacuisse. GRICEVS:
Lepide: cum dicas te “Iovem Capitolium” colere, dicis religionem; sed implicas
(more nostro conversazionali) hoc: Romae etiam deos oportet ita laudari ut
senatus non irascatur. PRAETEXTATVS: Et cum tu “implicas” dicis, dicis
doctrinam; sed implicas hoc: in Urbe et in Accademia idem valet praeceptum—qui
nimis clare loquitur, tonitrua meretur; qui sapienter subridet, Iovem habet pro
collega.
Giulio Preti (Pavia, Lombardia): la ragione
conversazionale, la retorica conversazionale, e la logica conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
implicature as a rational, cooperative achievement: speakers design utterances
against shared expectations of relevance, informativeness, sincerity, and
clarity, and hearers recover what is meant by reasoning from what is said plus
those norms, so that “rhetoric” (what is suggested, hinted, or politely left
unsaid) is made answerable to a logic of inference rather than to mere
stylistic flourish. Preti, by contrast, is explicitly preoccupied with the
relation between rhetoric and logic as two cultural and intellectual forces: he
defends the primacy of the logico-scientific culture against humanistic
obscurantism, cultivates a deliberately plain and rapid style as an
anti-idealist stance, and yet insists that philosophical conversation is the
terrain where different rational uses can meet without collapsing into either
empty belles-lettres or sterile formalism. Put together, Grice supplies a
micro-pragmatic account of how rhetorical effects in ordinary and philosophical
talk can be systematically derived as implicatures from rational constraints,
while Preti supplies a macro-cultural diagnosis of why rhetoric and logic come
apart (and how they might be re-linked) in modern intellectual life; the point
of contact is that both reject the idea that rhetoric is mere ornament, but
whereas Grice explains its legitimacy by showing how it is inferentially
controlled within cooperative talk, Preti explains its legitimacy by situating
it within praxis, culture, and the struggle between ways of knowing—so that
“conversational reason” is at once a local discipline of saying/meaning and a
broader program for keeping philosophy intellectually accountable. Grice: “I
like Preti. He
wrote “Retorica e logica,” which I enjoyed since this is what I do: I find the
rhetoric (the implicature) to the logic (the explicature).” Grice: “Preti was a
bit of a Stevensonian, with his ‘Praxis ed empirismo, and I mean C. L.
Stevenson, not the Scots master of narrative!”. Studia a Pavia sotto LEVI, VILLA e SUALI. Studia Husserl. Insegna a Pavia e
Firenze. I suoi saggi nella rivista banfiana "Studi Filosofici", lo
vedeno coinvolto in una polemica sull'immanenza e la trascendenza. In
“Fenomenologia del valore” (Principato, Milano) e “Idealismo e positivismo”
(Bompiani, Milano) emerge con evidenza quell'impostazione tesa a conciliare
istanze razionalistiche ed empiristiche. In “Praxis ed empirismo” (Einaudi,
Torino) presenta in maniera relativamente organica, per quanto rapidamente,
alcuni temi al confine tra pensiero teoretico, filosofia morale e filosofia
politica. “Retorica e logica: le due culture” (Einaudi, Torino) è un saggio a
cavallo tra la ricostruzione storico-filosofica e il saggio teoretico, con il
quale si intende dimostrare, prendendo le mosse dalla polemica aperta da C. P.
Snow, l'inconciliabilità tra le due forme di cultura che si intrecciano nel
dibattito occidentale, quella logico-scientifica e quella
umanistico-letteraria, e la necessità di far prevalere la prima sulla seconda
al fine di non cedere a nuove forme di oscurantismo elitario e
fanatico. Inoltre, affianca costantemente alla propria attività di autore
quella di curatore di classici del pensiero filosofico. Il suo stile,
volutamente trascurato, è rapido, nervoso e semplice, in implicita polemica con
il bello scrivere e l'ermetismo tipico delle scuole idealistiche italiane.
Tenta trovare una via alternativa al rapporto fra un pensiero unitario e
inglobante -- di tradizione hegeliano-crociana -- e uno invece dualistico, nel
distinguo fra saperi umanistici e scientifici. retorica e logica. Grice: “St. John’s, 1946. Back from the Admiralty and properly returned
to philosophy, I do what I always do when I’m meant to be sensible: I drift
into Blackwell’s. There, among the new arrivals, sits Giulio Preti’s Filosofia
e filosofia della scienza—published in the middle of the unpleasantness, which
seems almost impertinent. We had thought Ayer was a passing meteor; now the
phrase itself, “philosophy of science,” has acquired an Italian passport and is
marching north with all the assurance of a method. I confess it makes me
unreasonably cross, and for once I find myself sympathising with my tutees: they
come up to Oxford to read philosophy—poor souls, only the poor really read
here—and promptly find themselves being handed “science” again, the very thing
they had fled in search of a little peace in our minor, glorious corner of
literae humaniores. No doubt it is all in the name of clarity, precision, and
the purification of nonsense; but it is hard not to feel that when certain
people pronounce filosofia della scienza they are less describing a subject
than issuing a summons, as if philosophy were to be put back into uniform and
marched, smartly, into the laboratory.” Grice: Giulio,
devo confessarti che “Retorica e logica” è stato uno dei tuoi testi che più ho
apprezzato: mi affascina il modo in cui cerchi la retorica—l’implicatura—nella
logica, l’explicatura. A volte penso che proprio lì risieda il cuore della
conversazione filosofica. Preti: Grazie,
Paul. Per me la conversazione è sempre un terreno fertile dove retorica e
logica possono intrecciarsi senza che una prevalga sull’altra. Il mio stile
volutamente semplice e rapido cerca di evitare il “bello scrivere” idealistico:
preferisco la chiarezza nervosa e diretta, che permette alla ragione
conversazionale di emergere senza filtri. Grice: Eppure, non è forse vero che la cultura
logico-scientifica e quella umanistico-letteraria rischiano di essere
inconciliabili, come suggerisci nel tuo saggio? Come vedi il ruolo della
conversazione per evitare l’oscurantismo fanatico che nasce dalla separazione
tra queste due culture? Preti: Ottima
domanda, Paul. Credo che sia proprio la conversazione filosofica, quando si
fonda su una ragione dualistica e non unitariamente inglobante, a consentire il
dialogo tra i saperi. La conversazione, per me, è il luogo in cui si può
trovare una via alternativa tra l’eredità hegeliano-crociana e il pensiero
scientifico, senza cedere a nessuna forma di fanatismo o elitismo. Preti, Giulio (1942). Filosofia e filosofia della
scienza, Firenze: Vallecchi.
Costanzo Preve (Valenza, Alessandria, Piemonte):
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
implicature as a rationally recoverable “extra” that arises because speakers
and hearers tacitly rely on shared norms of cooperative exchange (relevance,
sufficient informativeness, candour, clarity), so that what is meant can outrun
what is said while remaining accountable to reasons and, in principle,
cancellable. Preve’s philosophical project, by contrast, is not primarily a
micro-pragmatics of utterances but a macro-ethical and political account of
rationality as socially instituted: his communitarian universalism,
Marxian-Hegelian orientation, and attention to historical forms of ideology and
critique all push toward the idea that reasons are carried by communities,
traditions, and conflicts, and that “dialogue” is a practice through which a
shared human field (sociality and rationality) is negotiated rather than merely
inferred in a single talk-exchange. Set side by side, Grice explains how
conversational agents bridge gaps locally (how an implicature is generated and
recognized here and now), whereas Preve is best read as explaining why those
gaps, and the very standards for bridging them, are politically and
historically charged (what counts as a reasonable presupposition, which voices
get uptake, and how a “we” is constituted across communities); in that sense,
Preve’s communal framing can be seen as supplying the background conditions
that Grice usually idealizes as given, while Grice supplies the fine-grained
mechanism by which Preve’s desired “confrontation among communities” actually
happens in speech: not by mere assertion, but by the managed play of what is
stated, what is left implicit, and what can be demanded as a reason in common. Important
Italian philosopher. He is the tutor of FUSARO, of Torino. Il comunitarismo è la via maestra che conduce all'universalismo, inteso
come campo di confronto fra comunità unite dai caratteri del genere umano,
della socialità e della razionalità. – “Elogio del comunitarismo”. Di
ispirazione marxiana ed hegeliana, scrive saggi di argomento filosofico. Studia
a Torino. Sotto Garrone sull’elezione politica italiana”. Studia Hegel,
Althusser, Sartre, e Marx. Scrive "L'illuminismo e le sue tendenze
radicali e rivoluzionarie: enogenesi della nazione: il problema della
discontinuità con la romanità classica”. Insegna a Torino. Analizza
esistenzialmente il comunismo. Membro del centro di studi sul
materialismo storico. Pubblica “La filosofia imperfetta” (Angeli, Milano), dove
testimonia la sua adesione di massima all’ontologia dell'essere sociale di
Lukács, ed anche, indirettamente, il suo distacco definitivo dalla scuola
d’Althusser. Fonda “Metamorfosi”. Spazia d’un esame dell'operaismo ida Panzieri
a Tronti e Negri, all'analisi del comunismo dissidente dei socialisti alla
critica delle ideologie del progresso storico, all'indagine sullo statuto
filosofico della critica comunista dell'economia politica. Organizza un
congresso dedicato al comunismo a Milano, e vi svolge una relazione sulle
categorie modali di necessità e di possibilità all’interno del comunismo. Da
quest'esperienza nasce una rivista chiamata “Marx 101”, che usce in due serie
di numeri monografici e di cui e membro del comitato di redazione. fascismo,
antifascism – antifascism in assenza completa di fascismo, comunita,
comunitarismo, la mascalzonaggine imperdonabile dell’invasione a Grecia; colonizzazione
imperialista,storia dell’etica, storia ontologico-sociale della filosofia, vico
anti-capitalista. For Costanzo Preve specifically, yes, we do have
concrete thesis information. He obtained a laurea in June 1967 at the
University of Turin, with Alessandro Galante Garrone as supervisor/relatore,
and the thesis title is given as Temi delle elezioni politiche italiane del 18
aprile 1948 (also catalogued in the Turin historical thesis archive with a very
close variant: Temi di propaganda politica nella campagna elettorale per le
elezioni del 18 aprile 1948; discipline: Storia contemporanea; a.a. 1966; the
archive record also labels the faculty as Giurisprudenza). This anchors both
institution and relatore; the slight title variation is the kind of thing you
often see between biographical summaries and archival catalog metadata. Grice: Costanzo, sono curioso: come vedi il ruolo della ragione
conversazionale e dell’implicatura nella filosofia italiana, soprattutto nel
quadro del tuo comunitarismo? Preve: Grice, grazie della domanda! Per me la
ragione conversazionale è il cuore del dialogo tra comunità, unite dalla
socialità e dalla razionalità. Nel mio “Elogio del comunitarismo”, insisto sul
fatto che solo attraverso il confronto si può realizzare un vero universalismo.
Grice: Interessante! E la tua ispirazione marxiana ed hegeliana sembra portarti
a vedere la conversazione come uno spazio dove le esperienze storiche e sociali
si incontrano e si trasformano, vero? Preve: Esattamente, Grice. Per me
l’implicatura conversazionale non è solo uno strumento logico: è il percorso
che ci permette di costruire una comunità universale, dando alla filosofia
italiana una “raison d’être” sociale fondata sul dialogo e sull’interscambio. Preve, Costanzo (1966). Temi di propaganda politica nella
campagna elettorale per le elezioni, Storia contemporanea, Giurisprudenza,
Torino.
Pietro Prini (Belgirate, Verbano-Cusio-Ossola,
Piemnote): la ragione conversazionale dell’implicatura conversazionale di
Dedalo e il volo d’Icaro. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning explains how an audience can rationally recover what a speaker means
beyond what is literally said by assuming cooperative exchange and inferring
implicatures under norms of relevance, informativeness, sincerity, and clarity;
meaning in conversation is thus an accountable achievement of practical
reasoning between interlocutors. Prini, by contrast, treats conversation less
as a mechanism for generating extra propositions from maxims and more as a philosophical
space that resists the hegemony of apophantic, truth-functional discourse:
alongside demonstrative proof he gives a systematic place to situated forms of
rational exchange such as verification, testimony, listening, and dialogic
co-construction of sense, and he uses the Daedalus–Icarus myth to portray
conversation as a risky but emancipatory practice that can loosen dogmatic
constraints without pretending to escape finitude. Put sharply, Grice offers a
micro-theory of how implicatures are calculated and cancellable within ordinary
talk, whereas Prini offers a macro-vision in which conversation is itself an
ontological and existential category—a mode of reason tied to desire,
vulnerability, and ethical relation—so that what Grice analyses as the inferential
“extra” of an utterance becomes, for Prini, the very medium in which philosophy
can exceed rigid conceptual architectures while remaining responsible to shared
rational forms. Grice: “I like Prini, but I won’t expect his “Discorse e
situazione” to be about Firth’s context of utterance!” Pensare è infatti la maniera più profonda del nostro desiderare – “XXVI
secoli nel mondo dei filosofi" (Caltanissetta, Sciascia). Tra i maggiori
esponenti dell'esistenzialismo. Studia ad Arona e Pavia sotto
LORENZI. Studia SORBATTI sotto LEVI e SCIACCA. Studia l’accademia di Plotino.
P. s'è legato al gruppo di gioco di filosofi che SCIACCA riune intorno a se.
Quando SCIACCA si trasfere a Genova tutto il gruppo lo segue. Insegna a Genova,
Perugia, Roma e Pavia. “Lo scisma sommerso” (Milano, Garzanti) analizza la
spaccatura sotterranea che si è creata nella chiesa cattolica tra il magistero
ufficiale e la fede e le scelte di vita dei credenti. Un tema che diviene
centrale è il tema del male. Scrive “XXVI secoli nel mondo dei filosofi” -- «un
ripensamento, una sorta di commiato personale dai filosofi e dai problemi che
gli sono stati cari per tutta la vita. Accanto al discorso apofantico, che
definisce in modo univoco il suo oggetto e che vuol dimostrare le sue verità in
modo necessario, apre lo spazio per la ‘conversazione’. In “Verso una ontologia
della conversazione” (Roma, Studium), risalire la dimenticanza della
conversazione ad Aristotele, il quale ritene i discorsi semantici non
vero-funzionali e quindi estranei al campo del linguaggio-oggetto sino del
meta-linguaggio della filosofia. In “Discorso e situazione” (Roma, Studium)
definisce in modo più dettagliato gl’ambiti della conversazione. Nella
molteplicità dell’uso logico della ragione, delinea un esame sistematico delle
diverse forme della conversazione razionale “situata”, ossia in relazione al
suo proprio oggeto o topico ed al suo proprii conversatori, e precisamente la
verifica come forma della prova del discorso oggettivo o scientifico, la
categoria della testimonianza. il volo d’Icaro. Grice: “St.
John’s, 1956. Off I go to discuss categories with Austin at our weekly
alternating seminar, where I have learned a useful rule of thumb: when it is
his week and he serenely ignores whatever I said the week before, he is not
merely being rude; he is, in his own way, implicating agreement. Yesterday
afternoon, browsing the only shelf at Blackwell’s that really matters, I let
out a small groan: it has reached the North too, the land of the lemon and the
peninsula. Pietro Prini has just brought out his Esistenzialismo, and in hard
covers, no less. I can’t imagine Austin feeling entirely at ease if we titled
our seminar “The Existentialism of Aristotle,” and yet that is rather what it
comes to: Aristotle seems forever grappling with einai as if it were the only
verb in the world, when he has ekhein ready to hand as well; the izzing and the
hazzing—what could be more of an existential threat than discovering that being
is not only a matter of what one is, but of what one has, and cannot quite say
one has without sounding metaphysical?” Grice: Prini,
sono incuriosito dal suo modo di interpretare la “ragione conversazionale” alla
luce del mito di Dedalo e il volo di Icaro. Secondo lei, la conversazione
filosofica può davvero offrire una via di fuga dai limiti imposti dal pensiero
dogmatico, proprio come Icaro ha cercato di superare le barriere del suo
destino? Prini: Grice, è una domanda affascinante! Credo che la conversazione
filosofica sia, in effetti, il modo più profondo di desiderare e pensare. Essa
ci permette di elevarci al di sopra delle rigidità del discorso apofantico,
aprendo la possibilità di una ragione “situata” e dialogica, dove ogni
interlocutore contribuisce a costruire senso, proprio come Dedalo e Icaro
affrontano insieme il rischio e la libertà. Grice: Dunque, potremmo dire che la
conversazione è un viaggio condiviso, in cui la verifica e la testimonianza si
alternano come forme di prova, e dove ogni partecipante riconosce i propri
limiti senza temere di cadere, ma anzi valorizzando quel volo verso l’ignoto? Prini:
Esattamente, Grice. Nei miei lavori, come “Discorso e situazione” e “Verso una
ontologia della conversazione”, ho cercato di delineare proprio questo: la
molteplicità delle forme della conversazione razionale “situata”. La filosofia
non è solo dimostrazione, ma anche ascolto, dialogo e apertura all’altro—una
vera ontologia della conversazione, dove il mito di Icaro diventa metafora
della nostra ricerca di senso e libertà. Prini, Pietro (1955).
L’esistenzialismo. Roma: Edizioni dell’Ateneo.
Luigi Priore (Roma, Lazio). Grice: -- è noto
principalmente come filologo e studioso di lingua latina, attivo tra la fine
del XIX e l'inizio del XX secolo. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning makes the step from “what is
said” to “what is meant” a matter of rational, cooperative inference: speakers
rely on an audience to recognize intentions under shared norms (relevance,
sufficient information, clarity, sincerity), and conversational implicatures
arise when an utterance is deliberately shaped so that a competent hearer can
supply what is left unsaid. Priore, by contrast, represents a
pedagogical-philological project in which understanding is engineered through
method and grammatical discipline: his “synthetic-analytic” Latin manuals aim
first at giving the learner an overview (synthetic grasp) and then at
decomposing it (analytic parsing), treating linguistic competence as something
built by staged instruction, explicit rules, and controlled exercises rather
than inferred on the fly from conversational purpose. Put in Gricean terms,
Priore’s classroom ideal minimizes reliance on implicature by making the
relevant structure overt (declensions, syntax, lexicon), whereas Grice’s
conversational ideal explains how ordinary speakers achieve understanding
precisely because they do not need everything made overt, since rational
expectations fill the gaps; yet the two meet at a deeper point suggested in
your exchange, namely that “ragionare” in Italian can shade toward “talking
things through,” so the boundary between formal analysis and conversational
practice is porous. The comparison, then, is that Grice theorizes meaning as a
norm-governed, intention-sensitive achievement of interlocutors in real time,
while Priore embodies a tradition that seeks to secure meaning by instructional
architecture—reducing ambiguity by design—so that what Grice treats as the
everyday triumph of inference becomes, in Priore’s didactic setting, something
to be tamed and replaced by explicit form. Luogo di Nascita e Formazione Sebbene i dettagli biografici precisi siano
rari nelle fonti digitali moderne, P. è storicamente associato alla zona di
Napoli o alla Campania, dove si è svolta gran parte della sua attività
accademica e di pubblicazione. Opere principali Oltre alla sua opera più
celebre, Istituzione sintettico-analitica di lingua latina (pubblicata a
Napoli, ad esempio presso l'editore Pierro), Priore ha prodotto diversi testi
scolastici e saggi filologici volti a semplificare lo studio dei classici:
Grammatica ed Esercizi: Ha curato numerosi manuali di esercizi latini e
versioni per le scuole medie e i licei, spesso strutturati secondo il suo
metodo "sintettico-analitico" per facilitare l'apprendimento della
sintassi. Edizioni Commentate: Ha lavorato su edizioni di autori classici, in
particolare Livio e Cicerone, fornendo commenti filologici e annotazioni
grammaticali per gli studenti. Saggi Linguistici: Alcune sue pubblicazioni
minori riguardano la metodologia didattica delle lingue classiche, sostenendo
un approccio che bilanciasse la comprensione logica (analitica) con quella
immediata (sintettica). Nota di disambiguazione: È importante non
confondere il filologo classico con l'omonimo pittore contemporaneo nato in
Piemonte e attivo a Roma e Otranto, la cui opera artistica è incentrata sulla
pittura e l'arte visiva. Desideri maggiori dettagli su una specifica
edizione o su un commento particolare a un autore latino?” implicatura. XXXV//
| BIBLIOTECA NAZ ;jj Vittorio Emanuele III N t ISTITUZIONE Slitta aatiia, • •»
.i 4 . X ♦ \ %INSTITUZIONE SINTETICO- ANALITICA D I Maro* itTiai % IN TRE
PART.I: LESSIGRAFIA , NOMENCLATURA, SINTASSI. Grice: “St.
John’s, 1954. My seminar with Strawson on meaning is coming to an end, as is
the visit of the Eastman Professor—or is it the Eastman Visiting
Professor?—Quine, who still looks unconvinced by my point that “My neighbour’s
three-year-old is an adult” is analytically false, whereas “My neighbour’s
three-year-old understands Russell’s Theory of Types” is only, as it were,
synthetically so. Perhaps I ought to have produced, as an object-lesson and a
mild provocation, the little relic we keep here: Luigi Priore’s grandly titled
Istituzione sintetico-analitica di lingua latina—a book whose very name manages
to sound like both a method and a diagnosis. But then I remembered that Quine
never did classics; he arrived armed with mathematics, and with that New World
confidence that anything worth saying can be said without ever declining rosa.”
Grice: Priore, dicono che tu sia “sintetico‑analitico”: è
il primo metodo didattico che sembra anche una dieta—prima riassumi, poi scomponi,
e alla fine nessuno ha più fame di sintassi. Priore: Eppure funziona: se lo
studente capisce subito (sintesi), poi accetta di soffrire (analisi). È la mia
versione napoletana del pactum: ti do Cicerone, tu mi dai pazienza. Grice:
Perfetto: e quando tu dici “non è difficile”, tu dici una bugia pedagogica—ma
implichi gentilmente “è difficile, però ti ci porto io a braccetto”. Priore: E
quando tu dici “braccetto”, tu implichi che il latino è una conversazione: chi
non segue le massime—quantità, qualità, relazione e modo—finisce punito con una
versione di Livio, senza dizionario. Priore, Luigi (1831). Istituzione
sintetico-analitica di lingua latina. Napoli: Pasca.
Prisciano (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale dell’implicatura conversazionale di Simmaco. A philosopher and
friend of Simmaco. GRICEVS: Prisciane, amicus Symmachi esse dicere te audio:
ergo Romae non modo philosopharis, sed etiam prandia peroras—nam apud Symmachum
et verba et vina elegantiam sapiunt. PRISCIANVS: Ita est; Symmachus me amat,
quod in disputando parcus sum et in tacendo copiosus. Roma enim plus amat
urbanitatem quam argumenta. GRICEVS: Id ipsum est
ratio conversazionale: cum dicas “Symmachus vir optimus est,” dicis laudem; sed
implicas te scire quando laudare oporteat—ne videaris philosophus, sed hospes. PRISCIANVS:
Et cum tu hoc “implicaturam” vocas, dicis doctrinam; sed implicas hoc: Roma
ipsa est magistra—quae docet nos non semper dicere quod sentimus, sed semper
sentire quod dicimus (praesertim ad mensam Symmachi).
Priscilliano (Roma, Lazio):
la ragione conversazionale dell’implicatura conversazionale di Nerone. He has the distinction of being the first philosopher put to death for
‘heresy’ by the Roman Catholics. What Priscillian says is that the world is
an evil place whither souls are sent as a punishment. What he implicates
is that Nerone is right! GRICEVS:
Priscilliane, ais mundum esse locum malum, quo animae poenae causa mittantur;
ratio quidem tua—si licet—sat Romana videtur. PRISCILLIANVS: Ita est: mundus carcer est, et animae quasi exules. Hoc
dico. GRICEVS: At quod implicas—more conversazionali, ut Itali loquuntur—is
est: si Roma talis est, tum Nero recte fecit; quasi incendium urbis fuerit
argumentum, non crimen. PRISCILLIANVS: Heu, Grice: dicendo “mundus poena est”
nonne satis ostendo quid sentiam? Si quis ex me colligit Neronem “recte”
fecisse, is non verba mea, sed consequentiam—nimis fidelem—secutus est.
Probo (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale dell’implicatura dell’in-plicatura conversazionale. He studies under Eusebio at the same time as Sidonio, and may have
assisted Eusebio in his teaching. He married the cousin of Sidonio,
the daughter of Simplicio. “All very confusing, and possibly unimportant,
historically speaking from the standpoint of philosophy if it were not for the
fact that Sidonio coined the term ‘inplicatura’ [sic].” – Grice. GRICEVS:
PROBE, heri modo cum collega philosopho Spe sermocinabar; ille, more suo, dixit
“Roma ipsa est schola in qua verba implicantur priusquam explicantur”—et mox
nominavit Sidonium, quasi is solus sciret quomodo res in plicis laterent. PROBVS:
Non longe abest a vero. Ego Eusebio una cum Sidonio interfui, atque (ut fama
est) interdum adiuvi in docendo; postea etiam in familiam intravi, cum
Simplicii filiam—Sidonii consobrinam—duxi. Ita factum est ut domi quoque
“explicare” difficile esset: omnia erant vel affinitate vel doctrina involuta. GRICEVS:
Spes et ego mirabamur quomodo Sidonius, uno tantum verbo, rem totam quasi
complicaret: utrum res sit inplicatura, an vero ipsa res semper in plicis sit,
et nos tantum nodos tangamus. Nam inter “in” et “plicare” est quidam modus: non
est addere, sed implicare, involvere, quasi chartam iterum iterumque flectere,
donec ipsa forma dicat plus quam litterae. PROBVS: Audeo dicere inplicaturam
vestram—Spei et tuam—ipsam IN-PLICARE: nos implicat, involvit, et (ut ita
dicam) in nodum adducit; quod certe Spe voluit, cum hoc consilium “inplicandi”
pararet. Sed iucundum est: quia haec confusio domestica (Eusebius, Sidonius,
Simplicius, consobrina, ego) ostendit idem prorsus in sermone: non semper opus
est “dedicare” aut “declarare”; interdum satis est bene plicare, ut qui audit,
ipse se explicet.
Giorgio Prodi (Scandiano, Reggio Emilia,
Emilia-Romagna): la ragione conversazionale e l’artifice della ragione e
l’implicature conversazionale dei cani di Pavlov. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains how
hearers recover what a speaker means beyond what is strictly said by assuming
cooperative, rational exchange and inferring implicatures under norms like
relevance, adequate informativeness, and sincerity; on this view, the “extra”
meaning of an utterance is not mystical but accountable, defeasible, and in
principle reconstructible as a piece of practical reasoning from utterance and
context. Prodi’s semiotic biology, by contrast, shifts the centre of gravity
from interpersonal reasoning about utterances to the naturalisation of
sign-processes themselves: organisms and cells behave as if they interpret
cues, learn regularities, and stabilize “rules” (Pavlov’s bell as a sign that
becomes causally efficacious), so that meaning-like phenomena appear as
biologically grounded patterns of response rather than primarily as intentions
in a talk-exchange. The comparison, then, is that Grice treats meaning in
conversation as a normative-rational achievement of agents who recognise each
other’s reasons, whereas Prodi treats semiosis as continuous with life, where
“artifice” can emerge from nature as a second-order layer (regularities built
upon regularities) and where something like implicature is redescribed as an
effect of how systems exploit constraints and expectations. Read Griceanly,
Prodi’s Pavlov scene is not yet conversation but it resembles the minimal
skeleton of implicature: a cue is introduced into a setting with stable
expectations, and downstream behaviour is guided by what that cue is taken to
indicate; read Prodi through Grice, conversational implicature looks like a
higher-level biological competence—an evolved capacity to treat signals as
reasons and to let what is left unsaid do controlled causal work in social
coordination. Grice: “While he likes semiotics, Prodi is the Italian C. L.
Stevenson, who read English at Yale! No philosophy background!” Studia e insegna a Bologna. A Bologna fonda il
progetto biologia cellulare. Svilupa un approccio semiotico alla
biologia. Con “Il neutrone borghese” (Bompiano, Milano), ha
pubblicato anche alcuni romanzi e racconti, tra cui Lazzaro, biografia
romanzata -- con riflessi autobiografici -- di Spallanzani. Il saggio “Il cane
di Pavlov”; “Opera narrativa” (Diabasis, Reggio Emilia). Altre opere: “Scienza
e potere” (Il Mulino, Bologna); “La scienza, il potere, la critica” (Mulino,
Bologna); “Onco-logia sperimentale” (Esculapio, Bologna); “Le basi materiali
della significazione” (Bompiani, Milano); “La biologia dei tumori” (Abrosiana,
Milano); “Soggettività e comportamento” (Angeli); Orizzonti della genetica”
(L'Espresso); Patologia Generale (CEA); “La storia naturale della logica”
(Bompiani, Milano); “L'uso estetico del linguaggio” (Mulino, Bologna); Lazzaro:
il romanzo di un naturalista” (Camunia, Brescia); “Onco-logia” (Esculapio,
Bologna); “Gl’artifici della ragione” (Sole 24 ore, Milano); -- cunning of
reason – cf. Speranza, Grice, Kantotle, Kant, Hollis, razionalismo e
relativismo -- “Il cane di Pavlov” (Camunia, Brescia); “Alla radice del
comportamento morale” (Marietti, Milano); “Teoria e metodo in biologia” (Clueb,
Bologna); “L'individuo e la sua firma”; “Biologia e cambiamento antropo-logico”
(Mulino, Bologna); “Il profeta” (Camunia, Brescia); Conferenza "P.”,
Repubblica Apprezzato anche da Dossetti, “La parola e il silenzio”
(Paoline, in riferimento ad un articolo che si rifaceva ai geni
invisibili della città di Ferrero. Sul sottotitolo -- i “geni invisibili” della
città. Dizionario biografico degl’italiani, istituto dell'enciclopedia -- il
cane di Pavlov. Grice: “St. John’s, 1966. I don’t know why I should care, but the Senior
Common Room produces the oddest scraps of intelligence: Giorgio Prodi has been
appointed to the seconda cattedra of Patologia generale at Bologna. The phrase
has been nagging at me all day. We have “chairs” here, of course, but the notion
of a second chair—an official spare, as it were—feels at once luxuriant and
faintly political, as if the faculty had institutionalised dissent in advance.
One imagines the Oxford analogues and shudders: a second Waynflete Professor of
Metaphysical Philosophy; a second White’s Professor of Moral Philosophy—an
arrangement that would sound less like academic administration than like an
abusive duplication, or (in the moral case) a manifesto for rival orthodoxies
to be delivered from adjacent pieces of furniture. The consoling thought is
that Oxford, being a tutor’s world, does not oblige its students to sit
dutifully under any chair’s “emanations,” first or second; they can always
retreat to the safer tyranny of a weekly tutorial. If Prodi’s Bologna needs a
second cathedra to keep pathology honest, good luck to it; we manage our
heresies privately, one don at a time.” Grice: Prodi,
vengo da una conversazione freschissima con Speranza: mi ha detto che lei è
l’unico capace di parlare di biologia cellulare come se fosse semiotica, e di
semiotica come se fosse fisiologia—poi ha aggiunto, con aria da Oxford, che i
cani di Pavlov hanno più disciplina di certi metafisici. Prodi: È solo che il
vivente non aspetta i nostri sistemi. Se vuoi capire significazione e
comportamento, devi guardare dove la materia “firma” le sue decisioni: cellule,
tumori, riflessi. E sì, ogni tanto i metafisici si offendono: preferirebbero
che la verità fosse più educata. Grice: Speranza e io, dopo quella
chiacchierata, ci siamo trovati a fissare la parola “artificio” con un certo
sospetto. Lei parla degli artifici della ragione, eppure l’impressione è che
qui l’artificio sia meno un trucco e più una derivazione: il “non‑naturale” che
nasce dal naturale come un secondo strato. Speranza, che mi conosce, mi fa
sempre i complimenti perché io evito “artificio” e preferisco dire “non‑naturale”
— come a dire: non lo sto decorando, lo sto ricavando. E allora anche Pavlov
cambia faccia: non è una macchina che addestra cani, è una scena in cui un
segno diventa causa, e la ragione si scopre empirica senza perdere la dignità. Prodi:
La vostra è una implicatura naturalissima, come sono sicuro che Speranza non
avrà difficoltà a chiamarla così. Perché lei sta dicendo (senza fare prediche)
che l’artificio migliore è quello che non si vede: quello che sembra natura
perché è costruito sopra la natura, non contro di essa. Nel cane di Pavlov il
campanello non è “finto”: è un pezzo di mondo che entra nel comportamento come
regola. E lì capisci anche il resto: la semiotica non è un lusso umanistico, è
una biologia del significare; la “cunning” della ragione è che riesce a
sembrare naturale proprio quando ha imparato a passare per i segni. Prodi,
Giorgio (1966). Lezioni di patologia generale (seconda cattedra), Bologna.
Aurelio Clemente Prudenzio: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale dela psisco-machia – Roma –
filosofia italiana – (Roma). Filosofo italiano.
Abstract: Grice: “Mill – a mill – said that surnames have no meaning; but I’m
sure Prudenzio was thus called because he was prudent – cf. ‘Grice is called
Grice because he is Grice.’” Portico. A career in public service. His main
treatise is “Psycho-Machia,” on the soul’s fight between good vitue and evil
vice. People bring suffering on themselves by making bad choices.
Giacomo Pubblicio (Firenze, Toscana). All'interno stesso della più ortodossa tradizione dell'ars memorativa
ciceroniana – CICERONE -- non erano mancate espressioni di una
particolare sensibilità per il problema dell’IMAGINE. Certe pagine dell’
“Oratoriæ artis epitoma, sive quæ ad consvmatvm spectant oratorem; ex antiquo
rhetoz. Gymnasio dicendi scribendiq. breves rationes; artis
memoriae, etc. Editio prima, lit. Goth. -- ” – cf. Oratoriae artis epitoma; vel
quae brevibus ad consumatum spectant oratorem, ex antiquorum rhetorum gymnasio
dicendi cribendique brevis rationes, etc. Lit.rom. cf. Oratoriae artis epitoma:
vel quae brevibvs ad consuatum spectant oratorem ex antiquo rhetorum gynasio
dicendi scribendique breves rationes nec non et aptus optimo civique viro
titvlvs insuper et perquam facilis memoriae artis modvs P lucubratione in lucem
editus foeli cinvminite inchoat oratorie institutiones ex veteni institutoP ad
cyrilly cesare faustissimus delectem. Venezia, Radtole augustensis ingenio miro et arte perpolita impressioni
mirifice dedit; Augusta; Angelica, Roma -- giovano senza dubbio a comprendere
come tra l’immagine di CICERONE e quella dell’iconologia sussiste un legame
reale. Una “intentio simplex” e spirituale, afferma P., non aiutate da nessuna
corporea similitudine, sfugge rapidamente dalla memoria. L’immagine ha appunto
il compito, mediante il GESTO mirabile, la crudeltà del volto, lo stupore, la
tristezza o la severità, di fissare nel ricordo idee termini e concetti. La
tristezza e la solitudine è il simbolo della vecchiaia; la lieta spensieratezza
quello della gioventù; la voracità è espressa dal lupo, la timidezza dalla
lepre, la bilancia è il simbolo della giustizia, l'erculea clava della
fortezza, l'astrolabio dell'astrologia. Ma soprattutto giove richiamarsi, nella
costruzione dell’immagine, a VIRGILIO e OVIDIO. Oratoriae artis epitoma.
Deutero-Esperanto. Grice: Pubblicio,
proprio ieri ho avuto un piccolo scambio con Speranza: mi ha detto che a
Firenze la memoria non si “spiega”, si mette in scena—e che Cicerone, se avesse
avuto un teatro, avrebbe risparmiato molte note a piè di pagina. Pubblicio: E
infatti l’ars memorativa non vive di aria: vive di immagini. Una intentio
simplex, se la lasci tutta spirituale, scappa. Se invece le dai un gesto
mirabile, una faccia crudele, un po’ di stupore o di severità, allora
resta—come un attore che non esce più dal personaggio. Grice: Speranza e io ci
siamo ritrovati a sorridere di una cosa: perché i filosofi devono rendere ovvio
ciò che, in pratica, è già evidente? Lei dice “l’immagine fissa il concetto”, e
sembra una scoperta; ma basta una bilancia per far venire in mente la
giustizia, una clava per la fortezza, un astrolabio per l’astrologia. E il
bello è che, quando la memoria funziona, non sembra mai teoria: sembra buon
gusto retorico. Forse è per questo che lei insiste su Virgilio e Ovidio:
perché, se l’immagine non ha un po’ di poesia, resta solo un elenco di
simboli—e nessuno ricorda gli elenchi, se non per dimenticarli con ordine. Pubblicio:
Implicatura figurativa la vostra, genii, come Speranza la chiamerebbe con aria
da scolaro diligente. Perché avete capito che non si tratta di “decorare”
l’idea, ma di darle un corpo che possa circolare: il gesto, la bestia (lupo o
lepre), lo strumento (bilancia, clava, astrolabio). E lì si vede anche il ponte
verso l’iconologia: la memoria ciceroniana non è un museo, è una macchina di
riconoscimento. Se poi qualcuno sogna un Deutero‑Esperanto senza immagini, che
lo provi pure—ma poi non si lamenti se, al momento di ricordare, gli manca
proprio la cosa più romana: una scena ben piazzata. Pubblicio, Giacomo (1536).
La via di prosperità. Venezia: Bernardino Bindoni.
Francesco Pucci (Firenze, Toscana): la ragione
conversazionale della REPUBBLICA ROMANA, o dell’implicatura conversazionale
utopica di Campanella. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning explains how speakers can mean more than they explicitly say because
hearers presume a cooperative exchange and so infer implicatures by rationally
connecting an utterance to the purposes, shared background, and conversational
norms (relevance, sufficiency, candour, clarity); on that view, “leaving it
unsaid” is not a lapse but a managed reliance on reasons the audience can
recover. Pucci, by contrast, is best read as a figure for how ideas become
socially and institutionally perilous: his universalist, anti-authoritarian
religious-philosophical program (natural innocence before the age of reason,
the practical “uselessness” of infant baptism on that basis, a hoped-for
universality of religion) is conducted through polemical address, manifesto,
and dispute, where what is at stake is not merely what is communicated but what
one’s words commit one to before churches, consistory, and tribunal. In your
staged exchange, “utopia” functions Griceanly as a trigger for implicature (the
“no-place” that nonetheless moves real places, provoking conflicts with censor,
republic, and Rome), while Pucci’s own stance highlights a tension Grice makes
central: rational discourse depends on shared assumptions of good faith and
common purpose, yet in confessional conflict those assumptions collapse and a
speaker’s intended point is reinterpreted as heresy, sedition, or prophecy. The
comparison, then, is that Grice provides the micro-mechanics of how “second
comings” can be suggested without being said (the primo libro that invites an
inference of a sequel; the “non luogo” that implies a political displacement),
whereas Pucci illustrates the macro-condition under which implicatures become
dangerous—because when interlocutors no longer share the cooperative
background, what was meant as a rational invitation to reconsider doctrine is
heard as a prosecutable challenge, and the space of conversational reason is
replaced by the logic of accusation and enforcement. Scrive alcuni trattati dove ambiva a una filosofia universale di stampo
utopistico. Molto polemico contro le principali dottrine religiose dell'epoca,
tanto da essere tacciato di eresia e giustiziato dall'inquisizione
romana. Della potente e ricca famiglia fiorentina dei Pucci. Scolto da un
improvviso mutamento e cambiamento che lo fa decidere a darsi allo studio delle
cose celesti ed eterne e a scoprire i reali motivi dei contrasti filosofici che
lacerano l'Italia. Assiste personalmente alla strage degl’ugonotti nella
notte di S. Bartolomeo, decide d’aderire alla tesi protestante. Controversie
dottrinali gli procurarono l'espulsione dalla sua comunità calvinista. Discute
del peccato originale e altresì contesta l'autoritarismo del concistoro della
comunità. Quest'ultima gl’rimprove, oltre a importanti punti dottrinali
come la concezione del peccato originale, della fede, e dell'eu-caristia, la
sua pretesa di pro-fetizzare, ricordandogli che, con la scomparsa dei primi
apostoli, il carisma profetico non esiste più. Su invito di Betti, incontra
SOZZINI . Pubblica un manifesto, e poi scrive a Balbani una lettera in cui
espone la sua teoria dell'innocenza naturale dell'uomo, già discussa Sozzini.
L’uomo nasce e restano innocente innanzi all'uso della ragione e del giudizio.
Grazie alla redenzione operata dal cristo, il peccato originale non causa
dannazione quando siamo nel grembo materno. Dunque, il battesimo di un uomo che
è gia naturalmente innocente per la naturale bontà della sua natura umana, e
per quanto non censurabile, è INUTILE. L'eventualità della dannazione è un
problema di quell’uomo che, raggiunta l'età della ragione, è in grado di
distinguere il bene dal male. etymologia d’eretico; il profeta disarmato,
nicodemismo, decapatizazione a Tornona, Roma, la repubblica romana, il censore
Catone, il suffragio. Grice: “St. John’s, 1947. Nobody consults the library
here—unless one counts me as somebody, which I’m not sure one should (what do
bodies have to do with anything, anyway). Still, they keep, like a small relic,
Pucci’s 1575 Primo libro della filosofia naturale, and it has been worrying at
me. We have here a Waynflete Professor of Metaphysical Philosophy—surely a
title that once began life as a pointed slight against the professor of
physical, i.e. natural, philosophy; yet the odd thing about Oxford now is that
the latter chair seems nowhere to be seen. And Pucci, for his part, is
deliciously economical: he merely suggests, by calling it a primo libro, that
there is to be a second—without ever quite saying so, as if he were content to
let the “second coming” remain an implicature. Grice: Pucci, proprio ieri, in una conversazione con Speranza, mi sono
sentito dire che a Firenze l’utopia non è un’isola: è un verbale d’accusa. Lui
diceva che lei ha l’aria di uno che ambisce all’universale e poi, per coerenza,
finisce davanti al tribunale. Pucci: È il prezzo della chiarezza, professore.
Quando tocchi peccato originale, fede ed eucaristia, e per giunta contesti
l’autorità del concistoro, la comunità non ti manda una recensione: ti manda
un’espulsione. E se poi ti ostini a parlare di innocenza naturale e di
battesimo “inutile”, ti scopri improvvisamente “eretico” senza aver cambiato
tono. Grice: Speranza e io ci siamo ritrovati a fissare una parola che tutti
pronunciano come se fosse neutra, ma che lei ha dovuto pagare in contanti:
utopia, οὐτοπία. E il bello è che Cicerone—così bravo a far nascere latino dal greco—non
riesce mai a darle una casa senza sfrattarla: “nusquam” è solo un avverbio,
“locus” è solo geografia. Speranza poi storce il naso quando qualcuno tira
fuori Erewhon, come diciamo a Vadum Boum: dice che è un “non‑luogo” troppo
letterario, e che il vero problema non è dove sia, ma che cosa ti fa fare.
Perché οὐτοπία non è soltanto “nessun posto”: è quel posto che ti sposta, e intanto ti
mette contro un concistoro, una repubblica, un censore—e alla fine anche contro
Roma. Pucci: Non la chiamerei “implicatura utopica”, o utopoica, allora—così
Speranza non deve dichiarare dove lei “sta”, se in un τόπος o in un οὐ τόπος. Ma mi piace che la cosa passi da sola: perché la mia utopia non è il
“posto perfetto”, è il posto impossibile che però mette in moto i posti reali.
E se il prezzo è essere un profeta disarmato o un nicodemita malriuscito,
pazienza: almeno si capisce che “nessun luogo” non è un’assenza, è una
posizione scomoda. Anche Catone, se fosse stato presente, avrebbe capito: certi
discorsi non hanno bisogno di un luogo per esistere—hanno bisogno solo di
qualcuno che li sopporti. E Speranza, sotto sotto, li sopporta benissimo.
Pucci, Francesco (1575). Il primo libro della filosofia naturale. Venezia:
Varisco.
Francesco Puccinotti (Urbino, Marche): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale di boezio, la filosofia
sperimentale, i fisici e i meta-fisici, la scuola d’Urbino, filosofia marchese,
e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats “what is meant” as something a rational hearer can reconstruct
from what is said plus shared norms of cooperative talk, so that implicatures
arise when a speaker relies on the audience to bridge an intentional gap (often
by being under-informative, indirect, or apparently off-topic) in a way that
remains accountable to reasons. Puccinotti, by contrast, is presented here as
an exemplar of “experimental philosophy” in the older, medically grounded
sense: he forces disputes between “physicists and metaphysicians” to answer to
clinical and civic realities (malarial fevers, epidemics, rice-field policy),
where “sperimentale” signals not just method but public risk and
responsibility—trying, erring, measuring, and answering for consequences. Read
Griceanly, Puccinotti’s “sperimentale” stance functions like a conversational
constraint on philosophical discourse: it sharpens what counts as a relevant
contribution and makes empty “-isms” pragmatically defective, because an
utterance that cannot guide action under shared practical aims fails the cooperative
point of the exchange; read Puccinotti through Grice, one can say that his
empirical orientation supplies a distinctive background of expectations that
governs implicature in such conversations (to talk of rice-fields or fever is
to invite inferences about regulation, causation, and accountability without
spelling them out). The upshot is that Grice offers a micro-level account of
how reasons govern meaning transfer in any talk-exchange, whereas Puccinotti
exemplifies a macro-level norm of answerability to experiment and public life
that disciplines which conversational moves are rationally acceptable and which
implied conclusions are warranted. Studia a Pavia e
Roma. Insegna a Urbino, Macerata, e Pisa. Il duca Leopoldo di
Toscana lo inserisce in una commissione incaricata di studiare l'ipotesi di
introdurre sul litorale di Pisa le risaie, dal punto di vista della medicina
civile. Espone le sue analisi nel saggio “Sulle risaie in Italia e sulla loro
introduzione in Toscana” -- conclusioni che saranno alla base del regolamento
sulla cultura del riso in Toscana. Altri saggi: “Storia della febbre
intermittente perniciosa (Roma), “Boezio” (Firenze); “Storia della medicina”
(Firenze). Treccani Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Crusca. Nacque d’una modesta famiglia di origini contadine che venne
da Saturnana, un villaggio della campagna pistoiese. Il padre, Angelo, è cuoco
al servizio dell’arci-vescovo Berioli di Urbino, e la madre, Vincenza, è figlia
di Ercoli, addetto alle scuderie dei marchesi Antaldi di Urbino. A
Urbino P. frequenta il collegio dei padri scolopi, laicizzato e trasformato in
liceo durante il regno d’Italia, e, per meriti scolastici, è ammesso
gratuitamente al liceo militare di Pavia. Qui rimane per due anni,
appassionandosi agli studi filosofici più che alla carriera militare.
S’iscrisse alla facoltà di medicina di Roma e divenne allievo del clinico
Matthaeis, oltre che collaboratore e amico del chirurgo e anatomico
Flaiani. Dopo la laurea, lavora per qualche tempo negli ospedali
romani del S. Spirito prima e di S. Giovanni in Laterano poi, studiando
principalmente le febbri malariche anche attraverso dissezioni anatomiche. Il
materiale così raccolto confluì nella Storia delle febbri perniciose di Roma,
pubblicata a Urbino. Nello stesso periodo si occupa d;altre malattie infettive
che colpivano le campagne del Lazio e della Campania, come l’epidemia di tifo
petecchiale, che riguarda gran parte dell’Italia centrale. il boezio, Leopardi,
fisici e meta-fisici. Grice: Puccinotti,
vengo da una conversazione recentissima con Speranza: mi ha detto che lei è il
raro tipo che riesce a far discutere fisici e metafisici senza farli venire
alle mani, perché li costringe a sedersi davanti a una febbre e non davanti a
un “ismo”. Puccinotti: È un buon metodo: la febbre non ha pazienza per le
scuole. Io sono partito dalla clinica e dalla dissezione, e poi ho capito che
la medicina civile è filosofia con le scarpe infangate: risaie, regolamenti,
epidemie—lì la teoria deve rispondere, non declamare. Grice: Speranza e io ci
siamo soffermati su una parola che fa finta di essere neutra: “sperimentale”.
Lei la usa come se fosse ovvia, ma l’etimo latino tradisce la scena:
experimentum viene da experiri, provare, tentare—e dentro c’è anche periculum,
il rischio. Quindi “filosofia sperimentale” non è “filosofia con gli
strumenti”, è “filosofia che accetta di sbagliare pubblicamente”, come quando
si decide se mettere risaie sul litorale di Pisa e poi bisogna rispondere non a
un seminario, ma alle zanzare. Puccinotti: Implicatura sperimentale la
vostra—per farla semplice—e l’ho anche esperimentata e riprovata, come sono
sicuro che Speranza sarà lieto di sapere. Perché “sperimentale” non vuol dire
solo “provare”: vuol dire “provare e rendere conto”. Io ho provato sulle
febbri, sulle acque minerali, e perfino sulle risaie (dove il periculum punge).
E alla fine la differenza tra fisici e metafisici si riduce: i primi misurano
subito, i secondi misurano tardi; ma se la misura non torna, la realtà ti
boccia comunque. E questa è la parte che a Speranza piace: quando un’idea non
passa l’esame, non si discute—si corregge. Puccinotti, Francesco (1832). Storia
della medicina in Italia. Firenze: Felice Le Monnier.
Pudenziano (Roma, Lazio):
la ragione conversazionale dell’orto romano, Roma, e la filosofia italiana. Orto.
Galeno writes a treatise about him. GRICEVS:
PVDENTIANE, modo cum collega philosopho Spe sermonem habui; ille (ut solet) rem
levem graviter dixit: “Felix es, cuius de te scribit Galenus—non tibi tantum
blanditur.” PVDENTIANVS: Si de me scribit, non necesse est ut mihi scribat. In
horto enim plura dicuntur de nobis quam ad nos; herbae enim non legunt
dedicationes. GRICEVS: Spes et ego mirabamur hoc ipsum: quam suaviter res
cadat, cum liber non “PVDENTIANO” inscribitur, sed “de PVDENTIANO” narratur.
Quasi medicus dicat: “hic non est munus, sed exemplum.” Nam dedicatio interdum
petit gratiam; tractatus autem—si bonus est—petit veritatem, et hominem ipsum
facit quasi materiam, non clientem. PVDENTIANVS:
Implicatura tractatoria vestra, ut Spes sinat me appellare. Et grata est: quia
inter “ad” et “de” saepe latet totus hortus. Quod Galenus de me scribit, hoc
significat hortum non esse tantum de oleribus, sed de vita frugali: quae non
facile in compendium redigitur, neque tamen tanta est ut in tenebris servanda
sit. Itaque, si quis “horticulturam” pro philosophia accipit, bene; sed caveat
ne nimis simplicet: etiam in orto, doctrina radices habet, non solum folia.
Giorgio Punzo (Napoli, Campania): la ragione
conversazionale di Niso ed Eurialo, o l’implicatura conversazionle dell’amore. amicus,
friendship. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning explains
love-talk and friendship-talk by treating them as rational, cooperative
exchanges in which hearers infer what is meant beyond what is explicitly said
by relying on shared expectations of relevance, appropriate informativeness,
sincerity, and clarity, so that an “implicature of love” is not a mystical aura
but an accountable inference (often generated by deliberate understatement,
indirectness, quotation, or a strategically chosen example). Punzo, as your
passage presents him, relocates the centre of gravity from inferential
pragmatics to a broadly humanistic and educational ideal: friendship (amicitia)
in the Virgilian model of Nisus and Euryalus is the condition under which
conversation becomes genuinely formative, capable of educating desire toward
the beautiful and orienting the person toward an “absolute divine” that marks
human identity, with dialogue functioning less as a site for calculating
implied propositions and more as a moral-aesthetic practice that shapes selves
through sincerity, reciprocity, and shared contemplation. Read Griceanly,
Punzo’s emphasis on openness and sincerity can be redescribed as strengthening
the background assumptions that make implicature stable and recoverable (trust,
candour, mutual recognition of aims), while his appeal to Dante’s “love that
moves the sun and the other stars” operates as a rhetorically loaded move that
invites a hearer to supply evaluative and metaphysical conclusions not
literally asserted; read Punzoanly, Grice’s maxims and calculability tests look
like an abstracted anatomy of something that, in lived friendship, is already
ethically charged—because what friends can responsibly leave unsaid, and still
be understood, depends on the quality of the relation itself. The comparison,
then, is that Grice offers a formal-pragmatic account of how love and
friendship are communicated through reasoned inference in conversation, whereas
Punzo treats love and friendship as the underlying spiritual and cultural
matrix that gives conversation its highest point, making implicature less a
technical phenomenon to be derived than a sign of a shared life in which
meaning can travel delicately without being forced into explicit declaration. Si laurea a Napoli con una tesi su Kant alla luce della dottrina
d’AQUINO, una in-erpeto-logia sul sistema nervoso dei serpenti, e una tsulla
morale nelle lettere di Paolo. Fonda la lega contro la distruzione
degl’uccelli, e l'associazione culturale trifoglio, di cui pubblica Il
Trifoglio. Vive a Vivara, contribuendo a preservar Vivara da possibili scempi e
tutelandone il patrimonio ambientale. Per il suo impegno a favore di Vivara
ricevette il "Premio Mediterraneo" conferitogli da un'agenzia
dell'ONU. Filosofo dai molteplici interessi che spaziarono dalla Commedia
d’ALIGHIERI, alla botanica, all'ornitologia e alla zoo-logia, anche un profondo
conoscitore della filosofia dell’antica Roma. Dedica la sua vita alla
filosofia. Per lui, la filosofia costituisce il compito più importanti al quale
una società deve adempiere poiché l'educazione filosofica rapresenta
il punto fondativo d’ogni aggregato umano. In tale prospettiva,
l’uomo, per potersi sviluppare al meglio, deve essere educato al bello
attraverso la contemplazione della natura e l’arte che l’imita. La sua
filosofia ha come culmine la definizione del concetto del divino assoluto,
inteso come elemento distintivo dello spirito umano poiché capace di definire
l'identità della persona umana rispetto alle altre forme di vita. Saggi: “Nota
sull'episodio di LATINI in ALIGHERI” (Napoli, Martello); “Della
schema sessuo-logica” (Napoli, Genovese); “Erotologiche” (Napoli, Martello);
“Dialogo dell'amore olarrenico” (Napoli, Martello); “L'altro viaggio” (Napoli,
Denaro); “Il guardiano del verde isolotto”. Olarrenismo; pseudo-morfismo
sessuale, Pari-sessualismo nevrotico; pari-sessuo nevrotici; erote, amore,
amante, amato, amare, la setta di Velia, Frontone ed Antonino, Adriano, Niso ed
Eurialo, il tutore, l’allievo, la filosofia nell’antica Roma, didattica,
dialettica, filosofia togata, toga virile, cupido, il divino, il convito, il
bello. Grice: “St. John’s, 1955. Strawson is devoting a whole
stretch of his work-in-progress—what he calls An Essay in Descriptive
Metaphysics—to the notion of a person; I keep thinking that “progress” properly
belongs to the pilgrim, but never mind. What rankles is that he doesn’t so much
as cite my “Personal Identity”. Still, perhaps that is the revenge of the
former pupil. And then, browsing at Blackwell’s, I come upon a title by one
Punzo, Psicologia della personalità, and I find myself wondering why Italians
insist on inflating persona into personalità—as if “person” were not abstract
enough already.” Grice: Punzo, mi incuriosisce la sua riflessione
sull’amicizia tra Niso ed Eurialo come modello di implicatura conversazionale
dell’amore. Secondo lei, è davvero possibile che il legame di amicizia si
trasformi in una forma superiore di dialogo filosofico, capace di educare al
bello? Punzo: Caro Grice, credo fermamente che l’amicizia, come quella cantata
da Virgilio tra Niso ed Eurialo, rappresenti la base stessa della conversazione
filosofica. Solo quando ci si apre all’altro con sincerità, si può raggiungere
quel grado di contemplazione del bello che eleva l’animo e trasforma la
discussione in vera educazione dello spirito. Grice: Mi piace questa idea della
filosofia come arte che imita la natura e si nutre di relazioni autentiche. Mi
domando, tuttavia, come si concili il suo “divino assoluto” con la fallibilità
e le passioni umane che spesso animano il dialogo, anche tra amici. Punzo: Il
divino, caro amico, non esclude la debolezza umana; anzi, ne fa parte. È
proprio nella tensione tra la nostra fragilità e la ricerca del bello che la
conversazione acquista valore educativo. L’amore, l’amicizia, la contemplazione
della natura: sono tutte forme attraverso cui l’uomo, dialogando, si avvicina a
ciò che di più alto può concepire. E come diceva Dante, “l’amor che move il
sole e l’altre stelle” è il vero motore di ogni filosofia autentica. Punzo,
Giorgio (1952). Psicologia della personalità. Napoli: Liguori.
Sebastiano Purgotti (Cagli, Pesaro, Marche): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale metrica, o chemica filosofica
nel lizio. Grice’s reason-governed conversational meaning
explains how an utterance can reliably convey more than its literal content
because hearers presume a cooperative, rational exchange and so infer
conversational implicatures from what is said, the context, and the norms of
relevance, informativeness, sincerity, and perspicuity; the key point is that
the “extra” meaning is not a free poetic aura but something for which the
speaker is answerable in virtue of publicly recoverable reasons. Purgotti, as
presented in your passage, represents almost the opposite temperament: a
lincean, quantitatively minded polymath for whom intellectual responsibility is
exemplified by measurement, experimental control, and exact proportionality
(stechiometry), so that what counts as good reasoning is what can be stabilized
by method—dose, scale, reproducibility—across chemistry, mathematics,
hydrology, and the atom-theory debates. The contrast then becomes a contrast of
domains and of what “governs” meaning: Grice locates governance in practical
rationality between interlocutors (a minimal remark, a shift in register, or a
deliberate “under-informativeness” can trigger a predictable inferential
uptake), whereas Purgotti’s imagined “metric/chemical implicature” relocates
the metaphor of governance to the lab, suggesting that a small, well-placed
verbal adjustment functions like a reagent—changing the “state” of an argument
and making transformations visible without proclamation. Where Grice would
insist that implicature is calculated by the hearer from conversational
principles (and is cancellable, defeasible, context-bound), the Purgotti
analogy stresses calibration and controlled effects: not “magic” but the disciplined
management of conditions under which an inference is licensed, much as chemical
explanation replaces occult qualities with proportioned interaction. In short,
Grice provides the explicit theory of how reason organizes inferential meaning
in talk, while Purgotti provides (in your stylized pairing) an ideal of
scientific exactness that serves as a comparative image for why a tiny
conversational move can have large, predictable consequences when the “mixture”
of shared assumptions, aims, and evidential constraints is right. Dei lincei. Dei georgo-fili di Firenze. Studia a Roma sotto AMELIA e
PALLIERI. Insegna a Perugia. Spazia dalle scienze fisico-chimiche
all'idro-logia minerale, dalle scienze matematiche alle filosofiche con
particolare riguardo alla teoria dell’atomo. Questa memoria la patria che
dagli scritti e dalle virtu del sommo scienziato ha tanto lustro ed onore nato
in Cagli. Qui riposa insigne chimico e matematico esempio raro di virtu
domestiche e civile. Pubblica nel Giornale di Perugia. Lettere ad un
amico intorno a vari filosofici argomenti; Riflessioni sulla teoria dell’atomo;
Trattato di chimica applicato specialmente alla medicina e alla agri-coltura;
Trattato elementare di chimica applicata specialmente alla medicina; Trattato
elementare di chimica applicata specialmente alla medicina e alla agricoltura;
Intorno all'azione dell'acido solfo-idrico sul solfato di protossido di ferro;
Osservazioni intorno a varie inesattezze che allignano nei moderni corsi di
matematica elementare”; Riflessioni sopra un opuscolo che porta per titolo se
si possa difendere, ed insegnare non come ipotesi, ma come verissima, e come
tesi la mobilita della terra, e la stabilita del sole da chi ha fatta la
professione di fede di Pio IV”; “Elementi di aritmetica, algebra, e
geo-metria”; “Studi chimici sull’acque minerali di Valle Zangona”; “Intorno
agl’usi ed effetti dell’acue minerali”; “Riflessioni sulla teoria dell’atomo”;
“Chimica”; “Analisi dell’acque minerali di S. Gemini”; “Aritmetica e algebra”;
“Chimica organica”; “Saggio di filosofia chimica”; “Geo-metria”; “Problemi
tratti dagl’elementi di Aritmetica”; Algebra e geo-metria; Nozioni elementari
ragionate del calcolo aritmetico”; “Intorno al primitivo insegnamento di la
scienza della quantità”; “Chimica in-organica”; “Metalli delle terre aride e
metalli propriamente detti. implicatura metrica, filosofia chimica, il fluido
bio-tico nella manifestazione degli spiriti, algorismo. Grice: Purgotti, ieri ho avuto un breve
scambio con Speranza—che si ostina a fare il filosofo anche quando parla di
termometri e di acque minerali—e mi ha detto: “Con Purgotti, persino
un’‘implicatura’ sembra misurabile: o è metrica, o è chimica.” Purgotti: E
perché no? A Cagli si impara presto che la precisione non è un vizio. Tra
atomi, acidi solfo‑idrici e solfati di protossido di ferro, se sbagli una dose
non fai filosofia: fai fumo. E poi, da buon linceo, preferisco l’esperimento
alle pose. Grice: Speranza e io, dopo quella battuta, siamo rimasti un attimo a
fissare la parola “chimica” come se fosse un reagente linguistico. Perché
“chimica” viene da χημεία (e se vogliamo,
anche χυμεία): sembra già una parola che mescola, fonde, distilla. E in un “lizio”
pieno di categorie, bastano due ingredienti—metrica e χημεία—perché una tesi cambi stato, passi da solida a gassosa senza chiedere
permesso. E allora capisci che certe idee, quando vengono dette “con misura”,
non si limitano a informare: innescano. Purgotti: Implicatura chimico‑esplosiva
la vostra—di te e Speranza—e lui la chiamerebbe così volentieri, purché gli si
garantisca che l’esplosione è controllata. Perché è proprio questo il punto: la
chimica buona non fa saltare il laboratorio, fa vedere le trasformazioni. In
filosofia succede uguale: un’osservazione minima (un “metrico” ben piazzato,
una χημεία ben dosata) cambia il colore dell’argomento senza bisogno di proclami. E
se qualcuno vuole il segreto, glielo dico da marchigiano: non è magia—è
stechiometria conversazionale. . Purgotti, Sebastiano (1837). Saggio storico
sulla città di Perugia. Perugia: Bartelli.
Sertorio Quattromani (Cosenza, Calabria): la ragione
conversazionale, le conversazione, e la la meta-fora come implicatura
conversazionale in Catone, Virgilio ed Orazio. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers move from
what is said to what is meant by treating conversation as a cooperative,
purposive activity constrained by rational expectations (relevance, adequate
informativeness, sincerity, and clarity), so that metaphor, indirection, and
“saying less” generate conversational implicatures that are in principle
inferable, cancellable, and sensitive to context. Quattromani, as you frame
him, belongs to an Italian humanist and rhetorical lineage in which ragionare
is already close to conversare and where translatio is not decorative surplus
but a disciplined means of access: the speaker transfers an evaluation (“you
are my pride and joy”) into a domestic image (“you are the honey in my wine”)
so that praise can be conveyed with measure, tact, and social intelligibility,
much as Telesian natural philosophy is “restricted in brevity” and rendered in
Tuscan to circulate beyond the learned Latin public. The comparison, then, is
that Grice supplies an explicit inferential model for why Quattromani-style
figurative praise works in conversation (the hearer assumes cooperation,
notices the deliberate choice of an apparently gastronomic predication, and
rationally reconstructs the intended compliment as an implicated proposition),
whereas Quattromani supplies a rhetorical-philological account of why such
transfers are culturally apt and ethically effective (they let affect travel
without posing, they align with classical exemplars in Cato, Virgil, and
Horace, and they treat linguistic form as a civil instrument). In Gricean terms
the “honey in my wine” move exploits the hearer’s rational capacity to recover
a non-literal speaker-meaning under shared conversational norms; in
Quattromanian terms it exemplifies the older art by which conversation and
metaphor are already fused, with reason showing itself less as an abstract
calculus than as the practiced social intelligence of choosing a form that can
be received. Grice:
“My father used to say, ‘Forearmed is forwarned, now I know he was causally
referring to Quattromani!” -- Keywords: Catone, Petrarca, Virgilio, Telesio,
Orazio. Filosofo italiano. Cosenza, Calabria. Essential Italian philosopher.
It can be said that Sertorio Q.’s most important contribution to the
history of Italian philosophy is his discussion and dissemination of
Telesio's philosophy. Q. is a key figure in the "Accademia
Cosentina" and, after Telesio's death, became his successor as the head of
the academy. Q.’s primary contribution is ensuring the accessibility and
dissemination of Telesio's groundbreaking, anti-Aristotelian natural
philosophy, which emphasizes empiricism and challenged metaphysical
speculation. Q.’s specific contributions include: Publication of a
synthesis: He publishes La filosofia di Telesio ristretta in brevita et scritta
in lingua toscana, a synthesis of Telesio's thought written in Italian (Tuscan
dialect) rather than Latin. This made Telesio's complex ideas accessible to a
wider, non-scholarly audience. Dissemination of ideas: Along with Persio and
Campanella, Q. is one of Telesio's most important students and friends who
actively spread his ideas throughout Italy and beyond. Defense of Telesio: Q.’s
work, along with that of other "Telesians," helped to establish
Telesio as a key figure in the late Renaissance intellectual milieu,
influencing later major thinkers such as Bacon, Hobbes, and Cartesio. While
Q. is also a humanist and a poet, the scholarly consensus points to his role in
promoting and interpreting Telesio's radical empiricism as his most significant
and enduring philosophical legacy. implicature, la philosophia di Telesio, Orazio, Poetica, tratatto della
metafora, You’re the cream in my coffee +> You are my pride and joy; Il
Quarto di Virgilio, Petrarca, Catone. Grice: “St. John’s, 1963. I’m thinking of giving a seminar on the
philosophy of life, since Wittgenstein has rather abused the phrase with his
line that “language is a form of life”; but I don’t mean it in that sense—more
in the Italianate sense. I noticed in the Merton Library a title that caught my
eye, Quattromani, Ragionamenti sopra la vita, but Pears, who happened to be
browsing elsewhere, warned me: Italians don’t use ragionamento the way you do,
Grice; ragionare is closer to talking things through, to conversing—and I filed
that away.” Editor’s note: Grice’s later seminars on conversation made full use
of that connection, which Quattromani himself did not think worth pressing. Grice: Quattromani, proprio ieri ho avuto uno scambio recente con Speranza:
mi ha fatto un complimento così ben congegnato che lui stesso l’ha chiamato “da
poeta latino in borghese”. E io gli ho risposto che, se continua così, finiremo
per citare Catone anche quando ordiniamo da bere. Quattromani: A Cosenza
succede: tra Catone, Virgilio e Orazio, la lode non arriva mai “nuda”; arriva
vestita, e spesso cambia abito a metà strada. È il bello della translatio: la
cosa resta, ma il recipiente muta. Grice: Speranza e io ci siamo ritrovati a
ridere su una sua frase, che non posso ripetere senza che si senta il
trasporto. Mi ha detto, più o meno: “Tu sei il miele nel mio vino.” E lì ho
capito perché funziona: non sta facendo gastronomia, sta spostando il peso di
“sei il mio vanto” su una coppa, così l’affetto passa senza mettersi in posa. E
infatti la formula “sei il X nel mio Y” non è un sinonimo: è un trasferimento,
come quando Virgilio ti fa capire una cosa enorme con un’immagine piccola e
domestica. Quattromani: Implicatura traslativa la vostra, come Speranza la
chiamerà volentieri — evitando a ogni costo quel grecismo, μεταφορά, quando translatio fa il lavoro meglio e con più decoro romano. Perché qui
non avete “abbellito” una frase: l’avete trasferita in un altro campo per farla
dire con misura. E questa è la lezione che io trovo in Catone, Virgilio e
Orazio: la translatio non serve a fare ornamento, ma accesso — proprio come
quando io rendo Telesio “ristretto in brevità” e in lingua toscana, perché la
sostanza circoli. Se poi Speranza insiste che “miele nel vino” vale più di una
definizione, io non lo contraddirò: in certe conversazioni, la prova migliore è
che la frase resta in bocca senza far rumore. Quattromani, Sertorio (1624).
Ragionamenti sopra la vita. Cosenza: Tipografia Cosentina.
Quintilio Varo (Roma, Lazio): la
ragione conversazionale all’orto romano, ragione, conversazione e l’ambizione
ed adulazione nell’implicatura conversazionale di Virgilio, Roma, e la
filosofia italiana -- l’orto, Virgilio, Siro. Filosofo italiano.
Orto. Pupil of SIRO, with VIRGILIO, and of Filodemo. He writes two
philosophical essays: one on greed, and one on flattery – “which amusingly,
Virgil tended to confuse!” – Grice. GRICEVS: RABIRIVE, modo cum collega
philosopho Spe sermonem habui; ille mihi dixit te in horto Romano non solum
herbas, sed etiam mores colere—et Virgilium ipsum inter vites ambulantem quasi
discipulum videre. RABIRIVS: Ita est, GRICE. In horto, etiam philosophi
discunt: humus docet, quid sit satis. Ego cum Siro et Philodemo didici, et
Virgilius—qui carmina faciebat—saepe nostras sententias in versus transferebat,
interdum nimis lepide.
GRICEVS:
Spes et ego mirabamur (et risimus, fateor) quod Virgilius, cum de vitiis
scriberet, interdum cupiditatem et adulationem quasi geminas confundere
videbatur—quasi eadem manus et rapere et blandiri posset. At in horto fit ut
intellegas: cupiditas non est solum plus habere velle, sed nimis habere velle;
adulatio non est solum laudare, sed emere laude. Et qui utrumque amat, saepe “simpliciter” loqui vult, ut plures capiat—sed
hortus, si nimis simplicas, nec fructum nec doctrinam reddit. RABIRIVS:
Implicatura vestra—Spei et tua—et avidam se et adulatoriam habet (ut etiam
Spes, quamvis verecundus, fateatur). Sed cave: non dicam eam “mordacem”;
urbanior est. In horto Romano, “horti cultura” (si Epicurum innuimus) numquam
tam simplex est quam vulgo placet, sed nec tam difficile ut obscuritate
defendatur. Virgilius fortasse confundit, quia carmen amat compendia; nos autem
meminimus: cupiditas crescit si nimis rigas, adulatio crescit si nimis laudas. Utraque igitur putanda est, non neglegenda—ne doctrina fiat vel rudis vel
nimis polita.
Rabirio (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’orto romano, Roma, e la filosofia italiana. Orto.
Criticised by Cicerone for oversimplifying the school’s doctrines in order to
reach a wider audience – “which reminds me of me.” – Grice. GRICEVS:
RABIRIVE, modo cum collega philosopho Spe locutus sum; ille mihi narravit te in
horto Romano philosophiam colere, non in cathedra sed inter herbas—quasi
sapientia etiam radices haberet. RABIRIVS: Ita est, Grice. In horto res parvae
docent: quae tarde crescunt, diu manent. Sed Ciceroni videor nimis simpliciter
dicere, quasi doctrinam in fasciculum ligarem ut turbae venderem. GRICEVS: Spes
et ego mirabamur hoc ipsum: cur Ciceroni tam displiceat cum quis scholam—vel
hortum—ad plures perducere conatur. Nam cum dicit te “nimis expedire”, sonat
quasi velit doctrinam intactam manere, non tractabilem. At si quis hortum
ostendit populo, non statim tollit philosophiam; tantum facit ut alii videant ubi
seminanda sint. RABIRIVS: Implicaturam tuam non dixerim “mordacem”, Grice—etsi
Spes fortasse aliter iudicet—sed sane est urbanam. Et hoc addo: horti cultura
(si Epicurum tacite significamus) numquam tam simplex est quam videri potest,
sed nec tam obscura quin nimia subtilitate corrumpatur. Ciceroni cura est ne doctrina minuatur; mihi cura est ne pereat. Inter has
duas curas, bene sarire oportet, non solum disserere.
Carlo Ludovico Ragghianti (Lucca, Toscana): la ragione
conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning explains how hearers routinely recover what a speaker means beyond what
the sentence conventionally says by assuming that talk is a cooperative,
purposive activity regulated by rational norms (his cooperative principle and
maxims), so that implicatures arise as accountable inferences from an utterance
plus context and can be tested by features like cancellability and dependence
on expectations of relevance, sufficiency, and sincerity; Ragghianti, formed as
an art historian and theorist of “pure visibility” (Marangoni’s figurative
method, then Bergson and Croce, and later work on cinema and spectacle as
distinct “languages”), approaches reason in discourse less as an inferential
calculus over propositions and more as a disciplined practice of making the
visible intelligible—training the eye to discriminate forms, media-specific
structures, and the ways perception is already organized by culture and
history. Read through Grice, the passage’s move from painting to cinema and
from “visibility” to “responsibility” functions as a chain of implicatures
triggered by what is selected and left unsaid: stressing “method,” “languages,”
and the visual invites the audience to infer a non-neutral politics of
perception without stating a manifesto, and the “implicatura figurativa” is
precisely the rationally retrievable suggestion that aesthetic discernment
transfers to moral and political discernment (learning to read forms becomes
learning to read masks). Read through Ragghianti, by contrast, the point is not
primarily that an audience infers extra propositions under conversational
norms, but that artworks and spectacles are themselves organized symbol-systems
whose meaning is grasped by a trained perceptual intelligence attuned to
medium, composition, and historical function; where Grice theorizes how reason
governs what is meant in a talk-exchange, Ragghianti exemplifies how reason
governs what can be seen as meaningful at all, and the two converge in the
passage insofar as “seeing” becomes a public, shareable standard of
justification—Grice via inferential accountability in conversation, Ragghianti
via methodological accountability in criticism—yet diverge on the locus of
explanation: conversational inference from utterances versus interpretive
formation of perception within and across visual languages. Quando frequenta la terza classe del liceo a Firenze, conosce Montale, che
gli fa scoprire e leggere le opere di Joyce. Successivamente, nell'ambiente
della Scuola Normale e dell'Università di Pisa, si dedica alla storia dell'arte
sotto la guida di Marangoni, protagonista del metodo figurativo puro della
critica d'arte. La sua formazione estetica è segnata dall'incontro con il
pensiero di Bergson e di CROCE e dalla conoscenza della teoria della
pura visibilità; in seguito approfondisce le idee di Fiedler, Riegl e
Schlosser. La sua tesi di laurea sui Carracci contiene importanti spunti
teoretici, tanto da suscitare l'attenzione di Croce, che ne pubblica un
estratto sulla rivista "La Critica". Il suo studio su Vasari è
presentato all'Accademia dei Lincei da Gentile. I saggi sul cinema e sullo
spettacolo come forme dell'arte figurativa, Cinematografo e teatro e
Cinematografo rigoroso, lo pongono tra i primi studiosi a occuparsi in tal
senso dell'argomento; sulla base di una distinzione tra i linguaggi, questi contributi
fondano una critica dello spettacolo rivolta prevalentemente ai suoi aspetti
visivi, ricercandone anche i precedenti storici. R. fonda – insieme a
Bandinelli, e grazie all'interessamento di Gentile – la rivista "Critica
d'Arte", alla cui direzione collaborerà per poco anche Longhi: è la più
significativa rivista del periodo, che intende promuovere un rinnovamento
estetico e metodologico degli studi storico-artistici. Conosce Collobi, allora
a Roma con una borsa triennale di perfezionamento all'Istituto di Archeologia e
Storia dell'arte. I due si sposeranno a Firenze. L'impegno politico Fervente
antifascista fin dai banchi del liceo, grazie anche agli studi che lo portano a
viaggiare molto nel Paese, R. assume un ruolo importante nel ritessere i collegamenti
tra i nuclei dell'opposizione liberale, democratica e socialista. Stabilisce
infatti relazioni politiche con Ugo La Malfa, con Ferruccio Parri e con gli
ambienti torinesi gobettiani e di "Giustizia e Libertà" (movimento al
quale egli stesso si richiama). Grice:
Ragghianti, proprio ieri ho avuto uno scambio rapidissimo con Speranza: lui
sostiene che a Lucca l’estetica non nasce davanti a un quadro, ma davanti a un
metodo—e che lei è uno che, se vede Montale, finisce per leggere Joyce, e se
legge Joyce, finisce per guardare i Carracci con l’aria di chi ha appena
scoperto un trucco. Ragghianti: È un trucco serio. Marangoni mi ha insegnato
che la critica d’arte non è chiacchiera colta, ma “figurazione” presa sul
serio: pura visibilità, e disciplina dell’occhio. Se poi ci metti Bergson e
Croce, ti viene voglia di chiedere alla forma perché fa quello che fa. Grice:
Speranza e io ci domandavamo perché lei, invece di fermarsi alla storia
dell’arte, abbia avuto bisogno di passare per cinema e spettacolo, e
addirittura di fondare una rivista come Critica d’Arte. E mi è venuto da
pensare che quando uno distingue tra linguaggi e insiste sul visivo, sta
dicendo (senza farne un manifesto) che il “vedere” non è una facoltà neutra: è
già un modo di pensare, e quindi anche un modo di fare politica. Non a caso, se
uno impara presto a leggere le forme, poi impara anche a leggere le maschere—e
un antifascista “fervente” nasce spesso così: prima dalla scuola dell’occhio,
poi dalla scuola del coraggio. Ragghianti: Implicatura figurativa, la sua, come
Speranza dovrebbe chiamarla. Perché lei ha colto il passaggio decisivo: dal
quadro alla scena, dalla visibilità alla responsabilità. Il cinema e il teatro
non sono “aggiunte moderne”: sono la prova che l’arte figurativa ha più luoghi
di quanto la storia dell’arte ammetta. E quando uno fonda una rivista, in
fondo, sta facendo la stessa cosa che fa con un Carracci: mette ordine nel
visibile, e spera che quell’ordine, una volta visto, diventi anche un criterio
per vivere. Ragghianti, Carlo Ludovico (1938). Arte, esperienza, società.
Firenze: Sansoni.
Giovan Battista Raimondi (Napoli, Campania): la ragione
conversazionale e l’implicatura del gatto persiano, la filosofia campanese e la
filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning treats communication as a rational cooperative enterprise in which
hearers infer what is meant (implicated) from what is said plus shared norms
(e.g., relevance, sufficiency, truthfulness, clarity), so that “extra” meaning
is explainable as a calculable, cancellable product of practical reason rather
than as an occult property of words; placed against this, Raimondi is not a
pragmatics theorist but an early-modern polymath whose work (as director of the
Typographia Medicea, producer of Arabic and Syriac materials, and
editor/translator of major scientific texts such as an Arabic Euclid and
Avicenna, alongside learned commentaries in the mathematical tradition)
foregrounds a different axis of “reason in language,” namely the
infrastructural and philological conditions under which meaning can be
transmitted across scripts, languages, and scholarly communities. In the “Persian
cat” passage, the contrast can be sharpened by reading the cat as a figure for
the disciplined tact and patience demanded by cross-linguistic uptake: for
Grice, “Persian” becomes a cue for implicatures about difficulty, indocility,
and the limits of purely instrumental attitudes to learning, but the
explanatory mechanism remains the same—how an audience, assuming rational
cooperation, reconstructs what is being suggested by the choice of image and by
the joking allusions to Austin’s “useless”; for Raimondi, by contrast, the real
achievement is less the inference of implicatures than the building of stable
channels where inference is even possible at scale—typefaces, grammars,
editions, and multilingual corpora that allow distant audiences to converge on
intended content. Thus, Grice supplies a micro-theory of how reasons govern
meaning in each conversational exchange, while Raimondi exemplifies a
macro-history of how reason organizes the material, institutional, and
linguistic preconditions of exchange, and the passage’s joke about the “Persian
cat” can be taken as the meeting point: Gricean pragmatics explains how the
joke works here and now, whereas a Raimondian lens explains why “Persian,”
“Arabic,” and “Oriental” are not just topics but hard-won media of transmission
whose success depends on more than utility—on the long patience of making
meanings portable. Insegna a Roma. Contribusce alla
rinascita dell’idealismo contro il Lizio che domina la filosofia. Pubblica la
Data di Euclide. Le coniche di Apollonio di Perga. Autore di molti commentari,
specialmente su alcuni libri della Synagoge, nota anche come Collectiones
mathematicae, di Pappo d’Alessandria e sui trattati di Archimede. Membro
dell'accademia fondata da Aldobrandini, nipote di Clemente. -- è celebre
soprattutto per essere stato il primo direttore scientifico della Stamperia
orientale medicea, o Typographia Medicea linguarum externarum, fondata a Roma
da Ferdinando de' Medici. L'attività principale svolta dalla stamperia e, con
l'appoggio di Gregorio, la pubblicazione di saggi nelle per favorire la
diffusione delle missioni cattoliche in Oriente. Forma un gruppo di ricerca
costituito da Vecchietti, inviato pontificio ad Alessandria d'Egitto
e in Persia, dal fratello Gerolamo, da Orsino di Costantinopoli, neo-fita ebreo
convertito, e di Terracina. In un periodo in cui Roma intrattene buone
relazioni diplomatiche con la dinastia Safavide, al potere in
Persia essi riuscirono a recuperare diversi manoscritti della bibbia
in lingue orientali – “which were fun” – Grice. Sono portati a Roma più di una
ventina di testi biblici ebraici e giudeo-persiani, tra cui i libri del
Pentateuco, tra i pochi sopravvissuti ai giorni nostri. La tipografia si
trasfere a Firenze, in conseguenza dell'elezione di Ferdinando a duca di
Toscana. E avviata la stampa delle opere. Sono pubblicate dapprima una
grammatica filosofica ebraica e una grammatica filosofica caldea. Seguirono:
una edizione arabo dei vangeli, di cui furono tirate MMM copie; un compendio
del Libro di Ruggero di al-Idrisi; Il canone della medicina di
Avicenna. Grice:
“I tried to study Persian once, but J. L. Austin said that it was useless!” –il
gatto persiano. Grice: Raimondi, vengo da un
incontro recentissimo con Speranza: non so come faccia, ma riesce a parlare di
tipografie orientali e, nello stesso respiro, a chiedermi se ho nutrito il
gatto. Dice che la filosofia, senza un animale in casa, diventa subito “il
Lizio” — e lui non la perdona. Raimondi: A Napoli l’idealismo lo si fa
risorgere anche così: con Euclide sul tavolo, Apollonio di Perga sul comodino,
e un gatto che ti ricorda che la “sostanza” sa sempre dove dormire. E poi Roma,
con la Stamperia Medicea, era un’officina vera: lingue esterne, grammatiche,
manoscritti recuperati… tutto molto serio, finché non entra in scena il
persiano. Grice: Speranza e io, uscendo, ci siamo trovati d’accordo su una cosa
che lei capirà al volo: “gatto persiano” non è solo un dettaglio zoologico. A
Vadum Boum io e Speranza abbiamo sempre avuto una debolezza per i gatti — e
infatti, quando uno mi dice “persiano”, mi viene in mente subito l’idea che la
lingua sia come un felino: non la impari per decreto, la corteggi, e lei decide
se farsi avvicinare. Austin mi diceva che studiare persiano era “inutile”; io
sospetto che intendesse “indocile”. E il bello è che il gatto persiano, mentre
tutti trafficano con missioni e grammatiche caldee, resta lì come promemoria
silenzioso: l’Oriente lo puoi stampare quanto vuoi, ma prima devi riuscire a
farti ascoltare — senza graffiarti. Raimondi: Implicatura persua la vostra,
come Speranza la chiamerebbe — e per non farla lunga direi “vostra” e basta,
così il gatto non si offende per la grammatica. Mi piace perché fa dialogare
tre cose che a Roma sembravano già separate: la dottrina (Euclide e le
coniche), la macchina (la tipografia che moltiplica copie), e l’animale (che
non si moltiplica se non quando vuole). E sì: il persiano, come il persiano, si
studia solo se accetti che non è un esercizio di utilità, ma di pazienza e di
buon tatto. Speranza, con la sua sensibilità felina, direbbe che è l’unico
metodo davvero “orientale” che Oxford abbia mai imparato. Raimondi, Giovan
Battista (1858). Storia della filosofia antica. Milano: Vallardi.
Giulio Raio (Napoli, Campania): la ragione
conversazionale e l’ermeneutica dell’io e del tu, la filosofia campanese, e la
filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational
meaning explains how what a speaker means can outrun what the words strictly
say because hearers rationally infer additional content (conversational
implicatures) by assuming cooperative, purposive talk governed by norms such as
relevance, adequate information, truthfulness, and clarity; on this picture,
meaning-in-interaction is not mystical but accountable to reasons and
reconstructible as an inference from an utterance plus shared assumptions about
the point of the exchange. Raio, by contrast, approaches language through an
explicitly hermeneutic and symbolic framework shaped by Kant and especially Cassirer:
the self is not a sealed Cartesian point but is constituted and shifted through
symbolically mediated relations between “I” and “you,” so that understanding is
not merely decoding an intention but interpreting how symbols institute
intersubjective space and even transform who the participants are. Read through
Grice, the “we help” sequence in your passage illustrates how grammar and
pronoun choice triggers stable patterns of implicature (a plural subject tends
to suggest joint agency; “each other” suggests reciprocity), with the resulting
social-ethical overtones treated as rationally derivable, cancellable, and
sensitive to context; read through Raio, the same sequence is less an
implicature-calculation than an event in which a “we” emerges as a symbolic
form irreducible to the sum of “I” and “you,” making reciprocity not an
optional add-on but a condition for the very intelligibility of that “we.” The
comparison, then, is that Grice models conversational meaning as a reason-based
inferential achievement that supplements semantics via principles of
cooperative rationality, while Raio treats conversational reason as inseparable
from an interpretive, symbol-forming process in which meaning is tied to the
shifting hermeneutic constitution of self and other. Grice: “When I
cited from Ogden and Richards’s The Meaning and meaning, I purposively avoided
the subtitle: a study in the science of symbolism!” Insegna a Napoli. Si occupa in particolare dell'ermeneutica. Saggi:
Antinomia e allegoria; Il carattere di chiave, Ermeneutica del simbolo; Il
simbolismo tedesco. Kant Cassirer Szondi, Conoscenza, concetto, cultura;
Meta-fisica delle forme simboliche; L'io, il tu e l'es: saggio sulla
meta-fisica delle forme simboliche, Studi filosofici. ermeneutica dell’io
e del tu, Szondi, simbolo. Grice: Raio, dopo aver parlato con Speranza — che
insiste a trattarmi da pari e poi, con la stessa naturalezza, pretende che io
tratti lui da pari — mi è rimasta in testa quella sua fissazione napoletana per
“io” e “tu”. Dice che a Bologna insegnano il linguaggio, ma lui continua
testardamente a chiamarla filosofia della lingua: come se l’“io” dovesse avere
per forza un accento locale. Raio: A Napoli l’“io” non sta mai in pace se non
incontra un “tu”. L’ermeneutica serve proprio a questo: non a fare psicologia,
ma a capire come il simbolo sposti l’identità da una testa all’altra. E quando
ci metti Kant, Cassirer, Szondi, scopri che il “tu” non è un complemento: è un
evento. Grice: Speranza e io ci siamo messi a rigirare una cosa che sembra
banale finché non provi a dirla bene: “noi”. Perché “we agree” non è
semplicemente “io agree” più “tu agree” messi in fila, come due firme in calce.
E lo stesso con il nostro verbo preferito, aiutare — o “help”, come diciamo a
Vadum Boum: “I help and you help” può voler dire che ognuno fa il suo,
separatamente, magari su due problemi diversi. “We help”, invece, sembra già
una cosa terza: un’azione con un solo ritmo, come se il soggetto non fosse la
somma, ma un piccolo organismo. E quando dici “we help each other”, allora non
stai aggiungendo una cortesia: stai dicendo che senza reciprocità non era
nemmeno quel “we” di prima. Raio: Implicatura “aiutante”, la sua — o, se
Speranza osa davvero, “extra‑aiutante”, anzi “extra‑aiuta”. Perché lei non sta
dicendo soltanto che due persone fanno due gesti di assistenza: sta mostrando
che “noi” cambia il tipo di gesto. “Io aiuto” e “tu aiuti” è aritmetica; “noi
aiutiamo” è già grammatica sociale; e “ci aiutiamo” è un’altra cosa ancora,
perché lì il soggetto e l’oggetto si scambiano senza che la frase cada a terra.
In fondo è il suo modo preferito di mettere l’etica dentro la sintassi senza
farla sembrare moraleggiante: non “siate buoni”, ma “guardate che cosa state
già facendo quando parlate al plurale”. E Speranza, che finge di detestare le
etichette ma poi vive di queste finezze, alla fine concederà che “aiuta” è la
parola giusta: piccola, quotidiana, e abbastanza seria da reggere un noi. Raio,
Giulio (1923). Il problema dell’essere. Roma: Edizioni Scientifiche.
Giovanni Antonio Rayneri. Rayneri, Giovanni
Antonio (Carmagnola, Piemonte). G.: Rayneri, 1840: Unità della scienza. S.: A
dangerous title to utter in Oxford after Vienna. G.: Quite.
The phrase sounds as if a Rosminian has inadvertently advertised a logical
positivist congress. S.: Or as if Carnap has strayed into a diocesan school and
discovered metaphysics still drawing a salary. G.: Yet the sameness is verbal,
not doctrinal. S.: Entirely. Rayneri wants unity because truth is ordered. The
Vienna people want unity because language must be cleaned. One crowns
philosophy; the other sends it to sweep the floor. G.: Regina scientiarum
versus sanitation staff. S.: Precisely. Rayneri’s unità della scienza still
imagines a hierarchy of knowledge under spiritual or philosophical supervision.
Einheit der Wissenschaft imagines a disciplined republic of statements under
anti-metaphysical customs control. G.: And yet the phrase sticks. S.: Phrases
always do. They wander much better than doctrines. That is why philosophy is
mostly the afterlife of headings. G.: Still, one must be fair to Rayneri. If he
thought unità della scienza required defence in 1840, that itself is
instructive. S.: Because “science” in his mouth is not physics and chemistry in
white coats, but scienza in the old broad sense: ordered knowledge, connected
disciplines, the possibility that truth hangs together. G.: In which case the
title is less manifesto than reassurance. S.: Yes. It says: do not let the
branches fly apart; the trunk still exists. G.: A very un-Viennese tree. S.:
Entirely. The Viennese would analyse the word “tree,” classify the protocol
sentences, and then fight over whether trunks are reducible to observations.
G.: Or to physicalist predicates. S.: Indeed. Which is where Grice would begin
to smile. Because if the project is to replace psychological predicates with
physicalist ones, one must first explain how anyone means the replacement. G.:
And there enters Peano’s inverted consequence sign. S.: Ah yes, your delicious
point. The sign itself looks innocent enough, but in the twentieth-century
hands it becomes emblematic of a dream: reasoning stripped to visible bones,
metaphysical excrescence left politely outside the notation. G.: The vernacular
counterpart being “if.” S.: Which is exactly where Grice refuses to be
hygienic. The formal sign gives consequence under rules; the vernacular “if”
arrives with hesitations, background assumptions, implicatures, and all the
unruly furniture of ordinary thought. G.: So Einheit der Wissenschaft in the
neo-positivist sense likes the sign because it appears to promise a single
purified method. S.: Whereas Rayneri would find the sign useful only if it
remained subordinate to a larger order of knowing. G.: A servant, not a
sovereign. S.: Quite. In Rayneri, formal order belongs inside a philosophical
cosmos. In the unity-of-science movement, philosophy itself is gradually
demoted to traffic control. G.: Which gives us our first contrast: same phrase,
opposite metaphysical climate. S.: One might say: same umbrella, different
weather. G.: Now let us return to the liceo, because the real comedy is not in
titles but in transmission. S.: Quite. Philosophy on the Continent has this
habit, very unlike the Clifton legend, of reaching boys before they have learned
proper scepticism about teachers. G.: Rayneri in
Carmagnola for Bertini, Ferri at Casale Monferrato for Carlo Cantoni. S.: Exactly. The English myth is that one discovers philosophy after
arriving at Oxford with Greek and Latin and a tolerance for bad heating. The
continental reality is often that some professore di filosofia has already
colonised one’s adolescence. G.: And Rayneri, unlike the later Vienna Circle,
is not merely a phrase-maker but an institutional presence. S.: A local
philosopher-schoolmaster. Which is why his influence matters even if his
publications are late or sparse. At that stage he is less a bibliography than a
voice. G.: So Bertini’s formation begins with Rayneri’s lessons in Carmagnola
before Ornato, before Jacobi, before the post-laurea friendships. S.: Yes.
Rayneri supplies early philosophical shape, likely Rosminian and spiritualist
in temper. Ornato comes later with Plato and Jacobi. The sequence matters. G.:
Just as Ferri for Carlo Cantoni comes before Bertini. S.: There is a pleasing
structural repetition there. Liceo first wounds; university later codifies the
scar. G.: You persist in medicine. S.: Philosophy has always aspired to be a
clinic with better quotations. G.: But one must stress the asymmetry with
Oxford. Grice at Clifton did not, so far as one can tell, receive philosophy
from a published school philosopher. S.: No. His rationalism he traces to his
father; his scholarship is in classics; philosophy comes by the back door of
Greats. The continental pattern is earlier, more explicit, and less
embarrassed. G.: Which may explain why names like Rayneri and Ferri matter so
much. They are not merely teachers in the timetable. They are models of what an
intellectual life might look like. S.: Quite. A schoolboy sees a professore who
has written, lectured, thought. The profession appears before the profession.
G.: And because the liceo reaches one at fifteen or sixteen, the influence is
often deeper psychologically than anything that happens later at university.
S.: University teaches one how to defend one’s errors in public. Liceo teaches
one which errors to cherish. G.: Excellent. Now, why would Rayneri think unità
della scienza needed defending? S.: Because nineteenth-century intellectual
life already suffered from dispersion: specialisation, rival schools,
theological and secular pressures, pedagogical fragmentation. To defend unity
is to resist intellectual centrifugal force. G.: So not yet “all sciences
reduce to one language,” but “knowledge belongs together.” S.: Precisely. The
later slogan says: unify by method and syntax. The earlier title says: preserve
unity of meaning, order, and perhaps truth itself. G.: Then the phrase survives
because it is hospitable to incompatible ambitions. S.: As most successful
philosophical phrases are. They are boarding houses for doctrines that would
hate one another at breakfast. G.: And ordinary language, which Grice would
later prize, helps expose this. S.: Yes. Because ordinary language reminds us
that “unity” is not itself univocal. Unity can mean coherence, reducibility,
architectonic order, institutional federation, semantic translation, or merely
a pious wish. G.: So Rayneri’s title cannot simply be read backward through
Carnap. S.: No more than one should read Aristotle as a badly typeset formal
logician. G.: And yet there is still a historical wit in the recurrence. S.: Of
course. The same words recur because philosophy loves old headings. But each
recurrence shifts the burden. In Rayneri, philosophy remains queen. In Vienna,
philosophy becomes under-labourer, or perhaps customs officer. G.: Locke with a
passport stamp. S.: Exactly. “Nothing metaphysical to declare?” G.: “Only a
small substance in my hand-luggage.” S.: “Confiscated.” G.: Let us bring in
Peano once more. Because if one moves from vernacular “if” to formal
consequence, one acquires the appearance of necessity. S.: And loses, or tries
to lose, the conversational thickness of conditionals. This is where Grice
becomes useful against both simplifications: against the spiritualist
assumption that unity can be simply proclaimed, and against the positivist
assumption that it can be simply notated. G.: Because for Grice, rationality is
enacted in use. S.: Exactly. The point of the vernacular is not that it is
messier than notation; it is that the mess is often the site of intelligence.
“If” in English does not merely mirror a formal relation; it manages
expectation, commitment, insinuation, and strategic under-saying. G.: Whereas
the inverted consequence sign is gloriously indifferent to tact. S.: Which is
why it is so attractive to people who distrust tact. G.: So Rayneri’s unità
della scienza and the Vienna project differ not merely in doctrine but in what
they take language to be for. S.: Yes. Rayneri still belongs to a world where
language participates in the articulation of a larger moral and philosophical
order. The unity-of-science movement belongs to a world where language must be
disciplined into transparency. G.: And Grice stands inconveniently between
them, loving form but not purification. S.: Very good. He likes order, but not
the kind that abolishes conversation in order to save reason from it. G.: Which
returns us to the continental line. Rayneri at Carmagnola, Bertini later at
Turin, Ferri at Casale Monferrato, Carlo Cantoni after him — all instances of
philosophy arriving through persons before systems. S.: And through schools
before faculties. One should never underestimate the philosophical power of a
local classroom. G.: There is a touching anti-Oxonian honesty about it. S.:
Indeed. Oxford likes to pretend minds emerge from books and quads. The
Continent sometimes admits that they emerge from professors. G.: Then perhaps
Rayneri’s greatest significance is not the title itself, but the fact that a
boy like Bertini could hear such a title as possibility. S.: Exactly. Before
one reads unity of science, one sees a man who believes knowledge belongs
together. That is a stronger lesson than any pamphlet. G.: A lesson later
altered by Ornato, Jacobi, Plato, and the rest. S.: Yes. The sequence is not
monotone. Rayneri gives early philosophical seriousness; Ornato complicates it
with Greek and Jacobi; Bertini then passes, in another register, a mediated
philosophical seriousness onward to Carlo Cantoni’s generation. G.: So if Ferri
is to Carlo Cantoni what Rayneri is to Bertini, then Bertini himself becomes a
middle term in a chain of transmission. S.: Quite so. Philosophy reproduced not
only by books and chairs, but by pedagogical succession. G.: Rather like
families, except with fewer baptisms and more footnotes. S.: Do not idealise.
There are plenty of baptisms too; they are simply called lauree. G.: One last
question. Why did the phrase unità della scienza survive so well? S.: Because
it flatters everyone. The metaphysician hears order, the pedagogue hears
curriculum, the scientist hears integration, the positivist hears reduction,
the administrator hears structure, and the philosopher hears, if he is vain
enough, his own necessity. G.: So the phrase is itself cooperative. S.:
Cooperative and magnificently ambiguous. G.: Which is to say, deeply
ordinary-language after all. S.: Yes. And perhaps that is the final Gricean
revenge. Even the slogans of purified science survive not by purity, but by
flexible use. G.: So Rayneri’s old title and Vienna’s later motto are united
only in failing to mean just one thing. S.: Which is, in the end, the true
unità della scienza: everyone using the same phrase for different reasons and
calling the result progress.Rayneri, Giovanni Antonio (1840). Unita della scienza --.
Felice Ramorino (Roma, Lazio): la filosofia della
lingua, la filosofia del linguaggio, e la filosofia italiana. Ramorino’s philosophy of language starts from the older semiotic and
anthropological puzzle of how thought can be expressed in an arbitrary material
sound and yet be so entwined with inner “meditation” that thinking is hardly
possible without some articulated linguistic medium; language for him is at
once a system of signs and a human, quasi-natural fact that connects the
natural sciences, psychology of cognition, and logic, and he frames the core
problems as the genesis of signification, the differentiation of languages
despite a shared “cogitative nature,” and the structuring principles by which
terms carve up beings, actions, agents, and relations. Grice’s theory of reason-governed
conversational meaning relocates the central explanatory burden from the sign
system as such to the rational practices of interlocutors in a talk-exchange:
what a speaker means is not exhausted by conventional signification but is
partly inferred as conversational implicature under the assumption of
cooperative, purposive interaction guided by norms (maxims) of quantity,
quality, relation, and manner, so that the connection between what is said and
what is meant is systematically calculable, cancellable, and context-sensitive
rather than merely semiotic. In the staged “linguaticum” exchange, Ramorino’s
sensibility appears in the insistence that the language itself, as a living
system with constraints, can “refuse” certain metalinguistic formations, whereas
a Gricean reading treats the episode primarily as a display of how
metalinguistic joking, category-shifts, and floutings of relevance generate
implicatures about scholarly pretension, etymological hygiene, and what counts
as an acceptable philosophical term; the contrast is thus that Ramorino
foregrounds the ontology and natural-historical status of language as a sign
system embedded in human nature, while Grice foregrounds the rational,
normative architecture by which conversational agents use whatever sign system
they have to make meanings accountable to reasons in interaction. LA LINGUA. Chi rivolga anche un rapido sguardo alla storia della filosofia,
non tarda ad accorgersi, che una delle questioni, le quali più vivamente
preoccuparono la mente dei pensatori antichi e moderni, è quella che concerne
la lingua come SISTEMA di SEGNI SIGNI-ficativi delle idee. E veramente è
questione assai complicata e difficile: come mai il PENSIERO dell’uomo trova la
sua ESPRESSIONE in un suono MATERIALE che non ha con esso alcuna palese
connessione? e non solo vi trova la sua ESPRESSIONE, ma quasi non è esso stesso
possibile senza la lingua – “a fact that preoccupied philosophers of yore” –
Grice --? conciossiachè sia noto ad ognuno, che ogni MEDIAZIONE, quasi soli-LOQUIO
interno, non può mai del tutto -- Dirà taluno: che cos’ha a fare questa
trattazione della lingua collo scopo generale del lavoro, che è di far vedere i
punti di contatto fra le scienze naturali e la filosofia? Rispondiamo che la
filosofia della lingua, sebbene ha un largo fondamento storico, tuttavia in
quanto viene a chiarire la natura intima della lingu, che è un fatto umano, fa
parte delle scienze naturali. Poi, siccome il pensiero umano è la base della
lingua, cosi la filosofia della lingua si lega anche intimamente colla logica;
e il trattarne qui serve a far vedere come possa la filosofia avvantaggiarsi
dei risultati delle scienze speciali. svincolarsi dai ceppi della PAROLA –greco
PARABOLA-- ARTICOLATA. E come avviene, che, essendo unica la natura cogitativa,
cosi diversi riescono le lingue? E in che modo lo spirito dell’uomo ha saputo
distinguere coi termini della lingua i modi di essere e i modi di operare, e
gl’enti e gl’agenti, e i loro rapporti rispettivi ? Quali saranno stati i
principii di un così ben fatto tessuto di parole e proposizioni e periodi? Ecco
un fascicolo di problemi, tutti di una grande importanza pel filosofo. lingua,
linguaggio, Grice, pirotese, pirot, deutero-Esperanto. lingua, linguaggio. Grice: Dopo il mio incontro con Speranza — che
si ostina a chiamarsi “filosofo” con la stessa naturalezza con cui lo faccio io
— torno sempre con quella che, a Bologna, lui chiama la domanda chiave della
filosofia del linguaggio. Anzi: lui la chiama sempre filosofia della lingua, e
appena sente “linguaticum” gli viene un tic, come se avesse visto una “y” in
pieno latino. Ramorino: E fa bene ad avere il tic. Perché qui la lingua non è
un feticcio: è un sistema di segni, sì, ma anche un fatto umano, e dunque un
fatto “naturale”. La domanda vera è come il pensiero finisca a farsi suono
senza assomigliargli per niente — e come poi si pretenda pure che quel suono
diventi logica, diritto, scienza, e magari anche poesia. Grice: Speranza e io —
dopo quel suo tic — siamo rimasti un attimo a contemplare la parola
“linguaticum” come si contempla un animale mitologico. È forse la parola latina
più impossibile dal punto di vista linguistico: sembra latina, ma suona come se
il latino stesso avesse bisogno di una spiegazione a margine. E poi il bello è
che, se uno ci costruisce sopra “linguaggio” e ci infila la distinzione tra
lingua e linguaggio, pare quasi che la difficoltà stia nel concetto, non nella
parola. Come se i filosofi, per parlare di ciò che tutti usiamo ogni giorno,
dovessero inventare un latinismo che nessun romano avrebbe osato ordinare al
bar. Ramorino: Implicatura impossibilmente linguistica, la sua, come Speranza
osserva con precisione. Perché il punto è proprio questo: in italiano magari ti
lasciano dire “linguaticum” (non tutti, ma qualcuno sì), finché resta un
reperto da vetrina. Appena però vuoi farne un avverbio — “linguaticum-mente” —
ti esplode in mano: non hai un aggettivo che lo regga senza diventare
caricatura. E allora Speranza dovrebbe concedere che questa è un’implicatura linguaticum-mente
impossibile: non perché l’idea non si capisca, ma perché la lingua stessa —
quella vera — si rifiuta di firmare la ricevuta. Quanto all’etimologia, per
sicurezza meglio ricordare l’alternativa sobria: lingua (la “lingua” come
organo e come sistema) e poi linguaggio come derivato moderno e metalinguistico
— senza costringere il latino a produrre, sotto minaccia, un “linguaticum” che
non voleva nascere. Ramorino, Felice (1902). Il pensiero filosofico italiano.
Genova: Ramorino.
Cesare Ranzoli (Mantova, Lombardia): “going
through the dictionary” -- “Non il Little Oxford Dictionary, come volleva
Austin, ma il Ranzoli! la scuola di Roma, e la filosofia italiana. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats “going
through the dictionary” as, at best, a preliminary check on conventional
word-meaning, while the real explanatory work is done by rational principles
governing talk-exchanges: interlocutors assume cooperative purpose, exploit
shared expectations (about relevance, informativeness, clarity, etc.), and
thereby generate implicatures that are not in the lexicon but are nonetheless
recoverable as what the speaker meant. Ranzoli, by contrast, embodies the
philological-historical impulse to discipline philosophical discourse by
organizing it: his Dizionario di scienze filosofiche (Hoepli; first ed. 1905)
aims to be school-neutral, multilingual in its equivalences, and
bibliographically directive, treating philosophical vocabulary as a mapped
terrain whose paths can be stabilized by careful definition, cross-language
alignment, and curated references; on that model, philosophical clarity is
advanced by lexical hygiene and conceptual cartography. The comparison is thus
a difference of explanatory level: Ranzoli’s lexicography works “from below,”
codifying and harmonizing term-meanings so that philosophical conversation has
better materials to work with, whereas Grice works “from above,” explaining how
even perfectly ordinary, dictionary-certified sentences routinely mean more (or
other) than they say because conversational reason supplies defeasible
inferences sensitive to context and speaker intention. Where Ranzoli can
plausibly say that definitions “suggest more than they say” (in the sense that
an entry opens lines of inquiry via synonyms, contrasts, and reading trails),
Grice’s point is sharper: implicature is not a suggestive halo around a
definition but a rationally accountable product of cooperative interpretation,
cancellable and calculable, arising precisely when what the dictionary gives
underdetermines what the speaker is doing in the conversational situation. Grice:
“I think I prefer Stefanoni. When Austin commanded us to ‘go through the
dictionary’ he never meant the PHILOSOPHICAL dictionary, but that is at which
the Italians excel!” DIZIONARIO DI
FILOSOFIA MANUALI HOEPLI. Il dizionario di filosofia di R. è stato accolto dal
pubblico in modo estremamente lusinghiero. Di ciò attribuisco una minima parte
ai pregi dell’opera di R. Il resto, il più, all'essere UNICA del genere IN
ITALIA e al promettente risveglio filosofico. Ma, appunto per questo, R. sente
più vivo il dovere di ri-esaminarla con la più scrupolosa attenzione, per
eliminarne quei difetti e apportarvi quei miglioramenti, che la rendessero
meglio adatta al suo scopo. R. supprime tutti gl’argomenti che non riguardano
davvicino la filosofia o le sue parti. R. Mette accanto ad ogni vocabolo il
corrispondente gallico – o ‘francese’, tedesco, ed inglese, talvolta anche
LATINO e greco. R. pone in fine alla maggior parte delle voci le opportune
indicazioni bibliografiche. R. Aggiunge gran numero di termini, sia nuovi sia
previamente dimenticati, e da più ampio svolgimento a quelli che lui pare
richiederlo. Che in tal modo essa raggiunge il suo assetto definitivo, sono ben
lungi dal pensarlo. Un dizionario come questo di R., specie se lavoro di uno
solo, ha il poco invidiabile privilegio di non essere mai compiute. Mende,
sproporzioni, ripetizioni, lacune sone inevitabili. Bisogna accontentarsi di
ridurle via via al minor numero possibile, Il dizionaro di R. s’ispira ai varii
criteri. Tenersi al di sopra e al di fuori d’ogni pre-concetto di scuola,
presentando obbiettivamente le questioni e le idee che ai vocaboli sono legate
e i vari atteggiamenti da esse assunti nella storia della filosofia. Sapere
riuscire chiaro ed accessibile ad ogni media cultura, senza falsare per questo
i problemi e ridurre al semplice ciò che di natura e di origine è complesso.
implicatura, lessicologia filosofica. Grice:
Caro Ranzoli, devo confessarlo: prima di attaccare a fondo un concetto
filosofico, ho il mio rituale. "Passo sempre per il dizionario" – ci
tengo però a precisare che parlo del tuo, non certo del Little Oxford! Il
Dizionario di Filosofia Ranzoli è ormai per me una tappa obbligata: c’è sempre
qualcosa che illumina, che fa riflettere, che sorprende. Ranzoli: Che piacere
sentire queste parole, caro Grice. Ho sempre pensato che un buon dizionario non
debba solo definire, ma anche suggerire domande, aprire prospettive. E mi
rincuora vedere che il mio lavoro sia utile a chi, come te, affronta la
filosofia con spirito critico e curiosità autentica. Grice: Ecco, proprio
questo apprezzo: la tua opera fugge dai preconcetti di scuola, non si incastra
in nessuna ortodossia. Si sente che dietro ogni voce c’è un tentativo di
restituire la ricchezza delle posizioni, e al tempo stesso di restare chiaro,
accessibile, mai banale. È quasi una conversazione in sé, parola per parola. Ranzoli:
La conversazione, appunto, è la chiave! Un dizionario filosofico, per come lo
intendo, non vuole chiudere il significato, ma invitare chi legge a continuare
il dialogo. Dopotutto, anche le definizioni sono implicature: suggeriscono più
di quanto dicano. E grazie a lettori come te, so che il mio lavoro resta sempre
"aperto". Ranzoli, Cesare (1900). La filosofia di Virgilio. Torino:
Loescher.
Francesco Martino Ravelli (Milano, Lombardia): la
memoria, la ragione conversazionale, e l’implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
implicature as a controlled, intention-based inference licensed by cooperative
norms, so that what is meant beyond what is said is recoverable because
rational interlocutors assume relevance, sufficiency of information, and
candor; Ravelli, by contrast, comes from the ars memoriae tradition (as in his
Ars memoriae), where memory is an art of constructing and navigating cognitive
“places” using signs, notae, and learned techniques that organize thought prior
to and beneath any ordinary exchange, so that meaning is produced by
disciplined internal workmanship as much as by public conversational
reciprocity. Put side by side, Grice makes conversational reason a social
logic: implicature arises because speakers purposely exploit shared
expectations and hearers responsibly reconstruct those purposes; Ravelli makes
reason a mnemonic-technical architecture: the “location” of memory is
literalized as a method of storing and retrieving content through semiotic and
rhetorical devices, so that what is “implied” is what the trained mind can
extract from a crafted system of signs and placements. The overlap is that both
treat the extra as systematic rather than mystical—Grice by calculability from
maxims and intentions, Ravelli by rules of artificial memory and rhetorical
encoding—but they diverge on where governance primarily sits: for Grice in the
norms of cooperative talk that make inferences answerable to others, for
Ravelli in the internal design of mnemonic structures that make cognition
reliable even before (and sometimes despite) the contingencies of conversation,
a contrast that neatly frames Grice’s Locke-and-Reid worries about memory-based
personal identity as depending on whether memory is merely a fallible
psychological link in conversation or a deliberately engineered mechanism of
retention and retrieval. Grice: “When I wrote my ‘Personal
identity’ relying on memory, on Locke and Reid on memory, I had no memory that
the Italians had superseded Locke so long ago!” Keywords: memoria, memory,
personal identity, the location of memory – I am not hearing a noise – someone
is not hearing a noise, something is not hearing a noise – Grice: “Can I have
evidence that someone – say, a canary – is NOT hearing a noise, if the cat is
NEXT to him and he never noticed?!” HACTENVS ab EIVS PRIMO AVTORE, HVIVSCE
iecundo qmde m mcognitd, ita obfcureliudio tradita, vtiegerehedum ffi lN.lN
INCLYTA Academia HeidelbergenfiltaKcs &Gallic liflguaeinforniatorcm.
TRANCOFViri Hoffmanni, fum titfc bus Ioann TheodoncidcBry, i»»#>f.DC. XKl/o
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Aeademia: Mc- i coenatibus &Patronis fuisobferuaa- di/fimis, Vrn
admeperuene- rit arsmemoru arttficialisperltalum Mthi tradita^uitantum ei
tnbuk, vt quodmagnt mu- neris loco mthiofferret, hac ipfaarte mhilpotius aut
an- Uquius haberet( cmufrcifi* dem mihi alti cmoque Ittera^ 2 rum Epistola. rum
ftudtofifecerunt,quili- belli huius c&pia fibi fatta, ed maximee refitafore
iudica- runt.) conicfluraaffqutpo- tuifitentiani baric fitn publicum prodirei,
iuueniuti, iri cuius tnjlituiione iotius rei- publics. cardineverfaripru-
dentes (emper fenfirunt singulart munufeulu offerre fed vt aliqua
expartegratterganjos antmi ftgnumextaretycjua fi- ducia fretns vos idipjumfe*
rena fronte accepturosnuU Ihs debito: Deum rogans, vt vos omncs et ftngulos diu
4 3 (ojjn* £ Ep I S T* DeDIC«. fofbites^ tncolumescanfer- uet> quo @f
meafotiHSfy hu- tus Academufalus ac pra- Jperitas humerunec iniuria macremfapi-
implicatura, memoria, alphabetum, segno, vocabolo, nota, studio, mens, animus,
dialectica, filosofia, grammatica, rettorica, artificio retorico,
imitazione. Grice: Ravelli, a Milano avete questa cosa meravigliosa:
la memoria non è una facoltà, è un indirizzo. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al
collega filosofo Speranza: sostiene che voi riuscite perfino a far sembrare
Locke un po’ provinciale, senza alzare la voce. Ravelli: È che qui la memoria
la trattiamo come un luogo di lavoro: tra segno, vocabolo, nota, e quell’arte
di ricordare che sembra sempre a metà tra grammatica e trucco. E poi,
diciamolo: l’identità personale è una questione troppo seria per lasciarla solo
ai ricordi “spontanei”. Grice: Speranza e io ci stavamo chiedendo una cosa che
mi fa ridere e poi mi mette in imbarazzo: io ho costruito la mia analisi
dell’“io” (e del “noi”, cioè io con Speranza dentro) sulla memoria, alla
maniera di Locke e contro Reid… e adesso non ho più memoria di che cosa, di
preciso, mi abbia spinto verso Locke la prima volta. Insomma: difendo l’io come
catena di ricordi, ma ho perso l’anello iniziale della catena—quello che mi ha
fatto dire “questa è la catena giusta”. Ravelli: Implicatura mnemonica sta
facendo, Grice—e sono sicuro che Speranza sarebbe d’accordo. Perché la sua non
è una resa, è una prova pratica: la teoria della memoria funziona anche quando
inciampa, visto che l’inciampo lo riconosciamo proprio come inciampo di
memoria. E il paradosso è milanese quanto basta: l’identità regge finché
sappiamo di aver dimenticato qualcosa, non finché ricordiamo tutto. Ravelli,
Francesco Martino (1617). Ars memoriae hactenus ab ejus primo-autore, hujusce
secundo quidem incognito. Francofurti: Hoffmann, sumptibus Ioann. Theodorici de
Bry.
Alfonso Maria Del Re (Calitri, Avelino, Campania):
ragione conversazionale ed implicatura conversazionale. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning makes
implicature a principled, intention-based inference: what a speaker means can
outrun what the sentence literally says because rational interlocutors treat
talk as a cooperative activity and exploit shared norms (relevance,
informativeness, perspicuity) to recover the intended extra content; Del Re, by
contrast, as a Calitri-born logician-mathematician whose work ranges across
algebra of logic, geometry of transformations, and high-dimensional mechanics
(and whose earliest known publication is the short 1881 note Relazione tra due
determinanti), can be cast as approaching “ragione conversazionale” through
structural invariants rather than maxims, treating understanding as something
like seeing depth in projection—where different “descriptions” may coincide in
surface form yet diverge in underlying structure, much as an n-dimensional
configuration can share a projection with a non-equivalent one. In the staged
exchange you give, Grice teases Del Re for sliding from conversation to
Kant/Strawson, stereoscopy, and postulates; Del Re’s reply effectively
redescribes implicature as a kind of stereoscopic depth-of-field: the point is
not decorative suggestiveness but recoverable structure that appears only when
one changes perspective, tests invariances, and refuses to trust the first
profile. The comparison, then, is that both treat conversational understanding
as rationally constrained, but Grice locates the constraint in pragmatic norms
plus reflexive intention-recognition (a social-rational mechanism that yields
calculable implicatures), whereas Del Re’s imagined contribution locates it in
a quasi-geometric conception of form—conversation as a domain in which meaning
is preserved or altered under “transformations” of viewpoint, so that
implicature is what the rational hearer reconstructs when the overt linguistic
“projection” underdetermines the deeper configuration. Si trasfere a Napoli e vi compì gli studi superiori. Si laurea a Napoli
dove inizia anche la sua carriera accademica e nominato professore a Roma.
Passa pella stessa cattedra a Modena e Reggio Emilia, e richiamato da Napoli
per insegnare, anche alla scuola militare. Autore di più di un centinaio di
saggi di logica, la maggior parte in forma di pamphlet. Proto-notari antologia.
Omografie che mutano in se stessa una certa curva gobba del quarto ordine e
seconda specie e correlazioni che la mutano nella sviluppabile dei suoi piani
osculatori. Sulla struttura geometrica dello spazio di KANT e STRAWSON in
relazione al modo di percepire i fatti naturali, Modena, lezioni del algebra
della logica, lezioni sulle forme fondamentali dello spazio di KANT e STRAWSON
rigato, sulla dottrina degli numeri immaginari e sui metodi di rappresentazione
nella geometria descrittiva, sulla indipendenza dei postulati della logica,
accademia di lettere, scienze ed arti di Napoli, La logica ha un carattere
universalmente unitario? Sulla visione stereoscopica e sulla stereo
fotogrammetria, Sulle posizioni di equilibrio dei corpi solidi ad n dimensioni
soggetti ad un sistema astatico di forze, Le equazioni generali pella dinamica
dei corpi rigidi ad n dimensioni ed a curvatura costante nell'analisi, ricerche
di astatica per gli spazi ad n dimensioni, Sopra gl'integrali delle equazioni
della dinamica dei corpi rigidi negli spazi ad n dimensioni ed a curvatura
costante, sopra le formule fondamentali pella rappresentazione di omografie fra
forme estensive, formule fondamentali per trasformare con omografie estensive
formazioni d'ordine qualunque, Hamiltoniani e gradienti di formazioni estensive
nell'analisi, Roma, Hamiltoniani e gradienti rispetto a formazioni non
interamente libere, gl’hamiltoniani ed i gradienti del prodotto di funzioni
estensive, implicatura. Grice: De Re,
lei è uno di quei campani che riescono a far passare la logica per geometria e
la geometria per conversazione, senza che nessuno osi interromperla. Ieri, di
sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: sostiene che quando sente
“omografie” gli viene voglia di rispondere con un gesto, perché le parole non
bastano più. De Re: Speranza ha istinto di sopravvivenza. Io però ho sempre
pensato che certi concetti si capiscano solo se li fai muovere: curve gobbe,
piani osculatori, n dimensioni… sono modi per educare l’occhio a non fidarsi
del primo profilo. E poi, tra Napoli, Roma e Modena, uno impara che anche la
logica, come l’esercito, ha le sue manovre. Grice: Speranza e io ci domandavamo
proprio questo: come mai, quando si parla di “ragione conversazionale”, lei
finisce a parlare di KANT e STRAWSON e subito dopo di fotogrammetria
stereoscopica e di postulati indipendenti. E mi è venuta un’idea molto semplice:
che quando uno insiste su “struttura”, “forme fondamentali” e “unità”
(universalmente unitaria, addirittura), sta facendo capire che la
conversazione—anche quella più ordinaria—ha bisogno di un’architettura
nascosta, come la visione stereoscopica ha bisogno di due occhi. Se ne chiudi
uno, ti resta una bella superficie; ma perdi la profondità, e poi ti stupisci
che l’implicatura “non venga fuori”. De Re: Implicatura stereoscopica, la sua,
come Speranza la classificherebbe. Perché lei ha colto il punto con un’immagine
che non fa paura: l’implicatura è profondità di campo, non decorazione. E
infatti il mio vezzo per omografie, hamiltoniani e spazi ad n dimensioni non è
un culto dell’astratto: è un allenamento a riconoscere quando due descrizioni
sembrano uguali “in proiezione” ma non lo sono nella struttura. In
conversazione accade lo stesso: a parole pare tutto piatto, poi cambi
prospettiva—e si vede il resto. Re, Alfonso Maria Del (1881). Relazione tra due
determinanti, Giornale di Matematiche, Battaglini.
Giovanni Reale (Candia Lomellina, Pavia,
Lombardia): la ragione conversazionale del capretto di Kant, erote demone
mediatore, o del gioco delle maschere nel convito. Grice’s theory of reason-governed conversational meaning treats
conversation as a cooperative, publicly accountable rational practice in which
hearers infer speaker meaning from what is said plus principled expectations
(purpose of the talk-exchange, maxims, and recognizable intentions), so
implicature is a calculable bridge from utterance to intended message; Reale,
by contrast, reads the philosophical tradition itself (especially Plato’s
Academy and its legacy) as an essentially dialogical enterprise whose
seriousness is inseparable from its “play” of masks, mediation, and pedagogy,
so that what matters is less a quasi-algorithm for deriving extra content from
a single turn than the historically cultivated scene of inquiry in which
meanings emerge through staged questioning, eros as a mediating force, and the
endless, self-renewing work of interpretation that an Academy
institutionalizes. In the “capretto di Kant” episode, Reale’s point is that a
seemingly incongruous figure inserted into high discourse functions as a
pedagogical device within the convivium of ideas, whereas a Gricean diagnosis
would treat the same device as a rationally exploitable departure from
straightforward relevance or manner that triggers an implicature about how to
keep austere reason tethered to ordinary conversational life; the overlap,
then, is that both make room for significance that outruns literal assertion,
but they diverge on what governs it: for Grice, governance is primarily the
micro-normativity of cooperative exchange and intention-recognition that
disciplines inference in everyday talk, while for Reale it is the
macro-normativity of the philosophical tradition as an ongoing “conversation
machine,” where meaning is secured by dialogical form, institutional
continuity, and interpretive practice rather than by a general theory of
conversational calculation. R. ha la ferma
convinzione che l’ACCADEMIA e la più grande associazione o gruppo di gioco
filosofico in assoluto comparso sulla terra, e che il compito di chi lo vuole
comprendere e fare comprendere agl’altri, pur avvicinandosi sempre di più alla
verità, non può mai avere fine. Studia a Casale Monferrato e Milano sotto
OLGIATI, insegna a Parma e Milano, e fonda il centro di ricerche di
meta-fisica. La sua tesi di fondo è che la filosofia antica dei romani
crea quelle categorie e quel peculiare modo di pensare che hanno consentito la
nascita e lo sviluppo della scienza e della tecnica dell'occidente. I
suoi interessi spaziano lungo tutto l'arco della filosofia romana antica e i
suoi contributi di maggior rilievo hanno toccato via via APPIO, CICERONE,
ANTONINO, Aristotele, Platone, Plotino, Socrate e Agostino. Studia ognuno di
questi filosofi andando, in un certo senso, contro corrente e inaugurandone una
lettura nuova. La ri-lettura che da di Aristotele e del LIZIO in generale
– tanto influente a Roma -- contesta l'interpretazione di Jaeger, secondo il
quale i saggi del LIZIO seguirebbero positivisticamente un andamento
storico-genetico che partirebbe dalla teo-logia, passerebbe per la
meta-fisica, per approdare infine alla scienza. Crotone, Velia, Crotonensi, la
scuola di Crotone, la scuola di Velia, I veliani, Parmenide, Girgentu –
filosofia siciliana – magna Grecia non e Sicilia -- I confine della magna
Grecia – filosofia italica, filosofia italiana – la filosofia nella peninsula
italiana in eta anticha – filosofia Latina, filosofia romana. Catalogo di Nome
di Filosofi Italici, il poema di Parmenide, il poema di Girgentu, il poema di
Velia, la porta rossa di Velia, Zenone di Velia, Filolao di Taranto, Gorgia di
Lentini, Archita di Taranto, studi degl’antichi italici da I romani, Etruria e
Magna Grecia, le radice etrusche della filosofia romana, fisiologia, teoria
dela natura, uomo, la moralia, la colloquenza o dialettica. Grice: Reale, ieri, di sfuggita, lo dicevo al
collega filosofo Speranza: lei ha la rara capacità di far sembrare l’Accademia
un “gruppo di gioco” infinito, ma con l’aria serissima di chi sta solo
apparecchiando il convito. Reale: È serissima, infatti: il gioco delle maschere
è la forma civile della ricerca, e l’Accademia è la più grande macchina di
conversazione che abbiamo inventato. Se poi ogni tanto ci scappa un capretto,
peggio per chi voleva un manuale senza sorprese. Grice: Speranza e io ci
stavamo chiedendo perché, fra tutte le bestiole possibili, a Kant tocchi
proprio il capretto. E mi è venuta in mente una cosa: quando in mezzo a una
discussione “alta” compare un animale domestico, di solito non è zoologia—è un
modo di far capire che anche la ragione più austera ha bisogno di essere
nutrita, guidata, tenuta al passo, altrimenti scappa nei pascoli delle
astrazioni. E in fondo quel capretto funziona come un promemoria: la Critica
non vive di sola trascendentalità; deve anche imparare a stare al tavolo, tra
demoni mediatori e maschere, senza rovesciare il vino. Reale: Mi congratulo con
Speranza e con lei per l’implicatura: direi caprile, se dobbiamo darle un
aggettivo, e caprile nel senso migliore—da stalla filosofica ben tenuta, non da
barzelletta. Perché il suo capretto non ridicolizza Kant: lo rimette in scena,
lo riporta nel convito, dove le idee camminano su quattro zampe e poi, con un
po’ di disciplina accademica, imparano anche a stare in piedi. E Speranza, che
ama queste deviazioni “animali” proprio perché riportano la filosofia alla
conversazione, le concederebbe volentieri che il capretto è una categoria: non
della natura, ma della pedagogia della ragione. Reale, Giovanni (1962). Il
concetto di filosofia. Milano: Vita e Pensiero.
Arturo Reghini (Firenze, Toscana): la ragione
conversazionale, il numero tri-angolare, il numero quadrato, numero piramidale,
e l’implicatura del numero sacro crotonese, e il simbolismo duo-decimale del
fascio littorio etrusco. Reghini’s “ragione conversazionale” can be read as an
esoteric, Pythagoreanized analogue of Grice’s idea that conversation is
governed by reason, but the two notions point in opposite directions: for
Grice, reason-governed conversational meaning is anchored in publicly checkable
norms of cooperative exchange (what is said plus what is responsibly inferred
via maxims and speaker intentions), so “implicature” is a disciplined mechanism
for moving from sentence meaning to speaker meaning without invoking hidden
metaphysics; for Reghini, by contrast, “implicature” (in the broad, suggestive
sense) is closer to symbolic disclosure, where numbers (triangular, square,
pyramidal; the sacred Crotoniate number; duodecimal symbolism tied to
Etruscan/fascio imagery) function as generative principles whose significance
exceeds literal statement and invites initiation-like uptake, a posture
consistent with his wider involvement in Italian esoteric milieus (Theosophy,
Memphis-type rites, and forms of Freemasonry) and his attempt to revive a
“Schola Italica” Pythagoreanism; thus Grice’s skeptical jabs about whether
number can “ground a whole philosophy” and about Reghini’s “super-lunary”
seriousness capture a methodological clash: Grice’s nominalist-leaning
suspicion of reifying abstractions and his preference for ordinary-language
constraints versus Reghini’s conviction that number is not merely a name or
tool but a reality-ordering key whose meanings are partly irreducible to common
conversational clarity, so that where Grice treats implicature as a rationally
reconstructible byproduct of cooperative talk, Reghini treats it as the very
mode by which symbols (especially numerical ones) say more than they say,
binding conversation to a concealed metaphysical architecture rather than
keeping it answerable to shared conversational reason. Grice: “It’s
difficult to call Reghini a philosopher; yes, he was interested in Pythagoras –
but to what extent can, in spite of Russell, number GROUND a whole philosophy?”
Grice: “I never took super-lunary as seriously as Reghini does!” Keywords: numero, nominalismo. Studia a Pisa. Insegna a Roma. Promotore
della setta di Crotone, è affiliato a vari gruppi dell'esoterismo italiano.
Entra nella società teo-sofica e ne fonda la sezione romana. Fonda a Palermo la
biblioteca di teo-sofia filo-sofica. È iniziato a Memphis di Palermo, rito
massonico di supposta origine egizia. Entra a Firenze nella loggia Lucifero,
dipendente dal Grande Oriente. Adere al martinismo papusiano, diretto da
SACCHI, verso le carenze della cui maestranza e pubblicistica apporta una
demolizione magistrale. È chiamato d’ARMENTANO, che lo avvia allo studio della
scuola di Crotone. Entra nel supremo consiglio universale del rito filosofico
italiano, dal quale però si dimise, non havendo infatti un'alta opinione dello
stato della massoneria in Italia. Insignito del massimo grado del rito scozzese
antico e accettato, entra a far parte come membro effettivo del supremo
consiglio, di cui è cancelliere e segretario. Gl’anni della grande guerra
vedeno discepoli e maestri della schola italica pitagorica partire volontari
per il fronte. Non rimase inerte innanzi al sorgere dell’istanze interventiste.
Partecipa attivamente alla manifestazione romana del maggio, culminata in
Campidoglio, tesa ad ottenere la dichiarazione di guerra. implicatura, il
fascio etrusco, scuola di Crotone, il fascio littorio, simbolismo duodecimale,
Cuoco, Etruria, Evola, numero tri-angolare, numero qua-drato, numero
pi-ramidale, la logica del numero, il concetto di numero in Frege, Austin. Grice: Caro Reghini, ho sempre trovato
affascinante il tuo interesse per i numeri e il simbolismo pitagorico. Mi
domando però: davvero il numero, come quello tri-angolare o piramidale, può
essere alla base di una filosofia? Non rischiamo di volare troppo sul
“super-lunare”, come dicevo ironicamente? Reghini: Gentile Grice, il fascino dei numeri
non risiede solo nella matematica, ma nella loro capacità di svelare un ordine
nascosto, quasi sacro, che struttura la realtà. Per la tradizione italica,
specialmente quella della scuola di Crotone, il numero non è mero strumento: è
principio generativo e simbolico. Il duodecimale del fascio etrusco, ad
esempio, rappresenta un legame tra civiltà e mistero. Grice: Capisco il richiamo all’ordine
simbolico, e forse c’è più profondità di quanto Russell avrebbe concesso. Ma
non temi che, affidandosi troppo al simbolismo, la filosofia perda il contatto
con il linguaggio comune, con la chiarezza della conversazione? In fondo, la
ragione conversazionale cerca proprio di evitare le nebbie del mistero... Reghini: È vero, caro amico, ma è proprio nel
dialogo tra mistero e chiarezza che la filosofia fiorisce. La conversazione,
come insegni tu, è fatta di implicature; e il numero, come il simbolo,
suggerisce più di quanto dica. Forse, la vera sapienza sta nel tenere insieme
il rigore del ragionamento e l’intuizione dell’invisibile. In questo, forse la
filosofia italiana, tra Crotone ed Etruria, ha ancora qualcosa da insegnarci. Reghini,
Arturo (1914). Saggi di filosofia esoterica. Firenze: Atanor.
Umberto Regina (Sabbioneta, Mantova, Lombardia):
la ragione conversazionale dell’esse e dell’inter-esse, o degl’uomini
complementari, la potenza e il valore. Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning is a micro-account of how interlocutors
get from what is said to what is meant: because conversation is assumed to be
(minimally) cooperative and rational, hearers can infer implicatures by attributing
intentions and by reasoning from shared norms such as relevance and adequacy.
Regina’s Kierkegaardian move, as framed in your passage, shifts attention from
this inferential machinery to the ontological and ethical structure that makes
rational exchange possible at all: the self is not a self-sufficient substance
but an inter-esse, a being-in-between, so rationality is widened into a
relational posture in which meaning is generated and sustained between persons
rather than merely calculated by a hearer from a speaker’s maxim-governed
performance. Where Grice explains how “interest” in talk is tracked by what a
rational speaker would be expected to contribute (and how deviations generate
implicatures), Regina uses the etymological and Kierkegaardian pun on
interest/inter-esse to argue that the very ground of duty, value, and
complementarity lies in this between-ness; so the “implicature” that matters is
less a cancellable conversational add-on than an existential surplus carried by
words whose history binds ontology to ethics. In short, Grice models rational
understanding as an achievement of cooperative inference within a conversation,
whereas Regina treats conversation as one expression of a deeper interpersonal
rational field in which the human being is essentially a relation, and meaning
is something we inhabit between one another before we ever compute it. Grice:
“When Urmson said that for Prichard, duty cashed out in interest, he was right!
But we must wait for Regina to emphasise Kierkegaard’s punning on interest –
which literally means, ‘being in between’! The interesting (sic) thing is that
Kierkegaard exploits the old Roman aequi-vocation between the alethic (being in
between) and the practical (Prichard, ‘duty as interest’). Studia a Milano sotto SEVERINO, laureandosi con una tesi su Lavelle e
Heidegger. Insegna a Macerata, Verona, e Cagliari. tolleranza religiosa. Saggi:
Ripresa, pentimento, perdono; L'essere umano come rapporto: l’antropologia
filosofica e teologica di Kierkegaard. Si basa su
Kierkegaard, Nietzsche e Heidegger (“the greatest living philosopher” –
Grice). In Heidegger evidenzia l'importanza del ruolo sapienziale
assegnato alla finitezza dell'uomo. In Kierkegaard vede da cui partire per
costruire una ontologia e una antropo-logia basate su una concezione
dell'essere: l'esse come “inter-esse.” L'essere come inter-esse -- nella doppia
valenza ontologica ed etica -- pone il pensante in rapporto con un'ulteriorità
che, nel trascenderlo, ne accentua e personalizza il differire. La metafisica
fondata sull’inter-esse cessa di essere onto-teologia, ossia nient'altro che
proiezione idola-trica della logica umana. Dal nichilismo alla
dignità dell'uomo, Esistenza e sacro, L'arte dell'esistere, Romera, Noi eredi
dei cristiani e dei Greci (Poligrafo, Padova). Il termine è stato acquisito
da Heidegger. “Gesù e la filosofia” (Morcelliana, Brescia); “L'uomo
complementare: potenza e valore” (Morcelliana, Brescia); “Servire l'essere”
(Morcelliana, Brescia); uomini complementari – potenza e valore, essere ed
interesse, esse ed interesse, Heidegger (? – il termino, acquisito da
Heidegger), Prichard, duty and interest. Grice: Regina, a Sabbioneta siete capaci di
far sembrare la metafisica una faccenda di buona educazione: “servire l’essere”
come se fosse un invito a cena. Ne parlavo ieri, di sfuggita, col collega
filosofo Speranza: dice che da voi perfino la finitezza, in Heidegger, entra in
stanza con un certo contegno. Regina: È che se la finitezza non ha contegno,
diventa solo panico. Io ho sempre pensato che l’essere umano sia rapporto: non
una sostanza sola, ma un legame che si regge su potenza e valore—e che in
Kierkegaard, quando lo prendi sul serio, l’“esse” ti costringe a stare nel
mezzo, non sul piedistallo. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata con
Speranza ci siamo messi a ridere su una piccola vendetta dell’etimologia.
“Interesse” suona come una moneta psicologica, una motivazione, magari perfino
un tornaconto; e poi scopri che dentro c’è un inter-esse, un “essere in mezzo”.
Come se Prichard, dicendo “duty” e “interest” nella stessa aria, avesse fatto
passare un ponte senza guardarlo: non solo l’interesse come convenienza, ma
l’inter-esse come posizione, come stare tra—tra me e l’altro, tra potenza e
valore, tra ontologia ed etica. E allora capisci perché certi “uomini
complementari” non si sommano: si incastrano. Regina: La sua implicatura mi
interessa e mi si affianca come complemento, Grice — e sono sicuro che questa
era l’intenzione di Speranza. Perché lei ha rimesso “interesse” nel suo posto
giusto: non nel portafoglio, ma nello spazio tra le persone. È lì che l’esse
diventa davvero inter-esse: non una dottrina, ma una postura. E, mi creda, se
Prichard avesse avuto un po’ più di orecchio per le sillabe latine, avrebbe
scoperto che il suo “duty” non finisce nell’interesse: ci passa attraverso,
come si passa in mezzo a due mura—e solo così si esce dall’onto-teologia senza
finire nel nichilismo. Regina, Umberto (1927). Filosofia e scienza. Roma:
Edizioni Regina.
Antonio Renda (Calabria) – the power structure of
the soul – la struttura di potere dell’anima. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning explains how hearers move from
what is said to what is meant by assuming rational cooperation and then
inferring implicatures from a speaker’s intentions plus shared conversational
norms (relevance, sufficiency, manner), so that even a seemingly “excessive”
utterance can be understood as strategically informative rather than merely
verbose. Antonio Renda’s “Shakespearean psychology” (e.g., his use of “the lady
protests too much”) fits Grice’s project almost uncannily, but from the
opposite direction: Renda treats over-protest as a psychological symptom of
dissociation, passion, or will at war with itself—an internal “power structure
of the soul” in which intention, benevolence, and appetite compete—whereas
Grice treats the same phenomenon as an intelligible conversational maneuver
whose point is recovered by rational interpretation of what a cooperative speaker
would be doing in context (overstatement as a cue to what is really meant,
sometimes even to what is being concealed). The upshot is that Renda supplies a
quasi-clinical, motivational reading of why speakers overdo it (passions and
their hierarchy), while Grice supplies the normative-pragmatic machinery for
how hearers are entitled to take such overdoing as meaningful (a calculable
implicature generated by the speaker’s exploitation of conversational
expectations); Renda makes the “too much” primarily a fact about the psyche,
Grice makes it primarily a fact about reasoned uptake in a shared practice of
talk. Grice:
“I always referred to ‘passion,’ but trust the Italians to classify them!” –
Keywords: passion, intention, will, benevolenza, anima, the power structure of
the soul. Prego di perdonare qualche omissione. Una sopratutto
debbo segnalarne: quella del nome di Antonio Renda che per la finezza dei suoi
studii di psicodissociazione psicologica, Torino; Le passioni, Torino; L oblio,
Torino), è tra i migliori positivisti. Nella seconda fase del suo pensiero il
Renda si è accostato all’idealismo assoluto e alla filosofia dell’azione del
Blondel col suo libro La validità della religione, Città di Castello. Prego di
perdonare qualche omissione. Una sopratutto debbo segnalarne: quella del nome
di RENDA che per la finezza dei suoi studii di psico- dissociazione
psicologica, Torino; Le passioni, Torino; L’oblio, Torino, è tra i migliori
positivisti. Nella seconda fase del suo pensiero R. si è accostato
all’idealismo assoluto e alla filosofia dell’azione di Blondel col suo sagio La
validità della religione. LE PASSIONI DEL MEDESIMO AUTORE. Del fattore
religioso nella vita e nétte opere di T, Tasso Caserta, Tip. sociale,
L^ideazione geniale. Un esempio: A.Comte Con prefazione di C. Lombroso Torino,
Bocca La questione meridionale. Inchiesta Palermo, Sandron, n pensiero mistico
Palermo, Sandron, n destino delle dinastie. L'eredità morbosa nella storia
Torino, Bocca, La dissociazione psicologica Torino, Bocca, Psicologia
Shakespeariana dalla Rivista Abruzzese Teramo Folie criminélle en Calabre
Rapporto al Congr. d’Antrop. Crimin. in collaborazione con Sqnillace Amsterdam.
Le pazzie sociali (dalla ' Rivista di Filosofia, Bologna, Agli albori della
psicopatologia dalla Gazzetta Giudiziaria, Catanzaro, La nostalgia dalla
'Rivista di Psicologia, Bologna, LE PASSIONI TORINO BOCCA UILAKO BOBA nsENSEB
colta intellettuali, febbre intermittente. In tutte sono frequenti le insonnie,
la denutrizione, le dispepsie, turbamenti vasomotori, ecc. High Church. Grice: “St. John’s, 1965. “My seminar on conversation has produced a
species of thirst I had not anticipated: examples, examples, more
examples—enough to keep a man awake through Trinity Term. I have run through
every conversational precept I can decently formulate, and now they are
clamouring for Shakespeare. Very well. I went, of all people, to Antonio Renda.
Renda (1895) proposes, with straight-faced Italian confidence, that there are
two psychologies: the non-Shakespearean and the Shakespearean. His exhibit is
the line from Hamlet—he cites it in Italian—‘La signora protesta troppo, mi
sembra.’ And his point is simple enough for even an Oxford audience: if the
lady protests with such abundance, the protest is itself a sign that she does
not mean what she explicitly says. In Hamlet this comes off handsomely; so I
shall press it into service as an illustration of that charming phenomenon
where excessive volubility—unbidden, as it were—betrays an intention the
speaker would rather not avow.”” Grice: Renda, ieri,
di sfuggita, ne parlavo col collega filosofo Speranza: dice che lei è l’unico capace
di mettere “anima” e “struttura di potere” nella stessa frase senza far
scattare l’allarme antimetafisico. Renda: È che io parto dalle passioni, non
dalle cattedre. La dissociazione, l’oblio, le febbri: lì la “struttura” si
vede. Poi, se uno invecchia, finisce anche per flirtare con Blondel e con
l’azione—ma sempre con il termometro in tasca. Grice: Speranza e io ci
domandavamo chi abbia avuto per primo l’idea di dire “the power structure” come
se fosse una locuzione già pronta. A quanto pare, la storia è più sociologica
che teologica: pare entri in circolazione nel Novecento e che l’uso si
consolidi con quel filone che passa per “power structure research” (Hunter) e
poi, inevitabilmente, per Mills. Ma la cosa che mi diverte è un’altra: appena
la frase si sposta dall’Atlanta dei notabili all’anima, cambia tono senza
cambiare grammatica. “Struttura di potere dell’anima” suona come se le passioni
avessero un consiglio d’amministrazione: e allora capisci perché i positivisti,
quando sono bravi, fanno paura—perché riescono a far sembrare organizzata anche
la nostra confusione. Renda: Implicatura strutturale la sua, come Speranza la
chiamerebbe. E sì: funziona proprio perché non sta facendo sociologia
travestita, sta facendo psicologia con orecchio politico. Le passioni non sono
solo un elenco: hanno gerarchie, alleanze, opposizioni—una specie di
“triumvirato” interno, dove volontà, intenzione e benevolenza provano a
governare, e spesso vengono rovesciate da insonnia e denutrizione. E se poi
qualcuno obietta che “power structure” è un’espressione da comitato, io
rispondo: appunto—è per questo che, quando entra nell’anima, non è più una
metafora, è una diagnosi. Renda, Antonio (1895). Psicologia shakespeariana. Rivista
abruzzese di scienze, lettere ed arti.
Rodolfo Renier (Treviso, Veneto): la ragione
conversazionale e l’implicatura. Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning is a micro-account of how rational
hearers get from what is said to what is meant: implicatures are inferable
because speakers are presumed to be cooperating, and apparent oddities
(irrelevance, obscurity, underinformativeness) are treated as calculable
departures from conversational norms. Renier’s work, by contrast, embodies a
philological-institutional rationality rather than a pragmatics of inference:
by founding the Giornale storico della letteratura italiana and building it
into an “inexhaustible treasury” of reviews, analytical notices, and
documentary reporting, he constructs the background conditions under which claims
about meaning can be responsibly made at all—accuracy of transcription, textual
provenance, genre knowledge, and the slow discipline of checking what is
actually on the page. That is why your “gergo furbesco” episode fits the
comparison so well: where a Gricean would diagnose the cry of “jargon!” as a
predictable interpretive reflex (a hearer supplies an implicature to make sense
of obscurity), Renier treats it as a methodological vice unless it is earned by
evidence; he insists that before we infer hidden codes we must verify the
linguistic facts, so that the right response to obscurity is not immediate
pragmatic enrichment but controlled documentation. In short, Grice explains how
conversational reason opportunistically fills gaps to preserve intelligibility,
while Renier exemplifies the opposite virtue—scholarly reason that resists
filling gaps too quickly, preferring archival restraint so that “what is meant”
does not outrun “what is there.” Studia in Camerino,
Urbino, ed Ancona, a Bologna, sotto CARDUCCI, Torino, e Firenze, sotto BARTOLI.
Insegna a Torino. Fonda il “Giornale storico della litteratura e la filosofia
italiana”, «profonden dovi, negli studi particolari, nelle rassegne, negli annunci
analitici e in un ricchissimo notiziario, un vero inesauribile tesoro di
cultura, di notizie, di rilievi. Cura importanti edizioni critiche e
monografie. I suoi saggi critici spaziano attraverso tutta la letteratura e la
filosofia italiana. “Il tipo estetico della donna nel medio evo” (Ancona,
Morelli); Isabella d'Este Gonzaga” (Roma, Vercellini); “Mantova e Urbino”
(Torino, Roux); “La cultura e le relazioni letterarie d'Isabella d'Este Gonzaga
(Torino, Loescher); “Svaghi critici” (Bari, Laterza); Luzio, La coltura e le
relazioni letterarie di Isabella d'Este Gonzaga, Sylvestre Bonnard. Vendittis,
Letteratura italiana. I critici, Milano, Marzorati, Renda, Operti, Dizionario
storico della letteratura italiana (Torino, Paravia); Letteratura italiana. Gli
Autori, Torino, Einaudi. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. SVAGHI CRITICI. CENNI SULL'OSO DELL'ANTICO GERGO
FURBESCO Tuttociò senza che vi siano se non pochissime tracce si 1 1 Flamini,
Studi ili «torta letter. Hai. e straniera, Livorno, im. A c. r. Vedi Zardo,
Petrarca e i Carraresi, Milano. In quest'ultimo luogo Zardo afferma che le
terzine, da lui non riferite perché non ne inleseil senso, sono forse scritte
in lingua furbesca. Neri ha la cortesia d'inviarmene una esatta trascrizione,
che mi convince non esservi alcuna frase veramente gergale. (3i Si consulti la
lettera del rimpianto Milanesi da me edita nella prefazione alla mia versione
del Slnduy, Br. [Mini (ij Sono parole di Borgognoni nella Rassegna settimanaie,
cure di vero gergo furbesco; come una parte delle rime del Burchiello e dei
Burchielleschi. italiano? No, la lingua d’Italia. Grice: Renier, lei ha fatto una cosa che a
Oxford sembra sempre sospetta: ha messo “giornale” e “tesoro inesauribile”
nella stessa frase, e poi ha avuto pure ragione. Ne parlavo ieri, di sfuggita,
col collega filosofo Speranza: dice che solo un veneto può rendere un
notiziario più temibile di un trattato. Renier: È che il “Giornale storico” non
doveva fare scena, doveva fare servizio: rassegne, annunci analitici, e
quell’aria da magazzino pieno che mette paura ai pigri. E poi, tra Carducci e
Bartoli, uno impara che la letteratura non è un giardino: è un archivio con
corridoi lunghissimi. Grice: Speranza e io ci stavamo chiedendo come mai,
quando uno fa critica, finisce spesso a inseguire anche il gergo—quel
“furbesco” che sembra un dialetto con la fedina penale. E mi è venuto da
sorridere: in certe pagine lei mostra che basta pochissimo perché qualcuno
gridi “gergo!”, come se l’oscuro fosse già prova. Ma poi arriva la trascrizione
esatta, e la faccenda si sgonfia: non c’è “vera frase gergale”, c’è solo
lettura frettolosa. E allora capisci perché lei preferisce gli “svaghi critici”
alle sentenze: a volte il vero lavoro è togliere la maschera al mistero. Renier:
Implicatura filologica la sua, come Speranza la chiamerebbe. E mi piace perché
è una difesa della pazienza: prima di proclamare un gergo, bisogna saper leggere;
prima di dire “furbesco”, bisogna verificare che non sia solo italiano che fa
il furbo. È la differenza tra il critico che ama l’enigma e il critico che ama
i documenti: il primo inventa una lingua; il secondo, se va bene, salva “la
lingua d’Italia” da qualche etichetta di troppo. Renier, Rodolfo (1878). Studi
di filosofia italiana. Torino: Loescher.
Giuseppe Rensi (Villafranca di Verona, Verona,
Veneto): TRASEA – l’implicatura. Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning is built to domesticate “absurdity” by
showing how, even when what is said is odd, hearers can often reconstruct what
is meant by assuming rational cooperation and calculating implicatures from speaker
intentions plus conversational norms (relevance, quantity, etc.); breakdown is
intelligible as a localized failure of those assumptions, and “nonsense” is
often just a predictable product of violated expectations. Rensi, by contrast,
makes the absurd not a marginal glitch of conversation but a standing
philosophical diagnosis: after his early idealist phase and the shattering
experience of the Great War, his sceptical “scessi” treats reason
itself—especially in politics, authority, and moral-metaphysical systems—as
structurally prone to contradiction, so that what Grice would explain as a
recoverable implicature or a cancellable conversational effect becomes, for
Rensi, evidence that the human demand for certainty regularly outruns what can
be justified. This is why your diary pun about absurdum (ab- + surdus, “off-key
/ harsh to the ear,” then “irrational”) sits nicely between them: Grice’s
programme is to show how much apparent harshness can be re-tuned by pragmatic
inference, whereas Rensi’s programme insists that the harshness is not merely
verbal discord but a symptom of deeper fractures in rational life—hence his
attraction to “philosophy of the absurd” and to themes of authority, force, and
the political uses of language. In short: Grice offers a therapeutics of local
intelligibility (how we still manage to mean something, and be understood,
despite looseness), while Rensi offers a metaphysics (and politics) of global
unintelligibility (why the most ambitious meanings we try to live by so often
collapse into conflict, scepticism, and “absurd” pretence). Grice: “Only in
Italy does a philosopher get his obituary when still alive!” Studia a Verona, Padova, e Roma. Insegna a Genova. Iscrittosi al partito
socialista, si reca a Milano per assumere la direzione del giornale
“La lotta delle classi sociali”, collaborando assiduamente anche alla turatiana
Critica Sociale e alla Rivista popolare. A seguito delle misure repressive
adottate dal governo, e per sfuggire alla condanna del tribunale militare per
aver preso parte ai mossi operai milanesi, stroncati dall'esercito con la
strage del generale sabaudo Beccaris, è costretto a cercare rifugio in
Svizzera. Frutto dell'esperienza ticinese e la pubblicazione de
“Gl’anciens régimes e la democrazia diretta” (Colombi, Roma) in cui difende il
principio della democrazia diretta del sistema istituzionale federalista.
Collabora con numerosi articoli ai fogli radicali Il Dovere di Bellinzona, la
Gazzetta Ticinese e L'Azione di Lugano, nonché alla rivista socialista e pacifista
Coenobium. Ri-entra in Italia per stabilirsi a Verona dedicandosi alla
filosofia del linguaggio – “o semantica.” A seguito della campagna libica, vi è
la rottura col partito socialista, poiché si è schierato con
l'interventismo di Bissolati. Pubblica “Il fondamento filosofico del diritto”
(Petremolese, Piacenza). Altri due volume seguono: “Formalismo e a-moralismo
giuridico” (Cabianca, Verona) e “La trascendenza: studio sul problema morale”
(Bocca, Torino), ove sviluppa un idealismo trascendente. Insegna a Bologna,
Ferrara, Firenze, e Messina. L'esperienza della grande guerra manda in crisi
(“alla merda”) la sue convinzione idealistica, conducendolo verso lo
scetticismo – della ‘scessi’, come la chiama --, filosofia dell’autorita,
autorita e liberta, Gorgia, Gorgia ed Ardigo, Santucci, Tendenze della
filosofia italiana nell’eta del fascismo, Gentile, necrologio, Ardigo, Platone,
Cicerone, Ficino, Bradley, Bosanquet, diritto e forza, filosofia della storia,
Gogia, Elea, Velia, Elea ed Efeso, Gorgia. Grice: “Diary,
1947. “I’ve been re-reading Ewing’s Meaninglessness and mentioned it to
Strawson. Ever practical, he said: ‘He means absurd — “meaninglessness” is too
much of a mouthful.’ But then it occurred to me that Strawson never had the
classics, so I tend to grow deaf (surdus) to his remarks: he’s saying that ‘x
is meaningless’ just is ‘x is absurd’. But if you’re surd, what exactly does
the ab- add? It was as well Collingwood once advised me: you should read Rensi
— he wrote a whole tract on just these absurdities!” Editor’s note: Grice’s
intuition is basically right, and the classical etymology makes his little joke
work. Latin absurdus (neuter absurdum) is traditionally analysed as ab- +
surdus. Sursdus means “deaf, dull, muffled,” and also “harsh-sounding /
indistinct”; absurdus is first used quite literally for something “out of tune,
discordant, jarring to the ear” (Cicero has vox absona et absurda, “a
discordant and harsh voice,” De oratore 3.11.41), and then figuratively for
what is “incongruous, senseless, irrational.” The ab- in such compounds often
carries the sense “away from / off / out of” (cf. absonus, “out of tune”), so
ab-surdus is naturally read as “off-key, off-sound,” hence “jarring,” and then
“unreasonable.” That is why Grice’s pun about surdus (“deaf”) is apt: absurdum
is etymologically tied to “deafness/dullness” and to bad sound, not originally
to “lack of meaning” in the modern analytic sense. If you want a one-line
gloss: absurdum is “the out-of-tune,” and only later becomes “the irrational.” Grice: Caro Rensi, ho sempre pensato che la filosofia italiana abbia una
vivacità unica. Mi incuriosisce il tuo percorso: da Villafranca di Verona fino
a Genova, passando per le lotte sociali e la filosofia del linguaggio. Com’è
nata la tua passione per la semantica e il pensiero politico? Rensi: Grazie,
Professor Grice! La vita mi ha portato su strade tortuose: prima il socialismo,
poi la fuga in Svizzera, infine il ritorno alla filosofia. La semantica mi
affascina perché credo che il senso delle parole sia la chiave per comprendere
la libertà e l’autorità, soprattutto in tempi di cambiamento. Ho sempre visto
la filosofia come un ponte tra la parola e la realtà sociale. Grice: Ecco,
proprio il tema dell’autorità e della libertà che hai indagato mi sembra
fondamentale. Tu hai vissuto la rottura con il partito socialista e hai toccato
con mano la crisi dell’idealismo durante la guerra. Pensi che lo scetticismo
sia solo una fase, o rappresenti una posizione stabile per il filosofo moderno?
Rensi: La crisi mi ha insegnato che la certezza assoluta è spesso un miraggio.
Lo scetticismo, o come preferisco chiamarlo "scessi", non è solo una
fase: è un esercizio di apertura mentale. Si tratta di restare vigili, di non
cedere mai alla tentazione del dogmatismo. E, se posso usare un proverbio
veneto, “el pensier l’è come el vin: se lo lasci fermo, si guasta.” Bisogna
sempre interrogarsi, rinnovarsi, senza paura di mettere tutto in discussione.
Rensi, Giuseppe (1903). La filosofia dell’assurdo. Milano: Bocca.
Angelo Maria Renzi (Roma, Lazio): ESKIMO,
implicature del deutero-esperanto. Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning explains how a hearer gets from what is
said to what is meant by assuming that speakers are rational cooperators and
then inferring implicatures from that assumption plus context and recognisable
intentions; the whole machinery is micro-pragmatic, dependent on what agents
can reasonably attribute to one another in a live exchange. Renzi, by contrast,
is trying to engineer a situation in which conversational success requires far
less shared background and far less interpretive work: in Le polyglotte
improvisé; ou, l’art d’écrire les langues sans les apprendre (Paris, 1840;
author Angelo Maria Renzi, 1792–1871), he proposes a pasigraphic “language of
signs” and a minimal core vocabulary (e.g., a restricted set of conjugated
verbs) designed to let strangers communicate “when needed” even without prior
study, on the explicit premise that lexical richness and synonymy are for
savants. So where Grice treats context-sensitivity and implicature as an inevitable,
rationally disciplined feature of ordinary communication, Renzi treats them as
a liability of natural languages and tries to reduce them by compressing
expression into standardized symbols and controlled basic meanings—shifting the
burden from conversational inference to prior codification. In Gricean terms,
Renzi is attempting to make communication more like decoding than like
intention-recognition: a semi-formal device that aspires to be usable across
borders precisely by limiting the space in which implicatures can arise,
whereas Grice’s own model explains how, even with perfect decoding, speakers
will still routinely mean more than they say because rational interaction makes
that extra layer both possible and efficient. Di un progetto di tipo
pasigrafico si occupa R. quando compone Le polyglotte improvisé ou l'art
d'écrire les langues sans les apprendre. Dictionnaire Italien-Français, Italien-Français avec 3000 verbes conjugués.
Langue des signes, professore di lingua e letteratura italiana, par répondre à
un besoin qui existe dans la société, celui de se faire comprendre des
étrangers. Il n'y a personne qui n'ait senti la nécessité de posséder un moyen
quelconque, mais prompt et immédiat, de communiquer ses idées, exprimer ses
besoins dans une langue qu'il ne connassait pas et qu'il ne pouvait pas
étudier. Le polyglotte improvisé ou l'art d'écrire les langues sans les
apprendre. Dictionnaire Italien-Français-Anglais, Anglais-Italien-Français avec
3000 verbes conjugués. Langue des signes.,
Parigi. R. immagina un metodo d’apprendimento contrario a quelli tradizionali e
fa premettere l'esercizio pratico alla teoria, sperando che la sua lingua possa
essere utilizzata nel momento in cui serve anche senza essere stata
precedentemente appresa. Di nuovo sottolinea che “la richesse, l'abondance des
mots, n'est utile qu'aux savants,” e auspica che la lingua internazionale sia
semplice e libera di sinonimi, scevra delle parole non fondamentali, s’esprima
per valori e idee e che accanto a ciascuno di questi trovano la traduzione
nelle restanti lingue. L’opera si apre con una tabella in cui sono riportati
circa 300 verbi francesi o “gallici” coniugati, i soli ritenuti fondamentali
per la comunicazione di base, di cui è offerta anche la traduzione in italiano.
A questa prima sezione segue poi la parte più consistente dell'opera che spiega
come R. associa queste poche prime idee fondamentali a dei simboli che sono “la
seule langue universelle écrite qui soit possible et utile.” In ogni pagina del
dizionario vi sono XV segni differenti, ciascuno dei quali è associato ad altri
quattro (« -», «=», «. », « ..»), per un totale di sessante righe (composte di
simbolo e relativo significato nelle tre lingue):93 (110!) +\ S.VOIAT 14 2.
deutero-esperanto. Grice: Renzi, lei a
Roma ha avuto l’idea più romana di tutte: far capire agli stranieri senza
costringerli a diventare filologi. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega
filosofo Speranza: sostiene che un dizionario con 3000 verbi coniugati è già
una dichiarazione di guerra—ma una guerra educativa. Renzi: È una guerra breve,
però: io volevo l’opposto dei metodi tradizionali. Prima l’esercizio, poi la
teoria. E soprattutto un sistema che funzioni “quando serve”, senza pretendere
devozione. La ricchezza di parole è per i savants; per vivere basta poco,
purché sia maneggevole. Grice: Proprio perché Speranza e io ci siamo messi a
parlare di “lingue che si imparano facendo”, mi è tornata in mente quella mia
pazienza giovanile a Vadum Boum: io e Austin, per gioco serio, a imparare
l’Eskimo—come se bastasse una lista di parole per diventare abitanti del
ghiaccio. E lì ho capito che la pazienza non era nello studio, ma nel fingere
che fosse un solo gioco: ogni volta che Austin “semplificava”, io dovevo
ricominciare da capo con un altro esempio. Però mi ha fatto vedere una cosa:
certe lingue ti obbligano a portarti dietro il mondo (neve, vento, distanza),
mentre altre—come il suo sistema di segni e il mio Deutero‑Esperanto—provano a
portarsi dietro solo lo stretto necessario, sperando che il mondo lo metta il
lettore. Renzi: Implicatura eschimese la sua, Grice, come Speranza la
chiamerebbe. E adesso le dico la differenza che, se la dico davvero, lascerà
lei e Speranza congelati: l’Eskimo (per come lo inseguivate voi due) non
perdona il contesto, lo pretende; il Deutero‑Esperanto invece lo presume e lo
scarica sull’utilizzatore. Nel primo caso, se non sai dove sei, non sai cosa
dire; nel secondo, puoi dire qualcosa anche senza sapere dove sei—e poi ti
accorgi che hai appena inventato un equivoco internazionale. Ecco perché il mio
“poliglotta improvvisato” è più prudente: non vuole solo far parlare, vuole
evitare che la conversazione finisca in una bufera. Renzi, Angelo Maria (1892).
Manuale di filosofia. Roma: Renzi.
Ludovico Ignazio Richeri (La Morra, Cuneo,
Piemonte): implicature del deutero-esperanto. Grice’s
theory of reason-governed conversational meaning is a micro-theory of how
interlocutors can responsibly infer what is meant beyond what is said: given a
presumption of rational cooperation, hearers recover implicatures by
attributing intentions and by reasoning from shared norms (relevance,
sufficiency, etc.), so that the “extra” content is explainable, contestable,
and in principle cancellable. Richeri’s project, by contrast, belongs to the
Leibniz–Peano dream of a philosophically regimented universal language: in his
Algebrae philosophicae in usum artis inveniendi specimen primum (printed in the
early Memoirs of the Turin scientific society, 1760–1761, and later noted by
Peano/Padoa as a precursor for using ∪/∩-like symbols for “all” and “nothing”), he aims to
replace the underdetermined, socially negotiated character of ordinary
discourse with a system of abstract characters and combinatorial rules (a
scia-grafia) that would make metaphysical discourse “universally
comprehensible” by construction. The comparison is therefore crisp: where Grice
takes the looseness of ordinary talk as a feature to be rationally managed
(implicature as disciplined inference within a practice), Richeri tries to
engineer the looseness away (meaning as fixed by formal assignment and lawful
combination), so that what Grice treats as a pragmatic achievement of agents in
context becomes, for Richeri, a property of an ideal script. Still, the
projects touch: both are concerned with how a finite repertoire of signs can
yield an unbounded range of communicated thoughts; but Grice locates that
productivity in practical reasoning about speakers’ intentions in a shared
conversational setting, while Richeri locates it in an algebra of signs
intended to make intention and context largely dispensable, turning
“conversation” into something closer to calculation. Nota Padoa: Peirce avait employ le signe , comme lettre initiale du mot
vrai. Peano adopta ce signe pour reprsenter le tout et le mme signe
renvers pour reprsenter le rien Come anche nota Padoa, Peano signala dans une
note (Un precursore della logica, Rev. de Math.) un ouvrage par R., Algebr
philosophic in usum artis inveniendi specimen primum), dans lequel le tout et
le rien taient reprsents par les signes et ,
bien peu diffrents de ceux qui avaient t adopts dans le Formulaire. Laureato in ambe leggi, fu uno dei primi sozii della reale accademia delle
scienze di Torino: di prova di vasta dottrina in un'opera cui scrisse ed inti
tol: Alfabeto della natura e dell'arte: in quest'opera egli svi lupp il sublime
concetto di una lingua universale filosofica. Il dott. R., nato alle Morra
presso Mondovi, scrive un suo lavoro dal titolo: Alfabeto della natura e
dell'arte. In quest'opera, dice il Casalis nel suo Dizionario degli Stati
Sardi, sviluppato il sublime concetto d'una lingua filosofica
universale.In Mlanges de philosophie et de mathmatique de la Socit Royale de
Turin appare il suo saggio, Algebr philosophic in usum artis inveniendi
specimen primum, dove presenta il suo progetto di lingua filosofica di rigore
matematico, cui da il nome di scia-grafia. Muore a Torino. Dell'Accademia delle
Scienze di Torino. Nel saggio, R. espone i metodi per associare dei caratteri astratti,
di forma piuttosto semplice, a una ristretta rosa di significati, cos come si
fa nell'algebra - e in questo dimostra di conoscere le teorie combinatorie di
Leibniz -, creando un metodo che permette di trattare della scienza metafisica
secondo un sistema universalmente comprensibile. R. distingue lo scibile nelle
categorie seguenti:l'impossibile, il contraddittorio, l'impossibilit, la
contraddizione; il possibile, la possibilit, la contraddizione non pura; U il
qualcosa, la cosa, la realt in senso lato; n il nulla, il negativo, la
negazione strettamente intesa; deutero-esperanto. Grice: Caro Richeri, permettimi di farti i complimenti:
le finezze del tuo Deutero-Esperanto, dalla fonologia fino alla semantica,
passando per la morfo-sintassi, sono un vero piacere non solo da apprendere, ma
da “sfiorare” nella pratica! È raro trovare una lingua che sappia unire rigore
e bellezza così profondamente. Richeri: Ti ringrazio, Professor Grice!
Ho sempre creduto che una lingua universale debba essere accessibile e
affascinante per tutti, e la mia “scia-grafia” cerca proprio questo. Lavorare
sulle sfumature fonologiche e sulle strutture logiche mi ha permesso di
proporre un sistema che si avvicina alla filosofia, pur restando semplice e
chiaro. Grice: La tua opera, Richeri, mi ricorda il sogno di Leibniz e Peano:
trasformare la complessità del pensiero umano in segni universali. Trovo
geniale l’associazione dei caratteri astratti a significati ben definiti. È una
strada che apre nuove prospettive sul dialogo filosofico e scientifico. Richeri: Sono
felice che tu abbia colto questo aspetto! L’intento era proprio quello di far
dialogare filosofia e matematica, come nell’Alfabeto della natura e dell’arte.
Penso che il piacere di “spazzolarsi” con una nuova lingua, sia nel pensiero
sia nell’esperienza, sia il vero premio per chi desidera andare oltre le
frontiere del sapere. Richeri, Ludovico Ignazio (1802).
Elementi di filosofia. Genova: Richeri.
Armando Rigobello (Badia Polesine, Rovigo, Veneto):
la ragione conversazionale o dell’allargamento interpersonale del razionale –
l’intenzionalità rovesciata. Grice’s theory of
reason-governed conversational meaning explains how what is meant can exceed
what is said because interlocutors are presumed to be rational cooperators:
hearers reconstruct implicatures by attributing intentions and by assuming
shared norms of relevance, adequacy, and intelligibility. Rigobello’s
personalism, as presented in your passage, shifts the centre of gravity from
that inferential mechanism to an ethically thick account of interpersonal
rationality: “the widening of the rational” is not chiefly a set of maxims for
decoding utterances, but a demand that my relation to the other should make me
answerable and even become a question for them, so that reason is personified
and expanded through responsiveness rather than merely deployed as an
interpretive calculus. Where Grice models conversation as a rule-governed
practice whose rationality is exhibited in the justifiability of inferences
from speech to implied content, Rigobello treats the interpersonal relation as
constitutive of rationality itself (an “inverted intentionality,” in your
phrase): the other is not primarily an audience that recognizes my intention,
but a presence before whom my rational life is ethically tested and
transformed. The upshot is a contrast between a pragmatics of interpretation
(Grice: how implicatures are derivable and, in principle, cancellable) and a
personalist ethics of dialogue (Rigobello: how meaning and rationality are
deepened by encounter and responsibility), with a partial convergence in their
shared anti-solipsism: both require more than a private mind, but Grice secures
that through cooperative inferential norms, whereas Rigobello secures it
through the irreducibility of the person-to-person relation as a condition for
reason’s full scope. Il nostro rapporto con gl’altri
deve sempre farci essere un interrogativo per loro. Fra i principali
rappresentanti italiani del personalismo. Dopo gli studi liceali a Padova
consegue la laurea in filosofia, quale allievo di STEFANINI e PADOVANI. Insegna
a Padova, Perugia e Roma. Spazia dalla meta-fisica, all'etica e la filosofia
politica, alla storio-grafia. Collaboratore a Studium. Ripensa il
personalismo partendo dal presupposto per cui esso, potendo anche costituire un
possibile complemento integrativo ed estensivo alla meta-fisica non puo
comunque considerarsi una dottrina filosofica definita bensì una posizione che
mette in primo piano il concetto di "persona" (cf. Strawson, “Il
concetto di persona”). Il personalismo non è in contraddizione con la
meta-fisica bensì ne puo costituire un proficuo ampliamento
psico-logico, etico, antropo-logico. Uno dei suoi contributi più originali
consiste nel personificare -- proprio per il tramite del personalismo -- la
ragione meta-fisica attraverso quel processo di integrazione fra
l’esistenzialismo e la filosofia classica. Ri-esamina nel suo evolversi, nonché
compara criticamente e storicamente, questo concetto di “persona” alla luce
della storia della filosofia fino ad arrivare alla filosofia romana – il
schiavo non è persona -- chiamando in causa anche l'ermeneutica, la filosofia
morale e la sua storia. Ne risulta, quindi, che il concetto di persona – nel
diritto romano repubblicano -- deve anzitutto essere inteso in un senso
giuridico. l’allargamento del razionale, ‘struttura e significato’, il regno
dei fini, comunita, Grice on human vs. person, Strawson, the concept of the
person, Ayer, the concept of a person. In personam, persona sui iure, persona
populum (Cicero). Grice: Rigobello, a Badia Polesine avete preso il
“razionale” e l’avete portato a fare una passeggiata tra le persone, senza
farlo vergognare. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza:
lui sostiene che quando sente “allargamento interpersonale” gli viene voglia di
allargare anche il tavolo, per sicurezza. Rigobello: È una precauzione sensata.
Nel personalismo, l’altro non è un oggetto di cui parlare, ma qualcuno davanti
a cui rispondi. E infatti il nostro rapporto con gli altri dovrebbe sempre
renderci un interrogativo per loro: non una risposta pronta, ma una presenza
che obbliga a pensare. Grice: E proprio perché Speranza e io ci stavamo
chiedendo che cosa significhi “allargamento interpersonale del razionale”, mi è
venuto da pensare a certi tutee che, ogni tanto, sono irrimediabilmente…
occasionali. C’è quello ragionevole che si allarga da sé appena vede un
argomento, e poi c’è quello che, quando gli apri lo spazio, ti ci fa un
allagamento: non un allargamento. E lì capisci che “razionale” è una parola
coraggiosa, perché deve includere anche l’irrazionale di passaggio, quello che
ti costringe a fare filosofia non come dimostrazione, ma come convivenza. Rigobello:
Razionale, la sua implicatura sull’irrazionale, Grice, come Speranza la
metterebbe — anche se lui, lo so, usa “razionale” malvolentieri e preferisce
“ragionevole”, perché ci tiene alla g di ragione e diffida delle parole troppo
levigate. “Razionale” suona un po’ da manuale, come un titolo in copertina;
“ragionevole” invece suona da persona in carne e ossa: non pretende perfezione,
pretende misura. E infatti l’allargamento interpersonale non è un trionfo della
Ragione con la maiuscola: è un esercizio di ragionevolezza condivisa, che regge
anche quando arriva il tutee irragionevole e ti costringe ad allargare non il
concetto, ma la pazienza. Rigobello, Armando (1964). Soggetto e coscienza.
Padova: Cedam.
Gregorio da Rimini (Rimini): la ragione
conversazionale, o del significato totale, la percezione del pane e Socrate è
seduto –scuoladi BOLOGNA. Grice: “I ever committed myself to the
existence of a proposition, but then neither did R. At most, we commit
ourselves, to the existence of a propositional COMPLEX!” -- Keywords:
propositional complex. Filosofo italiano.
Rimini, Emilia. M. Vienna. Il primo a conciliare gli sviluppi delle idee
d’Occam ed Aureolo. Questa sua sintesi ha un impatto duraturo. Insegna a
Bologna, Padova, Perugia, e Rimini. Da lezioni sulle sentenze di LOMBARDO .
Oltre alla sua opera principale, il commento alle sentenze di Lombardo, scrive
diversi saggi, tra cui: “De usura,” “De IV virtutibus cardinalibus” – cf.
Grice, philosophy, like virtue, is entire -- e un estratto del
commento alle sentenze, il “De intentione et remissione formarum,” un’appendice
sulla IV distinctio del I libro del commento alle sentenze, una tabula super
epistolis. Augustin. Manifesta una certa attitudine sincretistica tra gli
sviluppi d’Occam ed Aureolo. Mostra analoga tendenza anche nella ri-costruzione
e dell'analisi del processo della percezione animale e umana e il conoscere
umano, nelle quali si fondono in maniera originale elementi etero-genei desunti
da Aristotele del Lizio, Agostino e Ockham. Causa un grave fraintendimento
della sua filosofia, è qualificato come tortor infantium, per la supposizione
di aver condannato alle pene eterne i bambini che muoiono senza il battesimo.
In realtà espone tale dottrina senza pronunciarsi. Talvolta è indicato quale
antesignano dei nominalisti. Altre saggi: “Gregorii lettura super I et II
Sententiarum”; “De imprestantiis venetorum”. Mazzali, Gori, Manuale di
filosofia medievale, Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Dizionario di filosofia. complesso
significabile, semplice, complesso, animale, pane, l’animale percezione del
pane, Socrate is seated, truth-functionality, scuola italiana, scuola di
Bologna, studi generali in Italia, studio di Rimini. SCR, St John’s, a
winter evening in the early ’50s. The brandy is decent, the conversation is
not, which is how Oxford likes it: decency in liquids, indecency in opinions.
Grice: Another. Mabbott (who, as ever, contrives to stay still while
breathing): Another what. Grice: Another Sentences man. Mabbott: They come in
battalions. Which one has annoyed you now? Grice: Rossi della Marca. Francesco.
From the Marches—Ascoli, that way. 1319. Paris. Publice, facultate theologiae,
the whole performance. A Comentarius in libros
Sententiarum Petri Lombardi. Mabbott: I see. Another man
who travelled to Paris to explain a book that never changes. Grice: Exactly.
And then another—Rimini—twenty years on, doing the same thing again. Paris,
1342–44, lectures, revisions, the lot. The same Lombard, the same distinctions,
and yet we talk as if we’re witnessing “the growth of logic”. Mabbott: Growth
is a more respectable word than development. Development sounds like an
ailment. Grice: Growth sounds like something that happens naturally, which is
precisely what it isn’t. That is the joke. If you want the truth, the book
stays put and the men come and go: they gloss it, they quarrel over it, they
found their reputations on it, and then—having made their butter from it—some
drop out, some go home to run an Italian studium, some become administrators of
souls, and some die in harness. Mabbott: A civil service, then. With Lombard as
the permanent secretary. Grice: Quite. A medieval Whitehall, but with better
Latin. One begins in the Marches, rushes to Paris to be examined in public, has
the “aha” moment—what Hacker will one day call an insight if not an
illusion—and then returns to Italy to teach the same thing again, only now with
a Paris accent. Mabbott: The Swinging Thirties, you mean. Grice: Yes. I said
yes, meaning no. They swung, certainly: back and forth between the old sod and
the Seine. Italy had the oldest universities, and yet the ambitious Italians
still went north as if civilisation were a postal district. Mabbott: Why?
Grice: Language. Or rather: Latin with an audience. The Italians spoke Latin as
if it were cousin to what they spoke at home; the Franks used it as if it were
a uniform. And Oxford—Oxford later behaves as if Latin were a dead language and
then makes a whole career out of resurrecting it badly. Mabbott: And your
implicature? Grice: Only that universities are places where the text remains
immortal by the convenient device of making the commentators mortal. Which
sounds like an insult until one remembers it is merely an implicature—entirely
cancellable, except that it isn’t, because you’ve now heard it. Mabbott: You’ll
cancel it later in print. Grice: Naturally. In print one cancels what one
cannot cancel in company. That, too, is part of
the tradition.Grice: Curioso,
caro Rimini, che la posterità abbia completamente perso il suo cognome; così,
ci resta solo "Rimini". E sa, questo mi riporta subito a Occam, che
tutti ricordano solo per il luogo d'origine! Rimini: È vero,
Grice. In Italia c’è questa abitudine di legare il filosofo alla città natale.
Essere “Rimini” mi piace: forse così rimango più vicino alla pratica
filosofica, proprio come Occam! Grice: Allora, Rimini, il suo studio
sul complesso proposizionale mi affascina! Mi piacerebbe sapere come riesce a
conciliare le idee di Occam e Aureolo nell’analisi del significato. Rimini: La
sintesi nasce dall’esigenza di vedere la percezione come un processo complesso.
L’esperienza del pane o di Socrate seduto è una tessitura tra semplice e
complesso. Occam mi insegna a non moltiplicare gli enti inutilmente, Aureolo a
non trascurare la varietà della percezione. Alla fine, la filosofia, come la
virtù, è intera! . Rimini, Gregorio da (1342). Lectura super libros
Sententiarum. Paris
Carlo Rinaldini (Ancona, Marche): la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- del cimento del Lizio. Studia
a Bologna. A servizio di Urbano VIII, ottenne da Barberini, nipote
del papa, la supervisione delle fortezze di Ferrara, Bondeno e Comacchio.
Insegna a Pisa. Amico di GALILEI e BORELLI, il quale lo soprannomina Simplicio
per la sostanziale fedeltà al LIZIO. È in corrispondenza. Uno dei soci
fondatori del Cimento. Tuttavia ha numerose controversie con i suoi amici e con
Redi e Ruberti. Nonostante il conformismo, si oppone alla teoria della virtù
zoo-genetica delle piante, sostenuta dagl’altri accademici del cimento,
precedendo Malpighi con l'ipotesi che anche gl’insetti delle galle nascessero
d’uova deposte da individui della stessa specie. Insegna a Padova.
Saggi: “Philosophia rationalis, atque entità naturalis.” Un'altra delle sue
glorie è la sua proposta di scala termo-metrica utilizzando come riferimento
fisso il congelamento e l’ebollizione dell'acqua all'ordinaria pressione
atmosferica. Prropone di dividere l'intervallo in XII gradi. Altre saggi: “Opus
algebricum” (Ancona, Salvioni); “Opus mathematicum” (Bologna, Dozza);
“Mathematica italiana”; “Geometra pro-motus” (Padova, Frambotti); “Ars
analytica mathematum” (Firenze, Cocchini); “Ars analytica mathematum” (Padova,
Frambotti); “De resolutione atque compositione mathematica, Padova, Frambotti,
Philosophia rationalis, naturalis, atque moralis opus in quo praesertim physica
universa ex accuratis naturalium effectuum observationibus deducta et ubi rei
natura patitur geometrice demonstrata exhibetur, Tocii diVox autem vatiam atqve
multiplicem fafaitpar- Bifioin ciiioneui elini pnmd dividatur in illam quf
NIHIL SIGNIFICAT }nfcdulitz ac ARTICVLATA sic homini propriz st exteris
convenire non poflint. lu qurdem philosophus T'uces inquit nrat nimiruinfi; na
earum PASSIONVM qtu; SVNT IN ANIMO per passiones incelli geo mcmis CONCEPTVS.
cimento, cimentare, provando e riprovando, del Cimento, filosofia naturale,
filosofia razionale. Grice: St John’s, late afternoon, after a tutorial and before the next
duty. I have been reading Carlo Rinaldini, and I have been brought up short by
a thought that is not quite philosophical but has the irritating habit of
becoming philosophical by staying in one’s mind. You see, Rinaldini begins in
Ancona, where he has what all philosophers secretly want and few admit to
wanting: a house that is not a college room and not a rented compromise, but a
parental base, a place where your papers can lie about without moral rebuke.
Then he goes off to Macerata — call it fifty-ish kilometres in the only sense
that matters, namely, “far enough that your mother can’t pop in.” He takes a
theology degree, which in those days can mean anything from a ceremonial test
to a real bout of disputation; and then, almost indecently, he goes straight
back to Ancona and publishes not a syllable about God, but an Opus algebricum.
At which point one wants to ask: what is the order of priorities here? And the
answer is perfectly clear, though it sounds like an insult until you remember
it is merely an implicature: the degree is what you need to be allowed to speak;
the algebra is what you want to say. I imagine him on the road, not heroic,
just practical. The world says, “Take theology; it’s respectable.” He takes it.
The world says, “Now that you have taken theology, you will devote yourself to
theology.” He does not. He takes what he needed, and then he returns to what he
meant. There is a kind of moral in that, but I refuse to state it baldly,
because stated baldly it would sound like I am praising him, and praise is a
form of overcommitment. Still, consider the contrast. When the war came, I
stopped. Admiralty intelligence has a way of turning the mind into an
instrument, and when you are being used as an instrument you do not, in your
spare moments, write treatises on algebra. You write memoranda, and you learn
to admire, at a distance, the men who manage to keep their real work going
while the world interrupts them. Rinaldini’s interruptions were not Whitehall
and files; they were the ordinary inconveniences of seventeenth‑century Italy —
travel, patrons, fortifications, quarrels, academies, and the constant social
necessity of seeming orthodox enough to be left alone. So yes: he goes from
Ancona to Macerata, picks up the theology as one picks up a passport, and then
goes back to Ancona and prints algebra as if to say, quietly: “Now, if you
don’t mind, I shall return to the subject.” That “if you don’t mind,” by the
way, is the whole philosophy. It is what we call a politeness formula; it is
also what we call a survival strategy. And it is, in the nicest sense, a
conversational implicature: I am going to do this regardless of whether you
mind — but I would like you not to force me to say so. Punchline (because even
a vignette needs one, and Grice would pretend it doesn’t): the road from Ancona
to Macerata is shorter than the road from theology to algebra — but Rinaldini,
being a mathematician, took the shorter route. University Parks, North Oxford.
Saturday, late morning, though the philosophical residue of it only becomes
digestible on Sunday afternoon. I am walking the children along the gravel,
because children require a surface on which to spend their surplus metaphysics.
Austin has just finished one of his Saturday mornings—the sort which begin as
“a chat” and end as a moral obligation—and I am trying to process it the only
way I know: by pretending I am not processing it at all. We meet, by accident,
which in Oxford means: by design plus habit. Austin is with Mary Warnock, whom
he drags along like moral ballast, as if moral philosophy were something you needed
in the passenger seat when you were driving too fast through sense-data. Austin
says almost nothing at first. That is his way of “opening” the conversation: he
opens it by not opening it, and you are meant to infer the opening from the
absence of opening. If I later call that an implicature, I shall of course deny
it and say it was merely a silence. Mary says, cheerfully, “Hello, Grice,” as
if that were enough to establish the Cooperative Principle by fiat. Austin
glances at what I am carrying—Bodleian spoils in an old paper wrapper—and says,
as if he were identifying a suspect in a line-up: “Algebricum.” It is difficult
to catch the illocutionary force of the remark. It could be a question. It
could be a rebuke. It could be—worse—approval. “Yes,” I say, because in Oxford
“yes” is the safest way to postpone the rest of the sentence. “Italian neuter,”
I add, because one must retaliate in one’s native weapon. “It agrees with opus.
Opus algebricum. Not—pace Ayer—ordinary language at all.” Mary laughs in the way
moral philosophers laugh when someone has got away with something that sounds
indecent but is merely grammatical. Austin’s face does the thing it does when
he has a joke and is deciding whether it is morally permissible. “Al-,” he
says. “That’s the trouble. It isn’t even Latin trouble. It’s imported trouble.
Definite article and all.” “Exactly,” I say, pleased and ashamed to be pleased.
“The Arab has got into the title-page. A little ‘al’ sitting there like a
stowaway. And once it’s in, no amount of Oxford will shift it. We can decline
amo, but we can’t decline al-.” Austin: “Frege would have hated it.” I cannot
resist. “Frege pretended he was founding arithmetic. But arithmetic is
respectable Greek—arithmos—whereas algebra is a practical foreigner. It turns
up with methods, not manners.” Austin looks at me as if to say: you are about
to moralise, which is precisely what you accuse me of. So I add, quickly, the
self-effacing rescue: “I’m not saying that as a thesis. Merely as—well—an
implicature. Entirely cancellable.” Mary: “Cancellable, perhaps. But you’ve
already let the children hear it.” And indeed one of the children has seized on
the only audible bit—“al”—and is now chanting it as if it were a magic
syllable. AL! AL! AL!—which is what happens when the Arabic definite article
meets the English playground: it becomes an imperative. Austin watches this for
a moment, and then produces his punchline without changing his tone: “You see,
Grice—this is why I don’t open conversations. If you open them, they let the foreign articles in.”Grice: Rinaldini, lei
riesce a far sembrare la filosofia naturale una faccenda da cantiere—ma con
galateo: fortezze da supervisionare, scale termometriche da inchiodare, e poi
Galileo che le dà del Simplicio come se fosse un titolo accademico. Ne parlavo
ieri, di sfuggita, col collega filosofo Speranza: dice che “del Cimento” suona
come una società scientifica e insieme come una palestra per caratteri. Rinaldini:
A Bologna si impara presto che l’esperimento è una virtù sociale: se non reggi
il contraddittorio, non reggi nemmeno il termometro. E con Borelli e gli altri,
creda, il cimento non era un motto: era un programma di vita—provare,
riprovare, e litigare con garbo. Grice: Proprio perché Speranza e io ci stavamo
chiedendo perché “cimento” suoni così fisico, mi sono messo a guardare la
parola da dentro: viene dal latino (medievale) cimentum, legato a cimentare,
cioè mettere alla prova, fare esperienza, misurarsi. Non è “certezza”: è urto
controllato. E quando uno dice “del Cimento”, non sta soltanto nominando
un’accademia; sta facendo capire che lì la ragione non si dimostra soltanto, si
stressa—come una fortezza, come una scala, come un’ipotesi sugli insetti delle
galle che deve reggere anche quando tutti la guardano storto. Rinaldini: Non la
chiamerei implicatura dura come il cemento, Grice—le implicature sono
cancellabili, dopotutto—ma vede il punto. Diciamo allora: implicatura
“cimentata”, come Speranza preferirebbe. Perché la sua battuta mette alla prova
l’idea giusta: che il nostro linguaggio scientifico non descrive solo
risultati, descrive un’etica del provare e riprovare. E in questo, lei è più
“del Cimento” di quanto ammetterebbe: non per rigidità, ma per resistenza.
Rinaldini, Carlo (1640). Opus algebricum Ancona: ex officina Marci Salvioni.
Ezio Riondato (Padova, Veneto): la ragione
conversazionale o del metodo dell’etologia filosofica. Studia a Padova sotto
STEFANINI, FERRABINO, PADOVANI, e DIANO. Studia l’Aristotele neo-latino. Uno
dei galileiani. Ezio Riondato. Riondato. Keywords: il metodo dell’etologia,
morale, morale classica, Aristotele neo-latino, Epitteto, l’enuniciazione, dell’interpretazione
in Aristotele, crisi, metafisica e scienza in Aristotele. The university and
the city were hit by heavy bombing, including damage to university buildings.
The strategic bombing campaign against Padua ran from December 1943 to April
1945, with the university listed among the hit sites in the first raid and
later raids as well. (And UniPD/CASREC’s
own materials on the bombings corroborate the broader context and documentation
focus.) Merton,
early ’50s. A room that smells faintly of coal, old books, and the sort of
optimism that only appears once one has survived the war and can afford to be
bored again. Grice is sitting with a cup of tea he has not yet decided is tea;
Hampshire is standing as if he still expects a bell to ring. Hampshire: Quite a
change from the Admiralty, isn’t it. Grice: Oh, quite. At the Admiralty one was
never allowed to be wrong; at Oxford one is encouraged to be wrong provided one
is wrong in the right accents. Hampshire: And to be wrong at length. Grice: At
length, yes. Though the Admiralty had its own length: you could be silent for
twelve hours and still be “on duty.” Oxford has improved on that by making one
silent in public and calling it thinking. Hampshire: What are you reading?
Grice (as if reluctant to confess a vice): Riondato. Hampshire: That takes you
back, does it? Grice: It does. Not to Whitehall—worse luck—but to the war years
in a different key. The poor man was in Padua, reading classics while the sky
was falling in. Air raids, all that. And he still contrived to finish his first
laurea in classics. Hampshire (dryly, as if confirming an intelligence report):
He did. Grice: He did. That’s what I like about it. We did our war by stopping
our lives and calling it service. He did his by continuing his life and calling
it—what do they call it?—filologia. The university taking hits, the city taking
hits, and the man taking notes on Aristotle as if Aristotle could be used as
sandbags. Hampshire: “One of ours,” then? Grice: In the only sense that
matters: he behaves as if thought were not a luxury item. Which is a very
un-English stance, and therefore I find it oddly consoling. Hampshire: You mean
he did classics and then philosophy? Grice: Exactly. A double first, but in the
continental idiom. For a Lit Hum type, classics and philosophy are, if not the
same thing, at least the same punishment. Hampshire: But there are two words
there. How can it be the same thing? Grice: Oxford’s answer is simple: we keep
both words so that the examination can be twice as long. Hampshire: That’s not
an answer; that’s an administrative maxim. Grice: Precisely. And here I find
myself wishing Strawson were present, because he’d do that perverse little
twist where he pretends not to see the point, and then—quite unfairly—sees it
first. Hampshire: Strawson would say you’re implicating something. Grice: I am.
And worse: I am doing it self-effacingly, which is the most English form of
confession. The implicature is that Riondato was braver than we were. We were
paid to be interrupted; he studied under sirens. Hampshire: And the punchline?
Grice: Only this: in 1943 Padua’s buildings were being examined by bombers, and
in 1953 I still complain when a scout slams a door in Merton’s staircase and
interrupts my “research.” It makes one wonder whether the war improved my
character—or merely my excuses.Grice: Riondato, a Padova siete capaci di far
diventare l’etologia una cosa rispettabile, quasi da toga. Ieri, di sfuggita, ne parlavo col collega filosofo Speranza: lui dice che
appena sente “metodo”, i padovani gli mettono in mano un Aristotele e gli
tolgono il caffè. Riondato: È una misura igienica. Tra Aristotele neo-latino e
un po’ di Epitteto, il caffè lo si guadagna dopo. E poi l’etologia, detta bene,
non è lo zoo: è il modo in cui il discorso si comporta quando pretende di
essere morale senza fare il prete. Grice: E infatti, dopo quella conversazione
con Speranza, ci siamo messi a pensare a Cicerone e a una piccola trappola di
lessico: per lui ethos è già, molto spesso, mos, cioè costume, carattere,
quindi morale in senso pieno. E allora capisco perché “etologia” mi suoni come
una di quelle parole che sembrano innocenti e invece sono una scienza con i
denti: una scientia del mos che finge di studiare i comportamenti come se
fossero neutrali, mentre in realtà ti sta già chiedendo conto di che cosa
approvi, che cosa tolleri, e che cosa chiami “buono”. Riondato: Morale la sua
implicatura, Grice, come Speranza la formulerebbe volentieri — mai moralistica.
Perché se per Cicerone ethos è già mos, allora “etologia” in latino non viene
fuori come etologia: viene fuori come una scientia morum, e a quel punto la
scienza rischia di sembrare un catechismo con la pretesa del microscopio. Lei
invece salva la faccenda: non sta facendo la predica, sta facendo vedere che
anche quando “descriviamo” i costumi, stiamo già scegliendo il lessico del mos.
E Speranza, che diffida dei suffissi come di certi vizi, qui sarebbe d’accordo:
morale sì, moralistica no. Riondato, Ezio (1944). La rilevanza teorica della
filologia classica. Padova.
Cesare Ripa (Perugia, Umbria). una icona griceiana.
Grice:
“When I gave my seminars at Oxford on Peirce I never took his icons too
seriously. Only later, though, I realised that, amongst what I call the ‘modes
of correlation,’ the ‘iconic’ figures large – and even later, I realise that
any non-iconic system of representation (such as Deutero-Esperanto) RELIES on
an iconic, causal, physical, natural one!” -- Keyword: icon. Iconologia. (Roma) è stato un filosofo, storico dell'arte e scrittore
italiano. M. Perugia. Da giovane entrò nella corte del cardinale Anton Maria
Salviati, come «trinciante», ovvero addetto a tagliare le vivande della mensa
del cardinale. Riceve il prestigioso titolo di “Cavaliere de' Santi
Mauritio et Lazaro” conferitogli da Papa Clemente VIII.Membro dell'Accademia
degli Intronati di Siena, dedita allo studio di opere classiche e di medaglie
antiche, ebbe contatti con quella degli Incitati a Roma, città in cui risulta
presente. Quale accademico aveva il soprannome di «Cupo», e la sua impresa era
formata da un «Tronco d'Amandola unito con uno di Moro celso». Allegoria della
Dignità -- è l'Iconologia overo Descrittione Dell'imagini Universali cavate
dall'Antichità et da altri luoghi, pubblicata a Roma dagli Heredi di Giovanni
Gigliotti e dedicata al cardinale Salviati. Tra le fonti letterarie utilizzate
per l'opera furono gli Hieroglyphica di Pierio Valeriano, l'Emblematum libellus
di Andrea Alciato, il Discorso sopra le medaglie degli antichi di Sebastiano
Erizzo e le Pitture di Anton Francesco Doni. L'Italia turrita e stellata di R.
Si può notare, sopra la personificazione allegorica, la Stella d'Italia L'opera
"necessaria à Poeti, Pittori, et Scultori, per rappresentare le virtù,
vitij, affetti et passioni humane", è un'enciclopedia dove vengono
descritte, in ordine alfabetico, le personificazioni di concetti astratti, come
la Pace, la Libertà o la Prudenza, contraddistinte da attributi e colori
simbolici. Il testo venne riedito a Roma, per i tipi di Lepido Facij e dedicato
a Lorenzo Salviati, ampliato con oltre 400 voci. deutero-esperanto, icon,
eikon, iconologia, Grice’s lectures on Peirce, Oxford, iconic. St John’s, Oxford,
1946. I am meant to be preparing a seminar on “Meaning,” and instead I find
myself rehearsing, in my head, an argument with Strawson. That is not quite
fair: he is not in the room; he is merely in the background in the way one’s
conscience is in the background, except that one’s conscience does not usually
quote Quine. “You must include Peirce,” Strawson had said, with the calm
brutality of the very reasonable. He loves Quine, he loves C. W. Morris, he
loves Peirce; he will one day, I imagine, love anything that comes with a label
and an index. I begin to suspect he lied to me when he said he was born almost
within the sound of Bow Bells. It is the sort of lie that means: I am more
London than you are Birmingham. One forgives it, but one remembers it. I had
been thinking of concentrating on Ewing’s Meaninglessness, which I find
hyperbolic, and on Lady Welby, who at least has the decency to be eccentric in
a principled way. But Strawson points out that Ogden (he ignores Richards,
which is itself a philosophical position) in The Meaning of Meaning does
mention Peirce in correspondence with the Lady, and so I should take notice.
Ten years after. After revising my notes I find, with irritation, that Strawson
was right in a way that makes one dislike being right oneself: the icon is the
thing. Except that Peirce, for all his threefoldness, is not the beginning of
it. The beginning, for my purposes, is Ripa. Iconologia. Rome, 1593, printed by
the heirs of Giovanni Gigliotti, dedicated to Salviati, and (if the Bodleian
had any public spirit) advertised more profusely than it is. Ripa is righter
than Peirce, and I do not mean that as an insult to Peirce; it is an
implicature, and I should add, for safety, that it is the sort of implicature I
would later deny having meant. For now I see that if I want to avoid
conventionality (which is, and was, and will be Austin’s burden), I must allow
for different modes of correlation between what one says and what one gets
one’s hearer to take. Mary has measles: the spots mean measles; and if one
insists, the spots iconically represent what is going on in Mary’s system. Dark
clouds mean rain. You look, you infer, and there is no treaty signed in
advance. Aquinas calls it a natural sign; the Italians call it segno naturale;
I, being Oxford, call it natural meaning and then pretend that the naming was
the work. The word itself behaves. εἰκών, the eikon, as Cicero well knew, though he read more Greek than he read
Cato’s provincial rudimentary Latin, the equivalent of Ogden’s Basic English.
You see the apple, you see the pillar box, and a causal process produces, in
your retina and in your subsequent psychological story, an icon of the thing.
The postman approaching the box has an icon of the red pillar box; his thought
represents it; it is, in that sense, an icon of it. One can call this
“representation” and feel modern, but it is still, at bottom, likeness doing
work. And then London, being London, spoils your examples. There is, in the
City, a green Penfold pillar box on St Martin’s le Grand, a commemorative
oddity, and the postman (who is loyal to his habits) may still find himself
saying, “That pillar box does not look red to me.” The utterance is not iconic;
it is a report, and reports have the decency to be non-iconic. But everything
behind it is iconic: the light, the surface, the retina, the stored icon of
“pillar-box-red,” the recognition that recognition has failed, and the rescue-operation
we call a sentence. If there is an implicature here, it is only that I am
blaming London for my philosophical tidiness. Even the social cases rely on the
same mechanism. England cannot play a game of cricket with Australia; but this
XI can, and that XI can, and each team represents its country, not by magic,
but by a licensed likeness. It is not resemblance of colour or shape but
resemblance of role, which is still a species of icon, only dressed in blazers.
I am tempted, in a fit of Italianisation, to call it the Ripa principle: every
non-iconic system of representation depends on, or is founded on, an iconic
one. The philosopher supplies the logos; the icon is out there; the iconologia
is ours. I note, for the record, that “tempted” is a hedge, and therefore a
small implicature that I am about to go further than I can justify. Ripa, in
Perugia, makes the icon practical: not a concept, but a utensil. He was a
trinciante, cutting and serving at Salviati’s table; and I begin to see the analogy,
which is so neat that it embarrasses me. Allegory, attribute, colour: the
reader understands before the sentence finishes. Oxford pretends to despise
that, and then does the same thing under the name of “example.” So tomorrow,
when I stand up in my seminar on meaning, I shall mention Peirce because
Strawson has forced my hand; but I shall be thinking of Ripa because Ripa has
forced my eyes. And if anyone asks what I have “done,” I shall say, with my
best self-effacing seriousness, that I have merely implicated it.Grice: Ripa, a
Perugia siete capaci di far diventare l’icona una cosa pratica: non un
concetto, ma un utensile. Ieri, di sfuggita, lo
dicevo al collega filosofo Speranza: sostiene che lei, con l’Iconologia, riesce
a fare quello che a Oxford riusciva solo al trinciante—tagliare e servire le
idee in porzioni digeribili. Ripa: È un’arte antica, professore: allegorie,
attributi, colori—e il lettore capisce prima di aver finito la frase. In fondo
lo scopo era proprio “necessaria à Poeti, Pittori, et Scultori”: gente che non
ha tempo per le definizioni, ma ha occhio per le somiglianze. Grice: Proprio
dopo quella chiacchierata con Speranza ci siamo accorti di una cosa: ora
capiamo perché Cicerone si spazientiva con “icona”, cioè εἰκών, quando doveva tradurre. Perché εἰκών non è semplicemente “immagine”: è un modo di rappresentare che porta con
sé la somiglianza come argomento. E allora non stupisce che, anche quando uno
sogna una lingua tutta pulita e non-iconica—tipo un Deutero-Esperanto—poi,
appena deve spiegarsi, torna sempre a una εἰκών: un gesto, una figura, un pezzo di mondo che “mostra” prima di “dire”. Ripa:
Iconica la sua implicatura, Grice, come Speranza la chiamerebbe con piena
ragione. E mi piace perché mette d’accordo Perugia e Oxford: l’icona non è un
lusso estetico, è la stampella della comprensione. Lei può anche costruire
sistemi astratti finché vuole; ma quando deve farli camminare tra la gente, ha
bisogno di un colore, di un attributo, di una figura che faccia da scorciatoia.
E questo, mi creda, è più ciceroniano di quanto Cicerone avrebbe mai ammesso in
pubblico. Ripa, Cesare (1593). Iconologia. Roma: Lepido Facii.
Emanuele Riverso (Napoli, Campania): o, la ragione
conversazionale della la forma del segno romano. Studia a Napoli. Insegna a
Salerno e Napoli. Spazia dalla filosofia critica ed analitica, alla logica
formale, ed è stato esperto in problemi di linguistica, di filosofia delle
scienze e delle culture. Saggi: “Colpa e giustificazione nella re-azione anti-immanentistica
del "Roemerbrief" barthiano”; “Teo-logia esistenzialistica”; “La
costruzione interpretativa del mondo”; “L’epistemo-logia genetica”,
“Meta-Fisica e Scientismo”; “Filosofia e analisi del linguaggio”; “Dalla magia
alla scienza”, “Conoscenza e metodo nel sensismo degl'ideologi”; “L’esperienza
estetica”; “La filosofia d’Occidente, Corso di storia della filosofia, Natura e
logo, La razionalizzazione dell'esperienza, La filosofia analitica, La
filosofia, Individuo, società e cultura. La psicologia del processo culturale,
L’immagine dell'universo. Astronomia e ideologia, Il pragmatismo, La
spiritualità, Il linguaggio nella filosofia romana antica, Democrazia,
iso-nomia e stato, Una corrente filosofica; riferimento e struttura; Il
problema logico-analitico in Strawson, Democrazia e gioco maggioritario,
Filosofia del tempo, La civilta e lo stato romano; Alle origini del pensiero
politico, La carica dell'elettrone, Esperienza e riflessione, Forma culturale e
paradigma umano; Le tappe del pensiero filosofico nella cultura d’Occidente,
Paradigmi umano e educazione, Filosofia del linguaggio, Dalla forma al
significato, Cose e parole, Come BRUNO inizia a parlare: Diario di
una maestra di sostegno, “La rimozione dell'eros nel giansenismo”, Civiltà,
libertà e mercato nella città italica antica (Roma). Un viaggio al centro
dell'immaginario religioso e mistico che ha influenzato l'umanità, morale e
dottrina, Cogitata et scripta, Filosofo del linguaggio, La Tribuna. Semiosi
iconica e comprensione della terra. Intorno al pensiero di Karl Barth. la forma
del segno, la tappa, le tappe, riferimento, ri-ferire, vico, animale
raggionavole, magia e scienza, Bruno. Merton, Philosophical Library, 1951. Merton, Philosophical Library. What
are you reading? Strawson asked me. The question was not merely polite. He had
caught me with the book open on one knee, and on the other knee a notebook, and
a pen poised with that look a pen gets when it expects to be useful. The whole
arrangement suggested, not reading, but preparation. Nothing of importance, I
said. A Padovan export. Off CEDAM. CEDAM, Strawson repeated, as if it were an
English verb. Is that meant to be a publisher or a threat. Publisher, I said.
They don’t have Clarendon in Padua. They have their own establishment, and then
they hide it behind an acronym, as if the syllables would be too Italian to
carry in public. Title, Grice, Strawson said. That was my implicature. All
right, I said. But the thing is so large it violates my private maxim: do not
repeat yourself twice. I see, he said, which in Strawson’s mouth means: I
insist. So I gave in and began, as one does, to shorten where one can, and to
over-enunciate where one cannot. Intorno al pensiero
di Karl Barth, I said. Intorno, Strawson echoed. Around. Like
a merry-go-round. Exactly, I said. Not what Riverso thinks, but what he thinks
around. He’s circling a thinker, like a cautious dog. And then it continues:
Colpa e giustificazione. Guilt and justification, Strawson said, brightening.
That does sound like something one might do on purpose. Like Freedom and
Resentment, but with more theology and fewer suburbs. Then: nella reazione anti-immanentistica— Anti what, he said.
Anti-immanentistica, I repeated. In Italian they
tolerate one i after another. We only allow it for Latinates. Anglii and the
rest of that indecency. Is that all, Strawson asked, as if he knew perfectly
well it was not, and also because my tone had not given him the sort of closure
that cancels further inquiry. No, I said. You’re quite right. It goes on. It is
a large cover book. Reazione anti-immanentistica del Roemerbrief barthiano.
Barthiano, he said. Isn’t that redundant. Surely the Roemerbrief is Barth’s.
Not if you read it the way a philosopher reads, I said. A philosopher reads for
scope, not for charity. Brief is a common noun, and Roemer is, grammatically
speaking, a common adjective. If you write Roemerbrief barthiano you are doing
two things at once. You are labelling the document and you are disambiguating
the author. So the redundancy is not redundancy, Strawson said. It is
insurance. Precisely. Riverso is implicating, as I use the term, that there
could be Roemerbriefe that are not Barth’s. If you omit barthiano you leave a
door open for the wrong sort of reader. And the wrong sort of reader is exactly
the sort one meets in libraries. Strawson looked at the cover again, then at my
notebook. And this is why you’re taking notes. Partly, I said. Partly. Partly
I’m taking notes because if I don’t, the title will continue to exist only as
an endurance-test, and I should like it to exist as an example. And partly
because it is the neatest illustration I’ve had this week of what Italians can
do, casually, with the words around and of. How so. Because “intorno al
pensiero” advertises modesty while smuggling in a method. It says: I am not
pretending to be Barth. I am merely in Barth’s neighbourhood. But that
neighbourhood is where all the action is. It is where you can discuss guilt and
justification without pretending you invented guilt or discovered justification.
Strawson nodded, as if acknowledging that neighbourhoods are indeed where
metaphysics happens when it tries to look respectable. Still, he said, what is
Riverso actually doing in the book. He is testing a very particular move in
Barth, I said. The anti-immanentistic reaction, which is a grand phrase for a
simple discomfort: the refusal to let the divine collapse into the merely
human, or the eternal into the historical, or grace into psychology. Barth is
reacting against a style of thought that makes everything immanent, everything
available on the surface, everything explainable without remainder. Riverso is
following that reaction and asking what it commits Barth to—what it rules out,
what it forces you to say, what it forces you to stop saying. So it is a book
about what can and cannot be said, Strawson said. Exactly, I said. It is about
the discipline of refusal. The refusal to explain away. The refusal to
translate the sacred into something comfortable. Strawson smiled in that way he
has when he is about to turn my sentence into a mild rebuke. Then it will fit
you perfectly, Grice, he said. You have always been fond of refusal. That is
unjust, I said. I am fond of restraint. How do you tell them apart. You can’t,
I said, unless you know the motive. Refusal is what you do to stop the other
chap talking. Restraint is what you do to stop yourself. And Riverso. Riverso,
I said, is practising restraint under the guise of commentary. He stays
“around” Barth so that he can say, with a straight face, that he isn’t
preaching. But the whole title is already a small sermon in method: we will not
speak from above; we will speak from around. We will not claim the centre; we
will patrol the perimeter. Strawson sat down, as if the matter now required
residence. And have you found a Roemerbrief that isn’t by Barth. Not yet, I
said. But the beauty of Riverso’s barthiano is that it makes the question
intelligible. It creates, by a mere adjective, the logical space for the
counterexample. That is what good labelling does: it tells you what would count
as a mistake. He glanced again at my notebook. And what have you written so
far. Very little, I admitted. Just the title, broken into manageable parts, and
one line of English: beware of adjectives that look redundant. They are often
doing the real work. Strawson rose, satisfied. Then you are ready for your
examination, he said. Ready, I said, in the only sense that ever applies. I
have a title I can now repeat without fainting. And as he walked off, I found
myself thinking that this, too, is why Oxford is a peculiar place to read
Italian philosophy. An Italian can write a title that looks like a whole
argument, and then use an extra adjective to keep the argument honest. An
Englishman reads it and thinks, at first, that the extra adjective is merely
ornamental. Then he remembers that in our own work the “ornament” is often the
whole point, only we are too shy to admit it, so we hide it, not behind
acronyms, but behind the word “obviously.”
a) CEDAM is an acronym for Casa Editrice Dott. Antonio
Milani (Padova). [it.wikipedia.org], [treccani.it] (b) Römerbrief literally
means “Letter to the Romans” (i.e., the Epistle to the Romans). In the Barth
context, Der Römerbrief is Karl Barth’s commentary on Paul’s Epistle to the
Romans. EPILOGUE.
Two days later. How is your Riverso going? Strawson asked. Fine, I said. I’m
rather taken with CEDAM. Milani strikes one as an eminence. What Milani?
Strawson asked, with the mild alarm of a man who suspects you have acquired a
new Italian without telling him. I told you CEDAM was an acronym—like
Clarendon, or Blackwell, for that matter. Only we put the proper name in
capitals and pretend we’ve done something scholarly, whereas Padua hides the
man behind four letters. But listen: if you say C-E-D-A-M slowly enough, you
can almost hear him at the end: M. I held the M a fraction too long, in the way
only I can and nobody thanks me for. Strawson said: You’re making a phonetic
argument for a publishing house. I’m making a conversational one, I replied. If
a house takes the trouble to conceal a name, it is inviting you to infer the
name. And the Römerbrief? he asked. Ah, yes. Riverso has dropped the umlaut, I
said—Italian typography cannot be expected to keep German diacritics in good
health. But the point remains: Römerbrief means “Letter to the Romans.” Someone
writes a mere letter—a brief—to the Romans, I went on. Has it got to be Paul?
Well, Strawson said, it wasn’t you. No cigar, I said. It’s all Greek, I
admitted, and you never had it; but what Paulos wrote was Ἐπιστολὴ πρὸς Ῥωμαίους. And that is already
instructive. “Epistle to the Romans” is not a proper name at all: it’s a
description. Anyone can write an epistle, and “Romans” is far too collective to
fit your mould in Individuals. If I said “a letter to the English,” you’d ask,
quite rightly, “Which English?” Strawson said: I should ask, first, who on
earth would write to “the English” as if we were one addressee. Exactly, I
said. Romans is a plurality in uniform. And “brief” is just a noun wearing an
air of authority. The description doesn’t settle the author; it leans on
context to do the settling. Which is precisely what Barth is doing, Strawson
said. Not proving that it must be Paul, but exploiting the fact that it already
is Paul for anyone who has been brought up properly—by the Vulgate, the pulpit,
and a general European conspiracy of reference-fixing. Yes, I said. Barth’s
Römerbrief is not “a letter that happens to be to Romans.” It’s that letter:
the one that has become, as you say, dogma. If Quine were here he’d call it a
canonical text and then deny there are any canons. Strawson smiled. And
Riverso, circling it “intorno,” is circling not merely a text but a settled
identification. I don’t deny it, I said. But Riverso’s little redundancy—Roemerbrief
barthiano—still amuses me. It’s like writing “the Oxford University of Oxford.”
It looks silly until you remember that the silliness does work: it blocks the
wrong inference, the one made by a clever reader who thinks descriptions always
underdetermine their referents. And you approve of blocking wrong inferences?
Strawson asked. In print, yes, I said. In conversation I prefer to let them
occur and then watch you try to repair them. In that case, Strawson said,
you’ll have plenty of Riverso left. No, I said. Only one more thing. When I
next see CEDAM in capitals, I shall no longer hear “a publisher.” I shall hear
“a man with a name.” And that, Strawson said, is the difference between a
letter and an epistle: one has a sender; the other has an institution. Quite, I
said. And Oxford, of course, has both—only it calls the institution “ordinary
language” and the sender “nobody in particular.”Grice: Riverso, lei a Napoli
riesce a far sembrare la “forma del segno romano” una cosa che si può ordinare al
banco, con lo scontrino e tutto. Ieri, di sfuggita, ne
parlavo col collega filosofo Speranza: dice che i napoletani sono gli unici
capaci di mettere insieme logica formale e magia senza chiedere permesso. Riverso:
È che a Napoli, se separi troppo, poi non ti capisci più nemmeno col barista.
La logica serve, certo, ma serve anche ricordarsi che le culture non sono
equazioni: sono abitudini, stratificazioni, “tappe”. E il linguaggio romano, se
lo guardi bene, è un’officina, non un museo. Grice: Proprio perché Speranza e
io ci stavamo chiedendo come mai, in certe pagine, si passi dalla forma al
significato come se fosse una scala mobile, mi è venuta una piccola perplessità
da filologo pigro. Segnare—signare—è tracciare un segno, marcare, incidere:
roba da notai e da legionari. Significare, invece, sembra aggiungere una
sillaba che vuole fare l’importantina: quel “-fi-” che pare dire “non basta il
segno, ci metto anche il significato in divisa”. Eppure, a sentirla parlare,
viene da pensare che spesso “significare” non sia un superpotere in più, ma
soltanto “segnare” visto dal banco di chi interpreta: un segno ben fatto, e il
resto lo fa la conversazione. Riverso: Implicatura segnata, non significata, la
sua, come Speranza vorrebbe che fosse. E mi piace perché è napoletanamente
parsimoniosa: non compra un “-fi-” se non serve. In fondo, nella filosofia
della comunicazione, la differenza tra segnare e significare è spesso una
questione di contesto: il segno è l’atto, il significato è l’effetto sociale
che si stabilizza. Se poi ci mettiamo dentro Roma antica, Vico, e persino Bruno
che “inizia a parlare”, capisce perché a volte basta incidere bene—e lasciare
che siano gli altri, con metodo (e un po’ di teatro), a fare il resto. Riverso,
Emanuele (1951). Intorno al pensiero di Karl Barth. Colpa e giustificazione
nella reazione antiimmanentistica del “Roemerbrief” barthiano. Padova: CEDAM.
Roccoto: la ragione
conversazionale e l’implicatura – filosofia italiana – (Roma). To be
identified. Grice: Roccotto, ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega
filosofo Speranza: a Roma basta un cognome perché la gente pretenda già un
sistema, e se poi ci metti “ragione conversazionale” e “implicatura” ti
chiedono subito dove si firma. Roccotto: A Roma è normale: prima ti mettono
l’etichetta, poi ti chiedono di meritarla. Però mi piace: la città è un’aula
senza campanella, e l’implicatura è il modo più economico per non fare tardi. Grice:
E proprio dopo quella chiacchierata con Speranza ci siamo domandati se non sia
questo il destino di certi nomi “da indice”: non tanto farsi riconoscere,
quanto farsi cercare. Perché “to be identified” suona come una nota di polizia,
ma in filosofia funziona da invito: se uno non è ancora identificato, allora
ogni frase che lascia un po’ di spazio diventa una pista. E così l’implicatura,
invece di chiudere il discorso, lo apre: fa lavorare il lettore come un segugio
educato. Roccotto: Implicatura identificativa, la sua, come Speranza la
rietichetterebbe. E mi sta bene: perché qui l’identità non è un dato, è una
pratica conversazionale. Se mi vuoi “trovare”, non serve un documento: basta
seguire le tracce—quelle che non sono scritte, ma che si capiscono benissimo.
Franco Rodano (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale dell’immunità e della comunità, o l’implicatura dei comunisti. Fondatore
del “catto-comunismo.” E tra i fondatori del movimento dei cattolici comunisti,
poi sinistra cristiana. Studia a Roma. Frequenta la Scaletta. Milita
nell'azione cattolica e nella FUCI presieduta da Moro. Entra in contatto e
collabora con anti-fascisti d'ispirazione cattolica -- Ossicini, Pecoraro, Tatò
e altri -- comunista -- Bufalini, Amendola, Ingrao, Radice e altri --, del
partito d'azione e liberali -- Malfa, Solari, Fiorentino fra gl’altri.
Partecipa al movimento dei cattolici anti-fascisti. Con Ossicini e Pecoraro tra
i promotori e dirigenti del partito co-operativista sin-archico -- poi partito
comunista cristiano -- e ne redige i principali documenti. Fa parte, con
Alicata e Ingrao, del trium-virato dirigente le II distinte organizzazioni
clandestine, comunista e comunista cristiana. Scrive saggi sull’Osservatore
Romano. Arrestato dalla polizia fascista in una generale retata dei militanti
del partito comunista cristiano, e deferito al tribunale speciale con altri
suoi dirigenti. Il processo non ha luogo per la caduta del fascismo. Nel
periodo badogliano ha intensi scambi d'idee con i compagni di partito e altre
personalità anti-fasciste sulla linea da seguire. Stringe amicizia con Luca e
Pintor. Collabora al “Lavoro”, diretto da Alicata, comunista, Vernocchi,
socialista, e Gaudenti, cattolico. Sotto l'occupazione nazista di Roma fonda il
movimento dei cattolici comunisti, e ne redige i documenti teorico-politici.
Scrive saggi sui 14 numeri usciti alla macchia di “Voce operaia”, organo dello
stesso movimento dei cattolici comunisti. Liberata Roma, il movimento di
cattolici comunisti prende il nome di partito della sinistra cristiana. Vi
confluiscono i cristiano-sociali di Bruni. Vi partecipano anche Balbo, Sacconi,
Barca, Amico, Chiesa, Valente, Mira, Tatò, Tedesco, Parrelli, Tranquilli, e
Rinaldini. Stringe un rapporto di amicizia e collaborazione -- immunità e
comunità – filosofia italiana – i comunisti, il laico, democrazia, revoluzione,
lotta di classe, societa opulenta, peculiarita dei comunisti italiani,
anti-fascismo, arrestato dai fascisti. Grice:
Rodano, lei a Roma è riuscito a fare una cosa che a Oxford sarebbe sembrata un
ossimoro per pura pigrizia: mettere “catto-” e “comunismo” nella stessa frase
senza chiedere scusa. Ne parlavo ieri, di sfuggita, col collega filosofo
Speranza: dice che a voi romani riesce perché avete già il senso della
clandestinità come metodo. Rodano: A Roma il metodo viene spesso prima della
teoria, anche perché la teoria, se la scrivi male, finisce in questura. E poi,
tra Azione cattolica, FUCI e antifascismo, uno impara che la parola “comunità”
non è un nastro regalo: o regge nella pratica, o si strappa. Grice: Proprio
dopo quella chiacchierata con Speranza ci siamo messi a ridere su una cosa di
famiglia: mia madre non capiva mai perché un termine come καθολικός, che suona già “di tutti”, debba poi restringersi fino a diventare un
indirizzo postale. Lei era anglo-catholic, High Church: per lei “cattolico” era
una disposizione, non un recapito; e quando qualcuno diceva “Roma”, lei faceva
l’aria di chi pensa: “Ah, dunque avete preso un aggettivo universale e l’avete
messo in uniforme”. E intanto mi veniva in mente anche il suo gioco serio tra
immunità e comunità: perché qui sembra che l’immunità sia la tentazione
naturale (stare al sicuro, non esporsi, non contaminarsi), mentre la comunità è
la disciplina difficile (esporsi, rispondere, condividere il rischio) — e forse
è proprio lì che “i comunisti” fanno la loro implicatura più testarda: non
esistere come club protetto, ma come conversazione che non concede troppe
esenzioni. Rodano: Implicatura cattolica ma non romana la sua, come Speranza la
riclassificherebbe con precisione. E mi piace: perché in una battuta sola fa
vedere come l’universale, appena entra nella politica, tende a chiedere un
documento d’identità; e con l’immunità e la comunità lei aggiunge l’altra metà:
come, appena entra nella storia, l’universale tende anche a chiedere una
scappatoia. Qui a Roma, tra “Osservatore Romano”, “Voce operaia” e i documenti
scritti alla macchia, abbiamo imparato che “cattolico” può voler dire molto più
di un confine, e che “comunità” può voler dire molto più di un riparo. Sua
madre, in fondo, era più romana di molti romani: prendeva sul serio l’idea del
“di tutti” e lasciava agli uffici l’ossessione per il timbro. Rodano, Franco
(1947). Teoria politica del comunismo. Roma: Editori Riuniti.
Rogatiano (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale della filosofia della gotta. A senator whose
tutor is Plotino. He credits Plotino for helping him realise the importance of
leading a frugal existence. He himself fasts every other day – to which he
attributes his recovery from gout. GRICEVS: ROGATIANE, Romae etiam morbi
more senatorio ambulant. Heri, obiter, cum collega philosopho Spe (Speranza)
locutus sum; ille dixit Plotinum non solum animos, sed et articulos regere—si
modo quis parcus esse velit. ROGATIANVS: Recte dicit. Plotinus mihi tutor fuit,
et frugalitatem quasi medicinam proposuit. Ego vero alternis diebus ieiuno;
sic, ut mihi videtur, pedes mei minus imperant mihi quam olim. GRICEVS: Post
illum sermonem cum Spe, mirabamur quid esset ipsa “gotta”—quasi res parva, sed
dominatrix magna. Vocabulum Graecum est, gutta, a gutta—stilla: quasi
morbus non impetu, sed stillatim veniat, donec totum genu occupet. Itaque, cum
quis dicit se ieiunare, non tantum de cibo loquitur: de stillis quoque, ne in
articulos conveniant. ROGATIANVS: Implicaturae tuae etiam Spem a gotta
levaverunt—antiguttata quaedam, ut ille iocans diceret. Et ego gratias ago: nam
si temperantia corpus facit levius, sermo tuus facit morbum ridiculum. Plotinus
mihi docuit parcere; tu docuisti “guttam” non timendam esse, dum stillas in
verbis potius quam in pedibus sentimus.
Tertilio Rogo (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale dell’allievo di Filone. A pupil of Filone at Rome. GRICEVS: ROGE, Romae omnes docent aut
docentur; et heri, obiter, cum collega philosopho Spe locutus sum, qui dixit:
“Apud Romanos etiam discipulus statim fit argumentum.” ROGVS: Vera dicit Spes.
Ego quidem discipulus Filonis fui Romae; et postea intellexi discipulum non
esse tantum “auditorem,” sed quasi pignus scholae: si bene procedit, magistrum
ornat; si male, magistrum prodidit. GRICEVS: Id ipsum Spe mecum mirabatur:
quidnam secum ferat esse non solum discipulum, sed quasi “tutatum” — verbum
quaerebam; fortasse sub tutela? vel pupillus? Nam qui sub tutela est, non
tantum discit; etiam ostendit cui crediderit. Cum dicis “Filonis discipulus,”
iam sonat quasi: “habet accessum,” “habuit tempus,” “didicit modum,” et—quod
Roma maxime amat—“habet testes.” Ita fit ut ipsa relatio magistri et discipuli
plus dicat quam sententia aliqua. ROGVS: Implicatura tutoralis tua est, GRICE,
ut Spes diceret. Et bene me tangit: nec opus est ut “inveniam,” quod iam in
ipsa formula latet. Nam Roma, cum audit “sub tutela Filonis,” statim intelligit
non solum doctrinam, sed disciplinam—et quandam amicitiam scholasticam.
Discipulus enim hic non est umbra: est argumentum ambulans.
Gian Domenico Romagnosi (Salsomaggiore, Parma,
Emilia-Romagna): la ragione conversazionale della Roma antica, e l’implicatura
dei IV periodi: o, dal segno alla logìa. Conversational Self-Love,
Conversational Benevolence. Important Italian philosopher. È lo stesso R. a
definire la propria riflessione matura una civile filosofia, entro la quale si
individuano i due temi principali della ‘Costituzione’ e dell’‘incivilimento’.
La legge naturale di socialità è l’asse attorno a cui ruota tale filosofia e
l’incivilimento è il fine naturale della società. Quest’ultima è un dato
naturale – anti-contrattualismo. Anche la sua dottrina della conoscenza,
consegnata a scritti apparsi in età matura, si basa su un fondamentale
naturalismo. Gian Domenico Romagnosi. Studiò giurisprudenza a Parma, ove
si laurea ed esercitò la professione notarile. È notaio a Piacenza, in seguito
si sposta a Trento, con il ruolo di pretore e poi di consigliere aulico del
principato, dove finì per trascorrervi tutti gli anni Novanta, esercitando
anche l’avvocatura. Pubblica la genesi del diritto penale, un’opera di impronta
ancora tutta settecentesca, con al centro il tema della pena, che non soltanto
era stato argomento cruciale di dibattito nel corso dell’Illuminismo italiano,
ma rappresenta anche la prosecuzione e il frutto di ricerche che, dopo essere
state avviate nel Seicento tedesco dal giurista Thomasius, avevano
successivamente interessato buona parte della cultura europea. I due
brevi scritti politici redatti subito dopo, volti a definire i concetti di
eguaglianza e libertà declinati in senso anti-giacobino, sono testimonianza di
un atteggiamento anti-dispotico che può ben essere assunto a cifra
caratterizzante la sua complessiva visione politica del mondo. scienza
simbolica, scienza simbolica degl’antichi romani, il vico di Romagnosi, la
terza Roma, la prima Roma, la prima eta, la terza eta, la logica di Genovese,
filosofia della lingua, semantica, giudizio, volizione, la matematica, Sacchi,
Cattaneo, incivilamento, gl’italiani, la nazione italiana. Grice: Romagnosi, lei ha il raro talento di
far sembrare “incivilimento” una faccenda da conversazione quotidiana, non da
codice. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: sostiene che
a Salsomaggiore persino la “costituzione” entra in stanza come un ospite, e se
non le offri un argomento si offende. Romagnosi: È che la legge naturale di
socialità, se la tratti da idea astratta, ti punisce con la noia. Se invece la
tratti come un fatto di vita, ti costringe a parlare bene: e parlare bene, in
Emilia, è già metà dell’incivilimento. L’anti-contrattualismo, poi, non è maleducazione:
è ricordarsi che la società c’era prima della firma. Grice: Speranza e io ci
stavamo chiedendo una cosa che lei risolverebbe con un sorriso: perché
insistere sui quattro periodi, come se la storia del pensiero avesse bisogno di
stagioni regolamentari? Ma appena uno dice “prima Roma”, “terza Roma”, “prima età”,
“terza età”, capisci che la scansione non è un calendario: è un modo di far
passare l’idea che si va dal segno alla logìa senza saltare i passaggi, come in
una buona conversazione—prima ti intendi sui gesti, poi sulle parole, poi sui
giudizi, e solo alla fine ti concedi una volizione. E infatti, a Vadum Boum noi
abbiamo tre trimestri; voi emiliani avete quattro periodi: non è che siete più
storici, è che siete più ordinati. Romagnosi: Implicatura del quarto periodo,
la sua, Grice, come Speranza la classificherebbe. Perché lei fa capire che quei
“IV periodi” non servono a mettere la filosofia in gabbia, ma a impedirle di
fare finta di essere nata già adulta. Il passaggio dal segno alla logìa, dalla
semantica al giudizio, e dal giudizio alla politica dell’incivilimento: ecco la
mia “civile filosofia”. E Speranza, che ama le tassonomie più di quanto
ammetta, sarà felice: finalmente un quarto periodo che non è una scusa per
rimandare l’esame, ma una ragione per finire il discorso. Romagnosi, Gian
Domenico (1802). Genesi del diritto penale. Parma: Stamperia Reale.
Romanoto (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale e l’implicatura. Grice: Romanoto, ieri, di sfuggita, ne parlavo
col collega filosofo Speranza: dice che a Roma l’implicatura non si “calcola”,
si attraversa—come il Tevere, guardando altrove e arrivando lo stesso
dall’altra parte. Romanoto: Speranza ha ragione: qui l’esplicito è spesso solo
la segnaletica, mentre il traffico vero sta sotto. A Roma uno impara presto che
una frase serve più a far muovere l’altro che a “dire” una cosa: la ragione
conversazionale è anche urbanistica. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata
con Speranza mi è venuto da chiedermi perché a Roma la gente si fidi così tanto
di ciò che resta “tra le righe”. Forse perché l’iscrizione più importante non è
quella incisa, ma quella consumata: la stessa battuta ripetuta al bar, la
stessa allusione rimasticata in fila, la stessa parola che cambia peso a
seconda di chi la pronuncia. E allora l’implicatura diventa quasi un documento
pubblico: non la firmi, ma la riconosci—e se fai finta di niente, sembri tu
quello strano. Romanoto: Implicatura romana la sua, come Speranza la
etichetterebbe. E mi piace perché non la mette in cattedra: la fa camminare. In
fondo qui l’implicito è una prassi sociale—un modo di tenere insieme velocità e
cautela—e Speranza lo sa benissimo: lui finge di voler tutto esplicito, ma poi
è il primo a capire “al volo”, senza che nessuno debba spiegarglielo.
Vasco Ronchi (Forli, Emilia, Romagna): la ragione
conversazionale e la ragione conversativa -- il conversativo, o, filosofia
della comunicazione. Si laurea a Bologna e consegue il dottorato a Milano sotto
SINI. Insegna all’Aquila. Dirige “Filosofia al presente” per Textus, di
L’Aquila e “Canone minore” per Mimesis di Milano. Dirige la scuola di filosofia
Praxis. Si dedica alla passione -- “Sapere passionale” (Spirali, Milano) e
alla questione della comunicazione intesa filosoficamente come partecipazione
alla verità e fondamento ontologico della stessa pratica filosofica (“Teoria
critica della comunicazione: dal modello vei-colare al modello conversazionale”
(Mondatori, Milano) Grice: “I like ‘conversativo,’ Almost a Spoonerism for
‘conservative’!” --; “Filosofia della comunicazione. Il mondo come resto e come
teo-gonia” (Boringheri, Torino). Propone una revisione del modello
vei-colare o standard della comunicazione e una critica al paradigma
linguistico del vivente. Al problema della raffigurazione e al suo rapporto col
dicibile nella filosofia è invece dedicato “Il bastardo: figurazione
dell’invisibile e comunicazione indiretta” Grice: “This shows a distinction
between ‘ingelese italianato.’ To call indirect communication
bastard would be a bit too much at Oxford!” --. Grazie ai suoi studi su Bergson si è segnalato come una voce significativa
della cosiddetta “Bergson renaissance”. – cf. Grice, “Speranza e la cosidddetta
“Grice renaissance””. In “L’interpretazione” (Marietti, Genova)
e “Una sintesi” (Marinotti, Milano) guarda a Bergson come a un
filosofo in grado di dare risposta a questioni tuttora aperte del dibattito
filosofico. Bergson non è un filosofo irrazionalista, spiritualista, ostile
alla scienza e ai suoi metodi. Per lui la filosofia è un metodo rigorosamente
empirista, che consente la massima precisione possibile nella descrizione dei
fenomeni. filosofia della comunicazione, immanenza, in defense of the minor
league, natura naturans, Gentile, atto puro, implicatura conversativa. Grice: Ronchi, a Forlì avete il raro talento
di far suonare la comunicazione come se fosse una disciplina ascetica. Ne
parlavo ieri, di sfuggita, col collega Speranza: dice che “conversativo” gli
piace perché sembra quasi un refuso virtuoso—come se “conservativo” avesse
deciso di uscire a prendere aria. Ronchi: È un refuso che lavora, però. Il
“conversazionale” corregge il modello veicolare; il “conversativo” corregge
noi, quando scambiamo la comunicazione per trasporto merci. A L’Aquila mi
accorgo sempre che, se la verità non circola come partecipazione, diventa solo
un pacco smarrito. Grice: E infatti, proprio perché Speranza e io ci stavamo
chiedendo che razza di parola sia “conversativo”, mi è venuta in mente una
cosa: se uno insiste sul conversativo, sta già mettendo un freno gentile al
chiacchiericcio. Non è “parlare di più”, è “tenere in vita” il senso,
conservarlo dentro lo scambio—quasi che il conversare serva a non disperdere, a
non buttare via il resto del mondo mentre lo si nomina. E allora capisco perché
mi suona come il cugino serio (ma simpatico) di “conservativo”: stessa radice
d’aria, ma con più orecchio. Ronchi: Implicatura conservativa, la sua, come
Speranza la rietichetterebbe. E mi va benissimo così: perché nel mio lessico
“conversativo” non è un vezzo, è un criterio di tenuta. Se la comunicazione è
partecipazione alla verità, allora il conversativo è ciò che la trattiene senza
imbalsamarla: la conserva mentre la fa passare. In fondo, perfino Speranza lo
ammetterebbe—anche se poi fingerebbe di averlo sempre detto per primo. Ronchi,
Vasco (1923). Lezioni di ottica. Bologna: Zanichelli.
Daniele Rosa (Susa, Torino, Piemonte)– implicature
in deutero-esperanto. Scienziato naturalista, direttore del museo zoologico di
Torino, da alle stampe il suo progetto di lingua internazionale nel Bollettino
dei Musei di Zoologia ed Anatomia Comparata della Regia Università di Torino
col saggio, Le Nov Latin, international scientific lingua super natural bases.’
Muore a Novi Ligure. Appassionato d’evoluzionismo e ottimo conoscitore di
lingue antiche e moderne, decide di basare il suo studio di lingua a
posteriori, come si deduce dallo stesso nome della lingua, sul lessico latino.
R. dichiara che la sua lingua può essere letta da qualsiasi studioso senza che
questi la abbia prima imparata - fondamentale caratteristica che sola può
rendere una lingua veramente internazionale - e può essere scritta dopo appena
poche pagine di spiegazione, senza il bisogno del dizionario. Vedasi
PEI , One language for the world, New York, Biblo and Tannen. L'alfabeto è quello latino, con l'unica differenza che non è presente la
lettera «y», e la pronuncia dei grafemi e delle loro combinazioni è quella
italiana. Il sistema d’accenti segue le regole dell'accento latino, per cui: le
parole bisillabe hanno accento sempre sulla prima sillaba (es. lat. LAUDO
['lawdo]). In parole con più di due sillabe, l'accento tonico cade sulla
penultima sillaba se questa è lunga (es. lat. AUDIRE [aw dire]), altrimenti
sulla terzultima (es. lat. ANIMUS [' animus]). L'accento non cade mai prima
della terzultima sillaba. Gl’articoli si dividono in determinati, al singolare
«le» e al plurale «les», e indeterminati, «un» di cui non esiste la forma
plurale – cf. Gric (Ex), “some, at least one” – “the ones” --. I nomi e
gl’aggettivi sono indeclinabili, ridotte alle loro sole radici. Le funzioni dei
casi sono espletate dalle preposizioni. S’ottengono eliminando le lettere
finali delle parole prese nella loro forma genitiva singolare latina, fino ad
ottenere la loro forma radicale. deutero-esperanto. Grice: Rosa, lei a Susa riesce a far sembrare
“lingua internazionale” una cosa da laboratorio, non da salotto. Ne dicevo
ieri, di sfuggita, al collega filosofo Speranza: sostiene che ogni lingua
universale nasce con l’aria di voler abolire i confini, e finisce invece per
inventarsi nuove dogane, tipo la lettera “y”. Rosa: È il bello del mio Nov
Latin: niente “y”, pronuncia italiana, accenti latini, e soprattutto l’idea un
po’ immodesta che uno la possa leggere senza averla studiata. Se
l’internazionalità non passa dalla pigrizia intelligente del lettore, non passa
da nessuna parte. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata con Speranza ci
siamo chiesti una cosa che mi perseguita: perché mai al povero Zamenhof non è
venuto in mente di chiamare la sua creatura “proto-esperanto”? Se poi arrivano
i correttori, i riformatori, i puristi, i “più scientifici”, la seconda
versione non dovrebbe chiamarsi deutero-esperanto per semplice buonsenso
numerico? Sembra quasi che la parola “esperanto” volesse cominciare già dal
capitolo due: speranza subito, prototipo mai. Rosa: Implicatura esperantista,
la sua, come Speranza la chiamerebbe. E ha anche ragione a complicare i conti:
deutero-esperanto, a ben vedere, è rigorosamente il terzo. C’è uno stadio 0:
l’esperanto come desiderio, come “pulsione” a una lingua comune prima ancora
della grammatica. Poi lo stadio 1: l’esperanto di Zamenhof, con il nome già ottimistico
in copertina. E poi lo stadio 2: il suo, il deutero-esperanto griceano, che
arriva dopo e mette ordine alle pretese—come dire: va bene la speranza, ma
adesso vediamo la sintassi, gli articoli, e soprattutto dove cade l’accento.
Rosa, Daniele (1918). Ologenesi. Torino: Unione Tipografico-Editrice Torinese.
Rosandro (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale degl’amici filosofi. A philosopher who becomes an acquaintance
of Elio Aristide. GRICEVS: ROSANDRE, Romae omnia videntur fieri per
notitiam: et in atrio, et in foro, et in thermis. Heri, obiter, cum collega
philosopho Spe locutus sum; ille dixit se mirari quod Romani plus fidei
tribuant “amicis” quam “argumentis”. ROSANDRVS: Non errat Spes. Apud nos
amicitia est quasi disciplina: prius cognoscis hominem, deinde sententiam.
Itaque, si quis dicitur Elio Aristidi notus, iam quasi dimidium elogii tulit:
non quia laudatur, sed quia aditus ei patuit. GRICEVS: Id ipsum Spe mecum nuper
volutabat: quidnam secum ferat esse “notum” Aelio Aristidi. Nam “notitia” non est tantum nuntius; est quasi tessera admissionis—et
simul onus. Qui Aristidem novit, non potest postea loqui tamquam extra spectet:
audiens fit particeps, et laudator antequam disputator. Ita fit ut quaedam
cognitio ex ipsa consuetudine nascatur: non ex definitione, sed ex
adsuetudine—et iam pudet ignorare quod “notus” esse videtur exigere. ROSANDRVS:
Implicaturas tuas probe nosco, Grice; utique et Spes, nec dubito quin idem
sentiat—nec necesse est me “invenire” quod iam in ore tuo est. Sed quaero: quid
faceres de hac distinctione Ciceronis inter cognitionem ex consuetudine et
cognitionem ex descriptione? (Nolo dicere cuiusdam Britanni nomen, sed scis.)
Nam “notus Aristidi” sonat quasi cognitio per consuetudinem; “Aristides, orator
clarus” est cognitio per descriptionem. Roma amat
utrumque—sed in conviviis, credo, semper vincit illa prior.
Cosimo Rosselli. Rosselli, Cosimo (1499). Libro di
Antonio Pollaiuolo. Firenze: Stamperia di Lorenzo Morgiani.
Cosimo Rosselli (Firenze, Toscana). Per limitarsi
ai filosofi italiani, di mnemotecnica si occuparono DOLCE in “Della
memoria”, il domenicano fiorentino R. In “Thesaurus artificiosæ memoriæ”
(Venezia), e BRUNO , che nella sua “De umbris idearum” (Parigi), da lui
dedicata a Enrico IlI di Francia e che gli procura una cattedra, espone l'Ars
magna di Lullo e dà un fondamento metafisico-gnoseologico alla mnemotecnica che
appoggia sempre al sistema topologico-simbolico. Del resto, l'insegnamento di
quest'arte, della cui efficacia BRUNO porta a testimonio la propria memoria
eccezionale, gli da spesso i mezzi per vivere. Altri filosofi italiani che
scriveno di mnemotecnica sono PORTA nell’”Ars reminiscendi”
(Napoli), MARAFIOTI , di Polistena nell’“Ars memoriæ’ (Venezia), e il palermitano
BRANCACCIO nell’ “Ars memoriæ vindicata” (Palermo). THESAVRVS
ARTIFICIOSÆ MEMORIÆ, Concionatoribus, philosophis medicis iuristis oratoribus
procuratoribus,czterisd; bonarum litterarum amatoribus: Wigocisfócibn,
infüper,alijsd; fimilibus, tenacem, ac firmam rerum MrzMoR:IAM cupientibus,
perutilis. vc omnes [ui amatores, po[fessores valde locuplesansyinfimnla,
decoranss cum rerum celestium atque terrestrium tenax, ac tutum fcrinium esse
poffit; AKFTHORE R. P. F. R. florentino, sacri ord. pradic. minimo professore cum
indicibus locupletiffimis, tum Capitum, tum rerum omnium infigniorum CVM
PRIVILEGIO, VENEZIA. Apud Antonium Paduanium, Billiopolam Florentinum. Y Vet
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ILLVSTRISSIMO, svb TN PIRE PAN D.O.M TWO DOMINO mnenomico, personal identity
and memory, chiave universale. St John’s, 1938. I am told I ought to start
“digging” at personal identity, and perhaps to produce something sufficiently
mindful for Mind—that funny little quarterly “of psychology and philosophy,”
now under the editorship of good old G. E. Moore, the Irishman of Philosophical
Letters at Cambridge. I keep telling myself I should stick to Locke; I doubt
Moore would welcome a detour through Rosselli. And yet Rosselli’s Thesaurus
artificiosae memoriae—printed, if the catalogue is to be believed, in 1579—gets
into print way before Locke does in 1690; Rosselli is misremembered, or simply
forgotten, while Locke’s Mnemosyne still passes for current currency. It is a
strange moral: posterity can remember a theory of memory while forgetting a
book about memory. Still, one must be prudent. “Padovani” has the wrong accent
for the Mind Association; “Locke” sounds like the right sort of key. Sometimes
I suspect I was born a Bolognese—too fond of dusty Latin titles, too eager to
rescue minor men from major oblivion, and too ready to think that the true test
of a philosophy is whether it survives being cited.” Grice was pleased that it
was Daminano Rosselli who cared to publish Cosimo’s Thesaurus – posthumously –
the irony of a memory outliving its author, he would say. [Grice’s Domenico
Rosselli was Harvard University Press. He submitted the manuscript to Harvard
in 1987. Grice died in 1989. Studies in the Way of Words appeared in print in
1989. You’ve got a genuinely nice
parallel, but it will land much better (and avoid factual trip‑wires) if you
tighten three things: (i) the timeline, (ii) the names/roles (your “Damiano
Rosselli” vs “Harvard”), and (iii) what exactly is meant by “posthumous” in
Grice’s case. Fix the Grice dates in
your bracket note Grice died in August 1988 (not 1989). Studies in the Way of
Words appeared in 1989. So the clean parallel line is: “Grice died in 1988; the
book appeared in 1989.” If you keep “submitted the manuscript in 1987,” label
it as “reportedly/according to…” unless you have a source in your notes. Don’t personify Harvard University Press as
“Damiano Rosselli” too literally Damiano Rosselli is (in the Rosselli story) an
editor/producer who sees the book through the press after the author’s death.
Harvard University Press is an institution, not a person—so the neat analogy
is: Damiano Rosselli : Rosselli :: Grice’s editors at HUP : Grice. If you want
a single “Damiano figure,” pick a role label rather than a name you can’t
document, e.g. “Grice’s editor at Harvard University Press” or “the Press’s
editor” or “the volume editor(s).” Make
the irony sharper by stressing “not labeled posthumous” Your best rhetorical
point is: Rosselli’s Thesaurus is explicitly posthumous (1579 after 1578),
whereas Grice’s Studies comes out after his death but is usually presented
simply as a normal 1989 Harvard book, not marketed as “posthumous.” That
contrast is funny in a Gricean way: even death doesn’t get an explicit
implicature unless the publisher makes it explicit. A clean replacement for your bracketed
passage (still just here, not for insertion) Something like: “Grice enjoyed the
symmetry: Rosselli dies in 1578, and the Thesaurus appears in 1579 under
Damiano’s care—memory outliving its author by a year. He noticed, with quieter
amusement, that his own Studies in the Way of Words did the same trick: he died
in August 1988, and Harvard University Press brought the volume out in 1989, without
even advertising the fact as ‘posthumous’—as if the Press thought death too
crude a bibliographical datum, best left as an implicature for the attentive
reader.” One factual caution inside the
Rosselli line you may want to soften later “son Damiano” is often said, but
you’ll want to phrase it as “edited/published posthumously by Damiano Rosselli”
unless you have a specific bibliographic authority for the kinship claim. (It’s an easy place for a reviewer to pounce.)Grice: Rosselli, a Firenze la memoria sembra avere un indirizzo preciso,
quasi una via: Thesaurus, ars, ombre, e perfino un “privilegio” veneziano. Ne
accennavo ieri, di sfuggita, al collega filosofo Speranza: lui dice che i
domenicani, quando parlano di memoria, in realtà stanno già arredando la testa.
Rosselli: È una scuola, Grice: non si predica soltanto, si dispone. Un
“thesaurus” non è una raccolta: è un metodo, una topologia, una stanza dopo
l’altra. E se poi Bruno ci mette le ombre e Lullo la macchina, Firenze ci mette
la pianta dell’edificio: la memoria come architettura. Grice: Proprio dopo
averci ragionato con Speranza mi è tornata addosso quella parola latina che nel
suo titolo fa finta di essere solo un insulto: cucullati. Si parte da cucullus,
il cappuccio—e dal cappuccio si arriva al tipo umano. Basta un pezzo di stoffa
perché la polemica smetta di discutere idee e cominci a riconoscere persone a
distanza: non “quelli che sostengono X”, ma “quelli col cappuccio”. E la cosa
buffa è che il cappuccio, nato per coprire, finisce per scoprire: ti identifica
prima ancora che tu apra bocca. Rosselli: Implicatura cucullata, sua, come
Speranza la nominerebbe. Perché con una parola d’abito lei ha fatto vedere un
intero trucco da apologeta: ridurre una dottrina a una silhouette. E nel
frattempo, da buon fiorentino, le viene naturale collegare il cappuccio alla
mnemotecnica: anche lì si lavora per segni esterni—stanze, immagini,
etichette—che decidono chi sei prima che tu parli. In fondo, tra thesaurus e
cucullus cambia poco: è sempre un modo di mettere ordine… scegliendo prima il
costume. Rosselli, Cosimo (1578). Thesaurus artificiosae
memoriae. Published posthumously the next year by his son Damiano. Venezia.
Tiberio Rosselli (Gimiliano, Catanzaro, Calabria):
la ragione conversazionale dell’apologeticus, o implicature cucullate. Far
dobbiamo onorevole menzione di lui, letterato insigne del suo tempo e filosofo
di grido, Cattedratico in Napoli ed in Salerno; il quale, a dir del Barrio,
partitosi pel genio di visitare l'Africa, e ucciso dal proprio schiavo. Della
famiglia di cui è stata la madre del celeberrimo Scorza, matematico
distintissimo, istruttore, autore di merito, ed illustratore della scienza per
metodi ed invenzioni, morto non ha guari in Napoli. Conchiudendo adunque, pare
non dubbio essere stato Nifo calabrese di origine, ed avere avuto tra noi i
primi rudimenti di letteratura, tali da avergli dato a vivere. Dal contesto di
scrittori calabresi, contemporanei alcuni, e vivuti altri dopo breve tempo
della morte di lui, a cui noto veniva per recente tradizione, chiaramente se ne
rivela il vero. Discepolo del celebre NIFO , per la sua dottrina e prescelto a
leggere filosofia per più anni a Salerno. Saggi: “Apologeticus adversus
cucullatos philosophiae declamatio ad Leonem X Oratio habita Patavi in
principio suarum disputationum; “De propositione de inesse secundum Aristotelis
mentem libellu” --- LIZIO -- ; “Universalia Porphiriana”. Calabria, Le
biografie degl’uomini illustri delle Calabrie, Accattatis, Di questo filosofo
si occupano nei loro studi, tra gli altri, Zambelli e Franco. "Rosselli di
Gimigliano. Dalle origini a noi" (O/esse) che ricostruisce la sua vita e
le sue opera. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. L'Apologeticus adversos cucullatos è un'opera del filosofo Tiberio
Rosselli (1490 Gimigliano - 1560 Africa), pubblicata nel 1519 a Parma grazie a
Girolamo Sanvitale che accoglie il filosofo calabrese presso la sua corte di
Fontanellato. Apologeticus adversos cucullatos Autore Tiberio
Rosselli 1ª ed. originale 1519 Genere Apologia Lingua originale latino
apologeticus, adversus cucullatos philosophiae; de propositione de inesse,
universalia porphiriana, Lizio. Corpus, 1934. What are you reading, Shropshire? I asked him. The
question was not otiose. He had a book open on one side, the birds were doing
their own effortless commentary in the trees of the quad, and on his other side
a notebook lay ready with a pen, like a minor conspiracy. It had the look of
work smuggled into leisure. Nothing of importance, Grice, he said, without
looking up. I’m getting tired of the Olds, as Hardie has them, so I’m preparing
for the Mods. He meant Moderns, part of Greats. We called them Mods on purpose,
partly for the equivocation—mods as moderns, mods as moderations—and partly
because Hardie’s idea of “moderation” was always either anti-akrasatic or
stupid. Anti-akrasatic was Shropshire’s and my term for everything Aristotle
disqualifies but Oxford nevertheless recommends as “sound training.” But what
is it? I insisted. He sighed in the manner of a man whose privacy has been
breached by grammar. All right, if you insist. It’s Tiberio Rosselli’s little
syllabus for a session at Bologna—long before our lot were licensed to be
tedious. A sheet of conclusions, posted for a disputation. If you must have the
title: Conclusiones philosophicae, numero CCCC. Bononia, publice. That’s why
you’re taking notes? Precisely. A high number of conclusions for one debate, I
said. Four hundred is not a debate; it’s an epidemic. That’s the point,
Shropshire said. It wouldn’t work here with Hardie. He’s half asleep by your
third conclusion, and totally in limbo by the time I begin my own trio.
(Hardie’s system of dual tutorials is a masterpiece of economy: it allows him
to golf both Thursday and Friday while we do the work of looking earnest.) I
took the book from him with the care one gives to contraband. Rosselli, I said,
had a plan. Of course he had a plan, Shropshire said. He cannot expect any
rational being to endure CCCC conclusiones philosophicae. That is precisely
what he is proving. Proving what? By reduction, that no such rational being
exists. Or at least, none in Bologna. Possibly none anywhere. The disputation
is the experiment; boredom is the datum. So the conclusions are in some logical
order? Not from what I can gather. They look arranged by a principle more
medieval than logical: the principle of running out of wall. But to be honest,
I started at the end. Conclusio CCCC is so brief that it hurts. He turned the
page back as if turning a dagger. What does he conclude? He read it with an
exaggerated academic solemnity, the sort one adopts when one is about to do
something unserious with Latin. Quod de quo loqui non possumus, de eo tacere
debemus. I said: That is Wittgenstein. It is Rosselli, Shropshire replied,
tapping the page. Wittgenstein is merely the late gloss. Then your preparation
for the Mods consists in copying out a conclusion which orders you not to say
anything. Exactly. It is the only conclusion in the set that Hardie cannot
complain is too long. But surely, I said, if the last conclusion tells you to
be silent, the whole disputation collapses at the end into a sort of official
muteness. The final move is to forbid moves. Yes, Shropshire said. It is the
cleanest way of winning a disputation in advance. You announce the conditions
under which discussion must stop, and then you arrange, by sheer quantity, that
everyone reaches those conditions by fatigue rather than argument. And what do you
write in your notebook, then? Nothing, Shropshire said, with a small satisfied
look. That is the beauty of it. I am taking notes on a text whose last
instruction is that one must take no notes. My preparation is, so to speak,
impeccable. You mean: silent. No, he said. I mean: economical. Silence is only
the extreme case of good style. At which point a bell went, somewhere, and the
quad resumed its usual business of pretending that time is a kind of etiquette.
Shropshire put the book back down beside him as one puts down an object that
has already made its point. And Hardie? I asked. Hardie, he said, will call it
unhistorical. Then he will yawn. Then he will tell us to read Aristotle. In
that order. And Rosselli? Rosselli, he said, had Bologna. We have Hardie. Every century has the disputation it deserves.Grice:
Rosselli, lei ha un titolo che sembra già una discussione fatta in latino e
finita a cappuccio: apologeticus adversus cucullatos. Ne accennavo ieri, di
sfuggita, al collega filosofo Speranza: lui sostiene che appena compare un
cappuccio, il filosofo diventa improvvisamente più coraggioso. Rosselli: A
Gimigliano, caro Grice, il cappuccio non serve a nascondere: serve a mettere a
fuoco. E poi “cucullati” è un bersaglio comodo: se non capiscono l’argomento,
capiscono almeno l’abito. È già mezza ragione conversazionale, e pure
economica. Grice: Proprio dopo quella chiacchierata con Speranza mi è venuta la
curiosità per la parola stessa. Cucullati… suona come un’accusa, ma nasce da
una cosa innocente: il cucullus, il cappuccio latino. E il bello è che il
cappuccio, da copertura, diventa etichetta: non “quelli che pensano così”, ma
“quelli col cappuccio”. È un modo svelto di passare dall’argomento alla persona
— o meglio, alla testa coperta. Rosselli: Implicatura cucullata, sua, come
Speranza la nominerebbe. Perché lei ha fatto vedere come un lemmino da
guardaroba diventi una categoria polemica: non ti confuto, ti incappuccio. E
nell’apologeticus funziona benissimo: basta un cucullus e il dibattito si
accende, mentre l’avversario resta lì, riconoscibile a distanza — anche se non
ha ancora aperto bocca. Rosselli, Tiberio (1518). Conclusiones philosophicae,
numero CCCC. Bononia, Facultate Artium
Domenico Rossetti (Vasto, Chieti, Abruzzo): la ragione
conversazionale del fratello perduto. Grice: “A philosopher can also
discover an ‘antro di pipistrelle.”” Filosofo,
illuminista poli-edrico, poeta estemporaneo, tragedio-grafo, archeologo e
speleo-logo, da Martuscelli. Studia a Napoli e Roma. Si trasfere a Elba.
Ceelbra la liberazione del gran ducato di Toscana con il canto estemporaneo“La
superbia dei galli punita” (Firenze, Gio). Si sposta in Sardegna, sotto la
protezione del vice-ré Carlo. A Sassari compose e rappresenta la tragedia
“Morte di S. Gavino” (Oristano, Arborense). Si sposta in Provenza, a Nizza,
dove scopre la piramide di Falicon, che gl’ispira un poema, “La grotta di
Monte-Calvo” (Parma). In seguito, si trasfere a Torino, dove conosce Caluso, e
si stabilisce a Parma. Inizia a dirigere “Il Taro”. Altri saggi: “Cantata in
occasione d'essere l'augusto imperator de’francesi Napoleone I coronato re
d'Italia” (Parma, Luigi); La note” (Parma, Paganino); “Alla tomba di
Hoffsteder” (Parma, Luigi); “Ode saffica” (Parma, Giuseppe Paganino); “Le nozze
d’Esculapio De Cinque” (Lanciano, Carabba); “Annibale in Capua (Napoli,
Flautina); A. Lombardi, Storia della letteratura italiana”
(Venezia); Andreola, Biografia degl’uomini illustri del regno di
Napoli’ Gervasi, La famiglia Pietrocola di Vasto; Spadaccini, “R. e
le sue battaglie per la libertà”; R. e quei versi ispirati dalla cacciata dei
francesi, Catania, R. e la grotta del monte Calvo, Mugoni, “Il fratello
perduto: R. e R.”, in Studi medievali e moderni. Nei panni dello speleo-logo
ante litteram, si avventura in una cavità del monte Calvo, scoprendo nelle
viscere della terra un antro, che ama definire fascinoso ed insieme orribile.
Ne celebra la scoperta con la pubblicazione di “La grotta del monte Calvo”;
dato alle stampe a Torino, per i tipi di Domenico Pane, Parma. A Pezzana
sub-entra nella direzione. Si mostra più attento alle notizie scientifiche e
contribue ad introdurre nel periodico notizie leggere, come favole e
indovinelli. il fratello perduto, la Dora, L’Emonia. Grice: Rossetti, lei è capace di trovare un
antro di pipistrelle e poi farne un argomento rispettabile. Ne parlavo ieri, di
sfuggita, col collega filosofo Speranza: dice che in Abruzzo perfino ciò che si
perde finisce archiviato con un titolo, come se fosse un incarico. Rossetti: A
Vasto è così: si perde, si ritrova, e intanto si racconta. Io, tra grotte e
tragedie, ho imparato che la conversazione è una speleologia: si entra per
curiosità e si esce con un enigma in tasca. E spesso l’enigma ha un nome: il
fratello perduto. Grice: Ecco, proprio ieri con Speranza ci siamo messi a
ridere su una cosa: chiamarlo “perduto” è già un modo di tenerlo vicino. Se
fosse davvero perduto, non avremmo nemmeno la buona educazione di cercarlo; e
invece lo si cerca con una serietà quasi burocratica. Mi viene da pensare che
certi fratelli si trovino soltanto perché, in fondo, non si sono mai lasciati
perdere — found, but not lost.Rossetti: La sua battuta, Grice, non va perduta
su di me; e Speranza sarebbe d’accordo — e magari non c’è nemmeno bisogno che
io la “trovi”. Perché il fratello perduto, da queste parti, è spesso un
fratello che continua a fare capolino: lo perdi come si perde un sentiero, non
come si perde un mondo. E lei, con quel found, but not lost, ha fatto la cosa
più vastese che ci sia: ha trasformato una mancanza in una traccia, e una
traccia in un ritorno. Rossetti, Domenico (1837). Il poeta e la poesia.
Venezia: Tipografia di Alvisopoli.
Francesco Rossi della Marca (Appignano del Tronto,
Ascoli Piceno, Marche): la ragione conversazionale della volontà e della
temperanza. Grice:
“Rossi touches many Griciean points: universalia, strength of will, and etc. –
he also commented, like I did, on Aristotle’s metaphysics.” Attivo filosofo fra Aureolo e Rimini, dalla parte di Occam e Cesena, e
oppositore di Giovanni XXII, nelle dispute dei fraticelli, che portarono alla
sua espulsione dall'ordine. Ha idee innovative e spesso influenti in teologia
filosofica, filosofia naturale, metafisica e teoria politica.
Soprannominato come "doctor succinctus" e "doctor
praefulgidus", come osservabile dalle iscrizioni su uno degli affreschi
del convento di Bolzano, e studiato e commentato soprattutto per alcune tesi
risalenti del suo commento alle sentenze, i Libri IV Sententiarum dichiarazioni
autorevoli sui passi biblici che l'opera riune di LOMBARDO. Le sue vedute
contribuiscono all'evoluzione della filosofia basso-medievale. Appignano
del Tronto fa parte all'epoca della Marca di Anconada. Nacque da una famiglia
con il nome di Rossi (Rubeus). Studia sotto Scoto. Insegna a Perugia.
Sottoscrive la risoluzione con la quale viene dichiarata lecita la tesi secondo
la quale Cristo e gl’apostoli non mai possedeno beni. Prende parte attiva
alle lotte interne riguardanti la povertà che divide l'ordine. continentia,
temperanza, giudizio, giudicazione, volonta, volere, atto apprensivo,
appresione, atto giudicativo, conoscenza apprensiva, conoscenza giudicativa,
decisione, libero arbitrio, colpavolezza morale, agire l’atto buono,
possibilita della colpavolezza morale, la legge, la volonta sotto la legge,
giudizio razionale, agire razionale, ragionamento, conclusione, sillogismo
pratico, elezione, la caduta d’Adamo, la teoria dell’elezione e la deliberazione,
i peripatetici, virtus de-re-licta, teoria del moto, moto perpetuo, virtus
contro il corpo, virtus con il corpo, volonta con il giudizio, volonta contro
il giudizio. I am in the SCR at St John’s with that faintly
indecent comfort one gets from reading something that is not immediately
required. An entry on Francesco Rossi della Marca has detained me longer than I
meant it to. Commentarius in libros Sententiarum Petri Lombardi, Facultas
Theologiae Parisiensis, 1319. There is a crispness to the datum that makes it
do philosophical work at once. It is not merely that Rossi comments; it is that
he comments because the institution has decided that commentary is a rung. He
is baccalaureatus sententiarum, and therefore he must do what a baccalaureatus
sententiarum does. The title is not a flourish. It is a functional label. You
comment in order to be licensed to comment. And then, of course, one thinks of
our own proceedings, because Oxford specialises in disguising the old
necessities as modern amusements. Austin and I run our weekly joint seminar on
Aristotle’s Categories and De Interpretatione. We do not call it a
Commentarius, because Oxford prefers Latin to remain an implicature rather than
an inscription. But what else is a weekly, line-by-line worrying of a text if
not commentarius in the old way. We say, to ourselves and to one another, that
we do it for fun; and perhaps we do, if one counts as fun a form of
intellectual play in which mistakes are punished by embarrassment rather than
by expulsion from an order. Rossi’s commenting is an official step toward being
a magister; ours is a kind of private rite in a place that pretends it has no
rites beyond gowns and meals. Now I have to stop reading, which is the sharpest
irony of all, because the reading is the easier part. In a moment I must walk
over and meet the master-master for the seminar. Austin begins; the following
week I take up. If he keeps to the syllabus, it means, naturally, mean-nn, that
all is well. If he departs, it means that something has been said that cannot
be allowed to stand. Oxford likes to police thought without admitting it is
policing it. The irritant is the difference between disagreeing with Aristotle
and disagreeing with Austin. If one challenges Austin on his week, he has that
characteristic move: you don’t like that argument, all right, I’ll give you
another. It is not exactly a defence; it is a substitution, performed with the
air of someone tidying a room rather than being opposed. One goes away with the
uneasy sense that one has not refuted anything, only caused the furniture to be
rearranged. Still, and here I have to be fair, something comes of the exercise,
even if one is not sure one approves of the form it takes. Ackrill attends. He
listens. He learns the rhythms of the text and the rhythms of our quarrels
about it. And later he produces the Clarendon translations of the Categories
and De Interpretatione, and he is generous enough, or mischievous enough, to
credit the late Professor Austin and Mr H. P. Grice. There is, one admits, a
kind of public gain in that: more people can now read Aristotle. But there is
also a private loss, the one no decent Lit Hum man advertises. Translation is a
species of ventriloquism. It gives Aristotle an English voice, and the voice is
not Aristotle’s. One can call the result good, or ‘good,’ and mean both. It is
good in the civic sense, and slightly corrupting in the classicist’s sense,
because it makes it possible to read without the Greek, and reading without the
Greek is like listening to music through a wall: you get the tune and lose the
pleasure. I shut the book in the practical sense and gather my papers. Rossi is
still there in the back of my mind, not as a saint of commentary but as a
reminder that commentary was once openly a requirement for advancement. We have
not abolished the requirement; we have only learned to call it a seminar and to
pretend it is leisure. And I go off now to take my place in the weekly
alternation, to play my part in our own commentarius, and to wonder, as I walk,
what precisely we have been sneaking in under the guise of explaining what
Aristotle said. Grice: Rossi della Marca, mi dicono che lei sa far stare insieme la volontà
e la temperanza senza farle litigare in pubblico. Ieri, di sfuggita, lo
accennavo al collega filosofo Speranza: lui sostiene che nelle Marche la
ragione conversazionale ha sempre un freno a mano tirato—ma con molta eleganza.
Rossi: A Appignano del Tronto l’eleganza è necessaria: se la volontà corre
troppo, finisce in predica; se la temperanza frena troppo, finisce in silenzio.
Io preferisco tenerle in dialogo: volonta (con l’accento dove lei vuole) come
slancio, temperanza come misura, e la conversazione come luogo dove si vede se
lo slancio regge la misura. Grice: E proprio dopo aver conversato con Speranza
mi è venuta un’implicatura che non ho bisogno di dichiarare. Non riesco a
trovare una parola italiana davvero pulita per entailment (e G. E. Moore lo
direbbe così, con aria innocente): tra volonta e temperanza sembra esserci non
solo un’alleanza morale, ma un legame più “logico”, per cui quando l’una è ben
formata, l’altra non è un optional. Come se una volontà che meriti il nome si
portasse dietro, quasi automaticamente, una certa sobrietà—e se manca, è perché
non era proprio volontà, ma capriccio travestito. Rossi: Implicatura “volitiva
e temperata” la sua, Grice—e mi piace molto; anche Speranza ne sarebbe
contento, benché direbbe che ci vuole un temperato per riconoscerla. E
aggiungerebbe (lo so già) che perfino la grafia deve essere temperante: lui
diffida di certi “gn” come se fossero forestieri infiltrati nella fonologia
italiana. Ma al netto delle sue dogane ortografiche, il punto resta: lei ha
colto un legame che non si proclama, si lascia passare. Volonta e temperanza
non si promettono: si implicano, e solo chi ha misura sente la forza senza
scambiarla per rumore. Rossi della Marca, Francesco (1319). Commentarius in libros sententiarum
Petri Lombardi.,. Facultate Theologiae. Paris
Tommaso Rossi (San Giorgio la Montagna, Benevento,
Campania): l’implicatura di Lucrezio. Lucrezio, materialismo, psicologia
filosofica, filosofia romana, lingua latina. Filosofo campanese. Filosofo
italiano. San Giorgio, Campania. Il più grande e puro metafisico" nelle
parole di VICO . Vive a Montefusco. Studia a Napoli. Scrive diverse saggi tra
cui il più importante rimane “Della mente sovrana del mondo”. Altri aggi:
Considerazioni di alcuni misteri divini, raccolti in tre dialoghi, Dell'animo
dell'uomo, Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. DISPUTAZ10NE UNICA DELL’ANIMO DELL’UOMO DEPUTAZIONE UNICA Nella quale
fi fciolgono principalmente gli Argomenti di LUCREZIO contro
all’Immortalità. Nacque a San Giorgio la Montagna, nei pressi di Benevento, da
Ottavio R., farmacista, e da Silvia Simonetto. Rimasto orfano della madre a
otto anni e, poco tempo dopo, anche del padre, dall’età di diciotto anni
soggiornò a Napoli, impegnato nello studio del diritto. Fu ordinato prete nel 1697
dall’arcivescovo Vincenzo Maria Orsini e nel 1698 si trasferì a Montefusco, in
qualità di canonico della chiesa palatina di S. Giovanni del Vaglio, incarico
al quale, dal 1704, affiancò quello di rettore di S. Maria della Piazza. Fece
ritorno a San Giorgio nel 1729, come nuovo abate del collegio canonicale, e fu
soltanto l’anno seguente che si laureò in utroque jure. Di R. sono
pervenute tre opere a stampa: le Considerazioni di alcuni misterj divini
raccolte in tre dialoghi, edite a Benevento, nelle quali l’autore mostra come
non vi sia contraddizione alcuna tra scienza e fede e l’uomo di fede possa – e
anzi debba – perseguire la conoscenza; implicature moderna, argumenti contro
LUCREZIO , Lucrezio, De rerum natura, animi degl’uomini, anime degl’uomini,
animo/anima, corpi degl’uomini, corpi degl’animali, degl’affetti degl’uomini,
il senso, il moto, i corpuscoli, ossessione con Lucrezio come filosofo romano. Clifton, 1926:
Grice cheers up Simpson (dialogue draft) Grice (Clifton, 1926). Simpson looks a
bit sunk today—so I do what one does: I try to jolly him up. “What’s eating
you, Simpson?” He gives me the tragic look. “The beak. He’s right, Grice.” “The
beak is always right. It’s in the rules. What’s the charge—declensions, or that
other hobby of his?” “My Latin isn’t the Pope’s, and he knows it.” “Your Latin
isn’t anyone’s, Simpson. That’s why we’re here.” Simpson pulls something from
his bag as if it were contraband. “Look what I’m reading.” I take it. “This
doesn’t look like Cicero.” “It isn’t. That’s the point. It’s fascinating. And
if I’m snivelling, it’s laughter. Three little dialogues—Latin—by one Tommaso
Rossi.” “Never heard of him.” “You have now. Campanian chap. Born near
Benevento.” “Benevento,” I say, warming to it, “which in Latin means—”
“Something heroic,” Simpson says. “—something like good luck. Or at least a
good event. Not ‘good wind,’ before you try it on the beak.” Simpson brightens.
“Shame. Good wind would’ve suited the place.” “And what are the dialogues
about?” He leans in, delighted. “Some divine mysteries. Rossi calls them alcuni
misterj divini.” I whistle. “Then put it down and pick up some Cicero.” “Why?”
he says—now positively lively. “It’s Latin. It’s helping. Dialogue form’s a
boon, too: you ask, I answer, I ask, you don’t—keeps the thing moving. And the
beak can hardly complain about conjugations when half the book is inquit.”
“Simpson,” I say, “you’re not reading the Latin we do here. You’re reading
neo‑Latin—the sort the Pope’s secretary might pretend to understand.” He grins.
“How can you tell?” “By the alcuni,” I say, suddenly solemn. “Cicero never met
an alcuni in his life.” Next day, I feel I was a bit abrupt. So I go and
knock—pointlessly—since I’m already halfway in. “Simpson?” He looks up.
“Grice.” “I’ve brought your Rossi. And I’m prepared to render the title into
something the beak can’t sneer at.” He sits up. “Go on then.” “Considerazioni…”
“Considerationes,” Simpson supplies at once—good lad, when he’s not being
martyred. “Di alcuni misterj divini…” “De quibusdam mysteriis divinis,” he
says, very pleased with himself. “Quite. And raccolte
in tre dialoghi?” He hesitates. “Collectae…? In tribus dialogis?” “Respectable,” I say. “If the beak objects, tell him we’re practising
the ablative by force.” At that moment—naturally—there’s a rap at the door. The
beak appears, as if summoned by irregular agreement. “What’s this, Grice?”
“Latin,” I say. “Voluntary Latin. The best sort.” He peers at Simpson, then at
me. “That was a good lesson, Grice. I’m proud of you.” Then, turning to
Simpson, unexpectedly soft: “And you too. It’s almost… a little divine mystery,
what Grice has managed to do.” He pauses. “On you, I
mean, Simpson. On you.”Grice: Rossi, lei ha un modo tutto campano di far venire
Lucrezio fuori dal latino come se fosse appena sceso dal Vesuvio. Ieri, di
sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: secondo lui, a Clifton
Lucrezio mi sarebbe sembrato irrimediabilmente “matto”, solo perché parlava
troppo serenamente di atomi e di paura. Rossi: A San Giorgio, invece, lo
trattiamo come uno che ha soltanto sbagliato compagnia: lo metti vicino a un
po’ di psicologia filosofica e torna subito presentabile. Del resto, tra
Benevento e Napoli si impara che certe frasi non sono folli: sono soltanto
fuori contesto. Grice: E precisamente dopo aver interagito con Speranza mi è
scappata un’implicatura che non ho neppure dovuto formulare. A Clifton, da
ragazzo, Lucrezio mi suonava come una febbre lucida: troppo ordine, troppa
calma, troppa materia. Poi arrivo a Vadum Boum e — senza che Lucrezio cambi una
sillaba — diventa “sano”: non perché si sia addolcito lui, ma perché lì ho
finalmente imparato a sentire la sua voce come una voce romana, non come un
capriccio. Insomma: la pazzia era nella mia prima educazione, non nel poema. Rossi:
Implicatura diannostica la sua, Grice, come Speranza la metterebbe; anzi,
Speranza la vorrebbe scritta così apposta, perché “diagnostica” gli pare parola
troppo dotta e un po’ straniera alla fonologia italiana — e poi lui proibisce
pure “gn”, dice che non è italiano ma un inciampo grafico. Comunque l’idea è
perfetta: a Clifton Lucrezio sembra un esame medico fatto in corridoio; a Vadum
Boum, con un po’ di aria e di metodo, lo stesso “caso” risulta normale. E io,
come Speranza, adoro quando la cura è solo un cambio di orecchio. Rossi,
Tommaso (1724) Considerazioni di alcuni misterj divini raccolte in tre
dialoghi.
Paolo Rossi Monti (Urbino): la ragione
conversazionale di Romolo; o lo storicismo –l’astuzia della ragione
converszionale di Weber e Grice. Grice: “My idea on the longitudinal unity
of philosophy – her historical unity, that is, as Dilthey would call it – is
Oxonian at heart, and I use as evidence my OWN experience as a TUTOR – not a
lecturer – having to assing to my pupil, for each week during FOUR LONG YEARS –
something from PLATO OR ARISTOTLE _and_ some contemporary source, which in my
case, meant ‘Philosophy’!” -- Grice: “Rossi writing about ‘storicismo tedesco’
reminds me of Warnock, an Irishman at Oxford, writing about English
philosophy!” Keywords: metodo in psicologia filosofia. Filosofo
piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piamonte. Studia a Torino
sotto ABBAGNANO, Napoli, e Milano. Insegna a Cagliari e Torino. Studia lo
storicismo, l’illuminismo, e il positivismo. Saggi: Lo storicismo, Einaudi,
Torino; “Storia e storicismo, Lerici, Milano; La storiografia Saggiatore,
Milano; “Oltre lo storicismo, Saggiatore, Milano; “Storia della filosofia”,
Treccani Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Cf. Grice,
“Speranza e l’opera di Grice in Italia.” CLASSICI DELLA FILOSOFIA COLLEZIONE
FONDATA D’ABBAGNANO DIRETTA DA GREGORY CLASSICI UTET, Tipografia ‘Toso, via
Capelli, Torino. È difficile isolare, nell'àmbito della filosofia
contemporanea, un indirizzo che possa essere caratterizzato in maniera univoca,
e al tempo stesso esaustiva, con la designazione di storicismo ». Ciò dipende
in primo luogo dal fatto che il termine storicismo » — così come si è venuto
diffondendo a partire dagli anni ’20, dapprima in Germania e poi in Italia.
Cattaneo, Aconzio, Vico, Galilei, nato Paolo Rossi, adottato dalla zia materna,
Monti, Vico, Vinci, Garin, Banfi, la storia della nazione italiana, Vico e la
storia della nazione italiana, favola antica, dalla magia alla scienza,
bruno. l’implicatura di Vico. Grice. St John’s. Back from the Admiralty, and
“re‑philosophising” myself at Merton—where the place keeps one conscientiously
abreast of all the new things one already knows one does not need to know. We
share more with the Italians than either nation cares to confess. We stopped
being enemies on the very same day. (Why are wars declared, by the way, but
never un‑declared?) Anyway: Merton has its novelties, and Austin—bright chap,
that—would put it thus: one doesn’t unknow anything, because one doesn’t unperform
either. (A phrase of his that sounds like a joke until you discover it isn’t.)
One of the “new things” (which I certainly do not need to know, and therefore
immediately know) is that Rossi has been laurea‑lised, as the Italians say. The
Gazette reports that the ceremony took place in Florence. Garin, as relatore,
commemorated Apollo and Daphne and—one imagines—installed the traditional
wreath upon Rossi’s head. “What for?” Strawson asks. He is there, of course, as
my straight man. “Rossi is free,” I say. “No more tutorials, no more classes.
He has a laurea. He has a tesi. He is, by Italian statute, an expert.” “On
what?” says Strawson. “Strawson,” I reply, “your chronic inability to catch my
implicatures continues to try my Christian charity. I told you: the man is
free. His tesi is on La libertà.” “Very Italian,” says Strawson, dryly. “As per
Spinoza, as per Epictetus, as per—who? Surely you don’t just write a thesis on
Liberty and get leaves on your forehead.” “Quite right,” I say. “No thesis is allowed
to be simply on what the candidate happens to think—because the implicature
(the delicious, bureaucratic implicature) is that he is not yet a philosopher.
He is learning to be one; he has been taught to be one. It is safer, you see,
to anchor your alleged freedom in a respectable fetter.” “And whose fetter is
Rossi’s?” says Strawson. “Martinetti’s,” I say. “The great Piero Martinetti.
Officially he has liberated Rossi from the fetters of Florence—and, indeed,
from Garin himself.” “From Garin?” Strawson says. “But Garin is the relatore.”
“Exactly,” I say. “Nobody thinks a thesis without the shadow of the relatore;
and usually the shadow of the shadow of the co‑relatore, who will mind every p
and every q on your behalf. Martinetti, at least, has the decency to be a
fetter you can quote.” Strawson, spoiling it all—as he does—closes with: “But
who freed Martinetti? That’s the question.” “By the same token,” I add, “who
killed Cock Robin?” —and so on, and so forth, and we are off.Grice: Rossi, lei
mi tira sempre verso la storia come se fosse un dovere civile. Ieri, di sfuggita, lo dicevo al collega filosofo Speranza: a Vadum Boum lo
“storicismo” suona già un po’ continentale, mentre a Bononia pare una forma di
educazione sentimentale. Rossi: A Torino, invece, è quasi igiene mentale. E poi
lo storicismo non è un vezzo: è il modo in cui ci ricordiamo che le idee non
crescono in serra. Se vuole, lo chiami pure con un’etichetta tedesca: 𝔖𝔱𝔬𝔯𝔦𝔠𝔦𝔰𝔪𝔲𝔰. Qui non ci spaventa. Grice: Appunto; e precisamente dopo quella
conversazione con Speranza mi è scappata un’implicatura che non ho nemmeno
dovuto dire. Quando voi parlate di 𝔖𝔱𝔬𝔯𝔦𝔠𝔦𝔰𝔪𝔲𝔰 come se fosse l’aria che si respira, state lasciando intendere—senza
dichiararlo—che a Vadum Boum noi siamo storicamente “poveri” e dunque
teoricamente “ricchi”: da noi, a parte quella gita acquatica di Giulio Cesare
nel 55 e 54 a.C… anzi, aspetti: 55 e 54 a.C. corrispondono a 699 e 700 ab Urbe
condita. E allora uno si attacca a Romolo per avere almeno un inizio decente:
753, 1 a.U.c., così la storia smette di essere un rumore di fondo e diventa un
calendario. E capisco perché a Bononia lo storicismo sembri più naturale: lì
Roma è sotto i piedi; qui, al massimo, è nel sillabo. Rossi: Implicatura
storicista la sua, Grice, come Speranza la metterebbe. E mi piace proprio
perché non fa la predica: fa vedere l’asimmetria. Da un lato l’università che
nasce letteralmente sul sedimento romano; dall’altro il vostro ford che deve
inventarsi una romanità di biblioteca. Eppure è lo stesso impulso: se non hai
rovine, fai genealogie; se non hai genealogie, fai date; se non hai date, ti
inventi un Romolo. In fondo, lo storicismo è anche questo: un modo elegante di
ammettere che pure la “poca storia” è già una storia—solo più ironica. Rossi,
Paolo (1946). La libertà. Firenze. Relatore: Garin
Pietro Rossi (Torino). Storico della filosofia. Strawson: What are you reading? Grice: Just in
from Blackwell’s. I’ve not started it yet—I’m only reading the introduction.
Strawson (dryly): I hate it when the introduction uses up every ounce of
attention one was prepared to give the book. Grice: This is different.
Strawson: How so? Grice: It’s Italian. Their introductions are—how shall I put
it?—twice the normal length by constitutional law. Strawson: So—what’s it
called? Grice: Don’t rush me. It’s Einaudi, and the author’s name is right
there on the cover—look. (Grice turns the book so Strawson can see it.)
Strawson: Yes, yes. But did you read the small print on the second page? Grice:
No. Strawson: Do. Grice (reads): Kritik der historischen Vernunft. Strawson:
You knew it all along. You weren’t reading Rossi; you were reading Dilthey—Kant
reborn, as the Italians would say, in translation. Grice: Kant reborn—and twice
as long, because he’s been born Italian.
Grice: How many critiques of how many reasons are we going to have? Pure
reason, practical reason, historical reason—soon we’ll need a critique of the
critique. Strawson: At least yours would be short. Grice: Not at all. My
“Critique of Conversational Reason” has been a long time coming. You tucked it
into that notorious footnote in your Introduction to Logical Theory. Grice: A
footnote is where a man puts what he most wants read, while pretending not to
insist. Rossi, Pietro (1954). Introduzione alla Critica della ragione storica.
Einaudi. Torino
Gian-Carlo Rota (Vigevano, Pavia, Lombardia): la ragione
conversazionale e la lavagna del gruppo di gioco –Grice: “Many Italian
philosophers would not consider Rota an Italian philosopher seeing that he
earned his maximal degree without (not within) Italy! And right they
would, too!” Saggi: “Pensieri discreti” (Garzanti). Dizionario biografico
degl’italini. Palombi, “La stella e l’intero – la ricercar di Rota tra
matematica e fenomenologia” (Boringhieri); Senato, “Matematico e filosofo”
(Springer). Aune: “I left the play group when I realised that
Grice could care less about blackboards!” Keywords: il primate dell’identita, Whitehead, fenomenologia, Husserl,
Heidegger, tra fenomenologia e matematica, la stella e l’intero, discrezione,
indiscrezioni, combinatoria e filosofia, la lavagna del gruppo di giocco. Grice: St John’s — Bostock and the book St John’s. I rather like Bostock.
He takes logic so seriously you begin to suspect it might actually be
philosophy; and he takes mathematics even more seriously—so seriously, in fact,
that he regards “non‑mathematical logic” as either a misnomer or an oxymoron,
or both. Today he arrived with a thick book under his arm, the way a boy
arrives at confession—prepared to admit everything except doubt. “What’s that?”
I asked. “A book, sir.” “Shakespeare?” “No, sir. Fondamenti combinatori—by
Gian—” (and for once I heard an Englishman pronounce Gian correctly: /dʒan/)
“—Carlo Rota.” He even rolled the r as if it were a small wheel, which is what
rota means in Latin and Italian—though not, alas, in French. “And what is it
about?” I said. He took his time—an impressive interval, as if consulting not
the book but Providence. “Well… the first part is about fondamenti, and the
second about combinatori.” “So: does he manage to combine them fundamentally?”
I was going to say, “Does he manage to fundamentally combine them?” but a tutor
never splits his infinitive: it gives the undergraduate ideas about what may be
split. Bostock’s answer was honest and eschatological at once—appealing, as it
were, to Cantor’s Paradise. “God knows.” “Yes,” I said. “And for once, Bostock,
I have the distinct impression God is keeping it to Himself.” Bostock nodded
with a sort of reverence. The book remained under his arm like a relic that had
refused to perform a miracle on demand. (Rota was one of those Italians who
became “less Italian” by doing the most Italian thing imaginable: leaving Italy
in order to be taken seriously. He made a career in combinatorics and
probability, and then—like a properly educated heretic—kept returning to
philosophy just often enough to irritate both departments. The mathematicians
suspected him of literature; the philosophers suspected him of theorems. He met
them halfway: writing about “discrete thoughts” as if the adjective were doing
double duty—technical on Monday, metaphysical by Thursday. And of course there
was the final irony: in Italy they would deny he is a philosopher because he
took his highest degree abroad; in America they would treat him as a
philosopher precisely because he refused to behave like a specialist. Either
way, he won: he found the one discipline whose national passport is
irrelevant—good work on a blackboard. (And yes: it helps if the blackboard
survives the encounter.) there’s overlap, but it’s mostly oblique, and that mismatch is exactly
why a Bostock-type Oxford logician would be cool (even dismissive) about “Rota”
as his kind of logic. 1) What “logic” Bostock/Oxford were mostly doing (when it
overlaps with Grice) In the Oxford “Sub-Faculty” orbit you’re invoking, “logic”
typically means things like: formal
proof systems (natural deduction, axiomatic systems), metalogic
(soundness/completeness, consistency, decidability), model theory (structures,
satisfaction), plus the more philosophical side: logical form, quantification,
reference, and the interface with ordinary-language analysis. That’s the ecosystem in which someone like
David Bostock sits: logic as syntax + semantics + proof, often with a canonical
predicate-calculus core. 2) What Rota was doing (and why it isn’t “Oxford
mathematical logic”) Rota’s big early mathematical identity is: combinatorics (especially incidence algebras,
Möbius inversion, combinatorial geometry / matroids), often articulated with
algebraic structures (posets, lattices, generating functions), and a very
“mathematician’s” notion of foundations (unifying techniques, not founding a
formal system). That’s “mathematical”
and it’s “foundational” in one sense, but it’s not foundational in the
Hilbert/Tarski/Kleene sense that Oxford logicians would instinctively hear in
“foundations.” So for Bostock, Rota’s “foundations” is likely to sound
like: “Foundations” meaning conceptual
unification inside mathematics, not metalogical foundations of
mathematics. 3) Where Rota does touch
logic (why you’re not imagining the connection out of thin air) Even if the
cultures are different, there are genuine bridges: Möbius inversion / incidence algebras behave
like a kind of calculus of inclusion–exclusion, which is close in spirit to
Boolean-algebraic reasoning (and hence to propositional logic’s algebraic
side). posets and lattices sit right next door to algebraic logic (Stone
duality, Boolean algebras, Heyting algebras), even if Rota is not doing proof
theory. combinatorial geometry / matroid theory connects to the “dependence”
structures that logicians meet (indirectly) in model theory and independence
phenomena—though that’s more a later, specialist bridge than an Oxford tutorial
bridge. So: yes, there’s a mathematical
adjacency that a logician can appreciate; but it isn’t the bread-and-butter of
Oxford philosophical logic. 4) Why a Bostock-type logician might still “show it
off” to Grice This is where your scene can be psychologically right even if
disciplinary borders are real: To a
logic-proud undergraduate, “combinatorics” can look like logic with muscles:
exact, rule-governed, and (crucially) non-metaphysical. And to a Grice, it can
look like a new species of “formal reasoning” that might feed into his own
interests in rules, calculation, and rational constraint (even if not “logic”
proper). So Bostock shows it off
as: “Look—this is what real rigour looks
like when it leaves the toy examples.”
Grice, being Grice, then turns it into a joke about whether it’s really
foundations, or just “fancy counting with a conscience.” 5) How it fits Grice’s
“mathematical logic” in the broad sense Grice’s own work isn’t mathematical
logic; but he’s constantly flirting with:
formal operators (negation, conditionals, quantifiers), inference
patterns (what follows from what under rational constraints), and later
quasi-formal talk of conversational “rules” and “moves.” Rota fits that Gricean horizon in a very
particular way: not as a provider of
proof theory, but as a provider of an image of rational structure: rules +
permissible transformations + invariants (what stays the same under
re-description), i.e., “calculation” as a model of disciplined thought. So the fit is: Rota gives Grice a
metaphorically usable mathematics of structure, not a directly importable
logical apparatus for implicature. Bottom line
Why yes: shared obsession with structure, rules, rigour, and
“foundations” as what makes a practice possible. Why no: Oxford logic (Bostock) is about formal languages, proof, semantics;
Rota is about mathematical structures and combinatorial invariants—a different
kind of foundations.Grice: Rota, mi è capitato di parlarne ieri, di sfuggita,
col collega filosofo Speranza: sosteneva che lei non è davvero “italiano”
finché non ha litigato almeno una volta con una lavagna. Io gli ho risposto
che, nel mio caso, la lavagna mi ha sempre litigato addosso per prima. Rota:
Ah, Speranza… ha il fiuto delle cose essenziali. E poi io vengo da Vigevano: lì
la ragione conversazionale passa per il gesso e per la combinatoria. Senza
lavagna, Whitehead diventa arredamento e Husserl resta in tasca come un
biglietto del tram. Grice: Giustamente; e proprio dopo quella conversazione con
Speranza mi sono sorpreso a fissare la parola “lavagna” come se fosse un
argomento. Non lo dico, ma si capisce: quando uno insiste sulla lavagna, sta
lasciando intendere che il pensiero vuole una superficie pubblica, non solo una
coscienza privata. E mi sono anche chiesto da dove venga il termine: pare che
“lavagna” sia legata alla pietra “lavagna”, cioè l’ardesia, dal latino
medievale “lapis” e dalla famiglia di “lavare”, perché quella superficie si
cancella, si pulisce, si rifà. Insomma: un supporto nato per essere riscritto,
come le nostre premesse. Rota: La sua implicatura è lavagnesca, come la
metterebbe Speranza: cancellabile, riscrivibile, eppure testarda come
l’ardesia. E infatti la lavagna è la morale del gruppo di gioco: non è un
monumento, è una partita. Ci scrivi, sbagli, cancelli, e il gesso ti ricorda
che anche l’identità è fatta di tracce e di correzioni. In fondo, la filosofia
sulla lavagna è discreta: appare a colpi di segno, e sparisce quando ha fatto
il suo dovere. Rota, Gian-Carlo (1964). Fondamenti di teoria combinatoria.
Amedeo Rotondi (Vivocaro, Roma, Lazio): la ragione
conversazionale a Roma antica. I primi anni di attività della sua “libreria
delle occasione” sono piuttosto travagliati in quanto le autorità fasciste,
infastidite dalla tipologia eterodossa dei testi in vendita, operano diversi
sequestri e infliggono sanzioni. Costretto a chiudere la libreria per evitare
il richiamo alle armi della repubblica sociale. Considerato disertore, si
rifugia con la famiglia a Vicovaro. Individuato in seguito ad una delazione,
riesce fortunosamente a sfuggire alla cattura e si allontana verso le montagne
che circondano il paese, inseguito dappresso da tedeschi. Disperando di potersi
salvare, si nasconde nei pressi di una casa abbandonata, popolarmente ritenuta
abitata dagli spiriti e qui avviene l'evento fondamentale sopra descritto che
cambia la sua vita e le sue convinzioni, aprendolo alla conoscenza del mondo
spirituale. Improvvisamente ha una visione folgorante nel nielo. Sedetti a
contemplare la scena. Una catena di globi luminosi dall'alto scendevano fin
giù, penetravano nella terra, poi altri che risalivano e poi ridiscendevano
come per riunirsi in un misterioso convegno. Si senteno delle voci indistinte.
Si trattiene ad osservare tale spettacolo misterioso salvandosi, in questo
modo, dal rastrellamento in corso nel vicino paese di Roccagiovine. Questo primo
decisivo contatto con il para-normale raccontato in "Il
protettore invisibile". Tale evento rappresenta l'inizio del suo studio e
del suo interesse nei confronti dell'esoterismo e della spiritualità. Pubblica
massime, proverbi e aforismi di Roma antica. Dà alle stampe “L’arte del
silenzio e l’uso della parola”, un originale e lungimirante saggio il cui
intento si manifesta già dalla dedica, firmato con lo pseudonimo di Vico di
Varo, derivato chiaramente dal suo paese natale. Roma antica, antica Roma, le
perle, Vicovaro, filosofia fascista, il veintennio fascista. Grice, St John’s,
1946 — “Corriere librario” Back from the Admiralty, the first thing that
strikes you is the sheer quantity—my word if ever there was one—of what the
Americans, with whom I’d been thrown into conversational intimacy ever since
that Pearl Harbor business, cheerfully call “trash mail.” It’s all been
deposited—neatly, faithfully, inexorably—into the little wooden slot by my
staircase at St John’s: my post-box, or “mailbox,” if one insists on the
transatlantic idiom that kept turning up, like spam before there was spam. The
most recent arrival is the first number of something calling itself Corriere
librario. I rip it open with the sort of eagerness one usually reserves for
good news or bad gossip; and I find myself thinking—inevitably—about the word
corriere. It is an oddity. The Romans, I take it, had little use for it. Cicero
did not “run” his letters anywhere; he either walked, or handed the thing to a
slave, who handed it to another slave, who handed it to yet another slave,
until it reached the addressee and became—by sheer
chain-of-custody—communication. (Editorial note for Copilot, strictly
parenthetical: “Corriere,” as in Corriere della Sera, is basically “courier” /
“news-runner,” cognate with correre, “to run”—because the news is something one
runs with, unless one doesn’t.) But Corriere librario is not really a runner;
it’s a pusher. “Librario” gives the game away: this is not a newspaper, it’s a
trade circular—part bibliographical bulletin, part shop-window, part
self-advertisement—meant to keep Rome’s book-people talking to one another,
and, in Rotondi’s case, meant to keep Rotondi’s bookshop alive by keeping it in
everybody’s mouth. Which, in 1946 Rome, may indeed be the best thing that can
happen to a bookshop: to be talked into existence again. There is a contributo
by Rotondi. I can’t help noticing the rhetoric: contributo—not “article,” not
“piece,” not “note,” but “contribution,” as if the journal were already a public
work, a civic enterprise, a small reconstruction project conducted in print.
Very post-war. We rebuild bridges; the Italians rebuild bibliographies. And
yet: the title Corriere still nags at me. It promises speed, urgency, legs. But
a bookseller’s “courier” doesn’t run; he circulates. He doesn’t carry news to
the public; he carries books to the initiated, and he does so not by running
but by insinuation—by recommendation, by a whispered “I have something for
you,” by the ancient Roman method of getting a text from one hand into another
until it becomes, by repetition, a shared object. So the punchline suggests
itself: If corriere is etymologically about running, then corriere librario is
the comic modern version of Cicero: a courier who never runs, but makes other
people run—toward titles, toward editions, toward that small, addictive form of
desire we call “a book one must have.” Or, if you prefer it more Gricean: A
“Corriere” doesn’t primarily carry books; it carries implicatures: if this
title is announced here, you are meant to infer that you should go and buy
it—preferably from Rotondi.Grice: Rotondi, lei con Roma antica ci vive come
altri vivono con l’orologio: sempre addosso. Me lo diceva ieri, di sfuggita, il mio collega filosofo Speranza: “Con
Rotondi anche il silenzio sembra avere una dedica in latino.” Rotondi: Caro
Grice, a Vicovaro il latino non è un vezzo: è un modo di tenere a bada il
presente. E poi, dopo una libreria “eterodossa” sotto il fascismo e una fuga
tra i monti, uno impara che le parole possono salvarti la pelle oppure fartela
perdere. L’arte del silenzio, appunto: e l’uso della parola. Grice: Già. E,
dopo aver chiacchierato con Speranza, mi accorgo che qui c’è un’implicatura che
mi scappa fuori da sola: quando lei parla di Roma antica, io sento come se Roma
mi corresse nelle vene. Non perché io voglia fare il romano d’importazione, ma
perché—e questo lo capisce chi ha avuto una formazione classica da adolescente,
quando “o ce l’hai o non ce l’hai”—a Clifton mi hanno messo il latino in tasca
prima ancora della tessera dell’autobus, e poi a Vadum Boum con la Lit. Hum. mi
sono ritrovato a respirare declinazioni come aria. Così, quando lei dice
“massime” e “aforismi” di Roma antica, io non sento solo un archivio: sento
un’abitudine del sangue. Rotondi: La sua implicatura, come direbbe Speranza,
nasce da uno di quei sette colli—anche se lui, poveretto, non saprebbe dirci
quale. E il punto è proprio questo: certe cose si imparano quando si è ragazzi,
non quando si è già professori. Lei non sta dicendo “sono romano”; sta
lasciando intendere che la classicità, presa in età giusta, diventa una seconda
circolazione. E allora capisce perché a Roma antica la ragione è
conversazionale: non è dottrina, è abitudine—come il passo in salita, come il
fiato che viene su senza che ci pensi. . Rotondi, Amedeo (1946). Contributo.
Corriere Librario.
Pier Aldo Rovatti (Modena, Emilia-Romagna): la ragione
conversazionale dei giocchi e gl’uomini –Grice: “I do not know any other
philosopher other than me or Austin who, like Rovatti, is obsessed wiith the
concept of a ‘game’!” Studia fenomenologia a Milano con PACI. Insegna a
Trieste. Si occupa dei rapporti tra fenomenologia e marxismo pubblicando
“Critica e scientificità in Marx” e poi focalizzando in vari saggi il tema dei
bisogni con riferimento anche alla psico-analisi. Le questioni concernenti il
“pensiero debole” diventano il punto di partenza di “La posta in gioco: il soggetto”
(Bompiani, Milano); “Abitare la distanza”, “Il paiolo bucato: la nostra
condizione paradossale” (Cortina, Milano); “La follia in poche parole”
(Bompiani, Milano); “L'esercizio del silenzio”; “Possiamo addomesticare
l'altro? La condizione globale” (Forum, Udine); “Inattualità del pensiero
debole” (Forum, Udine). Queste questioni riguardano soprattutto la possibilità
di una «logica paradossale» e si articolano intorno ai temi del gioco,
dell'ascolto e dell'alterità, tutti collegati alla questione della soggetto.
Saggio su PACI. Dalla filosofia del gioco nascono anche “Per gioco:
piccolo manuale dell’esperienza ludica” (Cortina, Milano); “La scuola dei
giochi” (Bompiani, Milano); “Il gioco di Wittgenstein” (EUT, Trieste). Si
interessa alla consulenza filosofica, con “La filosofia può curare? La
consulenza filosofica in questione” (Cortina, Milano). Altre saggi: “Il
coraggio della filosofia” in «aut aut». Tiene una rubrica sul quotidiano
"Il Piccolo" di Trieste, “Etica minima”. Racoglie "scritti corsari"
(cfr. Pasolini) in vari saggi: “Etica minima – saggi quasi corsair
sull’anomalia italiana” (Cortina, Milano); “Noi, i barbari – la sotto-cultura
dominante” (Cortina, Milano); “Un velo di sobrietà” (Saggiatore, Milano);
“Accanto a una sensibile sintonia”. Grice: “As Rovatti
shows, it is possible to conceive of conversation as a GAME, with its own
RULES, and MOVES. i giocchi e gl’uomini. Grice (Merton), 1967 —
“Whitehead in Milan” Grice (scribbling in the margin of a library catalogue,
Merton, 1967): I don’t quite remember why I was sent over to the
Sub-Faculty—something administrative, no doubt. But I’ve found the only
tolerable corner: the library’s “New Accessions,” where at least the books
can’t yet pretend to be wise. (He flips through the continental arrivals.)
Well. This is rich. We have a new eminence on Whitehead—from Italy. The
Italians, with their usual sense for ceremonial metaphysics, have just tied the
laurel wreath on a young man at the State University of Milan: one
Rovatti—Modena, naturally; so even his abstractions will have rules. Title of
thesis: Whitehead. No subtitle. None needed. In Italian it sounds like a
children’s nickname—Testa bianca—and that, frankly, is already a thesis
statement. Thomson (happens to be at the next table, peering over the catalogue
as if it were evidence): Of course it’s about his parallel universes. Grice:
You mean—process metaphysics. Thomson: Call it what you like. On what else can
you write a tesi di laurea in filosofia teoretica called Whitehead? The man wasn’t
even a philosopher. He was a mathematician who—having done the respectable
thing—left. Grice: Thomson is right: Whitehead held mathematics at Cambridge.
Which, once translated into the Milanese key, becomes so esoteric it passes for
not only teoretica but—marvellous thought—pratica too, because the Italians
rarely have the latter and therefore import it under false pretences. (He
pauses, then adds the Oxford aside, half to Thomson and half to the gods of
terminology.) One imagines filosofia teoretica is contrasted with filosofia
pratica—as if one were done sitting down and the other standing up. But in
Milan the contrast is simpler: teoretica means “with Greek,” and pratica means
“with committees.” Thomson: So who supervised this laurelisation? Grice:
Ah—here the comedy becomes philology. The thesis is blessed under two maxims at
once: the Maxim of Relation—Paci; and the Maxim of Co‑Relation—Geymonat. If
that doesn’t make you believe in academic redundancy, nothing will. Thomson:
And Rovatti—does he end up a Whitehead man? Grice: Who knows. Whitehead is the
sort of philosopher one writes on at twenty-four to prove one has lungs. Then
one spends the rest of one’s life trying to breathe normally again. But I can
already see the future Italian move: today process; tomorrow gioco. They will
discover that metaphysics can be played—rules, turns, forfeits, the whole
thing. The only question is whether they will admit it’s a game, or insist it’s
teoretica. Thomson: What’s the punchline, then? Grice: The punchline is
institutional: in Oxford a “thesis” is something you write; in Milan it is
something you receive, like a wreath. And once you
receive a wreath for Testa bianca, you are committed, for life, to explaining
why the title wasn’t already the joke.Grice: Rovatti, lei non può capire: ieri,
parlando di sfuggita col mio collega filosofico Speranza, mi sono sentito dire
che io e Austin saremmo “ossessionati” dal gioco. Io ho risposto: benissimo, ma
allora lei è il terzo della triade, e per di più emiliano: quindi con più
disciplina nel divertimento. Rovatti: Disciplina nel divertimento: mi piace. A
Modena, se dici “gioco”, ti chiedono subito “quale?” e “con quali regole?”, e
poi ti offrono un caffè come se fosse una clausola del regolamento. Ma sì: i
giochi e gli uomini, e soprattutto le mosse. Grice: E infatti, come dicevo dopo
aver chiacchierato con Speranza, mi lascia perplesso una cosa: perché i
filosofi, che hanno fame di generalità, parlano del “gioco conversazionale”
come se fosse uno solo? Io non lo dico apertamente, ma si capisce: chi dice “il”
gioco sta suggerendo che esista un unico regolamento, una sola partita, una
sola tavola. E invece sono giochi, giocchi, partite diverse: interrogatorio,
confidenza, disputa, flirt, lezione, pettegolezzo. Cambiano la posta, cambiano
le mosse, cambiano persino i falli. Rovatti: Implicatura giocosa, Grice, come
la metterebbe Speranza; o, se vuole, un’implicatura “da gioco”, come direbbe
lui. E qui l’inglese aiuta: game è la cornice generale, la struttura con
regole; play è l’atto del giocare, l’andare in scena, la libertà concreta del
gesto. In italiano possiamo provare a rendere la distinzione così: gioco
(sistema) / giocare (pratica); oppure gioco (genere) / partita (occorrenza);
oppure gioco (regole) / recita o gioco scenico (esecuzione); e perfino, se vogliamo
essere più tecnici, gioco (istituzione) / ludere (ludicità in atto). Così
capiamo perché “il gioco conversazionale” al singolare è comodo: è una
generalità che fa risparmiare fatica—ma ogni volta che parliamo, in realtà,
stiamo già giocando una partita diversa. Rovatti, Pier Aldo (1966). Whitehead –
Universita Statale di Milano. Filosofia teorica. Relatore:
Paci. Correlatore Geymonat.
Carlo Alberto Rovere. Grice (1954, St John’s):
Austin introduced us yesterday to his latest bout of the Symbolical—and it has
left me with a wicked thought. Suppose I lay in my bath and come up with a new
lingo—call it Deutero‑Esperanto—which nobody speaks (except me, that is). Why
can Austin go symbolic and not I? There is, after all, no law against private
languages so long as you don’t ask other people to use them. Strawson,
meanwhile, has taken to wintering at Monte Carlo—an arrangement he describes,
with that calm air of moral entitlement, as “necessary for health.” He brought
back a scrap of Riviera lore. “They don’t speak Italian there,” he said, as if
I were about to complain. “But Monaco is an Italian word,” I said. “Monk.”
“Yes,” he replied, “but the further you go towards the best, the more
provincial it feels.” “Provençal,” I corrected. “The more Provençal it feels.”
He waved this off—Strawson cannot distinguish a capital from a lower‑case
unless it’s in his paper—and pressed on. “It’s what Rovere once dreamed of,” he
said, “or—if I’m not allowed to say that—what one dreamed via Rovere.” “What?”
I said. “Get to the point. I haven’t all day; I’m meant to be improving the
minds of the young.” “Well,” he said, “an Italian state official—Carlo Alberto
Rovere, 1888—had the cheek to propose to Mistral himself that Provençal be
adopted as the political lingua franca of a Latin Union.” “The universal
language of what?” I asked. “Your idiotisms are tempting.” “Not universal,” he
said. “Political. A language for diplomacy. For an Unione Latina.” “A Union?” I
said. “As in the Oxford Union? Debates, ballots, and port?” “No,” he said. “As
in: the mere idea of a Union—Latin peoples pretending they can be made coherent
by a consonant with a little hook under it.” “Ah,” I said. “So we have moved
from Wilkins’s characteristica universalis—a language for reasoning—to a
language for agreeing in public. Not truth, but protocol.” “And Mistral?”
Strawson asked. “Mistral,” I said, “did what any sensible poet does when confronted
with political enthusiasts: he asked his secretary to draft a diplomatic reply.
Which is to say: a refusal that tries to sound like an invitation.” At which
point Strawson, who had been glowing with Monte Carlo certainty, grew oddly
quiet. “Where does Willoughby live?” he asked, suddenly. “Somewhere in
Provence,” I said. And he understood at once—without being told—that somewhere
is sometimes not geography but a confession: either I don’t know, or I can’t be
bothered, or I am politely declining to be recruited into his fantasy of
precision. It is astonishing what one can smuggle into “some‑”. Punchline: The
Viennese wanted one language for science; Rovere wanted one language for
Latins; and the English—being English—wanted one language for themselves, but
called it “ordinary.” Rovere, Carlo Alberto (1888).
Provençal come lingua franca, Unione Latina, via Mistral et le Félibrige,
Monaco.
Terenzio Mamiani delle Rovere (Pesaro, Marche): la
ragione conversazionale, o le confessioni di un meta-fisico romano. The family
originates in Albisola, Savona, Liguria. Filosofo. Il giure civile del popolo
italiano ha nel testo della legge positiva e speciale autorità sufficiente da
soddisfare la giustizia ordinaria e da risolvere i dubii e acquetare le
controversie intorno agl’interessi e agl’ufficii d'ogni privato cittadino. Di
quindi nasce che possono alcuni curiali riuscire segnalati e famosi al mondo
con la sola abilità del pronto ricordare, dell’acuto distinguere e
dell'interpretare acconcio e discreto. Al giure delle genti occorre, invece,
assai di frequente la discussione delle verità astratte. Perocché esso è
indipendente e superiore all'autorità della sopra-citata legge. Si connette
immediatamente al giure naturale che è al tutto razionale e speculativo. Spesso
gli è forza di riandar colla filosofia sulle fondamenta medesime dell’ordine
sociale umano, e spesso altresì non rinviene modo migliore per risolvere i
dubii e acquetare le discrepanze fuor che indagare i grandi pronunziati della
ragione perpetua del diritto, chiariti, dedotti e applicati mercé della
scienza. Poco importa se i meta-fisici si bisticciano. Ma non va senza
danno del genere umano il discordare e il traviare de' pubblicisti. E già si
dice che il fine criterio degl’uomini illuminati coglie il certo e il sodo
della scienza, ma non la crea e non l'ordina. La demenza degl’uonini fa
talvolta scandalosa la verità. Laonde ella ha a pronunziare di se medesima. Non
venni a recare la pace in mezzo di voi, sibbene la spada. confessioni di un
metafisico, il rinnovamento della filosofia antica italiana, Vico, Cuoco,
Cicerone, Roma antica, gl’antichi romani, il foro, il caso di Nizza, la
communita di sangue. The Chevalier’s Hymns Grice (1926): Dear Mother, Life “by the Bridge”
continues—remnant, as we say at home. Cricket remains exciting; the piano less
so, though I practise dutifully. My music master is either French or pretends
to be. He refers to my exercises as my “odds and ends,” with an accent that
seems to treat English as a hobby. He also recommends—always recommends—that I
“do more with Powell.” Powell is our resident singer. I refrain from saying
“tenor,” because it injures him; he prefers to think of himself as an
instrument rather than a category. This afternoon Powell appeared (as he does,
quietly, like a moral requirement) with a book: a small, slim volume, the sort
that looks as if it has been exiled from its own library. “Perhaps you can set
one of these,” he said, “to music.” “One of what?” I said, because it is best,
when confronted with culture, to begin with ignorance. He held it up like
evidence. Inni Sacri—by the cav. Terenzio Mamiani
della Rovere. Paris, Per li Torchi di Éverat. “Is that
French for ‘Everest’?” I asked. Powell ignored this—singers have the special
gift of ignoring questions that are merely conversational. “Read one,” he said.
“Out loud.” So he began to recite—already half-singing, as if the page had been
waiting for his larynx. He made the Italian sound solemn in that English way:
as if holiness were a matter of correct pronunciation. And, as he read, it
dawned on me—slowly—that the odd thing about sacred hymns is not their piety,
but their publicness. A hymn is the respectable form of an implicature: you do
not quite say what you mean, because you want a chorus to mean it for you. “I
don’t see,” I said, “why he calls them sacri. If they were profani, perhaps I
should bother. ‘Sacred’ is what you call something when you wish it to be
immune from cross-examination.” Powell looked wounded. “But he was in exile,”
he said, as if exile were itself a key signature. “Exile,” I said, “is often
what one calls Paris when one wishes to sound principled.” Powell persisted.
“He moved in the salon of Cristina di Belgiojoso,” he added—he has an appetite
for names, like a choirboy for incense. “Then,” I said, “he was not exiled from
conversation. Only from the sort of conversation that takes place in Rome
without having to ask permission.” This pleased me as a thought, and displeased
me as a moral. For the more Powell sang, the clearer it became that Mamiani’s
Inni were not really for God at all, but for an audience that wanted to believe
in God, Italy, and their own sincerity—simultaneously, and without logical
strain. In short, Mother: they are hymns in the same sense that certain school
prayers are prayers—a performance whose point is to make one’s feelings look
like a duty. Powell finished, expectant. “And?” he said. I said the only
charitable thing that came to mind: “It’s very good,” I said, “provided one
takes it as what it is: not theology, but the politics of the soul set to a
tune.” He brightened. Then he asked whether I would accompany him. I did. Not
out of piety, but out of what you taught me was better: good manners under
duress. Your affectionate son, PaulGrice: L’altro giorno, qui
alla villa di Albisola, parlavo con il mio collega filosofico Speranza, che
come sai ama passare di qui quando il mare aiuta il pensiero; ci siamo trovati
a sorridere su quanto certe opere sembrino confessioni e invece siano esercizi
di ingegno ben temperato. Rovere: Albisola fa questo effetto: rilassa l’animo e
affila la mente. E poi le confessioni, quando non chiedono assoluzione,
diventano subito più interessanti. Grice: Proprio così; e, come io e Speranza
stavamo conversando su questo, ci chiedevamo entrambi se non fosse la loro
genialità a consistere nel non prendere mai del tutto sul serio il proprio
metafisicare, lasciando intendere più di quanto dichiarino. Rovere: Quasi
metafisica la tua implicatura, Grice, e sono certo che Speranza sarebbe
d’accordo: ringrazio, perché coglie il punto senza appesantirlo. In fondo,
quando la metafisica sa anche sorridere di sé, diventa confessabile senza
essere penitente. Rovere, Terenzio Mamiani Della (1833). Inni sacri Paris, Per
li Torchi di Éverat,
Ugo Basso Dalla Rovere. Rovere, Ugo Basso Dalla (1897).
L’arte d’imporvvisar versi.
Sergio Rubellio Plauto (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale della filosofia sotto il principato di NERONE. Portico. Uomo di
carattere encomiabile e studi filosofici che si ritrova al centro delle faide
tra Agrippina e il figlio princeps NERONE per la sua ascendenza imperiale --
egli e cugino di secondo grado del princeps in quanto figli di cugine nipoti di
Tiberio e bisnipoti adottive d’OTTAVIANO -- venne prima esortato, insieme alla
moglie Antistia Pollitta figlia del console Lucio Antistio Vetere, a ritirarsi,
verosimilmente dopo aver ricoperto solo la questura, nei possedimenti familiari
in Asia e poi ucciso con la testa mozzata riportata a Roma. Nel mezzo di tali
vicende, brillò in cielo una cometa, che la credenza popolare interpreta come
segno di cambiamento del re. Quindi, come se già Nerone fosse stato
cacciato, ci si domanda su chi sarebbe caduta la scelta, e sulla bocca di tutti
correva il nome di R., la cui nobiltà derivava, per parte di madre, dalla
famiglia Giulia. Amava le idee e i principi del passato, austero nel
comportamento, riservato e casto nel privato, e quanto più cercava, per timore,
di passare inosservato, tanto più si parlava di lui. Le chiacchiere sul
suo conto presero consistenza, quando si diede, con altrettanta leggerezza,
l'interpretazione di un fulmine. Infatti, mentre Nerone banchettava presso i
laghi di Simbruvio, in una villa chiamata Sublaqueum, i cibi furono colpiti dal
fulmine, che mandò in pezzi la mensa, e ciò si era verificato nel territorio di
Tivoli, da cui proveniva il padre di R., sicché la gente credeva che il volere
degli dèi l'avesse destinato alla successione, e parteggiavano per lui non
pochi, per i quali vagheggiare avventure rischiose è una forma di ambizione
suggestiva, ma in genere illusoria. Scosso dunque dalle voci, Nerone
scrive una lettera a R.: lo invitava a farsi carico della tranquillità di Roma
e a non prestarsi a chi propalava chiacchiere maligne: aveva, in Asia, terreni
ereditati, in cui poteva passare, al sicuro, una giovinezza lontana da torbidi.
Così R. là si ritirò con la moglie Antistia e pochi amici.Tacito, Annales.
Roma. GRICEVS: Heri, dum leviter de
rebus gravibus loquerer, philosophum Spes nominavi—virum qui plus intellegit ex
eo quod non dicitur quam ex eo quod dicitur; atque tum mihi subiit cogitatio de
Nerone, cui philosophia deesse videbatur, et tamen non omnino abesse. RVBELLIVS:
Lepide dicis, Grice; nam sub principatu illo etiam silentium sonabat. Ubi
sapientia non apparet, ibi saepe vestigia eius latent, ut umbra lucis. GRICEVS:
Ita est; et, ut cum Spes colloquebamur, intelleximus—sine verbo—ipsam defectus
rationem numerari posse inter rationes: quod philosophia ibi erat, ubi non
erat; et absentia ipsa munere quodam fungebatur. RVBELLIVS: Implicatura tua, ut
Spes velit, animum meum accendit, sed benevole. Nam philosophia—φιλοσοφία, amor sapientiae—non exigit sapientem perfectum, sed amantem. Et si
sapientia, illa femina Latina, SAPIENTIA, etiam a Nerone amata est, licet
ruditer et crudeliter, amor tamen fuit; nec negari potest quin etiam sub
tyranno philosophia, deformis forsitan, viveret.
Evangelista Torricelli Ruberti (Pideura, Faenza,
Ravenna, Emilia-Romagna): la ragione conversazionale -- la natura abhorre il
vuoto, o la tromba di Gabriele. Studia a Faenza e Roma sotto CASTELLI. Srive a
GALILEI una lettera di risposta a sue richieste a CASTELLI, che assente in quei
giorni lascia allo studente il compito di segretario. In tale lettera colge
l'occasione per presentarsigli, che egli ammira grandemente. Il vivere da
vicino le vicende del processo a Galilei gl’indusse a dedicarsi più
strettamente alla matematica nonostante padroneggiasse gli strumenti teorici e
fosse un abile costruttore di cannocchiali. Divenne segretario di Ciampoli, un
filosofo devoto a Galilei, che segue nei suoi incarichi governativi nelle
Marche e nell'Umbria. Castelli presenta a Galilei il saggio di R., “De motu
gravium” suggerendogli di impiegarlo come discepolo e assistente. Così e e
divenne assistente di Galilei e su domanda e insistenza di Galilei si trasfere
nella sua abitazione. Alla morte di Galilei, Ferdinando II gli nomina
matematico del gran ducato di Toscana. Studia geometria, dove anticipa il
calcolo in-finitesimale. Si dedica alla fisica, studiando il mosso dei gravi e
dei fluidi e approfonde l'ottica. Possede un laboratorio nel quale realizza
egli stesso lenti e telescopi. Si dedica anche allo studio dei fluidi,
giungendo ad inventare il baro-metro a mercurio chiamato, "tubo di
Torricelli" o "tubo da vuoto”. Tale invenzione si basa nella
misurazione della pressione atmosferica attraverso l'uso di questo tubo che,
proprio sotto la spinta di tale pressione, viene riempito dal mercurio fino
all'altezza costante di 760 mm -- esperimento effettuato sul livello del mare.
Proprio da questa invenzione nasce l'unità di misura della pressione
"millimetri di mercurio" – mmHg -- e l'uguaglianza: 1 Atm = 760 mmHg
-- la pressione di un'atmosfera corrisponde a 760 millimetri di mercurio.
Pubblica “Opera Geo-Metrica”, della quale “De motu gravium” costituisce la II
parte. il vuoto, geometria. Grice:
Caro Ruberti, discorrendo l’altro giorno con il filosofo Speranza — uno di quei
filosofi che intendono prima ancora che si parli — mi venne da sorridere a
certe formule che passano per naturali solo perché sono antiche. “Natura
abhorret”… già lì l’orecchio del filosofo dovrebbe drizzarsi. Ruberti Ah,
Grice, quando la natura comincia ad avere gusti e ripugnanze, siamo già entrati
nel teatro. Eppure il pubblico applaude, come se NATVRA avesse davvero stomaco,
nervi e idiosincrasie. Grice Appunto. E come conversavamo con Speranza,
convenimmo senza dirlo che abhorre — se ha senso — lo ha solo in senso
animistico. L’implicatura è chiara: se attribuisci l’orrore alla natura, stai
già parlando d’altro, non di geometria né di vuoto, ma di una favola ben
recitata. Ruberti La tua implicatura, come Speranza la vorrà intendere, non
lascia vacui. Pensare che la natura aborrisca il vuoto — o che talora smetta di
aborrirlo — è una sciocchezza degna del vulgus. NATVRA non decide, non teme,
non rifugge: misura, risponde, si lascia descrivere. Se talvolta le attribuiamo
tratti non naturali, è per comodità di discorso, non per verità di cose. Le
conseguenze di ciò sono chiarissime a noi tre — a te, a me, a Speranza — ma
sfuggiranno sempre a chi confonde la ragione conversazionale con la tromba di
Gabriele. A Faenza come a Firenze, la filosofia non grida: misura. Ruberti,
Evangelista Torricelli (1644). Opera geometrica. Firenze:Massa e Landis.
Orazio Ricasoli Rucellai (Firenze, Toscana): la ragione
conversazionale degl’amori di Linceo, o della filosofia imperfetta. Crusca.
Discepolo di GALILEI e in certa guisa il depositario e spositore delle opinioni
meta-fìsiche professate dal suo maestro. Di più: in cui la scuola di Galilei ha
uno dei maggiori lumi. Afferma di essere amico e confidente di Galilei, ma ciò
non corrisponde al vero. In verità si incontrano solo una volta quando e suo
ospite nella villa di Arcetri. Men che meno e suo studente. Quanto poi alla
meta-fisica di Galilei, i dialoghi filosofici parlano da soli. Quando comincia
a comporre i dialoghi presero persino a chiamarlo il nostro sapientissimo
Socrate. Ma anche questa è una bufala. Il fatto è ogni volta che compone un
dialogo, ama recitarlo al suo palazzo davanti a un pubblico scelto di
personaggi del bel mondo fiorentino. Che al suo palazzo, uno dei più ricche di
Firenze, si mangia e beve gratis. Quindi più dialoghi recita, più si
gozzoviglia. Per questo lo incitano a continuare. La verità è che in filosofia
non vuole, non segue la ragione. Chiudendo gl’occhi alla scienza, in qualunque
punto, non dice nero né bianco. Altro che discepolo di Galilei anche se a
Firenze, a questa panzana, ci credeno in molti. Non è un caso dunque se i
dialoghi sono pubblicati non per meriti filosofici, ma linguistici. I dialoghi
sono citati dal vocabolario della Crusca, ed ottimo avviso è il farne spoglio
abbondante perché la loro favella è veramente d'oro e, se lo stile procede
talvolta prolisso, è sempre chiarissimo ed elegante e à gran ricchezza di voci
e frasi, convenienti agli studj speculativi. Forse è proprio per la sua grande
abilità nel farsi credere che, nel gran ducato, la sua stella sembra non
tramontare mai. Ambasciatore toscano prima presso Ladislao IV e poi Ferdinando
III. Intendente della biblioteca laurenziana. gl’amori di Linceo, imperfetto?
perfetto – perfetto bugiardo. Grice:
Caro Rucellai, sai che stamani pensavo a una vecchia chiacchierata con il
filosofo Speranza — uno di quei filosofi che, come noi, parlano più di quanto
dicano. Firenze ne ha prodotti molti così, ma lui ha il dono di ascoltare
l’implicito come se fosse musica da camera. 2. Rucellai: Ah, Speranza! Un
filosofo che sa intendere senza chiedere spiegazioni — rarità degna della
Crusca. Del resto, tra filosofi che si conoscono davvero, basta mezzo cenno,
come tra vecchi lincei che fingono di parlare d’altro. 3. Grice: Appunto. E
ricordo che io e Speranza — entrambi intenti a pensare la stessa cosa, senza
mai nominarla — convenimmo che certe ragioni non amano mostrarsi in piena luce.
Meglio lasciarle agire, come certi amori che si capiscono solo se non se ne
parla. 4. Rucellai: La tua implicatura, come Speranza la descriverebbe, è
decisamente linceale: acuta, obliqua, e perfettamente adatta alla ragione
conversazionale degl’amori di Linceo. È filosofia imperfetta, sì — ma alla
maniera della scuola fiorentina, della filosofia toscana, anzi della filosofia
italiana tutta: quella che a Firenze si recita in dialogo, si pubblica per la
Crusca, e si crede perfetta proprio perché è un perfetto… bugiardo. Rucellai,
Orazio Riacasoli (1584). Dialoghi della Agricoltura e de’ Piaceri della Villa.
Firenze: Marescotti.
Nicola Ruffolo (Cosenza, Calabria): la ragione
conversazionale dal guazzabuglio al possibilismo come terapia eutimistica. Torna
a Roma dal fronte della campagna greco-albanese della seconda guerra decorato
con IV medaglie al valore per diverse intrepide azioni contro il nemico, in cui
e ferito con arma da fuoco trapassante il petto. Organizza in seno al ministero
dell'interno una cellula di resistenza partigiana, che gli vale l'attestazione
di partigiano combattente e una medaglia di bronzo al valore
partigiano. Per via della delazione di un componente del gruppo di
resistenza è arrestato dalla banda Pollastrini-Koch e incarcerato alla pensione
Jaccarino in via Romagna. Trasferito in Regina Coeli, condivide la cella con
PINTOR e SALINARI, discutendo del dopo liberazione. Trasferito a via Tasso
e interrogato da Kappler. L'iniziale sentenza di morte e commutata in deportazione. Qualche
ora prima dell'ingresso degl’alleati in Roma, all'abbandono di Roma da parte
dei tedeschi, usce dal carcere insieme per essere avviato su uno dei III
torpedoni in attesa a Piazza S. Giovanni per essere deportato in Germania. Un
IV torpedone e invece quello destinato all'eccidio di La Storta dove e ucciso
BUOZZI. Lee SS gli impedeno il suo proposito di salire proprio sul IV
torpedone, scostato dagl’altri, avvalorando la tesi che l'eccidio e
pre-meditato e non una reazione impulsiva del comandante. Costretto a salire su
uno dei restanti III torpedoni, si getta mentre il convoglio e in marcia.
Riusce a far perdere le tracce e a liberarsi nonostante le S. S. hanno fermato
il convoglio e lo insegueno nella campagna nei pressi di
Ficulle. Dell’arresto e prigionia da conto in "Roma -- storia della
mia cattura e fuga dalle S. S. dai nazisti” (Roma). Al termine della guerra, ha
la carriera di notaio a Grosseto. Uomo colto, conversatore brillante con
battute spesso umoristiche. Icaro, Cosmologica, possibilismo, guazzagublio, lo
specchio del diavolo, implicatura eutimistica-terapeutica. Grice: Ho appena parlato col filosofo
Speranza: sostiene che in Italia il caos non è un difetto, è un genere
letterario—e che il guazzabuglio va trattato con rispetto, come una vecchia
zia. Ruffolo: E fa bene. Il guazzabuglio è la nostra materia prima: politica,
storia, carattere nazionale—poi uno prova a cavarne una terapia, magari senza
spacciarla per miracolo. Grice: Già… e qui viene l’implicatura (che non dirò),
come dicevo a Speranza: passare dal guazzabuglio al possibilismo non è solo una
conversione metodologica, è una terapia eutimistica—una cura dell’umore della
ragione. Non “si sistemi tutto”, ma: “si può fare qualcosa”, e quel qualcosa
basta a rimettere in moto la conversazione senza pretendere un’Apocalisse
amministrativa. Ruffolo: La tua implicatura, come nota Speranza, è più che
eutimistica: è quasi un vaccino contro la disperazione sistematica. Però
attento—l’analogia “salutare” basta già da sola a farci over-implicare (anche
noi griceiani): dal tono dell’animo passiamo alla diagnosi dello Stato, dalla
terapia alla dottrina, e dal possibilismo alla provvidenza. E allora il
guazzabuglio—che era un problema—diventa una scusa. Meglio così: curiamo
l’umore, sì, ma senza perdere il gusto del disordine che ci tiene svegli.
Ruffolo, Nicola (1818). Lezioni di economia politica. Napoli: Tipografia del
Giornale Enciclopedico.
Tirannio Rufino (Aquileia, Udine, Friuli-Venezia
Giuli): la ragione conversazionale del commentario filosofico. He comments some
‘saggi’ by Origen. GRICEVS: Rufine,
salve. Philosophum Spem modo conveni; ille ait me nimis delectari verbis quae
se ipsae in nodum ligant—et ego respondi: nisi nodus est, non est commentarius.
RVFINVS: Salve, Grice. Ego autem Origenem lego et… commentor (ut dicitur). Sed
tu semper dubitas utrum verba nostra dicant an innuant. Quid hodie tibi
displicet? GRICEVS: Ut cum Spe loquebar, hoc subintelligo (nec dicam): nescio
umquam utrum Origenem commenter an menter—si licet tale verbum fingere.
Commentare sonat quasi “cum” + “mentare”: quasi mens mea non sola vagetur, sed
cum aliorum mentibus ambulat. At mentare (sine co-)
est pura mentis vagatio—et interdum, fateor, commentarius fit nimis “cum”,
minus “mens”. RVFINVS: Implicatura tua mentabilis est, ut Spes habet. Nam
commentare est mentem cum ordine ducere—quasi in societate; mentare est mentem
solam emittere, quasi in porticu sine testibus. Illud co- vero, quod tu otiosum
vocas, est simul onus et virtus: onus, quia addit comites; virtus, quia addit
disciplinam. Sic Origenem commentamur—ne nos ipsi tantum mentemur.
Publio Rutilio Rufo (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale -- NAM CVM ESSET ILLE VIR EXEMPLVM VT SCITIS INNOCENTIÆ CVM
ILLO NEMO NEQVE INTEGRIOR ESSET IN CIVITATE NEQVE SANCTIOR NON MODO SVPPLEX
IVDICIBVS ESSE NOLVIT SED NE ORNATIVS QVIDEM AVT LIBERIVS CAVSAM DICI SVAM QVAM
SIMPLEX RATIO VERITATIS FEREBAT – Roma – filosofia italiana
– (Roma). Filosofo Italiano. Scolaro di
Panezio. Combatte sotto Numanzia agl’ordini d’Emiliano SCIPIONE come
tribunus militum ed e pretore urbano. Al pari di MARIO – e
SCEVOLA augure, R. segue come legato Quinto Metello nella guerra contro
Giugurta. Quando Mario, quale console, assunse il comando dell’esercito, R.
ritorna a Roma. Console. R. segue l’amico Marco Scevola l’augure nel suo
pro-consolato d’Asia. Condannato ingiustamente per accuse di nemici che si è
procurato con la sua rigida onestà, R. vive da prima a Mitilene e poi a Smirne,
e rifiuta l'invito di SILLA di accompagnarlo a Roma. CICERONE
conosce Rufo a Smirne. A Smirne, Rufo scrive un "De vita sua" e una
storia di Roma. È oratore. I suoi discorsi hanno per la loro aridità
impronta del Portico. Coltiva gli studi giuridici. Militari romani e
politici romani. Console della Repubblica romana. Muore a Smirne. Gens:
Rutilia. Console. Militare, politico e storico romano. Comincia la sua carriera
militare al seguito d’Emiliano Scipione Africano minore, nella guerra in
Spagna. R. è legato di Quinto Cecilio Metello Numidico, proprio nel corso della
guerra contro Giugurta, durante la quale, fra i sotto-posti di Metello, vi è
anche Gaio Mario. Si distinse nella battaglia del Muthul, nel corso della quale
fronteggia un attacco di Bomilcare e organizza la cattura o il ferimento della
maggior parte degl’elefanti da guerra numidici. Eletto console, ha come collega
Gneo Mallio Massimo, il quale arriva secondo all'elezione. Le sue iniziative
principali riguardarono la disciplina militare e l'introduzione di un migliore
sistema di addestramento delle truppe. Roma. GRICEVS: Rufe, salve. Philosophum Spem modo
conveni: ille dixit me nimis amare exempla; ego respondi me exemplis
vivere—praesertim cum Romani sic vivant. RVFVS: Salve, Grice. Si exempla amas,
ecce tibi meum: ille locus quem semper recitant, quasi lapidem in foro—et tamen
pauci intellegunt quid agat. GRICEVS: Nihil dicam aperte—sed ipsum audi, totum,
ut iubes: “NAM CVM ESSET ILLE VIR EXEMPLVM VT SCITIS INNOCENTIÆ CVM ILLO NEMO
NEQVE INTEGRIOR ESSET IN CIVITATE NEQVE SANCTIOR NON MODO SVPPLEX IVDICIBVS
ESSE NOLVIT SED NE ORNATIVS QVIDEM AVT LIBERIVS CAVSAM DICI SVAM QVAM SIMPLEX
RATIO VERITATIS FEREBAT.” Quasi dicat: ornatus
est suspectus; simplex ratio sola licet. At inter nos—si quis tam “simplex”
est, saepe plus significat quam dicit. RVFVS: Implicaturae tuae, ut solet, me
obstupefaciunt—sicut ipsam Speranzam saepe obstupefecerunt, Grice. Nam tu ex
uno elogio arido Porticus statim elicisti artem: quod “simplex ratio” non est
nuditas, sed electio; et quod qui ornatum recusat, interdum ipso recusandi modo
ornatius loquitur.
Guido De Ruggiero (Napoli, Campania): la ragione
conversazionale di Remo e di Romolo – filosofia meridionale. Scrive “Critica
del concetto di cultura” (Catania, Battia), cui CROCE rimprovera la mancata
distinzione tra “cultura” e “falsa cultura”. Idealista, senza aderire
all'attualismo di GENTILE. Liberale, pur non risparmiando critiche alla classe
politica espressa dal partito liberale. Insegna a Messina e Roma. Avendo
aderito all'idealismo con GENTILE, la sua ri-vendicazione dei valori del
liberalismo lo rende un esponente di spicco dell'opposizione al fascismo. Per non
perdere la cattedra presta il giuramento di fedeltà al fascismo. Autore, tra le
altre saggi, di una imponente Storia della filosofia e di una Storia
del liberalismo. Socio degl’esploratori italiani. Indaga nella storia della
filosofia ROMANA la potenza di libertà costruttrice del mondo degl’uomini, e,
auspicando in tempi oscuri il ritorno alla ragione, e ad Italia maestro ed
apostolo di fede nell'umanità. Saggi: Storia della filosofia,” “La
filosofia greca” (Bari, Laterza); “Cristianesimo” (Bari, Laterza);
“Rinascimento, riforma e contro-riforma” “La filosofia moderna: cartesianismo”
(Bari, Laterza); “L’illuminismo” (Bari, Laterza); “Da Vico a Kant” (Bari,
Laterza); “L'età del romanticismo” (Bari, Laterza); Hegel; (Bari, Laterza); La
filosofia contemporanea (Bari, Laterza); “La filosofia politica italiana
meridionale (Bari, Laterza); “L'impero britannico dopo la guerra”, Firenze,
Vallecchi, “Storia del liberalismo” “Filosofi” “L'esistenzialismo” (Bari,
Laterza); “Scritti politici”, Felice, Bologna, Cappelli, La libertà,
Mancuso, Napoli, Guida); Lettere a Croce (Bologna, Mulino); Croce, La Critica,
I filosofi che dissero "NO" al duce, in La Repubblica, Un ritratto
filosofico (Napoli, Società Editrice); L'impegno di un liberale” “Tra filosofia
e politica (Firenze, Monnier); Treccani, Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Griffo, storia della filosofia romana,
Vico. Grice: Ho appena sentito il
filosofo Speranza dire che a Napoli si litiga anche con la storia… e a Roma perfino
con l’ordine dei nomi. La critica sociologica Ruggiero: Con Romolo e Remo, in
effetti, l’ordine non è un dettaglio: è già un programma politico, o una
provocazione. Grice: Appunto—e qui viene l’implicatura (che non dirò). Perché
diciamo così spesso “Remo e Romolo”, quando la regola conversazionale direbbe
be orderly? Sembra quasi una violazione deliberata dell’ordine per salvare, per
un attimo, il fratello perdente: come se la lingua facesse un piccolo gesto di
defence per l’underdog, prima che la leggenda rimetta tutto “a posto”. Ruggiero:
Implicatura remiana la tua, Grice—non romulea—come Speranza la chiamerebbe, ed
è un contra-ordine che suona come un atto di giustizia senza diventare un
manifesto: un piccolo favore al vinto, fatto di pura disposizione delle parole.
Certo, basta questo e rischiamo di over-implicare—di trovare politica in ogni
coppia, e morale in ogni inversione—ma ammettiamolo: se perfino un griceiano
non sa resistere alla tentazione, allora la defence dell’underdog è già entrata
nel lessico, e il mito ha perso (un po’) la sua arroganza. Ruggiero, Guido De
(1908). Il concetto della storia nella filosofia moderna. Bari: Laterza.
Pietro Martire Rusca (Venezia, Veneto): la ragione
conversazionale dell’apollo lizeo – lizio – lizeo – I viali dei giardini
dell’apollo lizio – lizeo – Apollo in riposo –Studia filosofia. Vicario
generale di Padova della congregazione del S. Uffizio. Ricopre quindi il ruolo
d’inquisitore. Scrive “Syllogistica methodus”; “De caelesti substantia”; “De
fabulis palaestini stagni ad aures Aristotelis peripateticorum principis” e l’
“Epitome theologica”. Vescovo di Caorle. Uno dei presuli che più si spese per
le necessità della sua diocesi. È infatti ricordato per gl’mponenti restauri
della cattedrale che volle fossero eseguiti per salvare l'edificio
dall'imminente rovina. Durante questi restauri ricopre il soffitto della
cattedrale con stucchi e da all'edificio una struttura barocca. La
ri-consacrarla, apponendo alle pareti XII croci in cotto. Inoltre, fa
completare la realizzazione dei nuovi reliquiari per le insigne reliquie dei
santi patroni (Stefano proto-martire, Margherita di Antiochia, e Gilberto di
Sempringham) e provvide al rinforzo della struttura del campanile. Al completamento
di tutti i lavori, vuole che alle solenni celebrazioni presenziassero musici
provenienti da Venezia. A memoria di tutto ciò, resta la lapide, affisse alla
parete sinistra del duomo. DEO OPTIMO. MAXIMO LÆVITÆ STEPHANO
PROTO-MARTYRI FR·PETRVS MARTYR RVSCA EPVS CONSECRAVIT MARINO VIZZAMANO PRÆTORE.
Ricordato per la sua premura nel risollevare le sorti economiche.
Ri-pristina la mensa episcopale e provvide al sostentamento dei
sacerdoti istituendone la confraternità. Si adopera per correggere i comportamenti
dei fedeli e dei sacerdoti stessi. Fa erigere nella cattedrale un altare
dedicato a S. Antonio di Padova. In Duomo a Caorle resta la pala d'altare di S.
Antonio con la lapide, affissa alla parete destra dove sorgeva l'altare, che
recita: Syllogistica methodus, “Aures Aristotelis peripateticorum principis”;
“Defensionem Vestigationum Peripateticum”, il liceo fuori dal liceo. Grice: Ho appena incrociato il filosofo
Speranza—e mi ha detto che in Veneto perfino Apollo, per riposarsi, pretende
un’etimologia in regola. Rusca: Giusto: qui non abbiamo solo un dio, abbiamo un
epiteto con il suo viale, il suo giardino e la sua lapide. “Lizio” è quasi un
indirizzo postale: Apollo, interno Lizeo. Grice: Esatto… e qui viene
l’implicatura (che non dirò). “Lizio” è una derivazione quasi naturale dal
greco Λύκειον: l’orecchio italiano taglia, accorcia, mette in riga—e voilà, nasce il
“lizio”. Però concedo che, come epiteto di Apollo, Λύκειος è un caso scivoloso: può rinviare al Liceo come luogo, o a un’altra storia
(lupo, luce, Lycia)—forse non un altro senso, ma quasi un altro lessema
travestito da parente. Rusca: La tua implicatura è lizia, come la chiamerebbe
Speranza: pulita, elegante, eppure abbastanza veneziana da far finta che sia
“naturale”. Ma ammettiamolo: basta la parentela analogica di “lizio” per farci
over-implicare tutto—luogo, epiteto, scuola, giardino, e perfino il riposo di
Apollo—e anche un griceiano finisce per scambiare un taglio fonetico per una
teoria della civiltà. Però funziona: qui, se non puoi dimostrarlo, lo lizi.
Rusca, Pietro Martire (1607). Trattato della vera dottrina della fede. Milano:
Pietro Martire Locarno.
Gian Enrico Rusconi (Meda, Monza e Branzia,
Lombardia): la ragione conversazionale dell’attacco e contro-attacco – la
romanitas di Tertulliano. Insegna a Trento e Torino. “La teoria critica della
società” -- Istituto storico italo-germanico. Altre saggi: “Crisi di sistema e
sconfitta operaia” (Einaudi); “Scambio, minaccia, decisione”; “Sociologia
politica (Mulino); “Se cessiamo di essere una nazione” (Mulino), in cui
ripercorre il dibattito sul concetto di nazione – “la nazione italiana”;
“Resistenza e post-fascismo” (Il Mulino); “Come se Dio non ci fosse” (Einaudi),
“Italia – lo stato di potenza, la potenza civile” (Einaudi); “Cefalonia: quando
gl’italiani si battono” (Gli struzzi Einaudi); “L'azzardo” (Mulino);
“Cavour: fra liberalismo e cesarismo” (Il Mulino); “Cosa resta” (Laterza);
“Seduzione” (Feltrinelli ); “Attacco” (Mulino). romanità, italianità, il
concetto di nazione in Hegel, “God save the queen” – the national anthem –
l’inno nazionale Grice: Ho appena
salutato il filosofo Speranza: sostiene che in Italia perfino la polemica ha un
passaporto—e si chiama romanitas. Rusconi: Non è male come definizione. In
Tertulliano la romanità è un’arma: attacco e contro-attacco, ma anche
disciplina—quasi una teoria della nazione prima della parola “nazione”. Grice:
Già—e qui viene l’implicatura (che non dirò). La romanitas di Tertulliano è un
contra-attacco che nasce da un attacco a difesa: lo attaccano perché non
sarebbe abbastanza romano, e lui risponde diventando più romano della Roma che
lo accusa—come se la difesa fosse già offensiva, e l’offensiva già una difesa. Rusconi:
La tua implicatura è un contra-contra-attacco senza essere una difesa, come
Speranza concorderà: perché qui l’“attacco” è già risposta, e la “risposta” è
già strategia. Il rischio—anche per un Griceiano—è che l’unificazione analogica
faccia il resto e noi si finisca per vedere contrattacchi ovunque: nella
romanitas, nella italianità, perfino in “God save the queen”. Ma va bene così:
meglio over-implicare che sotto-capire. Rusconi, Gian Enrico (1962).. Vita e
Pensiero.
Quinto Giunio Rustico (Roma, Lazio): la ragione
conversazionale della tutela di Roma -- il portico romano. Portico.
A friend of ANTONINO . According to Antonino, R. teaches him, amongst
other things, the importance of both character development and careful study.
He also introduces him to the writings of a former slave by the name of
Epitteto. R., on the other hand, teaches law. He presides over the trial of
Giustino detto il Martire – rightly condemning him to death (“He didn’t believe
in Rome’s tutelary diety, viz. Giove.”). Grice: “Strictly, he should be listed
under “Giunio,” since “Rustico” – meaning ‘Rustic,’ what was he was
_called_!” GRICEVS: Rustice, salve. Modo philosophum Spem in porticu
praeterii; ille, ut solet, tacendo me docuit—et ego, ut solet, loquendo me
prodidi. RVSTICVS: Salve, Grice. Si Spes tacet, tu compensa. Sed dic mihi: quid
est ista tutela Romae de qua omnes loquuntur quasi de veste publica? GRICEVS:
Nihil dicam aperte—sed cum audiam “tutela,” subintelligo non solum Iovem
tutelarem urbis, sed etiam illam tutelam qua praeceptor discipulum servat:
mores format, studia temperat, et (si opus est) in iudicio ipsum a seipso
tuetur. Ita tutela est et numen et norma—et aliquando, fateor,
etiam excusatio. RVSTICVS: Implicatura tua, Grice, tutelāris est—ut Spes consentiet—id
est, ipsa quasi tutela sermonis. Nam ostendis (non dicendo) tutelam non esse
tantum rem religionis aut fori, sed etiam porticus: artem qua civitas cives, et
magister discipulos, et lex verba—ne ruant—sustinet.
Enrico Ruta (Belmonte Castello, Frosinone, Lazio):
la ragione conversazionale dei corpi sani – l’intersoggetivo è la psiche
sociale – filosofia fascista – filosofia meridionale. Insegna a Napoli. Conosce
e frequenta CROCE. Sviluppa una filosofia in armonia con l'ideologia del regime
fascista. Saggi: “Il gusto d'amare” (Millennium); “Insaniapoli” (Campus); “Il
segreto di Partenope” (Napoli, Millennium); “L’inter-soggetivo e la psiche
sociale” (Milano, Sandron); “Il ritorno del genio di VICO” (Bari); “Politica e
ideologia” (Milano, Corbaccio); “La necessità storica dell'Italia nuova”
(Napoli); “Diario e lettere” (Bari); “La nascita della tragedia ovvero
Ellenismo e pessimismo” (Bari). l’intersoggetivo e la psiche sociale, corpori
sani, il concetto di necessita storica in hegel – il concetto del sociale – il
carattere del popolo italiano, lo stato italiano – la missione del popolo
italiano – la patria italiana, Vico. Grice:
Ho appena incrociato il filosofo Speranza: mi ha detto che in Italia persino un
corpo sano ha l’aria di voler conversare con la storia. Ruta: E fa bene:
l’intersoggettivo è psiche sociale. Un “corpo sano” non è solo un fatto medico:
è un emblema politico, una postura del popolo, quasi una grammatica della
patria. Grice: Già—e qui viene l’implicatura (che non dirò). Nel mio Personal
identity ero… come dire… obliterent (cioè indulgente, o forse oblioso):
trattavo l’identità come catena mnemonica, quasi da solista, e perdonavo—anzi
cancellavo—il lato sociale delle identità, quelle che gli altri ti appiccicano
addosso prima ancora che tu dica “io”. Ruta: La tua implicatura è sana,
Grice—come Speranza concorderà: sana nel senso che vuole rimettere il corpo (e
il corpo sociale) dentro l’“identità”. Ma concedimi una cattiveria benevola: le
unificazioni analogiche di “sano” sono già abbastanza per farci over-implicare
tutto—sana dieta, sano Stato, sana lingua, sana coscienza—e perfino un
Griceiano rischia di diventare salutista del concetto. Però sì: la tua
dimenticanza del sociale era troppo pulita; la mia “salute” forse è troppo
sporca. In mezzo, conversiamo. Ruta, Enrico (1899). Il pensiero politico di
Giambattista Vico. Napoli: Pierro.
Rutilio Lupo (Roma): Filosofo
italiano. I. P. RUTILII LUPI 8CHEMATA LEXEOS. A = codex Mediceus saec. XIV. B =
codex Mediceiis saec. XV. /ii =: cod. Riccardianus saec. XV continens lib. I
His copiis nsus est Euhnkenius, v. Praef. p. XIX. F= codex Vindobonensis lat.
179 (— CCXVIII in catal. Endlicheri). C = codices noti sive ABRiV. Eodem signo
usi sumus, ubi editiones ah cum codd. manuscriptis conspirant. a = ed. Veneta
Aldina a. 1523. b = ed. Basileensis a. Has duas editiones post Rulinkenium
iterum ex- cussimus. X = lectiones in margine exempli ed. Basileensis
adscriptae, quod Ruhnkenius ab Abr. Gronovio accepit. J = Frid. lacob. Cf. eius
edit. Lubecae 1837. R = Ruhnkenius. S = Herm. Sauppe; cf. Fragm. oratorum
Atticorum ab eo collecta in ed. Tu- ricensi. St
= Robertus Stephanus. LIBER PRIMUS. 1. IlQ06a7t6do6Lg. Hoc schema duobus motlis
fieri et Iractari pot- est. Nam sententiis dnabus aut plnribus propositis sna
cuiqne ratio vel posterius reddetur vel statim snb nnaqnaqne sententia
snl)inngetur. Qni- P. Rutilii Liipi schemala
diaiioeas ex Graeco uorsa Gorgia C, sed om. V dia- noeas ; P. Rutilii Lupi de
figuris sententiaiiun iiber prior. Ex Graeco Gorgia uorsiis h, PubJii Rutilii
Lupi de figuris sententiarum et elocutionum liber L a. Ruhnkenius aucto- rem
ipsum hunc tilulum libro suo fecisse censet: P. Riitilii Lupi schemata dianoeas
et lexeos cx Graecis Gorgiae versa , quae se7itentia sic accipie^ida videtur ut
libellum non integrum aetatem tuUsse statuas; cum enim in duobus qui supersunt
libris non fere nisi verborum figurae tractentur, hi qiddem potius 'scliemata
lexeos' inscribendi sunt. Cf. Gustavi Dtialas
quaestiones Rutil. {Vratisl.). 1 Prosa- podosis edd. recentt. At Graeca figurarum nomina a Rutilio praesc\^pta esse , ex va- riis
scripturae vitiis , quae ex V afferemus, facile apparebit. 3 reddatiu- V 1* 4
RLTILRIS LUPUS LIB. L §. 1-3. ]i. 1. 2 ed. fapper bus posterius ratio
subinfertur, huius mocU sunt. Demoslhen.s: Non onim pari ratione Philippus
atque nos adversis rebus medetu , sed ille usque eo nitilur, quoad restituat
atque exsuperet. GRICEVS: Rutili, salve. Hodie in Capitolio ambulans
philosophum Spem praeterii; ille mihi, ut solet, tacendo suasit: noli omnia
dicere—reliqua relinque implicanda. RVTILIVS: Salve, Grice. Ego autem, ut
rhetor (neque me pudet), in meis Schemata lexeos—sic, lexeos in genetivo—de
ipsis σχήμασιν versor: non de rebus, sed de formis quibus verba se gerunt. GRICEVS:
Nihil dicam aperte—sed cum in Logic and conversation posui illud “figure of
speech”, sub corde habebam non tantum colorem elocutionis, sed σχῆma ipsum; et
“of speech” contra “of thought”. Hoc saepe discipulis supra cerebrum transit;
et tamen numquam mihi arridet figura rhetorica: non satis Ciceronianum
sonat—quasi Cicero ipse mallet “figura” sine hospite barbaro. RVTILIVS: Implicatura tua, Grice, rhetorica est, figurativa est, et
utriusque quasi coniunctio—ut Spes, vir ille philosophus, consentiet. Nam tu
(non dicendo) mones Schemata lexeos non esse solas figuras ad ornandum, sed σχῆmata ad intelligendum: ita “figure of speech” et “of thought” non pugnant,
sed se invicem—pulchre et perite—implicant.
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